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	<title>Brexit Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Brexit Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Liz Truss, sfidando venti contrari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 06:21:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il discorso inaugurale a Downing Street è stato molto lineare, l’agenda e le priorità chiarite con pragmatismo. Assieme al rilancio dell’economia e il necessario rafforzamento del sistema sanitario nazionale, la grande misura preannunciata è il tetto alle bollette di gas e luce per far fronte all’imminente crisi energetica. Il programma che la Truss s’accinge a formalizzare ed attuare è in continuità con la politica della destra britannica, il focus è soprattutto sulla riduzione delle tasse, a dispetto di crisi e inflazione.</p>
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<p>La conservatrice Liz Truss è il cinquantaseiesimo primo ministro del Regno Unito. Boris Johnson è particolarmente soddisfatto di tale nomina e la sua erede, in precedenza ministro degli Esteri, ha elogiato BoJo definendolo un amico e uno dei più importanti primi ministri della storia. “He got Brexit done” ha infatti dichiarato riferendosi al premier uscente, ringraziandolo anche per la sua politica a favore della vaccinazione anti covid e la sua aperta difesa nei confronti dell’Ucraina dopo lo scoppio della guerra.</p>



<p>Tralasciando il come la si pensi sui contenuti, le posizioni della Truss sono sicuramente grintose, degne dello spirito dei Tory: fortemente a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si fa alfiere di una nuova era di autonomia economica e commerciale britannica, in senso contrario a quelle politiche europee da lei bollate come protezioniste. </p>



<p>Dopo l’aggressione militare russa contro l’Ucraina, la Truss ha esortato i britannici ad arruolarsi volontari al fianco delle truppe di Zelensky, “questa è la nostra guerra (…) la peggiore in Europa in 40 anni” ha infatti dichiarato. Processerebbe Putin come a Norimberga, auspica la riconquista della Crimea. Insomma, sia ad alleati che ad oppositori, è chiaro che la nuova premier abbia idee decise e una ambizione inossidabile.</p>



<p>Liz Truss, 47 anni, oggi terza donna leader nella storia del Regno Unito, è stata la più giovane ministra di sempre – curiosamente condivide questo stesso primato con Giorgia Meloni che, sondaggi alla mano, pare destinata tra una ventina di giorni ad essere eletta nuova leader conservatrice d’Italia. </p>



<p>Qual è la ricetta del suo successo? Sicuramente la Truss ha sfruttato le innovazioni del nostro tempo. Ha infatti molta visibilità sui social dove si contraddistingue per i suoi selfie scattati nelle situazioni più improbabili. Molto noto anche lo scatto della premier su un carrarmato in tenuta militare – un tentativo di ispirazione alla unica e inimitabile Lady di Ferro.</p>



<p>Nonostante in famiglia fossero militanti di estrema sinistra, e anche la Truss abbia avuto un passato progressista, da anni la nuova premier in carica riconosce come sua guida politica proprio Margaret Thatcher. Dopo aver studiato al Merton College di Oxford Filosofia, Politica ed economia (il noto PPE, corso di laurea che ha formato numerosi politici e premier inglesi), ha inizialmente cominciato l’attività politica nelle file opposte ai Tory – nonostante ora le sue idee siano totalmente contrarie, anche all’epoca era riconosciuta come una politica agguerrita nonostante il suo fare spesso impacciato in pubblico.</p>



<p>Il discorso inaugurale a Downing Street è stato molto lineare, l’agenda e le priorità chiarite con pragmatismo. Assieme al rilancio dell’economia e il necessario rafforzamento del sistema sanitario nazionale, la grande misura preannunciata è il tetto alle bollette di gas e luce per far fronte all’imminente crisi energetica. Il programma che la Truss s’accinge a formalizzare ed attuare è in continuità con la politica della destra britannica, il focus è soprattutto sulla riduzione delle tasse, a dispetto di crisi e inflazione.</p>



<p>“Abbiamo davanti venti contrari globali molto forti ma so che possiamo farvi fronte”, ha dichiarato. La Truss è fiduciosa e crede vivamente che il Regno Unito ne uscirà vittorioso dalla scena. Siamo sicuramente distanti, come epoca e profondità politica, da quelle famose parole pronunciate da un altro esponente dei Tory, Sir Wiston Churchill, &nbsp;“we shall fight on the beaches”. I venti globali contrari stanno soffiando sull’isola. Da spettatori esterni, non possiamo che augurare alla nuova premier un sincero augurio di buon lavoro. &nbsp;</p>



<p></p>
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		<title>Romano Prodi: l’augurio è di trovare la coesione necessaria per presentarci di nuovo come un Paese. Appena sarà il mio turno farò il vaccino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jan 2021 12:31:15 +0000</pubDate>
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<p><strong>L’UE e il Regno Unito hanno sottoscritto un accordo, affatto scontato, che andrà perfezionato nel tempo. Il modo migliore per chiudere una separazione comunque molto dolorosa?</strong><br>È un modo decente. La Brexit con rottura totale sarebbe stata indecente. Ma è pur sempre una rottura anche perché, se da un lato si è conservato uno degli aspetti più importanti, vale a dire il commercio, d’altro canto il distacco c’è, rimane, e ha carattere del tutto irrazionale. Da Presidente della Commissione ho sempre avuto a che fare con l’eccezione britannica, con la sua intrinseca diversità. La cifra era: noi non siamo stati mai comandati da nessuno, non vogliamo esser comandati da Bruxelles. E ho sempre sentito tutto questo come un richiamo del passato. Io credo che sia un fatto negativo. Non sarà tragico perché in fondo abbiamo salvato alcune cose, ma ci rimetteremo negli scambi culturali, nella ricerca, nell’immigrazione e in tutti questi aspetti che erano così importanti perché la Gran Bretagna è un grande Paese. Ci rimetteremo anche nella difesa perché il loro era il più efficiente esercito europeo.</p>



<p><strong>Che cosa pensa della sospensione del programma Erasmus?</strong><br>Questa è la classica stupidità. Quando la politica si ferma sui fatti simbolici è stupida, e in questo caso l’abolizione dell’Erasmus è il simbolo di voler staccare la propria gioventù da quella europea. Ma non ci guadagna niente la Gran Bretagna. Ci guadagnava molto dall’Erasmus, spendeva poco e niente. È solo la rivendicazione di essere diversi, di non volere avere rapporti con nessuno. Queste cose andranno avanti fino a quando fra venti o venticinque anni, purtroppo io non ci sarò più, la Gran Bretagna rientrerà nell’Unione Europea. Sarà com’è stato l’altra volta: fondarono l’EFTA, l’unione doganale, con i Paesi del Nord. Poi videro che ci rimettevano e in un giorno solo sono entrati in Europa. Arriverà anche quel giorno lì.</p>



<p><strong>Continui ad allenarsi, professore, così ci sarà anche quel giorno.</strong><br>Sono arrivato pochi mesi fa alla durata della vita media del maschio. Se fossi femmina avrei statisticamente più anni di vita davanti, ma essendo maschio ritengo che sia arrivato il punto di svolta.</p>



<p><strong>Tra 20 giorni si insedierà Biden. Come cambieranno i rapporti con l’Europa e la Cina?</strong><br>Tante cose sono già cambiate in quest’intervallo. In linea di massima rimane l’ostilità americana nei confronti della Cina. Democratici e Repubblicani vedono egualmente la Cina come il grande concorrente. È ormai diventata concorrenza imperiale, e la concorrenza imperiale non perdona mai. Però son cambiate alcune cose in poche settimane. Gli americani erano partiti con un accordo commerciale con tutti i paesi del Pacifico esclusa la Cina. Trump ha rotto quell’accordo, la Cina ha fatto lei l’accordo che avrebbero dovuto fare gli Stati Uniti. Ancora con dei buchi neri, delle incertezze, ma in definitiva hanno creato un’area commerciale che è quasi un terzo del commercio mondiale. È un fatto nuovo. Fra nemici politici, ma che capiscono che la corsa alla dimensione economica è andata talmente avanti che non può essere ignorata. Si odiano politicamente, sono nemici, ma contrattano fra di loro e investono reciprocamente.</p>



<p><strong>E poi? L’Europa?</strong><br>In secondo luogo si sta forse concludendo un certo accordo europeo con la Cina sugli investimenti reciproci. Questo comporterà, se andrà in porto, alcuni cambiamenti riguardo ai fatti economici, come il riconoscimento dei brevetti, certi vincoli sul lavoro giovanile, l’ecologia. L’accordo mette assieme alcune norme che abbassano le tensioni. Questi sono gli avvenimenti di questi giorni. Su questo si innesta un cambiamento americano nei confronti dell’Europa. L’Europa sarà ancora vista in molti casi come concorrente, specie quando si tratta delle grandi società legate a internet, da Google ad Apple ad Amazon, dove l’interesse americano sarà ancora fortissimo. Ma su tante altre controversie, come Airbus o Boeing, ci sarà un avvicinamento all’Europa, anche perché è utile politicamente e militarmente.</p>



<p><strong>Cosa prevede?</strong><br>E allora, di fronte a tutto questo cambiamento, prevedo Stati Uniti e Cina ancora in forte tensione, un più stretto rapporto tra Europa e Stati Uniti, ma con l’Europa un po’ più libera di “ballare” dal punto di vista economico con la Cina. Anche perché è evento di questi giorni la constatazione che l’Europa commerci più con la Cina che con gli Stati Uniti. Questo è un fatto solo quantitativo ma che costituisce una rivoluzione intellettuale impressionante. Mettendo assieme tutti questi eventi, anche se sono ancora in fieri, io prevedo una maggior libertà d’azione per l’Europa a fronte di uno scontro ancora aspro tra USA e Cina. Questo ci conferirebbe anche la possibilità di svolgere un po’ il ruolo di arbitro in tante controversie mondiali, ma a condizione che ci sia una politica europea, e questo è un altro discorso.</p>



<p><strong>Nonostante la sconfitta, Trump ha avuto molti consensi. C’è una inquietudine che induce la classe media, in Europa come in America, a dare fiducia ai populisti?</strong><br>No, sono cose diverse. I populisti sono sì forti e importanti, ma non sono in ascesa. Non solo perché Trump non ha vinto ma perché, alle elezioni europee avrebbero dovuto fare sfracelli e così non è stato. Poi, oggi, Polonia e Ungheria hanno dovuto in qualche modo cedere. Quindi restano importanti ma certo non in ascesa. Quanto a Trump, che ha certamente avuto una valanga di voti, ricordiamoci però che è un presidente in carica che perde, e un presidente in carica che perde è sempre un evento, non una cosa normale. Poi il consenso di Trump è fatto di tante cose: non solo populismo, ma “America first”. È l’impero americano, di chi dice: faremo di tutto per essere i primi nel mondo. E questo ha un fascino incredibile, dappertutto. Io ho avuto la fortuna di insegnare in Cina e negli Stati Uniti fino a pochi anni fa e nello stesso periodo di tempo. I ragazzi avevano la stessa mentalità imperiale. L’impero è un’infezione irresistibile, altro che Covid! In questo senso c’è bisogno dell’Europa per calmare queste cose. Ripeto: quello che vedo negli Stati Uniti è solo in parte populismo. Se Trump fosse stato un po’ più intelligente politicamente e avesse puntato soltanto su “America first” e non su “American alone”, sarebbe ancora presidente.</p>



<p><strong>Sotto la sua presidenza l’Europa ha portato a compimento, tra le altre riforme, l’allargamento dell’Unione a Est. Si tratta dei Paesi che di più oggi stanno ostacolando le politiche comunitarie. Fu un errore?</strong><br>Non solo non ritengo sia stato un errore, vedendo come sono andate le cose in Ucraina: pensi se la Polonia fosse al posto dell’Ucraina. Anzi, penso non in modo provocatorio che bisogna continuare l’allargamento con i Paesi dell’ex Jugoslavia e con l’Albania. In fretta, chiudere i confini dell’Europa, definirli, riformare le istituzioni europee e avere un’Europa che comprenda tutta la cultura europea. Adesso non abbiamo nemmeno più il problema della Turchia, il caso con la Turchia è chiuso. La storia, la storia passa una volta sola. Poi è verissimo che i Paesi dell’Est hanno mille grane, però diciamoci anche la verità: io ho fatto il presidente della Commissione europea sia a quindici che a venticinque, e i problemi erano uguali. Come ho detto, avevo solo il problema della Gran Bretagna. Quelli avevano un’idea diversa, una politica diversa. Polonia e Ungheria, che stanno davvero violando ogni diritto, alla fine hanno dovuto cedere. Alla fine vedono che il loro futuro è l’Europa. Quindi vedrà, cambieranno governo e adagio adagio si avrà un’omogeneità anche con loro.</p>



<p><strong>Il problema è la storia?</strong><br>Il problema è definire i confini, che cosa siamo. Poi il passo successivo è la costruzione dell’”anello degli amici”, che io proposi nel 2002 ma venne bocciato dalla Commissione europea. Basta pensare che l’Europa non può allargarsi da questi confini. Con i Paesi che ci stanno intorno, dalla Bielorussia al Marocco, passando per Israele e Siria, si possono fare rapporti bilaterali speciali in modo da assicurarci questo anello degli amici. L’Europa avrà un significato diverso nel mondo, e non è illusione perché è interesse loro e interesse nostro. Ci metteremo cinquant’anni? E mettiamoci cinquant’anni a fare questi rapporti, ma costruiamo attorno a noi una situazione di sicurezza. Ma non vede che adesso in Libia, che è attaccata alla Sicilia, comandano la Russia e la Turchia? Ma le sembra logico? Ma dove siamo andati a finire? Che la Turchia ha il prodotto nazionale della Spagna, è lontana e comanda nel Mediterraneo?</p>



<p><strong>C’è stato un momento in cui lei stava per essere nominato alto rappresentante in Libia, lo chiedevano venticinque Paesi africani. Quello era un momento straordinario, storico, per cui l’Italia poteva avere un ruolo determinante.</strong><br>Venticinque Paesi africani lo chiesero al segretario dell’Onu, quando Gheddafi era ancora in vita e dunque si poteva ancora salvare la situazione. Il segretario dell’Onu disse che ci avrebbe pensato e poi non se ne fece nulla. C’è stato evidentemente qualcuno che si è opposto.</p>



<p><strong>In Italia?</strong><br>Berlusconi, poi qualcuno dice anche gli americani, non lo so. Io penso che fosse casa europea. Poi la cosa si ripeté anche dopo, con il governo Renzi. Io andai da lui, unica volta in cui mi recai a Palazzo Chigi, per dirgli che ricevevo queste richieste e ribadire che fossi a disposizione. Ora, può darsi che tutti questi avessero le loro ragioni, ma il problema è che dobbiamo far capire che il Mediterraneo è vitale non solo per noi ma per tutta l’Europa. L’allargamento ci ha in qualche modo definito il rapporto verso Est. Il problema adesso è il Sud, e allora noi con Francia, Spagna, Grecia, Cipro, Malta, dobbiamo fare un blocco Mediterraneo, ma non sciovinista, per dire: guardate che la frontiera debole dell’Europa è il Mediterraneo. Poi questo è anche un problema del nostro Mezzogiorno: l’idea che il nostro Mezzogiorno possa crescere senza avere di fronte dei Paesi in sviluppo è un’idea che non ha senso. Di fronte al niente non ci si sviluppa. Sono anni che propongo una cosa innocente ma anche importante: facciamo delle Università miste.</p>



<p><strong>Lei aveva proposto un Erasmus mediterraneo misto, italo-africano.</strong><br>Soprattutto nelle città miste. Adesso ci sono Università europee in Africa. È bellissimo, ma non è questo che dobbiamo avere. Io penso a delle città come Catania o Napoli, Tripoli, Cairo, Barcellona, Rabat, in cui si abbiano tanti professori del Nord del Mediterraneo quanti del Sud, tanti studenti del Nord quanti del Sud, e gli studenti devono fare tanti anni nel Nord quanti nel Sud. Se noi facciamo queste cose ricostruiamo il Mediterraneo. Centodieci anni fa nel Sud del Mediterraneo c’erano centinaia di migliaia di italiani e quanto alla lingua, dice Byron in un suo passaggio, “si parla inglese, ma la vera lingua è il napoletano-siciliano-arabo”, questo bel misto di linguaggio. Ecco, la nuova comunità del Mediterraneo non la possono fare i piccoli commercianti o i pescatori. La devono fare gli studenti, i ragazzi, che creano nuove attività comuni nel tempo. Però noi del Sud Europa non abbiamo ancora l’unità e la capacità di fare queste proposte, che il Nord adesso accetterebbe perché anche loro hanno paura delle frontiere del Sud.</p>



<p><strong>Potrebbe essere il momento giusto?</strong><br>Dovrebbe essere il momento giusto.</p>



<p><strong>L’Italia è in ritardo nella compilazione del programma nazionale di investimento dei fondi del Next Generation EU. Sembra esserci molta preoccupazione a Bruxelles. Rischiamo di fallire questa opportunità?</strong><br>Lei mi fa la domanda e io le rispondo Sì. Rischiamo. Siamo ancora a tempo, per carità, ma il Next Generation deve essere qualcosa per il futuro, qualcosa di nuovo, deve avere una missione dietro per un Paese. Guardi che è stato molto faticoso farlo, il Next Generation, perché i cosiddetti Paesi frugali non sono stati contentissimi e sono lì pronti a guardare se noi adempiamo alle norme. Guardi che ci sono quaranta pagine di norme, di un dettaglio unico, e se non si fanno i passi lì previsti i soldi non arrivano. Noi si agisce come se invece fossimo “liberi tutti”: un po’ di soldi qui, un po’ di soldi là. Ma il pensiero sulle novità su cui si deve fondare il nostro sviluppo non c’è. Tutti sono convinti, io prima di tutti, che in futuro riusciremo a pagare il nostro debito solo se ci svilupperemo con un ritmo molto forte. Il debito si paga solo in due modi: con una inflazione massacrante, galoppante o con la crescita. L’inflazione non la auguro a nessuno. La crescita l’unico strumento che abbiamo in mano.</p>



<p><strong>Quindi deve finire la politica dei bonus?</strong><br>In una primissima fase, di fronte a gente che si è impoverita, io lo capivo il bonus. Però bisognerebbe controllare a chi si è dato. E poi non si può cambiare lo schema ogni settimana. Noi abbiamo adesso bisogno di alcuni indirizzi precisi, come ci chiede l&#8217;Europa, che contengano il messaggio del tasso di sviluppo che ci sarà in futuro, delle conseguenze economiche. Altrimenti, ripeto, i soldi non arriveranno. Punto.&nbsp;</p>



<p><strong>È davvero l’ultima chiamata che hanno le nostre Istituzioni?</strong><br>Si, l’ultima chiamata. E la abbiamo ancora perché c&#8217;è stato, come si prevedeva, un po&#8217; di ritardo nelle stesse norme europee. Ma gli altri Paesi li hanno già presentati. Mi sono guardato tutto il piano francese e c&#8217;era scritto tutto: &#8220;bisogna far questo, ci vogliono tanti mesi, l’autorità delegata è questa, l&#8217;avanzamento del progetto sarà verificato così&#8221;. Direi basta, bisogna fare le cose. E far presto.&nbsp;</p>



<p><strong>Molti governi, compreso il nostro, per affrontare la crisi, hanno fatto entrare lo Stato nel capitale di molte imprese in difficoltà. Pensa che sia un intervento provvisorio o che durerà nel tempo?</strong><br>La storia economica ci insegna che ogni crisi vede l&#8217;aumento dell&#8217;intervento dello Stato. Non c&#8217;è nessuna eccezione. Nel &#8217;29 si è usciti solo con l&#8217;intervento dello Stato. Anche nell&#8217;ultima crisi finanziaria, se non ci fosse stato un riaggiustamento pubblico della Banca Centrale Europea non si usciva dalla crisi. Quando il mercato si inceppa, ci vuole dell&#8217;olio per far riprendere la corsa. Quindi smettiamola con la dietrologia e con le dottrine e&nbsp;vediamo le cose in pratica. Non si avrà una nuova IRI, la proprietà pubblica come un tempo, perché il mercato è diventato globale e i confini nazionali, dal punto di vista dell&#8217;economia, sono molto caduti. Però il sostegno pubblico c&#8217;è ovunque. Negli Stati Uniti si discute in questi giorni la dimensione quantitativa della misura, ma sul fatto che ci sia il dubbio non viene a nessuno. Anche in Italia la Cassa Depositi e Prestiti ha un suo ruolo, ma non è più lo Stato che ha la maggioranza e dirige l&#8217;economia, ma che interviene, aiuta nel capitale e naturalmente, è chiaro, tiene quel fiore di minoranza per cui si difende un certo interesse nazionale dato che sono state poste delle risorse nazionali.</p>



<p><strong>La presenza dello Stato, in questo momento, è insomma inevitabile.</strong><br>Io sono convintissimo che qualche segno di partecipazione pubblica sia indispensabile per difendere gli interessi nazionali. La chiamo &#8220;la strategia francese&#8221;. La Francia, che ha un&#8217;industria più debole della nostra, è infinitamente più potente di noi perché ha fatto una politica di grandi imprese con l&#8217;aiuto e la protezione dello Stato. Nella futura FCA-PSA, Stellantis, come è stata chiamata – che poi in un mondo che diventa sempre più cinese-anglosassone i nomi diventano sempre più latini &#8211; l’azionista maggiore è la famiglia Agnelli ma secondo lei comanda più lo Stato francese o la famiglia Agnelli? Comanda di più lo Stato francese e infatti il Consiglio di Amministrazione è in maggioranza francese. Questa è la vita. Allora, di fronte a questi equilibri, una presenza dello Stato ha un suo ruolo. Ma non lo Stato gestore.</p>



<p><strong>Quest’anno si è tenuto un referendum costituzionale promosso dalla Fondazione Einaudi sulla riduzione lineare dei parlamentari. La riforma è passata al contrario di quanto è accaduto in passato con i tentativi di operare modifiche più profonde della Costituzione. Che segnale possiamo trarre?</strong><br>Io sono convintissimo che questi interventi parziali siano dannosi. Alla riduzione dei parlamentari bisognava arrivarci ma bisognava farlo insieme alla legge elettorale, ai rapporti con le regioni, alla ricomposizione dello Stato. Prendiamola così, com&#8217;è venuta, ma lo Stato rimane con i difetti che aveva prima. Non è che la riduzione dei parlamentari migliori la situazione, io non vedo miglioramenti. Un po&#8217; di riduzione di spesa ma di fronte alla spesa di questi giorni siamo veramente di fronte non ai centesimi, ma ai millesimi. Invece noi avevamo bisogno di un cambiamento radicale della struttura dello Stato e dei modi di decidere.</p>



<p><strong>Cosa pensa a proposito della legge elettorale proporzionale voluta dalla maggioranza?</strong><br>Non l’ho mai nascosto, lo dico da 40 anni: io sono per il sistema maggioritario. E infatti, quando fondammo l&#8217;Ulivo c&#8217;era una legge fortemente maggioritaria. C&#8217;è bisogno di stabilità all&#8217;interno di un Paese, altrimenti non si ha alcun ruolo a livello internazionale. Lo ripeto sempre, anche a costo di risultare noioso. Quando diventai Presidente del Consiglio, una bella vittoria elettorale dopo una campagna elettorale difficile, come prima visita andai a trovare il Cancelliere tedesco. Fu un bel colloquio e nacque un&#8217;amicizia, nonostante le diversità politiche. Tanto è vero che il colloquio doveva durare 40 minuti ma si protrasse per due ore. Poi mi accompagnò all&#8217;elicottero, attraversando il giardino della Cancelleria, che allora era a Bonn, e mi disse: &#8220;che bello Romano, abbiamo proprio fatto una bella discussione! Chi viene la prossima volta?&#8221;. Ma lei si rende conto cos’è un Paese in cui tutto è di passaggio? Questo non è la politica. Sono memorie personali, ma sono utili per capire dove deve andare il sistema.&nbsp; Tutti adesso vogliono il proporzionale. Fatti loro. Io ripeto: con il proporzionale il Paese non si salva, con il maggioritario, forse.</p>



<p><strong>Perché in Italia non si riesce a formare un partito che rappresenti la tradizione liberale?</strong><br>È la complessità del voto della democrazia. Il voto popolare ha bisogno di tante radici locali, ha bisogno di emozioni, non è mica solo un fatto intellettuale. In Italia la democrazia liberale ha dato un grande contributo ma sempre minoritario perché non aveva come il mondo cattolico o il mondo social-comunista delle radici diffuse nel territorio. Quando si va a votare sono queste poi che contano. Ciò non toglie che abbiano invece influenzato queste radici e che le abbiano fatte evolvere verso un concetto di democrazia matura, quindi il contributo è stato lo stesso. Quando vede l’enorme e improvviso successo dei 5 Stelle, si chiede: chi è l’ideologo dei 5 Stelle? Grillo ne ha fatto una bandiera ma non c&#8217;è certo il discorso o il pensiero di Einaudi sotto. Hanno un successo colossale perché prendono un’emozione, quello che un tempo hanno fatto le parrocchie, le sedi locali dei partiti lo fa in modo frammentato la rete. È questo il problema forte della realtà di oggi. Però, ripeto, non confondiamo il successo al voto con l&#8217;influenza di lungo periodo che secondo me, nel mondo democratico e liberale italiano c&#8217;è stata, c&#8217;è stata fortemente. Quando io ho creato l&#8217;Ulivo ho voluto che ci fossero insieme a me delle forze liberali. Ci sono state e sono state molto efficaci. Il numero era quello che era ma le ritenevo parte delle radici italiane.&nbsp;</p>



<p><strong>Il M5S ha raccolto molto consenso spaccando il Paese, spargendo astio e rancore tra i cittadini, insinuando dubbi sul valore della della conoscenza. Le conseguenze le vediamo in questi giorni, con milioni di cittadini che non vogliono vaccinarsi contro il Covid per timore di essere ingannati dalla scienza e dalla politica.</strong><br>Sto studiando questo problema e devo ammettere che non è solo un caso italiano. Credo che i 5S vi abbiano contribuito con la destrutturazione del sistema, però vedo che anche in Francia questo movimento è andato molto avanti. Io credo che tornerà indietro quando arriverà il momento della responsabilità personale. Queste follie durano finché uno non ha dei parenti o degli amici che vengono infettati, finché non si prova il dolore. C&#8217;è un problema che è più complesso del dato politico. Io ho visto morire per la poliomielite, miei amici hanno portato la paralisi tutta la vita. Eppure anche allora c&#8217;era una fortissima polemica contro i vaccini. Un po&#8217; più ristretta come numero ma fortissima anche a quei tempi. Quando si è visto cosa succedeva e si è capito che il vaccino era efficacie, tutto è finito. Perché la diffidenza è nel cuore della gente. L&#8217;aspetto politico l&#8217;ha solo aumentata, ma purtroppo l&#8217;istinto anti-scientifico ce l&#8217;abbiamo profondamente. Alla sua domanda rispondo così: certamente lo hanno aggravato e lo hanno ampliato ma è qualcosa di molto più profondo con cui la nostra società deve avere a che fare e che spesso è collegato con la sfiducia per alcune colpe della società, legate a truffe e sfruttamenti subiti. Si finisce per mettere tutto in un fascio e ne deriva l&#8217;anti-scientismo cui assistiamo oggi. Un atteggiamento da demolire con comportamenti corretti, dimostrando con i fatti, come è stato con la poliomielite, che questi vaccini rappresentano il progresso. Serve democrazia e pazienza. Democrazia e pazienza.</p>



<p><strong>Quando sarà il suo turno, si vaccinerà?</strong><br>Certo, mi vaccinerò e spero che accada abbastanza presto. Anche perché io ho più di ottanta anni. Appena potrò lo farò. Se ci fosse stato lo avrei già fatto.</p>



<p><strong>Lei non ha mai lasciato il rapporto con i suoi studenti. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha dichiarato a questa rubrica che a causa della pandemia rischiamo di bucare una o più generazioni di sportivi. È lo stesso rischio che corriamo con una generazione di nostri giovani?</strong><br>La ringrazio per aver richiamato la mia attività di insegnante. Ancora oggi insegno Economia alla John Hopkins University. Io sono molto preoccupato per questo salto di anno scolastico. In rete non si raggiungono tutti ma poi non c’è la formazione: a scuola non solo si impara ma si “pascola”. E questo conta più di qualunque cosa. Dobbiamo fare di tutto per poter tornare a scuola in sicurezza, altrimenti quello che dice Malagò diviene inevitabile.</p>



<p><strong>Vogliamo fare un augurio agli italiani per il nuovo anno?</strong><br>Un augurio che non dipende da noi: speriamo che il mondo vada un po’ meglio che non in questo 2020. Un augurio che invece dipende da noi: troviamo quel minimo di coesione per capire che abbiamo provvisoriamente le risorse per cambiare il nostro cammino di sviluppo, per ridarci un futuro. L’augurio è di trovare questo minimo di coesione per presentarci di nuovo come un Paese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/01/raco-prodi-trovare-coesione-necessaria-per-presentarci-di-nuovo-come-un-paese/">Romano Prodi: l’augurio è di trovare la coesione necessaria per presentarci di nuovo come un Paese. Appena sarà il mio turno farò il vaccino</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Brexit: un accordo vivo e dinamico, tra sovranità e integrazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2020 14:04:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sovranità o integrazione? Brexit è sempre stato questo: una scelta tra la libertà britannica di scostarsi dalle regole europee, e la profondità dell’accesso al mercato unico. Se la prima aumenta, la seconda diminuisce. Una logica semplice e inevitabile, che ha scandito i quattro anni e mezzo dal referendum del 2016. Johnson ha preferito la prima alla seconda.&#160; Per come si sono svolte le negoziazioni – in tempi record, in mezzo&#8230;</p>
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<p>Sovranità o integrazione? Brexit è sempre stato questo: una scelta tra la libertà britannica di scostarsi dalle regole europee, e la profondità dell’accesso al mercato unico. Se la prima aumenta, la seconda diminuisce. Una logica semplice e inevitabile, che ha scandito i quattro anni e mezzo dal referendum del 2016. Johnson ha preferito la prima alla seconda.&nbsp;</p>



<p>Per come si sono svolte le negoziazioni – in tempi record, in mezzo a una pandemia e in un clima non sempre improntato alla fiducia – non era scontato evitare un no deal. Avere un accordo era fondamentale innanzitutto per offrire un quadro di cooperazione più largo, decisivo per applicare con efficacia il protocollo sull’Irlanda del Nord e, così, preservare il processo di pace.</p>



<p>L’accordo è inedito, come la situazione stessa. Se di norma si parte da una minore integrazione e si cerca di convergere verso una maggiore, in questo caso si fa il contrario. Anche questa la ragione di un testo così lungo e dettagliato: le oltre 1200 pagine svelano un’architettura istituzionale complessa, che crea strutture e incentivi per gestire la divergenza.</p>



<p>Di conseguenza, l’accordo varia in base alla prospettiva con cui lo si guarda. Non è un “normale” trattato con un paese terzo, perché tiene in considerazione una storia di 47 anni di partecipazione al mercato unico.&nbsp;Al tempo stesso, però, e non poteva essere altrimenti, offre al Regno Unito condizioni molto meno vantaggiose rispetto a quelle di uno stato membro, per l’UE una condizione imprescindibile.</p>



<p>Nonostante l’accordo, allora, saranno reintrodotti controlli, procedure, burocrazia, con ripercussioni negative su entrambe le sponde della Manica. Ne sono simbolo anche la decisione britannica di restare fuori dal programma Erasmus, o di non prevedere una cooperazione in materia di sicurezza esterna, proprio quando per l&#8217;UE è imperativo diventare un attore geopolitico.&nbsp;Particolarmente rappresentativo degli svantaggi per il Regno Unito è il caso dei servizi: grazie al mercato unico, dal 2005 Londra ha un surplus commerciale con l’UE, ma l’accordo fa poco per facilitare questo tipo di scambi.</p>



<p>Prospettiva interessante, poi, è quella temporale. Vista la necessità di gestire la divergenza, si tratta di un accordo vivo e dinamico. Il testo va visto come un quadro di riferimento all’interno del quale la nuova relazione tra Regno Unito e UE potrà evolvere. Per le merci, si parte oggi da una situazione di accesso libero al mercato unico e senza quote commerciali. Si lascia, poi, spazio per rafforzare il rapporto – ad esempio, il prossimo anno il Regno Unito potrà decidere se legare il proprio sistema di carbon pricing a quello europeo – oppure per allentarlo ancora di più, attraverso “interruttori” che innalzeranno barriere commerciali in caso di comprovata competizione sleale.&nbsp;</p>



<p>Perciò, dare oggi un giudizio completo è prematuro; l’accordo prenderà la forma che le parti vorranno dargli. Bisognerà soprattutto attendere l’adattamento degli attori economici e vedere come le catene del valore reagiranno ai nuovi costi e procedure. E soprattutto, nodo della questione, sarà se e come il Regno Unito tenterà di fare concorrenza normativa all’UE.</p>



<p>Johnson, infatti, ha formalmente ottenuto la libertà di divergere, ma questo ha un prezzo. Come detto, sono state inserite delle tutele per sanzionare un utilizzo della sovranità britannica nocivo per Bruxelles. Tra queste, il cosiddetto meccanismo di ribilanciamento permetterà di applicare contromisure commerciali qualora la divergenza normativa di una parte comporti una distorsione della competizione commerciale a discapito dell’altra. Per il dettaglio e il modo in cui è stato scritto, ci si aspetta che questo meccanismo non sarà lasciato inutilizzato.</p>



<p>Lo scambio tra sovranità (formale) e integrazione è ben rappresentato anche dalla questione della pesca, di forte valenza politica per il governo di Johnson. Entro il 2026, il Regno Unito recupererà dall’UE il 25% delle quote di pescato e dopo quella data avrà la libertà di escludere i vascelli europei dalle sue acque territoriali. Se lo farà, l’UE potrà precludere a Londra l’accesso al mercato europeo, vitale per vendere il pescato.</p>



<p>La scelta di Johnson e la filosofia dell’intero accordo confermano una lezione chiave del tempo in cui viviamo: la sovranità non dovrebbe essere fine a se stessa, ma strumento per il benessere di una comunità. E se il tempo aiuterà a dare forma alla nuova relazione tra l’isola e il continente, la geografia delle interdipendenze non lascia scampo: Dover sarà sempre a poche decine di chilometri da Calais.</p>
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		<title>Europa: il veto è caduto, ma il re è nudo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Dec 2020 11:28:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quasi mille giorni dopo la prima proposta della Commissione e circa trecento dopo lo scoppio della pandemia in Italia, sono stati raggiunti due accordi storici per l’Europa: il primo bilancio pluriennale dell’epoca post Brexit e&#160;Next Generation EU. Un cammino faticoso, ma senza dubbio con risultati inaspettati su cui pochi avrebbero scommesso.&#160;Con&#160;Next Generation EU, Bruxelles ha finalmente varcato il Rubicone nel suo modo di affrontare le crisi. Con l’accordo sul nuovo&#8230;</p>
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<p>Quasi mille giorni dopo la prima proposta della Commissione e circa trecento dopo lo scoppio della pandemia in Italia, sono stati raggiunti due accordi storici per l’Europa: il primo bilancio pluriennale dell’epoca post Brexit e&nbsp;Next Generation EU. Un cammino faticoso, ma senza dubbio con risultati inaspettati su cui pochi avrebbero scommesso.<br>&nbsp;<br>Con&nbsp;Next Generation EU, Bruxelles ha finalmente varcato il Rubicone nel suo modo di affrontare le crisi. Con l’accordo sul nuovo budget, l’Unione ha compiuto un primo importante passo in avanti verso una maggiore tutela dello stato di diritto. Proprio su questo punto si erano arenati i negoziati, con il veto di Polonia e Ungheria.</p>



<p>Un veto che, bloccando l’intero pacchetto di rilancio, ha per la prima volta portato al centro del dibattito europeo una patologia irrisolta, fino ad ora rimasta ai margini: una divergenza sui valori fondamentali dell’UE e la mancanza di un quadro europeo per gestirla. <br> <br>Nonostante la soddisfazione per i risultati raggiunti, allora, sarebbe un errore considerare risolta la questione. Il veto è caduto, ma il re è nudo; e non si può più fingere il contrario. Non è possibile anche alla luce del grande sforzo dell’UE di raggiungere un’autonomia strategica, per tutelare i suoi interessi e i suoi valori. Come si può, infatti, pensare di essere efficaci nel proteggere i nostri principi fondamentali nella competizione globale, se non esistono nemmeno tutele appropriate all’interno dell’Unione? <br> <br>L’attenzione, forse, dovrebbe spostarsi su come creare tali tutele. Ciò può avvenire solo attraverso una <a href="https://open.luiss.it/2020/11/26/unione-europea-e-valori-fondamentali-approfittare-della-crisi-per-un-salto-in-avanti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">riforma dei trattati</a>, che crei un quadro normativo coerente con sanzioni effettivamente applicabili. In molti casi, questa consapevolezza è diventata una comoda scusa per tenere nel cassetto un argomento politicamente scomodo per gli stati membri.<br> <br>Le ultime vicende hanno creato una finestra politica per agire, in attesa di una riforma più strutturale. Alcuni paesi, attraverso una cooperazione rafforzata, potrebbero dotarsi di un sistema provvisorio per tenere i valori al centro del dibattito. Questa coalizione di volenterosi – magari guidata dai nordici, molto attenti alla questione – potrebbe decidere di sottoporsi volontariamente ad un meccanismo europeo di monitoraggio riferito a tutti i valori fondamentali enunciati nell’art. 2 TUE. <br> <br>Accettare di rendere queste valutazioni pubbliche creerebbe un effetto reputazione, particolarmente efficace in questo caso. Infatti, compiendo un deciso passo in avanti, il gruppo di “virtuosi” – in questo caso una definizione appropriata, a differenza della retorica fuorviante che da anni caratterizza il dibattito tra debitori e creditori nell’Eurozona – metterebbe pressione non solo a quei paesi più palesemente in violazione, ma anche a quelli che predicano bene, ma, nella sostanza, conservano comportamenti ambigui. Non solo; un monitoraggio trasparente e istituzionalizzato consentirebbe anche un dialogo costante tra istituzioni e paesi membri. <br> <br>Realizzare una simile cooperazione non è scontato: i valori sono tra i temi più delicati, specialmente in una fase in cui la politica è dominata da questioni identitarie. Eppure, le ultime vicende hanno confermato l’inadeguatezza strutturale dell’Unione nel far rispettare i suoi principi fondanti non è più sostenibile. Bisogna agire. Anche perché, se la storia europea recente ha qualche lezione da offrire, guardare dall&#8217;altra parte non fa che peggiorare le cose.</p>
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		<title>Effetto BoJo: chi snobba i populisti lo è a sua volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2020 13:49:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«What if Johnson means it?» Così titolava una recente newsletter di Bloomberg. Già, e se davvero il Premier britannico facesse sul serio? Se l’ipotesi di un’uscita senza accordo, rimangiandosi il trattato di recesso già firmato con l’UE, non fosse un bluff? Sono quesiti fondamentali, che dovrebbero guidare l’analisi dei fenomeni cosiddetti “populisti” di questa fase storica, per evitare ogni volta di essere impreparati quando ciò che è considerato assurdo, stupido o&#8230;</p>
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<p>«What if Johnson means it?» Così titolava una recente newsletter di Bloomberg. Già, e se davvero il Premier britannico facesse sul serio? Se l’ipotesi di un’uscita senza accordo, rimangiandosi il trattato di recesso già firmato con l’UE, non fosse un bluff? Sono quesiti fondamentali, che dovrebbero guidare l’analisi dei fenomeni cosiddetti “populisti” di questa fase storica, per evitare ogni volta di essere impreparati quando ciò che è considerato assurdo, stupido o perfino impossibile finisce per verificarsi.</p>



<p>Negli ultimi anni abbiamo assistito a una pericolosa tendenza a sottovalutare annunci e intenzioni di questi leader, liquidandoli come bluff o strategie per attrarre consenso, che non si sarebbero avverate. Talvolta è effettivamente così, ma in molti altri casi scartare ipotesi, perché ritenute impossibili, ha avuto conseguenze nefaste. Va ricordato, infatti, che proprio a partire dal referendum su Brexit del giugno 2016, l’impossibile è accaduto più volte, generando ogni volta uno stupore pari solo all’impreparazione delle reazioni.&nbsp;</p>



<p>Stupore e impreparazione, frutto della miopia del pensiero mainstream nel faticare a concepire qualcosa di troppo distante dalla propria visione del mondo. E non si tratta di un giudizio di merito rispetto a visioni del mondo alternative, ma semplicemente di ammetterne l’esistenza e la plausibilità.&nbsp;</p>



<p>Se i terremoti politici degli ultimi anni non fossero bastati a sottolineare questa necessità, è arrivata anche una pandemia che dovrebbe aver rafforzato il messaggio: serve una rivoluzione nel nostro pensiero strategico. Non si può snobbare nulla e nessuno. Serve espandere il reame delle possibilità e non scartare nessuno scenario.&nbsp;</p>



<p>Tornando a Brexit, è da più di un anno, cioè da quando Boris Johnson – e con lui i più strenui sostenitori di una Hard Brexit – ha preso il controllo del Partito Conservatore e del governo, che le priorità di Londra sono chiare: far nascere una Global Britain.&nbsp;</p>



<p>Chiunque lo scorso anno avesse letto l’accordo e osservato il contesto, non avrebbe potuto non concludere che si trattava di un modo per uscire dal complicato stallo che si era creato. E ciò semplicemente rimandando &#8211; non risolvendo &#8211; il trilemma madre di Brexit. Cioè che il piano dei Leavers di una cooperazione leggera con l’UE, la necessità di mantenere invisibile il confine tra le due Irlande e l’integrità del mercato interno del Regno Unito non possono coesistere.&nbsp;</p>



<p>Ecco perché accanto al giusto e legittimo sdegno davanti al comportamento britannico, che di fatto mina il fondamento delle relazioni internazionali, è fondamentale prendere sul serio l’evenienza che tutto ciò non sia un semplice bluff. Perché anche derubricare a boutade alcuni scenari significa rifiutare la complessità della realtà. Sì, significa dopotutto essere populista.&nbsp;</p>
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		<title>Brexit: lo strano caso dei “liberisti-statalisti”</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/09/08/bellini-brexit-lo-strano-caso-dei-liberisti-statalisti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2020 10:33:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che stiamo vivendo un cambiamento d’epoca è ormai indubbio. Allora, può capitare di vedere che il paese e il partito che con Margaret Thatcher hanno animato e promosso più di ogni altro il liberismo economico, pretendano di avere le mani libere di intervenire nella propria economia niente meno che attraverso gli aiuti di stato, minacciando di cambiare unilateralmente il trattato di recesso dall’UE ratificato meno di un anno fa. Una&#8230;</p>
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<p>Che stiamo vivendo un cambiamento d’epoca è ormai indubbio. Allora, può capitare di vedere che il paese e il partito che con Margaret Thatcher hanno animato e promosso più di ogni altro il liberismo economico, pretendano di avere le mani libere di intervenire nella propria economia niente meno che attraverso gli aiuti di stato, minacciando di cambiare unilateralmente il trattato di recesso dall’UE ratificato meno di un anno fa. Una mossa senza precedenti, non a caso stigmatizzata, fin dai primi retroscena circolati ieri, dai vertici dell’Unione, Ursula von der Leyen in primis.</p>



<p>E’ l’ultimo colpo di scena della vicenda Brexit, che ieri ha mandato in agitazione Bruxelles e le capitali europee in vista della ripresa, oggi, dei negoziati per cercare di arrivare ad un accordo sulla futura relazione commerciale tra UE e Regno Unito. E a giudicare dalle ultime mosse britanniche, rafforzate ieri dalle parole del Premier Boris Johnson, la possibilità di un’uscita senza accordo è tutt’altro che inesistente; scenario ambito dai sostenitori di un pieno recupero della sovranità.</p>



<p>Sarebbe un grave errore liquidare strategie e ambizioni di Johnson come una mera deriva populista. A Downing Street c’è la consapevolezza che il distacco dall’UE comporterà un costo nell’immediato, ma ciò è accettato come il prezzo del cambiamento. Un disegno rischioso, perché tra i tanti effetti collaterali potrebbe finire il già fragile processo di pace in Irlanda del Nord. Rischioso, ma necessario secondo gli ideologi della Hard Brexit, vista la posta in gioco: ridare al Regno Unito – più precisamente, all’Inghilterra – un ruolo globale.</p>



<p>Come? Attraverso un regime di scambi commerciali con tutto il mondo e creando un ambiente estremamente favorevole alle imprese. E se ai tempi dell’Impero a trainare l’economia era lo scambio di merci, oggi sono capitali finanziari e nuove tecnologie. Mentre in ambito finanziario il Regno Unito può già vantare un’ottima posizione nell’arena competitiva globale grazie alla City, non si può dire lo stesso per quello tecnologico. Ambito, questo, in cui anche il Regno Unito soffre dell’ormai noto male europeo della mancanza di Big Tech di bandiera.</p>



<p>Qui capiamo la centralità degli aiuti di stato nei negoziati. Secondo alcuni commentatori, infatti, l’ossessione sull’indipendenza di Londra sugli aiuti di stato sarebbe giustificata anche dalla necessità di costruire una leadership tecnologica attraverso politiche industriali particolarmente interventiste per colmare il ritardo accumulato. Qualcosa di incompatibile con un legame troppo stretto con la politica europea di concorrenza, annoverata, tra l’altro, tra le ragioni del ritardo tecnologico.</p>



<p>Ancora una volta Brexit offre uno spunto di riflessione sulle questioni chiave di questa fase storica. Cambia il mondo, cambiano le necessità e, con essi, si fa sempre più urgente un ri-orientamento del ruolo dello Stato, per essere all’altezza delle nuove sfide. Così, si apre una nuova competizione anche tra forze politiche e tra modelli statali, su chi sarà il migliore interprete delle evoluzioni in atto. E l’Europa non può stare a guardare.</p>
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		<title>Enrico Letta a ilcaffeonline: UE faccia passo avanti. Olanda non può permettersi tanta intransigenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2020 10:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Eurogruppo ha deciso di concedere altro tempo alla diplomazia, per mediare tra posizioni che appaiono ancora inconciliabili. Oggi sarà la giornata giusta? Non mi preoccupo e non mi scandalizzo se c’è bisogno di discutere, negoziare e dibattere. Siamo dentro una vicenda inedita, una sfida assolutamente unica. C’è bisogno di creatività e di affrontarla con strumenti nuovi. Le cose non si inventano dall’oggi al domani e soprattutto distanze molto forti come&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/09/raco-intervista-a-enrico-letta/">Enrico Letta a ilcaffeonline: UE faccia passo avanti. Olanda non può permettersi tanta intransigenza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>L’Eurogruppo ha deciso di concedere altro tempo alla diplomazia, per mediare tra posizioni che appaiono ancora inconciliabili. Oggi sarà la giornata giusta?</strong></p>



<p>Non mi preoccupo e non mi scandalizzo se c’è bisogno di discutere, negoziare e dibattere. Siamo dentro una vicenda inedita, una sfida assolutamente unica. C’è bisogno di creatività e di affrontarla con strumenti nuovi. Le cose non si inventano dall’oggi al domani e soprattutto distanze molto forti come quelle che ci sono su questi temi nuovi non si colmano in un attimo. Ricordo che per la crisi precedente, che era meno violenta di questa, ci fu bisogno di quaranta riunioni del Consiglio Europeo prima di arrivare allo sblocco. Ovviamente non penso e mi auguro che non ci sia bisogno di tutto questo tempo ma se anche ci fosse bisogno di due o di tre riunioni del Consiglio Europeo sarebbe assolutamente nella logica delle cose.</p>



<p><strong>Cosa può fare l’Europa? Si può essere ostaggio dell’Olanda?</strong></p>



<p>L’Unione deve fare un passo avanti per riuscire a dare quella risposta che i cittadini di tutta Europa si aspettano, fatta di passi comuni. Stupisce l’intransigenza olandese perché è una intransigenza che l’Olanda non può permettersi alla luce della sua condizione di attore privilegiato del sistema finanziario europeo, che gode dello statuto privilegiato di paradiso fiscale. Ieri anche i tedeschi hanno dato segni profondi di insofferenza. Un atteggiamento così platealmente provocatorio gli olandesi davvero non se lo possono permettere.</p>



<p><strong>Qual è il giusto compromesso che non faccia sentire nessuna Nazione sconfitta?</strong></p>



<p>Il compromesso è il Recovery Fund, con la possibilità di emettere titoli di debito che non comportino mutualizzazione di debiti pregressi. Un Recovery Fund che sia in grado di raccogliere fondi per il futuro con regole che ci consentano una gestione comune. Il vero scontro con l’Olanda è sulla finalità di questo fondo: loro continuano a parlare di elemosina per i sistemi sanitari toccati. In realtà il problema non è quello ma che in tutta Europa ci sarà una recessione che farà aumentare i debiti, aumentare la disoccupazione e crollare l’economia. C’è bisogno di contrastare questa recessione. Il problema non può essere risolto, come dice Hoekstra, mettendo un po’ di soldi per l’emergenza sanitaria. Anche perché quando questi soldi saranno disponibili, non immediatamente, saremo di fronte soprattutto alla questione economica da dover affrontare. Il tema chiave, oltre il metodo, è: non mutualizzazione del debito pregresso ma emissione di debito per il futuro, da gestire insieme. E poi la finalità, che deve chiaramente essere per l’economia. Non è sufficiente un fondo per aiutare i soli sistemi sanitari.</p>



<p><strong>Il MES può essere uno strumento supplementare?</strong></p>



<p>Il MES è uno strumento pieno di soldi. Sarebbe assurdo non utilizzarlo. Certamente non va utilizzato come con la Grecia. In questa vicenda non ci sono colpevoli, non ci sono conti truccati, non ci sono indebitamenti che hanno portato all’arrivo del virus. Oggi la partita è totalmente diversa e quindi il MES va utilizzato come fondo di garanzia, non con i piani di recupero modello greco. Comunque deve essere disponibile. Poi ogni Paese liberamente deciderà. Spero anche che l’Italia non ne abbia bisogno con l’avvio del Recovery Fund. La paura di un MES alla greca è totalmente fuori luogo perché lo scenario è completamente diverso: non stiamo parlando di un singolo paese, c’è mezza Europa colpita e soprattutto non stiamo parlando di colpe legate a riforme mancate ma di un virus che sta toccando tutto il continente.</p>



<p><strong>L’opinione pubblica in Germania è spaccata. Non c’è più un fronte comune contrario.</strong></p>



<p>In Germania le cose si stanno muovendo ma come sempre in Germania le cose si muoveranno se ci sarà un fronte compatto che mette insieme Italia, Francia, Spagna, Belgio e Lussemburgo. Questi sono i Paesi chiave, se stanno uniti sino in fondo anche la Germania si muoverà. L’Italia deve stare assolutamente legata a questa intesa che molto saggiamente Conte e Gualtieri hanno costruito. È molto importante che si sia consolidata anche a Bruxelles con l’intervento comune di Gentiloni e Breton. Trovo inoltre molto saggia l’intervista che oggi ha rilasciato Josep Borrell a Repubblica: è il segno che Italia, Francia e Spagna vanno nella stessa direzione e questa unità d’intenti è più forte del blocco olandese e alla fine convincerà i tedeschi.</p>



<p><strong>Ma l’Italia ha fatto tutti i compiti a casa che doveva?</strong></p>



<p>L’Italia arriva a questa crisi con un debito che è cresciuto nell’ultimo decennio e questo ovviamente non aiuta. Anche alcune scelte recenti, penso in modo particolare a Quota 100, non sono andate nella giusta direzione. Avevano forse ragione i grilli parlanti a dire che “bisogna riparare il tetto quando c’è il sole e non quando piove”: oggi piove e riparare il tetto è difficile se non impossibile. Bisognava avere più attenzione e cautela nel momento in cui si poteva evitare di fare spese che oggettivamente erano poco prudenti. Oggi ci ritroviamo in una situazione in cui il limite è raggiunto e il margine di manovra è molto ridotto</p>



<p><strong>Dell’Italia in Europa si teme di più il vecchio debito o le ultime misure di spesa poco oculate?</strong></p>



<p>Lo storico in verità è una cosa che ci aiuta. Tra tutti i Paesi europei abbiamo dimostrato una capacità di gestire un debito alto che altri non hanno. Il nostro tesoro ha una expertise fuori dal comune nel riuscire a piazzare i titoli del debito pubblico italiano anche in situazioni di grande difficoltà. Questo è oggettivamente un asset. Nonostante gli ultimi cinque anni di “tempo sereno”, con la crisi finanziaria che sostanzialmente è finita nel 2015, un clima politico così teso e frammentato non ha consentito ai governi di evitare una ulteriore crescita del debito, che oggi paghiamo.</p>



<p><strong>Questa crisi come sta cambiando la geopolitica globale?</strong></p>



<p>La geopolitica sta cambiando. Questa è la prima grande crisi post americana, nel senso che gli Stati Uniti sono stati marginali di fronte a questa vicenda e sono stati sempre in rincorsa, nel momento in cui tra l’altro guidano il G7. Da un punto di vista geopolitico questa crisi entra in uno sconvolgimento mondiale impressionante, dobbiamo essere tutti molto attenti. Dobbiamo restare legati alla nostra alleanza europea perché alla fine è quella che ci dà dimensione e sostanza, ci evita di essere una barca sballottata in un oceano più grande di noi.</p>



<p><strong>Manca la presenza di una forte leadership europea?</strong></p>



<p>Siamo in un momento in cui a livello nazionale tutti hanno problemi. La pecora nera sono gli olandesi in questa fase ed è una linea che hanno stabilito dopo la Brexit: il primo ministro olandese ha scelto di posizionare il proprio governo come il “signor no” d’Europa, con l’obiettivo di prendere il posto degli inglesi ed essere la nuova Thatcher, il nuovo Cameron europeo. Secondo me pagherà duramente questa scelta perché non coincide con il sentimento europeista olandese profondo: si vede dalle tante critiche che sta subendo a casa sua. È una decisione che lo sta isolando e alla fine ne pagherà le conseguenze.</p>



<p><strong>Ci sono le condizioni per immaginare in Italia un cambio di governo?</strong></p>



<p>In questo momento bisogna sostenere il quadro politico attuale. L’idea di infilarsi in una crisi di governo è contraddittoria con la situazione di emergenza nella quale siamo. Vanno sostenuti tutti coloro che oggi sono al governo, anche gli Zaia e i Fontana. Sarebbe irresponsabile mettersi a fare giochi politici in una situazione simile.</p>



<p><strong>Ha ripreso a giocare a Subbuteo nelle ultime settimane?</strong></p>



<p>Il subbuteo serve molto in questi momenti. Ho tirato fuori il vecchio panno e ho molto giocato insieme ai figli.</p>
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