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	<title>Capo dello Stato Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Capo dello Stato Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Antonio Martino: sono soltanto un liberale</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/05/raco-munari-antonio-martino-sono-soltanto-un-liberale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2022 17:42:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Martino, cosa possiamo intendere per liberalismo?Il liberalismo è molto poco conosciuto anche se il numero di quelli che si dicono liberali aumenta a ritmo costante. In realtà, ci sono moltissimi italiani che sono liberali ma non lo sanno e tantissimi pseudo liberali che si professano liberali ma non lo sono. Questo è stato un problema storico per il liberismo in Italia. Quanto fondamentale è stato il pensiero liberale per&#8230;</p>
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<p><strong>Antonio Martino, cosa possiamo intendere per liberalismo?</strong><br>Il liberalismo è molto poco conosciuto anche se il numero di quelli che si dicono liberali aumenta a ritmo costante. In realtà, ci sono moltissimi italiani che sono liberali ma non lo sanno e tantissimi pseudo liberali che si professano liberali ma non lo sono. Questo è stato un problema storico per il liberismo in Italia.</p>



<p><strong>Quanto fondamentale è stato il pensiero liberale per lei?</strong><br>Io credo di essere nato liberale e temo che morirò liberale. Non è che il timore sia dovuto al liberalismo ma alla morte, che ahimè è inevitabile. Mia madre diceva sempre che i nipoti sono il surrogato dell&#8217;immortalità. Aveva ragione. Il nipote ti fa capire che tu sei soltanto anello di una catena che dura nel tempo. L&#8217;anello, si sa, è circolare. Ha un inizio e una fine. Nascita e morte sono inevitabili, tutto ciò che vive nasce prima e muore dopo ma non muore del tutto perché la catena continua nel tempo. Ecco perché i nipoti sono importanti.</p>



<p><strong>A tal proposito, ci dia un ricordo politico e umano di suo padre.</strong><br>Io ero molto attaccato a mio padre. La sua morte è stata per me un colpo devastante. Era un uomo che mi dava coraggio, io sapevo che con lui non avrei mai avuto problemi perché avrei avuto il suo aiuto. Una volta un diplomatico, riferendosi a lui, disse: la “terribile logica del ministro”. È vero, mio padre aveva una logica implacabile, da scienziato, e poi una prontezza nell&#8217;interpretare gli eventi eccezionale. Mio padre quando una volta gli dissi: “tu ci lasci un&#8217;eredità molto scomoda, siamo figli di una persona illustre” replicò “anch&#8217;io ho avuto lo stesso problema”.</p>



<p><strong>Lei è stato la tessera numero due di Forza Italia nel 1994 e per anni parte fondamentale e punto di riferimento di tantissimi liberali appartenenti a quel partito. Poi, nel 2018, decise di non ricandidarsi. Perché?</strong><br>Per la legge di Martino, chiamata così per modestia.</p>



<p><strong>Ce la spieghi.</strong><br>Ogni legislatura è migliore della successiva ed è peggiore della precedente. Questa è una tendenza confermata con precisione svizzera nelle sei legislature che ho fatto. Nei miei 25 anni di attività politica, ho visto questo declino in maniera chiarissima. Siamo arrivati a un punto in cui non c&#8217;è più niente da perdere perché il Parlamento non esiste più, non esistono più i partiti, non ci sono più ideologie, non ci sono più idee. È un quadro desolante.</p>



<p><strong>Ne è dimostrazione la rielezione del Capo dello Stato?</strong><br>Esattamente. Prendete la vicenda del Presidente della Repubblica, come si è svolta e come si è conclusa. Il Parlamento ha rinunciato a scegliere perché non era capace di scegliere. Il Parlamento vive solo se c&#8217;è una contrapposizione ideologicamente motivata di idee, di programmi. Si formano così le alleanze tra chi crede più a un certo tipo di programma e chi in altri. Questo non c&#8217;è più. In che cosa credono quelli dei 5 stelle? Io non lo so.</p>



<p><strong>Secondo lei ci sono le condizioni per cui possa nascere in Italia un vero partito liberale, come il partito FDP tedesco?</strong><br>Perché nasca un Partito Liberale sarebbe necessario che i liberali non fossero così intelligenti. Un giovane liberale è intelligente e la vita gli offre una infinità di cose da fare che sono più attraenti della politica. I liberali si fanno gli affari loro, ma se tutti si fanno gli affari loro nessun partito liberale può sorgere.</p>



<p><strong>Si avvicinano le elezioni. Andremo a votare secondo lei con questa legge elettorale? Se verrà modificata, lei è più favorevole ad una legge proporzionale oppure a una legge maggioritaria?</strong><br>Al proporzionale rispondo “no, grazie”. L&#8217;abbiamo già testato e non è andato bene. Il proporzionale nella prima repubblica ci ha insegnato che non è una buona legge per il governo del paese. Per via del proporzionale la nostra Repubblica non era democratica, perché in democrazia sono gli elettori che scelgono chi debba governare. E non era così. Era un governo scelto dagli eletti dagli elettori. Con la Democrazia Cristiana condannata sempre a stare in maggioranza e il Partito Comunista condannato sempre a stare all’opposizione. Non era una democrazia, era una falsa democrazia.</p>



<p><strong>Ma oggi non abbiamo più partiti che si pongono fuori dall’arco costituzionale.</strong><br>Non solo non abbiamo più partiti anti sistema, non abbiamo nemmeno più partiti che ci dicono quale sistema vogliono. Nessuno di loro dice che tipo di organizzazione politica l’Italia dovrebbe seguire.</p>



<p><strong>Quindi la possibilità di costruire un campo largo di centrosinistra e un campo largo di centrodestra può funzionare?</strong><br>La parola chiave di questi campi quale sarebbe? Cosa hanno in comune centrosinistra e centrodestra? Vede, io ho sempre avuto molti più amici nell&#8217;estrema sinistra che nel centrosinistra. Ho grande stima, simpatia e amicizia per gli unici due comunisti rimasti nel nostro paese, che sono Marco Rizzo e Piero Sansonetti. Non ho stima invece per gli innumerevoli veri comunisti che hanno paura e vergogna di dire che lo sono.</p>



<p><strong>E a destra cosa c’è?</strong><br>Anche peggio. Forza Italia dovrebbe essere ancora un movimento liberale ma il normale invecchiamento di Silvio Berlusconi ha praticamente privato la direzione del partito. Questo è stato uno degli errori che ha commesso Berlusconi, il non aver scelto accuratamente un sostituto.</p>



<p><strong>Una delle battaglie più importanti del M5S è stata quella del reddito di cittadinanza. Potremo mai vedere applicata in Italia l’imposta negativa sul reddito, uno strumento di politica fiscale puramente liberista, ideato da un suo caro amico Milton Friedman?</strong><br>Tra reddito di cittadinanza e imposta negativa sul reddito c&#8217;è una differenza abissale. Mentre l’imposta negativa sul reddito lascia intatti gli incentivi a lavorare e produrre, il reddito di cittadinanza è un&#8217;invenzione che aiuta il diffondersi della disoccupazione. Nessuno rinuncerebbe al reddito di cittadinanza se non guadagnasse abbastanza più di quanto gli garantisce il reddito gli garantisca. Demagogia pura.</p>



<p><strong>Quali gradi di libertà dobbiamo ancora conquistare in Italia?</strong><br>C&#8217;è un intero universo di libertà che dobbiamo recuperare, perché prima esistevano, o inventarci, perché si riferiscono a problemi nuovi e alla nostra realtà moderna. Io sono favorevole a qualsiasi provvedimento che accresca le libertà personali. Ci sono libertà che esistevano e che oggi non ci sono più, libertà che esistono e che vanno difese sempre, libertà nuove da conquistare, anche con la rivoluzione!</p>



<p><strong>Lei che liberale è?</strong><br>Io sono reazionario per recuperare libertà che sono state perdute, conservatore per difendere libertà ancora esistenti, rivoluzionario quando la situazione non ci consente altra via per tornare liberi, progressista sempre perché senza libertà non c&#8217;è progresso. Sembrerebbe quindi che io sia un animale pieno di contraddizioni ma invece no, sono semplicemente un liberale.</p>
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		<title>Francesco Clementi: oltre il 3 febbraio c&#8217;è prorogatio di Mattarella non supplenza di Casellati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2022 12:58:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel momento in cui stiamo realizzando questa intervista si sta svolgendo la terza votazione per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, l’ultima a maggioranza qualificata. Dal quarto voto servirà la maggioranza assoluta. Come vede la situazione al momento?Registro alcuni elementi utili per capire il contesto nel quale ci troviamo, per capire anche i movimenti all’interno di un Parlamento estremamente fragile e frammentato. Ci sono due coordinate generali: tutto il mondo&#8230;</p>
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<p><strong>Nel momento in cui stiamo realizzando questa intervista si sta svolgendo la terza votazione per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, l’ultima a maggioranza qualificata. Dal quarto voto servirà la maggioranza assoluta. Come vede la situazione al momento?</strong><br>Registro alcuni elementi utili per capire il contesto nel quale ci troviamo, per capire anche i movimenti all’interno di un Parlamento estremamente fragile e frammentato. Ci sono due coordinate generali: tutto il mondo sa che abbiamo come Presidente del Consiglio Mario Draghi, un asset fortissimo, che l’Europa ci invidia, perché ci consente di contare di più.</p>



<p><strong>Il secondo elemento?</strong><br>E’ che Mario Draghi non è un politico di professione e viene vissuto dal sistema dei partiti in maniera refrattaria. Ancor di più da parte dei parlamentari, i quali temono che l’ascesa di Draghi alla presidenza della Repubblica potrebbe comportare un ricorso al voto anticipato. Voto che a freddo non si può escludere, anche per l’estrema difficoltà dei leader dei partiti di governare i loro gruppi parlamentari. Questo anche perché dalle prossime elezioni il Parlamento sarà ridotto notevolmente nei suoi numeri e questa legislatura rappresenta l’ultima spiaggia per molti attuali senatori e deputati di restare in Parlamento. Questi tre elementi rendono molto complessa l’elezione del nuovo Capo dello Stato.</p>



<p><strong>Quali sono le scelte che guidano le forze politiche?</strong><br>Le forze politiche nell’elezione del Capo dello Stato disegnano un nuovo sistema dei partiti, un nuovo formato politico delle elezioni che avverranno nel 2022 o più probabilmente nel 2023. Stanno discutendo di come intendono presentarsi agli elettori con tre diversi scenari. Il primo prevede il passaggio di Draghi dalla Presidenza del Consiglio alla Presidenza della Repubblica. Questo apre a quello che il ministro Giorgetti ha definito un semipresidenzialismo di fatto. Scelta che non deve spaventare perché la metà dei paesi europei ha un sistema semipresidenziale.</p>



<p><strong>Sarebbe una svolta.</strong><br>Innanzitutto perché veniamo da trent’anni di dibattito su riforme molto sterili con due referendum costituzionali falliti, quello di Berlusconi e quello di Renzi; tre bicamerali, quattro comitati di esperti. In questo contesto il testo costituzionale ancora vigente prevede una forma di governo parlamentare e non dà poteri al Capo dello Stato così forti quanto questa formula di trasformazione che l’elezione di Mario Draghi al Quirinale potrebbe determinare.</p>



<p><strong>Ci faccia degli esempi.</strong><br>Il primo è che il Presidente del Consiglio dei Ministri va a Bruxelles a contrattare con tutti i partners europei finanziamenti, fondi, progetti, a far sentire la voce del nostro Paese lì dove si decide. Poi è sempre la stessa persona che gestisce operativamente, in dialogo anche con il Parlamento, dove si reca preventivamente per discutere gli indirizzi politici che vengono determinati attraverso le risoluzioni parlamentari. Questo contesto è molto operativo anche su altri fronti. E’ il Presidente del Consiglio, insieme al Ministro della Difesa, che in questo momento stanno gestendo ad esempio tutta la questione dell’Ucraina.</p>



<p><strong>Perché è importante l’Ucraina? Potrebbe essere l’elemento esterno destinato a velocizzare il voto per il Quirinale?</strong><br>L’Ucraina potrebbe essere l’elemento esterno che entra nel dibattito. Ma se l’Ucraina fosse davvero l’elemento esterno al quale vorremmo richiamarci, dovrebbe inchiodare Mario Draghi lì dov’è. Proprio lo stesso Mattarella, quando era ministro della Difesa del Governo D’Alema, si trovò nella medesima situazione in cui io credo che si staranno per trovare il ministro Guerini con il Presidente Draghi, una situazione nella quale alle nostre Forze Armate verrà richiesto un ingaggio importante dentro l’Alleanza Atlantica. La prova che l’Ucraina è una questione molto seria è il parallelo con il caso Serbia-Kossovo. Questo conferma che i migliori vanno messi nel Governo, perché ha una sua operatività e la nostra Costituzione dà quel tipo di poteri operativi al Governo, non al Presidente della Repubblica.</p>



<p><strong>Se Mario Draghi va al Colle serve fare le riforme costituzionali?</strong><br>Altrimenti è come se andasse a cercare di guidare dal Colle senza i poteri di Palazzo Chigi.</p>



<p><strong>Le due grandi riforme della Costituzione, quella Berlusconi e quella Renzi, sono state bocciate dai cittadini attraverso il referendum. Sono passate solo delle modifiche mirate, settoriali della Carta. Come valuta l&#8217;idea di una nuova Assemblea Costituente proposta dalla Fondazione Einaudi?</strong><br>E’ una proposta molto importante perché segnala due questioni. In primo luogo che non ci possiamo più trascinare in avanti. Il dibattito sul Quirinale ci sta dicendo che questo Paese deve scegliere da che parte stare, se essere propriamente una forma di governo parlamentare, ma allora va fatto funzionare come si conviene e non come un monocameralismo di fatto. Dall’altro ci dice che scegliendo la formula di governo dovremmo anche scegliere una dialettica nuova per il Paese, anche alla luce dei partners europei che hanno modificato più volte la loro Costituzione sul piano della forma di governo senza colpo ferire.</p>



<p><strong>Quindi potrebbe essere questa la soluzione?</strong><br>La proposta della Fondazione Einaudi mi pare molto interessante anche perché si sottrae a un argomento tra i più deflagranti in questi anni delle grandi proposte fallite. A me è capitato di far parte della commissione dei saggi del Presidente Napolitano, per cui ho vissuto da vicino queste problematiche di dialettica interna. La proposta della Einaudi sottrae il tema al dibattito destra-sinistra in Parlamento e lo sposta in un’area di discussione nel merito tramite questa idea di una Convenzione Costituzionale più che di un’Assemblea Costituente, cioè di un luogo dove si ragiona di riforme e che poi possa confrontarsi con il Parlamento e naturalmente con i cittadini. Questo tipo di logica mi sembra importante perché in qualche modo costruisce un’area non maggioritaria dove lo scontro avverrà, perché le proposte non sono neutrali in sé, esprimono dei valori, dei principi, delle idee di Paese, ma senza rischiare di subire l’influenza del dibattito politico quotidiano.</p>



<p><strong>Quali sarebbero i suoi paletti?</strong><br>Potrà funzionare se questa Convenzione Costituzionale non sarà una grande convenzione studentesca o un grande dibattito di professori universitari ma un’Assemblea con una sua forma di legittimazione, parallela, non opposta e in coordinamento a quella del Parlamento, sul quale scarica l’onere finale della decisione, prima di sottoporre l’esito dei lavori al voto del popolo. Certo se fosse un completo e alternativo meccanismo esterno al Parlamento sarebbe in sé difficile da realizzare e per certi aspetti esterno rispetto al testo Costituzionale. Gli elettori e gli stessi politici si chiederebbero da che parte stare, dov’è la sovranità popolare. In questa logica l’elezione non avrebbe una funzione di espressione della volontà popolare ma di selezione delle idee, che è un’altra cosa.</p>



<p><strong>Alcuni punti della Costituzione che il Prof. Amato ha chiamato “i poteri a fisarmonica” del Presidente della Repubblica, già individuati prima dal grande Costituente Piero Calamandrei che li chiamava “poteri a elastico”, andrebbero chiariti?</strong><br>Piero Calamandrei, nelle sue riflessioni, ha avuto non solo la capacità di analisi nella dinamica giuridica – era infatti uno dei più grandi giuristi europei dell’epoca – ma anche la capacità di ante vedere alcuni possibili trasformazioni del testo costituzionale a carta vigente, cioè a testo non modificato. E, l’interpretazione della logica elastica dei poteri o, come dice Amato, a fisarmonica, ci segnala un dato oggettivo. Oggi si discute del pilastro presidenziale proprio perché abbiamo visto le potenzialità che tale meccanismo possiede quando il sistema dei partiti non funziona. È un secondo motore: questo reggitore del Paese, in un momento di crisi, entra come il motore ibrido delle macchine, nel momento in cui c’è bisogno di più forza per sostenere il percorso del paese. Ecco che allora la vera domanda di fondo è quella che cerca di contestualizzare il ruolo del Capo dello Stato in un sistema dove i partiti sono deboli e friabili.</p>



<p><strong>Quali sono le soluzioni?</strong><br>O il Capo dello Stato è un soggetto che favorisce l’integrazione e annienta le difficoltà attraverso la sua forza, aiutando il sistema dei partiti fragile, o i partiti ritrovano la forza che hanno perso negli anni. Una delle due alternative. Con un sistema di partiti forte, il Capo dello Stato è un garante del loro accordo. Ma, con un sistema di partiti debole, il Capo dello Stato è il motore di riserva che regge la Repubblica italiana. Questa dicotomia è ormai giunta al punto finale, l’arrivo, forse, coincide proprio con queste elezioni presidenziali.</p>



<p><strong>Draghi potrebbe agevolare questo passaggio?</strong><br>Non dobbiamo nasconderci la verità: abbiamo una figura potenziale candidata a Capo dello Stato, il Presidente Mario Draghi, all’altezza della domanda fondamentale che questa dicotomia pone. Bisogna scegliere. Se non si è capaci di ricostruire un sistema dei partiti, la via europea, quella semi presidenziale repubblicana, è la via più naturale dentro un sistema politico così complesso nel quale ricostruire l’intero sistema politico e renderlo nuovo, diverso, solido, più intenso. Oppure si può meglio ricomporre il sistema tramite meccanismi a legittimazione diretta, attraverso le istituzioni? Questo è il cuore del problema.</p>



<p><strong>Lei ha fatto notare che il prossimo Presidente della Repubblica governerà su tre legislature. Dunque, è ancora più vitale trovare una persona capace di essere punto di riferimento nel tempo.</strong><br>Parliamo di un tempo politico nel quale in assenza di scioglimenti anticipati delle Camere dovremmo avere un Capo dello Stato che sappia gestire la dinamica politica e il rapporto tra le Istituzioni con grande forza. Naturalmente, c’è un’altra alternativa: il Capo dello Stato attuale può essere rieletto. Mattarella non è ancora uscito dai giochi nonostante la sua chiarissima diffidenza nel voler accettare nuovamente l’incarico. La sua logica del “no” è un “no” che aiuta a crescere la politica, ha una funzione maieutica. Però, ad ogni modo, non si può escludere totalmente il Mattarella bis. Se ciò avvenisse, dobbiamo essere consci del fatto che potremmo anche trovarci di fronte a un Capo dello Stato eletto che, nel giro di due o tre anni, si dimette. Per ragioni politiche non decise a priori, per ragioni sue proprie, per ragioni d’età o perché ritiene che il contesto politico sia maturo al punto tale da costruire una nuova fase.</p>



<p><strong>Ci troviamo quindi di fronte a due vie?</strong><br>Si, o avremo un Presidente della Repubblica di lungo periodo, un vero Presidente della Repubblica, di una nuova fase repubblicana &#8211; una terza fase repubblicana; oppure, un Presidente della Repubblica di transizione, un ponte tra un già e un non ancora, che cerchi di iniziare un dibattito meno parolaio ma molto più oggettivo sulle riforme costituzionali che servono al Paese.</p>



<p><strong>Il mandato di Mattarella scadrà il 3 febbraio. Dal 4 febbraio, secondo molti commentatori, dovrebbe subentrare la supplenza della presidente Casellati. Lei non è di questo parere, perché?</strong><br>In teoria la Costituzione ci dice che quando il Presidente della Repubblica è impossibilitato a esercitare le sue funzioni, ai sensi dell’art. 86, subentra come supplente il Presidente del Senato, che al momento è la Presidente Casellati. E su questo non ci sono grandi dubbi di sorta. E’ accaduto più volte nella storia repubblicana, o per ragioni drammatiche, penso al Presidente Segni che ebbe un ictus, o per ragioni di comodità istituzionale, penso al Presidente Napolitano per un viaggio in Giappone, durante il quale si fece sostituire dal supplente e poi riprese le sue funzioni. Credo però che in questo caso sia difficile attuare questo tipo di scelta. Innanzitutto perché non siamo mai andati oltre le “colonne d’Ercole” &nbsp;del mandato di un Presidente della Repubblica. Il caso più simile che abbiamo sfiorato è quello tra Saragat e Leone, che vide Leone insediarsi nell’ultimo giorno di mandato di Saragat, il 29 dicembre 1971.&nbsp;</p>



<p><strong>Superate le “colonne d’Ercole”?</strong><br>Saremmo, a mio avviso in regime di prorogatio e non di supplenza. La prorogatio è quel regime giuridico, presente in Costituzione, che consente a un Presidente, a una figura monocratica, a un soggetto politico di mantenersi nelle sue funzioni in attesa dell’arrivo del suo successore. Intanto per mantenere quella continuità ordinamentale che già Leopoldo Elia segnalava come uno dei cardini dell’ordinamento costituzionale italiano, in secondo luogo perché siamo in presenza di una oggettività che si evince dal testo costituzionale.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>La Costituzione dice che la supplenza entra in campo quando il Capo dello Stato è impedito nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, lo saprebbero anche i sassi, non è il presidente Mattarella impedito nelle sue funzioni quanto il Parlamento che non trova un successore alla sua presidenza. L’onere della prova stavolta, nell’assenza di una disciplina costituzionale in tema, sarebbe sul Parlamento e non Presidente Mattarella, il quale potrebbe continuare a svolgere le sue funzioni aspettando, un po’ come Godot, l’arrivo, a quel punto davvero in tempi brevi, di un nuovo Presidente. Superare le “colonne d’Ercole” è una notizia.</p>



<p><strong>Non c’è altra soluzione?</strong><br>Naturalmente c’è una soluzione alternativa a questa e cioè che il 3 pomeriggio il Presidente della Repubblica si dimette e automaticamente fa scattare la supplenza. Il Presidente Cossiga si dimise il 25 aprile 1992 e questo fece scattare la dinamica della supplenza. Ci sono una serie di elementi ancora incerti e nell’incertezza l’onere della prova si scarica sul Parlamento e non sul Capo dello Stato che è lì che attende, facendo gli scatoloni, che qualcuno lo aiuti.</p>



<p><strong>Ci potremmo trovare di fronte a un altro caso senza precedenti, ovvero che il Presidente del Consiglio in carica diventi il Presidente della Repubblica. In questo caso, chi guiderebbe il governo?</strong><br>Non ci sono precedenti. In questo caso vi è un vuoto costituzionale in senso proprio e ci dobbiamo affidare ad una legge ordinaria, che è la legge sulla Presidenza del Consiglio, la 400 dell’88, la quale all’art. 8 prevede due situazioni.</p>



<p><strong>E cioè?</strong><br>La prima, comma 1 della legge 400 dell’88, prevede che il governo abbia un suo Vice Premier nominato dal Presidente del Consiglio dei ministri e dal Governo in maniera collegiale, naturalmente ratificato dal Capo dello Stato. Questo non è il nostro caso, almeno per il momento, nel senso che il Governo Draghi non ha un Vice. Nel comma numero 2 troviamo la possibilità che laddove il Presidente del Consiglio dei ministri sia impedito o dimesso nell’esercizio delle sue funzioni scatti la presidenza del Ministro decano, che nel nostro caso è Brunetta. Il decano dovrebbe gestire non solo le dimissioni di prassi che il governo formalmente dà rispetto a qualsiasi Capo dello Stato nascente ma anche essere il primo punto di riferimento nella discussione riguardo la formazione del nuovo esecutivo.</p>



<p><strong>Per cui, quale sarebbe il percorso?</strong><br>Draghi viene eletto Presidente della Repubblica, dimettendosi contestualmente &#8211; la Costituzione impedisce di essere Presidente di due Istituzioni in quanto due ruoli totalmente incompatibili. Dunque, Draghi si dimette di fronte al Capo dello Stato il quale accetta le sue dimissioni e il Consiglio dei ministri a questo punto viene rappresentato dalla figura del Ministro decano in assenza di un vice premier. Se ciò avvenisse entro il 3 febbraio, avremmo un Presidente della Repubblica ancora in carica (Mattarella), un nuovo Presidente eletto ma non ancora insediato nelle sue funzioni (Mario Draghi) e un governo presieduto da un Ministro decano (Brunetta).</p>



<p><strong>Se così fosse?</strong><br>Due sarebbero le strade da percorrere. La prima, che io preferisco per eleganza istituzionale, prevede che il Presidente Mattarella, ricevendo le dimissioni di prassi del Presidente del Consiglio, con il decano Brunetta, cominci l’organizzazione del nuovo governo. Naturalmente, con tutti annessi e connessi: la fiducia, il voto delle Camere, l’individuazione del nuovo Presidente del Consiglio e dei nuovi ministri. Il tutto nell’attesa che il nuovo Presidente della Repubblica eletto s’attivi nell’esercizio delle sue funzioni. Sarebbe un passaggio semplice, Mattarella utilizzando il tempo della prorogatio farebbe poi il passaggio di consegne. Secondo l’art. 91 della Costituzione, giurando Mario Draghi diverrebbe Presidente della Repubblica con un Governo nei fatti identico al suo precedente.</p>



<p><strong>Altrimenti?</strong><br>Se, invece, questa strada non si vuole percorrere, dovrebbe esserci subito il passaggio di consegne tra Mattarella e Draghi e, a quel punto, lo stesso Draghi, non da Palazzo Chigi ma dal Colle, gestirebbe il suo nuovo/vecchio Governo.</p>



<p><strong>Le consultazioni sono un passaggio obbligatorio?</strong><br>No. Le consultazioni non sono un passaggio obbligato e non sono costituzionalmente previste. L’unico passaggio che la Costituzione prevede nella formazione del governo è che il Presidente della Repubblica senta i Presidenti delle Camere. Ci sono solo forme di questo tipo, il resto è tutto legato alle prassi. Lei immagini che il Presidente Napolitano, in uno dei suoi tanti governi, proprio perché i Presidenti della Repubblica nei fatti sono i gestori delle crisi di governo, evitò di tenere delle consultazioni, secondo lui, non necessarie. I primi governi repubblicani anch’essi prevedevano consultazioni lampo. Sono le difficoltà della politica che ci hanno insegnato ad avere consultazioni di vario tipo: mandati sempre diversi, mandati esplorativi, per accettazione. Sono tutte varie sfumature nel florilegio di una situazione politica molto complessa e di una dinamica costituzionale della formazione di governo non codificata dalla Costituzione.</p>
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		<title>Votate Draghi. E a non rivederci più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 20:08:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale. Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in&#8230;</p>
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<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale.</p>



<p>Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in una tradizione ciò che, nella sua convinzione, deve restare una eccezione. Perché se è vero che la Costituzione non vieta la rielezione del presidente uscente, la consuetudine lo considera un fatto eccezionale.</p>



<p>La politica non è certamente la narrativa con la quale il centro destra sta provando ad accompagnare il fallimento di Berlusconi. Il presidente di Forza Italia non è riuscito a trovare abbastanza voti in Parlamento per garantire la sua elezione a Capo dello Stato al netto della prevedibile percentuale di franchi tiratori interni.</p>



<p>Il racconto di avere i voti ma di rinunciarci per non dividere il Paese va in conflitto non solo con l’evidenza dei fatti (la mancanza dei voti), con la storia di un uomo che nel bene e nel male è stato l’incarnazione della divisione, del bipolarismo. Ma anche con la mitologia del Cavaliere che si esalta e si eccita davanti alle sfide impossibili. Anche per quelle.</p>



<p>Il centro destra ne esce indebolito da questo tira e molla del suo vecchio leader. “Ora che con senso di responsabilità abbiamo ritirato il nome divisivo ma vincente di Berlusconi, la sinistra non ponga più veti” è una pezza peggiore del buco.</p>



<p>Quello che si ricava da questo racconto è l’immagine di una coalizione non solo divisa sulla prospettiva di portare a termine la legislatura o di andare a voto anticipato, ma priva di figure adeguate non solo a guidare le grandi città ma anche, a livello centrale, a rappresentare l’unità e il prestigio di un Paese ancorato alle sue tradizioni europeiste e atlantiste.</p>



<p>Di chi è la responsabilità? Certamente di Berlusconi, che per più di vent’anni ha soffocato ogni tentativo, da lui stesso a volte accennato, di formare un partito che potesse sopravvivergli, uno o più leader che potessero continuare la sua azione politica. La responsabilità è degli altri partiti di destra, che non hanno perso occasione per bearsi di una crescita effimera perché basata sulla tentazione di titillare i peggiori istinti di intolleranza e divisione che covano nella pancia del Paese, soprattutto in tempi di crisi.</p>



<p>Il rischio più serio, a questo punto, è di bruciare la figura di Mario Draghi, la personalità italiana più stimata al mondo. Già il centro destra ha chiarito che non voterà Draghi come Capo dello Stato, affiancandosi alla posizione del M5S, che ha cambiato idea almeno settanta volte negli ultimi trenta giorni e in trentamila occasioni dall’inizio di questa legislatura. La peggiore sciagura politica della storia della Repubblica.</p>



<p>Vedremo quali saranno le proposte di alto profilo che il centro destra garantisce di proporre entro le prossime ore. Aspettiamo con ansia e rispetto per quello che potrebbe essere il nuovo Capo dello Stato. Non è nostra consuetudine attaccare le Istituzioni, financo quelle immaginarie. I gilet gialli li teniamo in macchina, come prevede la legge. Senza pentimento.</p>



<p>Crediamo fortemente nel laico spirito costituzionale che guiderà con sapienza la scelta dei mille grandi elettori. Ai quali ci permettiamo di ricordare che la credibilità conquistata dall’Italia a livello mondiale nell’ultimo anno non è merito di un governo tutto sommato modesto (tranne Colao, Cartabia e pochi altri) ma porta chiaramente i nomi e i cognomi di Mario Draghi e Sergio Mattarella.</p>



<p>Senza il prezioso lavoro svolto a Bruxelles da loro e da poche altre figure, non avremmo ottenuto il via libera alla prima anticipazione del PNRR. Deragliando da questa via nulla è scontato per il futuro. A partire dalle riforme necessarie per ottenere le prossime tranche del Piano Nazionale di Ripresa.</p>



<p>Basterà a convincere i furbetti del vitalizio e quelli di un posto al governo a non buttare tutto al macero per la difesa del proprio particolarissimo interesse?</p>



<p>Per non rischiare, mettiamola meglio così: non fatelo per l’Italia, non per l’Europa e neppure per i vostri figli. Fatelo per le vostre indennità e per i vostri incarichi da proteggere sino a fine legislatura. Garantite i prossimi sette anni di credibilità all’Italia votando Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica. E a non rivederci più.</p>
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		<title>Uno sguardo sul Colle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 21:19:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sull&#8217;elezione del Capo dello Stato sta andando in scena un teatrino che non ha nulla a che fare con il bisogno di &#8220;aria nuova&#8221; che il post(?)pandemia richiede. La politica comporta, per carità, battaglie di posizionamento e di altrui logoramento, ma nell&#8217;attuale vicenda ci sono alcuni dati di fatto ovvi, oggettivi, che nessuno può raccontare in modo diverso da come sono. È pia illusione che Draghi al Quirinale possa pilotare&#8230;</p>
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<p>Sull&#8217;elezione del Capo dello Stato sta andando in scena un teatrino che non ha nulla a che fare con il bisogno di &#8220;aria nuova&#8221; che il post(?)pandemia richiede. La politica comporta, per carità, battaglie di posizionamento e di altrui logoramento, ma nell&#8217;attuale vicenda ci sono alcuni dati di fatto ovvi, oggettivi, che nessuno può raccontare in modo diverso da come sono.</p>



<p>È pia illusione che Draghi al Quirinale possa pilotare l&#8217;attività di Governo e garantire l&#8217;Italia verso l&#8217;Europa come se fosse premier. Spendere bene i 250 miliardi del PNRR e fare le riforme non è compito del Presidente della Repubblica, ma del Governo e del Parlamento. </p>



<p>Mattarella non è riuscito a fermare (ma ha firmato) leggi orrende, peraltro non ancora cambiate; non credo che Draghi avrebbe maggiore capacità persuasiva. E non basterebbe certo una sua telefonata all&#8217;UE e agli altri partner europei per convincerli, ancora una volta, che la &#8220;povera Italia&#8221; deve avere piu&#8217; tempo, comprensione per le sue ataviche difficoltà per fare quello che, a nome dell&#8217;Italia non Mattarella, ma Draghi ha promesso.</p>



<p>Non esistono figure davvero autorevoli che garantiscano entrambi gli schieramenti. Esistono bravissimi navigatori nei mari burrascosi della politica, nocchieri che hanno attraversato le tempeste della politica, ma pochi incarnano quello spirito &#8220;repubblicano&#8221; che in questo difficilissimo frangente è richiesto sia al &#8220;Colle&#8221; che a Palazzo Chigi.</p>



<p>Chi ha testa sul collo sa che non è finito il tempo di una forte unità nazionale, che solo uno come Draghi può garantire di implementare il PNRR e che solo un Governo guidato da lui può fare le riforme (anche se comincio ad avere dei dubbi che ce la faccia, ma, sia chiaro, se non ci riesce lui non ci riesce nessuno).</p>



<p>Non capisco, quindi, perché Draghi debba salire al Colle e perché Mattarella abbia più volte detto che ha finito la corsa. A certi livelli bisognerebbe rendersi conto &#8211; e non sarebbe presunzione &#8211; della propria oggettiva (non soggettiva) indispensabilità. </p>



<p>Capisco il desiderio di contribuire a uscire dall&#8217;emergenza istituzionale, di non ripetere la vicenda Napolitano, ma, ricordo bene per aver partecipato da capogruppo in Senato a quella rielezione (nonché all&#8217;elezione di Mattarella) che essa fu legata all&#8217;avvio del processo riformatore che il Parlamento concluse, anche se, sciaguratamente, il popolo sovrano ne bocciò l&#8217;esito.</p>



<p>Questa situazione &#8211; oggettiva &#8211; di partiti incartati dentro a una logica bipolare che non regge più, perché fondata sulla reciproca delegittimazione, ha una sola, logica, conclusione: la conferma di Mattarella almeno fino alla fine della legislatura e l&#8217;impegno che lo stesso Presidente deve porre come condizione per la sua rielezione (così come fece Napolitano avviando il processo riformatore) a concludere le riforme concordate con l&#8217;UE e gli altri partner e l&#8217;implementazione concreta del PNRR, condizioni che solo la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi può garantire.</p>



<p>Senza questo, tra meno di un anno, salvo miracoli in cui ho sempre creduto e quindi..&#8221;spes ultima dea&#8221;…. l&#8217;Italia si ritroverà in posizione dialettica con l&#8217;UE e con gli altri Paesi che, nel frattempo, avranno ovviamente rispettato gli impegni assunti, senza piagnistei, vittimismi e inutile spocchia a cui troppo spesso l&#8217;Italia si è lasciata andare quando doveva giustificare le sue mediocri furbate.</p>
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		<title>Pierluigi Castagnetti: restituire ai cittadini la soggettività politica. Così tornerà la credibilità della politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 08:54:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2 giugno è iniziata la nostra avventura repubblicana e le donne votano per la prima volta. Perché la condizione femminile è ancora un tema di grande attualità?Perché la condizione femminile non allude solo a materie di competenza della legge, ma a un quadro più generale che coinvolge la dimensione culturale in generale e quella antropologica in particolare, a pregiudizi e a giudizi molto risalenti, indotti dai costumi, abitudini e&#8230;</p>
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<p><strong>Il 2 giugno è iniziata la nostra avventura repubblicana e le donne votano per la prima volta. Perché la condizione femminile è ancora un tema di grande attualità?</strong><br>Perché la condizione femminile non allude solo a materie di competenza della legge, ma a un quadro più generale che coinvolge la dimensione culturale in generale e quella antropologica in particolare, a pregiudizi e a giudizi molto risalenti, indotti dai costumi, abitudini e spesso influenze morali di natura religiosa, i cui cambiamenti normalmente non avvengono rapidamente, in Italia e anche negli altri paesi. Con ciò non voglio negare la responsabilità della politica nel ritardo con cui si è provveduto a estendere una parte dei diritti costituzionali alle donne. Se pensiamo che le donne fino al 1956 non potevano accedere ai concorsi in magistratura, che il nuovo diritto di famiglia è stato approvato solo negli anni settanta e che ancora alla fine degli anni sessanta Aldo Moro accusava la maggioranza delle forze politiche di non accorgersi che stavano maturando nel paese le condizioni di una sorta di “rivoluzione femminile e giovanile”, ben si capisce a cosa mi riferisco.</p>



<p><strong>Il 2 giugno va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale.</strong><br>Il 75’ anniversario di questo “2 giugno” va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale, prima nelle elezioni amministrative nella primavera del 1946 poi in quelle referendarie e costituenti, voluto dal governo De Gasperi e da tutte le forze della Resistenza. Era diffusa in quei mesi la convinzione che l’estensione del voto alle donne avrebbe aumentato l’astensionismo, e invece accadde il contrario, anche nel mezzogiorno votarono più donne che uomini. Sul tema del referendum istituzionale vi erano delle resistenze in alcune forze della sinistra convinte che il voto femminile avrebbe favorito la monarchia, e invece si verificò uno scarto di ben 2 milioni di voti a favore della repubblica.</p>



<p><strong>Ha avuto ragione De Gasperi?</strong><br>Si, ha avuto ragione De Gasperi, che pure non volle che la DC facesse una scelta di merito precisa per non regalare il consenso monarchico tutto alla destra, pur non impedendo ai suoi due vicesegretari, Dossetti e Mattarella, di fare campagna attivissima a favore della repubblica – quando, assieme ad altri per la verità, si oppose all’idea di affidare la scelta istituzionale all’Assemblea costituente, nella convinzione che per non spaccare il paese occorresse mettere tale scelta nelle sue mani. E così il 2 giugno divenne veramente festa di tutti.</p>



<p><strong>Lo stesso referendum segnava una differenza di consenso tra Repubblica e Monarchia tra nord e sud. Le differenze di allora sono state motivo del diverso modello di crescita politica ed economica del secondo dopoguerra?</strong><br>No. Le ragioni furono diverse. Al sud non c’era, diversamente dal nord, una preesistenza industriale importante, se si fa eccezione per il polo di Napoli che, ad esempio nell’industria bellica, non era inferiore. Ma al sud mancava un vero spirito d’impresa: ciò che esisteva era industria di stato. Dipendenza dallo Stato vs. intraprendenza privata fu il dilemma decisivo. E poi le infrastrutture. Non solo nella viabilità, ma anche nei nascenti settori della finanza, della ricerca e dell’università. Tutti gap che hanno trascinato la loro influenza nei decenni successivi. Senza parlare della criminalità organizzata per lo più risalente alla fine dell’ottocento: già allora si parlava di mafia, ‘ndrangheta e camorra. E, purtroppo, del suo rapporto con la politica (al riguardo mi permetto suggerire la lettura di un testo di storia interessantissimo, uscito nel 1904 e ristampato in anastatica da Laterza nel 2001, “L’Italia d’oggi” di Bolton King e Thomas Okey).</p>



<p><strong>In una sola tornata elettorale gli italiani scelsero la Repubblica e la composizione dell&#8217;Assemblea Costituente. Cosa pensa della proposta di una nuova costituente?</strong><br>Non sono d’accordo. I vecchi costituzionalisti erano soliti dire che “le costituzioni sono quelle leggi che i popoli si danno nei loro momenti di maggiore saggezza per difendersi dai momenti di maggiore dissennatezza”. La nostra costituzione assolve ancora benissimo a questa missione di difesa del popolo italiano e del suo destino.</p>



<p><strong>Dopo l&#8217;ultima riforma costituzionale erano stati promessi dei correttivi alla riduzione dei parlamentari. Cosa pensa del ritardo a riguardo?</strong><br>Ne penso malissimo. Sono molto preoccupato. Paradossalmente l’attuale condizione parlamentare che non definisce maggioranze veramente autosufficienti, rappresenta una condizione ideale per scrivere una riforma elettorale genuinamente condivisa. Il rischio è che torniamo a votare con questa legge elettorale e che nella prossima legislatura, se si determinerà una maggioranza netta, si faccia una legge elettorale secondo le proprie convenienze, come è accaduto purtroppo più di una volta negli ultimi venti anni. Ma non si capisce perché non si proceda neppure a modificare i regolamenti delle Camere per adeguarli al minor numero di parlamentari, disattendendo a indicazioni precise della Corte e a ripetute esortazioni del Capo dello Stato.</p>



<p><strong>In Italia l&#8217;affluenza al voto è andata diminuendo&nbsp;con il tempo. Il diritto di voto ai sedicenni può dare un impulso alla partecipazione democratica?</strong><br>Personalmente ho molte riserve al riguardo. Sono d’accordissimo con la scelta di Enrico Letta di mettere al centro del dibattito parlamentare e della politica del governo la “questione giovanile” e la perdurante “questione femminile”. Però dubito che l’estensione del voto ai sedicenni sia decisiva al riguardo. Non ne faccio questione di maturità, i giovani oggi sono maturi più di quanto non si pensi. Semmai di interesse per la politica, in un’età in cui ancora nessuno li ha preparati, neppure la scuola. Ma occorre andare al cuore del problema che è quello di offrire ai ragazzi una prospettiva di futuro concreta e credibile. Non sono un “benaltrista”, anzi, tutto quello che muove la storia mi interessa. Ma penso appunto a una strategia di lotta alle diseguaglianze crescenti, tra generazioni, condizioni occupazionali, accessibilità ai servizi nei diversi contesti territoriali, rimozione degli ostacoli di partenza. Occorre agire urgentemente, prima che la situazione possa esplodere.</p>



<p><strong>I partiti del 1946 sono molto diversi da quelli di oggi, così come è molto diversa la società. È il momento di dare piena attuazione alla previsione del &#8220;metodo democratico&#8221; richiamata dall&#8217;art 49?</strong><br>È sempre il momento, visto che tutti i tentativi al riguardo sono falliti. Dal punto di vista democratico ciò continua a rappresentare oggettivamente un vulnus. I partiti non si capisce cosa siano oggi: non hanno sedi, non hanno organi decisionali collegiali, non hanno controlli nell’uso delle risorse, non c’è neppure un “diritto dei partiti” nell’ordinamento e, per questo, neppure una giurisprudenza, al punto che quando si manifestano conflitti – come accadde ieri nel PPI e oggi nei 5S – tutto si paralizza. Mi rendo conto che la situazione della forma-partito è molto cambiata rispetto a 75 anni fa, la rivoluzione digitale ha cambiato le modalità di partecipazione non solo per la politica, ma non si può accettare il totale capovolgimento della soggettività politica definita dall’art.49. Dobbiamo restituire ai cittadini ciò che loro è stato confiscato, la soggettività politica, appunto. E così tornerà anche la credibilità della politica.</p>
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		<title>2 giugno: c’è posto per tutti, dalla parte della Democrazia</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/06/01/2-giugno-posto-per-tutti-dalla-parte-della-democrazia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2021 14:42:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati&#8221;. Così la leader di Fratelli d&#8217;Italia Giorgia Meloni, citando il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, ha aperto l&#8217;intervento in Aula in dichiarazione di voto sulla fiducia al Governo Draghi. Noi, al contrario, abbiamo la presunzione di essere sempre stati dalla parte della ragione, per formazione ma anche perché poco avevamo (e abbiamo) da condividere con quanti &#8211; a&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/06/01/2-giugno-posto-per-tutti-dalla-parte-della-democrazia/">2 giugno: c’è posto per tutti, dalla parte della Democrazia</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>&#8220;Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati&#8221;. Così la leader di Fratelli d&#8217;Italia Giorgia Meloni, citando il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, ha aperto l&#8217;intervento in Aula in dichiarazione di voto sulla fiducia al Governo Draghi.</p>



<p>Noi, al contrario, abbiamo la presunzione di essere sempre stati dalla parte della ragione, per formazione ma anche perché poco avevamo (e abbiamo) da condividere con quanti &#8211; a qualunque titolo &#8211; hanno occupato, spesso con fare violento, la parte del torto.</p>



<p>Nulla abbiamo mai condiviso dei modi di fare dei grillini, sin dal primo VaffaDay, cioè “il giorno del vaffanculo”. Bonjour finesse. Come mai siamo stati vicini, in alcun modo, a qualunque specie di qualunquismo e populismo. Mai ci siamo arruffianati a quel tipo di potere pur di occupare uno strapuntino.</p>



<p>Da questo punto di vista è da accogliere con sollievo la dichiarazione di Luigi Di Maio che, con una lettera inviata a “Il Foglio”, ha rinnegato, facendo finalmente autocritica, gli atteggiamenti forcaioli e sommariamente giustizialisti che sono stati alla base della nascita e di tutte le evoluzioni, sino a questa finale, di quel che resta del M5S.</p>



<p>Oggi il M5S, o la parte che si rifà a Conte, insieme a quella orientata da Di Maio, sembrerebbe non avere più nulla in comune con il movimento inventato da Casaleggio padre insieme a Beppe Grillo. Ma non si sono ancora trasformati in nulla di nuovo, al punto che non si capisce bene chi è il capo, qual è il programma e su quali truppe può contare.</p>



<p>Se questo ripensamento, insieme a quello che si registra dalle parti della Lega, se almeno dovesse portarci ad avere, in Italia e in Europa, un quadro politico composto da partiti che, per prima cosa, si impegnano a rinnegare il qualunquismo e il populismo, avremmo l’obbligo politico di riconoscere tala conversione e dare il benvenuto a tutti dalla parte giusta della storia.</p>



<p>Ma su quali macerie stiamo camminando? Lo sanno Mattarella, Draghi e Letta, chiamato a guidare un partito che per varie ragioni aveva perso i motivi della sua fondazione. Lo sappiamo tutti noi, che da anni lottiamo a difesa della Repubblica democratica, con l’obiettivo di proteggerla e preservarla integra e solida sino all’arrivo o al rientro di tutti i concittadini riconquistati alla civiltà della ragione.</p>



<p>Ma quante pietre, quanto fango sono stati lanciati contro le vetrate della democrazia italiana ed europea. Tanto peggio tanto meglio è stato il ragionamento anche di molti nostri amici e conoscenti, che non hanno avuto la forza o la dignità di resistere alle sirene del populismo: per “punire” il sistema, per dare una lezione ai partiti, qualcuno anche per offrire una opportunità “ai nuovi”. In quanti hanno tirato quelle pietre? Ce lo chiediamo oggi che la linea del populismo sembra essere finalmente crollata. Ne riconosciamo tanti. Troppi.</p>



<p>Non sarà facile dialogare con Luigi Di Maio dimenticando la volta in cui si affacciò a quel balcone, quando pensò di denunciare il Capo dello Stato o le innumerevoli volte in cui ha seminato divisione, odio e rancore tra i cittadini, attaccando fino a vilipenderle tutte le Istituzioni, italiane ed europee.</p>



<p>Dovremo farlo? Ce lo impone la democrazia liberale che abbiamo sempre, strenuamente, difeso. Quanto sarà vero e affidabile quel pentimento, se non sarà solo strategico, lo scopriremo presto. Il rispetto del limite del terzo mandato sarà forse la prova del nove. Prima verranno amministrative importanti e la scelta del nuovo Capo dello Stato,</p>



<p>Buon due giugno. Buona festa della Repubblica. Auguri e grazie soprattutto al Presidente Sergio Mattarella, arrivato al suo ultimo due giugno al Quirinale, paziente e inflessibile baluardo a difesa della Costituzione repubblicana e dell’Europa. C’è posto per tutti, dalla parte della democrazia.</p>
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		<title>Michele Ainis: il metodo usato per le grandi riforme non funziona. Il bicameralismo è una garanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 15:33:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Emanuele Raco e Salvo Spagano Per lei la formazione del governo Draghi ha costituito la rivincita della Costituzione scritta su quella deformata nella prassi. Ci spiega perché?In Italia abbiamo due costituzioni, e dunque nessuna alla prova dei fatti. C’è una Costituzione scritta che si mantiene, non del tutto inalterata, rispetto a quella di settantatré anni fa, e c’è poi una Costituzione materiale, cioè quella che vive di fatto nei&#8230;</p>
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<p>di Emanuele Raco e Salvo Spagano</p>



<p><strong>Per lei la formazione del governo Draghi ha costituito la rivincita della Costituzione scritta su quella deformata nella prassi. Ci spiega perché?</strong><br>In Italia abbiamo due costituzioni, e dunque nessuna alla prova dei fatti. C’è una Costituzione scritta che si mantiene, non del tutto inalterata, rispetto a quella di settantatré anni fa, e c’è poi una Costituzione materiale, cioè quella che vive di fatto nei rapporti politici. La Costituzione materiale, che alcuni considerano &#8211; credo sbagliando &#8211; la vera Costituzione, ha spesso deformato il volto di quella scritta. Ma a volte succede che la lettera della Costituzione si prenda una rivincita.</p>



<p><strong>Ci spieghi come.</strong><br>Se leggiamo le – peraltro scarne &#8211; disposizioni costituzionali dedicate alla formazione dei governi, troviamo due primattori, che sono il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio. Il primo nomina il secondo e, su proposta del secondo, nomina poi pure i ministri. Non si parla di partiti. Ai partiti la Costituzione dedica un’altra norma, che è l’articolo 49, con il quale attribuisce loro un ruolo non di assoluto o preminente protagonista della vita pubblica, ma di soggetto collettivo che concorre alla vita pubblica insieme ad altri soggetti collettivi come sindacati, associazioni e perfino come noi stessi che in questo momento ci interroghiamo sulle vicende della cosa pubblica. Nella formazione del governo Draghi i partiti sono rimasti quasi al buio, hanno cioè dovuto attendere il momento in cui il Presidente ha sciolto la riserva e ha comunicato la lista dei ministri. Questo corrisponde alla lettera dell’articolo 92.</p>



<p><strong>Un’altra rivincita della Costituzione è il fatto che è stato Draghi a presentare il programma e non i partiti?</strong><br>Direi di sì, perché un’altra norma della Costituzione, l’articolo 95, assegna un ruolo di leadership al Presidente del Consiglio. È lui che coordina l’attività dei ministri ed è lui che scandisce l’andamento generale del governo. Lo fa sulla base di un programma, che era stato scritto in maniera puntuale, e perfino puntuta, nelle esperienze “contrattuali” tra gialli e verdi, in trenta punti, ove il presidente Conte apparve come una sorta di portavoce dei vicepresidenti del Consiglio, che poi erano i segretari dei due partiti che formavano la coalizione. In quel caso la debolezza del Presidente fu la sua forza.</p>



<p><strong>Col Conte due come andò?</strong><br>Con il secondo governo Conte il ruolo del Presidente del Consiglio, per quanto anche in quel caso preceduto da un documento programmatico in ventinove punti tra Zingaretti e Di Maio, si è accentuato anche a causa della pandemia, e lì direi che è successo il contrario: la sua forza è stata la sua debolezza, ciò che ne ha infine determinato la crisi. Io penso che possiamo anche trarre una lezione da tutto quello che è accaduto.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Intanto la crisi dei partiti, che è attestata dal fatto che ci avviamo a completare la legislatura con tre governi e due presidenti del Consiglio che non si sono presentati alle elezioni, e perfino con tre formule diverse l’una dall’altra. Questa legislatura era cominciata zoppa, con tre formazioni politiche più o meno equivalenti, in una situazione di apparente ingovernabilità delle assemblee parlamentari, tant’è vero che si minacciava un pronto ritorno alle urne e perfino l’impeachment per Mattarella che non voleva accettare alcuni nomi. Invece abbiamo sperimentato il governo forse più di destra della storia italiana, e poi quello più di sinistra, quantomeno a sommare le sigle. Infine ora stiamo sperimentando il governo più di unità nazionale di tutta la storia repubblicana.</p>



<p><strong>Un limite o un pregio del nostro sistema?</strong><br>Questa è la virtù del sistema parlamentare, la sua attitudine ad accompagnare le stagioni della politica con formule di governo, e quindi maggioranze parlamentari, diverse. Perché il sistema parlamentare questo lo consente, a differenza del sistema presidenziale che, al contrario, irrigidisce dando mandato ad un singolo che permane per un certo tempo, anche se combina sfracelli come nel caso di Trump e non lo schiodi se non mandandolo davanti a un tribunale. Il sistema parlamentare consente al contrario di liberarsi dei corpi morti e di fare resuscitare un corpo vivo. Può essere un vantaggio o meno: ci sono difensori ed oppositori del sistema parlamentare, ma in questa nostra esperienza esso ha dimostrato la qualità della flessibilità, che è poi qualità dei vivi e non dei morti. I morti sono rigidi.</p>



<p><strong>Un governo con una base parlamentare così ampia potrebbe essere una buona occasione per tentare qualche riforma di sistema?</strong><br>Abbiamo visto che il metodo usato per le grandi riforme che sono state tentate non funziona. Se mettiamo insieme la riforma di una cinquantina articoli, come fecero Berlusconi nel 2005 e Renzi nel 2016, il corpo elettorale li boccia. Intanto perché, mettendo tutto assieme, violento la libertà degli elettori costringendoli, se chiamati al referendum confermativo, ad una scelta binaria: prendere o lasciare. Mi ricordo che avevo suggerito di spacchettare la riforma Renzi, perché ad esempio si poteva essere d’accordo con l’abrogazione del CNEL, d’accordo a ricentralizzare alcune competenze regionali, ma al tempo stesso in disaccordo sul tipo di Senato che veniva fuori da quella riforma. Il suggerimento non è stato accettato perché Renzi probabilmente pensava di incassare tutto e invece è rimasto a secco.</p>



<p><strong>E poi perché non funzionano le grandi riforme?</strong><br>Il secondo motivo per cui non funziona tale metodo è perché una riscrittura profonda della Costituzione non avviene perché un genio della lampada si sveglia un mattino e scrive una lenzuolata di nuovi articoli, tra l’altro redatti in burocratese stretto. L’art. 70 della Costituzione nella sua versione originaria e per fortuna ancora vigente è composto da nove parole: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Nelle riforme proposte a quest’articolo c’era un delirio di rinvii, centinaia di parole con rimandi a questo e quell’altro testo legislativo. Sa perché è avvenuto questo?</p>



<p><strong>Ce lo spieghi.</strong><br>Perché la nostra Costituzione è figlia di una pagina tragica della storia seguita a una dittatura di vent’anni, ai bombardamenti, a una guerra civile. Quella fu un’esperienza affratellante per liberali, comunisti, cattolici, socialisti che tutti insieme, in diciotto mesi, scrissero una nuova Costituzione. Il quarto Presidente degli Stati Uniti si chiese una volta se non fosse una ferita alla democrazia il fatto che si vincolino le generazioni successive alla generazione che ha scritto la Costituzione. Non dovrebbe ogni generazione potersi impadronire non soltanto dei governi ma anche delle Costituzioni? </p>



<p><strong>Quale fu la risposta?</strong><br>No, perché la generazione costituente ha il merito storico di avere restituito al suo popolo la libertà, come accadde per l’Italia, o l’indipendenza come accadde agli americani. E così come nessuno ha la possibilità di scegliere la terra in cui nascere o l’aria del suo primo respiro, così non tutte le generazioni possono darsi una Costituzione. Per fortuna questi tornanti della storia non si ripetono molto spesso perché sono tragici, e io non credo siamo adesso di fronte ad uno di questi tornanti. Credo tuttavia che alcune riforme siano utili.</p>



<p><strong>Il governo Draghi proporrà delle riforme?</strong><br>Osservo che questo governo appena nato non ha un Ministro per le riforme, e forse la cosa gli porterà bene, però ciò implica che non scommette sulle riforme costituzionali come caposaldo del proprio programma. Almeno una riforma penso però che dovrà essere fatta, quella elettorale, perché abbiamo tagliato i numeri del Parlamento. Questo implica un effetto maggioritario indiretto perché funziona come un collo di bottiglia: meno posti a tavola significa meno commensali, e quindi le forze politiche minori hanno una difficoltà se non una impossibilità ad essere rappresentate. Inoltre subiamo una disparità territoriale perché la riduzione finisce con il penalizzare le regioni più piccole. Quindi una legge elettorale che si adegui alla riforma costituzionale andrà fatta. Dopodiché sarebbe probabilmente utile intervenire per punti specifici senza mettere troppa parte al fuoco. Ad esempio vedrei bene un riordino delle competenze regionali, dopo tutto quello che abbiamo visto durante questa pandemia.</p>



<p><strong>Il superamento del bicameralismo non lo vede come una priorità?</strong><br>Noi abbiamo un bicameralismo perfetto che non ha nessun altro Paese. I costituenti votarono un ordine del giorno in cui dissero: noi scegliamo la forma di governo parlamentare però dobbiamo costruire degli anticorpi contro l’assemblearismo, dei meccanismi di stabilizzazione dei governi. Io personalmente opterei per il meccanismo tedesco della sfiducia costruttiva, in cui si può mandare a casa un governo solo se contestualmente se ne costituisce un altro, mentre noi in Italia abbiamo sperimentato la fiducia distruttiva, perché Conte ha avuto la fiducia dopodiché se n’è dovuto andare a casa. Il bicameralismo in fondo è una garanzia, come è una garanzia che esista un giudice d’appello rispetto a quello di primo grado. Le Istituzioni, come gli uomini, sono imperfette, e dobbiamo quindi dotarci di anticorpi contro la loro fallibilità.</p>



<p><strong>In pandemia il diritto alla salute è sembrato prevalere su tutti gli altri, anche sui diritti afferenti alla dimensione economica. È presente in Costituzione una gerarchia tra diritti fondamentali, che vanno tutelati in modo diverso?</strong><br>L’articolo 32, che sancisce il diritto alla salute, lo dichiara fondamentale, ed è l’unico diritto che la Costituzione dichiara fondamentale. È dunque evidente che primum vivere, però i diritti costituzionali si pongono in linea orizzontale, mai verticale. Non c’è e non ci può essere una gerarchia perché altrimenti giungeremmo alla tirannia di un valore sugli altri. La fatica della politica, e poi del giudice costituzionale, che deve scrutinare le scelte della politica, è quella di bilanciare questi diritti. Dipende dalle situazioni. Un caso emblematico è quello dell’Ilva: diritto al lavoro contro diritto alla salute. La Corte costituzionale, in una sentenza che venne scritta dal professor Silvestri prima che divenisse presidente della Consulta, cercò di bilanciarli.</p>



<p><strong>Sarà compito di questo governo cercare di bilanciare il diritto alla crescita economica con quello alla salute?</strong><br>Bisogna assicurare degli onesti compromessi nella vita come nel diritto. Kelsen diceva che la democrazia è compromesso, e il Parlamento è il luogo in cui si scrivono i compromessi. Ma per farlo occorrerebbe una capacità di ascolto. In Parlamento invece spesso tutti parlano e nessuno ascolta.</p>
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		<title>Crisi di governo, parliamo di nomi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jan 2021 18:20:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Riassunto delle puntate precedenti. Si sono perse settimane a caccia di transfughi, mentre si sarebbe potuto aprire subito un percorso come quello avviato ieri dal Capo dello Stato con l’incarico esplorativo al Presidente Fico, per capire se si può arrivare a un patto di legislatura partendo dalle forze che hanno dato vita all’ultimo governo. Oltre alla perdita di tempo, c’è stata una perdita di centralità del Pd, per la scelta&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Riassunto delle puntate precedenti. Si sono perse settimane a caccia di transfughi, mentre si sarebbe potuto aprire subito un percorso come quello avviato ieri dal Capo dello Stato con l’incarico esplorativo al Presidente Fico, per capire se si può arrivare a un patto di legislatura partendo dalle forze che hanno dato vita all’ultimo governo. Oltre alla perdita di tempo, c’è stata una perdita di centralità del Pd, per la scelta di accodarsi ai personalismi incrociati di queste settimane. Conte e Renzi troveranno un accordo? I Cinque Stelle reggeranno? Tra le domande che tutti si pongono, il Pd non c’è. Il problema è che spesso non c’è neanche il dramma che sta vivendo l’Italia. Molti s’illudono che, una volta risolte le beghe tra politici, ci sarà solo da spendere i soldi europei e tutto andrà a posto. Questa illusione è ciò che dovrebbe spaventarci di più. Per carità, tutti citano le grandi emergenze nazionali. Ma non si sentono mai specificare la visione, le proposte e – perché no – le persone in grado di risolvere quei problemi.</p>



<p>Non è tardi per cambiare schema di gioco, ma bisogna volerlo. In <a href="https://tnannicini.medium.com/agenda-per-una-svolta-di-governo-40e427b58bee" target="_blank" rel="noreferrer noopener">questo articolo sul Foglio</a>, ho fatto qualche esempio, provando a spiegare perché ora servano temi, non nomi. Andrea Orlando, politico di professione e attuale vicesegretario del Pd, ha detto che invece nella nostra Costituzione “vengono prima i nomi dei contenuti”, perché prima s’incarica una persona di formare un governo e poi si fa il programma. Lasciamo pure da parte i limiti di questa interpretazione tutta “procedurale” della nostra Costituzione (le consultazioni servono a capire se c’è una maggioranza intorno a un programma, e gli incarichi esplorativi esistono proprio perché prima vengono i contenuti e la politica, dopo i nomi). Proviamo a prendere sul serio il metodo Orlando: prima i nomi. Ma quali? Il muro contro muro su Conte sì/no non ha senso, perché il Presidente del consiglio è stato un punto di equilibrio in due maggioranze opposte e può continuare a esserlo, ma prima vengono le maggioranze appunto, prima viene la politica (<a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/17/nannicini-meno-hashtag-piu-politica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ne ho parlato qui</a>). Oggi come si pensa di dare un segno di rilancio nell’azione di governo? Si potrebbe iniziare scegliendo i nomi giusti per i posti giusti, a partire da tre priorità: Recovery plan, vaccini, scuola.</p>



<p>Recovery plan. Tutti dicono che Next Generation EU è un nuovo Piano Marshall. Chiediamoci allora come l’Italia democratica uscita dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale decise di usare il Piano Marshall. All’interno del governo De Gasperi, dopo lo strappo con socialisti e comunisti, ci si affidò a Luigi Einaudi, vicepresidente del consiglio e ministro del neo-istituito bilancio, un nuovo dicastero creato ad hoc presso Palazzo Chigi. Autorevolezza, capacità tecnica, visione politica, esperienza istituzionale coniugate con un incarico politico di primaria importanza (la vicepresidenza) e un neo-dicastero (il bilancio) col potere di coordinamento sugli altri dicasteri e le relative tecnostrutture: ecco gli ingredienti della ricetta usata allora. Perché non ripeterla con una figura di garanzia per il Recovery plan? Pensiamo meno al futuro della maggioranza e di più a quello del Paese.</p>



<p>Vaccini. Sul piano vaccinale, è indietro l’Europa ed è indietro l’Italia. Non è una partita che si può affidare a commissari buoni per tutte le stagioni o per tutti i temi. Serve una responsabilità politica, forte e autorevole: un membro del governo che si coordini e – di nuovo – coordini chi, all’interno del governo stesso, ha responsabilità su sanità, trasporti, affari europei, pubblica amministrazione, raccolta dati, lavoro e terzo settore. Perché non individuare una figura di garanzia anche qui? Il piano vaccinale è multidimensionale e non è solo un tema da ministero della salute, che nel frattempo dovrebbe essere lasciato libero di concentrarsi sulle altre priorità innescate dalla pandemia e sul ridisegno del servizio sanitario nazionale del futuro.</p>



<p>Scuola. Questo è uno dei settori dove si sono accumulati più errori e ritardi nell’azione di governo. Dobbiamo cambiare passo, isolando questa responsabilità politica dal Cencelli delle spartizioni tra partiti e correnti. Adesso serve subito un piano straordinario, da realizzare da qui a settembre, per il contrasto alla dispersione scolastica, la misurazione e il recupero delle competenze perse durante il Covid: un piano da definire subito con parti sociali ed esperti, ma senza arenarsi dietro a scuse su orari, luoghi o calendari estivi. Nello stesso tempo, va progettata la scuola del futuro (ne ho parlato sempre qui). Per fare tutte queste cose, serve una figura autorevole e capace di portare avanti il dialogo sociale senza smarrire la direzione di marcia.</p>



<p>Vogliamo parlare di nomi? Lasciamo stare le impuntature personalistiche e gli indici di popolarità che durano lo spazio di un mattino. Lasciamo stare la caccia ai parlamentari senza fissa dimora. Parliamo di questi nomi: tre figure autorevoli e condivise sui temi di cui sopra per dare un chiaro segnale di svolta. Ecco perché vorrei che tutti i partiti della maggioranza si dicessero pronti a ridurre le proprie delegazioni al governo, per fare spazio e dare concretezza a questa proposta. E, ovviamente, quando invito a parlare di questi tre nomi, do per scontato che non debbano essere sempre declinati al maschile.</p>
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		<title>In piedi</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/01/06/spagano-mattarella-in-piedi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 11:32:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Capo dello Stato]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Costruttori]]></category>
		<category><![CDATA[Demolitori]]></category>
		<category><![CDATA[In piedi]]></category>
		<category><![CDATA[Messaggio di fine anno]]></category>
		<category><![CDATA[Piersanti Mattarella]]></category>
		<category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Rottamatori]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Mattarella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il consueto messaggio di fine anno del Capo dello Stato quest’anno ha perso qualcosa della sua provata consuetudine. Il Presidente ha parlato in piedi per la prima volta nella storia repubblicana. Il contenuto del messaggio ha detto molte cose, sul suo personale futuro politico e sul fatto che sia giunto il tempo dei costruttori e finito quello dei demolitori –o rottamatori, qual dir si voglia. Inviti, sollecitazioni e prese di&#8230;</p>
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<p>Il consueto messaggio di fine anno del Capo dello Stato quest’anno ha perso qualcosa della sua provata consuetudine. Il Presidente ha parlato in piedi per la prima volta nella storia repubblicana. Il contenuto del messaggio ha detto molte cose, sul suo personale futuro politico e sul fatto che sia giunto il tempo dei costruttori e finito quello dei demolitori –o rottamatori, qual dir si voglia. Inviti, sollecitazioni e prese di posizione hanno occupato in questi giorni gli scritti dei decodificatori di professione.</p>



<p>Fatto sta che tutto ciò che Sergio Mattarella ha detto, lo ha detto in piedi. La sua postura credo abbia raccontato, più del messaggio, qualcosa di sé e qualcosa di noi. Stare in piedi è indice di precarietà, di fretta, di allerta. Rimanda alla Pasqua del popolo ebraico, il pasto consumato in fretta, coi calzari ai piedi, mentre il paese viene colpito da un flagello. Lo stare in piedi dice di non cullarsi, di stare pronti. E questo lo ha detto a tutti, il Presidente, ché dobbiamo reagire alla crisi che c’è piovuta addosso, al disincanto. Non restare fermi ma collettivamente assumerci la responsabilità di noi stessi e dell’altro accanto a noi –vaccinarsi questo è: sfidare le narrazioni ignoranti e muoversi a tutela della comunità.</p>



<p>Un’altra cosa dice lo stare in piedi di un uomo politico, e cioè che egli per primo è disposto a cambiare, a mettere in discussione se stesso e il ruolo che ricopre. Dice la vicinanza al Paese, il rigetto del privilegio in un momento in cui la comunità che rappresenta è piagata. È il rifiuto di accomodarsi in poltrona, che peraltro come pochi altri egli merita di occupare, è la vigilanza cui la politica è chiamata. È già in piedi il Presidente, pronto a partecipare alla ricostruzione per tutto il tempo rimanente del mandato.</p>



<p>Quarantuno anni fa gli moriva tra le braccia il fratello, vittima della mafia, colpevole di non aver voluto restare seduto a sorbire i privilegi spettanti al Presidente della regione siciliana. Si chiamava Piersanti.</p>
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