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	<title>Carceri Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Carlo Nordio sul CSM: solo il sorteggio può limitare o addirittura eliminare la degenerazione delle correnti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Feb 2022 15:00:46 +0000</pubDate>
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<p><strong>Come si è sentito ad essere stato l&#8217;italiano più votato dopo il Presidente Mattarella alle ultime elezioni per del Capo dello Stato?</strong><br>È stato un grande onore e anche una sorpresa, perché io non ho nessuna esperienza politica concreta, soltanto una ricca esperienza teorica, dovuta al fatto che leggo libri di teoria della politica e di storia, monografie di uomini illustri politici da 60 anni, da quando ero al liceo. Ma non ho nessuna esperienza politica concreta. Poi sono rimasto particolarmente onorato dell&#8217;indicazione fatta dalla Fondazione Einaudi, che diffonde lo studio del pensiero liberale in Italia.</p>



<p><strong>Il Consiglio Superiore della Magistratura ha provveduto, nelle scorse settimane, a reiterare la nomina del primo Presidente aggiunto della Corte di Cassazione, la quale ha definito le stesse nomine manifestamente irragionevoli. È evidente che ci sia un corto circuito in seno all&#8217;organo di governo autonomo della magistratura. Dal suo punto di vista è sufficiente cambiare il sistema elettorale per liberare la magistratura dal sistema correntizio o servono, al contrario, altre riforme?</strong><br>Partiamo dalla constatazione che vi è stato un conflitto tra il Consiglio Superiore della Magistratura, che è un organo costituzionale di altissimo prestigio per la sua composizione – ricordiamo che è presieduto dal Capo dello Stato – e il massimo organo della giurisdizione amministrativa, cioè il Consiglio di Stato, che ha annullato la nomina che lei ha citato, definendola manifestamente irragionevole. È singolare, per non dire molto grave, che il massimo organo della giustizia amministrativa si esprima in questo modo, a torto o a ragione, nei confronti di un organo altrettanto e forse più autorevole.</p>



<p><strong>Per quale ragione?</strong><br>Perché questo dimostra che qualcosa non funziona nella nostra dialettica delle Istituzioni. Per quanto riguarda la nomina del CSM, il mio giudizio è netto: al di fuori del sorteggio non esiste nessuna possibilità di limitare, ridurre o addirittura eliminare la degenerazione delle correnti. Il sistema elettorale, quale che esso sia, manterrebbe comunque la possibilità da parte delle correnti di dividersi le candidature. L’unico sistema è il sorteggio che però porrebbe dei problemi di ordine costituzionale. Tuttavia il sorteggio temperato, ossia di una elezione fatta nell’ambito di un canestro di magistrati e giuristi sorteggiati, potrebbe essere compatibile con la Costituzione.</p>



<p><strong>L&#8217;Italia ha un problema di selezione della classe dirigente, che forse parte addirittura dalla scuola. Il 99% dei ragazzi vengono ammessi agli esami di stato così come il 99% dei magistrati vengono valutati positivamente dal CSM. Sembra uno sproposito, sia da una parte che da un&#8217;altra. Ma questo si potrebbe dire anche per la pubblica amministrazione e per diversi altri settori essenziali del Paese. Per limitarci solo al CSM, come potrebbe essere affrontato e risolto il problema della valutazione dei magistrati?</strong><br>Partirei anch&#8217;io da lontano: il problema è essenzialmente dell&#8217;educazione scolastica, sia della scuola secondaria che dell&#8217;università. Durante la correzione dei compiti dell&#8217;ultimo concorso di magistratura sono stati ammessi pochissimi candidati. Non solo e non tanto per la preparazione giuridica, quanto per conflitto insanabile con la lingua italiana: non sanno scrivere. E questo dipende dal fatto che sin dalle scuole primarie e poi ancora all&#8217;università scrivono poco, leggono poco, i loro elaborati non vengono corretti o vengono corretti male. Quando si presentano all&#8217;esame i ragazzi hanno la “sindrome del foglio bianco”, perché non sanno come iniziare. Io ho avuto la possibilità, un paio di volte, di essere nominato commissario per gli esami di avvocato e durante la correzione dei compiti abbiamo visto delle cose incredibili, anche come ortografia: ad esempio, “perché” è scritto con la “x”. Quindi, quando arrivano al concorso di magistratura, non sono particolarmente preparati.</p>



<p><strong>Invece per quanto riguarda più nel concreto le valutazioni del CSM?</strong><br>Beh, ad esempio, il professor Di Federico, a suo tempo, ha fatto degli studi molto approfonditi sulle valutazioni che del CSM, sulla promozione e sull&#8217;avanzamento di carriera automatico dei magistrati. Il 99% hanno dei giudizi a dir poco elogiativi: sono tutti bravissimi, intelligentissimi, operosissimi. Ovviamente questo non può essere vero. Diciamo che l&#8217;anzianità, senza demerito, come si dice, è il criterio per l&#8217;avanzamento della magistratura. Non c&#8217;è una valutazione fatta sugli elaborati di questi magistrati.</p>



<p><strong>Lo stesso vale per i PM?</strong><br>Per quanto riguarda i pubblici ministeri non c&#8217;è una valutazione – che sarebbe molto importante – tra le indagini che hanno iniziato, i processi che hanno promosso e gli esiti di questi processi: quante volte abbiano iniziato delle indagini inutili e costose, che si sono rivelate infondate. E quindi, oltre al CSM, è proprio il sistema di valutazione in generale che andrebbe rivisto.</p>



<p><strong>Come risolvere anche il rapporto tra politica e magistratura? Come regolarlo? Come fare in modo che non sia la magistratura a dover decidere per i partiti?</strong><br>Anche qui bisogna partire da lontano, cioè dal 1992-1994: quando con tangentopoli i cinque partiti storici, che avevano governato l’Italia per quasi 50 anni, furono vaporizzati dalle indagini giudiziarie: questa dissoluzione comportò un indebolimento della politica e, parallelamente, un’invasione di campo da parte della magistratura. La famosa funzione di supplenza, che ha esercitato la magistratura in questi ultimi trent&#8217;anni è anche conseguenza della retrocessione della politica, cioè della sua marcia indietro, un po’ codarda, che ha fatto appunto la politica davanti alle indagini dei magistrati. Va detto che la politica ha spesso strumentalizzato le stesse indagini delle procure.</p>



<p><strong>Come?</strong><br>Cercando di colpire o, addirittura, di eliminare per via giudiziaria gli avversari politici, che non riuscivano a battere nel dibattito ordinario, nelle competizioni elettorali. Il fatto stesso che si fosse affermata l&#8217;idea malsana e assurda che fosse sufficiente la ricezione di un&#8217;informazione di garanzia, per essere estromessi da una carica pubblica o addirittura per non partecipare ad una elezione, significava che la magistratura si era genuflessa in modo servile davanti alle iniziative della magistratura stessa. Quindi c’è stata un’invasione di campo un po’ arrogante, qualche volta, della magistratura. È stata favorita da questa ritirata codarda della politica.</p>



<p><strong>Come se ne può uscire?</strong><br>Beh, la politica deve riappropriarsi dei suoi poteri, che sono fondati sulla legittimazione popolare delle urne e la magistratura deve rientrare nei ranghi. L&#8217;autonomia e l&#8217;indipendenza della magistratura sono principi sacrosanti, ma devono essere limitati alla giurisdizione e, in un certo senso, anche alle indagini. Non possono e non devono minimamente influire sull&#8217;esercizio della funzione politica, né direttamente, né indirettamente, cosa che purtroppo in questi 30 anni, ripeto, non è accaduta.</p>



<p><strong>Sulla gestione delle carceri e sul tema del sovraffollamento carcerario, l’Italia è stata più volte condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo. In passato si è forse abusato dell&#8217;amnistia. Poi negli anni ’90 questo istituto non è stato più utilizzato. C’è un&#8217;analogia con l&#8217;articolo 68 e con l’autorizzazione a procedere. Quando gli istituti non funzionano, li si dovrebbe correggere, piuttosto che abrogarli di diritto o di fatto. Però quali mezzi dovremmo adottare per affrontare questo problema, cioè quello del sovraffollamento delle carceri?</strong><br>Premesso che l’eliminazione dell&#8217;immunità parlamentare è stato proprio uno dei gesti di codarda abdicazione da parte della politica, di fronte al giacobinismo giudiziario, sia della magistratura sia di una certa stampa. Ricordiamoci che l&#8217;immunità parlamentare era stata approvata dalla Costituzione, dove sedevano Togliatti, De Gasperi, Nenni, Saragat, quindi personaggi di alta cultura politica, che avevano perfettamente davanti la possibilità, cioè il rischio, che di questa immunità qualcuno facesse un uso improprio, ma hanno accettato il rischio, perché sapevano che la sua eliminazione avrebbe avuto degli effetti ancora più devastanti, cioè avrebbe esposto le persone elette dal popolo alle aggressioni giudiziarie. Il che, poi, è accaduto. L&#8217;immunità non dovrebbe essere un privilegio dato alla persona ma alla carica, perché l’eletto dal popolo, in quel momento, rappresenta il popolo italiano e, quindi, questa rinuncia a questa applicazione, questa eliminazione dell’immunità è stata nettamente funesta per la stessa politica.</p>



<p><strong>E per quanto riguarda l’amnistia?</strong><br>La stessa cosa. Per anni è stata usata come mezzo di deflazione processuale e carceraria e poi, improvvisamente, è stata virtualmente eliminata. Anche qui il pendolo è andato da una parte e dall’altra in modo irrazionale. Sulla de-carcerizzazione, però, il problema deve essere affrontato più a monte: nel senso che in una visione liberale e moderna, il carcere inteso come manette, come catenaccio, come sbarre di acciaio, deve essere considerata una sorta di forma obsoleta di sanzione.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Non solo e non tanto perché è contrario a quella tendenza rieducativo della pena, che è scritta nella Costituzione, ma perché ha dimostrato, come ha scritto varie volte Marco Pannella, di essere quasi un elemento criminogeno. Naturalmente il carcere non è eliminabile, perché ci sono dei reati, soprattutto di violenza, che per l&#8217;allarme sociale che provocano non hanno alternativa, dal punto di vista della sicurezza pubblica e dell&#8217;incolumità della collettività. Però il carcere dovrebbe essere l&#8217;eccezione dell&#8217;eccezione, soprattutto nella sua forma di carcerazione preventiva.</p>



<p><strong>Cosa fare, quindi?</strong><br>Bisogna orientarsi verso un diritto penale minimo e, soprattutto, verso un diritto penale che preveda come sanzione le varie “pene alternative” o “pene suppletive”, che siano alternative, appunto, al carcere. Si pensi ai lavori utili, agli arresti domiciliari a tutte quelle forme che possano essere delle sanzioni vere, anche afflittive, ma che non confliggano né con il principio di tendenza rieducativa della pena e nemmeno con quello della incapacità dello Stato di gestire una popolazione carceraria, che è incompatibile con le strutture che esistono in Italia.</p>



<p><strong>Cosa pensa delle politiche di “law and order”, che sono tipiche di Stati Uniti e Inghilterra? Quali sono i valori che l&#8217;hanno guidata nell&#8217;esercizio delle funzioni di pubblico ministero?</strong><br>Beh, per quanto riguarda quest&#8217;ultimo aspetto, sono i valori della legalità e della presunzione di innocenza, la quale, qualche volta, può anche confliggere con la logica, perché se il reato è flagrante ed è commesso davanti a tutti sarà anche un presunto innocente, però è evidente che non si può lasciarlo lì, magari in attesa che commetta altri reati. Però queste sono eccezioni dell&#8217;eccezione. In Italia si è affermato il principio della carcerazione preventiva, quasi generalizzata, quasi imposta. Quando vediamo alte percentuali di persone incarcerate, con la formula della custodia cautelare preventiva, anche in assenza di flagranza di reato e talvolta in assenza di gravi indizi di colpevolezza, che poi vengono assolte, significa che c&#8217;è stato un macroscopico errore da parte del pubblico ministero e da parte del gip.</p>



<p><strong>Cosa prevede la legge in questi casi?</strong><br>La nostra legge è abbastanza garantista su questo, però, come insegna Platone, è meglio avere una legge stupida e un giudice intelligente, piuttosto che il contrario. Se la nostra legge, per quanto scritta bene, ancorché carente su certe cose, fosse stata applicata correttamente, non avremmo assistito alle perversioni cui abbiamo assistito. È invece accaduto che delle persone siano state arrestate anche senza che esistessero concretamente le ipotesi, le condizioni per la limitazione della loro libertà.</p>



<p><strong>Sui sistemi anglosassoni, invece?</strong><br>Il discorso è ancora più lungo, perché noi non possiamo prendere dalle istituzioni straniere dei piccoli mattoni: o prendiamo l&#8217;intero edificio oppure questo ti crolla addosso. L&#8217;esempio più evidente è proprio il nostro codice di procedura penale: noi lo abbiamo scopiazzato dal sistema anglosassone – direi più da quello americano che da quello l&#8217;inglese – senza però prenderne tutti gli elementi, le connotazioni essenziali, come ad esempio la separazione delle carriere.</p>



<p><strong>Lei ritiene che ci sia ancora il tempo in questa legislatura per fare delle riforme? La Fondazione Einaudi ha proposto l’istituzione di un’Assemblea Costituente da eleggere insieme al prossimo Parlamento, che si occupi della riforma della seconda parte della Costituzione. Potrebbe essere questa la soluzione? Sulla legge elettorale cosa pensa?</strong><br>Partendo dalla legge elettorale, la sola idea di reintrodurre il sistema proporzionale è raccapricciante. Funzionava quando entrò in vigore la Costituzione, quasi 80 anni fa, perché esistevano dei partiti molto solidi, anche dal punto di vista ideologico, guidati da dei leader che erano personaggi e personalità di grandissima cultura politica e sensibilità istituzionale. Gli stessi nomi De Gasperi, Togliatti e Saragat ci incutono ancora oggi un timore reverenziale. Comunque si tratta di un fenomeno generalizzato, perché è un po’ comune a tutti i Paesi il fatto che siano i tempi che fanno gli uomini e non gli uomini che fanno i tempi. La Gran Bretagna a quel tempo aveva Winston Churchill e oggi ha Johnson; la Francia aveva De Gaulle e oggi ha Macron. Resta il fatto che una riforma proporzionale, oggi, quando i partiti si sono praticamente dissolti, cosa che abbiamo visto anche durante le ultime elezioni del Quirinale, sarebbe una catastrofe nella catastrofe. Avremo il prossimo Parlamento assolutamente ingestibile.</p>



<p><strong>E sulla riforma della Costituzione?</strong><br>Questo Parlamento non ha né la forza, né la volontà per fare delle riforme costituzionali o anche per proporre un’Assemblea Costituente. L&#8217;Assemblea Costituente, però, è l&#8217;unico modo per salvare questo Paese e aggiungerei anche un ulteriore elemento: non soltanto la seconda parte della Costituzione, è tutta la Costituzione che va cambiata, perché poggia su due pilastri culturali che oggi sono superati. Poggia su un&#8217;ideologia cattolica e oggi il cattolicesimo come sappiamo e vediamo bene si è secolarizzato; poi poggia sull’ideologia marxista, che oggi è tramontata. E’ lo stesso articolo 1 che confligge con l&#8217;idea liberale: “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, evoca un poco la Corea del Nord, le spiagge di Cuba. Preferirei di gran lunga che l’articolo 1 prevedesse una Repubblica democratica “fondata sulla libertà”.</p>
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		<title>Noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2022 19:09:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento Signori Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Signori parlamentari e delegati regionali, il Parlamento e i rappresentanti delle Regioni hanno preso la loro decisione. È per me una nuova chiamata – inattesa &#8211; alla responsabilità; alla quale tuttavia non posso e non ho inteso sottrarmi. Ritorno dunque di fronte a questa Assemblea, nel&#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading" id="messaggio-del-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-al-parlamento-nel-giorno-del-giuramento">Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento</h2>



<p>Signori Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Signori parlamentari e delegati regionali, il Parlamento e i rappresentanti delle Regioni hanno preso la loro decisione.</p>



<p><strong>È per me una nuova chiamata – inattesa &#8211; alla responsabilità; alla quale tuttavia non posso e non ho inteso sottrarmi.</strong></p>



<p>Ritorno dunque di fronte a questa Assemblea, nel <strong>luogo più alto della rappresentanza democratica</strong>, dove la volontà popolare trova la sua massima espressione.</p>



<p>Vi ringrazio per la fiducia che mi avete manifestato chiamandomi per la seconda volta a rappresentare <strong>l’unità della Repubbl</strong>ica.</p>



<p>Adempirò al mio dovere secondo i principi e le norme della <strong>Costituzione</strong>, cui ho appena rinnovato il giuramento di fedeltà, e a cui ho cercato di attenermi in ogni momento nei sette anni trascorsi.</p>



<p>La lettera e lo spirito della nostra Carta continueranno a essere il punto di riferimento della mia azione.</p>



<p><strong>Il mio pensiero, in questo momento, è rivolto a tutte le italiane e a tutti gli italiani: di ogni età, di ogni Regione, di ogni condizione sociale, di ogni orientamento politico. E, in particolare, a quelli più in sofferenza, che si attendono dalle istituzioni della Repubblica garanzia di diritti, rassicurazione, sostegno e risposte al loro disagio.</strong></p>



<p>Queste attese sarebbero state fortemente compromesse dal prolungarsi di uno stato di profonda incertezza politica e di tensioni, le cui conseguenze avrebbero potuto mettere a rischio anche risorse decisive e le prospettive di rilancio del Paese impegnato a uscire da una condizione di gravi difficoltà.</p>



<p>Leggo questa consapevolezza nel voto del Parlamento che ha concluso i giorni travagliati della scorsa settimana.</p>



<p><strong>Travagliati per tutti, anche per me.</strong></p>



<p>È questa stessa consapevolezza la ragione del mio sì e sarà al centro del mio impegno di Presidente della nostra Repubblica nell’assolvimento di questo nuovo mandato.</p>



<p>Nel momento in cui i Presidenti di Camera e Senato mi hanno comunicato l’esito della votazione, ho parlato delle <strong>urgenze &#8211; sanitaria, economica, sociale &#8211; che ci interpellano. Non possiamo permetterci ritardi, né incertezze.</strong></p>



<p><strong>La lotta contro il virus non è conclusa</strong>, la campagna di vaccinazione ha molto ridotto i rischi, ma non ci sono consentite disattenzioni.</p>



<p>È di piena evidenza come la ripresa di ogni attività sia legata alla diffusione dei vaccini che proteggono noi stessi e gli altri.</p>



<p>Questo impegno si unisce a quello per la ripresa, per la costruzione del nostro futuro.</p>



<p>L’Italia è un grande Paese.</p>



<p>Lo spirito di iniziativa degli italiani, la loro creatività e solidarietà, lo straordinario impegno delle nostre imprese, le scelte delle istituzioni ci hanno permesso di ripartire. Hanno permesso all’economia di raggiungere risultati che adesso ci collocano nel gruppo di testa dell’Unione. Ma questa ripresa, per consolidarsi e non risultare effimera, ha bisogno di <strong>progettualità</strong>, di <strong>innovazione</strong>, di <strong>investimenti nel capitale sociale</strong>, di un vero e proprio salto di efficienza del sistema-Paese.</p>



<p>Nuove difficoltà si presentano.<strong> Le famiglie e le imprese</strong> dovranno fare i conti con gli aumenti del <strong>prezzo dell’energia</strong>. Preoccupa la scarsità e l’aumento del prezzo di alcuni beni di importanza fondamentale per i settori produttivi.</p>



<p>Viviamo una fase straordinaria in cui l’agenda politica è in gran parte definita dalla strategia condivisa in sede europea.</p>



<p>L’Italia è al centro dell’impegno di ripresa dell’<strong>Europa</strong>. Siamo i maggiori beneficiari del programma <strong>Next Generation</strong> e dobbiamo rilanciare l’economia all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione, nell’ambito della transizione ecologica e digitale.</p>



<p>La stabilità di cui si avverte l’esigenza è, quindi, fatta di dinamismo, di lavoro, di sforzo comune.</p>



<p>I tempi duri che siamo stati costretti a vivere ci hanno lasciato una lezione: dobbiamo dotarci di strumenti nuovi per prevenire futuri possibili pericoli globali, per gestirne le conseguenze, per mettere in sicurezza i nostri concittadini.</p>



<p>L’impresa alla quale si sta ponendo mano richiede il concorso di ciascuno.</p>



<p><strong>Forze politiche e sociali, istituzioni locali e centrali, imprese e sindacati, amministrazione pubblica e libere professioni, giovani e anziani, città e zone interne, comunità insulari e montane. Vi siamo tutti chiamati.</strong></p>



<p>L’esempio ci è stato offerto da medici, operatori sanitari, volontari, da chi ha garantito i servizi essenziali nei momenti più critici, dai sindaci, dalle <strong>Forze Armate e dalle Forze dell’ordine</strong>, impegnate a sostenere la campagna vaccinale: a tutti va riaffermata la nostra riconoscenza.</p>



<p>Questo è l’orizzonte che abbiamo davanti.</p>



<p>Dobbiamo disegnare e iniziare a costruire, in questi prossimi anni, l’Italia del dopo emergenza.</p>



<p>È ancora tempo di un impegno comune per rendere più forte la nostra Patria, ben oltre le difficoltà del momento.</p>



<p>Un’Italia più giusta, più moderna, intensamente legata ai popoli amici che ci attorniano.</p>



<p>Un Paese che cresca in unità.</p>



<p>In cui le disuguaglianze &#8211; territoriali e sociali &#8211; che attraversano le nostre comunità vengano meno.</p>



<p>Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la <strong>coesione del nostro popolo.</strong></p>



<p>Un’Italia che sappia superare il <strong>declino demografico</strong> a cui l’Europa sembra condannata.</p>



<p>Un’Italia che tragga vantaggio dalla valorizzazione delle sue bellezze, offrendo il proprio modello di vita a quanti, nel mondo, guardano ad essa con ammirazione.</p>



<p>Un’Italia impegnata nella difesa dell’<strong>ambiente</strong>, della <strong>biodiversità</strong>, degli <strong>ecosistemi</strong>, consapevole delle responsabilità nei confronti delle future generazioni.</p>



<p>Una Repubblica capace di riannodare il patto costituzionale tra gli italiani e le loro istituzioni libere e democratiche.</p>



<p>Rafforzare l’Italia significa, anche, metterla in grado di orientare il processo per rilanciare l’Europa, affinché questa divenga più efficiente e giusta; rendendo stabile e strutturale la svolta che è stata compiuta nei giorni più impegnativi della <strong>pandemia.</strong></p>



<p>L’apporto dell’Italia non può mancare: servono idee, proposte, coerenza negli impegni assunti.</p>



<p>La <strong>Conferenza sul futuro dell’Europa</strong> non può risolversi in un grigio passaggio privo di visione storica ma deve essere l’occasione per definire, con coraggio, una Unione protagonista nella comunità internazionale.</p>



<p>In aderenza alle scelte della nostra <strong>Costituzione</strong>, la Repubblica ha sempre perseguito una politica di pace. In essa, con ferma adesione ai principi che ispirano l’<strong>Organizzazione delle Nazioni Unite</strong>, il <strong>Trattato del Nord Atlantico</strong>, l’<strong>Unione Europea</strong>, abbiamo costantemente promosso il dialogo reciprocamente rispettoso fra le diverse parti affinché prevalessero i principi della cooperazione e della giustizia.</p>



<p>Da molti decenni i Paesi europei possono godere del dividendo di pace, concretizzato dall’integrazione europea e accresciuto dal venir meno della Guerra fredda.</p>



<p>Non possiamo accettare che ora, senza neppure il pretesto della competizione tra sistemi politici ed economici differenti, si alzi nuovamente il vento dello scontro; in un continente che ha conosciuto le tragedie della Prima e della Seconda guerra mondiale.</p>



<p>Dobbiamo fare appello alle nostre risorse e a quelle dei <strong>Paesi alleati </strong>e amici affinché le esibizioni di forza lascino il posto al reciproco intendersi, affinché nessun popolo debba temere l’aggressione da parte dei suoi vicini.</p>



<p>I popoli dell’<strong>Unione Europea</strong> devono anche essere consapevoli che ad essi tocca un ruolo di sostegno ai processi di stabilizzazione e di pace nel martoriato panorama mediterraneo e medio-orientale. Non si può sfuggire alle sfide della storia e alle relative responsabilità.</p>



<p>Su tutti questi temi – all’interno e nella dimensione internazionale &#8211; è intensamente impegnato il Governo guidato dal <strong>Presidente Draghi</strong>; nato, con ampio sostegno parlamentare, nel pieno dell’emergenza e ora proiettato a superarla, ponendo le basi di una stagione nuova di crescita sostenibile del nostro Paese e dell’Europa. Al Governo esprimo un convinto ringraziamento e gli auguri di buon lavoro.</p>



<p>I grandi cambiamenti che stiamo vivendo a livello mondiale impongono soluzioni rapide, innovative, lungimiranti, che guardino alla complessità dei problemi e non soltanto agli interessi particolari.</p>



<p>Una riflessione si propone anche sul funzionamento della nostra democrazia, a tutti i livelli.</p>



<p>Proprio la velocità dei cambiamenti richiama, ancora una volta, al bisogno di costante inveramento della democrazia.</p>



<p>Un’autentica democrazia prevede il doveroso rispetto delle regole di formazione delle decisioni, discussione, partecipazione. L’esigenza di governare i cambiamenti sempre più rapidi richiede risposte tempestive. Tempestività che va comunque sorretta da quell’indispensabile approfondimento dei temi che consente puntualità di scelte.</p>



<p>Occorre evitare che i problemi trovino soluzione senza l’intervento delle istituzioni a tutela dell’interesse generale: questa eventualità si traduce sempre a vantaggio di chi è in condizioni di maggiore forza.</p>



<p>Poteri economici sovranazionali tendono a prevalere e a imporsi, aggirando il processo democratico.</p>



<p>Su un altro piano, i regimi autoritari o autocratici tentano ingannevolmente di apparire, a occhi superficiali, più efficienti di quelli democratici, le cui decisioni, basate sul libero consenso e sul coinvolgimento sociale, sono, invece, più solide ed efficaci.</p>



<p><strong>La sfida – che si presenta a livello mondiale – per la salvaguardia della democrazia riguarda tutti e anzitutto le istituzioni.</strong></p>



<p>Dipenderà, in primo luogo, dalla forza del Parlamento, dalla elevata qualità della attività che vi si svolge, dai necessari adeguamenti procedurali.</p>



<p>Vanno tenute unite due esigenze irrinunziabili: rispetto dei percorsi di garanzia democratica e, insieme, tempestività delle decisioni.</p>



<p>Per questo <strong>è cruciale il ruolo del Parlamento, come</strong> luogo della partecipazione. Il luogo dove si costruisce il consenso attorno alle decisioni che si assumono. Il luogo dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo emerge dalla società civile.</p>



<p><strong>Così come è decisivo il ruolo e lo spazio delle autonomie.</strong> Il pluralismo delle istituzioni, vissuto con spirito di collaborazione – come abbiamo visto nel corso dell’emergenza pandemica – rafforza la democrazia e la società.</p>



<p><strong>Non compete a me indicare percorsi riformatori da seguire. Ma dobbiamo sapere che dalle risposte che saranno date a questi temi dipenderà la qualità della nostra</strong> democrazia.</p>



<p>Quel che appare comunque necessario – nell’indispensabile dialogo collaborativo tra Governo e Parlamento è che &#8211; particolarmente sugli atti fondamentali di governo del Paese – il Parlamento sia posto in condizione sempre di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi.</p>



<p>Appare anche necessario un ricorso ordinato alle diverse fonti normative, rispettoso dei limiti posti dalla Costituzione.</p>



<p>La qualità stessa e il prestigio della rappresentanza dipendono, in misura non marginale, dalla capacità dei partiti di esprimere ciò che emerge nei diversi ambiti della vita economica e sociale, di favorire la partecipazione, di allenare al confronto.</p>



<p><strong>I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali.</strong></p>



<p><strong>Senza partiti coinvolgenti, così come senza corpi sociali intermedi, il cittadino si scopre solo e più indifeso. </strong>Deve poter far affidamento sulla politica come modalità civile per esprimere le proprie idee e, insieme, la propria appartenenza alla Repubblica.</p>



<p>Il Parlamento ha davanti a sé un compito di grande importanza perché, attraverso nuove regole, può f<strong>avorire una stagione di partecipazione.</strong></p>



<p>Anche sul piano etico e culturale è necessario – proprio nel momento della difficoltà – sollecitare questa passione che in tanti modi si esprime nella nostra comunità. <strong>Tutti i giovani in primo luogo, tutti, particolarmente loro, sentono sulle proprie spalle la responsabilità di prendere il futuro del Paese, portando nella politica e nelle istituzioni novità ed entusiasmo.</strong></p>



<p>Rivolgo un saluto rispettoso alla Corte Costituzionale, presidio di garanzia dei principi della nostra Carta.</p>



<p>Nell’inviare un saluto alle nostre Magistrature – elemento fondamentale del sistema costituzionale e della vita della società –mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia.</p>



<p>Per troppo tempo è divenuta un terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività.</p>



<p><strong>Nella salvaguardia dei principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della Magistratura – uno dei cardini della nostra Costituzione &#8211; l’ordinamento giudiziario e il sistema di governo autonomo della Magistratura devono corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, come richiesto a buon titolo dai cittadini.</strong></p>



<p>È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio Superiore della Magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono restare estranee all’Ordine giudiziario.</p>



<p>Occorre per questo che venga recuperato un profondo rigore.</p>



<p>In sede di Consiglio Superiore ho da tempo sottolineato che indipendenza e autonomia sono principi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza.</p>



<p>I<strong> cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone.</strong></p>



<p>Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati.</p>



<p>La Magistratura e l’Avvocatura sono chiamate ad assicurare che il processo riformatore si realizzi, facendo recuperare appieno prestigio e credibilità alla funzione giustizia, allineandola agli standard europei.</p>



<p>Alle Forze Armate, sempre più strumento di pace, elemento significativo nella politica internazionale della Repubblica, alle Forze dell<strong>’</strong>ordine, garanzia di libertà nella sicurezza, esprimo il mio apprezzamento, unitamente al rinnovo del cordoglio per quanti hanno perduto la vita nell’ assolvimento del loro dovere.</p>



<p>Nel salutare il <strong>Corpo Diplomatico accreditato</strong>,&nbsp;ringrazio per l’amicizia e la collaborazione espressa nei confronti del nostro Paese.</p>



<p>Ai numerosi nostri connazionali presenti nelle più diverse parti del globo va il mio saluto affettuoso, insieme al riconoscimento per il contributo che danno alla comprensione dell’identità italiana nel mondo.</p>



<p>A <strong>Papa Francesco</strong>, al cui magistero l’Italia guarda con grande rispetto, esprimo i sentimenti di riconoscenza del popolo italiano.</p>



<p>Un messaggio di amicizia invio alle numerose comunità straniere presenti in Italia: la loro affezione nei confronti del nostro Paese in cui hanno scelto di vivere e il loro apporto alla vita della nostra società sono preziosi.</p>



<p><strong>L’Italia è, per antonomasia, il Paese della bellezza, delle arti, della cultura.</strong> Così nel resto del mondo guardano, fondatamente, verso di noi.</p>



<p><strong>La cultura non è il superfluo: è un elemento costitutivo dell’identità italiana.</strong></p>



<p>Facciamo in modo che questo patrimonio di ingegno e di realizzazioni – da preservare e sostenere – divenga ancor più una risorsa capace di generare conoscenza, accrescimento morale e un fattore di sviluppo economico. Risorsa importante particolarmente per quei giovani che vedono nelle università, nell’editoria, nelle arti, nel teatro, nella musica, nel cinema un approdo professionale in linea con le proprie aspirazioni.</p>



<p>Consentitemi di ricordare, per renderle omaggio, una grande protagonista del nostro cinema e del nostro Paese: <strong>Monica Vitti.</strong></p>



<p><strong>Sosteniamo una scuola che sappia accogliere e trasmettere preparazione e cultura</strong>, come complesso dei valori e dei principi che fondano le ragioni del nostro stare insieme; <strong>scuola volta ad assicurare parità di condizioni e di opportunità.</strong></p>



<p>C<strong>ostruire un’Italia più moderna è il nostro compito.</strong></p>



<p>Ma affinché la modernità sorregga la qualità della vita e un modello sociale aperto, animato da libertà, diritti e solidarietà, è necessario assumere la lotta alle diseguaglianze e alle povertà come asse portante delle politiche pubbliche.</p>



<p>Nell’ultimo periodo gli indici di occupazione sono saliti &#8211; ed è un dato importante &#8211; ma ancora tante donne sono escluse dal lavoro, e la marginalità femminile costituisce uno dei fattori di rallentamento del nostro sviluppo, oltre che un segno di ritardo civile, culturale, umano.</p>



<p><strong>Tanti, troppi giovani sono sovente costretti in lavori precari e malpagati, quando non confinati in periferie esistenziali.</strong></p>



<p><strong>È doveroso ascoltare la voce degli studenti,</strong> che avvertono tutte le difficoltà del loro domani e cercano di esprimere esigenze, domande volte a superare squilibri e contraddizioni.</p>



<p><strong>La pari dignità sociale è un caposaldo di uno sviluppo giusto ed effettivo.</strong></p>



<p><strong>Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno per ogni prospettiva reale di&nbsp;crescita.</strong></p>



<p>Nostro compito – come prescrive la Costituzione – è rimuovere gli ostacoli.</p>



<p>Accanto alla dimensione sociale della dignità, c’è un suo significato etico e culturale che riguarda il valore delle persone e chiama in causa l’intera società.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>La dignità.</strong></p>



<p><strong>Dignità è azzerare le morti sul lavoro,</strong> che feriscono la società e la coscienza di ognuno di noi. Perché la sicurezza del lavoro, di ogni lavoratore, riguarda il valore che attribuiamo alla vita.</p>



<p><strong>Mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro.</strong></p>



<p>Quasi ogni giorno veniamo richiamati drammaticamente a questo primario dovere del nostro Paese.</p>



<p><strong>Dignità è opporsi al razzismo e all’antisemitismo</strong>, aggressioni intollerabili, non soltanto alle minoranze fatte oggetto di violenza, fisica o verbale, ma alla coscienza di ognuno di noi.</p>



<p><strong>Dignità è impedire la violenza sulle donne</strong>, piaga profonda e inaccettabile che deve essere contrastata con vigore e sanata con la forza della cultura, dell’educazione, dell’esempio.</p>



<p><strong>La nostra dignità è interrogata dalle migrazioni,</strong> soprattutto quando non siamo capaci di difendere il diritto alla vita, quando neghiamo nei fatti dignità umana agli altri.</p>



<p><strong>È anzitutto la nostra dignità che ci impone di combattere, senza tregua, la tratta e la schiavitù degli esseri umani.</strong></p>



<p><strong>Dignità è diritto allo studio, lotta all’abbandono scolastico, annullamento del divario tecnologico e digitale.</strong></p>



<p><strong>Dignità è rispetto per gli anziani</strong> che non possono essere lasciati alla solitudine, e neppure possono essere privi di un ruolo che li coinvolga.</p>



<p><strong>Dignità è contrastare le povertà, </strong>la precarietà disperata e senza orizzonte che purtroppo mortifica le speranze di tante persone.</p>



<p><strong>Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità.</strong></p>



<p><strong>Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza.</strong></p>



<p><strong>Dignità è un Paese non distratto di fronte ai problemi quotidiani che le persone con disabilità devono affrontare.</strong> Confidiamo in un Paese&nbsp;capace di rimuovere gli ostacoli che immotivatamente incontrano nella loro vita.</p>



<p><strong>Dignità è un Paese libero dalle mafie, dal ricatto della criminalità, libero anche dalla complicità di chi fa finta di non vedere.</strong></p>



<p><strong>Dignità è&nbsp;assicurare e garantire il diritto dei cittadini a un’informazione libera e indipendente.</strong></p>



<p>La dignità, dunque, come pietra angolare del nostro impegno, della nostra passione civile.</p>



<p>A questo riguardo – concludendo &#8211; desidero ricordare in quest’aula il Presidente di un’altra Assemblea parlamentare, quella europea, <strong>David Sassoli.</strong></p>



<p>La sua testimonianza di uomo mite e coraggioso, sempre aperto al dialogo e capace di rappresentare le democratiche istituzioni ai livelli più alti, è entrata nell’animo dei nostri concittadini.</p>



<p><strong>“Auguri alla nostra speranza” sono state le sue ultime parole in pubblico.</strong></p>



<p>Dopo avere appena detto: “La speranza siamo noi”.</p>



<p><strong>Ecco, noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica.</strong></p>



<p><strong>Viva la Repubblica, viva l’Italia!</strong></p>
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		<title>Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 17:43:09 +0000</pubDate>
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<p><strong>Lei è rappresentante dei cittadini italiani nella Conferenza per il futuro dell’Europa, dove per la prima volta sono stati accolti rappresentanti dei cittadini di ogni stato membro. E’ questo un esempio di democrazia partecipativa? E’ un modo per avvicinare le persone ad una Comunità che molti considerano troppo lontana dai bisogni dei singoli e di ciascuna Nazione?</strong><br>Ho accettato questo incarico con molto entusiasmo, nella speranza che questo entusiasmo non diventi una illusione e poi una delusione. Per quanto riguarda il ruolo dell’Italia penso che ci dobbiamo fortemente impegnare a raccogliere l’opinione dei nostri cittadini sul futuro dell’Europa. E’ chiaro che il filtro dell’elaborazione è necessario come è necessario anche stimolare i cittadini a un pensiero sullo Stato e sull’Europa. Lo si può fare in molti modi, senza influenzarne le risposte ma facendo comprendere che ci sono dei fenomeni, come la pandemia ha evidenziato, nei quali la risposta non può essere quella dei singoli e neppure del singolo Stato ma deve essere dell’intera Europa.</p>



<p><strong>Cosa devono fare gli italiani?</strong><br>I cittadini devono comprendere e condividere la relazione con l’Unione Europea e poi, semmai, suggerire dei cambiamenti. E’ così che io concepisco questo mio ruolo di rappresentante dei cittadini italiani. Non condizionarne la partecipazione a una adesione che deve essere del tutto spontanea: c’è una piattaforma in 27 lingue in cui ogni cittadino potrà esprimersi liberamente e direttamente. Il tema è sollecitare la partecipazione dei cittadini perché arrivino alla piattaforma. Sollecitare l’attenzione dei cittadini sull’importanza e sulla serietà di questa consultazione. Non perdiamo un’occasione nella quale possiamo dire come vorremmo che fosse il futuro dell’Europa. Anche perché il futuro dell’Europa è il nostro futuro.</p>



<p><strong>Come può essere stimolata la partecipazione?</strong><br>Al di là delle risposte che affluiranno spontaneamente alla piattaforma, cercherei di costruire anche dei cluster per dare a chi riceverà queste informazioni la possibilità di elaborarle in maniera utile. Per esempio individuando categorie di soggetti. L’output di una certa categoria sarà diversa dall’output di un’altra.</p>



<p><strong>Da chi partirebbe?</strong><br>Da una categoria particolarmente disagiata, i neet, quei ragazzi che hanno perso il filo conduttore della loro vita, della scuola, del lavoro: interpelliamoli e chiediamo loro di partecipare a questo esercizio, di dirci che cosa non ha funzionato e cosa vorrebbero che funzionasse in Europa. E poi via via per tanti altri gruppi di cittadini: avvocati, medici, magistrati, studenti universitari, delle scuole medie e dei licei. Tutte le categorie che possono dirci non solo qual è il loro pensiero in Europa ma anche quali sono i loro desideri sull’Europa.</p>



<p><strong>Un gran lavoro di coinvolgimento della cittadinanza.</strong><br>Credo che il compito di convogliare dei cluster in maniera ordinata verso la piattaforma non sia né una forma di selezione né di prevaricazione, solo una forma di costruzione ordinata del pensiero degli italiani sull’Europa. Io vorrei che in tanti si esprimessero perché sarebbe un esercizio davvero democratico e utile per la crescita dell’Europa. Se deve diventare un luogo di blablabla direi che nessuno di noi avrà svolto bene il proprio compito, io per prima.</p>



<p><strong>E’ una formula che potrebbe essere utilizzata anche a livello interno, per correggere le distorsioni provocate dal diverso principio della democrazia diretta?</strong><br>Al di là delle denominazioni, dobbiamo fronteggiare un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti e che deriva dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione. Oggi siamo totalmente disintermediati rispetto alla comunicazione, rispetto alla politica, all’economia, alla finanza, perché ognuno di noi è stato reso libero di manifestare il proprio pensiero attraverso il digitale, attraverso l’interazione con un mezzo che porta ognuno direttamente in contatto con gli altri. Saremmo degli utopisti se non prendessimo atto della circostanza che oggi ciascuno è stato reso libero, senza l’intermediazione e il filtro del giornalista, di elaborare e comunicare ad altri il proprio pensiero. Il nostro compito è quello di creare delle interlocuzioni che diano loro dei risultati concreti. Da questo punto di vista credo molto all’esercizio che ci accingiamo a fare sul futuro dell’Europa.</p>



<p><strong>In un recente articolo ha parlato del valore del merito per rilanciare il Paese, portando l’esempio di suo nonno, impiegato delle Poste, che quando morì lasciò detto che l’eredità che lo inorgogliva di più era rappresentata dalle sette lauree dei suoi sei figli. Questa è la pietra fondante del nostro Paese, quella di un ascensore sociale sempre cresciuto ma che oggi sembra addirittura in discesa più che fermo. Cosa è successo e come intervenire per tornare a una società che sappia cercare, valorizzare e promuovere il talento?</strong><br>Credo che la storia serva per illuminarci, per trovare il cammino del futuro. La nostra storia è perfettamente quella che lei ha raccontato, quella della mia famiglia, di tante famiglie italiane che hanno visto nella promozione del merito il proprio ascensore sociale. Nell’immediato dopoguerra c’era da ricostruire un Paese, c’era da radunare le forze, da sacrificarsi per ricostruire. Non ci vuole molto per dire che questo è un periodo molto simile, non c’è stata una guerra ma abbiamo combattuto contro un virus che ha ucciso milioni di persone. Gli effetti devastanti, sulla vita e sulla salute delle persone così come sull’economia dei paesi, sono molto simili a quelli della guerra che hanno combattuto i nostri nonni, dopo la quale hanno dovuto raccogliere i cocci di una società che era stata devastata dagli effetti della guerra.</p>



<p><strong>Un esempio per tutti noi?</strong><br>Credo che oggi dobbiamo fare così e se abbiamo la fortuna, come la ho io, di essere in una posizione dalla quale possiamo stimolare gli altri a raccogliere questi cocci e a premere il pulsante dell’ascensore sociale, lo dobbiamo fare. Io ho la fortuna di vivere da tanti anni in mezzo ai giovani e di vedere quanto per i giovani l’essere stimolati sul tema della qualità e del merito sia importante. I giovani ci danno delle risposte incredibili. Alla Luiss, per il progetto “Legalità e merito, quest’anno abbiamo avuto 150 volontari. Questo vuol dire che i ragazzi ci credono, che i ragazzi credono che il merito sia un valore attraverso il quale si sconfigge l’ingiustizia. I ragazzi hanno un forte senso della giustizia che poi magari perdono cammin facendo. Non non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante. Posso fare un altro esempio concreto?</p>



<p><strong>Prego.</strong><br>I giovani che seleziono per la mia attività professionale provengono spesso da famiglie disagiate, che si sono sacrificate moltissimo per mandare i propri figli prima a scuola e poi all’università. Questi ragazzi l’ascensore sociale non solo lo hanno preso ma sono arrivati ai piani alti, per questo le loro famiglie vanno incoraggiate. Quando vi è la cerimonia delle lauree io stringo spesso le mani dei genitori dei ragazzi, perché comunque noi li dobbiamo ringraziare di aver portato questi ragazzi sino all’università con sacrifici che, chi più chi meno, hanno riguardato tutti. E certe volte stringo delle mani che mi commuovono perché sono delle mani di gente che ha lavorato sodo, non solo con la testa ma anche con le mani. Pensando a quei padri, quei nonni, quelle madri, quelle nonne, persone semplici che hanno dato tutto poiché i loro figli e i loro nipoti si laureassero, capisci che hai avuto un compito importante e che questo compito deve proseguire, perché è dopo che il merito deve dare il suoi risultati, è dopo, nel mondo del lavoro, che deve ricevere le soddisfazioni che una promozione, un inserimento buono nel mondo del lavoro ti può dare.</p>



<p><strong>Siamo in affanno su questo aspetto.</strong><br>E infatti è li che noi dobbiamo lavorare ancora molto, per dimostrare che quel merito che si è acquisito negli studi deve essere portato anche nel mondo del lavoro, della pubblica amministrazione per esempio. Io credo che nella PA si debba essere promossi per merito e non per anzianità così come accade nell’impresa privata molto più spesso che nell’impresa pubblica. E’ anche con questo che si promuove il merito e si dà un senso diffuso di legalità al Paese.</p>



<p><strong>Quali caratteristiche ha, e quali ostacoli ancora incontra, una donna nel percorso per l’affermazione di sé?</strong><br>Partiamo dal che cosa occorra fare perché le giovani donne non si sentano ostacolate. Bisogna dar loro fiducia, bisogna dir loro che certi esempi non sono unici ma molteplici, che se sei brava il soffitto di cristallo lo puoi sfondare. Invitarle, soprattutto, a non limitarsi nelle scelte che fanno all’inizio della loro carriera. Le materie STEM, per esempio, hanno sempre rappresentato, nell’ideologia familiare, un limite allo sviluppo culturale delle donne. Io non sono mai stata brava in matematica, questo è un mio limite, ma credo che donne brave nelle materie tecniche e tecnologiche possano essercene davvero tante. </p>



<p><strong>Cosa devono fare?</strong><br>Stimoliamole ad iscriversi a corsi o ad università in cui queste materie vengono insegnate, perché poi sono queste le materie di successo nell’immediato futuro, ed è su questo che si misurerà il successo degli uomini come delle donne. Indirizzarle dunque anzitutto verso percorsi che non le vedono perdenti. Ogniqualvolta si è aperta la strada alle donne, queste hanno meritato più del cinquanta per cento delle posizioni. Pensate al concorso in magistratura: non molti anni fa c’era una legge che non consentiva alle donne di partecipare al concorso in magistratura. Oggi le donne che vincono quel concorso sono il 52 per cento. Quindi ce l’abbiamo fatta, e ce l’abbiamo fatta anche velocemente.</p>



<p><strong>L’altro tema è quello della conoscenza e della conoscibilità dei ruoli e dei meriti delle donne.</strong><br>Quando si deve organizzare un panel per discutere in una conferenza, o quando si deve scegliere una persona in un consiglio di amministrazione, spesso manca la conoscenza o l’elencazione di donne brave in quel settore. Io nella mia università ho introdotto un sistema che sta funzionando molto bene: l’elenco delle donne brave nei vari settori, l’elenco delle donne che possono essere chiamate a seconda delle necessità. Ne abbiamo a centinaia adesso, semplicemente perché ci siamo applicati a diffondere la conoscenza e la conoscibilità delle donne in gamba. Questo può sposare il tema della promozione di genere con quello della promozione del merito. Il mondo sarà veramente cambiato quando verranno scelte tante donne perché meritano di essere scelte, ma oggi le dobbiamo aiutare perché se i loro meriti non sono conosciuti non possono essere utilizzati.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di inserire nel Recovery Plan un progetto di welfare femminile che parta dalla emersione dei problemi affrontati dalle donne nel corso della pandemia.</strong><br>Quanto al welfare le dico che io sono riuscita a non fermarmi nella mia carriera perché avevo mia madre e mia suocera che si sono occupate della mia bambina. Quando ho aperto uno studio mi sono subito detta che non appena le sue dimensioni fossero cresciute, sarebbe stato bello avere un asilo per i figli dei collaboratori, perché tu puoi lavorare serena sapendo che i tuoi figli sono assistiti e sono vicini. Donna Franca Florio applicò questo sistema nell’Ottocento. Nella tonnara di Favignana costruì un asilo, e le donne lavoravano felici e lavoravano bene. È questo l’altro piccolo segreto, l’altro tema difficile e complesso sul quale lavorare: il welfare. Le donne vanno aiutate, gli orari di lavoro vanno resi conciliabili coi momenti nei quali ci si deve occupare dei figli, lo Stato si deve far carico di dare assistenza a quelle famiglie, ai figli, ai bambini, ai ragazzi che devono sì avere l’appoggio ed essere seguiti dalla famiglia ma anche l’apporto che può dare lo Stato coi suoi asili o con altri mezzi che consentano ad una donna di non rinunciare alla carriera.</p>



<p><strong>Lei può considerarsi fortunata?</strong><br>Io sono partita, nella mia carriera universitaria prima e di avvocato dopo, insieme a tante altre ragazze. Molte erano più brave di me. Io sono l’unica ad essere diventata rettore di un’università, ministro della giustizia, vicepresidente adesso della stessa università. Perché? Erano brave come me, avevano doti simili alle mie, avevano studiato come me però poi i ruoli che hanno assunto in famiglia, non aiutate da un welfare sufficientemente attento, le hanno mano a mano fermate per strada.</p>



<p><strong>Dostoevskij scrisse che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. Cosa significa, in Italia soprattutto, dove la Costituzione impone che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato?</strong><br>Intanto mi permetta una reminiscenza delle mie letture di Dostoevsky. Lui scrisse “Delitto e castigo” in un’epoca in cui era stato condannato, se non sbaglio, a spaccare le pietre, e questa pena era stata frutto di una conversione benevola perché originariamente era stato condannato a morte. Quando si trovò sul patibolo gli venne salvata la vita e fu condannato a fare lo spaccapietre. Naturalmente sono passati secoli e il nostro sistema carcerario, pur tra tante crisi, è governato dall’idea che la rieducazione del condannato sia ciò cui deve tendere la permanenza nel carcere, quindi abbiamo fatto tanta strada da quell’epoca, a testimonianza proprio che la civiltà di un paese si misura anche e soprattutto dal modo in cui gestisce le carceri. </p>



<p><strong>Lei è stata ministro della Giustizia.</strong><br>Ricordo che uno dei miei compiti di ministro fu quello di andare a Strasburgo a combattere una battaglia perché l’Italia era stata condannata a delle sanzioni perché nelle carceri non c’era abbastanza spazio per i detenuti. Vincemmo quella battaglia. La vincemmo non solo convincendo Strasburgo a non applicare le sanzioni, ma anche adottando una serie di provvedimenti che hanno consentito di mantenere anche dopo uno spazio per i detenuti sufficiente a superare il costante e continuo monitoraggio dell’Europa.</p>



<p><strong>Un altro momento di crisi è stato durante la pandemia?</strong><br>Essere nel carcere vuol dire essere isolati dal mondo, ma almeno c’è un contatto, che è fondamentale per i detenuti, quello con le famiglie, con le persone che li vengono a trovare. I casi di suicidio in carcere sono spessissimo dovuti all’isolamento nel quale i detenuti vengono lasciati dalle loro famiglie. Durante la pandemia si è verificato esattamente questo: le visite dei familiari sono state proibite per motivi comprensibili. Tutto questo ha ovviamente aumentato il livello di tensione nelle carceri: essere completamente isolati dal mondo porta tensione, e se questa tensione non viene correttamente incanalata accade quel che di terribile abbiamo visto accadere.</p>



<p><strong>Cosa fare?</strong><br>Come intervento immediato occorre isolare le mele marce e garantire sempre più interventi rieducativi a coloro che vivono la realtà carceraria, ma badate che il mondo delle carceri è un mondo straordinario, dove esistono sì abissi non guardabili ma anche incredibili vette di volontariato e collaborazione. Io gestisco una fondazione che si occupa di rieducazione dei detenuti, che li porta al lavoro e ad avere occasioni di lavoro; quindi vedo quanto si possa fare per il carcere e quanto la dimensione del carcere possa essere quella di uno sbocco rieducativo. Ma bisogna lavorarci, rimboccarsi le maniche, faticare.</p>



<p><strong>Non tutte le realtà sono identiche.</strong><br>Superato il momento della rivolta sono andata a Rebibbia dove abbiamo girato un docufilm grazie a Rai Cinema, proprio sull’anno del lockdown nelle carceri. A Rebibbia abbiamo trovato una situazione straordinariamente positiva, perché i detenuti erano stati messi in grado in entrare in contatto con le famiglie attraverso i mezzi di comunicazione virtuale. Questo per loro è stata la salvezza. A volte bastano piccole cose, piccole grandi vicinanze. Noi siamo stati vicini ai detenuti di Rebibbia grazie ai volontari della Luiss, ai ragazzi che durante la pandemia hanno vissuto una esperienza quasi carceraria, perché erano già costretti in casa, ma hanno voluto continuare il loro compito educativo nelle carceri.</p>



<p><strong>Di cosa si occupano gli studenti?</strong><br>I nostri ragazzi vanno a Rebibbia per preparare agli esami universitari i detenuti, e lo hanno fatto anche durante la pandemia. Quando finalmente siamo riusciti a vederci, perché mascherine e vaccinazioni ce lo hanno consentito, questi ragazzi ne hanno tratto una grande soddisfazione: erano riusciti a star vicini ai detenuti e la loro vicinanza, insieme a quella di tanti altri volontari che si occupano di carcere, li aveva aiutati a superare un momento critico. Del carcere bisogna parlare. Se ne parla poco, non interessa a nessuno, tutti dicono “è altro da me”, e invece è importantissimo, perché tra i principi della nostra società c’è proprio quello per cui il carcere deve condurre alla rieducazione e non alla recidiva del condannato.</p>



<p><strong>Le vicende della pandemia hanno dimostrato che la cooperazione internazionale è fondamentale per affrontare fenomeni sempre più globali?</strong><br>Credo che la globalizzazione abbia portato la necessità di allargare i nostri orizzonti e di collocarci non più nel paese, nella città, nella nazione ma nel continente, perché la globalizzazione comporterà un confronto tra continenti, tra grandi potenze economiche. Allora bisogna adeguarsi ai tempi, comprendere e condividere tutti che l’Italia da sola non ce la può fare, come non ce la poteva fare ad avere vaccini sufficienti ad immunizzare gran parte della popolazione, come non ce la poteva fare a combattere la pandemia. La prima grande decisione europea condivisa è stata proprio quella di combattere un virus dalla potenza mondiale mettendo tutti quanti insieme. Credo che questo discorso vada portato avanti anche nei periodi, che spero siano prossimi, in cui avremo sconfitto la pandemia e ripreso dei ritmi normali.</p>



<p><strong>Il nostro riferimento non può essere che l’Europa?</strong><br>La competizione economica e sociale oggi si gioca sullo scacchiere del mondo e non su quello dei singoli paesi. Se vogliamo diventare più forti ed evitare gli oligopoli delle grandi potenze sui grandi temi, che sono quello dell’intelligenza artificiale e della cyber sicurezza, dobbiamo stare tutti assieme. In proposito credo che l’Europa, per omogeneità di valori culturali, per storia, debba rappresentare una palestra nella quale ci dobbiamo cimentare, ed è in Europa che dobbiamo rafforzare le nostre difese, la nostra possibilità di successo sui due temi emblematici che ho citato, sui quali l’Europa si deve confrontare con altre potenze mondiali. Se noi non vinceremo le nostre battaglie sull’intelligenza artificiale e sulla cyber sicurezza diventeremo piccoli piccoli, perché finiremo condizionati da un sistema di oligopoli che ci schiaccerà completamente. Allora facciamoci un po’ più grandi, diamo all’Europa la capacità di combattere con mezzi di concorrenza leale la competizione con gli altri paesi, mettiamola in grado tutti insieme di essere una potenza che può stare alla pari di altri paesi mondiali.</p>



<p><strong>Von der Leyen, Lagarde, Merkel: le piace pensare che la gestione di quella che a tutti gli effetti è una vicenda non dissimile ad una guerra, sia stata meno rissosa di quanto fosse possibile prevedere proprio perché tre donne erano al vertice di Istituzioni così importanti?</strong><br>Io trovo che la loro conduzione sia stata straordinaria. Voglio anche pensare che il fatto di essere donne le abbia rese forse più comprensive degli aspetti umani. Le donne, occupandosi spesso della famiglia, dei figli, hanno il privilegio di un osservatorio importante dal quale vedere che cosa i fenomeni esterni generano nei piccoli, nelle persone più deboli di cui devono occuparsi; hanno quindi una visione resa più ampia proprio da questo. La comprensione con la quale ad esempio Ursula von der Leyen ha affrontato il tema della pandemia, dicendo che questo era tema che riguardava tutti, è stato forse anche condizionato dal fatto che, avendo avuto un certo numero di figli, avrà visto in anticipo nella sua famiglia i problemi che si sono verificati.</p>



<p><strong>Siamo sulla strada giusta per raggiungere la parità?</strong><br>Io credo che raggiungeremo davvero la parità quando anche il marito di Ursula von der Leyen avrà avuto la stessa percezione dalla famiglia che ha avuto lei, cioè quello spunto attraverso il quale ci ha portato ad una condivisione degli effetti economici della pandemia: è la prima volta che l’Europa decide di affrontare veramente insieme un problema, con una raccolta straordinaria di fondi da distribuire ai paesi perché superino questo problema. Che in questo abbia aiutato anche l’essere donna è cosa che mi piace pensare, però non vorrei escludere dal mondo gli uomini, che del mondo sono l’altra metà: credo davvero che il condividere, il comprendere i temi delle donne, di che cosa ci sia di maggiormente propositivo nelle loro attività, sia qualcosa che costruisce ed appartiene a uomini e donne in maniera assolutamente paritaria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/raco-paola-severino-i-ragazzi-hanno-un-forte-senso-della-giustizia/">Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Bartolomeo Romano: bene Cartabia ma c&#8217;è tanto ancora da fare, a cominciare dalla divisione delle carriere</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/10/raco-bartolomeo-romano-bene-riforma-cartabia-ma-ce-tanto-da-fare-a-cominciare-dalla-divisione-delle-carriere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2021 09:33:10 +0000</pubDate>
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<p><strong>E’ soddisfatto dell’accordo raggiungo in Consiglio dei Ministri sulla Giustizia?</strong><br>Moderatamente soddisfatto. Partivamo da una riforma Bonfavede che aveva sostanzialmente eliminato la prescrizione dopo il primo grado di giudizio; venivamo da un disegno di legge, presentato dall’ex ministro Bonafede, che aveva tanti punti forcaioli e comunque in grado di limitare le libertà dei cittadini e delle loro difese nei processi. E’ evidente che qualunque intervento non poteva che migliorare lo statu quo ante. In questo senso la riforma Cartabia non è la riforma auspicabile in assoluto ma certamente è migliorativa.</p>



<p><strong>Evidentemente di più era davvero difficile.</strong><br>Bisogna tenere presente il contesto nella quale questa riforma nasce, quella di un governo “patchwork”, fatto da tanti piccoli pezzi di tessuto che nell’insieme non danno il senso di un colore prevalente o dominante. Tuttavia questa complessità di colori ha attenuato le asperità più evidenti che c’erano nei passati progetti di riforma in materia penale.</p>



<p><strong>Cosa pensa della prescrizione sospesa dopo il primo grado di giudizio?</strong><br>Penso che era una assoluta inciviltà giuridica. Dirò di più, dal mio punto di vista era una norma che chiaramente confliggeva con l’articolo 111 della Costituzione, che pretende un processo rapido; confliggeva con l’impianto complessivo della Costituzione, che mette al centro la persona umana e non mette la persona umana nelle mani dello Stato per tutta la sua vita. La riforma Bonafede trasformava il cittadino in un potenziale perenne imputato e la vittima in un soggetto questuante, che cercava giustizia nelle aule senza mai vedere la fine del processo penale.</p>



<p><strong>Dannosa per tutti quindi, sia per gli imputati che per le vittime.</strong><br>Precisamente, la riforma Bonafede, quella che sospendeva la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, era dannosa sia per i potenziali autori del reato sia per le potenziali vittime, era in contrasto con i principi di civiltà giuridica, peraltro anche riaffermati dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Quella riforma andava superata.</p>



<p><strong>Cosa c’è di preciso che non va nella riforma Cartabia?</strong><br>La riforma Cartabia l’ha superata in modo migliorativo, non certamente il migliore, perché pasticcia un po’ tra la prescrizione sostanziale, alla Bonafede, che in qualche modo apparentemente rimane, e la introdotta improcedibilità del processo in grado di appello e in grado di Cassazione che è una misura di stampo processual penalistico. Insomma questa riforma mette insieme due cose che non parlano un linguaggio comune e un po’ complicano agli occhi dei cittadini la soluzione prospettata.</p>



<p><strong>Per completare la riforma quali temi occorre ancora affrontare?</strong><br>Bisognerebbe dare uno scossone forte all’albero della Giustizia. Bisognerebbe avere, la forza, il coraggio e la visione prospettica di introdurre una serie di misure. In pillole potremmo così riassumerle: bisognerebbe inserire una forte opera di depenalizzazione, in grado di togliere le erbacce sotto l’albero e consentire un numero di reati più smaltitili dalla macchina processuale attuale: ci sono troppi processi e le forze in campo per smaltirli non ci sono.</p>



<p><strong>Secondo?</strong><br>Rafforzare in modo deciso i riti alternativi, dal patteggiamento all’abbreviato. Cercare di portare al processo il meno numero di casi possibili smaltendoli in forma alternativa. Bisogna avere il coraggio di dare alla persona sottoposta alle indagini da un lato e alla vittima dall’altro dei mezzi di risoluzione del contrasto molto più appetibili e convincenti. In questo senso sarebbe da rafforzare ulteriormente la giustizia riparativa, che pure finalmente fa il suo ingresso nel progetto Cartabia in sede penale.</p>



<p><strong>Basta così?</strong><br>No, poi bisognerebbe rafforzare gli organici perché i magistrati che abbiamo a fronte della popolazione e ai processi esistenti è un numero ancora insufficiente. Infine bisognerebbe avere il coraggio di fare la riforma delle riforme.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Quella che allineerebbe la cultura giuridica del processo penale italiano all’art. 111 della Costituzione, cioè la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici.</p>



<p><strong>Tanta roba.</strong><br>Tante cose si potrebbero fare, ne ho potuto enumerare soltanto alcune, ma queste cose richiederebbero grande coraggio, un polso fermo e sapere resistere all’inevitabile contrasto di certe parti della politica e di certe parti, prevalenti forse, di magistratura associata. Bisognerebbe avere un coraggio e una visione che, mi rendo conto, la struttura del Governo attuale forse non riesce ad avere fino in fondo.</p>



<p><strong>L’ossessione dei reati contro la PA porta davvero a raggiungere, nelle riforme, compromessi al ribasso?</strong><br>Ho dedicato un volume di 700 pagine al tema dei delitti contro la Pubblica Amministrazione. Io penso che a partire dal 1992 almeno, da tangentopoli, ci sia stata una vera e propria ossessione per il contrasto alla corruzione. E’ sacrosanto che la corruzione, la concussione, i reati contro la pubblica amministrazione vadano perseguiti sino in fondo, che i colpevoli vadano individuati e condannati, ma utilizzando reati seri. Un altro volume l’ho dedicato all’abuso d’ufficio, che io preferirei fosse addirittura eliminato dal panorama giuridico italiano per i tanti difetti che presenta.</p>



<p><strong>Tutto nasce da tangentopoli quindi.</strong><br>Dal 1992 c’è stata una vera ossessione per il contrasto alla corruzione, dimenticando che la Pubblica Amministrazione interessa i cittadini prevalentemente per la sua efficienza, per la sua produttività, per la sua capacità di accompagnare il Paese, mentre noi abbiamo creato un mostro giuridico e amministrativo che è la burocrazia, che finisce per ingabbiare le capacità produttive del Paese, terrorizzata &#8211; giustamente devo dire &#8211; dalle azioni sparse dei pubblici ministeri sul territorio. Questa ossessione per l’onestà, che è assolutamente condivisibile ma dovrebbe essere una condizione generalizzata e comune, finisce per far guardare il dito e non la luna.</p>



<p><strong>Cos’è la luna che non riusciamo a vedere?</strong><br>Il vero problema in Italia è che la Pubblica Amministrazione non funziona. Se le forze politiche dedicassero maggiore attenzione a questo profilo forse il Paese camminerebbe più speditamente, punendo i colpevoli ma non bloccando l’apparato statuale con minacce di indagini. Noi dobbiamo lavorare seriamente per migliorare il nostro Stato non per fare riforme di facciata. Questo allungamento soltanto per la corruzione e per la concussione e non per esempio per le bancarotte e altri reati particolarmente gravi appare veramente frutto di una demagogia e di un populismo legislativo che speravamo di aver dimenticato.</p>



<p><strong>La riforma della giustizia è una delle condizioni poste dall’UE per avere i fondi previsti dal PNRR. E’ il primo passo che ci consentirà finalmente di realizzare riforme da troppo tempo rimandate?</strong><br>Che ce lo chieda l’Europa in realtà è un di più perché lo avremmo dovuto fare da noi, non avremmo dovuto aspettare che l’Unione Europea ce lo imponesse nei fatti per darci quei fondi così ampi. Lo avremmo dovuto dire noi a voce forte e a testa alta: la riforma penale, civile, amministrativa non va e la dobbiamo cambiare. Se l’Europa ci aiuta a farlo dandoci i mezzi economici è una buona cosa. Ogni tanto la carota va accompagnata dal bastone. L’Europa in questo caso ci dà sia la carota che il bastone. Prendiamoli entrambi.</p>
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		<title>Carceri: gli errori dei leader non adulti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jul 2021 08:54:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Carceri]]></category>
		<category><![CDATA[Civiltà]]></category>
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		<category><![CDATA[Repubblica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Maria Capua Vetere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poniamo che sia un accanito tifoso di calcio. Ho io il diritto di mentire a me stesso e all’intero universo creato gridando “rigore!!!!” quando il centravanti abbia palesemente simulato, e per di più a metà campo? Sì, si chiama tifo. Ho il diritto di accollare alla virtù delle mogli dell’intera terna arbitrale una sconfitta che non riesco a digerire? Certamente, è tifo. So benissimo, e così chi mi ascolta, che&#8230;</p>
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<p>Poniamo che sia un accanito tifoso di calcio. Ho io il diritto di mentire a me stesso e all’intero universo creato gridando “rigore!!!!” quando il centravanti abbia palesemente simulato, e per di più a metà campo? Sì, si chiama tifo. Ho il diritto di accollare alla virtù delle mogli dell’intera terna arbitrale una sconfitta che non riesco a digerire? Certamente, è tifo. So benissimo, e così chi mi ascolta, che è un gioco delle parti, in fondo non ci credo davvero, ma questo è il tifo: si sta a priori dalla parte della squadra del cuore.</p>



<p>A priori significa senza badare alla ragione o al torto, che pure da qualche parte devono stare: si indossano magliette e si agitano bandiere per condividere un’identità, per dire “noi siamo meglio di loro”. Perché noi siamo noi, loro sono loro, e nel tifo non si va per il sottile. Non conta altro. È legittimo, è l’infanzia che si prende una breve rivincita sull’età adulta.</p>



<p>Ma le vicende degli adulti non possono essere ridotte a quelle dell’asilo Mariuccia. Gli adulti non possono fare il tifo su ispezioni anali condotte con un manganello. Quelle sono cose per cui un adeguato grado di serietà è essenziale per essere ammessi al tavolo dei grandi a prender parola. Sono vicende dove il tifo non è soltanto inappropriato bensì indecoroso, perfino orrido.</p>



<p>Ne segue che un rappresentante della Repubblica non può dire di stare a priori, ossia senza riguardo a torti e ragioni, dalla parte della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere, qualunque cosa abbiano fatto, sol perché costoro indossano una divisa. Una divisa non è la maglietta della Longobarda F.C..</p>



<p>Un adulto rappresentante della Repubblica italiana anzitutto si vergogna per le immagini che ha visto; poi doverosamente si richiama alla presunzione di non colpevolezza e attende la sentenza tacendo. Un adulto rappresentante della Repubblica, magari un leader di partito, mentre tace su quel versante si interroga invece a fondo su quanto le condizioni delle nostre carceri raccontino del nostro livello di civiltà, di che cosa noi tutti pensiamo del nostro prossimo e di quale grado di umanità ci definisce come società.</p>



<p>Questo ci si aspetta da un adulto, da un rappresentante della Repubblica, da un leader politico. In democrazia, però, un rappresentante della Repubblica, un leader addirittura, è talmente libero nello svolgimento del proprio mandato, talmente svincolato da ogni tipo di freno, da potere ignorare e perfino farsi beffe di ogni garbo istituzionale e di ogni elemento di minima umanità. Così può mettersi a tifare, e provare a persuadere gli spalti a distinguersi a loro volta tra tifoserie senza distinzioni tra chi con onore indossa la divisa e chi non ne è degno.</p>



<p>Può così, quel rappresentante, scambiare onorate divise per magliette colorate e numerate, finendo con l’infangare le une e le altre. È uno dei costi della democrazia e come tale va accettato. In cambio ci sia però consentito di intravedere nella sagoma di costui, in quel leader non adulto, le fattezze deformate di Oronzo Canà, glorioso allenatore di quella Longobarda, e come tale prenderlo.</p>
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		<title>Art. 27 Cost.: “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2021 07:01:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>/o·sta·tì·vo/: “Che costituisce ostacolo, che è d’impedimento”. Dicesi di errore, causa. O di ergastolo. /er·gà·sto·lo/: “Pena detentiva consistente nella privazione della libertà personale per tutta la durata della vita”. L’ergastolo ostativo, ossia quel “fine pena mai” che non ammette remissioni o sconti è sempre stato un filo ad alta tensione della politica e del diritto italiani. Che una pena senza fine fosse inconciliabile con lo scopo rieducativo che la Costituzione&#8230;</p>
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<p>/o·sta·tì·vo/: “Che costituisce ostacolo, che è d’impedimento”. Dicesi di errore, causa. O di ergastolo. /er·gà·sto·lo/: “Pena detentiva consistente nella privazione della libertà personale per tutta la durata della vita”.</p>



<p>L’ergastolo ostativo, ossia quel “fine pena mai” che non ammette remissioni o sconti è sempre stato un filo ad alta tensione della politica e del diritto italiani. Che una pena senza fine fosse inconciliabile con lo scopo rieducativo che la Costituzione assegna alla pena, perfino a quella carceraria, è semplice osservazione di buon senso. Per il solo fatto di ammettere la rieducazione del condannato, la pena non può non avere fine. Ragion per cui, fino alla fine degli anni ’80, la pena dell’ergastolo era stata destinataria di provvedimenti normativi che ne avevano infine eroso l’irrimediabilità. Pian piano, lungo un percorso attentamente vigilato, anche l’ergastolano poteva essere riammesso al consesso civile.</p>



<p>Dai primi anni ’90, però, questa tendenza fu bruscamente invertita, e non per capriccio: la violenza frontale della criminalità organizzata indusse a pensare che non tutti i detenuti potessero, indipendentemente dal crimine commesso, godere dei benefici della rieducazione. In altri termini, la natura di certi reati era tanto grave da far ritenere che chi li avesse commessi non fosse rieducabile. Tecnicamente si introduceva una presunzione legale assoluta di pericolosità sociale. Se t’eri macchiato di certi reati, in primis quelli di criminalità organizzata e terrorismo, le porte del carcere non ti si sarebbero aperte mai più.</p>



<p>A meno che. Ben consapevole del concreto rischio di incostituzionalità di una norma che escludesse in certi casi, per quanto gravi, ogni pur piccolo barlume di ravvedimento del reo, la legge assicurava, ed assicura ancora oggi, tre modalità per superare l’impedimento: la collaborazione con la giustizia (intesa come contributo ad impedire ulteriori reati o ad acclarare quelli già commessi), la collaborazione oggettivamente irrilevante (pur sincero, il contributo reso dal reo ha scarso o nullo valore probatorio) o la collaborazione impossibile (la sentenza di condanna aveva già affermato che il reo non aveva svolto, nel crimine, un ruolo idoneo a conoscere elementi rilevanti). Pur nella potenziale apertura, si tratta comunque di una strada non semplice, sottoposta a numerose altre condizioni, e che comunque comincia ad aprire le porte del carcere, di norma, dopo più di venticinque anni di detenzione.</p>



<p>Anche in questi termini, però, la questione di principio è sempre rimasta intatta: è ammissibile, in un sistema che stabilisce (nella sua legge fondamentale!) che la pena inflitta al colpevole debba tendere alla sua rieducazione, che si concepiscano atti (pur brutali, disumani) per i quali quella tensione non possa più valere e, se proprio valere debba, lo faccia sotto condizione? Non che sia irragionevole pretendere dal reo un ravvedimento, ché questo è comunque normale condizione perché le porte del carcere gli si aprano a fronte di una condanna senza fine, quale che sia il reato commesso.</p>



<p>Il dubbio è se il ravvedimento debba avvenire secondo certe condizioni volute da uno Stato che, altrove, non sottopone a condizione alcuna la finalità rieducativa della pena, se non appunto al conseguimento della stessa rieducazione. Ha forse il costituente puntato troppo in alto rispetto alla bassezza degli uomini? O è stato il legislatore, pur in una fase emergenziale, a non essersi mostrato all’altezza del primo?</p>



<p>La questione è infine giunta al suo giudice naturale, la Corte Costituzionale, che pochi giorni fa ha rilasciato un comunicato inequivocabile: l’ergastolo cosiddetto ostativo è incompatibile con la Costituzione della Repubblica.</p>



<p>Detto ciò, in anticipo sulla pubblicazione dell’ordinanza che argomenterà nel merito, la Corte ha annunciato di voler prendere tempo: pur potendo usare la scure e cacciare via dall’ordinamento quello che hanno acclarato contrastare con la Costituzione, i giudici non hanno sottovalutato la delicatezza della questione e i numerosi distinguo che legittimamente si levano quando si tratti di proclamare rieducato chi si sia macchiato di crimini ignobili. Per questa ragione ha stabilito che la sua scure calerà sì, ma solo a maggio dell’anno a venire.</p>



<p>In tal modo il Parlamento avrà un anno di tempo per evitarla trovando soluzioni adeguate a contemperare le esigenze di giustizia e sicurezza con quelle di rieducazione. Saranno i rappresentanti della nazione, com’è giusto che sia, a trovare il bandolo della matassa. Saranno loro a dover essere all’altezza dei padri costituenti. Con la sola avvertenza che il tasso di saggezza dell’attuale Parlamento potrebbe non corrispondere per intero a chi gli stessi scranni frequentò ai tempi di quell’altra, più sobria, Assemblea.</p>
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		<title>Marta Cartabia: possibili limitazioni ai diritti ma proporzionate e a tempo. Fondamentale cooperazione tra Istituzioni. La priorità sono i giovani</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/12/29/raco-cartabia-possibili-limitazioni-ai-diritti-fondamentale-cooperazione-tra-istituzioni-priorita-sono-i-giovani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2020 17:09:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Apertura” è stata la parola d’ordine a palazzo della Consulta sotto la sua presidenza. Lasciarsi conoscere, ha dichiarato, fa parte dei doveri di trasparenza di un’Istituzione. In che modo la Corte sta perseguendo questo obiettivo?Farsi conoscere è un dovere delle Istituzioni. Direi di più. È doveroso farsi comprendere dai cittadini: far comprendere, cioè, che cosa, come e perché si decide. È esperienza diffusa, specie in questo momento storico, che ogni&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/12/29/raco-cartabia-possibili-limitazioni-ai-diritti-fondamentale-cooperazione-tra-istituzioni-priorita-sono-i-giovani/">Marta Cartabia: possibili limitazioni ai diritti ma proporzionate e a tempo. Fondamentale cooperazione tra Istituzioni. La priorità sono i giovani</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>“Apertura” è stata la parola d’ordine a palazzo della Consulta sotto la sua presidenza. Lasciarsi conoscere, ha dichiarato, fa parte dei doveri di trasparenza di un’Istituzione. In che modo la Corte sta perseguendo questo obiettivo?</strong><br>Farsi conoscere è un dovere delle Istituzioni. Direi di più. È doveroso farsi comprendere dai cittadini: far comprendere, cioè, che cosa, come e perché si decide. È esperienza diffusa, specie in questo momento storico, che ogni decisione presa nelle Istituzioni incide in modo molto significativo sulla vita dei cittadini, ed è quindi fondamentale che si spieghino con chiarezza i contorni delle decisioni e le ragioni che le supportano. Ciò che è in gioco in questa conoscenza reciproca è il tema della fiducia nelle Istituzioni, e la fiducia è una linfa vitale per tutto il sistema istituzionale. La fiducia, lo sappiamo bene dalle nostre esperienze personali, si costruisce molto lentamente, ma può essere distrutta molto in fretta. Ma è un bene di cui le Istituzioni non possono fare a meno. Tuttavia, è bene chiarire che la fiducia non coincide con il mero consenso: si può avere fiducia nelle Istituzioni anche a fronte di decisioni che richiedono qualche sacrificio, se questo è orientato a uno scopo condiviso, chiaro e ragionevole.</p>



<p><strong>Un grande esempio in tal senso è rappresentato dal Presidente Mattarella.</strong><br>Indubbiamente. Mi aveva colpito che uno dei primi gesti dell’attuale Presidente della Repubblica fosse stato quello di aprire il palazzo del Quirinale alla visita dei cittadini, dando seguito a quanto aveva dichiarato in occasione del suo insediamento, che il Quirinale dovesse essere la casa degli italiani, un ambiente in cui tutti potessero riconoscersi e rispecchiarsi. Ecco, quel suo gesto simbolico doveva essere raccolto e declinato. La Corte costituzionale non è il Quirinale e ha una difficoltà in più, che è costituita dalla tecnicità del suo linguaggio e dal suo pronunciarsi attraverso le sentenze. Per compensare questa difficoltà di linguaggio, anche prima della mia presidenza si era quindi avviato un percorso di apertura alla cittadinanza. Innanzitutto, la Corte ha rafforzato molto i suoi rapporti con i media, attraverso comunicati stampa, conferenze stampa, podcast, presenza del presidente e dei giudici su giornali e trasmissioni televisive, al solo scopo di far conoscere e far comprendere l’attività della Corte.</p>



<p><strong>Con le limitazioni imposte dal Covid ha dovuto interrompere il suo viaggio verso le scuole e le carceri.</strong><br>La Corte aveva intrapreso, cosa che si è dovuta interrompere per le evidenti circostanze sanitarie, un viaggio tra la gente. Nelle scuole, anzitutto. Negli ultimi anni, la Corte ha raggiunto le scuole in ogni regione d’Italia. In seguito, aveva preso avvio uno straordinario viaggio nelle carceri, che ha portato i giudici nei luoghi più remoti, più nascosti, forse più rimossi della vita sociale. Questo è stato molto importante, perché ogni visita era preparata da un grande lavoro di riflessione ed era poi seguita da una continua attenzione alla Costituzione e alla Corte costituzionale. Altre cose si faranno. Non spetta più a me, ma credo che la strada intrapresa sia proprio quella giusta.</p>



<p><strong>La seconda parola d’ordine della sua presidenza è stata “cooperazione”. La piena attuazione della Costituzione ha richiesto e continua a esigere una collaborazione attiva e leale di tutte le Istituzioni. Come si combina la cooperazione istituzionale con la separazione dei poteri?</strong><br>Astrattamente parlando, cooperazione istituzionale e separazione dei poteri sembrano due principi in contraddizione l’uno con l’altro, ma se ci pensiamo bene l’uno esige l’altro. Proprio perché ciascun potere ha una porzione delimitata di ambito decisionale, è necessario che ci siano dei raccordi, dei momenti di collaborazione, altrimenti ciascuno andrebbe per la sua strada provocando una mancanza di coordinazione se non addirittura una contraddittorietà delle decisioni. Tutto il nostro sistema istituzionale è basato su questi snodi di raccordo e coordinamento, a partire dal fondamentale rapporto tra Parlamento e Governo che si fonda, in una forma di governo parlamentare come la nostra, proprio sul rapporto di fiducia, che è infatti il termine tecnico adottato dall’articolo 94 della Costituzione: il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.</p>



<p><strong>La cooperazione è risultata ancor più importante nei mesi di pandemia.</strong><br>Esattamente. Che questo sia un punto cruciale per la vita delle Istituzioni e per l’andamento della cosa pubblica, lo vediamo in questa particolare circostanza: siamo di fronte ad una crisi molto complessa, che investe molteplici ambiti della vita sociale. Se non ci fosse coordinamento, non solo tra le Istituzioni politiche centrali, ma anche tra quelle centrali e locali, come Regioni e Comuni, oppure tra Istituzioni politiche e strutture tecnico-scientifiche, o ancora tra le stesse autorità politiche, le forze dell’ordine e le autorità sanitarie, se ognuno andasse per la sua strada il risultato provocherebbe un disorientamento dei cittadini, e l’azione per il bene comune diverrebbe molto meno efficace. Dunque, ciascuno fa il suo, ma una crisi così complessa richiede un’azione corale.</p>



<p><strong>È la prima volta nella storia della Repubblica che si registrano delle compressioni dei diritti costituzionali in modo così ampio e prolungato. Il diritto alla salute è sembrato prevalere su tutti gli altri. È presente in Costituzione una gerarchia dei diritti, seppur tutti fondamentali, da tutelare in modo prioritario?</strong><br>I diritti individuali non sono mai assoluti, e questo vale sempre e non solo nelle situazioni di emergenza, nella nostra Costituzione come in tutto il panorama costituzionalistico contemporaneo. Proprio perché viviamo in rapporto con gli altri, e noi stessi siamo portatori di esigenze complesse, nessun diritto è mai assoluto. Tutti vanno bilanciati. Le parole d’ordine nella giurisprudenza costituzionale, e in generale nelle corti dei diritti, sono bilanciamento, ragionevole limitazione, proporzionalità, adeguatezza. Che cosa significa? Che il legislatore, o chi altri abbia il compito di prendere decisioni che implichino il sacrificio dell’uno o dell’altro diritto, deve tenere conto del quadro complessivo delle esigenze in gioco. No dunque a gerarchie predeterminate, non c’è mai un diritto che in assoluto prevale sugli altri. Tutti vanno ponderati, cioè un po’ limitati, per preservare il nucleo essenziale di ciascuno di essi.</p>



<p><strong>Un delicato gioco di equilibri tra diritti fondamentali.</strong><br>Si, ecco perché vediamo che anche nel corso della pandemia è un continuo riadattamento delle regole, perché non esiste una formula che ci dice esattamente quanto si possano limitare il diritto alla salute, la libertà di circolazione o la libertà economica in astratto. Il difficile compito di chi ha responsabilità pubbliche è valutare, nella condizione concreta data, quali siano le restrizioni necessarie e verificare sempre che esse siano proporzionate rispetto allo scopo; e soprattutto interrogarsi se esistano strumenti meno restrittivi che perseguano gli stessi obiettivi.</p>



<p><strong>Quest’anno si è tenuto un referendum costituzionale, promosso dalla Fondazione Einaudi, sulla riduzione lineare del numero dei parlamentari. La riforma è passata, al contrario di quanto è accaduto in passato con i tentativi di operare modifiche più profonde della Costituzione.</strong><br>La riforma, prima che con referendum, è passata in Parlamento con un ampio consenso espresso nei numerosissimi voti favorevoli. Alla Camera la quarta e ultima lettura ha avuto un sostegno molto robusto da parte di tutte le forze politiche, e la successiva partecipazione alle urne in supporto alla riforma è stata elevatissima. Si tratta di una riforma che nell’agenda politica era presente da molto tempo. In Italia si parla ormai da quasi quarant’anni di riforme istituzionali, sin dagli anni ’80 con la prima commissione Bozzi, e spesso si tratta di riforme che riguardano le Istituzioni politiche e il Parlamento in particolare. Vero è che quelle riforme non hanno avuto successo, molte si sono fermate addirittura in Parlamento, mentre altre sono state respinte alla prova del referendum popolare, ma erano riforme che incidevano ad ampio spettro sul testo costituzionale. La Costituzione è stata ritoccata tante volte, ma indubbiamente le riforme che hanno avuto più successo sono state quelle che avevano un oggetto chiaro e delimitato. Forse, anche con l’ultima riforma, è stato determinante che il quesito risultasse comprensibile per la popolazione.</p>



<p><strong>Che segnale possiamo cogliere?</strong><br>In questo caso la riduzione del numero dei parlamentari faceva parte di una riflessione sul Parlamento, segnalata già da molti studiosi e politici, volta a rafforzare la struttura parlamentare, riducendo il numero dei suoi componenti e valorizzando il ruolo del singolo parlamentare, allo scopo di rendere più efficiente e incisiva l’azione del Parlamento stesso. Nel passato, questa proposta è stata sempre accompagnata da una riflessione sul bicameralismo perfetto, cioè sulla possibilità di differenziare i compiti delle due camere. Questo aspetto non è entrato nella riforma che è stata approvata e si è ritoccato solo il numero dei parlamentari. Tuttavia, molti hanno notato che questo primo passo potrebbe aprire la strada ad ulteriori passaggi per altre riforme che da tanti sono state segnalate come necessarie per rendere più efficace il nostro sistema istituzionale democratico.</p>



<p><strong>Una terza parola d’ordine, a lei particolarmente cara, è “riconciliazione”. Cosa intende quando dichiara che la giustizia deve avere sempre un volto umano?</strong><br>Partirei da una considerazione, tanto banale quanto sovente dimenticata. Il delitto colpisce sempre qualcuno, sia esso un individuo, un gruppo o anche l’intera comunità. Dietro le regole violate, dietro la legalità violata, ci sono dunque persone che vengono ferite. Se partiamo da questa semplice constatazione è evidente che lo scopo del diritto penale non è tanto quello di aggiungere violenza alla violenza, forza alla forza, di chiedere occhio per occhio. Queste sono concezioni arcaiche del diritto penale, superate nella stessa antichità dalla cultura dalla quale veniamo, nel passaggio dalle Erinni, le dee della vendetta, alle Eumenidi, personificazione di quell’esercizio della giustizia che porta al bene della società. Questa pace, questa armonia sociale, credo che siano l&#8217;obiettivo da non perdere mai di vista, ed è lo stesso scopo enunciato in maniera inequivocabile dall’articolo 27 della Costituzione: il fine della pena è la rieducazione del condannato. Se può essere necessario fermare anche con l’uso della forza determinati fenomeni criminali, si tratta pur sempre di un passo intermedio, ma l’obiettivo finale resta sempre quello dell’armonia sociale, una conquista di civiltà che come tutte le conquiste di civiltà va riconquistata giorno per giorno. Ce l’ha insegnato la saggezza dell’antica Grecia, e anche oggi a quelle origini dobbiamo sempre ritornare, perché sono sempre in agguato la tendenza e l’istinto a cedere alla reattività di fronte ai pericoli per la sicurezza personale e sociale.</p>



<p><strong>I processi troppo lunghi, come sono quelli italiani, finiscono per essere un anticipo di pena?</strong><br>Certo, le garanzie dell’imputato nel processo penale vanno tenute in grandissima considerazione a partire da un altro pilastro del nostro sistema penale, stabilito dalla Costituzione, dove, sempre all’articolo 27 si afferma la presunzione di non colpevolezza dell’imputato. Questo significa che fino al momento in cui sia stato provato il contrario con sentenza definitiva, la persona deve esse considerata non colpevole, non soltanto per il diritto, ma anche per l’opinione pubblica.</p>



<p><strong>Lei è tornata all’Università, dai suoi studenti. Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha dichiarato su queste colonne che, a causa della pandemia, rischiamo di bucare una o più generazioni di sportivi. È lo stesso rischio che corriamo con una generazione di nostri giovani?</strong><br>Questa riflessione è molto importante. Io mi sento privilegiata nell’essere tornata all’educazione, all’istruzione, alla formazione delle nuove generazioni proprio in questo momento. Tutti ci siamo accorti che la pandemia ha innescato una crisi sanitaria che a sua volta ha provocato una grande crisi economica i cui effetti saranno chiari solo nel lungo periodo. Ma c’è anche, e secondo me è molto preoccupante, una crisi esistenziale che colpisce soprattutto i giovani. Noi viviamo in un’atmosfera di insicurezza e aleatorietà totale. Non sappiamo alla mattina quello che potremo fare alla sera. Immaginiamo che impatto tutto questo ha sulle persone che sono nella fase della vita in cui si immagina, si progetta e si lavora per il futuro, per il proprio posto nel mondo. Noi adulti non riusciamo ad immaginare che cosa fare da qui a quindici giorni, immaginiamo con quali energie i giovani possono dedicarsi alla costruzione della loro professionalità, della loro personalità dentro uno scenario in continuo movimento. Io credo che questa insicurezza totale vada accompagnata, e che sia responsabilità delle generazioni che più hanno avuto – e noi abbiamo avuto moltissimo nella nostra vita – sostenere questi giovani ed essere per loro dei punti di riferimento.</p>



<p><strong>Cosa deve offrire l’insegnante in un frangente come quello attuale?</strong><br>In una recente occasione, all’Istituto Sant’Anna di Pisa, ho avuto modo di riflettere su questo tema rievocando una delle immagini della cultura in cui tutti ci siamo formati. Ricorrono nel 2021 i settecento anni dalla morte di Dante. La Divina Commedia si apre in questo grande buio, in questa grande crisi, nel mezzo del cammin di nostra vita, nella selva selvaggia. Che cosa rimette in moto una generazione colpita da una oscurità di questo genere? È l’arrivo del maestro, di Virgilio, di colui che è un po’ più avanti nel cammino e che, tendendo la mano e mettendosi in cammino con il giovane Dante, lo porta attraverso questa grande percorso della conoscenza che è figura della più grande avventura umana. Ecco, io credo che noi siamo chiamati a questo: a dare tutto ai nostri giovani. Sulle loro spalle graverà il compito della ricostruzione di questa società provata, ferita dalla crisi. Noi dobbiamo essere lì a dare loro quel sostegno, a consegnare loro quello che a nostra volta abbiamo ricevuto e imparato. Insomma, in una parola, secondo me la priorità tra tutte le priorità è per le giovani generazioni, per la loro educazione, per la loro istruzione, per la loro possibilità di generare futuro. Un patto intergenerazionale che dobbiamo prendere sul serio.</p>



<p><strong>L’uscita del Regno Unito dall’Europa, sebbene non nelle forme rudi che pure si sono rischiate, può essere un monito per i giovani, perché guardino con rinnovata fiducia all’Europa senza la quale probabilmente non saremmo riusciti e non riusciremmo a superare questa crisi dovuta alla pandemia?</strong><br>È così. L’Europa degli ultimi mesi sembra proprio avere riscoperto lo spirito delle origini, lo spirito per cui, di fronte ad una grande crisi, ad una grande devastazione com’era stata quella della Seconda guerra mondiale, si è scoperto il senso di solidarietà concreta che ha permesso tutti questi decenni di pace e di prosperità sul continente. L’Europa del Next Generation EU è un’Europa che, grazie ai fatti concreti che è riuscita a mettere in campo, sta di nuovo dando il meglio di sé e mostrando ai nostri giovani come il nostro orizzonte di vita sia ormai di nazionalità iscritte nel contesto europeo, proprio nello spirito delle origini e degli inizi. Se c’è uno spiraglio di luce e di ottimismo in questo momento così buio, a me pare che venga proprio dall’Europa. Per i nostri giovani l’Europa era già naturalmente l’orizzonte di vita. Oggi è ancora più chiaro che il futuro è quello di essere italiani in Europa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/12/29/raco-cartabia-possibili-limitazioni-ai-diritti-fondamentale-cooperazione-tra-istituzioni-priorita-sono-i-giovani/">Marta Cartabia: possibili limitazioni ai diritti ma proporzionate e a tempo. Fondamentale cooperazione tra Istituzioni. La priorità sono i giovani</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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