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		<title>Andrea Riccardi: ci sono tante guerre nel mondo e la guerra oggi si eternizza, per questo bisogna prevenirle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 10:00:47 +0000</pubDate>
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<p><strong>Questa guerra ci impressiona perché è vicina, perché sconvolge l’Europa dopo ottanta anni di pace, perché è di grande violenza e rischia di oltrepassare per la prima volta la linea rossa che mai si sarebbe pensato fosse oltrepassabile, quella del nucleare. Però quante guerre ci sono nel mondo?</strong><br>È una domanda molto interessante. Io me la sono posta facendo una conversazione con alcuni amici africani che dicono che questa è una guerra tra noi europei, mentre ci sono altre guerre come quella in Etiopia o nel nord del Mozambico, poi c’è il jihadismo nel Sahara e la guerra in Siria che dura da undici anni. Dobbiamo però guardare alla guerra in Siria anche quando riflettiamo sull’Ucraina. Molti non europei dicono: questa guerra voi la fate grossa perché è una guerra vostra, e vi commuovete perché le vittime sono i bianchi. Non avete fatto così con i siriani quando accorrevano in Europa, e l’Europa si divise, e proprio i paesi di Visegrad erano i più duri. La cancelliera Merkel rispose nel modo che tutti ricordiamo: “noi possiamo”, e ha accolto un milione di rifugiati siriani. C’è la verità.</p>



<p><strong>Ma la prossimità ha avuto un ruolo importante.</strong><br>Ha ragione lei quando dice che è una guerra prossima, e aggiungerei che gli ucraini sono fra noi. Le donne ucraine lavorano nelle nostre case, sono badanti delle nostre mamme, sono nella nostra società. Però mi sono preso la briga di andare a guardare la distanza. Roma è più vicina a Damasco geograficamente di quanto lo sia a Kiev, anche se forse la vicinanza culturale è più forte. Ma lo è da un pugno di anni, perché prima dell’ottantanove l’Ucraina era lontanissima, il mondo comunista era lontanissimo. Io ricordo che insegnavo a Bari e l’Albania, che era a un centinaio di chilometri, pareva&nbsp; distante migliaia e migliaia di chilometri. Oggi l’Ucraina è vicina. Però c’è un altro motivo.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Lei parlava di linea rossa che si supera. Io credo che questa è la guerra più drammatica dal 1945 perché è coinvolta una potenza nucleare, e quindi questa guerra può diventare una guerra europea e una guerra totale. Ci fu la crisi di Cuba nel 1962, ma fu una crisi e questa invece è una guerra. Questa è la differenza. Può incendiare il mondo. In questo senso mi permetto di dire che ci sono molte altre guerre, e non bisogna dimenticarle, però questa guerra deve attrarre la nostra attenzione perché se diventa guerra totale è una tragedia per gli ucraini prima di tutto, ma per gli europei e per il mondo. Non è pavidità cercare di contenere la guerra, è responsabilità.<br>&nbsp;<br><strong>Come si fa a non essere sensibili al grido di dolore degli ucraini che chiedono di poter essere messi in condizione di difendersi dalla morte? Le loro città sono distrutte e, come dice spesso il Papa, le vere vittime della guerra alla fine sono i popoli.</strong><br>Io credo di sì, le vere vittime sono i popoli. Sono molto coinvolto nella vicenda ucraina. Sono stato al confine ucraino-slovacco e ho visto gli ucraini passare la frontiera e lasciare il proprio paese. In vita mia ho incontrato varie volte profughi e rifugiati, ma questa volta mi hanno fatto una impressione tutta diversa. Molto orgogliosi, quasi fieri. Un popolo di donne, perché sono le donne con i bambini, propri o affidati, con qualche anziano, che vanno via. Con un piumino, qualche bagaglio, magari un animale, escono a testa alta e vogliono rimanere in Polonia, vicino all’Ucraina, perché pensano di rientrare. Così l’Ucraina non è morta ma vive, vive in queste donne, in queste famiglie, nelle telefonate tra queste donne e i loro uomini che combattono, o resistono, o continuano a vivere in patria. La mia sensazione è che l’Ucraina è colpita, distrutta, ma tutt’altro che morta. La mia sensazione è che oggi essa sia più viva di ieri. Vorrei dire che l’aggressione russa all’Ucraina ha fatto il miracolo, cioè ha unificato gli ucraini che fino a ieri erano divisi. La politica degli ultimi anni era dividere gli ucraini, russofoni, russofili, oligarchi, gruppi e via dicendo. L’Ucraina si è tutta unita, difende se stessa, si sente nazione come non mai. Vinca o perda, l’Ucraina non si perde.<br>&nbsp;<br><strong>Soprattutto, dicono, noi difendiamo la libertà e la democrazia, difendiamo i valori che abbiamo in comune con voi. Questo è un altro messaggio importante che arriva all’Occidente.</strong><br>Sì, è un messaggio molto importante che tocca ad esempio i cuori dei parlamenti europei a cui Zelensky ha parlato. Qui dobbiamo anche vedere la trasformazione di questo personaggio. Non dimentichiamoci che Zelensky è russofono, parla perfettamente ucraino ma è russofono, e peraltro ebreo. Questo ci dice la storia composita dell’Ucraina, e come quest’uomo che culturalmente apparterrebbe due volte a una minoranza, quest’uomo è divenuto il simbolo del carattere ucraino e dell’unità del Paese. Per questo dico che c’è stato un errore di calcolo da parte del presidente Putin, che forse sperava che l’Ucraina avrebbe accolto con i fiori i soldati russi. In realtà, invece, di fronte all’invasione russa l’Ucraina si è compattata. Ha avuto la capacità di resistere. Noi parliamo sempre di armi, e la guerra si fa con le armi, ma anche lo spirito di un Paese e dei suoi combattenti è importante, e lo spirito degli ucraini, combattenti o no, è molto forte, e questo secondo me è un messaggio importante alla Russia, all’Europa e all’Occidente.<br>&nbsp;<br><strong>In molti paesi si notano più divisioni che in Ucraina. Né con la NATO né con l’Ucraina, dice qualcuno in Italia. Perché sta succedendo? Io lo noto anche nelle chiese. Le parole del Papa sono nette. Però nelle chiese di diversi paesi ho l’impressione che non ci sia lo stesso coinvolgimento.</strong><br>Il Papa ha fatto un discorso molto forte perché ha parlato della guerra come pazzia, ha condannato l’invasione in modo molto caldo quando ha toccato i frutti di questa invasione, quando è andato al Bambin Gesù a visitare i bambini feriti e ha avuto parole molto forti. Poi c’è stato il tema del due per cento, e il Papa ha parlato. Poi ha parlato dell’abolizione della guerra come sogno. Guardi, questo discorso ha fatto echeggiare in me un ricordo di Sturzo, che a un certo punto scrive: ma è possibile che non si arrivi ad abolire la guerra? Siamo arrivati ad abolire la schiavitù! E poi dice: ci sono biblioteche intere piene di trattati che dicono che l’economia finirebbe senza gli schiavi, ma ci siamo riusciti. Mi ha molto colpito perché Sturzo non era un sognatore, un utopista. Era un uomo preciso, che aveva perfino il gusto del diritto amministrativo, dell’amministrazione, eppure sognava la fine della guerra. Ora c’è questo vecchio Papa, che in fondo è rispettato nelle sue posizioni: abbiamo visto i governi che hanno concordato col Papa, anche se l’aumento al due per cento c’è stato.</p>



<p><strong>Ma nella Chiesa cattolica si fa eco alle parole del Papa?</strong><br>A me sembra che le chiese cattoliche europee siano in uno stato di introversione, cioè la Chiesa cattolica&nbsp;francese ha il problema della gestione degli scandali, la Chiesa cattolica tedesca non ha detto una parola sul riarmo della Germania, e questo mi ha molto colpito, perché, al di là del sì e del no, quello è un grande tema, che dagli anni Quaranta è stato elaborato. Il problema della Chiesa cattolica tedesca piuttosto è il cammino sinodale. Poi ci sono mormorii in Italia, in Spagna eccetera. Non c’è stato un dibattito. Ma se la Chiesa deve uscire nella storia, questa è la storia: la guerra è la storia di oggi. Poi in Polonia hanno una posizione molto critica verso il Papa perché, si dice, il Papa non condanna Putin. Cioè non dice che Putin è un aggressore. Ma il Papa ha condannato l’aggressione. I Papi in un certo senso non condannano mai e non si schierano mai. Questa è una posizione antica, si schierano per la pace. Non sono un tribunale dell’Aja che condanna gli aggressori. Anche perché la Chiesa è internazionale. Ci sono cattolici in Russia, ci sono cattolici in ogni paese. Qui vengo alla seconda parte della sua domanda, che è il mondo ortodosso.</p>



<p><strong>Ci spieghi.</strong><br>Innanzitutto vediamo mezzo secolo di ecumenismo in crisi, con una divisione fortissima dei cristiani. Ma c’è anche la divisione interortodossa. Ma dov’è il blocco russo-ortodosso di Huntington che dovrebbe fare guerra di civiltà all’Occidente quando gli ortodossi si uccidono tra loro? Ma poi che ortodossi: gli ortodossi della stessa Chiesa, che è la Chiesa del patriarcato di Mosca. Vediamo l’esarca del patriarcato di Mosca in Ucraina che critica duramente il patriarca Kirill e critica duramente il presidente Putin. Poi vediamo che in Ucraina c’è una Chiesa ortodossa riconosciuta da Costantinopoli che ha un’altra posizione. Mi tornava in mente la domanda che alcuni pionieri dell’ecumenismo si posero durante e dopo la prima guerra mondiale: la divisione dei cristiani non favorisce la guerra? Diceva un romanziere: povero Dio, chi deve ascoltare? I francesi pregano per la loro vittoria, i tedeschi perla loro. E Dio? In questo c’è stata sempre la posizione del papato lungo tutto il Novecento: pace, e non vittoria. C’è un bel discorso di Papa Francesco del 2012 che dice: sento parlare di vittoria e di sconfitta, vorrei sentire parlare di pace.<br> <br><strong>A proposito di pace, la Comunità di S. Egidio ha proposto che Kiev diventi una città aperta, come Roma nel ’43. Che significato avrebbe?</strong><br>La proposta che abbiamo fatto è una proposta legata al fatto di salvare la città, di evitare i combattimenti dentro la città, ed è poi una proposta che tocca il carattere della città, perché Kiev non è solo la capitale dell’Ucraina, ma è la Gerusalemme dell’ortodossia slava. In un certo senso se i russi bombardano Kiev è come se gli italiani bombardassero Roma, perché Kiev viene definita la madre di tutte le città russe. La stessa proposta facemmo per Aleppo, e all’epoca fu presa in esame. Oggi non mi sembra abbia avuto grande attenzione. La Comunità di S. Egidio è nell’est d’Europa. È in Russia, ma è anche a Kiev ed è a Leopoli. Abbiamo organizzato un centro per l’assistenza ai profughi e ai rifugiati con molta forza, molta energia, ed anche a Kharkiv un piccolo gruppo ha continuato a lavorare per i più anziani. Purtroppo una delle nostre due sedi a Kiev è stata colpita. Ci ha fatto molta impressione, perché in questa sede, che era uno scantinato, erano nascosti una famiglia e un disabile che per fortuna sono rimasti illesi.</p>



<p><strong>L’Europa si è risvegliata con il Covid. Adesso appare molto più unita. Quantomeno nelle sanzioni. Manca ancora qualcosa però a questa Europa. Che cosa impedisce all’Europa di essere una protagonista al livello delle altre superpotenze mondiali?</strong><br>Lei ha toccato un nodo fondamentale. L’Europa ha gestito insieme il Covid e questo è stato un grande fatto. I Paesi europei si sono allineati sulle sanzioni, ma in un certo senso non hanno giocato un ruolo. Forse il cancelliere tedesco, il presidente francese hanno parlato con Putin ma non hanno giocato un ruolo particolare. Io confido molto nella mediazione turca, ma non posso non notare con un qualche stupore, non dico amarezza perché faccio gli auguri alla grande diplomazia turca, che alla Turchia appunto sia affidata la mediazione. La prima crisi ucraina fu risolta dagli europei con gli accordi di Minsk. Che oggi la situazione sia mediata dalla Turchia è significativo di una qualche impotenza dell’Europa. Si dice che l’Europa sta da una parte e quindi non può mediare. Ma il vero problema è questa Europa. Anche l’aumento delle spese militari al due per cento. </p>



<p><strong>Costruire uno strumento europeo di difesa?</strong><br>Prima di costruirlo occorre costruire una politica estera comune. O l’Europa riesce a fare questo grande salto, e allora sarà un elemento fondamentale nella storia, una protagonista pesante, oppure il rischio è quello dell’irrilevanza, e i Paesi irrilevanti qualche volta sono anche pericolosi. Se l’Europa sarà irrilevante, e non riuscirà a unificarsi sulla politica estera e militare, questo nella storia del mondo significherà molto. Mi piace citare in proposito la frase di Padoa Schioppa: una forza gentile. Gentile, ma una forza.</p>



<p><strong>Ma quale Europa? Quella dell’Unione?</strong><br>Quella che ci sta. Ad oggi vedo i paesi dell’Europa occidentale. Quelli dell’Europa orientale stanno vivendo il loro Risorgimento, e giustamente. Questo sarebbe il futuro dell’Italia nel Mediterraneo, un Paese euro-mediterraneo.<br> <br><strong>Arriveranno molti migranti, da più confini. Noi siamo abituati a sentire la pressione dal Mediterraneo, ma non hanno mai smesso di arrivare dal confine est i siriani. Adesso si apre questo nuovo fronte, saranno milioni. </strong><br>Secondo me questo sentimento di accoglienza che si vive in tutta Europa è un sentimento popolare, perché tutti vorrebbero fare qualcosa, e infatti tutti partecipano. Osservo il modo con cui ciascuno va a vedere le notizie e poi ti informa su quanto accade. Questo secondo me è un desiderio di Europa e di mondo da non perdere. Dove posso lo dico a tutti quelli che sono impegnati in politica e nei media. A tal proposito dobbiamo ringraziare gli inviati, perché senza gli inviati sul campo non avremmo seguito allo stesso modo questa guerra e l’avremmo dimenticata come abbiamo dimenticato la guerra in Siria.</p>



<p><strong>Siamo pronti ad accoglierli?</strong><br>C’è questa solidarietà e questo interesse che è voglia di Europa e di mondo, dopo il Covid. È un fatto molto importante, che i partiti, le forze sociali, gli intellettuali, le chiese devono cogliere, perché è una voglia di politica, in senso lato. Mi pare che l’“invasione” degli ucraini in Italia, come anche in Germania, sia piuttosto relativa. Crescerà, sicuramente fino a quando la guerra non si fermerà, ma sono numeri piuttosto relativi anche perché molti vorranno ritornare in Ucraina. Il problema è per la Polonia, e per la Polonia è un grande paradosso, perché è quella Polonia che disse no ai siriani, quella Polonia che contro quel pugno di afghani che erano ai confini con la Bielorussia, con quel gioco sporco che fece la Bielorussia, schierò l’esercito. La Polonia oggi accoglie. Sono stato a Varsavia, è un’accoglienza generosa, un’accoglienza fatta anche dalla gente comune. Certo, i numeri sono grandi, quindi tra poco la Polonia dovrà chiedere le quote e una distribuzione agli altri paesi europei.</p>



<p><strong>Perché in questa guerra pare ci sia ancora più difficolta che in altre ad aprire dei veri corridoi umanitari?</strong><br>L’espressione corridoio umanitario è un’espressione il cui senso si è molto allargato. Noi, come S. Egidio, con gli amici valdesi, lo abbiamo rilanciato per i profughi siriani in Libano, poi l’abbiamo praticato con l’Afghanistan, la Libia, il Corno d’Africa. Ormai l’idea del corridoio umanitario è l’idea di salvezza attraverso cui ci si può rifugiare, nel cuore della guerra, ad esempio in Europa. Perché? Perché il corridoio richiede uno spazio di tregua, spazio che non abbiamo avuto nella guerra in Ucraina. Una tregua anche limitata è necessaria.<br> <br><strong>È ancora possibile lasciare, secondo lei, una via d’uscita a Putin?</strong><br>Io penso che le nostre preoccupazioni nei confronti della Russia, l’interesse dell’Ucraina, la costruzione di un nuovo futuro di pace, perché dopo questa guerra dobbiamo costruire un ordine in Europa, lo richiedano. Una via d’uscita bisogna lasciarla. Ho letto nei giornali che dovremmo lasciare una Sant’Elena a Putin. Non facciamo però di Putin Napoleone, come noi non siamo in un clima di Santa alleanza. Secondo me il vero problema è trovare una via realistica di uscita per i russi e salvare la libertà e la democrazia per gli ucraini. </p>



<p><strong>È possibile questo?</strong><br>Io credo sia possibile, e bisogna farlo con realismo e anche senza sacrificare troppo. Questa è la linea dei negoziati, e i negoziatori si devono muovere su questa linea difficile, di rendere possibile l’impossibile. Mi pare a proposito che il presidente Zelensky, che pure tiene un livello di coinvolgimento emotivo giustamente alto per incoraggiare il proprio popolo, non rifiuti una linea realistica come quella che si concretizza al tavolo di Istanbul. Allora la mia domanda è: i russi vogliono questa pace? Non lo dico come atto d’accusa, ma non lo so, e mi comincio a domandare se gli Stati Uniti non vogliano che la guerra duri un po’ di più. Mi sembra invece che la posizione di noi europei, e degli stessi ucraini, sia che la guerra deve finire presto e la ricostruzione cominciare presto.</p>



<p><strong>Quale sarà il nuovo ordine mondiale dopo questa guerra così improvvisa, violenta, vicina? </strong><br>Innanzitutto voglio dire che non sono russofobo. Amo la cultura russa, penso che il popolo russo sia un grande popolo, che nella storia ha sofferto moltissimo come quello ucraino, che è stato vittima dell’avidità dei suoi governanti, a partire da Stalin, che ha voluto un grande, impossibile impero nel cuore dell’Europa, un impero che ci sembrava d’acciaio, ma che in fondo non si reggeva. Andai negli anni Ottanta in una Leopoli sovietica dove si sentiva serpeggiare una coscienza di non appartenenza al mondo orientale, al mondo russo. Un ordine di pace secondo me significa guardare alla carta della Conferenza per la cooperazione e la sicurezza, in cui quasi cento Paesi, tra cui tutti quelli europei, offrono un grande spazio in cui costruire un’architettura di convivenza. Del resto, gli accordi di Helsinki, e quindi gli accordi della Conferenza, hanno avuto un ruolo importante nel pacificare l’Europa della guerra fredda e forse anche nel far cadere il muro. Quindi secondo me bisogna ripensare un rapporto tra Europa e Russia ma in questo quadro di convivenza.</p>



<p><strong>Un ordine mondiale che preveda meno guerre.</strong><br>Mi sembra che oggi, con l’allontanarsi dalla Seconda guerra mondiale, anche con lo scomparire di una generazione come quella delle vittime della Shoah, si parli troppo di guerra, la si rivaluti come strumento per la risoluzione dei conflitti e la difesa dei propri interessi. Ma la guerra oggi si eternizza. Ci sono tante guerre, ed è una mia paura per l’Ucraina, dove non ci sono né vinti né vincitori. Pensiamo alla guerra in Siria. Dura da undici anni, tre milioni di profughi, un paese sconvolto, si combatte ancora ma allo stesso tempo non si combatte. Quella guerra si eternizza. Lo stesso nello Yemen. Armi terribili e temibili, e nessuno vince, nessuno perde. Questa è la mia paura per l’Ucraina. Ma anche per l’Etiopia, ad esempio. Purtroppo con le armi potenti che ci sono, con le condizioni in cui siamo, le guerre non si concludono. Per questo bisogna prevenirle, per questo la guerra è un’avventura senza ritorno, come diceva Giovanni Paolo II. Quando una guerra comincia, sfugge di mano ai suoi attori. L’abbiamo visto recentemente in Ucraina: la guerra è sfuggita di mano, perché la guerra ha una sua logica sul campo e poi ne ha un’altra politico-mediatica.<br>&nbsp;<br><strong>Torniamo alla prima domanda, che ci eravamo promessi di approfondire. Con l’Ucraina si rischia di dimenticare le altre guerre? Le guerre dimenticate?</strong><br>Io amo molto la Siria. È un Paese mosaico, che da giovane mi ha molto appassionato, e vederlo oggi distrutto fa male al cuore. Poi i siriani sono un popolo molto colto, l’inserzione dei siriani in Italia grazie ai corridoi umanitari, che sono un modo anche per evitare i trafficanti di essere umani, vengono ospitati a carico dei privati, delle organizzazioni, della Chiesa valdese, di Sant’Egidio, è meravigliosamente riuscita, ma questo è un popolo distrutto, abbattuto, per cui non esiste più il sogno della pace. Abbiamo cancellato la parola pace, e rimane la guerra. Un altro caso di paese dimenticato, sebbene non di guerra, è l’Afghanistan. A settembre eravamo lì a piangere all’aeroporto di Kabul, e oggi ci siamo completamente dimenticati. C’è gente in Pakistan, in Iran o nello stesso Afghanistan, che aspetta che li si accolga in Europa o in Occidente, come avevamo detto. Non parlo della Yemen, che è una scandalo, e penso ai tanti paesi africani che stanno scivolando nella guerra a causa del jihadismo. Che cos’è questo misterioso jihadismo? Se mi permettete la teoria un po’ ardita, credo che il jihadismo stia svolgendo la funzione del marxismo terzo-mondiale, stia cioè divenendo ideologia di lotta e ribellione per popolazioni che per motivi etnici o sociali, soprattutto giovani, anelano una ribellione. Ho visto nel Mozambico del nord quanti giovani, musulmani e non musulmani, sono stati coinvolti nel jihadismo, e questo è un fatto significativo perché il jihadismo è un’ideologia di lotta, che ti dà una Weltanschauung, che divide il mondo in oppressi e oppressori, ma poi diventa un banditismo. L’ho visto con i guerriglieri in Mozambico negli anni Novanta. È molto difficile così uscire dalla guerra, perché la guerra diventa un motivo di vita.</p>
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		<title>La diplomazia del fumetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 16:09:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I diplomatici italiani amano scrivere, fa parte delle loro competenze, ma fuori delle cancellerie c’è anche spazio per la passione. Andrea Silvestri, ambasciatore a Skopje, in Macedonia del Nord, ha quella dei fumetti, che lo hanno accompagnato nelle diverse destinazioni diplomatiche, dalla Costa d’Avorio al Belgio. Il saggio che ha scritto riflette le sue scoperte e ci conduce a zonzo tra le grandi potenze del fumetto, come gli Stati Uniti,&#8230;</p>
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<p>I diplomatici italiani amano scrivere, fa parte delle loro competenze, ma fuori delle cancellerie c’è anche spazio per la passione. Andrea Silvestri, ambasciatore a Skopje, in Macedonia del Nord, ha quella dei fumetti, che lo hanno accompagnato nelle diverse destinazioni diplomatiche, dalla Costa d’Avorio al Belgio. Il saggio che ha scritto riflette le sue scoperte e ci conduce a zonzo tra le grandi potenze del fumetto, come gli Stati Uniti, la Francia, tra le potenze involontarie, come il Giappone, tra quelle emergenti, Corea, Cina, senza dimenticare che tra i paesi che hanno finora scritto la storia dei disegni con le nuvolette c’è l’Italia, una potenza inconsapevole, come spesso ci capita, e che esporta i suoi migliori autori.</p>



<p><strong>Perché un libro che unisce i fumetti alla diplomazia?</strong><br>È una passione giovanile che ho portato all’estero. La nostra è una professione nomade e in ogni paese dove sono stato, osservavo i fumetti locali, cercando in essi una chiave di lettura politica. Pensiamo soprattutto a quelli classici americani di supereroi prodotti a cavallo della Seconda Guerra Mondiale e durante la guerra fredda. In ogni linguaggio pop, andando a scavare, è possibile trovare elementi di geopolitica, nel senso che il mezzo riflette come una società si vede e come vede gli altri. Ho preso dei casi per mostrare come riflettessero alcune tesi del pensiero dominante, utilizzando anche un approccio gramsciano.</p>



<p><strong>Hai scritto una panoramica storicamente e geograficamente molto ampia del fumetto, anche proveniente da paesi esterni all’Europa. È un arte universale?</strong><br>Certamente. È più forte e radicata in alcuni paesi, in Europa e negli Stati Uniti. Anche l’Italia resta un mercato molto importante. L’Africa ha una tradizione più recente, anche per le difficoltà del mercato editoriale. I fumetti sono un arte pop che rappresenta un linguaggio universale. Ci sono personaggi che riconosciamo in tutto il mondo e che sono riconoscibili anche dalle nuove generazioni. Sono immagini unite a parole che creano empatia.</p>



<p><strong>Quali sono le superpotenze, le potenze emergenti o quelle che sono emerse del fumetto.</strong><br>Mi sono concentrato soprattutto sui fumetti popolari. Direi che come quantità troviamo ai primi posti il Giappone, che pure in origine era una produzione rivolta al mercato locale, che interpretava i valori e i sentimenti dei giapponesi, ma che ha saputo intercettare alcune corde a livello mondiale. Una superpotenza involontaria. Ci sono ovviamente gli Stati Uniti, con la loro scuola dei supereroi, mentre in Europa abbiamo la forte tradizione franco-belga. Poi c’è l’Italia. Anche se relativamente più deboli rispetto ad alcuni anni fa, abbiamo autori molto validi, sia per il mercato interno che per l’esportazione. In Asia sono potenze consolidate la Corea del Sud e Taiwan. La Cina sta crescendo, partendo da una sua tradizione nata con la rivoluzione e controllata dal partito comunista. C’era anche uno storico avamposto ad Hong Kong. Da non dimenticare la scuola latinoamericana, soprattutto argentina, dove si trasferirono nel dopoguerra autori italiani come Hugo Pratt.</p>



<p><strong>Quali altri paesi si affacceranno altri paesi? L’India, il Maghreb o il Medio oriente?</strong><br>In India ci sono interessanti esperimenti, in cui si incrocia il fumetto con la sua grande tradizione iconografica e mitologica indiana. Ci sono esperienze molto interessanti nel Medio Oriente, penso a Persepolis che è nato in Iran, anche in Libano e qualcosa anche in Egitto e nel resto dell’Africa. Del resto, il fumetto è un’arte povera, che costa poco, basta un tablet e per questo è utilizzato dalle minoranze.</p>



<p><strong>Nei fumetti classici troviamo i supereroi bianchi, americani, patriottici, che vivevano in un contesto americano ben preciso. La produzione attuale invece come riflette i cambiamenti della società?</strong><br>Ho cercato di inserire questa lettura. La critica fumettistica ha coniato l’espressione del monomito del supereore americano, come Superman, bianco, etero e fedele alla fidanzata Lara. Una volta il mercato americano era diviso tra bianchi e neri e i cambiamenti verso l’integrazione sono cominciati negli anni sessanta. Ho un aneddoto a questo proposito. Nel 1966 Stan Lee creò la serie del “Sergente Fury” che si avvaleva del primo plotone completamente interetnico nella storia del fumetto: c’erano un irlandese, un ebreo, un tedesco, un italiano e un personaggio di colore, Gabriel Jones. Il colorista non si rese conto che si trattava di un afroamericano e Lee dovette mandargli una nota per avvertirlo. Successivamente la Marvel ha cominciato ad inserire personaggi appartenenti alle minoranze, come Black Panther, ed oggi c’è molta attenzione alle tematiche gender. Ricordiamo anche Wonder Woman che ha una lunghissima vita editoriale, femminista antelitteram, che ha creato molta autostima nelle donne.</p>



<p><strong>Gli autori italiani della Disney inventarono Paperinika, dopo Paperinik.</strong><br>È un caso molto interessante. Negli anni ’60 nascono i neri in Italia, in cui i protagonisti sono ladri, assassini, esseri demoniaci. In Italia non avevamo una tradizione di eroi ed invece creammo gli antieroi. La Disney Italia pensa quindi di creare Paperinik, parodia di Diabolik, che riprende i temi classici dell’identità segreta e del rovesciamento del personaggio, per poi arrivare a questa bellissima intuizione di Paperinika, l’alter ego di Paperina, che è il personaggio dominante nel rapporto di coppia e che usa le armi femminili come la cipria.</p>



<p><strong>Nel libro metti in evidenza l’assenza di eroi in Italia. I personaggi creati durante il fascismo vengono meno dopo la guerra e appaiono gli antieroi che vanno contro i valori del tempo, oltre alle parodie. Perché?</strong><br>Ci sono varie spiegazioni, che sono state fatte anche rispetto alla letteratura italiana, dove manca un personaggio simile a D’Artagnan o a Robin Hood, che sono simboli dell’identità nazionale. Non è per forza un aspetto negativo per il fumetto, anche come probabilmente contrappasso all’esperienza di ipernazionalismo del fascismo. Dopo la guerra gli eroi prodotti in Italia, come Tex Willer, erano quasi tutti americani e perfino gli autori cambiavano il nome per non suonare italiani. Aggiungerei anche i condizionamenti dei due partiti maggiori, entrambi con orizzonti internazionalistici, la chiesa per la DC ed il comunismo per il PCI. I tempi sono cambiati e soprattutto la Bonelli ha portato molte innovazioni con una crescita dei personaggi italiani.</p>



<p><strong>Tuttavia il fumetto calato in una realtà completamente italiana sembra ancora molto debole.</strong><br>Ci sono fenomeni interessanti in Italia come le graphic novel che hanno una forte attenzione alla realtà italiana, con inchieste ambientate nel nostro paese. Poi ci sono tentativi come quello di Pietro Battaglia, un soldato trasformato in vampiro che attraversa la storia nazionale. Bisogna però dire che oggi è difficile lanciare nuovi personaggi con serie senza fine. La tendenza attuale è il modello Netflix, miniserie contenute in un numero limitato di storie.</p>



<p><strong>Eppure abbiamo un eroe italiano. Corto Maltese. Che però non è italiano ed è l’eroe anarchico per eccellenza.</strong><br>I francesi erano convinti che fosse loro. È un personaggio nomade, sradicato, figlio di una gitana e di un maltese, senza radici, che esplora ed incontra altre culture. Riflette una lontana radice italiana. Un popolo di navigatori, di emigranti ed avventurieri.</p>



<p><strong>Nel saggio parli delle Winx come un caso di fumetto italiano di grande successo internazionale che trascende completamente la realtà nazionale. Per avere successo devi diventare un prodotto globalizzato senza legami con la nazione?</strong><br>È un prodotto che appartiene al regno del fantasy, una produzione nata in Italia, realizzata in Asia e che utilizza le tecniche americane di commercializzazione e merchandising. Riflette la grande vitalità della scuola italiana del fumetto, che esposta personaggi ed anche tantissimi autori in cerca di maggiori spazio di espressività.</p>



<p><strong>Il Giappone invece smentisce la tesi della globalizzazione del gusto.</strong><br>I manga sono molto giapponesi ma funzionano bene all’estero. Anche l’Italia produce fumetti che hanno successo internazionale. In Macedonia Alan Ford è conosciutissimo, pur essendo un prodotto molto italiano, impregnato di un humour nero meneghino che non funziona nei paesi anglosassoni. In Jugoslavia il Gruppo TNT era popolare, andava ad intercettare un umorismo balcanico nero e offriva spazi di libertà ai giovani. Vorrei anche dire che perfino i supereroi americani sono più sfumati rispetto al passato, più internazionale. In fondo, si tratta di personaggi che affondano in radici storiche, religiose e mitologiche europee, utilizzando archetipi che sono riconoscibili ovunque.</p>



<p><strong>Anche gli italiani fanno manga.</strong><br>Ci sono ottimi manga fatti in Italia, per esempio Attica, pubblicato da Bonelli, di Giacomo Bevilacqua, che usa stilemi giapponesi e ha la geniale intuizione di fare di Pinocchio il cattivo.</p>



<p><strong>La globalizzazione ha scardinato i vecchi schemi del passato, economici e politici. Così anche per il fumetto, che è l’arte dell’esplorazione. Cosa hanno portato i coreani nel linguaggio fumettistico. E i cinesi?</strong><br>Nel caso dei sudcoreani mi pare che i manhwa siano stilisticamente simili ai giapponesi. Sulla Cina, non saprei dire. Avevano una tradizione propria. Bisognerà vedere quanto, nel realizzare una produzione di massa, attingeranno alla tradizione o si ispireranno a stilemi internazionali già esistenti. Sono ancora poco tradotti. La Bao ha cominciato a pubblicarne alcuni, che mi paiono più rivolti ad un pubblico colto.</p>



<p><strong>In conclusione, il futuro del fumetto sarà un misto di stili globalizzati e di radici locali.</strong><br>Oggi i fumetti non hanno la stessa centralità che avevano nel XX secolo, e i giovani se ne sono allontanati, anche se al cinema vanno a vedere i supereroi della Marvel e della DC. È un arte per un pubblico più colto ed anziano, tuttavia, i fumetti sono un linguaggio universale capace di mescolare stili diversi e di utilizzare ogni genere di tradizione locale, in grado di rinnovarsi e di esprimere in forme nuove una visione del mondo, di se stessi e degli altri, che possono essere compresi ancora come strumenti di geopolitica.</p>



<p><strong>* Conversazione con Andrea Silvestri, autore del saggio “Fumetti e potere. Eroi e supereroi come strumento geopolitico” (Edizioni NPE, 2020).</strong></p>
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		<title>Una zattera sul Tevere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Leggo or ora su un autorevolissimo sito della stampa italiana che mai prima d’ora il Vaticano aveva provato ad influenzare così decisamente una legge del nostro Stato come fa ora col ddl Zan. Ovviamente rido. Penso al divorzio, al referendum, a De Gasperi, Fanfani… Il Tevere è quotidianamente attraversato nelle due direzioni da telefonate, messaggi e messi diplomatici che hanno lo scopo di comporre dissidi di varia natura prima ancora&#8230;</p>
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<p>Leggo or ora su un autorevolissimo sito della stampa italiana che mai prima d’ora il Vaticano aveva provato ad influenzare così decisamente una legge del nostro Stato come fa ora col ddl Zan. Ovviamente rido. Penso al divorzio, al referendum, a De Gasperi, Fanfani…</p>



<p>Il Tevere è quotidianamente attraversato nelle due direzioni da telefonate, messaggi e messi diplomatici che hanno lo scopo di comporre dissidi di varia natura prima ancora che vedano la luce. Ignorarlo è ingenuo, negarlo è ipocrita. Ordinariamente questo lavorio avviene sottotraccia, com’è buona creanza e come giova ai rapporti di buon vicinato. Questa prassi poi, ad essere laici sul serio, non è nemmeno un proprium dei rapporti tra Italia e Vaticano: le diplomazie di tutto il mondo servono a questo e così si comportano. Operano prima che sorgano contrapposizioni esplicite e, casomai, provano dopo a contenere i danni. Si dirà: il Vaticano non è uno Stato come tutti gli altri. Senza dubbio. Rispondo: nemmeno l’Italia, che custodisce al centro del proprio territorio il cuore del cattolicesimo mondiale.</p>



<p>Può il ddl Zan essere stato accolto da cardinali e vescovi fra scroscianti applausi? Scommetto di no, eppure il Vaticano non ha preso pubblica posizione. Poteva, non lo ha fatto. Al contrario ha, senza scalpore, segnalato all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede la propria –prevedibile- posizione. Lo ha fatto informalmente, addirittura verbalmente. Per essere ancora più chiari: un cardinale ha detto all’ambasciatore italiano che il ddl non piace a lui e ai sacri palazzi. Sorpresona!</p>



<p>Ora, la cosa non è stata resa pubblica né da chi quella perplessità l’ha avanzata (il Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati monsignor Paul Richard Gallagher) né dall’ambasciatore italiano che, presumibilmente, avrà reindirizzato quella nota alle competenti autorità italiane. Niente di inconsueto, dunque, se solo si pensi a quali note e contronote, e di ben altro tenore e gravità, devono essere transitate ai tempi della legge e del referendum sull’interruzione di gravidanza, per dirne una. Tuttavia, questa è la cosa interessante, la nota non è rimasta coperta, com’è d’uso tra diplomatici, ma rivelata con sommo scandalo dei più esagitati. Come ha fatto? Nella più classica delle maniere, ossia con una domanda debitamente istruita, rivolta durante una innocente conferenza stampa sugli anziani. Alla qual domanda il cardinale Kevin Joseph Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha risposto che certamente “c’è la preoccupazione della Santa Sede e di ciascuno di noi” a proposito del disegno di legge. Hai capito lo scoop?</p>



<p>Risponde la sala stampa Vaticana: “La Nota Verbale della Segreteria di Stato è stata consegnata informalmente” e con l&#8217;obiettivo “non di bloccare” il ddl Zan ma di “rimodularlo in modo che la Chiesa possa continuare a svolgere la sua azione pastorale, educativa e sociale liberamente”. In sostanza, par di capire, le parti cercavano di trovare una soluzione accettabile per tutti, ma qualcuno ha fatto saltare il banco preferendo lo scontro all’incontro, la divisione alla soluzione. E questo a prescindere da ciò che si possa pensare e del contenuto del ddl Zan e dell’intervento della Santa Sede: il fatto è che qualcuno ha preferito boicottare il dialogo e fare esplodere le differenze. La domanda cui rispondere adesso è: cui prodest? O, il che è uguale, chi ci perde?</p>



<p>Tanto al di qua quanto al di là del Tevere il dialogo e l’incontro hanno i propri nemici, e alleanze contro l’uno e l’altro possono facilmente essere intessute tra le due sponde e avere molti beneficiari. Indipendentemente dalla riva del fiume.</p>
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		<title>Pietro Bartolo: il nostro Paese è stato capace di accogliere ma non di includere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2021 19:26:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La sua figura è stata capace di aggiungere al tradizionale elettorato del PD, che ha proposto la sua candidatura al Parlamento Europeo, il consenso proveniente dal mondo dell’associazionismo, del volontariato, dell’impegno sociale, sino al mondo ecclesiale. Avverte questo senso di responsabilità?Certamente sì, è una grande responsabilità, che viene dall’aver ricevuto un consenso così grande e in modo trasversale e questo mi ha rincuorato molto. La buona risposta elettorale è stata&#8230;</p>
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<p><strong>La sua figura è stata capace di aggiungere al tradizionale elettorato del PD, che ha proposto la sua candidatura al Parlamento Europeo, il consenso proveniente dal mondo dell’associazionismo, del volontariato, dell’impegno sociale, sino al mondo ecclesiale. Avverte questo senso di responsabilità?</strong><br>Certamente sì, è una grande responsabilità, che viene dall’aver ricevuto un consenso così grande e in modo trasversale e questo mi ha rincuorato molto. La buona risposta elettorale è stata raggiunta, con oltre 270 mila voti, grazie alla capacità di ascoltare le esigenze della gente, delle associazioni e di tutto il territorio. Ho ricevuto molti consensi da chi si era allontanato dalla politica, sfiduciato da certi comportamenti dei governanti, come sul tema della migrazione. In questo credo che la mia professione di medico e il mio impegno diretto in prima linea, in una realtà come quella di Lampedusa, abbiano trovato riscontro nelle preferenze ricevute.</p>



<p><strong>Cos’è la politica per lei?</strong><br>Credo che la politica sia qualcosa di straordinario. Deve essere un servizio svolto con passione, con onestà e correttezza. Deve saper dare risposte alle esigenze della gente e anche a temi importanti come il futuro dei giovani e la tutela dell’ambiente. Ho fatto sempre politica, occupandomi dei bisogni degli altri, della mia gente, dei migranti. Sono stato in trincea e ho sentito il bisogno di raccontare la verità attraverso la pubblicazione di libri e la realizzazione di film. Credo nella rete di persone che ci mettono la faccia tutti i giorni, nei volontari, nei giovani e in quei sindaci che senza mezzi e risorse, sono chiamati a fronteggiare gli sbarchi dei migranti e le relative implicazioni.</p>



<p><strong>Pandemia e migrazioni sono due temi di grande attualità, quali connessioni hanno?</strong><br>Sicuramente la sanità, il diritto alla salute. Molte persone fragili e malate hanno bisogno di una sanità migliore. La pandemia ha messo a nudo le inefficienze del nostro sistema, dovute alla mala gestione della politica. Sapevamo che la sanità pubblica era molto insufficiente e carente nel sud dell’Italia. Poi abbiamo scoperto che anche al nord la sanità è molto carente e che concentrarsi sulla sanità privata è un disastro. Dobbiamo batterci per la sanità pubblica che è per tutti. Non possiamo privilegiare certi settori a sfavore di chi non ha i mezzi per accedere alla sanità, che siano i nostri concittadini o che siano anche i cittadini che vengono da fuori, quindi persone perché a me non piace chiamarli migranti.</p>



<p><strong>Spesso la sensazione è che la migrazione avvenga solo con i barconi, dal Mediterraneo. Che cosa sta succedendo ad Est?</strong><br>La rotta balcanica, in realtà, è solo una tra le rotte: lì, come altrove, avvengono cose disumane e immorali. L’Europa non ha un proprio esercito e la polizia croata esegue ordini da chi subdolamente vuole creare una Fortezza Europa. In questo modo si è creata una linea difensiva militare per difenderci da “nemici” pericolosissimi, che sono queste persone che scappano da guerre, fame, miseria. Ci sono anche bambini e minori, noi li consideriamo nemici e quindi ci proteggiamo, ci chiudiamo per combattere persone fragili, in difficoltà. Dovremmo indignarci della posizione che il mondo occidentale assume in questo contesto, ignorando le sofferenze della guerra, le violenze, gli stupri, le torture e la miseria di popoli meno fortunati. Ho visto in faccia bambini, uomini e donne che mi hanno raccontato i loro sogni, le loro sofferenze e le loro ambizioni con speranza e dignità.</p>



<p><strong>C’è un’idea di confine che si sta affermando in Europa come lei diceva o la difesa dei confini è solo uno slogan, cioè un tentativo di non affrontare il problema?</strong><br>Io non credo nei confini. Le persone che raggiungono le nostre coste non sono dei nemici o degli invasori e non vengono armati. La migrazione è un fenomeno strutturale che è sempre esistito ed esisterà sempre e non ci saranno muri o fili spinati che potranno fermarlo. Chiudere i porti e i confini è un atto criminale. Molta gente è informata male, anche da alcuni personaggi politici e da alcuni giornalisti. Buttare fango dicendo che sono dei nemici, violenti, portatori di malattie, invasori che ci rubano il lavoro, ai quali diamo 35 euro al giorno.</p>



<p><strong>Ma c’è chi ci crede.</strong><br>Tante volte la gente crede a tutte queste menzogne ma colpa non ne ha. Io non ce l’ho con le persone che la pensano diversamente da me, non penso siano cattive, ma che siano cattivamente e strategicamente informate. Ci sono irresponsabili attivi nel creare questo disagio sociale, mettendo gli uni contro gli altri, gli ultimi contro gli ultimi, i più deboli contro i più deboli. Il compito del politico è quello di affrontare il problema e risolverlo, poiché si tratta di esseri umani.</p>



<p>C<strong>he differenza c’è tra accogliere e includere?</strong><br>Conosco il mare e l’esperienza di attendere che qualcuno ti venga a salvare. Prima di diventare medico, ero un pescatore, figlio di pescatore. Il nostro paese è stato capace di accogliere ma non di includere, è facile organizzare le operazioni di sbarco ma più complicato è dimostrare di offrire concretamente delle opportunità umane e sociali ai migranti. Il percorso per la definizione di misure di legge, per il riconoscimento della cittadinanza secondo il principio dello ius soli e di provvedimenti di sicurezza più flessibili, è ancora lungo.</p>



<p><strong>Nel Governo Draghi, che unisce quasi tutti i partiti presenti in Parlamento, è presente anche la Lega. Questo vuol dire che in qualche modo ci sarà il rilancio di un approccio di chiusura rispetto al problema della migrazione?</strong><br>L’entrata nel governo della Lega non è stata un bella notizia. Tante volte vedo usare il tema delle migrazioni come un cavallo di battaglia, che è servito da anni e che serve ancora per un tornaconto elettorale. Anche in sede europea dobbiamo battere i pugni per consentire che ci sia una ridistribuzione automatica e obbligatoria, per chi sbarca sulle nostre coste, su tutti gli stati membri. Ciò nonostante confido molto nei propositi del nuovo segretario del PD Enrico Letta, che ha formalmente dichiarato la propria disponibilità al riconoscimento dello ius soli. Io credo nella politica e sono il primo ad occuparmi di questa tematica. Mi batterò, come ho sempre fatto, anche per migliorare il patto sulla migrazione, che deve essere rivisto in una visione più ampia e lungimirante.</p>



<p><strong>Enrico Letta è stato il protagonista di “Mare Nostrum”, un’operazione tutta italiana motivata dalla grande crisi della migrazione in quei tempi e dalle grandi tragedie che avvenivano. Oggi sentiamo di indagini delle procure siciliane su paventati accordi economici per il trasbordo di migranti tra scafisti e organizzazioni non governative. Lei cosa pensa di questo?</strong><br>Personalmente mi sento di ringraziare le ONG per le attività di salvataggio svolte. Le ONG hanno coperto un vuoto lasciato dagli stati membri dopo quell’azione di grande civiltà che ha voluto fare l’Italia con “Mare Nostrum”, salvando migliaia di vite. Qualcuno ha voluto accusare le ONG. I decreti sicurezza hanno criminalizzato le persone che salvano le persone, con l’imposizione di sanzioni. Se si vogliono bloccare le ONG ci deve essere un’alternativa che al momento non c’è.</p>



<p><strong>Forse sta diventando scontata e ovvia la presenza delle navi delle ONG nel Mediterraneo?</strong><br>La ONG devono lasciare il Mediterraneo, devono andarsene le navi che salvano in mare. Queste persone devono arrivare attraverso canali regolari, ecco perchè le dico che è necessaria una buona gestione, una buona governance del fenomeno migratorio. Dobbiamo togliere le persone dalle mani dei trafficanti di esseri umani e fare in modo che quel mare non sia più un cimitero. Io sono certo che le ONG, perché ci ho lavorato, non vedono l’ora di andarsene e che tutto questo problema possa risolversi, non è vero che sono là per guadagnare.</p>



<p><strong>C’è un modo per attenuare, se non risolvere, il problema delle migrazioni?</strong><br>Dall’inizio del mio lavoro in politica mi sono impegnato per portare una soluzione che prevedeva l’istituzione di una missione europea di ricerca e soccorso in mare, con le varie capitanerie degli stati membri. Purtroppo ho perso questa battaglia. Dobbiamo fare in modo che queste persone arrivino tramite canali regolari, questa è una visione diversa, un cambio di paradigma. Un’altra strada è quella di fornire aiuti ai territori di provenienza, con progetti di finanziamento: nessuno vuole lasciare il proprio paese e i propri affetti se non è costretto. Dobbiamo dare loro questa opportunità, aiutando quei paesi a crescere e svilupparsi. Solo allora potremo dire che stiamo facendo una buona politica.</p>
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		<title>Vaccini, che cosa significa saltare la fila</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 20:35:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un linguaggio che fa parte del patrimonio dell’umanità. Lo adoperiamo poco, però, anche quando occorrerebbe per chiamare le cose per nome, noi che pure ci vantiamo di dire pane al pane e vino al vino. Proviamo a riportare qui in pagina quanto si può leggere in una Costituzione del Concilio Vaticano secondo. Si tratta di una citazione presa dagli antichi padri della Chiesa: “Dà da mangiare a colui che&#8230;</p>
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<p>Esiste un linguaggio che fa parte del patrimonio dell’umanità. Lo adoperiamo poco, però, anche quando occorrerebbe per chiamare le cose per nome, noi che pure ci vantiamo di dire pane al pane e vino al vino.</p>



<p>Proviamo a riportare qui in pagina quanto si può leggere in una Costituzione del Concilio Vaticano secondo. Si tratta di una citazione presa dagli antichi padri della Chiesa: “Dà da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso”.</p>



<p>Sembra questo argomentare una dimostrazione, per così dire, matematica, che prende per il bavaro della giacca l’ascoltatore più attento che si dia. La situazione che descrive è quella di un moribondo per fame. Il moribondo non è in grado di procurarsi da sé il cibo che gli occorre. Si dà l’impellenza che un altro si adoperi in sua vece. E se ciò non dovesse accadere? Presto detto: il moribondo muore.</p>



<p>Apparentemente ci troviamo dinanzi ad un’azione mancata, appunto un’omissione. Si poteva fare una buona azione e non è stata fatta. Il rischio è sempre quello di mancare il bersaglio. Ma qui c’è di più: non si trattava di una buona azione alla stregua di tante altre. Qui c’è un soccorso al morente, una vita da salvare. Il cibo offerto era per vivere e scongiurare la morte.</p>



<p>Per questa ragione è necessario interporre tra il cibo e la destinazione un’altra categoria imperante, appunto il tempo. Se presto arriva il cibo, la morte è messa in discussione e il pericolo allontanato. Tanto è vero che, qualora il cibo dovesse arrivare in ritardo, la morte avrebbe il sopravvento.<br>L’espressione evidenzia, però, con forza, come il soggetto che omette è lo stesso che produce la morte del moribondo. Non si tratta più del cibo che manca, ma di colui che agisce o non agisce.</p>



<p>Proviamo ad applicare adesso questo schemino al tempo nostro della pandemia. Sin dall’inizio è stato acclarato che la nostra salvezza sarebbe stata il vaccino. Il vaccino è stato inventato e la produzione è attivata. Con un postulato: vaccinare tutta la popolazione. Tutti e non una parte perché la salvezza sta nell’interezza.</p>



<p>Domanda: chi non si vaccina, manca a qualcosa (farsi vaccinare) o manca all’operazione in cui è impegnata tutta la popolazione per debellare il virus? Perché le assenze sono due: il soggetto senza vaccino, la popolazione senza un combattente.</p>



<p>Secondo dispositivo regolatore: il vaccino va somministrato primariamente alle persone fragili e vulnerabili. Domanda: e chi ha saltato la fila, che cosa ha combinato? Ha sottratto vaccino a chi ne aveva più urgente bisogno. L’ha pure esposto al rischio di morire?</p>



<p>Se dobbiamo rispondere la risposta è sì. Potessimo non rispondere e neanche farci la domanda sarebbe comodo e sbrigativo, ma ci fermeremmo solo ad osservare che, nel caso, si è trattato solo di un malvezzo italiano e portoghese, quello di saltare la fila, aver fatto una cosa che sempre si è fatta e continuata a fare.</p>



<p>Quei padri della Chiesa non la pensano come noi. Tentano ancora di invitarci a guardare un po’ più lontano, all’esito di quel che si fa e non si fa. Che senza conseguenze mai si consuma. Tante volte è questione di vita o di morte. Anche quando non è apparente.</p>
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		<title>Massimo Faggioli: dal Papa nessuna concessione agli atei devoti e ai neo-conservatori europei e americani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 19:42:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel suo ultimo libro ha raccontato le cause e le implicazioni politiche dell&#8217;avere un cattolico alla Casa Bianca. La prima volta fu drammatica, questa volta che cosa ci aspetta?L’elezione di Kennedy e il suo assassinio furono drammatici, ma l’evento della elezione fu celebrato dalla chiesa in America in modo unanimemente favorevole, al di là delle diverse opinioni politiche dei cattolici. Ora invece il cattolicesimo di Biden per alcuni cattolici (e&#8230;</p>
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<p><strong>Nel suo ultimo libro ha raccontato le cause e le implicazioni politiche dell&#8217;avere un cattolico alla Casa Bianca. La prima volta fu drammatica, questa volta che cosa ci aspetta?</strong><br>L’elezione di Kennedy e il suo assassinio furono drammatici, ma l’evento della elezione fu celebrato dalla chiesa in America in modo unanimemente favorevole, al di là delle diverse opinioni politiche dei cattolici. Ora invece il cattolicesimo di Biden per alcuni cattolici (e molti vescovi) fa problema perché le questioni bioetiche hanno preso il sopravvento. Kennedy non aveva mai dovuto rispondere a domandi sulle sue posizioni o voti al Congresso su aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale. Invece queste sono le questioni per eccellenza su cui un politico cattolico in America deve rispondere, a partire dalla fine degli anni Settanta (l’aborto diventa legale negli USA nel 1973) ma in maniera molto più evidente dall’inizio degli anni duemila, specialmente in un paese ancora molto religioso come gli USA. È uno dei motivi della sconfitta della candidatura del cattolico candidato per i democratici, John Kerry, nel 2004. </p>



<p><strong>Che tipo di cattolico è Biden?</strong><br>Biden è un cattolico in politica nel partito democratico che fino agli anni Settanta era il partito storicamente preferito dai cattolici, prima che dal 1980 in poi il voto cattolico si dividesse in due parti tendenzialmente uguali tra democratici e repubblicani. Biden inizia la carriera politica negli anni Settanta come cattolico liberale conservatore in questioni economiche e sociali, e col passare del tempo si sposta su posizioni più da cattolico sociale e democratico. Contribuisce negli anni Ottanta e Novanta a portare il sistema economico e sociale in America su posizioni più liberiste, ma dalla presidenza Obama in poi collabora al tentativo di correggere il sistema in direzione più solidarista (specialmente con la legge sulla riforma del sistema sanitario). Approda a posizioni più vicine al cattolicesimo sociale sulla spinta degli effetti della grande recessione che inizia nel 2008 ma anche per la radicalizzazione del partito democratico a sinistra sull’onda del movimento di Bernie Sanders.</p>



<p><strong>Che conferenza episcopale è quella statunitense?</strong><br>È una conferenza molto grande, alla guida di una chiesa molto grande – grande quasi quanto il continente nordamericano con grandi differenze al suo interno culturali, economiche, e sociali. Un problema è che una conferenza così grande non ha più una assemblea di vescovi che discute, ma è diventata una specie di federazione di commissioni episcopali. Ma il vero problema è la politicizzazione dei vescovi e l’allineamento di molti di loro al partito repubblicano, e non solo sulle questioni dell’aborto e difesa della vita. È un allineamento politico che ha reso moralmente ciechi molti vescovi e la presidenza della conferenza in un modo a tratti scioccante, e che ora ha reso politicamente orfana la leadership dell’episcopato USA, vista la situazione del partito repubblicano dopo la fine della presidenza Trump.</p>



<p><strong>Negli ultimi anni è parso che un’ondata di integrismo abbia travolto molte confessioni generando saldature con estremismi politici di ogni latitudine. Com’è potuto succedere? E che cosa ci attende?</strong><br>La distopia politica dell’America di oggi è inseparabile dal ritorno di convinzioni religiose che minano quel consenso morale-religioso alla base della democrazia in America. Il fattore nuovo è il riaffacciarsi nella cultura mainstream americana di convinzioni religiose che la teologia accademica di formazione euro-atlantica aveva dato per morte e sepolte: idee zombie, morte che tornano ad aggrapparsi ai vivi, o che forse non sono morte ma continuano a vivere in quella zona di “global south” religioso che sono gli USA. C’è il ritorno delle teorie cospirative ma anche una nuova cultura integralista cattolica che è un aspetto di questa saldatura tra crisi religiosa e crisi politica. C’è il tentativo di tornare a un modello integralista dei rapporti tra stato e chiesa, con la chiesa (cattolica o evangelicale, in entrambi i casi concepita come chiesa dei bianchi) incaricata di conferire legittimità ai poteri pubblici – però non per risolvere il problema del razzismo, ma solo per le questioni bioetiche che sono care alla cultura religiosa bianca conservatrice.</p>



<p><strong>Molti, dentro la Chiesa, sembrano vivere Bergoglio come un corpo estraneo, ed egli stesso sembra aver fatto poco per non alimentare questa percezione. In particolare lo si accusa di non avere un’agenda Cristocentrica. È d’accordo?</strong><br>Si può discutere sulle scelte fatte da Francesco ma questa è una critica che secondo me non ha fondamento, se uno guarda a tutti gli insegnamenti di Francesco, a partire dall’enciclica Fratelli Tutti. Francesco ha certamente portato nuove enfasi su alcuni aspetti e una nuova gerarchia delle priorità rispetto ai predecessori, ma non ha senso dire che non ha Cristo al centro: uno degli eventi teologici del pontificato è infatti aver posto il Cristocentrismo al posto dell’ecclesiocentrismo che alcuni ancora rimpiangono. Certamente Francesco ha scelto di non fare concessioni tattiche agli “atei devoti” e ai neo-conservatori europei e americani, e infatti questa è una delle chiavi con cui va letto il progetto del viaggio in Iraq.</p>



<p><strong>L’elezione di Bergoglio come successore di Ratzinger è stata l’elezione di un progressista in alternativa ad un conservatore? Più in generale: la coppia conservazione/progresso è in grado di spiegare le tensioni ecclesiali?</strong><br>Ci sono sicuramente differenze tra Ratzinger e Bergoglio, ma Bergoglio non è certamente il liberal-progressista che viene dipinto dalla stampa anglosassone. Secondo me ha maggiore importanza la differenza tra la cultura europea e occidentale dei predecessori di Francesco e Francesco come rappresentante di un cattolicesimo che si apre al mondo globale, in misura molto più evidente rispetto al passato. Queste tensioni tra radicamento euro-occidentale e orientamento globale sono molto più profonde rispetto alla spaccatura tra progressisti e conservatori.</p>



<p><strong>Sembrerebbe palesarsi, nella Chiesa di oggi, un conflitto risalente al Concilio Vaticano II, e che poi si è mantenuto sottotraccia durante il Pontificato di Giovanni Paolo II. Per quanto universale, quel Concilio aveva fortissimi legami con l&#8217;Italia. Come è stata vissuta dai vescovi italiani la convocazione del Concilio e la sua dichiarata, fin dalle origini, apertura al mondo? Era già sconfitta la visione ecclesiale e politica della curia romana e dei suoi protagonisti come il cardinale Ottaviani?</strong><br>La convocazione del concilio da parte di Giovanni XXIII fu una sorpresa ma la visione di Ottaviani e della Curia romana (che comunque non erano la stessa cosa) non era destinata alla sconfitta. Quella al Vaticano II fu una vera battaglia di idee, combattuta in un lungo periodo di tempo e a diversi livelli: basta leggere alcuni diari di padri e periti conciliari per capire che quella conciliare fu una maturazione teologica e spirituale sofferta ma autentica, non solo al livello mediatico, e ha portato frutti irrinunciabili per l’equilibrio teologico della chiesa nella modernità globale. Una maggiore distanza tra papato e la chiesa italiana è una delle conseguenze di una maggiore apertura verso il mondo globale: sarebbe anche una opportunità per la chiesa italiana di crescere.</p>



<p><strong>Papa Roncalli e l&#8217;episcopato italiano potevano immaginare cosa sarebbe stato della dimensione quasi monolitica della Chiesa del tempo? Come apparirebbe ai loro oggi l’attuale CEI?</strong><br>Non so come gli apparirebbe oggi. Certamente la differenza tra la chiesa di oggi e quella degli anni sessanta non è maggiore della differenza tra la chiesa italiana degli anni sessanta e quella immediatamente successiva alla caduta dello Stato pontificio, il periodo in cui nacque Roncalli. In un certo senso, è maggiore la differenza tra la situazione di stagnazione della CEI di oggi e quella del primo decennio di post-concilio, quella coraggiosa dei piani di evangelizzazione fino ai documenti dei primi anni ottanta, come per esempio “Comunione e comunità”.</p>



<p><strong>A distanza di oltre 50 anni dal Concilio, com&#8217;è possibile che ci siano vescovi, sacerdoti e laici che ne mettono in discussione l&#8217;approccio e le scelte di direzione impresse alla Chiesa?</strong><br>È possibile perché la recezione del concilio Vaticano II conosce fasi e movimenti diversi in aree diversi del cattolicesimo globale. Negli USA la recezione del concilio è stata veloce e profonda nei primi vent’anni circa, fino a metà anni ottanta, e poi c’è stata una interruzione e ora c’è una crisi, una spaccatura tra cultura pre- e anti-conciliare sulla destra, e una cultura post-conciliare e post-ecclesiale sulla sinistra. Il cattolicesimo conciliare coincide con un centrismo teologico in crisi a causa di un sistema politico e ideologico a due partiti che ha invaso anche lo spazio ecclesiale. La chiesa negli USA è una chiesa molto particolare che risente di dinamiche interne molto forti e legate all’identità religiosa della comunità civile e politica, e in questo senso la recezione del concilio ha risentito in modo diretto di dinamiche politiche nazionali fin dagli anni ottanta. Le conseguenze dell’11 settembre 2001 sull’identità religiosa del paese, con una torsione in senso etno-nazionalista, hanno aggiunto ulteriori problemi che abbiamo visto durante gli anni di Trump.</p>
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		<title>Con i piedi non si può governare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jan 2021 10:16:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Michele ignora che cos’è il Recovery Plan. E si tratterrebbe di poca cosa. Non conosce neanche il significato della parola crisi. Afferra appena quella di “governo” che identifica con un signore che manda i soldi alla sua cooperativa sociale che gli offre lavoro e gli fornisce 300 Euro al mese. Adesso Michele è preoccupato perché il governo è caduto, forse si è rotto una gamba e pertanto stenta (Michele) a&#8230;</p>
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<p>Michele ignora che cos’è il Recovery Plan. E si tratterrebbe di poca cosa. Non conosce neanche il significato della parola crisi. Afferra appena quella di “governo” che identifica con un signore che manda i soldi alla sua cooperativa sociale che gli offre lavoro e gli fornisce 300 Euro al mese.</p>



<p>Adesso Michele è preoccupato perché il governo è caduto, forse si è rotto una gamba e pertanto stenta (Michele) a capacitarsi della sua possibilità di salire al Quirinale per le consultazioni (altra parola che non conosce)</p>



<p>A qualcuno verrebbe voglia di dire: ma che razza di cittadino è Michele? E Michele risponderebbe: sono quello che sono, con quello che sa. Sono un cittadino elementare, cioè uno di quelli che la crisi di governo non se la sa spiegare, non dopo aver tentato di argomentare, ma già prima in termini appena rudimentali. Michele capisce solo se il governo c’è o non c’è, se è in piedi, seduto, o caduto. Se il governo è in piedi, Michele sta bene; se il governo è caduto, Michele si preoccupa.</p>



<p>Il guaio serio non è l’ignoranza di Michele. Il guaio serio è l’ignoranza del governo di quelle persone come Michele. Perché per Michele il governo esiste in piedi, seduto o caduto. Per il governo quelli come Michele non esistono. E poi: Michele vota per il governo, fa qualcosa per metterlo lì dove sta o non sta; il governo purtroppo fa o non fa senza ricordarsi che esistono cittadini italiani alla stregua di Michele.</p>



<p>Chi è Michele? E’ un 58enne, celibe. Lavora da anni – ma solo ad intermittenza – in cooperative. La sera va a letto alle 20,30. Alle 4 del mattino è in piedi. Alle 5 comincia a spazzare le vie della sua città. In tre ore deve portare a termine il lavoro assegnato. In queste tre ore non parla con alcuno e quindi non si distrae. Alle 8 e 20 mangia un panino con mortadella, beve un sorso d’acqua alla fontana pubblica. Poi torna a casa, può fare la doccia un paio di volte a settimana: costa l’acqua e costa il gas. E Michele paga acqua, gas, rifiuti solidi urbani, luce appena arriva la bolletta, perché ha paura. A mezzogiorno pranza dopo aver fatto la spesa dove c’è più convenienza. Poi fa una passeggiata, si reca in chiesa tutti i giorni, due chiacchiere con gli amici, un po’ di televisione, un panino leggero leggero, un sorso d’acqua, e a letto.</p>



<p>La casa dove abita? Gliel’hanno lasciata i genitori. E ce la fa con 300 Euro al mese? Certo che sì. Vive con lui un fratello più ricco: 600 Euro al mese. Ma questi 900 Euro almeno arrivano puntuali? Magari? E quindi? Se li fanno bastare fino al punto di avvertire una certa ansia. In compenso riescono a sorridere e a vivere con eleganza e dignità.</p>



<p>Se salendo le scale del Quirinale, una vocina potesse sussurrare nelle orecchie di lorsignori una storia vera come è vera questa di Michele, senza scomodarne altre ancora più raccapriccianti, ebbene, sarebbero sufficienti quei gradini a calibrare le menti di chi aziona i piedi. Mancando l’ascolto, a muoversi restano solo i piedi. E con i piedi non si può governare.</p>
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		<title>Leonardo Sciascia, questo non è un racconto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2021 09:23:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare. L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti,&#8230;</p>
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<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare.</p>



<p>L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti, streaming, lenzuolate dei giornali, aperture dei Tg, maratone radiofoniche. Ma soprattutto, il continuo fiorire di amici. Tanti amici. Quanti non ne aveva mai avuti in vita lo scrittore più eretico del Novecento italiano. Chissà cosa penserebbe Sciascia di questo tripudio. In vita, avversò ogni Chiesa, quella cattolica e quella comunista. Era contrariato dall’untuosa pratica italica di adorare santini, rendere omaggio solo dopo la morte. Ammonimento che lo scrittore siciliano pubblicò subito dopo la tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini. La stessa esortazione di Alberto Moravia nel corso del tragico funerale del poeta.</p>



<p>Dunque, questo non è un racconto, è il rimando a un grande scrittore francese. I suoi amati autori francesi. Tutti i suoi libri partivano quasi sempre da un repêchage. Questo titolo e il libro di Diderot, non sono casuali. La risposta nelle parole del filosofo francese: “Si incontravano di rado, ma si scrivevano spesso. Io cento volte ho ripetuto agli amanti: non scrivete, le lettere saranno la vostra rovina; casualmente, qualcuna, prima o poi, finirà all’indirizzo sbagliato. Il caso dà origine a tutte le possibili combinazioni di eventi e non gli occorre che del tempo per determinare quella che risulterà fatale. Qualcuno vi ha mai dato retta? E tutti hanno trovato la loro rovina”.</p>



<p>La storia è incentrata sulla disdicevole pratica dei giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Chissà, forse era questo il monito finale dell’inflessibile Sciascia. Metteva in guardia dal rischio di fraintendimenti e giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Forse, anche queste righe. Leonardo Sciascia era diffidente, fu guardingo per tutta la vita. Inviso ad ogni consorteria, gilda, corporazione, setta, fazione. Fu splendido eretico, permaloso, tenace, inflessibile. Come il suo fra Diego La Matina, protagonista di “Morte dell’inquisitore”. Un eremita condannato per eresia. Nel 1657, rinchiuso nelle carceri dell’Inquisizione a Palermo, durante un interrogatorio, ghermì con le manette il grande inquisitore della Sicilia, Juan Lopez de Cisneros, uccidendolo.</p>



<p>Ecco, questa è stata la cifra stilistica della scrittura sciasciana. Lo scrittore, l’intellettuale, inteso come l’homme révolté di Camus. Questo considerazioni, non già per incarnare voci fuori da coro. Sarebbe anche questo un vacuo esercizio di stile. Piuttosto, un invito guardingo alle parate mielose e caramellate.</p>



<p>Sulle sue opere sono stati versati i classici fiumi di inchiostro. Ma cosa hanno rappresentato Sciascia e i suoi libri, per le generazioni che si sono formate nel corso degli anni Sessanta? Quale è stato il contributo di questo straordinario personaggio per un territorio eccentrico come la Sicilia dell’entroterra e il Meridione? Che valore ha avuto la sua scrittura di intervento, il suo dettato esplicito, la ricerca della verità? Ecco, forse sono questi utili interrogativi.</p>



<p>I libri di Sciascia, sono stati la formazione morale per generazioni di figli e nipoti di contadini, minatori, gabellotti, operai e artigiani, maestri di scuola. Erano i primi volumi che entravano in quelle case modeste, trovavano posto nelle librerie di formica, tra gli scaffali dei tinelli. La sua, era scrittura che non si faceva orpello, consolazione. La povera gente, annotava Sciascia nella premessa alle “Parrocchie di Regalpetra”, aveva una gran fiducia nella scrittura. Dicevano: “Basta un colpo di penna”. Come a dire: “Un colpo di spada”. Credevano che un colpo vibratile ed esatto della penna, potesse bastare a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso.</p>



<p>Ecco, questo ha incarnato la scrittura, la letteratura, la stessa figura dello scrittore di Racalmuto. La scrittura non orpello, né belletto ma strumento di conoscenza, di lotta, di redenzione. Arma con la quale combattere ingiustizie, sopraffazioni, imposture.</p>



<p>La scrittura era il riscatto di generazioni di vinti, sconfitti, ultimi. Molti, grazie a questo concetto, sono diventati magistrati, maestri di scuola, sindacalisti, politici, giornalisti, scrittori, artisti. Un sommovimento potentissimo, operato in un territorio, quello dell’entroterra siciliano immobile per secoli. Paesi dalle sonorità arabe: Milena, Delia, Serradifalco, Montedoro. A cominciare dalla stessa Racalmuto, Rahl al-mudd, villaggio morto. Erano i villaggi, i paesi degli zolfatari e dei salinari, formicole che si muovevano tra i camminamenti delle pirrere, le miniere dell’Italkali. Terre di stenti e di angherie secolari. Casupole di contadini che galleggiano in un mare di gesso e zolfo, come scrive Enzo D’antona.</p>



<p>Sciascia, in questi luoghi, assume financo una connotazione sonora altra. Con un accento posto a metà. In questo entroterra siciliano è Sciàscia, con un suono lieve e aspirato. Xaxa, che in arabo è il velo da capo. Qui era nato Sciascia l’8 gennaio del 1921. Sarebbe meglio dire, 1920+1, parafrasando il titolo del suo libro “1912+1”. Si, perché l’autore de “Il giorno della civetta”, era nato in realtà nel dicembre del 1920. Ma, per rubare un anno al re, suo padre lo dichiarò all’anagrafe nel gennaio del 1921. Un escamotage invalso a quel tempo per ritardare la chiamata alla leva. Ma, come si conviene ad un uomo predestinato al racconto, il buon Nanà sarà dichiarato rivedibile, poi riformato e non dichiarato idoneo per il fronte.</p>



<p>La scrittura di Sciascia appare così particolare, insolita, eccentrica in una regione densamente popolata da autori barocchi e trabordanti. Quei libretti erano esili, essenziali. Si narra che una giornalista di grido, sottolineò con una certa sufficienza, la mancata corposità di uno dei volumi di Sciascia, appena pubblicato. E lui, accendendo l’ennesima sigaretta, aguzzando i suoi occhi aggrottati, sentenziò che era la verità. Quella magrezza però, gli era costata la fatica di un anno di scrittura e un successivo anno di sintesi.</p>



<p>Memorabili questi aneddoti sciasciani. Episodi che allontanano l’immagine stereotipata dell’intellettuale ingrigito e triste. In realtà, un uomo di spirito, attento osservatore. Ma era anche un uomo tutto di un pezzo, aspro. Come testimonia la rottura della storica amicizia con il pittore Renato Guttuso. Un episodio che, da solo testimonia il periodo storico e le due visioni del mondo. Da una parte Guttuso, intellettuale engagé. Dall’altra, l’eretico Sciascia. Da una parte il militante comunista che, con sofferenza, difende l’indifendibile posizione del suo partito. Dall’altra, l’homme révolté, che non ha nessuna intenzione di negare l’evidenza a favore di nessuna Chiesa. Un errore, che la Sinistra italiana pagò caro. Fino a giungere al tardivo e onesto ravvedimento di un suo dirigente storico, Emanuele Macaluso che, di recente, ha pubblicato un libro dal titolo: “Leonardo Sciascia e i comunisti”.</p>



<p>Questo è un racconto, invece. Narra di un viaggio da Serradifalco a Caltanissetta. Una strada tutta tornanti guadagnata a bordo di una Fiat 1100, guidata dal maestro elementare Salvaore Petix. I capelli, annegati in un doppio strato di brillantina Linetti. I pesanti occhiali di bachelite. La cartella di cuoio. La vettura gremita da un numero imprecisato di suoi studenti. La leva del cambio che gratta scalando le marce. L’arrivo in piazza Garibaldi a Caltanissetta. Il plotone di serradifalchesi, guadagna il corso Umberto I. Non prima di una sosta ai tavolini del mitico caffè Romano. Un assalto, ai limiti della lussuria, ai rollò con ricotta, fino a guadagnare la perla di pasta reale incastonata al centro. La marcia degli intrepidi riprende. Pochi metri, a sinistra del monumento equestre al re piemontese, le vetrine della libreria di Salvatore Sciascia. L’appuntamento è con il direttore della rivista “Galleria”. Dopo l’ampio stanzone invaso di libri, un pertugio in fondo. Una saletta, minuscola quanto uno stato d’animo. A stento, tra le volute di una coltre di fumo indefinibile, un signore minuto, l’eleganza composta. Accenna un sorriso socchiudendo gli occhi. Aspira con avidità la bianca Chesterfiel, e sembra svanire nella nuvola color tortora.</p>
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		<title>Tra crisi e speranza, i cattolici italiani di fronte al pianeta che cambia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rocco Gumina]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 07:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[2021]]></category>
		<category><![CDATA[Cei]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento». Con queste parole papa Francesco si è rivolto ai partecipanti all’evento The Economy of Francesco appena conclusosi. Un invito rivolto tanto ai giovani quanto ai diversi attori sociali per avviare processi destinati a generare la cultura dell’incontro e a superare definitivamente quella dello scarto. In contemporanea all’iniziativa che ha visto San Francesco d’Assisi come ispiratore del cambiamento, il Comitato&#8230;</p>
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<p>«Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento». Con queste parole papa Francesco si è rivolto ai partecipanti all’evento The Economy of Francesco appena conclusosi. Un invito rivolto tanto ai giovani quanto ai diversi attori sociali per avviare processi destinati a generare la cultura dell’incontro e a superare definitivamente quella dello scarto.</p>



<p>In contemporanea all’iniziativa che ha visto San Francesco d’Assisi come ispiratore del cambiamento, il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani ha pubblicato il documento preparatorio in vista della prossima settimana sociale che si svolgerà a Taranto nell’ottobre del 2021. Il tema scelto dalla Chiesa italiana è strettamente connesso all’insegnamento sociale di Francesco e desidera indicare – alle comunità credenti e all’intera società italiana – percorsi tesi alla tutela dell’ambiente, alla centralità del lavoro e alla costruzione del futuro.</p>



<p>Il documento intitolato <em>Il pianeta che speriamo</em> prende in considerazione la crisi prodotta dalla pandemia da Covid-19 come passaggio rivelatore delle tante e profonde ingiustizie presenti nella nostra società. Infatti, nello scoprirci bisognosi l’uno dell’altro, la diffusione del virus ha messo in evidenza le storture e le inefficienze del nostro modello di crescita, fondato sull’assenza del limite e su di una relazione meramente estrattiva nei confronti della natura. Il risultato di tale visione è che «l’attività umana si trasforma in un idolo, fino a diventare un’economia che uccide» (n. 15). Da ciò ne consegue che «laddove l’ambiente non è rispettato non lo è nemmeno la persona che lavora, sovente trattata come una merce da sfruttare» (n. 22).</p>



<p>Proprio la scelta di svolgere a Taranto la prossima Settimana Sociale manifesta concretamente come il nostro territorio e le nostre comunità – al pari di quanto accade nella cittadina pugliese – possono corrodersi dinanzi a progetti dissennati di presunto sviluppo. Il tentativo di leggere, a partire dal messaggio cristiano, la realtà, stimola una forza profetica finalizzata alla ricerca di risposte adeguate alla crisi. Non si tratta di criticare lo sviluppo e la tecnologia, bensì di contribuire – alla luce della conciliazione fra cristianesimo e modernità sancita con il Concilio Vaticano II – al sorgere di modelli di crescita economica e sociale, a cominciare dalle esigenze degli uomini e dal contrasto alle diseguaglianze. Per far ciò, è necessario avviare un ripensamento radicale dei nostri stili di vita e dell’organizzazione delle nostre società.</p>



<p>Redatto alla luce della visione teologica, antropologica e sociale della <em>Laudato si’</em> e della <em>Fratelli tutti</em>, il documento propone un messaggio capace di presentare la grande importanza della relazione positiva fra uomo e ambiente, tanto da prefigurare un approccio fraterno non destinato esclusivamente a migliorare la vita dei cittadini ma anche a custodire il creato.</p>



<p>Infatti, per il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali, la soluzione alle crisi economiche e al collasso ecologico risiede nella «sostenibilità ambientale raggiunta attraverso una virtuosa combinazione di economia di mercato, tecnologie pulite, coscienza ecologica e azioni dei governi» (n. 36). Da questi presupposti siamo chiamati a concepire nuovi modelli di progresso che, a partire dai poveri, possano mirare sia alla crescita economica, sia alla promozione integrale dell’uomo. Difatti, è giunto il tempo di superare quella convinzione che «per far progredire la società sia sufficiente perseguire il proprio interesse senza preoccuparsi degli effetti diretti e indiretti sulle vite altrui e sull’ambiente circostante» (n. 27).</p>



<p>L’impegno culturale messo in campo in vista della prossima settimana sociale avrà una rilevanza nel tessuto sociale del nostro Paese soltanto se si concretizzerà un reale coinvolgimento delle associazioni cattoliche, delle diocesi e di tutte le aggregazioni d’ispirazione cristiana, chiamate a fare rete con tutti i protagonisti dei territori. Si tratta di far maturare nella Chiesa italiana la ricezione della proposta pastorale di papa Francesco che – come abbiamo visto all’evento The Economy of Francesco – confida molto nelle future generazioni per ripensare le politiche pubbliche e le strategie di sviluppo.</p>
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		<title>Innaturale voglia di andare a scuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2020 15:45:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[don Milani]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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<p>Li sento scendere per le scale dal piano di sopra e abbandonando la colazione &nbsp;mi affretto sulla porta con la mia tazza di&nbsp; English breakfast tea. La famiglia è al completo, madre, padre e figli. Si va a scuola, come fosse il primo giorno. Ogni giorno è infatti una sfida vinta: anche per questa mattina la scuola apre i battenti. L’evento merita questa uscita gloriosa e comunitaria. Si ritorna sui banchi con regolarità dopo sette mesi. Nelle più sfrenate fantasie da alunna mai sarei arrivata a sognare sei mesi di vacanza e mai, nell’eventualità di un caso così eccezionale, avrei potuto immaginare di non esserne felice. Così come non lo sono stati i miei nipoti.&nbsp;</p>



<p>Scendono trionfanti le scale che assumono l’aspetto delle grandiose passerelle di un palcoscenico e approdano al mio pianerottolo.&nbsp;36 e 5, 36 e 8, e io 80 e 321 annuncia trionfante Francesco. Mi devo riprendere un attimo dal disorientamento per&nbsp;l’enunciazione di questi numeri. Mi aspettavo commenti e saluti. Comunque la temperatura è da lasciapassare.&nbsp;Mi raccomando non tossite o starnutite, intima Francesca alla quale non pare vero di poter andare a consegnare la figliolanza. No, mamma, è la risposta univoca.&nbsp;</p>



<p>Giorgia apre lo zaino e mi fa vedere insieme a quaderni e astucci una pochette con salviettine igienizzanti, gel per le mani e naturalmente mascherina di ricambio, dovesse malauguratamente cadere a terra quella che ora ha al collo. Francesco mi dice qualcosa attraverso un velociraptor che gli copre la bocca. L’ha voluta mettere per forza, ma per lui non è obbligatoria, precisa Ester che per l’occasione ne sfoggia una con le firme fantasiose di tutta la classe.&nbsp;</p>



<p>Ogni mattina&nbsp;sono emozionata. Rivedere i compagni, non ci posso credere. Le maestre,&nbsp; l’aula… peccato che i banchi sono distanziati e non posso più chiacchierare tanto con la mia amica del cuore, Giorgia è un diluvio inarrestabile di parole che Ester frena chiudendole la bocca con la mascherina. Ma la maestra non mi&nbsp;fa fare la lotta con David piagnucola Francesco brandendo la Spada di fuoco.&nbsp;Niente lotte. A scuola devi stare buono e ubbidire alla maestra. È il padre che lo dice.&nbsp;No, io mi comando da solo, risponde la nuova generazione. Luigi sta per confutare il disprezzo delle regole, ma Francesca taglia corto e toglie la Spada di fuoco dalle mani di Francesco.&nbsp;</p>



<p>Il gruppo riprende la discesa capeggiato da Luigi, prono sotto il peso degli zaini e chiuso da una punta di spada che fa capolino dalla gamba dei jeans di Francesco. Ma scendi per bene, sembri imbalsamato, lo redarguisce Ester.&nbsp;Buona scuola, lancio allegramente nel disinteresse generale dei giovani. Solo Francesca si gira a sorridermi soddisfatta&nbsp;con un sorriso a 64 denti.&nbsp;</p>



<p>È strana questa esultanza generalizzata di ragazzi che vanno volentieri a scuola. Ma i giovani non hanno sempre tifato per la chiusura delle lezioni, non hanno sempre sperato in una assenza loro o degli insegnanti, non si sono sempre rallegrati al campanello di fine attività e non a quello di inizio? Non era quello il mestiere degli studenti quando la scuola faceva quello di Scuola? Questa senile assennatezza dei nostri figli&nbsp;mi fa misurare il termometro della paura, del pericolo: 80 e 321, ha ragione Francesco. &nbsp;</p>



<p>Il portone si chiude e la casa piomba in un insolito silenzio. Ritorno alla colazione che ho abbandonato e pensando all’oggi della scuola, per prendere coraggio tolgo dallo scaffale la mia vecchia edizione universitaria della “Lettera a una professoressa” e faccio una ripassatina. Il ripasso è una pratica ieri e oggi sempre consigliata. Mi consola pensare a don Milani, quell’osteggiato prete che ha saputo guardare con lucidità, intelligenza e amore, il niente di Barbiana e ne ha fatto un modello educativo.&nbsp;</p>



<p>E se invito studenti, genitori, insegnanti a fare una piazza, (naturalmente con obbligo di mascherina o virtuale) per pregare tutti insieme don Milani perché suggerisca a chi di dovere un’illuminata visione di Scuola? Magari don Milani il miracolo lo fa e, dopo tante diatribe, la Chiesa lo fa pure santo.  <br> <br>Patologia: innaturale voglia di andare a scuola <br>Terapia: rileggere la “Lettera a una professoressa” e, riprendendo a bere il primo tè, mettersi nella disposizione d’animo di chi crede che i miracoli sono possibili. </p>
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