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	<title>Civiltà Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Civiltà Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Ezio Mauro: una luce bisognerà riaccenderla, per noi e per la Russia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2022 11:22:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si poteva prevedere un’aggressione, una guerra di questa portata nel cuore dell’Europa, nel 2022?Non era immaginabile la parola guerra associata alla parola Europa. Credevamo di esserci costruiti un sistema che ci proteggesse, credevamo che il fatto di essere la terra della democrazia, che aveva sbaragliato le dittature, ricucendo le fratture del secolo, tra est e ovest, ci immunizzasse, ci proteggesse. Le conquiste finali del Novecento ci dovevano mettere a riparo.&#8230;</p>
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<p><strong>Si poteva prevedere un’aggressione, una guerra di questa portata nel cuore dell’Europa, nel 2022?</strong><br>Non era immaginabile la parola guerra associata alla parola Europa. Credevamo di esserci costruiti un sistema che ci proteggesse, credevamo che il fatto di essere la terra della democrazia, che aveva sbaragliato le dittature, ricucendo le fratture del secolo, tra est e ovest, ci immunizzasse, ci proteggesse. Le conquiste finali del Novecento ci dovevano mettere a riparo. Non è stato così. C’è stato sùbito l’attacco all’Occidente con le le due torri abbattute a New York dall’islamismo estremista e poi siamo arrivati a questa frattura tra Est e Ovest con la Russia che si fa carico di rappresentare un’alternativa all’Occidente e in particolare alla democrazia. Questa è la vera partita che è in gioco e che si gioca in particolare tra le strade di Kiev e sulla pelle degli ucraini.</p>



<p><strong>Perché ha definito gli ultimi tre come decenni dell’illusione?</strong><br>L’illusione ci ha riguardati un po’ tutti, nel senso che questi trent’anni sono stati molto importanti. Ma se ci pensiamo bene sono trent’anni a cui non abbiamo ancora dato un nome, perché pensavamo che questa era un’epoca che si sarebbe potuta estendere all’intero secolo. Nella nostra illusione la Democrazia aveva vinto, era l’unica religione civile superstite. La Russia abbiamo pensato, sbagliando, che poteva essere ridotta a un ruolo di potenza regionale residua. La vera partita si giocava lontano, altrove, nel quadrante del Pacifico, tra gli Stati Uniti e la Cina. L’Europa poteva mantenere la sua incompiutezza. Tutte queste certezze fasulle sono saltate. Purtroppo si è chiusa la fase di quei trent’anni che non abbiamo capitalizzato culturalmente e politicamente.</p>



<p><strong>Cosa dovevamo fare?</strong><br>Non abbiamo costruito nulla di nuovo. Abbiamo creduto che le strutture che governano l’ordine mondiale, disegnate a Yalta, potessero valere ancora oggi. Quel disegno del mondo valeva per tutti, è valso in tutti questi anni per i vincenti e i perdenti della guerra ma anche per i vincenti e i perdenti della globalizzazione. Tutti si riconoscevano in quell’ordine, i privilegiati e i perdenti. Putin ci sta praticamente dicendo che il sistema che ha governato finora l’ordine mondiale è una pura costruzione occidentale, un metro di giudizio occidentale. Noi &#8211; sembra dire &#8211; non accettiamo questo criterio di interpretazione del mondo, quindi ci poniamo fuori e annulliamo il codice che ha regolato la convivenza tra gli opposti e che, possiamo dire, ha funzionato. Potremmo dire ancora una cosa in più.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Putin annulla il codice che ci hanno lasciato i nostri padri e che ci ha consentito di vivere nella pace &#8211; anche nella paura della bomba atomica &#8211; e di tramutarla in una regola condivisa di rispetto reciproco, pure tra le indifferenze, le infedeltà, le minacce e le tensioni che ci sono state. Noi entriamo in terra assolutamente incognita, in una fase che non abbiamo ancora conosciuto nel lungo periodo del dopoguerra, in cui non ci sono regole condivise. In quel vuoto Putin ci sta dimostrando che conta la forza e siamo noi che dobbiamo decidere se ci assoggettiamo a questo abuso, per cui la forza prende il posto delle regole, oppure se reagiamo. Per fare questo dobbiamo guardare qual è la nostra identità, quali sono i nostri valori.</p>



<p><strong>Quali le alternative?</strong><br>Noi Occidente, noi Europa o siamo la terra della democrazia, la democrazia dei diritti e delle Istituzioni, oppure non siamo nulla. Bisognerebbe essere consapevoli dei propri principi. La realtà li sta mettendo alla prova. Si vedrà se noi saremo davvero fedeli a questi principi, che sono i principi costituzionali della democrazia, della civiltà occidentale. Si vedrà se l’Occidente è una civiltà o un insieme di buoni propositi che alla prova dei fatti non reggono.</p>



<p><strong>Covid prima e guerra dopo hanno fatto fare un grande passo avanti all’Europa. Cosa serve per consolidarlo e renderlo effettivo?</strong><br>Qualcosa si è mosso. Bisogna istituzionalizzare questa tendenza. Bisogna fare dei passi avanti e a quel punto consolidare il terreno che si è attraversato. L’Europa non può rimanere un’incompiuta. Abbiamo visto, in tutta la fase che ha preceduto immediatamente la guerra, che le iniziative individuali, peraltro generose, che andavano appoggiate, come è stato fatto, dei singoli leader, capi di stato e capi di governo dei singoli paesi, non bastano in una partita in cui la Russia si muove per affermare il suo ruolo e il suo rango di impero. Quando si muovono gli imperi, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia che dice “ci sono anch’io a questo tavolo, non potete tenermi fuori” l’Europa non può muoversi con gli sforzi anche appassionati del Cancelliere tedesco, del presidente francese o con l’iniziativa generosissima dei primi tre primi ministri che hanno raggiunto Kiev in treno per incontrare il presidente Zelensky. Bisogna fare un salto in avanti.</p>



<p><strong>Come cominciare?</strong><br>Dobbiamo prendere atto che la moneta unica è una conquista importantissima per noi e per i nostri figli, ma la moneta non crea la politica. La politica deve fare autonomamente la sua parte. Noi abbiamo una moneta che non ha il volto di un sovrano sopra, quindi non ha un’autorità rappresentativa centrale che la possa spendere nelle grandi crisi del mondo. E infatti siamo fuori dalle grandi crisi del mondo. Allo stesso tempo non dobbiamo disperdere i passi in avanti che sono stati compiuti. Putin trova difficoltà in questa azione di guerra perché pensava di poterla risolvere con un blitz. Le difficoltà principali gli derivano certamente dalla Resistenza degli ucraini, che non era attesa in questa forma e dimensioni tanto da indurre Putin a scaricare la colpa sui servizi segreti. L’altra difficoltà gli deriva proprio dalla compattezza ritrovata dell’Occidente.</p>



<p><strong>Aiutato dall’America first di Trump.</strong><br>Putin ha scelto il momento anche perché il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan ha preso la forma dell’abdicazione. Quindi con l’abdicazione dell’America rispetto al ruolo che aveva tenuto in tutta la fase della contemporaneità e nell’isolazionismo che sta diventando sempre più una tentazione ricorrente negli Stati Uniti, esasperato proprio dall’era Trump, nella lontananza crescente tra Stati Uniti ed Europa, Putin ha pensato di potersi infilare facilmente col suo blitz. Non era un blitz e glielo hanno detto gli ucraini ma non era neppure vera la divisione tra Europa e Stati Uniti.</p>



<p><strong>Tutt’altro.</strong><br>Putin ha rimesso in campo la Nato, ha risvegliato la paura dei paesi confinanti, ha annullato le differenze che all’interno della UE c’erano tra i paesi dell’Europa centrale del gruppo di Visegrad e la parte più occidentale, ha di nuovo reso più forti le relazioni tra Europa e Stati Uniti. L’Europa deve a questo punto prendere atto che deve compiere quel tratto di terreno che ha ancora davanti a sé per poter far pesare nelle crisi del mondo il deposito di storia, il deposito di civiltà che c’è in questa parte del mondo e che non trova un’espressione istituzionale, non trova un’espressione in un potere. E’ importante che si pensi di costruire un esercito europeo ma non è l’unica soluzione. La soluzione viene dalla politica. E’ l’Europa politica che deve fare un passo avanti. Noi dobbiamo avere un rappresentante dell’Europa che sieda al tavolo dei grandi conflitti per cercare di risolverli, portando la visione di pace che l’Europa ha e riaffermando i principi della democrazia.</p>



<p><strong>Sembra diffondersi anche in Italia la posizione “né con la Nato né con Putin”. Deve essere chiaro invece che in questa guerra c’è chi ha invaso e chi è stato attaccato?</strong><br>Questa guerra in particolare ha un’evidenza clamorosa: c’è uno stato sovrano che ha invaso un altro stato sovrano, che ha preso in mano i confini e li ha spostati, che non sappiamo dove voglia arrivare. Noi occidentali vediamo le immagini, sfrondate dalla propaganda, dei palazzi dove vivono i cittadini normali bombardati, distrutti, incendiati, con le persone che scappano. Quelli che non rimangono sotto le macerie. Mi viene in mente quello che Gino Strada ha scritto nel libro postumo, uscito qualche giorno fa, parlando della sua prima missione in Afghanistan.</p>



<p><strong>Ce lo racconti.</strong><br>Dopo che era stato nove giorni interi in sala operatoria, davanti all’evidenza di quello che stava vedendo è andato a controllare i registri dell’ospedale e ha guardato indietro, fino a dodicimila ricoverati: su quei dodicimila ricoverati i combattenti, i militari, i soldati erano appena il sette per cento. Chi erano gli altri? Quel che Gino Strada vedeva in sala operatoria: vecchi, rimasti intrappolati nei palazzi distrutti; donne, che tiravano avanti la famiglia come potevano con i mariti in guerra; bambini, le vere vittime di questa vicenda.</p>



<p><strong>L’Ucraina ha fatto il primo passo riconoscendo che non potrà far parte della Nato. Quali sono le condizioni essenziali che devono o che possono offrire le due parti perché torni la pace?</strong><br>Non c’è dubbio che dobbiamo fare ogni sforzo perché la strada negoziale porti a qualche risultato. E’ importante che il tavolo della trattativa rimanga aperto. La dichiarazione di Zelensky è da un lato ovvia, vista la situazione attuale, quindi realista, dall’altro lato molto importante perché ha portato un epilogo in un conflitto quando le parti tendono ad arroccarsi sulle loro posizioni di principio, e dall’altra parte è calata nel mezzo di un negoziato. Zelensky, rinunciando all’autonomia sulla decisione di rivolgersi alla Nato, sgombra il terreno da quest’accusa che la Nato sia il vero burattinaio dell’esperienza di governo in Ucraina.</p>



<p><strong>E la richiesta di aderire all’UE?</strong><br>Rimane sul tavolo e probabilmente dovrà fare da bilanciamento rispetto alla disponibilità a non entrare nella Nato. A questo punto penso che questo sia il vero punto di contestazione. Perché nel momento in cui Putin si pone fuori dall’ordine condiviso, recupera la visione storica della Rus’ delle origini, di cui facevano parte Russia, Ucraina e Bielorussia, le tre regioni attraversate dal fiume Dnepr.</p>



<p><strong>Ma cosa vuole davvero Putin?</strong><br>Putin non vuole ricostruire l’Unione Sovietica, si rende conto che questa pretesa sarebbe impossibile, anche perché manca il vero cemento di quella costruzione, il vero cemento ideologico, che è il comunismo. Putin vuole recuperare la grandeur perduta e poi vuole recuperare il senso di alterità dell’Impero sovietico che ha costituito per settant’anni un’alternativa all’Occidente, un altro polo nel mondo, un’altra ipotesi di modello sociale e potremmo dire di civiltà, sconfitta dalla storia naturalmente. Però Putin guarda ai dividenti, guarda alla capacità di espressione che la Russia ha avuto in tutti questi diversi momenti. Li mette insieme in un sincretismo imperiale e rivendica quel ruolo. Noi abbiamo fatto un errore che non è quello dell’allargamento della Nato.</p>



<p><strong>Quale è stato il nostro errore?</strong><br>Il vero errore che abbiamo fatto, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, è stato di pensare che la Russia potesse essere ridotta a rango di potenza regionale residua e quindi lasciata al suo destino. Invece, in quel momento di bisogno e necessità, quando la Russia perdeva il suo perimetro imperiale, sarebbe stato importante aiutare la Russia con un programma serio, importante, in cambio di riforme democratiche. Avremmo potuto attirarla dentro la comune costruzione di un sistema di sicurezza europeo, di cui pure nella diversità la Russia faceva parte. Naturalmente regolando gli aiuti in base alle riforme democratiche. Non siamo stati capaci di fare questo.</p>



<p><strong>Con quali conseguenze?</strong><br>La Russia si è sentita in qualche misura umiliata, anche gli amici russi contrari a Putin e avversari di Putin dicono che in quel momento hanno sentito l’Occidente come un’entità che non capiva la Russia, che non capiva il popolo russo, non il potere russo. Questa dimensione imperiale non è una sovrastruttura del sovietismo, non è una costruzione staliniana o leninista, è qualcosa di eterno che c’era prima dell’esperienza bolscevica e sopravvive dopo, è qualcosa che fa parte dell’anima russa. Questo vuoto di rappresentanza, di potere, di autorità, di spazio metafisico che Putin chiama spirituale, questo vuoto lo rivendica Putin ma in qualche misura lo sente il popolo russo e questo spiega la presa che Putin, prima della guerra aveva su una parte ancora rilevante della popolazione</p>



<p><strong>Comunque finisca, Putin potrà tornare a essere interlocutore dell’Occidente?</strong><br>E’ molto complicato, è molto difficile, bisognerà fare i conti con quelli che si chiamano i crimini di guerra, fare i conti dei morti, fare i conti di quante persone civili sono morte e stanno morendo in questa guerra. Anche il Cremlino dovrà fare i conti con quell’embrione di opinione pubblica che c’è nel Paese. Si dice che Mosca abbia mandato i forni crematori sui campi di battaglia per evitare di riportare i cadaveri dei soldati morti nei sacchi di iuta e quindi per nascondere lo spettacolo della morte che è lo spettacolo non di una sconfitta ma di una guerra molto più complicata del previsto. Porteranno indietro le ceneri alle famiglie. Ma quando le famiglie faranno la conta dei morti, anche Putin dovrà fare i conti con la sua opinione pubblica.</p>



<p><strong>Bisognerò comunque continuare a interloquire con la Russia.</strong><br>Certo, finita la guerra con la Russia bisognerà comunque fare i conti, anche perché il nemico dell’Occidente non è il popolo russo. Bisogna evitare questa demonizzazione. Con la Russia bisognerà comunque fare i conti, bisogna saperlo, come &#8211; fortunatamente &#8211; stiamo facendo da sempre i conti con la sua cultura, con la sua letteratura, con la sua arte, con la sua storia. Bisognerà sedersi con il leader russo, chiunque egli sarà, difficile che ci si possa sedere con Putin, bisognerà sedersi con la leadership russa e stabilire un nuovo sistema delle regole del gioco. Siamo senza regole, siamo nel buio. Una luce bisognerà riaccenderla, sia per noi che per la Russia.</p>
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		<title>Gli uomini, i cani e la civile convivenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Sep 2021 07:42:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Amministrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte atroce di Simona Cavallaro sta tutta dentro un capitolo della nostra convivenza, mai chiaramente affrontato, dal quale dovrebbe scaturire la risposta alla domanda: la nostra convivenza sociale è di tipo post agricola o cittadina? Quando il modello predominante era rurale, esistevano spazi che perlopiù cadevano sotto il controllo diretto dei suoi abitanti e il capofamiglia assumeva il ruolo di regista del lavoro e quello di responsabile della sicurezza&#8230;</p>
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<p>La morte atroce di Simona Cavallaro sta tutta dentro un capitolo della nostra convivenza, mai chiaramente affrontato, dal quale dovrebbe scaturire la risposta alla domanda: la nostra convivenza sociale è di tipo post agricola o cittadina?</p>



<p>Quando il modello predominante era rurale, esistevano spazi che perlopiù cadevano sotto il controllo diretto dei suoi abitanti e il capofamiglia assumeva il ruolo di regista del lavoro e quello di responsabile della sicurezza di uomini, animali e cose.</p>



<p>E’ evidente che adesso le cose non stanno più così: le nostre ridenti cittadine e anche i piccoli borghi presentano un volto assai diverso. E noi siamo – e ci teniamo a sottolinearlo – cittadini. Anche i cani, di conseguenza, non sono più animali di cortile, avendo preso domicilio insieme a noi. E se un tempo bisognava avvicinarsi alla tenuta agricola per avere a che fare con un cane, ai nostri giorni basta uscire di casa per incontrare uomini e cani.</p>



<p>E’ cambiato – non sappiamo precisamente quanto – lo stare in società degli uomini e di conseguenza quello dei cani. Forse, però, non è stato portato all’altezza giusta il rapporto tra uomini e cani. Si dimentica – o non si conosce affatto – che il cane non esiste. Non esiste come soggetto. Esiste, invece, il padrone del cane. Questo lo sa benissimo il cane. Purtroppo, spesso, lo dimentica il suo padrone. </p>



<p>Quando il cucciolo entra in casa, è vero che farà amicizia con tutti coloro che trova, sono essi il branco nel quale vivrà, ma subito il cucciolo va alla ricerca del suo capo, appunto il capobranco. Da lui si sentirà protetto, lui ascolterà e da lui prenderà comandi. Dovrà essere il suo padrone, il suo capo, ad introdurlo e guidarlo nella comunità degli umani, nella quale il suo padrone vive la sua vita. In pratica si apre per il cucciolo una doppia convivenza: quella familiare e quella sociale.</p>



<p>Che vita farà il cucciolo mentre cresce e poi diventa adulto? Saprà fare solo la vita che sa fare il suo padrone. Se il suo padrone sa vivere con gli altri, altrettanto accadrà al cane. Se il suo padrone, già di suo, non dovesse riconoscere e saper vivere una vita che è fatta di condivisione di spazi comuni e anche di comportamenti consoni alla civiltà, allora avremo un triste doppione. Hai voglia di ripetere: i cani abbaiano, i cani sporcano, i cani sono aggressivi.</p>



<p>Non è vero nulla di tutto questo. I cani fanno i cani. Farebbero addirittura un po’ meglio, se non avessero preso lezioni (!) dai loro padroni. Concretamente: non c’è bisogno di conoscere i padroni dei cani, basta osservare come si comportano i loro amici a quattro zampe.</p>



<p>I nostri contadini sapevano dei loro cani. Noi, forse, un po’ meno. Vorremmo per i nostri cani una tolleranza esagerata, dimenticando che portare il cane al seguito è espressione di alta civiltà. Perché il cane è una specie di alter ego, così almeno vuole un vecchio adagio quando dice: “Si rispetta il cane per amore del padrone”. La stima è risalente e poi riflessa.</p>



<p>Diciamola con rudezza: l’amore per i cani non può essere solo questione di cuore, è anche questione di testa, di saper vivere e saper convivere. Per questa ragione esistono norme precise per l’adozione di un cane, per il suo stare in pubblico (sfera sociale) dove incontra persone che non sono suoi conviventi (sfera familiare).</p>



<p>Queste norme dovrebbero essere incluse tra quelle del comportamento del cittadino e tenute costantemente presenti da quegli organi amministrativi che ne regolano e tutelano la convivenza. La presenza di cani nel territorio non è più un’eccezione affidabile al buon saper fare del cittadino. L’amministrazione comunale dovrebbe tener conto che nel suo territorio ci sono uomini e bestie così come ci sono uomini e automobili. Con tutto quello che ne deriva.</p>



<p>Ciò che è accaduto a Soverato rivela probabilmente l’assenza di questa nuova configurazione abitativa del territorio che tarda ad entrare nel dovere e nel potere di una amministrazione che sappia fare il suo mestiere. Qualcosa manca al cittadino, qualche altra manca all’amministrazione. I cani esistono, ma per ciascun padrone del suo cane. Non esistono per l’amministrazione comunale che o non li vede o fa finta di non vederli, oppure ritiene di non doverli vedere.</p>



<p>A Soverato si sarà verificato qualcosa di simile. E’ andata in tilt la sicurezza sul territorio. E la morte di Simona ha innescato il suono di una sirena che non dovrà spegnersi mai né a Soverato né altrove perché sarà pure vero che il cane è il migliore amico dell’uomo fino a quando, però, anche gli uomini saranno sinceri amici del cane. E prima ancora degli altri uomini.</p>
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		<title>Carceri: gli errori dei leader non adulti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jul 2021 08:54:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Carceri]]></category>
		<category><![CDATA[Civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[Divisa]]></category>
		<category><![CDATA[Longobarda]]></category>
		<category><![CDATA[Polizia Penitenziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Maria Capua Vetere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poniamo che sia un accanito tifoso di calcio. Ho io il diritto di mentire a me stesso e all’intero universo creato gridando “rigore!!!!” quando il centravanti abbia palesemente simulato, e per di più a metà campo? Sì, si chiama tifo. Ho il diritto di accollare alla virtù delle mogli dell’intera terna arbitrale una sconfitta che non riesco a digerire? Certamente, è tifo. So benissimo, e così chi mi ascolta, che&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/04/spagano-carceri-gli-errori-dei-leader-non-ancora-adulti/">Carceri: gli errori dei leader non adulti</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Poniamo che sia un accanito tifoso di calcio. Ho io il diritto di mentire a me stesso e all’intero universo creato gridando “rigore!!!!” quando il centravanti abbia palesemente simulato, e per di più a metà campo? Sì, si chiama tifo. Ho il diritto di accollare alla virtù delle mogli dell’intera terna arbitrale una sconfitta che non riesco a digerire? Certamente, è tifo. So benissimo, e così chi mi ascolta, che è un gioco delle parti, in fondo non ci credo davvero, ma questo è il tifo: si sta a priori dalla parte della squadra del cuore.</p>



<p>A priori significa senza badare alla ragione o al torto, che pure da qualche parte devono stare: si indossano magliette e si agitano bandiere per condividere un’identità, per dire “noi siamo meglio di loro”. Perché noi siamo noi, loro sono loro, e nel tifo non si va per il sottile. Non conta altro. È legittimo, è l’infanzia che si prende una breve rivincita sull’età adulta.</p>



<p>Ma le vicende degli adulti non possono essere ridotte a quelle dell’asilo Mariuccia. Gli adulti non possono fare il tifo su ispezioni anali condotte con un manganello. Quelle sono cose per cui un adeguato grado di serietà è essenziale per essere ammessi al tavolo dei grandi a prender parola. Sono vicende dove il tifo non è soltanto inappropriato bensì indecoroso, perfino orrido.</p>



<p>Ne segue che un rappresentante della Repubblica non può dire di stare a priori, ossia senza riguardo a torti e ragioni, dalla parte della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere, qualunque cosa abbiano fatto, sol perché costoro indossano una divisa. Una divisa non è la maglietta della Longobarda F.C..</p>



<p>Un adulto rappresentante della Repubblica italiana anzitutto si vergogna per le immagini che ha visto; poi doverosamente si richiama alla presunzione di non colpevolezza e attende la sentenza tacendo. Un adulto rappresentante della Repubblica, magari un leader di partito, mentre tace su quel versante si interroga invece a fondo su quanto le condizioni delle nostre carceri raccontino del nostro livello di civiltà, di che cosa noi tutti pensiamo del nostro prossimo e di quale grado di umanità ci definisce come società.</p>



<p>Questo ci si aspetta da un adulto, da un rappresentante della Repubblica, da un leader politico. In democrazia, però, un rappresentante della Repubblica, un leader addirittura, è talmente libero nello svolgimento del proprio mandato, talmente svincolato da ogni tipo di freno, da potere ignorare e perfino farsi beffe di ogni garbo istituzionale e di ogni elemento di minima umanità. Così può mettersi a tifare, e provare a persuadere gli spalti a distinguersi a loro volta tra tifoserie senza distinzioni tra chi con onore indossa la divisa e chi non ne è degno.</p>



<p>Può così, quel rappresentante, scambiare onorate divise per magliette colorate e numerate, finendo con l’infangare le une e le altre. È uno dei costi della democrazia e come tale va accettato. In cambio ci sia però consentito di intravedere nella sagoma di costui, in quel leader non adulto, le fattezze deformate di Oronzo Canà, glorioso allenatore di quella Longobarda, e come tale prenderlo.</p>
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		<title>Luciano Violante: serve un “manifesto per la fiducia” in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2020 11:09:01 +0000</pubDate>
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<p><strong>L’Italia sembra un Paese avvitato su se stesso, lento, paralizzato dalla burocrazia, incapace di competere a livello internazionale. È un problema legato al nostro sistema politico?</strong><br>I processi decisionali del nostro sistema politico risalgono alla prima metà del secolo scorso quando le società erano molto più semplici e soprattutto c’erano partiti fortemente organizzati, in grado di tenere insieme la società per un verso e di farsi da tramite tra società e Istituzioni. Nel sistema costituzionale il sistema politico era nelle mani nei partiti politici e non del Parlamento e dei parlamentari. Questo per una scelta assolutamente consapevole che si fece allora: non si sapeva chi avrebbe vinto le elezioni, c’erano due schieramenti che si contendevano lo spazio politico, quello filoccidentale e quello filosovietico: la vittoria dell’uno o dell’altro non avrebbe significato soltanto un nuovo governo ma un diverso sistema di valori, di diritti e di doveri. Se avesse vinto il fronte filosovietico avremmo avuto un certo assetto delle libertà, dei diritti, della proprietà, delle libertà religiose; se avessero vinto i partiti filoccidentali, come vinsero, avremmo avuto un altro sistema. Nell’incertezza dei vincitori si decise di non scrivere regole istituzionali particolarmente rigide per quel che riguardava l’aspetto delle decisioni: quindi due Camere che facevano la stessa cosa, per cui chi soccombeva in una Camera poteva vincere nell’altra; la possibilità di buttar giù un governo con una mozione di sfiducia senza nessun riferimento al futuro, non una sfiducia costruttiva ma puramente distruttiva.</p>



<p><strong>Fino a quando ha funzionato questo sistema?</strong><br>Ha funzionato sino a che i partiti sono stati in grado di tenere in mano il volante. Tranne la scelta della legge elettorale maggioritaria del 1953, la cosiddetta legge truffa, le scelte sono state fatte sempre d’intesa. Questo non obbligava a essere d’accordo su tutto ma lasciar fare agli uni o agli altri, a meno che non ci fossero obiezioni particolarmente rilevanti. Quando quei partiti politici sono finiti, i nuovi non sono stati in grado di svolgere quella funzione e quindi il sistema istituzionale si è trovato privo di guidatore e con un motore interno che non funzionava. Questa è la situazione dentro la quale ci troviamo oggi.</p>



<p><strong>Quindi è un problema di sistema, non di legge elettorale. La riduzione del numero dei parlamentari come inciderà?</strong><br>Il problema della legge elettorale è secondario a mio avviso. Se dovesse essere approvata la riduzione del numero dei parlamentari, ci saranno problemi abbastanza gravi, per il Senato soprattutto: siamo un Paese con ottomila comuni, la stragrande maggioranza dei quali è sotto i cinquemila abitanti, si immagini cosa possa voler dire fare campagna elettorale per un bacino elettorale di circa trecentomila persone. Quanti comuni bisogna percorrere? Quanto costerà questa campagna elettorale?</p>



<p><strong>Come si affronta e si risolve il “blocco” del sistema?</strong><br>Il punto decisivo per me è cambiare sistema decisionale. Abbiamo toccato con mano che questo è il problema. In modo particolare è emerso durante la fase della pandemia, quando è stata chiesta la proroga dello stato di emergenza, che non era una invenzione autoritaria del presidente del Consiglio, ma una esigenza del Governo per poter assumere decisioni rapide ed efficaci. Una cosa che oggi non è possibile fare. Bisogna lavorare in quella direzione, per avere un nuovo sistema di decisione.</p>



<p><strong>Il Parlamento, soprattutto durante la fase emergenziale, sembra aver abdicato al suo ruolo di legislatore.</strong><br>Il Parlamento monopolista della legislazione è un modello ottocentesco. Oggi, in tutti i Paesi avanzati, la legislazione la fanno tanti soggetti: l’Unione Europea, le regioni, i governi. Perché viviamo in una società rapida, con trasformazioni molto veloci. Il procedimento legislativo parlamentare è in sé molto lento perché, giustamente, esige il confronto tra tutti e l’eventuale revisione delle cose approvate provvisoriamente. Il Parlamento è l’organo della grande legislazione, non di quella quotidiana, minuta, alla quale deve pensare il Governo.</p>



<p><strong>Qual è secondo lei il nuovo ruolo che deve ritagliarsi il Parlamento?</strong><br>Il Parlamento deve rinvigorire i suoi compiti di controllo. Oggi i parlamenti, non solo quello italiano, controllano poco o nulla. Controllare vuol dire fatica, conoscere, studiare, informarsi: lavorare in Parlamento non fa notizia, a meno che non ci sia qualche scandalo che si scopre. La proposta di legge invece fa notizia: se io presento una proposta di legge, per quanto scombiccherata, che colpisce l’attenzione dell’opinione pubblica, i giornalisti ne parlano, il mio nome va sui giornali, il mondo sa che esisto. Quindi io credo che il Parlamento dovrebbe rinvigorire i suoi strumenti conoscitivi e ne ha di formidabili. I funzionari di Camera e Senato sono veramente un’aristocrazia dell’apparato pubblico italiano: sfornano rapporti, relazioni, studi di primissima qualità. Non so però se davvero tutti i parlamentari li leggano.</p>



<p><strong>Tre cose da fare</strong>?<br>Per prima cosa, bisognerebbe che il Parlamento aumentasse di più le proprie funzioni di controllo. Secondo: che si dedichi alla grande legislazione invece che a quella minuta. Terzo: che svolga, soprattutto, un’azione di vigilanza efficace sul governo.</p>



<p><strong>Ma anche sui grandi temi decide il Governo, con i maxiemendamenti.</strong><br>Ho scritto anch’io, in una certa fase, del Parlamento che sembrava consulente del Governo. Devo dire che nelle ultime settimane il Parlamento ha ripreso un po’ delle sue funzioni e del suo potere. Però sta di fatto che il meccanismo decreto legge, maxiemendamento e fiducia, che è sostanzialmente il procedimento normativo principe da qualche anno a questa parte, ha fortemente indebolito la funzione legislativa del Parlamento. A mio giudizio i parlamentari dovrebbero pensare a un controllo maggiore dell’attività di governo, a selezionare le proposte di legge segnalando quelle veramente centrali, tenendo presente che un po’ in tutti i paesi la fonte della legislazione primaria è governativa e non parlamentare. Si approvano leggi di iniziativa governativa quasi dappertutto, in larga maggioranza, e non leggi di iniziativa parlamentare, che sono una ristretta minoranza.</p>



<p><strong>Questo vuol dire cambiare la Costituzione?</strong><br>Basterebbe che i presidenti delle Camere, insieme ai capigruppo, concertassero insieme le materie alle quali dare priorità senza affidarsi al caso. Una classe politica dirigente ha il compito primario di indicare priorità. Se non indichi priorità vuol dire che hai strategie, non obiettivi. Vivi alla giornata e questo una classe politica dirigente non può permetterselo.</p>



<p><strong>L’impressione è che la nuova classe dirigente si faccia dettare gli obiettivi dagli umori percepiti sui social.</strong><br>Una parte rilevante della generazione politica che è in Parlamento è vissuta nell’era digitale, quindi è fortemente influenzata da questi mezzi di comunicazione. Questo di per sé non è un fatto negativo. Negativo è essere vittima, subalterno a questo tipo di messaggi. Il politico deve persuadere, deve convincere, non seguire. Essere classe dirigente vuol dire classe che dirige non classe diretta. Il politico deve creare opinioni, non essere vittima delle opinioni. Questi sono elementi rudimentali di formazione politica che dovrebbero essere comunicati e sottolineati, non essere preda di questa o quella ondata informativa.</p>



<p><strong>Perché nessun governo negli ultimi decenni è riuscito a semplificare il quadro normativo italiano?</strong><br>Ci sono alcune cose che non sono semplificabili. Tutta la materia degli appalti pubblici non è semplificabile perché è un pasticcio di sospetti, di sfiducie che si incrociano tra di loro, per cui diventa impossibile o quasi riuscire a fare un contratto pubblico in quelle condizioni. Tra l’altro il problema di fondo è quello che precede l’inizio dei lavori: come ha dimostrato la Banca d’Italia, il tempo maggiore per la costruzione delle opere pubbliche non è quello di costruzione dell’opera ma tutto ciò che viene prima: l’autorizzazione, la concessione, la licenza.</p>



<p><strong>La soluzione?</strong><br>Ho proposto un “manifesto per la fiducia”: occorre lasciare e abbandonare il clima di sospetto e sfiducia che influenza gran parte della nostra legislazione e varare una legislazione della fiducia in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare. Lo Stato non deve essere un occhiuto controllore della vita delle persone, ma deve far operare nel rispetto delle regole e poi controllare che le cose siano realizzate correttamente. Pensare che un soggetto pubblico debba essere il controllore tentacolare di tutto ciò che accade nel settore pubblico è un grave errore che ci porta tra l’altro a non essere competitivi con gli imprenditori degli altri paesi, Germania e Francia soprattutto, che hanno un sistema disciplinare molto più semplice del nostro. E non si può certo dire che sono sistemi che agevolano la corruzione di per sé: agevolano piuttosto la fiducia e la responsabilità.</p>



<p><strong>Per non parlare della cosiddetta burocrazia difensiva dei funzionari.</strong><br>Uno dei grandi problemi che ha il pubblico funzionario in Italia è l’incertezza della responsabilità, perché per il numero enorme di leggi che abbiamo, non sa bene quali sono le cose che può fare e quelle che non può fare. Un abuso d’ufficio o un accertamento della Corte dei Conti ci scatta sempre e comunque. Chi riceve una comunicazione giudiziaria viene indicato sui giornali come potenziale delinquente, deve scegliere un avvocato che va ovviamente pagato. Dopo cinque anni il pubblico funzionario sarà magari assolto, ma nel frattempo la sua carriera è bloccata ed è stato marchiato come destinatario di un procedimento giudiziario.</p>



<p><strong>Sembra un labirinto senza via d’uscita.</strong><br>Se potessi dare un consiglio direi: non vi ponete il problema di semplificare, varate delle norme nuove e diverse fondate sul principio di fiducia e non su quello del controllo e della sfiducia. Basterebbe applicare la normativa europea con qualche piccola variazione. La Gran Bretagna lo ha fatto poco prima di uscire dall’UE, nella convinzione che quelle disposizioni sono più che sufficienti. Perché non possiamo farlo anche noi? La moltiplicazione dei centri di controllo blocca il sistema, perché ognuno di questi moltiplica gli accertamenti per valorizzare la propria funzione. Ma questo non serve al Paese, questo paralizza il Paese.</p>



<p><strong>Nel suo discorso di insediamento fece un appello alle forze che avevano combattuto la Resistenza. Ci troviamo di fronte a una nuova contrapposizione incapace di far dialogare le forze in campo?</strong><br>Posi il problema di capire le ragioni dei vinti, che è un grande problema democratico. I vincitori devono capire le ragioni dei vinti per far andare avanti il Paese. Quando Togliatti fece l’amnistia, certamente quell’atto non corrispondeva ai suoi desideri, né a quelli del suo partito, ma bisognava andare avanti. Quando De Gasperi si oppose al ricalcolo dei voti dopo il fallimento della legge maggioritaria, la legge truffa, lo fece per evitare forme di frattura eccessive, per non dividere ulteriormente il Paese. Io oggi vedo l’emergere di forti elementi discriminatori nella società italiana. Sono in corso da tempo processi di discriminazione nei confronti della persona diversa: nei confronti di chi è ebreo, di chi è nero, di chi è disabile. Dai giornali e telegiornali questi dati emergono con forza e preoccupazione. Occorre mettere fine ai processi discriminatori attraverso un’attività pedagogica.</p>



<p><strong>Servono nuove leggi?</strong><br>Bisogna diffidare delle leggi come strumento di ordine: sono la cultura, la civiltà, la tolleranza, la comprensione delle ragioni dell’altro che creano ordine. Oggi la cosa che ci deve preoccupare è la presenza forte di una ideologia della discriminazione, molto spesso della negazione della verità. Alcuni grandi soggetti culturali dovrebbero farsi motore di una cultura che avversi la discriminazione, che riconosca il principio di uguaglianza, di pari dignità delle persone. Sembrano cose vecchie ma sono drammaticamente attuali. Questo penso che debba e possa essere il compito delle grandi Fondazioni culturali nel nostro paese.</p>
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