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	<title>Euro Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 12:47:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E&#8217; questa, a mio avviso, la miglior sintesi dei discorsi programmatici di Mario Draghi in Parlamento. Una sintesi che dimostra (noi ne eravamo convinti già prima) che l&#8217;uomo non è il freddo banchiere tutto denaro e finanza rappresentato dalle destre sovraniste e dai populisti in questi anni, ma uno che ha una visione che è figlia delle migliori intuizioni che la politica italiana ed europea hanno saputo offrire dalla fine&#8230;</p>
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<p>E&#8217; questa, a mio avviso, la miglior sintesi dei discorsi programmatici di Mario Draghi in Parlamento. Una sintesi che dimostra (noi ne eravamo convinti già prima) che l&#8217;uomo non è il freddo banchiere tutto denaro e finanza rappresentato dalle destre sovraniste e dai populisti in questi anni, ma uno che ha una visione che è figlia delle migliori intuizioni che la politica italiana ed europea hanno saputo offrire dalla fine della guerra ad oggi: la scelta di libertà e di democrazia, un sistema di difesa condiviso tra le due sponde dell&#8217;Atlantico, la costruzione della casa comune europea, l&#8217;impegno assoluto per la legalità, uno sviluppo economico attento alla persona e alle esigenze di giustizia sociale che l&#8217;economia sociale di mercato ha istituzionalizzato nelle regole che presiedono all&#8217;UE. A ciò vanno aggiunte le sfide di questo tempo: la sostenibilità ambientale e la rivoluzione digitale.</p>



<p>Come sono lontani (per fortuna!) i tempi in cui Beppe Grillo e il M5S paragonavano Draghi a Dracula e invocavano un processo contro l&#8217;ex Presidente della BCE per il crac del Monte dei Paschi di Siena, come se fosse stata colpa di Draghi e della BCE la cattiva gestione di quella Banca. E come sono distanti le sparate del “capitano” della Lega costretto alla fine ad ammettere che comunque il tema di un&#8217;eventuale superamento dell&#8217;euro “non è attuale”, e che può solo più rispondere con le battute all&#8217;irreversibilità del processo di integrazione europeo e della moneta unica puntualmente richiamati dal neo presidente del Consiglio presentati come “condizione” di esistenza del Governo.</p>



<p>Un altro mondo rispetto al suo predecessore che, senza che nessuno si scandalizzasse, non faceva distinzioni tra Trump e Biden, tra UE e Russia, tra USA e Cina, secondo il vecchio detto “O Francia o Spagna basta che se magna…” che, ahinoi, appartiene al DNA di un&#8217; Italietta mai definitivamente archiviata.</p>



<p>Nei suoi interventi asciutti, lucidi, pacati, senza nessuna indulgenza alla retorica, Draghi ha cercato di ridare dignità e orgoglio all&#8217;Italia migliore, con uno stile che mi hanno ricordato due persone su tutte: De Gasperi e Ciampi. Stesso rigore, stessa severità, identico calore umano. Stesso eloquio poco incline all&#8217;altrui compiacenza.</p>



<p>Certo, dai discorsi di Draghi in Parlamento non è uscito un programma dettagliato. A mio avviso c&#8217;è stato anche qualche eccesso di ottimismo rispetto al contesto e al tempo a disposizione (la legislatura finisce tra due anni nella migliore delle ipotesi), ad esempio sulla riforma fiscale e della pubblica amministrazione, ma i titoli sono serviti a definire la cornice. Estremamente significativi l&#8217;accenno alla possibilità di allungare orario e calendario scolastico, all&#8217;esigenza di uno Stato meno pervasivo (ce l&#8217;aveva con i miliardi buttati in ILVA e ALITALIA?), alla produzione di energia da fonti rinnovabili e alla reti di comunicazione 5G. </p>



<p>Appare chiaro l&#8217;orizzonte in cui ci si muove, vale a dire quello di una crescita sostenibile, che utilizza al meglio le nuove tecnologie per un&#8217;evoluzione “green” del nostro apparato produttivo, ma senza indulgere in assistenzialismi (“il governo dovrà proteggere tutti i lavoratori ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche”) che metterebbero a rischio l&#8217;intero sistema produttivo. E&#8217; questo l&#8217;orizzonte a cui deve guardare il programma nazionale di ripresa e resilienza finanziato con i fondi europei del Next Generation Eu. </p>



<p>Fin qui Draghi e il suo programma. Non stupisca il suo atteggiamento rispettoso verso la politica. La piccola bugia con cui ha gratificato gli astanti dicendo che la politica non esce sconfitta dall&#8217;incarico a lui affidato è, appunto, una piccola bugia che però fa capire chi è Mario Draghi. Draghi era ed è un “civil servant” e, quindi, ha ben presente che, nonostante i corti-circuiti che la mandano in crisi, è la politica che indica i percorsi e che, in fin dei conti, dai partiti, quali intermediari tra il popolo e le Istituzioni democratiche, non si può prescindere.</p>



<p>In questo Draghi, da buon romano, ancorché “nordizzato”, è molto meno tecnico di Monti o di Dini. E infatti, con un Gabinetto che in alcuni casi lascia molto a desiderare, ha compiuto una scelta che gli consente di tenere legate le principali forze politiche, per quanto attraversate da malumori, evitando i rischi del Governo meramente “amico” che, ad esempio, dopo pochi mesi fece fallire il primo Governo del Presidente (quello da Giuseppe Pella) e non consentì a Mario Monti di portare a compimento quella fase due che assomigliava molto al progetto presentato da Draghi.</p>



<p>Questa sua consapevolezza secondo cui la politica non può essere espulsa dal processo democratico, riducendo il Parlamento di oggi a una conventicola di notabili come quello dello Stato post unitario in decadenza che spalancò le porte al fascismo, è ciò che rende maggiormente convincente questa operazione, per certi aspetti necessaria e per altri obbligata. Se fosse possibile sognare sarebbe auspicabile che mentre il Governo governa le emergenze che abbiamo di fronte e getta le basi per i cambiamenti citati, le forze politiche si dedicassero a riformare lo Stato.</p>



<p>Recuperare lo “spirito repubblicano” invocato da Draghi comporterebbe il dover riprendere in mano la riforma della Costituzione. Così come l&#8217;Unione Europea non riuscirà ad adempiere fino in fondo ai suoi doveri sino a quando il modello intergovernativo coesisterà con quello comunitario, aggravando il processo decisionale di una complessità che contraddice con la necessità di affrontare con tempestività le sfide globali, così l&#8217;Italia non uscirà dalle sue difficoltà se non si incide profondamente sul suo sistema istituzionale. Rapporto Stato-Regioni, Parlamento-Governo, sistema elettorale, definizione del sistema giudiziario (“ordine” o “potere”?) sono nodi da cui dipende la capacità di un sistema di governare il continuo cambiamento che lega il presente al futuro, l&#8217;oggi al domani.</p>



<p>Ma si è mai visto un potere costituito (il Parlamento di oggi) che diventa potere costituente (il costruttore dell&#8217;edificio della Repubblica di domani)? Per ora nessuno ci è riuscito, ma ciò non toglie che anche questo sia assolutamente urgente.</p>
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		<title>Europa: la possibilità è uno spazio tutto da vivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Dec 2020 17:19:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Possibilità. Così si può riassumere quanto accaduto a livello europeo in quest’anno, così difficile e doloroso. Possibilità innanzitutto intesa come facoltà di agire, perché, a differenza di crisi precedenti, la risposta europea è stata all’altezza e tempestiva. Una facoltà di agire concessa all’Unione dai suoi stati e, in particolare, dalla Germania che ha superato alcuni suoi veti storici. Così, anche grazie alla coalizione tra Francia, Spagna e Italia, è nato&#8230;</p>
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<p>Possibilità. Così si può riassumere quanto accaduto a livello europeo in quest’anno, così difficile e doloroso. Possibilità innanzitutto intesa come facoltà di agire, perché, a differenza di crisi precedenti, la risposta europea è stata all’altezza e tempestiva. Una facoltà di agire concessa all’Unione dai suoi stati e, in particolare, dalla Germania che ha superato alcuni suoi veti storici.</p>



<p>Così, anche grazie alla coalizione tra Francia, Spagna e Italia, è nato Next Generation EU. Osservandone la struttura, si nota che la possibilità si è manifestata anche come creatività. La capacità innovativa si è vista, ad esempio, con la decisione di ancorare il fondo per la ripresa al bilancio pluriennale dell’UE 2021-2027. In questo modo si è evitato che un singolo paese risultasse responsabile per un altro. Con il fondo per la ripresa, è l’Unione comunità a garantire per ogni suo membro.</p>



<p>Inoltre, il legame tra Next Generation EU e il bilancio dell’UE si è reso necessario anche per la complessità dell’operazione, difficilmente realizzabile se si fossero create strutture nuove. L’approccio creativo, allora, si è visto anche nel modo in cui il potenziale di ciò che esisteva già – strutture e regole – è stato interpretato e sfruttato appieno, così da dotare l’Unione e i paesi membri della flessibilità necessaria per rispondere alla crisi.</p>



<p>È sicuramente questo il caso anche della BCE, che ancora una volta si è confermata l’istituzione europea più efficace. Con il programma emergenziale di acquisto titoli iniziato a Marzo 2020 e che durerà almeno fino a Marzo 2022, la BCE sta mettendo a disposizione dei paesi dell’Eurozona, Italia in primis, una potenza di fuoco di €1,850 miliardi. Un vero e proprio scudo che ci protegge da speculazioni finanziarie, garantendo anche la liquidità necessaria per finanziare le misure emergenziali e pagare pensioni e stipendi pubblici.</p>



<p>La vicenda della BCE, però, svela anche che c’è un limite alla possibilità. In questi anni, Francoforte ha ricercato un delicato equilibrio. Si è adoperata per garantire l’integrità dell’Euro – da qui sono nate le politiche espansive di Draghi, che hanno parzialmente fatto da “supplente” alla mancanza di meccanismi di condivisione fiscale – cercando contemporaneamente di agire sempre nei limiti del suo mandato. Non sono mancate le tensioni, a sottolineare come si sia usata tutta la flessibilità a disposizione per sopperire alle incompletezze della moneta unica.</p>



<p>Anche la sospensione del patto di stabilità, che ha permesso di fare deficit, e le norme temporanee sugli aiuti di stato, che hanno consentito ai paesi di intervenire e salvare le proprie economie, dimostrano una tensione simile: tempestività e flessibilità da un lato, necessità di cambiamenti dall’altro. Non si può pensare, infatti, che nel mondo post-covid, per certi versi completamente diverso, si possa tornare alle regole di prima, come se nulla fosse successo. Se la possibilità ha raggiunto i suoi limiti, serve un salto in avanti. Serve, anche perché questo 2020 ha creato un precedente: si sono stabiliti standard e aspettative. Se il meglio è possibile, il meglio sarà atteso anche in futuro. La possibilità diventa impegno.</p>



<p>Un impegno concreto, che dal prossimo anno sarà soprattutto nelle nostre mani. Innanzi tutto come italiani. Un’efficace implementazione di Next Generation EU permetterà non solo di iniziare a risollevare la nostra economia così duramente colpita, ma anche di dimostrare ai paesi “frugali” che la loro diffidenza era mal riposta. Se così sarà, il successo di Next Generation EU costituirà l’argomento più convincente per rendere permanente una maggiore condivisione fiscale e realizzare in questo modo un fondamentale salto in avanti.</p>



<p>La nostra responsabilità è anche come individui. Nel 2021 avremo la possibilità di partecipare alla Conferenza sul Futuro dell’Europa, un grande esercizio di democrazia partecipativa per coinvolgere i cittadini europei sul nostro futuro condiviso. Una notevole opportunità da non lasciarsi sfuggire, perché, come ricorda Emily Dickinson, la possibilità è uno spazio tutto da vivere.</p>
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		<title>Francesco Saraceno: il destino dell’Europa è nelle mani dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 13:20:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un altro Euro è possibile. È questa una delle più profonde convinzioni di Francesco Saraceno, professore di macroeconomia internazionale ed europea alla Luiss di Roma e all’Istituto di studi politici di Parigi. “Più keynesiano di tanti keynesiani”, come ama definirsi, Saraceno crede nel libero mercato, ma è altrettanto convinto del fatto che “non si debba perdere mai di vista l’idea che i mercati non sono perfetti e che c’è un&#8230;</p>
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<p>Un altro Euro è possibile. È questa una delle più profonde convinzioni di Francesco Saraceno, professore di macroeconomia internazionale ed europea alla Luiss di Roma e all’Istituto di studi politici di Parigi. “Più keynesiano di tanti keynesiani”, come ama definirsi, Saraceno crede nel libero mercato, ma è altrettanto convinto del fatto che “non si debba perdere mai di vista l’idea che i mercati non sono perfetti e che c’è un continuo bisogno di intervento dello Stato – anch’esso non perfetto – nel compensare e regolare le dinamiche di mercato”.</p>



<p>Nel suo ultimo saggio &#8211; <a href="https://www.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-riconquista" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“La riconquista. Perché abbiamo perso l’Europa e come possiamo riprendercela”</a> (Luiss University Press) – Saraceno sostiene, che per salvare l’Unione serva una riforma strutturale della moneta unica. In “La riconquista”, Saraceno ripercorre la storia dell’Euro, inserendola in un quadro più ampio, quello del rapporto tra Stato e mercato. Un rapporto che già da qualche tempo aveva bisogno di essere ripensato e che la pandemia ha reso ancora più centrale nel dibattito pubblico e cruciale per il nostro futuro.</p>



<p><strong>A volte si nota una polarizzazione nel dibattito sull’Euro e sull’Europa: c’è chi è ideologicamente contrario, ma anche chi dice che va tutto bene, sempre e comunque. Entrambe le impostazioni sono dannose per l’integrazione europea, perché negando l’esistenza dei problemi si genera diffidenza nelle persone, che finiscono per rivolgersi agli euroscettici. Lei all’inizio del libro parla proprio della “solitudine del riformista”, che è sopraffatto dagli estremi. Perché è così difficile essere riformisti oggi? Perché si è così soli?</strong><br>Proprio perché ci si ritrova schiacciati. Sia chi difende l’Euro – i cantori dello status quo – sia chi lo vorrebbe morto – i sovranisti – sembra condividere un’impostazione di base: l’Euro non può che essere questo; non può cambiare. Di conseguenza, chi è critico di ciò che è stato fatto e di come sono state costruite alcune istituzioni europee, rimane completamente disarmato: se critichi l’Euro vieni subito arruolato nel campo euroscettico. Pensi che all’inizio dei miei interventi, passo il tempo a ripetere che non sono euroscettico: è una maledizione! Chi vuole riformare l’Euro si deve battere con entrambi gli estremi. Da un lato, con chi dice che servono solo aggiustamenti, senza cambiare l’impianto originale e, dall’altro, con chi vuole buttare via tutto e tornare agli stati nazionali. Lo spazio politico per la terza via non esiste. Chi, oggi, ha posizioni politiche che riprendono ciò che facciamo io e qualche scarso manipolo di persone? Nessuno. Sei solo; intellettualmente e politicamente.</p>



<p><strong>Su questa solitudine che è anche politica, va detto che negli ultimi anni, le esperienze politiche che hanno basato la loro azione sulla critica costruttiva, hanno avuto risultati deludenti. Perché non esiste uno spazio politico per la terza via?</strong><br>Se lei si chiede chi sono coloro che in Europa sono arrivati al potere assumendo una posizione critica, noterà che hanno tutti giocato su un’ambiguità nei confronti della moneta unica. Prendiamo Syriza in Grecia, per esempio: fino a quando sono entrati nella stanza dei bottoni, non era chiaro se fossero pro Euro o no. Vale lo stesso discorso per Podemos, in Spagna. Una volta al potere, però, devono fare i conti con il principio di realtà e si accorgono dei costi effettivi di un’uscita dall’Euro: per questo diventano – alcuni a loro malgrado – riformisti. Questo non toglie che per arrivare al potere abbiano usato un approccio politicamente non moderato, che evidentemente nel lungo termine non paga. E ciò è vero sia a destra sia a sinistra: chi è scontento è molto più attratto dallo charme di coloro che propongono di buttare via tutto. Da qui nascono il protezionismo e l’opposizione all’integrazione che, per fortuna, sono declinati diversamente a destra e a sinistra, ma che, di fatto, rispondono alla stessa esigenza.</p>



<p><strong>Da dove deriva questa esigenza?</strong><br>Dal fatto che, come sempre in economia, esiste un problema di vincenti e perdenti. Non tutti hanno vinto nel progetto europeo, così come non tutti hanno vinto nello sviluppo economico degli ultimi trent’anni. C’è una letteratura molto ampia sul tema: Milanovic, Piketty, Atkinson e così via. Da qui deriva anche il fatto che le élite – cioè i vincenti del processo di globalizzazione e di integrazione europea – abbiano poco incentivo a cambiare le cose. E, come dicevo, anche per questo la terza via, la posizione che potremmo chiamare della social-democrazia ha poco spazio.</p>



<p><strong>Torneremo tra un attimo sul discorso di vincenti e perdenti. Restando, invece, sulla posizione riformista, socialdemocratica, o come si preferisce definirla, essa si può fondamentalmente riassumere nella necessità di un affiancamento tra Stato e mercato. Questa idea è uno dei pilastri del suo pensiero e nel suo saggio, lei ripercorre la storia della moneta unica, proprio attraverso le due categorie di Stato e mercato, sottolineando che l’impostazione dell’Euro fu deliberatamente sbilanciata a favore del secondo. Che cosa risponde a chi la critica, sostenendo di aver fatto una ricostruzione troppo caricaturale, che sminuisce gli aspetti più sociali dell’unione monetaria?</strong><br>Rispondo che è vero che esiste un aspetto legato allo stato sociale, la gamba dell’economia sociale di mercato, e che questo elemento è stato presente fin dall’inizio dell’Euro. Tutto questo, però, è vero solo in teoria, e pochissimo in pratica. Dalla metà degli anni novanta in poi, il ruolo dello stato sociale in Europa è stato ridimensionato, con velocità diverse a seconda dei paesi e delle resistenze in ognuno di essi. Ad esempio in Francia, dove vivo, la “diga” si è aperta solo con Macron, prima aveva abbastanza resistito. In generale, dunque, tutto l’aspetto legato all’economia sociale è stato molto messo da parte, per cui, anche se sulla carta esiste, nella realtà è praticamente rimasto lettera morta. Sono anni che sindacati e uomini politici chiedono inascoltati di completare il cosiddetto pilastro sociale dell’Unione europea.</p>



<p><strong>Restiamo sulla genesi della moneta unica. Lei sostiene che l’Euro, così costruito, nasca da un’insolita alleanza tra federalisti e neoliberisti. Come si è creata un’alleanza simile?</strong><br>Dobbiamo prima fare un passo indietro e ricordare che quella era l’epoca in cui trionfava la rivoluzione Reaganiana e della Thatcher, la versione più estrema della contro-rivoluzione neoclassica dopo il periodo keynesiano. L’alleanza è stata una fuga in avanti, un gettare il cuore oltre l’ostacolo per costruire l’Euro, anche se con intenti diversi. I federalisti credevano che creando l’Euro, si sarebbero costruite tutte le istituzioni al contorno – come l’unione fiscale – facendo così il passo decisivo verso un sistema federale. Gli altri, invece, non erano davvero interessati all’evoluzione in senso federale. Vedevano nell’Euro un modo per legare le mani ai governi nazionali e obbligarli a fare le riforme, privandoli di una delle due armi della politica economica – quella monetaria – e vincolando la seconda – quella di bilancio – con il Patto di Stabilità. L’Euro si è fatto consapevolmente in maniera non ottimale, grazie a questa convergenza d’interessi.</p>



<p><strong>Cosa è andato storto?</strong><br>Il progetto federalista è sparito. Allora, l’“egemonia culturale” – espressione cui sono molto affezionato – non era dalla parte dei federalisti, ma da quella di chi sosteneva che il ruolo dello Stato dovesse essere minimo. Lo Stato, secondo loro, doveva limitarsi a creare le regole del gioco per lasciare i mercati completamente liberi di agire, senza provare a interferire con la partita. In quell’ambiente culturale, una volta creato l’Euro, quell’alleanza innaturale ha perso un pezzo &#8211; i federalisti &#8211; che sono diventati un movimento di nicchia, oggi di fatto quasi sparito politicamente. Forse saranno i miei figli a vedere gli Stati Uniti d’Europa; io no di certo.</p>



<p><strong>Se abbiamo perso la spinta “federalista”, diventata utopica, e ci siamo resi conto che è essenziale rifiutare quel determinismo ideologico all’origine di alcuni dei mali della moneta unica, quale è, oggi, il migliore alleato degli europeisti?</strong><br>Guardando puramente al problema di efficacia economica del sistema, dobbiamo provare a replicare quanto più possibile nelle istituzioni esistenti – che non sono federaliste – quei meccanismi che ci farebbero funzionare come una federazione. Ciò che nel libro definisco “federalismo surrogato”.</p>



<p><strong>Può fare degli esempi?</strong><br>Ci sono una serie di cose che si possono fare. Ne cito una: se saremo in grado usarlo con successo, il Fondo per la Ripresa, che oggi è temporaneo e limitato, può diventare l’embrione di una vera politica di bilancio, permanente e condivisa. E sottolineo “condivisa”, non comune, perché quest’ultima implicherebbe l’esistenza di un governo federale. Condivisa, allora, nel senso che si decide insieme e poi ognuno è responsabile di fare a casa propria. Ecco cosa intendo quando parlo di un federalismo surrogato. E questo sarebbe il massimo che possiamo fare, che sono sicuro che funzionerebbe, se ci fosse la volontà politica di metterlo in atto.</p>



<p><strong>Ora vorrei tornare sul discorso dei vincenti e dei perdenti, che mi pare assolutamente centrale per tante delle questioni chiave dell’attuale periodo storico. Molti sostengono che con l’Euro non tutti abbiano vinto. È stato così?</strong><br>Si è provato a dire che l’Europa ci avrebbe resi tutti più forti; tutti, non soltanto alcuni. In questo senso sì, forse c’è stato un errore di narrazione. Ma, attribuire all’Euro la responsabilità della divisione tra vincenti e perdenti dell’integrazione europea è nella migliore delle ipotesi naif, nella peggiore, disonesto intellettualmente. La moneta unica non fa altro che replicare su scala europea una tendenza globale nettissima degli ultimi decenni: l’impoverimento delle classi medie dei paesi avanzati a vantaggio, da un lato delle classi medie dei paesi emergenti, e dall’altro delle élite globali – la famosa “curva dell’elefante” di Milanovic. Tutto ciò va ben oltre il nostro cortile di casa europeo: è fondamentalmente frutto delle politiche che hanno prevalso negli ultimi 30-40 anni e che hanno minimizzato il ruolo dello Stato, sia nel suo ruolo regolatore che ridistributivo. Questo ha fatto sì che nei paesi avanzati aumentassero sia le disuguaglianze dette di mercato, sia quelle ex post, ovvero dopo l’intervento ridistributivo dello Stato. Per questo ci sono vincitori e vinti; non per colpa dell’Euro. Tra l’altro, questo dovrebbe essere l’argomento principale contro i sovranisti, gli euroscettici e tutte le tentazioni di ripetere la Brexit: non puoi sostenere che andandotene dall’Europa le tue classi medie staranno meglio; sono le politiche – e la teoria economica che le giustifica – che devono cambiare, non l’assetto istituzionale.</p>



<p><strong>Restando su vincitori e vinti, spostiamoci dalle persone ai paesi. Con l’avvento dell’Euro, alcuni paesi hanno guadagnato più di altri. Come mai?</strong><br>È il grande tema delle divergenze tra paesi. L’integrazione europea ha amplificato i fenomeni globali di cui parlavo. Nella distribuzione delle catene internazionali del valore alcuni paesi &#8211; o per caso, o per cultura, o per capacità – sono stati capaci di avvantaggiarsi dalla creazione dell’Euro: è il caso della Germania. L’Italia, invece, se da un lato ha avuto un beneficio grazie al risparmio sui tassi di interesse portato dall’Euro, dall’altro si è trovata spiazzata nelle catene del valore, perché non è stata più in grado di essere il fornitore dell’industria manifatturiera tedesca. I paesi dell’Est Europa, non avendo l’Euro, sono diventati subito relativamente molto più economici.</p>



<p><strong>Non è allora un caso se il malcontento nei confronti della globalizzazione tenda a coincidere con l’avversità all’integrazione europea e alla moneta unica, considerando che i due fenomeni condividono principi di fondo e, in un certo senso, si sono influenzati a vicenda…</strong><br>Le élite hanno aderito all’idea che la marea avrebbe fatto salire tutte le barche e quindi hanno chiaramente sottovalutato gli effetti distributivi della globalizzazione e, al suo interno, dell’Euro. Questo non è stato un problema fino al 2008. Fino a quando c’è stata la crescita, vedere parti sempre più ampie della popolazione europea impoverirsi è stato derubricato. Chi era nella stanza dei bottoni ha troppo a lungo trascurato i disequilibri che si stavano creando.</p>



<p><strong>Da qui dove si va?</strong><br>Allargando lo sguardo e guardando al futuro ci si rende conto che il problema non è tanto limitarsi a pensare a quale paese l’Euro abbia portato più vantaggi e a quale meno, ma costruire istituzioni in grado di allineare gli incentivi perché ci sia una convenienza per tutti. Il Fondo per la Ripresa fa esattamente questo. Alla Germania permette di stabilizzare il mercato europeo, divenuto più interessante nel presente contesto di instabilità geopolitica. All’Italia – e agli altri paesi della periferia – consente di finanziare la ripresa a condizioni vantaggiose. Per questo, Next Generation EU – anche se purtroppo è arrivato come conseguenza di una crisi storica – rappresenta quel riallineamento di interessi che può far sperare in un avanzamento del progetto europeo.</p>



<p><strong>In tutto questo, che cosa possiamo fare noi? Quale ruolo per l’Italia?</strong><br>Ora l’Italia, insieme alla Spagna e ai paesi più in difficoltà, ha in mano le chiavi del futuro dell’Unione. Abbiamo avuto una grande apertura di credito – sottolineo “interessata”, perché nessuno ci ha regalato niente – da parte di paesi come la Germania. Abbiamo accesso ad una quantità di risorse significativa, che vanno usate con profitto, non solo per il bene del nostro paese, ma anche per dimostrare che nel negoziato di luglio era il Premier olandese Rutte ad avere torto. Fare di Next Generation EU un successo, toglierebbe la terra sotto i piedi di chi ci ha definito “cicale”. Solo così si potrà riaprire il discorso sulle politiche di bilancio condivise, sugli investimenti comuni e rilanciare l’Unione. L’Italia può fare moltissimo: per se stessa e per l’Europa.</p>



<p><strong>Per rendere Next Generation EU un successo, la Commissione gioca un ruolo cruciale. Ci indebiteremo insieme, ma non potremo spendere le risorse raccolte sui mercati insieme, proprio perché manca una politica di bilancio comune propria di uno Stato federale. In questo senso, piace pensare al ruolo di coordinamento della Commissione come fondamentale anche per assicurare che i 27 piani nazionali non vadano in direzioni troppo diverse, pur rispettando formalmente i criteri. Così si garantirebbe un’ottimizzazione anche in chiave europea della spesa dei singoli Stati membri.</strong><br>Sono molto d’accordo. Al punto che avrei fatto anche un passo in più rispetto al ruolo di coordinamento della Commissione: sarei stato favorevole a un coordinamento tra Stati membri ancora prima del coordinamento della Commissione. Anziché assistere a una gara tra chi pubblica per primo il proprio programma di rilancio, sarebbe stato bello che i 27 piani nazionali fossero stati costruiti e annunciati congiuntamente, dopo aver scritto insieme le parti relative alle sfide europee comuni. E sarebbe stato possibile, perché uno dei “vantaggi” di questa crisi è che tutti abbiamo il ciclo sincronizzato, per cui dobbiamo fare la stessa cosa: spingere sugli investimenti e far ripartire l’economia.</p>



<p><strong>Sempre sulla governance di Next Generation EU, lei che cosa si aspetta dal Consiglio europeo nell’approvazione dei piani? Si tratta di un ruolo più formale per dare l’opportunità ai cosiddetti “frugali” di mostrare ai loro elettori che controllano come spenderemo le risorse o pensa ci saranno conseguenze e blocchi sostanziali, grazie al freno di emergenza aggiunto dai leader durante il summit di luglio?</strong><br>Spero che il Consiglio non si metterà in mezzo e penso che non succederà. La battaglia in Consiglio si è svolta. E non sono d’accordo con chi sostiene che i frugali abbiano vinto. Io penso abbiano perso perché la proposta della Commissione quantitativamente è stata un po’ ridotta, ma qualitativamente è rimasta molto simile. Il Consiglio, è vero, ha un po’ più potere di controllo sull’utilizzo dei fondi, ma in realtà è più una possibilità di accendere i riflettori e, al massimo, ritardare il processo. La valutazione spetta alla Commissione, com’è giusto che sia, essendo essa – non il Consiglio – la guardiana dei Trattati.</p>



<p><strong>Che ne pensa del dibattito relativo alle tempistiche di arrivo dei fondi?</strong><br>Non capisco proprio chi si straccia le vesti sul fatto che i fondi arriveranno a metà 2021. Qui stiamo parlando di un processo lungo, di medio periodo. Al momento abbiamo accesso ai mercati, che sono stracolmi di risparmi, che non sanno dove mettere e sono ben felici di prestarci. E se per caso i mercati dovessero proprio decidere che non siamo affidabili, c’è lo scudo della BCE, almeno fino a metà 2021. Tutta questa urgenza di avere i soldi del Recovery Fund non la vedo. Preferisco che da qui alla primavera prossima ci prendiamo il tempo di preparare progetti ragionevoli per l’Italia, che siano coerenti con gli obiettivi europei, piuttosto che sbrigarci a tirar fuori un piano che magari è incoerente e affastellato. È il momento di prendersi il tempo per fare una cosa seria perché – voglio ripeterlo – c’è in gioco il destino dell’Italia e dell’Europa.</p>
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		<title>Un debito europeo per politiche europee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2020 05:45:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa non s’è finora mai davvero fatta, se non quella delle élite. Perfino l’Europa degli Erasmus, la più popolare e spensierata, è pur sempre un po’ elitaria perché all’Università devi prima andarci per poterne poi partire a mescolarti con altri studenti del resto dell’Europa. Questi giorni drammatici sono probabilmente gli ultimi in cui un’Europa non ancora popolare, ma almeno non più esclusiva, può davvero nascere. Nell’emergenza infatti le esigenze dei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Europa non s’è finora mai davvero fatta, se non quella delle élite. Perfino l’Europa degli Erasmus, la più popolare e spensierata, è pur sempre un po’ elitaria perché all’Università devi prima andarci per poterne poi partire a mescolarti con altri studenti del resto dell’Europa.</p>
<p>Questi giorni drammatici sono probabilmente gli ultimi in cui un’Europa non ancora popolare, ma almeno non più esclusiva, può davvero nascere. Nell’emergenza infatti le esigenze dei diversi Paesi coincidono: attrezzarsi per contrastare la pandemia, rimediare ai suoi danni, raddrizzare l’economia.</p>
<p>L’unico luogo di reale unità attualmente a disposizione, però, la moneta, quel che può ha già fatto, e fare di più non può. Ciò che è invece davvero in grado di svolgere, anche nell’immaginario collettivo, un ruolo finalmente costitutivo dell’identità europea è l’emanazione di titoli di debito comuni, i cui introiti vengano indirizzati a politiche comuni.</p>
<p>La questione degli Eurobond è sul tavolo dei governi europei pressoché da sempre, ma l’ostilità dei Paesi nordeuropei l’ha sempre resa impraticabile poiché si presentava come il mezzo per ripartire a loro carico il di più di debito contratto dai Paesi meno attenti, Italia in primis.</p>
<p>Oggi le condizioni eccezionali in cui versiamo possono far breccia anche negli interlocutori meno disponibili a condizione che chi invoca gli Eurobond alzi l’asticella della propria responsabilità: tutto ciò non dovrà poter servire ai singoli governi nazionali per ritrovarsi con più risorse a buon mercato. Dovrà invece confluire in un bilancio europeo messo ad esclusiva disposizione della Commissione, organo in cui ogni Paese dell’Unione è peraltro rappresentato.</p>
<p>A problema europeo corrispondano rimedi europei. Per un’unione politica dell’Europa si deve partire da qui.</p>
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