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	<title>Gas Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Gas Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Ursula Von Der Leyen: &#8220;Viva L&#8217;Europa!&#8221;. Il discorso sullo Stato dell&#8217;Unione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2022 07:21:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione Europea, pronuncia parole forti e decise nel suo discorso sullo Stato dell'Unione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/16/munari-ursula-von-der-leyen-viva-europa-discorso-sullo-stato-dellunione/">Ursula Von Der Leyen: &#8220;Viva L&#8217;Europa!&#8221;. Il discorso sullo Stato dell&#8217;Unione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Il discorso sullo Stato dell’Unione di quest’anno è decisamente molto diverso da quello che venne pronunciato lo scorso settembre. Le parole della Presidente della Commissione sono risuonate non solo nell’aula del Parlamento ma anche nelle <em>petites rues</em> di Strasburgo, nelle larghe vie di Bruxelles e in tutte le altre città europee.</p>



<p>Ursula Von Der Leyen, vestita di giallo e di blu, ha iniziato il suo intervento con una constatazione: <em>“Mai prima d&#8217;ora questo Parlamento si è trovato a discutere lo stato della nostra Unione mentre<br>sul suolo europeo infuriava la guerra”</em>. </p>



<p>Davanti ad Olena, la consorte di Zelensky, ha infatti ricordato l’immenso coraggio che la popolazione ucraina continua a dimostrare contro l’aggressione di Putin. Ha puntualizzato: “<em>Le sanzioni resteranno in vigore. È il momento della risolutezza, non delle concessioni</em>”. </p>



<p>Secondo Ursula questa guerra è l’apice di uno scontro ben delineato, quello tra autocrazia e democrazia, tra valori occidentali e credi zaristi. </p>



<p>L’Europa ha reagito coesa a questa guerra alla sua economia, alla sua energia, al suo futuro. La Presidente porta un esempio italiano virtuoso, quello dei ceramifici al centro della nostra penisola che hanno deciso di spostare i turni al mattino presto per beneficiare delle tariffe più basse dell&#8217;energia. </p>



<p>Entra così nell’argomento letteralmente più scottante e impellente: quello energetico. </p>



<p>La proposta europea è quella di mitigare il carobollette con oltre 140 miliardi di euro. Come? Tassando gli extra-profitti. La Presidente ha infatti dichiarato “<em>ci sono grandi compagnie petrolifere, del gas e del carbone, che stanno realizzando profitti enormi e inaspettati, che non si sarebbero mai nemmeno immaginate</em>”. </p>



<p>E ancora, due riforme necessarie sono quella radicale del mercato dell’energia elettrica e, in linea con il Green Deal, l’introduzione di una Banca europea dell’idrogeno, fonte che verrà trasformata in un mercato di massa con ingenti investimenti nei prossimi decenni. </p>



<p>Ursula è pronta a sostenere gli avanzamenti e la rilevanza del progetto green europeo nelle due prossime occasioni internazionali, alla conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità di Montreal e alla COP27 di Sharm el-Sheikh. </p>



<p>Ha colto l’occasione poi per annunciare una nuova legislazione europea sulle materie prime critiche, punto cruciale per il successo della transizione sostenibile nell’economia e nel mondo digitale, in continuità con il Chips Act.</p>



<p>Altra tematica fondamentale toccata nel discorso sullo Stato dell’Unione è stata l’importanza di combattere la disinformazione nella rete ma anche nelle università europee; “<em>queste menzogne<br>sono tossiche per le nostre democrazie</em>”. </p>



<p>Citando la Regina Elisabetta e David Sassoli, Ursula ha ricordato a tutti i presenti l’essenzialità di difendere sempre il nostro modello occidentale. Migliorarlo ogni giorno significa crescita collettiva, per tutti gli individui.</p>



<p>L’Europa sarà in grado di guardare oltre e cercare nuovi orizzonti?</p>



<p>Si, se coltiverà lo spirito di Maastricht, dove stabilità e crescita vanno necessariamente di pari passo; dove si uniscono tutte le forze in nome di un comune obiettivo; dove volontà e solidarietà si mescolano; dove ogni cittadino europeo si sente a casa.</p>



<p>Ursula auspica che questo spirito europeo, cresciuto moltissimo dopo lo scoppio della pandemia, possa crescere ancor più forte e in armonia. </p>



<p>Come esempio finale della sua riflessione, ha elogiato Magdalena e Agnieszka, due giovani polacche che in pochi giorni hanno organizzato migliaia di volontari per accogliere i rifugiati ucraini. Un esempio di altruismo e umanità. </p>



<p>La loro storia è, secondo la Von Der Leyen, emblematica e rappresenta al meglio il sentimento dell’Unione e della nostra comunità europea.</p>
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		<title>Fusione nucleare: un&#8217;analisi generale</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/12/chiorboli-fusione-nucleare-analisi-generale-energia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Chiorboli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2022 14:47:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel mese di febbraio di quest’anno, JET, una collaborazione internazionale con sede nel Regno Unito, ha annunciato un risultato molto importante nell’ambito della fusione nucleare. Un risultato che, oltre a rilanciare il dibattito teorico sulle fonti di approvvigionamento di energia, torna oggi di assoluta attualità a fronte delle difficoltà di approvvigionamento, e comunque dell’impennata dei costi dell’energia Che cos’è la fusione nucleare?I reattori a fusione nucleare sono una tecnologia dalle&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/12/chiorboli-fusione-nucleare-analisi-generale-energia/">Fusione nucleare: un&#8217;analisi generale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Nel mese di febbraio di quest’anno, <a href="https://ccfe.ukaea.uk/research/joint-european-torus/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">JET</a>, una collaborazione internazionale con sede nel Regno Unito, ha annunciato un risultato molto importante nell’ambito della fusione nucleare. Un risultato che, oltre a rilanciare il dibattito teorico sulle fonti di approvvigionamento di energia, torna oggi di assoluta attualità a fronte delle difficoltà di approvvigionamento, e comunque dell’impennata dei costi dell’energia</p>



<p><strong>Che cos’è la fusione nucleare?</strong><br>I reattori a fusione nucleare sono una tecnologia dalle potenzialità enormi. Non sono dei reattori tradizionali (quelli di Chernobyl, o dei referendum sul nucleare, per intenderci). Questi ultimi si basano su un fenomeno fisico chiamato fissione nucleare: si prendono dei nuclei grossi (ad esempio l’uranio), e si fanno spezzare. Questi nuclei spezzandosi, rilasciano energia, che viene usata per scaldare acqua, che diventa vapore, che fa girare le turbine e produce corrente. </p>



<p>I reattori tradizionali hanno anche dei problemi però:<br>1) le fissioni, cioè i nuclei che si spezzano, devono essere controllate con attenzione, perché possono divergere, cioè andare fuori controllo (incidenti come Chernobyl o Three Miles Island);<br>2) producono rifiuti radioattivi;<br>3) in certi casi, possono essere usati per produrre Plutonio e quindi armi nucleari.</p>



<p>Nei reattori a fusione nucleare si usano invece nuclei leggeri (ad esempio idrogeno), e li si fonde in nuclei pesanti. È lo stesso fenomeno che avviene nel sole. Il processo di fusione rilascia energia, che potrebbe essere usata per scaldare acqua, che diventa vapore, che fa girare le turbine e produce corrente elettrica. La fusione è intrinsecamente sicura: non può andare fuori controllo perché senza intervento esterno si spegne. Non produce rifiuti (i prodotti della fusione sono nuclei leggeri, quindi non inquinanti. Esisterebbero dei rifiuti radioattivi, ma in misura molto minore dei reattori a fissione).</p>



<p>L’eventuale uso per scopi militari sarebbe molto più complicato.<br>In più, se si riuscisse a sviluppare una tecnologia di fusione basata su isotopi leggeri dell’idrogeno, il carburante sarebbe praticamente infinito: l&#8217;idrogeno può essere preso dall&#8217;acqua, e con delle quantità molto piccole potremmo ottenere quantità di energia sufficienti per alimentare tutto il mondo per secoli. Se riuscissimo a realizzare dei reattori a fusione stabili, saremmo vicini alla risoluzione di tutti i nostri problemi energetici. Avremo una sorgente di energia infinita, quasi totalmente pulita, intrinsecamente sicura, con carburante potenzialmente infinito.</p>



<p><strong>Ma quali le difficoltà?</strong><br>Il risultato presentato a febbraio è una grande conquista, ma è per il momento solo una tappa. E&#8217; un reattore sperimentale che ha prodotto una potenza molto piccola, molto lontana dalle centrali odierne. È una conquista perché&#8217; fino a qualche anno fa eravamo in grado di sostenere un processo di fusione solo per una frazione di secondo, e ora siamo arrivati a cinque secondi, e non eravamo in grado di ricavarne energia, cioè per creare il processo di fusione occorreva più energia di quanta ne ricavassimo.<br>Adesso il bilancio è positivo, cioè ricaviamo energia, anche se molto poca. Realisticamente, ci vorranno decenni prima che questa tecnologia possa iniziare a essere utilizzata, forse molti decenni perché&#8217; possa diffondersi su larga scala</p>



<p>Purtroppo non abbiamo tutto questo tempo. Siamo letteralmente su un treno in corsa lanciato a tutta velocità verso un burrone. <a href="https://www.ipcc.ch/reports/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">I rapporti sul clima dell&#8217;IPCC</a> (il pannello dell’internazionale sul cambiamento climatico) non ci lasciamo molto margine: il mondo rischia conseguenze molto gravi già al 2050.</p>



<p>Quindi purtroppo la fusione non ci salverà. Potrà essere utile e risolvere i nostri problemi energetici solo dopo che avremo risolto l’attuale serissima crisi climatica.</p>



<p><strong>Che cosa fare nel frattempo?</strong><br>Dobbiamo smettere di bruciare combustibili fossili, subito. Come si fa?<br>Migliorare i nostri comportamenti è necessario ma non sufficiente: possiamo provare a essere virtuosi, consumare di meno, ma il nostro mondo è così complesso che bloccare tutte le attività avrebbe conseguenze disastrose per la vita di moltissime persone, specialmente nei paesi con economie emergenti.<br>Possiamo rallentare un po&#8217; l&#8217;accelerazione del treno in corsa, ma non è abbastanza.</p>



<p><strong>Le energie rinnovabili?</strong><br>Le energie rinnovabili possono dare un contributo, ma purtroppo non sono sufficienti. Negli ultimi trent&#8217;anni le tecnologie associate alle rinnovabili sono migliorate di poco.<br>La frazione energetica data dalle rinnovabili è cresciuta, ma non riesce coprire i nostri bisogni. Alcuni paesi sono riusciti a operare una transizione quasi completa verso le rinnovabili, ma sono quasi sempre casi particolari, dovuti a particolari caratteristiche del territorio e difficilmente esportabili ovunque.<br>Inoltre le rinnovabili hanno purtroppo un limite intrinseco, fisico, che non può essere sormontato con nessuna tecnologia.</p>



<p>Il <strong>capacity factor</strong> è la frazione di potenza che una centrale rinnovabile può produrre rispetto al suo massimo. Una centrale solare ha un capacity factor di circa il 15% in Italia, cioè può produrre solo il 15% della potenza in media rispetto al suo massimo (dovuto al fatto che di notte non c’è sole, il cielo può essere nuvoloso o altro).<br>Il capacity factor può cambiare in zone diverse del mondo, ma non molto, e non c’è tecnologia che tenga, questo fattore non può essere migliorato, perché dipende dalla natura. Ogni tipo di centrale elettrica ha un suo capacity factor, ma per le rinnovabili i fattori sono purtroppo bassi. Le reti elettriche non possono sostenere sbalzi di potenza troppo grandi tra giorno e notte, o tra giorni ventosi e non ventosi.</p>



<p><strong>Qual è la soluzione?</strong><br>Nella comunità scientifica si fa avanti sempre di più l’idea che forse dovremmo costruire centrali nucleari tradizionali e usare un portafoglio di nucleare e rinnovabile per i prossimi 50-100 anni per poi sperare di passare a centrali a fusione. India e Cina, ad esempio, stanno già costruendo molte nuove centrali nucleari. La Francia, che è già energeticamente indipendente e pulita all&#8217;80%, ha annunciato la costruzione di sei nuove centrali nucleari.</p>



<p>In tutto il mondo occidentale il dibattito è intenso. La mia idea è che se si ha la casa in fiamme non sia il caso di mettersi a discutere di quale carta da parati mettere.</p>
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		<title>Enrico Zanetti: contro il caro bollette non basta un extra profitto scritto male</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Sep 2022 09:21:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Governo ha scelto di lasciare le regole di determinazione dei prezzi così come stavano e di introdurre una complicata tassa sugli extra-profitti che quelle regole immutate consentono di continuare a conseguire agli operatori della filiera sulle spalle dei consumatori di energia elettrica. In questo modo ha lasciato in campo una distorsione economica e ci ha aggiunto pure una complicata distorsione fiscale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Le Istituzioni sembrano non percepire il pericolo sociale per famiglie e imprese che sta dietro l’esplosione delle bollette?</strong><br>L’esplosione folle e insostenibile delle bollette del gas e dell’energia elettrica è ancora per molti, troppi, un tema di dibattito, anziché un numero scritto nero su bianco con richiesta di pagamento. A rinviare il sapore (amaro) sulla pelle del tema gas, ci pensa la stagione.</p>



<p><strong>Per quanto riguarda l’energia elettrica?</strong><br>Le bollette di luglio arrivate nelle scorse settimane sono le prime in cui chi ha tariffe a prezzo variabile tocca con mano che il costo non si “limita” a raddoppiare, ma “vola” a tre, quattro e anche cinque volte i corrispondenti periodi dell’anno scorso; chi, invece, è ancora per qualche mese sotto il cappello protettivo di contratti con prezzo bloccato per 12 mesi stipulati alla fine dell’anno scorso, scoprirà tutto d’un fiato alla loro scadenza e rinnovo che, su per giù, il nuovo prezzo bloccato offerto per i successivi 12 mesi potrà arrivare a essere anche dieci volte tanto quello che sta continuando a pagare adesso.</p>



<p><strong>E a quel punto?</strong><br>Se nulla sarà stato fatto, tra un paio di mesi succederà letteralmente il finimondo e non interesserà a nessuno di chi sono le colpe per essersi presi in così grave ritardo nel cercare di attenuare il più possibile i rincari.</p>



<p><strong>Dove e come si potrebbe agire?</strong><br>Una cosa è certa: mentre sul gas i margini di manovra politica di breve periodo sono quasi impalpabili sul versante dei prezzi (e si può agire con una minima efficacia solo sul lato del contingentamento dei consumi), sull’energia elettrica c’è molto più margine di manovra.</p>



<p><strong>Abbiamo perso mesi in cui si poteva fare di più?</strong><br>In questi lunghi mesi di avvicinamento al ciglio del burrone, il Governo, anche quando era nella pienezza dei poteri, ha scelto di non mettere mano alle regole che stanno alla base della determinazione dei prezzi del kW al consumo che vengono poi incorporati nelle offerte commerciali dei singoli operatori.</p>



<p><strong>E cioè?</strong><br>Ha scelto di non farlo pur avendo chiara consapevolezza che quelle regole, nel mutato scenario geopolitico e conseguentemente economico, consentono alle imprese che producono e vendono energia elettrica in Italia di realizzare degli ingenti extra-profitti, la cui stessa esistenza è la prova inoppugnabile di come le attuali regole di determinazione del prezzo al consumo dell’energia non ribaltano “a valle” i maggiori costi sopravvenuti “a monte”, ma ben più.</p>



<p><strong>Cosa ha fatto quindi il Governo?</strong><br>Di fronte a questa banale evidenza, il Governo ha scelto di lasciare le regole di determinazione dei prezzi così come stavano e di introdurre una complicata tassa sugli extra-profitti che quelle regole immutate consentono di continuare a conseguire agli operatori della filiera sulle spalle dei consumatori di energia elettrica. In questo modo ha lasciato in campo una distorsione economica e ci ha aggiunto pure una complicata distorsione fiscale.</p>



<p><strong>Cosa sarebbe stato meglio fare?</strong><br>Molto meglio sarebbe stato attivarsi per tempo per cambiare le regole di determinazione del prezzo “base” del kW al consumo, così da meglio riflettere “a valle” le dinamiche di aumento nei costi “a monte”, per lasciare certamente intatti i legittimi profitti degli operatori di filiera, ma circoscrivere all’origine la formazione di extra-profitti che, in questa situazione, contribuiscono ad affossare famiglie e imprese. Non è stato fatto (ed è molto, molto male), lo si faccia prima che la situazione precipiti.</p>



<p><strong>Tutto sbagliato insomma.</strong><br>Gli italiani hanno bisogno di una bolletta elettrica con i minori rincari possibili, non di un Governo che passa mesi a studiare come tassare nel nome del popolo italiano una briciola degli extra-profitti che quello stesso Governo permette si formino a spese di quello stesso popolo italiano.</p>
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		<title>L&#8217;ambasciatore dell&#8217;Ucraina Yaroslav Melnyk alla FLE: dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/28/raco-ambasciatore-ucraina-yaroslav-melnyk-alla-fle-dobbiamo-trovare-il-coraggio-di-non-essere-falsi-pacifisti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Mar 2022 16:19:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella foto l&#8217;ambasciatore Yaroslav Melnyk in visita alla Fondazione Luigi Einaudi con l&#8217;ambasciatore Giulio Terzi di Sant&#8217;Agata Ambasciatore, cosa sta succedendo in Ucraina?Nelle prime ore di giovedì 24 febbraio, il mondo si è svegliato in una nuova realtà quando le città ucraine si sono svegliati dalle esplosioni e bombardamenti. Per la prima volta nel dopoguerra uno Stato ha avviato una guerra aperta contro il suo vicino sovrano e democratico. È&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/03/28/raco-ambasciatore-ucraina-yaroslav-melnyk-alla-fle-dobbiamo-trovare-il-coraggio-di-non-essere-falsi-pacifisti/">L&#8217;ambasciatore dell&#8217;Ucraina Yaroslav Melnyk alla FLE: dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Nella foto l&#8217;ambasciatore Yaroslav Melnyk in visita alla Fondazione Luigi Einaudi con l&#8217;ambasciatore Giulio Terzi di Sant&#8217;Agata</p>



<p><strong>Ambasciatore, cosa sta succedendo in Ucraina?</strong><br>Nelle prime ore di giovedì 24 febbraio, il mondo si è svegliato in una nuova realtà quando le città ucraine si sono svegliati dalle esplosioni e bombardamenti. Per la prima volta nel dopoguerra uno Stato ha avviato una guerra aperta contro il suo vicino sovrano e democratico. È passato un mese da quando la vita di milioni di ucraini è stata divisa in due parti. Un passato pacifico, pieno di gioia, felicità, lavoro, sviluppo e piani per il futuro, e il presente, con la guerra, la sofferenza, la morte e la distruzione. Migliaia di ucraini hanno perso la vita in questo mese: bambini e anziani, donne e uomini, civili e militari. Sono morti perché la Russia ha deciso di attaccare. Attaccare l&#8217;Ucraina, attaccare la pace, attaccare tutti noi, attaccare i nostri valori.</p>



<p><strong>Nessuno poteva immaginare tanta violenza nel cuore dell’Europa.</strong><br>Ci sono decine e decine di crimini russi. Ma certamente non sono gli edifici che rappresentano la tragedia più grave, perché quelli lo ricostruiremo, ma le persone, che sono morte e continuano a morire. Le persone muoiono di fame e di sete nelle aree occupate o assediate. Le persone vengono uccise nel tentativo di fuggire dalle aree colpite dalla guerra. Le città vengono rase al suolo da bombardamenti e attacchi aerei. Le vittime vengono sepolte nei cortili dei palazzi residenziali o nelle fosse comuni. Sono uccisi 136 bambini. Questo è la realtà che ha il suo luogo in Ucraina oggi.<br>Quello che sta succedendo in Ucraina ora riguarda tutti. La guerra in Ucraina non è solo un altro conflitto locale. Questa è una guerra mondiale che è al momento in corso nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Una situazione di catastrofe che rischia di coinvolgere tutto il mondo.</strong><br>L&#8217;Ucraina già si trova in una situazione di catastrofe umanitaria e alcune regioni sono completamente tagliate fuori da elettricità, gas, riscaldamento, cibo e acqua. E in questa situazione attuale, vedo i fantasmi del passato, quando circa 10 milioni di ucraini morirono in meno di un anno a causa della carestia organizzata artificialmente dal regime del Cremlino nel 1932-1933. E la guerra, avviata contro l&#8217;Ucraina dallo stesso Cremlino ma già nel 2022, potrebbe portare a una crisi alimentare globale, poiché l&#8217;Ucraina è sempre stata uno dei principali garanti della sicurezza alimentare nel mondo. Più a lungo non c&#8217;è pace sul suolo ucraino, meno cibo riceverà il mercato mondiale. Il terrore è la base del regime, la base dell’ordinamento statale della Russia, la base della sua strategia militare. Ecco perché oggi, insieme a molti paesi, diciamo che la Russia dovrebbe essere definita uno stato terrorista.</p>



<p><strong>Qual è l’obiettivo della Russia?</strong><br>Vorrei sottolineare e spero che nessuno abbia più illusioni che le aspirazioni d’invasione della Russia vanno ben oltre l&#8217;Ucraina. Il Cremlino sta cercando di ripristinare la sfera di influenza sovietica sia in Europa che in Asia. Negli ultimi giorni i politici e propagandisti russi hanno chiesto l&#8217;ampliamento della zona della cosiddetta operazione speciale su Polonia, paesi Baltici, Moldova e Kazakistan. Ecco perché noi, insieme ai nostri partner, dobbiamo concentrarci in questo momento per fare tutto il possibile, in tempo e in pieno, per fermare l&#8217;aggressore e portarlo a una legittima responsabilità.</p>



<p><strong>L’Italia sta facendo la sua parte.</strong><br>Siamo grati all’Italia per le decisioni storiche che ha preso il Governo con il sostegno di tutte le forze di maggioranza, e non solo, riguardo le armi e sanzioni, ma vediamo che questo non basta. &nbsp;</p>



<p><strong>Cosa si può fare di più per fermare questa guerra al più presto?</strong><br>Abbiamo sentito tanti appelli alla pace durante il mese della guerra e anche prima che iniziasse. In questo contesto mi sono ricordato la citazione di Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica Italiana: “Il grido: &#8220;Vogliamo la Pace!&#8221; è troppo umano, troppo bello, troppo naturale per un&#8217;umanità uscita da due spaventose guerre mondiali e minacciata da una terza guerra sterminatrice, perché ad esso non debbano far eco e dar plauso tutti gli uomini, i quali non abbiano cuore di belva feroce.” Ed è giusto! Tutti noi vogliamo pace. Ma dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti. Dovrebbe essere chiaro che la vittima dell&#8217;aggressione non deve pagare per la pace. Gli appelli alla pace devono essere rivolti al Paese dell&#8217;aggressore. Non abbiamo noi iniziato questa guerra. Vogliamo che finisca più di chiunque altro al mondo. Stiamo facendo uno sforzo incredibile per farlo.</p>



<p><strong>Quali sono le vostre richieste all’Occidente?</strong><br>La chiusura del cielo sull&#8217;Ucraina, cosa che nella versione base può essere eseguita trasferendo caccia e sistemi di difesa aerea a lungo raggio all’Ucraina; il rafforzamento della capacità difensiva delle forze armate d’Ucraina; l’introduzione dell’embargo totale commerciale nei confronti della Russia, anche nel settore petrolifero e del gas, per bloccare le fonti di finanziamento della macchina militare russa; l’isolamento della Russia nell&#8217;arena internazionale; il blocco della propaganda russa; la chiusura dei porti per le navi russe; l’ulteriore rafforzamento delle misure restrittive già esistenti nei confronti della Russia.</p>



<p><strong>Molti temono una ulteriore escalation.</strong><br>La guerra è attualmente in corso non solo sul fronte militare, ma anche in molti altri ambiti: cibernetico, informativo, psicologico e mediatico, economico e finanziario, culturale e sportivo. Se pensiamo, che con questi passi possiamo salvare migliaia di vite umane, le nostre richieste non devono sembrare eccedenti a nessuno. La paura della possibile escalation è comprensibile ma questa paura non salverà le vite. Purtroppo, l’aggressore capisce solo il linguaggio di forza.&nbsp;La Russia deve sentire cosa significa essere totalmente isolata dal mondo democratico.<br>&nbsp;<br><strong>La Nato non basta più?</strong><br>Questa guerra ha completamente distrutto il vecchio sistema di sicurezza internazionale, perché vediamo che dall’inizio dell’aggressione i meccanismi esistenti non funzionano. Abbiamo saputo bene il valore del Memorandum di Budapest, abbiamo visto la posizione d’osservatore della NATO. Quindi, già nel prossimo futuro dobbiamo costruire un sistema nuovo, rapido, solido ed efficace. L’Ucraina ha dimostrato di meritare di essere non solo un partecipante di questo processo, ma anche un fondatore.</p>



<p><strong>Qual è la vostra proposta?</strong><br>Per questo motivo il nostro Presidente Zalensky ha lanciato un’iniziativa U-24 – United for Peace – un&#8217;unione di Stati responsabili che hanno la forza e la coscienza per fermare immediatamente i conflitti. Un’unione capace di dare la risposta immediata e complessiva entro 24 ore nel caso di qualsiasi aggressione. L&#8217;Ucraina sta coinvolgendo i suoi partner che potrebbero diventare garanti della sicurezza.</p>



<p><strong>Chi dovrebbe far parte di U-24?</strong><br>Secondo il nostro Presidente, tra i garanti della sicurezza dell&#8217;Ucraina dovrebbero esserci i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU più Germania, Turchia, Israele, Canada e l&#8217;Italia. Sono molto contento di vedere l’Italia in questo elenco. Ultimamente il vostro Paese sta seriamente aiutando l’Ucraina, fornendoci armi, aiuti finanziari e umanitari, ma non solo.</p>



<p><strong>Cos’altro?</strong><br>Qualche giorno fa messaggio il Presidente Draghi ha dichiarato che l’Italia sostiene la futura adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. E’ un’altra forma di sostegno importante al nostro popolo. Il popolo ucraino vede il suo futuro nella grande famiglia dei paesi dell’UE e lo meritiamo.</p>



<p><strong>Cosa vede dopo la fine di questa guerra?</strong><br>Sono certo, che dopo questa guerra saremo tutti diversi, più liberi e più forti e sicuramente l’Ucraina vincerà, perché la verità è al nostro fianco, noi difendiamo il nostro Paese, combattiamo per i valori democratici, per il nostro futuro comune, per la nostra libertà.</p>
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		<title>Ferruccio de Bortoli: nuove sanzioni? Si può decidere di non comprare più il gas russo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 06:26:07 +0000</pubDate>
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<p><strong>La guerra scatenata da Mosca ha sconvolto non soltanto il mercato dell’energia ma anche quello delle materie prime agricole e dei metalli preziosi. Quali saranno gli effetti sulle filiere del made in Italy?</strong><br>Dobbiamo vedere quale sarà la forza di propagazione di questi rincari, che sono avvenuti non soltanto per le materie prime energetiche ma anche, appunto, per quelle agricole. Inoltre dobbiamo cercare di capire se questi aumenti saranno ampliati dalle strozzature di mercato che riscontriamo in particolare nel mercato dell’energia. Teniamo conto che c’è una bella differenza tra i prezzi all’origine e quelli a valle e che la maggior parte degli approvvigionamenti di gas sono su contratti a lunga durata, tutti contratti take-or-pay, prendi&nbsp;o paga. Dobbiamo ragionare sugli aspetti marginali di questi mercati e vedere quale sarà la forza di propagazione degli aumenti all’origine. Poi naturalmente dovremo intervenire sui fenomeni speculativi, perché in questa fase c’è qualcuno che sta guadagnando troppo.</p>



<p><strong>Chi soprattutto?</strong><br>In particolare è possibile osservare che c’è una grande velocità nell’adeguare i prezzi della benzina e del gasolio al rialzo, mentre in altri momenti, in cui il prezzo del greggio è stato storicamente basso, questa velocità di adeguamento dei listini è stata molto minore. Tutto si snoderà nella capacità di comprendere quanta di questa inflazione potrà rimanere e quanta viceversa potrà essere eliminata, l’inflazione cosiddetta core, cioè quella dalla quale si scorpora l’effetto dell’andamento delle materie prime energetiche. La Banca Centrale Europea, che stima un’inflazione al cinque per cento quest’anno, è per esempio più ottimista sull’inflazione complessiva nel 2023, e considera l’inflazione core molto più sopportabile per l’intero sistema. Resta da dire che questa inflazione ovviamente colpisce in maniera asimmetrica le varie classi sociali, perché quelle più povere, che hanno una quota di consumi energetici più forte rispetto alla spesa mensile, ne saranno colpite di più.<br>&nbsp;<br><strong>L’idea di introdurre il bonus energia è giusta o andrebbero preferiti interventi di filiera?</strong><br>È chiaro che in questo momento, con questo andamento dei prezzi, non solo ci guadagnano i distributori e i produttori, ma ci guadagna paradossalmente anche lo Stato. La cifra che è stata stimata è di circa trecento milioni al mese, anche perché su prezzi in crescita, le accise e l’IVA pesano di più in termini assoluti. Il punto è che misure simboliche, di pochi centesimi, non invertirebbero lo stato d’animo dei consumatori, soprattutto quello di coloro che usano i mezzi di traporto per le proprie attività. L’idea di mettere dei price cap a livello europeo, che peraltro non vede concordi tutti i partner, è un’idea che ci riporta un po’ agli anni Settanta.</p>



<p><strong>Cosa è successo negli anni Settanta?</strong><br>Misure di governo dei mercati con limiti all’andamento dei prezzi hanno avuto spesso, se non in tutti i casi, degli effetti distorsivi sul funzionamento dei mercati, che si sono alla fine rivelati molto negativi. Si tratta quindi di governare i mercati e non di rischiare di indurre scarsità che o rischiano di condurre a mercati paralleli o, peggio, a mercati neri. Da questo punto di vista l’esempio degli anni Settanta può risultare utile nel cercare di governare un sistema che sembra impazzito ma che speriamo soffra invece una crisi soltanto transitoria.<br>&nbsp;<br><strong>Come si è spostata l’attenzione sull’emergenza ambientale con la guerra?&nbsp;</strong><br>Emergenza ambientale e transizione sono state, con la guerra, inevitabilmente accantonate perché anche a livello di opinione pubblica, come lei può constatare, di fronte al rischio di rimanere al freddo, ci si può dimenticare per un attimo del riscaldamento del pianeta. Tra l’altro le faccio notare che uno degli inverni più caldi della storia, che dovrebbe preoccuparci e inquietarci, è stato salutato come un evento positivo, nel senso che ha ridotto i consumi di gas. È difficile mettere insieme indipendenza economica, prezzi bassi dell’energia e transizione energetica, ed è chiaro che se vogliamo accelerare sulla transizione dobbiamo spingere sugli investimenti nelle rinnovabili, che sono investimenti per il momento soltanto sulla carta. Inoltre dovremmo fare una quantità grande di questi investimenti e attendere almeno tre-quattro anni, sempre ammesso di avviarli in tempi relativamente brevi. Certo, questa crisi energetica può anche favorire la transizione, però allo stesso tempo ha svelato che i costi di questa transizione sono più elevati di quanto non sospettassimo.<br>&nbsp;<br><strong>Ha svelato anche che abbiamo sbagliato politica energetica negli ultimi trent’anni?</strong><br>Questo sicuramente. Ricorderà che ci fu un momento in cui si parlava di bolla del gas, cioè del fatto che di gas ce n’era troppo, e questa è stata una delle ragioni per cui la produzione nazionale è stata ridotta. Ma anche se era molto elevata, non copriva la copertura attuale del quaranta per cento offerta dal gas russo e siberiano. Era una quota consistente mentre oggi è irrisoria. Tra l’altro all’epoca ci fu una grande polemica sui contratti a lungo termine, e si spingeva moltissimo per avere una contrattazione spot, che fosse più sensibile agli andamenti del mercato. Ebbene, i contratti spot sono diventati un’arma nelle mani di Putin, nel senso oggi noi paghiamo un prezzo elevatissimo per quello che è il costo marginale del gas, che si forma molto di più sui contratti spot.</p>



<p><strong>Questa guerra sta rimettendo in gioco anche molte decisioni di natura geopolitica.</strong><br>Per fortuna abbiamo fatto dei contratti di lunga durata, per cui credo che il costo dell’energia sia più basso rispetto alle quotazioni stratosferiche che vediamo in questi giorni, ma dobbiamo sperare che tutto ritorni su un percorso più accettabile, perché così è estremamente difficile mantenere alcune produzioni e filiere. Ovvio che noi ci siamo fidati molto di un solo fornitore, quello russo, e addirittura ci sono stati momenti in cui non volevamo dipendere troppo dal fornitore algerino per ragioni geopolitiche di altra natura. È curioso notare come il mondo occidentale adesso stia andando a chiedere forniture al Venezuela dimenticandosi di tutto ciò che è accaduto con Maduro e stia anche riconsiderando il proprio atteggiamento nei confronti dell’Iran.<br>&nbsp;<br><strong>La guerra riuscirà a modificare l’atteggiamento dei NoTav, NoTap, No a tutto?</strong><br>Noi abbiamo appena, e giustamente, introdotto nella Costituzione italiana la protezione dell’ambiente. Credo che sia un passaggio assolutamente indispensabile perché i costituenti parlavano esclusivamente di paesaggio. Però è altrettanto vero che se vogliamo accelerare sulla transizione dobbiamo accettare una certa dose di bruttura nel nostro Paese, cioè di panorami rovinati, di distese di impianti fotovoltaici, on-shore e off-shore, e quindi dobbiamo essere pronti a pagare un prezzo: non possiamo avere entrambe le cose, purtroppo. La protezione integrale dell’ambiente e una transizione energetica verso fonti rinnovabili sono due obiettivi che non si possono cogliere contemporaneamente. Questo dibattito è ancora assente e molti sono ancora convinti che si possano conseguire entrambi gli obiettivi. Purtroppo non è così e quindi sono poco ottimista rispetto al venir meno di alcune opposizioni come quella del tutto ingiustificata al cosiddetto TAP, che porta in Italia il gas dell’Azerbaijan.</p>



<p><strong>Trova quindi che non si sia ancora compreso quanto quei no ideologici fossero dannosi?</strong><br>C’è ancora una sorta di populismo ambientale, di conformismo ideologico su questi temi, che non considera che alcune scelte hanno un costo-opportunità, un costo-alternativa, e che ovviamente se vogliamo ridurre le emissioni di anidride carbonica dobbiamo accettare impianti, spesso vicini a casa nostra, che in una condizione diversa, come nel secolo scorso, avremmo rifiutato o ritenuto indesiderabili. Allo stesso tempo dobbiamo augurarci che il nucleare lo facciano i nostri vicini.</p>



<p><strong>Noi non lo vogliamo?</strong><br>È stata una scelta sbagliata ma auguriamoci che lo facciano i nostri vicini, perché il nucleare non ha emissioni ed è fondamentale per la transizione energetica pulita. Certo, implica qualche rischio, ma speriamo in qualche progresso tecnologico che lo renda relativamente più sicuro. Tra l’altro, se fossimo veramente coerenti, noi non acquisteremmo tra il dieci e il quindici per cento di elettricità ogni anno dalla Francia, che la produce con il nucleare. La Francia infatti è meno dipendente dal gas ed è potuta intervenire per raffreddare l’inflazione da materie prime energetiche. Io mi auguro ovviamente che cambi anche la percezione nell’opinione pubblica, però bisogna fare un discorso di verità agli italiani, e cioè che non si può avere tutto.<br>&nbsp;<br><strong>Quanta della ripresa prevista grazie al PNRR sarà annullata dai costi della guerra? Dovremo rivedere il margine di crescita?</strong><br>Gli effetti sulla crescita li vedremo quando sarà scritto il prossimo DEF, cioè il mese prossimo. Lì dovremo calcolare quanto una maggiore inflazione riduca il numero dei progetti&nbsp; possibili dal PNRR. Fra l’altro nel codice degli appalti che si sta definendo in questi giorni è previsto un adeguamento automatico dei prezzi, cosa indispensabile perché altrimenti si fermerebbero i cantieri. È chiaro che una parte dell’effetto di crescita del PNRR, al netto dei possibili ritardi, è già stato mangiato dall’incremento dell’inflazione e naturalmente anche dalla crisi Ucraina, che cambia tra l’altro un paradigma, per cui nei prossimi anni saremo chiamati a investire di più in armamenti, comunque vadano le cose.<br>&nbsp;<br><strong>A causa del Covid prima e della guerra poi, il ruolo dell’Europa è cresciuto tanto negli ultimi mesi. Quale passo serve adesso per consolidare e rendere effettiva questa nuova Unione Europea?</strong><br>Un’Europa della difesa, che fu tentata ai tempi di De Gaulle e poi abortì. Noi abbiamo un’Europa con una sola potenza nucleare. Poi c’è tutto il tema del rapporto con la Nato. Abbiamo bisogno di un’Europa che sappia difendersi anche da sola perché probabilmente il contribuente americano non sarà più disponibile a sostenere costi che ha sostenuto dall’immediato dopoguerra e sta in parte continuando a sostenere ancora oggi. Tenendo conto del ridotto ruolo degli Stati Uniti c’è una necessità strategica legata alla nostra sicurezza e alla percezione della nostra insicurezza, che è ovviamente aumentata con la guerra in Ucraina. Non basta la NATO. Noi siamo molto distanti dai nostri impegni di spesa per armamenti rispetto al PIL, e se vogliamo investire negli armamenti da una parte e nella transizione energetica dall’altra, prima o poi dovremo chiederci chi paga, perché non ci si può solamente limitare ad indebitarsi come si sta facendo in questo periodo.<br>&nbsp;<br><strong>La Russia può fallire da un punto di vista finanziario?</strong><br>La Federazione russa è già fallita nel ’98, ai tempi di Eltsin. Qui probabilmente pagherà in rubli alcune scadenze, e stiamo parlando di pochi soldi rispetto alle cifre in gioco. La Russia però è un caso curioso, di un Paese che fallisce pur avendo i soldi per pagare i propri debiti ma non può usarli perché glieli abbiamo congelati. Il fallimento russo potrebbe avere conseguenze anche su emittenti del mondo occidentale. Certamente a catena sulle principali conglomerate russe in particolare dell’energia, questo è vero, però non possiamo pensare che un default russo non metta in circolo un veleno finanziario del quale non conosciamo la portata. Poi ricordiamoci che è vero, la Russia può fallire, ma è anche vero che ha un debito pubblico rispetto al PIL che è inferiore al venti per cento pur essendosi accollata i debiti delle repubbliche socialiste sovietiche che hanno ritrovato, dopo la caduta del muro di Berlino, la propria indipendenza.<br>&nbsp;<br><strong>Se la Cina sosterrà la Russia, come potrebbero cambiare gli equilibri?</strong><br>La Cina ha interesse a non ampliare le divisioni mondiali in questo momento, e ovviamente se uno guarda l’interscambio fra la Cina e l’Europa o fra la Cina e gli USA, e poi guarda l’interscambio fra la Cina e la Russia, capisce dove vanno gli interessi cinesi. Quindi i cinesi hanno tutto l’interesse ad avere un futuro senza confini nazionali ristabiliti in maniera marcata, senza ondate di protezionismo o interruzione delle catene internazionali del valore, altrimenti tutto il progetto della via della seta verrebbe compromesso. Inoltre il rapporto tra Cina e Russia, sotto il profilo dell’approvvigionamento energetico è molto proficuo: ricordiamo che c’è il gasdotto siberiano e ce ne sono in progettazione altri due. Inoltre la Russia ha circa il trenta per cento delle materie prime energetiche, soprattutto dei metalli strategici che saranno indispensabili per la transizione energetica e digitale, mentre la Cina è il principale acquirente di materie prime al mondo, ne ha una fame assoluta, benché abbia la proprietà di alcune terre rare. È significativo che alcuni paesi africani abbiano votato contro all’assemblea dell’ONU o abbiano un atteggiamento di astensione e falsa equidistanza.</p>



<p><strong>Che vuol dire?</strong><br>Che la Cina non solo si è comprata le terre rare, ma si è comprata interi paesi, che le serviranno. Cambiano quindi tutti i rapporti di forza a livello internazionale: c’è un rapporto più stretto a livello di materie prime energetiche tra Russia e Cina da un lato, ma c’è Pechino che dall’altro non vuole che si ritorni indietro lungo la strada della globalizzazione.<br>&nbsp;<br><strong>C’è ancora margine d’intervento sotto il profilo delle sanzioni economiche?&nbsp;</strong><br>Si può decidere di non comprare più il gas russo. Ovviamente questo avrebbe degli impatti molto forti, asimmetrici, ma sarebbe la dimostrazione che la nostra solidarietà è piena. Siamo pronti a questo passo? Penso di no, e allora forse ci accingiamo ad accettare qualche compromesso che forse nella fase iniziale dell’aggressione disumana della Russia nei confronti dell’Ucraina mai saremmo stati disponibili a prendere nemmeno in considerazione.</p>
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		<title>Luigi Marattin: con gli interventi dello scorso anno stanziati già diciotto miliardi contro il caro bollette</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 17:43:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A che punto siamo con la riforma del fisco? E&#8217; una delle riforme obbligatorie per avere i fondi del PNRR?Non è una delle riforme abilitanti del PNRR ma una riforma di accompagnamento. Ma al di là di questo, è una riforma che ci chiede l’economia italiana da tempo. L’ultima vera riforma del fisco fu fatta cinquant’anni fa, approvata dal Consiglio dei Ministri nel 1969, dal Parlamento nel 1971, entrata in&#8230;</p>
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<p><strong>A che punto siamo con la riforma del fisco? E&#8217; una delle riforme obbligatorie per avere i fondi del PNRR?</strong><br>Non è una delle riforme abilitanti del PNRR ma una riforma di accompagnamento. Ma al di là di questo, è una riforma che ci chiede l’economia italiana da tempo. L’ultima vera riforma del fisco fu fatta cinquant’anni fa, approvata dal Consiglio dei Ministri nel 1969, dal Parlamento nel 1971, entrata in vigore nel 1974. Quindi il fisco italiano, nelle sue caratteristiche principali, fu pensato prima dello sbarco dell’uomo sulla luna. In tutta evidenza, per la sua pesantezza, per la sua complessità, per il suo premere in modo eccessivo sui fattori produttivi è un fisco che riflette il secolo scorso. Non v’è dubbio che vada cambiato.</p>



<p><strong>Cosa è stato fatto finora?</strong><br>In legge di bilancio abbiamo approvato uno stanziamento di otto miliardi per ridurre le tasse, sette per la riforma dell’Irpef, uno per avviare l’abolizione dell’Irap. Nella delega fiscale sono previsti altri interventi come il completamento della riforma dell’Irpef modificandolo a tre aliquote, l’abolizione dell’Irap anche per le società di persone e le società di capitali, la codificazione delle norme tributarie in codici chiari, la riforma delle spese fiscali, la riforma del meccanismo con cui gli autonomi versano le imposte, e molto altro. Devo dire la verità, ora è tutto in stand-by perché oltre a questo vi è anche una ricognizione senza nessun effetto fiscale del valore di mercato degli immobili. Qui si prevede semplicemente di inserire accanto alla rendita catastale anche una colonna col valore di mercato per fornire a chi vorrà un’analisi sugli eventuali impatti redistributivi causati dall’attuale riforma.</p>



<p><strong>Questo non piace a molti.</strong><br>Le forze politiche non vogliono nemmeno avere tale fotografia, preferiscono forse non avere dati a disposizione. Io auspico che tutto ciò possa essere superato nel breve termine poiché non credo che la riforma di Irpef, Ires e le altre misure prima citate possano essere messe a repentaglio da una semplice fotografia statistica. Sarebbe una bizzarra battaglia ideologica. In Italia, è complesso anche solo citare il tema &#8220;casa&#8221;. Ma io non sono un fan di questo modo di fare politica.</p>



<p><strong>Un altro argomento tabù sono i cosiddetti bonus…</strong><br>Sul cosiddetto bonus 110 aspetto di vedere i dati finali: voglio vedere quanto alla fine sarà costato (moltissimo) e vedere anche l’effetto che avrà sull’economia italiana. È chiaro che costituisca una iniezione di adrenalina temporanea. Il fatto che lo Stato paghi interamente lavori di ristrutturazione, indipendentemente dal reddito del proprietario, è un qualcosa su cui si può discutere, anche per l’effetto che ha sui prezzi dei materiali edilizi. </p>



<p><strong>Draghi però senza nascondersi ha criticato il bonus edilizio, creato dal vecchio governo.</strong><br>Il Presidente Draghi si riferiva alla cedibilità illimitata dei crediti d’imposta di bonus edilizi, compresi quelli che abbiamo da vent’anni. Il punto è che un partito politico della scorsa legislatura, i 5 Stelle, ha insistito affinché questi bonus edilizi potessero circolare liberamente. Faccio un esempio: io faccio un lavoro a casa, lei impresa me lo fa, ho diritto ad uno sconto fiscale ma con questo sconto fiscale comincio a farci altre cose. Ecco, è chiaro che un meccanismo del genere dà ampio spazio a grossi raggiri, per l’esattezza più di quattro miliardi di truffe (di cui circa la metà sul bonus facciate).</p>



<p><strong>Ma questi bonus creano tutti debito cattivo oppure c’è un modo per crearli utilizzando debito buono?</strong><br>Noi abbiamo un linguaggio della politica un po’ strano. La parola bonus è diventata negativa a priori. Ogni tipo di incentivo mirato c&#8217;è il rischio che venga etichettato subito come bonus e quindi considerato in modo negativo. Bisogna valutare se è un intervento a carattere strutturale o temporaneo, se è un intervento che alza o no la produttività, se è un favore a qualcuno o no. La misura che detassa il salario di produttività, secondo l’attuale tassonomia è un bonus ma la considero una misura nel merito corretta. Occhio quindi a ragionare come dei tifosi in un derby. </p>



<p><strong>Quella sul reddito di cittadinanza è una discussione da derby?</strong><br>Anche questo è diventato un derby tra tifosi. Se dici una parola contro il reddito di cittadinanza vieni etichettato contro i 5 Stelle e Conte, se invece sei a favore di quella proposta devi difenderlo a spada tratta. Noi di Italia Viva abbiamo sempre detto la stessa cosa: il reddito di cittadinanza è uno strumento che ha voluto fare troppe cose contemporaneamente. Voleva trovare lavoro ai disoccupati e i dati ci dicono che solo il 3,8% di coloro che beneficiano del reddito di cittadinanza ha trovato lavoro a tempo indeterminato. Possiamo definirla una missione fallita.</p>



<p><strong>Come anche l’esperimento dei navigator</strong>.<br>Certo, tutto fallito. E questo è un dato di fatto. Il reddito di cittadinanza doveva supportare la povertà ma in realtà, da quando si è introdotto, la povertà è aumentata. Sicuramente bisogna tenere in considerazione altri fattori come la pandemia ma, ad ogni modo, anche prima del Covid-19 l’effetto netto sul tasso di incidenza della povertà è migliorato pochissimo, e probabilmente grazie alla crescita economica e non al reddito di cittadinanza.</p>



<p><strong>Come strumento di sostegno alla povertà, quali altri difetti presenta?</strong><br>Per esempio, penalizza le famiglie numerose. Oppure, non considera minimamente che la povertà sia un concetto multidimensionale, non soltanto economico. La povertà è anche educativa, energetica, sanitaria. Per agire su queste dimensioni vengono coinvolti i comuni dove i sindaci hanno spesso un rapporto personale con i cittadini e conoscono i poveri, le cause della loro marginalità, sanno come agire. Qui invece abbiamo un sistema diverso, c’è un sistema di controlli che ha fallito, abbiamo scandali e abusi di tutti i tipi.</p>



<p><strong>Mi risponda da un punto di vista istituzionale. È da abolire o da modificare?</strong><br>Nessuno nasconde che vi sia bisogno di uno strumento di contrasto alla povertà. Se si vuole si può tenere il nome di reddito di cittadinanza ma lo strumento va totalmente riformato e diversificato. Non può essere di ugual ammontare in tutto il Paese quando in Italia vi sono luoghi dove il costo della vita è completamente diverso. Se si vuole tutelare il potere d’acquisto reale bisogna tener conto anche di queste differenze.</p>



<p><strong>Con Renzi al Governo avevate messo in campo il reddito d’inclusione.</strong><br>Si. Poi, nel 2016, volevamo introdurre anche l’assegno di ricollocazione, uno strumento che ribaltava il concetto di formazione professionale mettendo al centro il disoccupato e non il centro di occupazione. Il meccanismo funzionava così: lo Stato mi dà un assegno che io spendo in un centro di formazione professionale di mia scelta e questo centro lo incassa solo se mi riqualifica, ovvero soltanto se mi fornisce le skills necessarie per rientrare nel mercato del lavoro. Questo sistema fu sperimentato solo in Lazio e in Lombardia, senza l’entusiasmo delle regioni.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Se vogliamo far davvero le politiche attive del lavoro quella competenza deve tornare allo Stato: le competenze per uniformare e migliorare l’intera economia italiana è bene che tornino a livello nazionale. Non perché lo Stato sia meglio delle regioni ma perché è necessaria una riforma di sistema.</p>



<p><strong>Parliamo del reddito minimo, chiamato anche reddito di dignità. In molti paesi europei è una strada che si considera da tempo. Qual è il suo pensiero?</strong><br>Io sono convinto che nei settori in cui esiste la contrattazione collettiva non ci sia bisogno di un salario minimo imposto per legge: da un lato potrebbe essere peggiorativo, dall’altro non sarebbe nell’interesse della contrattazione tra le parti sociali che, da liberale, ritengo sovrana. Ci sono alcuni settori in cui la contrattazione tra le parti già fissa un livello monetario più alto di quello che si discute.</p>



<p><strong>E nei settori in cui non vi è la contrattazione collettiva?</strong><br>In questi settori – e non sono pochi, diciamolo – si può discutere di un livello minimo sotto il quale non scendere. Volendo aprire questo vaso di pandora, mi interesserebbe di più fare una legge sulla rappresentanza sindacale così che non vi siano più contratti pirata o cose simili. Quando entriamo in questo campo ci sono altre misure più urgenti da emanare, fermo restando che sono a favore del salario minimo in posti non coperti da contrattazione collettiva.</p>



<p><strong>Cambiamo argomento. Un tema che riguarda famiglie, imprese, governo è il caro bollette. Sono stati stanziati quasi otto miliardi dal governo. È sufficiente come primo intervento? Ne serviranno altri?</strong><br>Sommando gli interventi dell’anno precedente si noterà che il governo ha stanziato circa diciotto miliardi contro il caro bollette. E sono tanti. Il problema è che il conto bolletta è aumentato di circa novantatré miliardi, e diciotto su novantatre sembra poco. Non possiamo pensare di scaricare tutto l’importo del caro bollette sulle finanze pubbliche perché in questo paese ogni volta che paga lo Stato si pensa che sia gratis: in realtà è pagata dalle tasse dei cittadini, attuali o futuri in caso sia debito.</p>



<p><strong>La politica energetica italiana non ha agevolato l&#8217;indipendenza energetica del Paese.</strong><br>Trentaquattro anni fa abbiamo deciso che in questo paese non si poteva più nominare la parola “nucleare”. Né con le vecchie centrali, né con la nuova ricerca. Non se ne può parlare. E vabbè. Carbone e petrolio sono due risorse che hanno un impatto dannosissimo sull’ambiente e non se ne può discutere. I rigassificatori pure non si possono fare. Soffriamo la dipendenza con il gas russo anche per questo, perché il gas naturale liquefatto non lo possiamo trasformare. Per costruire il TAP nel Salento è stata una battaglia, soltanto ora si è scoperto che il gasdotto va benissimo.</p>



<p><strong>Il gas nell’Adriatico?</strong><br>La Croazia lo estrae, noi no. Abbiamo avuto il Comitato No Trivelle.</p>



<p><strong>Quindi, come troviamo l’energia che ci serve?</strong><br>La compriamo dall’estero, per forza. Questa situazione è frutto di trent’anni di populismo energetico, che è nato forse anche prima del populismo sociale, economico, politico. Quindi, forse, onde evitare di trovarci ancora in questo stato tra vent’anni, trent’anni, dovremmo invertire la rotta e riconsiderare tutto il nostro portfolio energetico. Non guardiamo alla bolletta da pagare domani mattina, pensiamo più a lungo termine.</p>



<p><strong>Condivide la politica di Christine Lagarde di tenere ancora bassi i tassi e non alzarli come invece è accaduto in America?</strong><br>E&#8217; la domanda macroeconomica del momento. Nessuno sa se questa fiammata inflazionistica sarà temporanea o strutturale anche perché essendo in gran parte derivante dalla fiammata dei prezzi dell’energia, non sapendo nemmeno se questa fiammata energetica è o no strutturale, non possiamo sapere se lo sarà anche l’inflazione. In economia c’è abbastanza consenso sul fatto che finché non si vede una pressione sui salari si può stare relativamente tranquilli. La BCE si è limitata a dire che finora i round di contrattazione salariale sembrano in linea con la produttività: se vuoi avere i salari più alti devi avere la produttività più alta. I salari nel nostro paese sono bassi anche perché i dati sulla produttività del lavoro sono stagnanti da almeno trent’anni.</p>



<p><strong>Se però vi sarà qualche segnale di inflazione, potremmo assistere ad un aumento dei tassi, che tra l’altro sul mercato già stanno salendo.</strong><br>Il rendimento sui BTP decennali italiani ha sfondato il 2% per la prima volta dopo due anni. Per fortuna la durata media del nostro debito è alta (intorno agli otto anni) il che vuol dire che quando hai un balzo dei tassi questo balzo si trasmette molto lentamente al deficit, cioè al costo medio del debito. Questo grazie a scelte sagge di allungare la durata del debito pubblico. Ciononostante, un aumento dei tassi, se prolungato, può avere conseguenze gravi sulla finanza pubblica. Tutto va visto con molta attenzione, molto merito, poco populismo e poca demagogia.</p>
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		<title>In Ucraina conflitto tra autocrazie e democrazie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Feb 2022 11:26:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È davvero singolare che una certa parte di opinione pubblica attribuisca a USA, UE, Nato, Occidente in genere, la &#8220;colpa&#8221; di quanto sta avvenendo in Italia. Perché i Paesi Baltici (ci siete mai stati? Avete mai parlato con la gente comune a Vilnius, a Tallin, a Riga?) hanno paura della Russia? Perché la Polonia e altri Paesi dell&#8217;est (e gran parte del popolo dell&#8217;Ucraina se solo facesse parte dell&#8217;UE) vogliono&#8230;</p>
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<p>È davvero singolare che una certa parte di opinione pubblica attribuisca a USA, UE, Nato, Occidente in genere, la &#8220;colpa&#8221; di quanto sta avvenendo in Italia. Perché i Paesi Baltici (ci siete mai stati? Avete mai parlato con la gente comune a Vilnius, a Tallin, a Riga?) hanno paura della Russia? Perché la Polonia e altri Paesi dell&#8217;est (e gran parte del popolo dell&#8217;Ucraina se solo facesse parte dell&#8217;UE) vogliono stare sotto l&#8217;ombrello NATO?</p>



<p>Perché di qua, in Occidente, c’è la libertà. Purtroppo, sfugge a troppi Italiani che la differenza tra la Russia di Putin e i Paesi dell&#8217;est che vogliono stare nell&#8217;Occidente e nella NATO sta in questa divisione: quella è una autocrazia, se non una dittatura, e questi sono sistemi democratici.</p>



<p>Molti di noi sono così &#8220;Soloni&#8221; (sic!) che prima accusano Biden di urlare &#8220;al lupo, al lupo&#8221; per giustificare il suo interventismo, ma poi lo accuseranno di debolezza e di abbandonare il popolo ucraino se e quando la Russia invaderà l&#8217;Ucraina o parte di essa senza che USA, UE o NATO possano reagire, visto che se intervenissero, si scatenerebbe la terza guerra mondiale.</p>



<p>Il tema è tutto qui: si sta profilando all&#8217;orizzonte un conflitto tra autocrazie e democrazie in cui i valori di pace e di libertà delle seconde diventano il cavallo di Troia che le prime sfruttano per conquistare spazio e potere.</p>



<p>Sarebbe interessante, inoltre, chiedere ai giustificazionisti nostrani di Putin (quelli secondo cui, in fondo, l&#8217;ex KGB, sta solo riportando a casa una parte della &#8220;grande Russia&#8221;) cosa farebbero e direbbero se domani mattina la Germania invadesse il Sud Tirolo tedesco e bombardasse Bolzano o i Francesi facessero la stessa cosa ad Aosta. Staremmo lì a guardare? Diremmo &#8220;prego…si accomodino, tanto son vostri fratelli, mica nostri..&#8221;?</p>



<p>E, sfidando il politicamente corretto, lasciatemi dire un&#8217;ultima cosa, già sentita durante le guerre del Golfo: &#8220;è sempre e solo una questione di petrolio o di gas&#8221;. Eh già! Proprio così. Se qualcuno crede ancora che la guerra di Troia (1000 A.C.) sia scoppiata perché hanno rapito Elena si svegli. È stata la prima guerra commerciale dell&#8217;Occidente, per il controllo del Bosforo, del Mediterraneo e del mar Nero. Purtroppo i bisogni dei popoli nella storia o sono stati soddisfatti con il pacifico commercio e con la diplomazia o, ahinoi, con la guerra.</p>



<p>Il dittatore Putin sa che che l&#8217;Europa vive ed è l&#8217;area più ricca del mondo, con gli USA, grazie al gas che gli vende o che passa sul suo territorio attraverso l&#8217;Ucraina. Senza quell&#8217;energia siamo condannati a un futuro di povertà per almeno per i prossimi 15/20 anni, un tempo sufficiente per cambiare- molto in peggio &#8211; la nostra vita.</p>



<p>Intensifichiamo la diplomazia, paghiamo di più il gas se serve (e forse capiremo perché le bollette aumentano), ma occorre anche trovare il modo di placare lo strapotere di chi manda in galera gli oppositori, li uccide anche in terra straniera, ammazza i giornalisti, trucca le elezioni.</p>



<p>Biden non ha provocato questa crisi! E neppure la NATO o l&#8217;UE e se alcuni Paesi ex sovietici hanno chiesto di aderirvi è perché questa, a maggior ragione oggi, è la parte della libertà, quella libertà che il regime comunista sovietico prima e Putin oggi hanno calpestato per oltre 100 anni ormai.</p>



<p>Mi auguro che lo sforzo di Biden, di Macron e di tutti quelli che stanno lavorando per convincere il nuovo zar riescano. Ma se dovesse andare male, visto che non potremo intervenire per proteggere il popolo ucraino pena lo scatenarsi di una guerra globale, almeno si abbia il pudore di tacere e di evitare di fare altre ipocrite &#8220;marce della pace&#8221; che salvano solo la nostra coscienza a ulteriore prova che la strada dell&#8217;inferno è lastricata di tante buone intenzioni. Non dimentichiamolo!</p>
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		<title>Energia: l’Europa (e soprattutto l’Italia) deve compiere una scelta audace e decisa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2022 17:28:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mancano pochi giorni alla fine di gennaio, data cruciale per la Commissione&#160;europea&#160;che dovrebbe, salvo ulteriori rinvii, pubblicare il testo definitivo della tassonomia verde. A seguire, l’iter legislativo prevede all’incirca sei mesi di consultazioni della classificazione delle fonti energetiche etichettate come green e, di fatto, il provvedimento non entrerà in vigore prima dell’estate. La situazione è davvero caotica, da mesi infatti molti stati dell’Unione procrastinano queste scelte fondamentali fornendo dossier poco&#8230;</p>
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<p>Mancano pochi giorni alla fine di gennaio, data cruciale per la Commissione&nbsp;europea&nbsp;che dovrebbe, salvo ulteriori rinvii, pubblicare il testo definitivo della tassonomia verde. A seguire, l’iter legislativo prevede all’incirca sei mesi di consultazioni della classificazione delle fonti energetiche etichettate come green e, di fatto, il provvedimento non entrerà in vigore prima dell’estate.</p>



<p>La situazione è davvero caotica, da mesi infatti molti stati dell’Unione procrastinano queste scelte fondamentali fornendo dossier poco chiari, cambiando in corsa parametri e criteri scientifici, rimandando la data di scadenza.</p>



<p>La&nbsp;tassonomia&nbsp;dell&#8217;Unione Europea è un documento essenziale che&nbsp;farà da guida per gli investimenti privati nel settore energetico – investimenti necessari per raggiungere gli obiettivi del Green Deal 2030 e la neutralità climatica nel 2050. Il grande punto interrogativo, ancora irrisolto, è l’inclusione o meno di gas naturale e nucleare nella tassonomia verde.</p>



<p>A Bruxelles si è già giunti alla conclusione che entrambi vadano considerati come fonti energetiche in grado di facilitare la transizione ecologica. Il nodo da sciogliere sono i criteri indicati dalla Commissione per ottenere l’etichetta di “sostenibile” – i parametri assegnati sono troppo rigidi e vincolanti, tant’è che anche alcuni progetti ora in fase conclusiva rischierebbero di non rispettare i nuovi livelli prefissati dall’Unione.</p>



<p>Tralasciando gli aspetti più tecnici, in Europa si è riacceso il dibattito sul nucleare, alimentato anche dalla crisi energetica in corso. La principale diatriba è proprio quella tra Francia, lo Stato europeo che più trae benefici dalla tecnologia nucleare, e Germania, che assieme ad Austria e Spagna è contraria all’inserimento dell’atomo nella tassonomia green. Il fronte anti-nucleare è fermo sull’idea che la tecnologia sia dannosa, pericolosa. Dall’altro lato, vi sono paesi che difendono il mix energetico per la transizione e anzi, si impegnano a modernizzare i reattori esistenti e costruirne di ultima generazione per fronteggiare il fabbisogno energetico crescente.</p>



<p>E l’Italia? Da ormai qualche mese l’aumento del costo del gas ed energia elettrica ha spinto numerose personalità, politiche e non solo, ad evocare un ritorno del nucleare in Italia, promosso in primis anche dal Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani che, in più occasioni, ha ribadito come il nucleare di quarta generazione possa portare benefici non solo energetici ma anche economici.</p>



<p>Eppure, in Italia vige un monopolio dell’opinione pubblica riguardo i mezzi con cui realizzare la svolta green. C’è molta ipocrisia nel pensare che pannelli solari e pale eoliche possano garantire il fabbisogno energetico di cui abbiamo bisogno. Necessiteremo sempre più di energia e per restare in linea con i target europei saranno necessari dei radicali cambiamenti. Di fatto, dati alla mano, le due fonti che garantiranno un abbassamento drastico di emissioni CO2 e inquinamento sono proprio gas naturale e nucleare, quest’ultimo ormai divenuto un tabù nel nostro paese.</p>



<p>Nell’immediato, a causa della crisi pandemica e della crescente domanda globale di energia, l’aumento dei prezzi europei del gas è un problema che deve essere risolto ma Nord Stream 2, opera terminata, resta ancora inattiva. I due gasdotti, se funzionanti, raddoppierebbero l’importazione di gas naturale in Europa. È vero, vi sono controindicazioni politiche, specialmente nelle ultime ore con la tensione in Ucraina che aumenta, ma aprire un dialogo costruttivo con Putin sarebbe negli interessi europei. Volente o nolente, non possiamo fare a meno dal gas russo. Tutte le altre alternative sono inverosimili.</p>



<p>Guardando invece a prospettive a lungo termine, il nucleare è il futuro dell’energia. Cina e India già hanno iniziato questo percorso – attualmente vi sono 55 reattori in costruzione e 109 pianificati, la maggior parte di essi si trova in questi due paesi.</p>



<p>In Italia non abbiamo centrali, ma sfruttiamo il nucleare. Consumiamo e non produciamo. In un’ottica di strategia energetica, la diversificazione è la prima regola. È fondamentale che il nostro paese si applichi a favorire un mix energetico, aprendo anche ad investimenti sul nucleare di ultima generazione. Non partecipare a questa sfida tecnologica ed energetica significa perdere indipendenza e autonomia. Questo vale per l’Italia ma anche, naturalmente, per la nostra Unione.</p>



<p>Non avremo mai un’Europa padrona del proprio destino, autonoma nelle scelte produttive e strategiche, se prima non possiede il carburante necessario per accendere il suo motore.</p>



<p>In una causa comune come quella della lotta al cambiamento climatico è fondamentale avere una visione a lungo termine, non miope, ed essere protagonisti nell’innovazione tecnologica.</p>
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		<title>Ivan Faiella: al G20 si affidano le politiche e al Cop26 gli obiettivi. La sostenibilità ambientale deve andare di pari passo con la sostenibilità politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Nov 2021 10:45:04 +0000</pubDate>
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<p><strong>Ivan Faiella, coordinatore della task force per la finanza sostenibile per il G20 della Banca d’Italia. Si è appena concluso il G20 e sta per partire, sotto la guida britannica il Cop26, ossia il ventiseiesimo vertice dedicato all’emergenza climatica. In che momento siamo della lotta i cambiamenti climatici?</strong><br>La discussione del G20 sull’emergenza climatica è in realtà una novità di quest’anno voluta dall’Italia, non perché non fosse stata tentata negli anni precedenti, ma perché il G20 è una realtà cui partecipano anche Paesi che fanno una importante quota di Pil esportando fonti fossili, che sono responsabili di circa i tre quarti delle emissioni di Co2 e di altri gas serra. È evidente che questi stati non abbiano mai amato che all’interno dell’agenda dei G20 si affrontassero questi temi. Quest’anno la presidenza italiana, basandosi sulle tre parole d’ordine People, Planet e Prosperity è stata assai tenace, e ha introdotto con un certo successo la questione climatica.</p>



<p><strong>Lei ha fatto parte della task force per la finanza sostenibile. Come si sono svolti i lavori?</strong><br>La nostra track, quella dei ministri finanziari, ha fatto un buon lavoro e ha anche beneficiato del cambiamento al vertice dell’amministrazione americana. Noi ad esempio abbiamo ricostituito un gruppo che era stato politicamente ucciso dalle precedenti presidenze, che si chiama “Sustainable finance work in group”, che si occupa di finanza sostenibile. Abbiamo chiesto a Cina e Usa, che sono i due maggiori emettitore di gas serra del mondo, di gestirlo. La cosa ha avuto ovviamente anche una valenza politica perché loro sono in grado, ciascuno nella propria sfera, di far avanzare l’agenda. Questo credo sia stato un grande successo che si è anche portato dietro una serie di conseguenze tra cui il riferimento al carbon pricing, ossia quel concetto per cui si vuol dare un prezzo alle emissioni.</p>



<p><strong>Un lavoro consegnato al Cop26?</strong><br>Sono progressi che possono aiutare il Cop26, come in una divisione di compiti per cui al G20 si affidano le politiche e al Cop26 gli obiettivi. Ricordiamo che il Cop26 riunisce tutti i paesi del mondo, tutte le parti che hanno siglato l’accordo quadro delle Nazioni Unite nel lontano 1992. Al Cop26 spetta dunque individuare i target, ad esempio quello di mantenere l’aumento della temperatura entro i due gradi, mentre al G20 compete capire come, quando e quanto efficacemente conseguirlo con politiche fiscali, energetiche o tecnologiche.</p>



<p><strong>E’ ottimista?</strong><br>Al netto di tutto si, sono ottimista, perché c’è una volontà di far vedere anche alle proprie popolazioni un certo impegno ambientalista. Nei giorni scorsi l’Arabia Saudita, ad esempio, ha dichiarata di voler raggiungere una carbon neutrality entro il 2060.</p>



<p><strong>Né la Cina né la Russia hanno partecipato però al G20.</strong><br>Sono stati i loro rispettivi leader a non partecipare, ma posso assicurare che almeno la Cina, con cui abbiamo direttamente lavorato, ha interagito molto bene con noi e in modo molto motivato. Ragion per cui sarei veramente stupito che la negoziazione cinese all’interno della Cop26 non fosse più che seria. L’assenza dei leader, quindi, che forse costituisce comunque un segnale politico, non deve troppo preoccupare.</p>



<p><strong>Non tutti i paesi sono uguali però, né per volume di emissioni né per responsabilità trascorse. Come si condivide la responsabilità dell’ambiente tra realtà così diverse?</strong><br>Immaginiamo di emettere ogni anno dei gas serra. Le emissioni di gas serra hanno questa caratteristica, che si fermano in atmosfera. È come se noi avessimo un secchio. Le emissioni sono il rubinetto che noi apriamo determinando quanta acqua entra in quel secchio in un certo anno. Il secchio ha un piccolissimo buco, costituito dagli assorbimenti naturali di Co2, per cui entra molta più acqua di quella che esce. Il livello del secchio, ossia la concentrazione di Co2 in atmosfera, è quello che determina l’aumento delle temperature.</p>



<p><strong>Il secchio però è stato riempito, nel passato, dall’industrializzazione dei paesi avanzati, fondamentalmente i paesi europei, gli USA e il Giappone.</strong><br>Infatti, negli accordi delle Nazioni Unite c’è un concetto che si chiama “Common but differentiated responsability”. È una questione che dobbiamo affrontare insieme, cioè, ma sia ben chiaro che ci sono delle differenze, perché alcuni e non altri hanno già riempito il secchio per una buona quota. Nell’accordo di Parigi si è stabilito che entro il 2020 ci sarebbe dovuto essere un trasferimento di almeno 100 miliardi di dollari annui dai paesi più avanzati a quelli meno avanzati. Il problema è che quando è stato stabilito quel principio si è stati molto vaghi nello stabilire che cosa si dovesse intendere per climate finance. Sono soldi pubblici? Grants senza tassi d’interesse? Sono prestiti? Sono finanziamenti privati? Questa sarà la questione dirimente, perché è molto più efficiente dal punto di vista economico costruire domani una centrale in Cina piuttosto che fermarne una a gas in Europa e sostituirla con una di rinnovabili. Ovviamente c’è un problema anche politico: chi vuol finanziare i propri possibili futuri competitor?</p>



<p><strong>È possibile immaginare una dipendenza esclusiva da energie rinnovabili?</strong><br>Secondo me no. Almeno non nel breve e medio periodo per la concomitanza di due fattori. Il primo è che vogliamo elettrificare il più possibile gli usi di energia. Nel trasporto, ad esempio, o nella trasformazione del riscaldamento da riscaldamento a gas in riscaldamento con pompe di calore. Questo significa che dobbiamo avere una domanda di energia elettrica che cresce sempre di più. Questo a sua volta implica che non soltanto dobbiamo aumentare le rinnovabili ma che abbiamo bisogno di mantenere anche una quota di combustibili. Adesso in Italia le rinnovabili fanno circa il 40% del totale, ma se escludiamo l’idroelettrico, la quota è ancora più piccola, e nel mondo le rinnovabili faticano ad arrivare al 10%. Il problema è il meccanismo di funzionamento del sistema elettrico perché il grosso del funzionamento di queste rinnovabili, è a energia variabile. Di notte non c’è il solare, per intenderci. Ci sarà così sempre bisogno di una quantità di energia comunque disponibile, per poter accendere la lampadina anche di notte.</p>



<p><strong>Poi ci sono alcuni settori, come il petrolchimico, che è molto difficile pensare di decarbonizzare. Non attualmente, almeno.</strong><br>Questo non significa che non dobbiamo tentare di avere la più ampia penetrazione possibile di rinnovabili. Il nostro Paese storicamente dipende da Russia, Algeria e Libia per il petrolio e per il gas. Le energie rinnovabili ci affrancano quindi dalla dipendenza dagli stati esteri, cosa che fa bene alla nostra economia ma sulla quale occorre essere realisti e comprendere quali sono i limiti tecnologici che ci troviamo davanti. Soprattutto non dobbiamo vendere la transizione ecologica come qualcosa in cui ci guadagnano tutti.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>La sostenibilità ambientale deve andare di pari passo con la sostenibilità politica. Inutile raccontare bugie agli elettori. Occorre chiarire che questa cosa, che avrà benefici, sarà costosa e imporrà quindi di compensare quella porzione di popolazione più vulnerabile e meno capace di adattarsi. Lo vedremo con l’aumento delle bollette: ci sono delle famiglie in situazione di povertà energetica, in cui questi aumenti producono una trasformazione di budget familiare. Io avrei destinato, ad esempio, un po’ meno risorse di quelle scattate a compensare questi aumenti, ma in modo più specifico a sostegno di queste famiglie in modo da aiutarle ad affrontare le difficoltà della transizione.</p>



<p><strong>Possiamo già imputare alla transizione i recenti aumenti in bolletta?</strong><br>Il costo finale della corrente elettrica per gli utenti domestici ormai è appesantito per circa un quarto dai costi del passato di incentivazione delle rinnovabili. Di quell’aumento non ci eravamo tanto accorti perché la bolletta è fatta di tante cose. Si consideri che la variazione di costo della materia prima incide per il trenta per cento sul totale e il resto sono tasse e costi di sistema. Nell’aumento recente, secondo la comunicazione della Commissione Europea, circa un quarto sembra legato al sistema di scambio delle emissioni: ognuno ha un proprio tetto di emissioni, chi emette oltre quel tetto deve comprare dei permessi per emettere di più mentre chi emette di meno può vendere quei permessi. Questo, poiché la Commissione ha ritirato quei permessi in coerenza con i più ambiziosi target di riduzione delle emissioni, ha indotto un grande aumento dei prezzi.</p>



<p><strong>E il gas?</strong><br>Il punto è che lo shock viene dal prezzo del gas ed è legato in un certo senso alla transizione: se io chiedo alla Cina di limitare l’uso del carbone, la Cina sostituisce il carbone con il gas contribuendo ad innalzare enormemente la domanda con conseguente rincaro del suo prezzo. Quindi, per paradosso, rischiamo di spegnere qualche centrale a gas per accendere qualche centrale a carbone.</p>



<p><strong>Notizie non buone.</strong><br>In realtà questo aumento dei prezzi dovrebbe perfino essere una buona notizia perché ci sono due modi per realizzare la transizione. Il primo è aumentare il prezzo delle emissioni, così aumentando il prezzo dell’energia. Il secondo è che, se aumenta il prezzo dell’energia si tende a conservarla di più così aumentando l’efficienza energetica. Decarbonizzazione ed efficienza energetica sono i due cardini della transizione. Se appena aumenta il prezzo, però, noi lo ammazziamo, abbiamo un atteggiamento un po’ isterico. C’è la forte aspettativa che questa sia una cosa congiunturale e non strutturale. Secondo me una componente strutturale, come ho detto, c’è.</p>



<p><strong>Pare che si stia riprendendo a dibattere sul nucleare. È una strada percorribile?</strong><br>Parliamo prima dell’Italia, dove c’è un atteggiamento abbastanza isterico sul nucleare. Se la domanda è se ha senso costruire centrali nucleari la risposta è no, perché ci vorrebbero quindici anni per costruirle e perché i costi sono elevatissimi. Ha senso fare quello che sta facendo la Germania, ossia chiudere le centrali nucleari e tenere il carbone fino al 2039? È la corazzata Potemkin delle politiche climatiche, non ha alcun senso, perché si prolunga la vita di centrali con alta emissione di Co2 e si chiudono centrali che emettono zero Co2. Inutile, tanto le scorie prodotte le dovrai comunque gestire. Il nucleare è una fonte non inquinante a breve termine che ha il grande problema del trattamento delle scorie a lungo termine.</p>



<p><strong>Andando oltre l’Italia?</strong><br>Se si fa un discorso più generale, la Commissione ha proposto una tassonomia degli investimenti sostenibili per cercare di individuare le tecnologie migliori. Su nucleare e gas non si era pronunciata mentre ora, stando alle dichiarazioni della Von der Leyen, sembra ci sia stato un brusco ripensamento, molto intelligente a mio modo di vedere, nel senso che per fronteggiare l’emergenza climatica dobbiamo avere tutto il portafoglio di tecnologie disponibili per decarbonizzare. In questo caso direi che l’ottimo è nemico del bene anche nelle politiche climatiche, perché se si vuole agire davvero occorre farlo con politiche realistiche. Vedo chiaramente un ruolo del gas a venti-trent’anni e un ruolo anche del nucleare.</p>



<p><strong>Gli eventi estremi cui abbiamo assistito nelle ultime settimane dipendono dal cambiamento climatico?</strong><br>Le immagini che vediamo fanno impressione ma dobbiamo comunque osservare il trend e non gli episodi. Il trend è chiaramente di cambiamento nei pattern delle precipitazioni, nel senso che hai lo stesso volume di precipitazioni ma ce l’hai concentrate in pochissimi spazi. Gli effetti non sono però legati soltanto al cambiamento climatico, ma anche a come hai gestito e amministrato il patrimonio. In questo il nostro Paese i problemi ce li ha a prescindere.</p>



<p><strong>Che fare?</strong><br>Manca forse un’idea generale perché è importante fare mitigazione, cioè ridurre le emissioni, ma dobbiamo anche adattarci. Dovremo sopportare gli effetti dei cambiamenti climatici in atto, quindi dobbiamo comunque prepararci. Per farlo potremmo cominciare magari a pensare di bloccare, meglio ancora ridurre, l’impermeabilizzazione del suolo, e adottare tutte le strategie che ci permettano di contenere l’impatto dei cambiamenti sul territorio. Si tratta di interventi che devono stare nelle priorità assolute dei governanti centrali e locali.</p>
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