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	<title>Green pass Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Green pass Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>L&#8217;Europa c&#8217;è. Viva l&#8217;Europa.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Dec 2021 19:46:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci vuole una cieca e inattaccabile fiducia nella scienza e nelle Istituzioni, nazionali ed europee, per superare questa crisi. Non bisogna essere insomma un Di Maio qualunque, che l’educazione civica ha iniziato ad apprenderla dopo quasi dieci anni di presenza attiva tra le seggiole più delicate e prestigiose della nostra Repubblica. Diversamente il rischio, comprensibile, rischia di essere quello di ribaltare il tavolo e salirci sopra, sventolando la bandiera dell’anarchia.&#8230;</p>
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<p>Ci vuole una cieca e inattaccabile fiducia nella scienza e nelle Istituzioni, nazionali ed europee, per superare questa crisi. Non bisogna essere insomma un Di Maio qualunque, che l’educazione civica ha iniziato ad apprenderla dopo quasi dieci anni di presenza attiva tra le seggiole più delicate e prestigiose della nostra Repubblica. Diversamente il rischio, comprensibile, rischia di essere quello di ribaltare il tavolo e salirci sopra, sventolando la bandiera dell’anarchia.</p>



<p>Non si spiegherebbe altrimenti perché anche il governo guidato dal Migliore, anche la struttura commissariale guidata dal Migliore, rischiano quotidianamente ormai di cadere negli stessi errori di chi migliore non era, non è stato e probabilmente mai sarà.</p>



<p>In poche settimane la validità del green pass è stata portata da sei a dodici mesi. Poi a nove, nuovamente a sei e infine a cinque.</p>



<p>Gli Hub vaccinali sono stati chiusi proprio in previsione della quarta ondata pandemica e ora servirà del tempo per rimettere la macchina a regime.</p>



<p>Fortunatamente sono operative le farmacie, che meno di un anno fa venivano osteggiate perché ritenute rifugio dei liberali da salotto piuttosto che rete di protezione e assistenza nazionale.</p>



<p>In una settimana si è prima stabilito che con un solo studente positivo si doveva mandare in DAD l’intera classe. Poi una direttiva commissariare ha superato l’interpretazione ministeriale tornando alla decisione di mandare in DAD solo le classi con tre studenti positivi. In realtà dipende dalle classi, ma sorvoliamo sui particolari.</p>



<p>Di esempi, spulciando le comunicazioni del governo, della struttura commissariale e delle regioni se ne potrebbero trovare alcune altre decine. Non abbiamo analizzato, ad esempio, la linea discontinua per non dire schizofrenica sulle manifestazioni pubbliche e sulla sicurezza. Né è entrato nel vivo il confronto sui vaccini ai più piccoli.</p>



<p>Ancora più devastante appare il quadro se solo allarghiamo l’obiettivo all’Europa e al resto del mondo. Pur volendoci solo mantenere al versante Occidentale. Un comportamento a elastico, spesso irrazionale e irragionevole, che ha moltiplicato i dubbi nella scienza e nella corretta e lucida amministrazione.</p>



<p>Insomma, la linea della ragione sembra dileguarsi davanti a questa bestia che è la pandemia da Covid19. Solo una impermeabile fiducia nella scienza e nelle Istituzioni può consentire che quell’elasticità non si spezzi frustando, come nel gioco che facevamo quando eravamo bambini, le nostre Istituzioni insieme alle nostre dita.</p>



<p>È vero che spesso si va ancora a tentoni, dopo quasi due anni di pandemia. L’arrivo di una nuova variante, in poche ore, è capace di mandare in tilt mesi di analisi e di programmazione.</p>



<p>Di sicuro però i governi e le stesse commissioni tecniche, a partire dal CTS, devono imparare a comunicare meglio quello che prima analizzano e poi decidono.</p>



<p>Altrimenti anche la più incrollabile fede nelle Istituzioni, alla lunga, rischia di incrinarsi. Col pericolo, come ha ben spiegato Marco Minniti a questo giornale, di affidare le diverse e tutte legittime paure che spaventano i cittadini ai tanti cattivi maestri che operano per indebolire la forza della democrazia.</p>



<p>Fortunatamente c&#8217;è l&#8217;Europa. Ursula Von der Leyan ha giustamente aperto all&#8217;obbligo vaccinale. Si tratta di un passaggio fondamentale ed epocale per consentirci di percorrere, in modo unitario e non isolato, l&#8217;ultimo metro della lotta comune alla pandemia, la peggiore minaccia sociale dell&#8217;ultimo secolo. Dopo il PNRR, l&#8217;obbligo vaccinale. L&#8217;Europa c&#8217;è. Viva l&#8217;Europa.</p>
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		<title>Guido Rasi: il vaccino è sicuro, non è sperimentale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Nov 2021 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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<p><strong>A che punto siamo con il virus in Italia. Possiamo dire di essere all’inizio di quella che viene definita la quarta ondata pandemica?</strong><br>Sicuramente siamo all’inizio della quarta ondata pandemica. Siamo ancora in un equilibrio relativamente buono, con la possibilità di entrare in una fase di plateau, di relativa stabilità. Ovviamente è un equilibrio estremamente fragile. I nostri comportamenti saranno fondamentali e le misure che si stanno studiando sono finalizzate a stabilizzare questa situazione molto delicata. In Europa siamo invece circondati da situazioni esplosive.</p>



<p><strong>Come mai in Europa si vivono situazioni che lei definisce più “esplosive” di quella italiana?</strong><br>Mi piacerebbe dire, in modo breve, perché siamo stati più bravi. Sicuramente abbiamo una delle percentuali di vaccinazione più alta, fatta in tempi relativamente brevi. La velocità ha un valore enorme perché riduce le possibilità del virus di circolare e infettare altre fette di popolazione. Mediamente, come comportamenti individuali, molti italiani osservano in modo automatico le raccomandazioni più comuni, come l’uso della mascherina e una corretta igiene. </p>



<p><strong>Poi abbiamo introdotto il green pass.</strong><br>Che è uno strumento controverso ma che ha un suo grande valore in termini di salute pubblica, in termini di gestione delle pandemie. In definitiva identifica una popolazione a minor rischio rispetto a una popolazione a maggior rischio e consente alla popolazione a minor rischio un grado di confidenza e di azione più ampia. E questo ha funzionato, anche indirettamente, come incentivo per le vaccinazioni. Non va sottovalutato. Noi abbiamo questo vantaggio e ce lo dobbiamo tenere stretto.</p>



<p><strong>Questi sono i punti forti. Se dovesse individuare i punti deboli nella lotta italiana al covid, quali indicherebbe?</strong><br>I due punti deboli della campagna vaccinale sono la disomogeneità per territorio e per età. La disomogeneità crea delle comunità di non vaccinati dove il virus ha grande facilità di essere mantenuto in circolo. L’altra grossa debolezza è quella di non avere fatto misure strutturali. Il primo grosso elemento di debolezza sono i trasporti pubblici. Giustamente usiamo il green pass per i treni a lunga percorrenza mentre nel quotidiano non abbiamo usato le stesse misure. </p>



<p><strong>Di chi è la responsabilità?</strong><br>Direi che le autorità locali hanno sicuramente mancato un po’ di iniziativa. Bisognava investire in personale che aiutava le persone a mantenersi a distanza. Quello che con maggiore attenzione abbiamo adottato e osservato durante la prima fase pandemica. Questo è mancato, a scuola come nei trasporti, è mancato nella gestione dei flussi.</p>



<p><strong>L’utilizzo del vaccino è stato determinante e il generale Figliuolo ha imposto un cambio di passo evidente. Stanno per arrivare anche i primi farmaci antivirali che conviveranno col vaccino?</strong><br>I farmaci antivirali sono molto benvenuti perché si uniscono al vaccino. Tradizionalmente la lotta alle malattie infettive si basa su questi due cardini: la vaccinazione per prevenire e il farmaco per curare quando la prevenzione non sia andata in porto. Teniamo conto che per motivi immunologici il 6% dei vaccinati non risponde al vaccino, spesso perché ha delle patologie sottostanti. C’è poi un declino complessivo nei sei mesi che speriamo di compensare con la terza dose. Anche i vaccinati in misura molto minore, nove volte meno degli altri, si infettano quindi avere i farmaci è fondamentale. </p>



<p><strong>Sappiamo già che efficacia hanno?</strong><br>Vedremo come performano questi farmaci che, essendo antivirali sono validi solo i primi quattro o cinque giorni, dopo non hanno più effetto, quando subentra la fase infiammatoria della malattia. Ma benvengano, insieme a un maggiore uso dei monoclonali, coi quali si sta prendendo confidenza. Avere un arsenale di armi diversificate è un grande vantaggio.</p>



<p><strong>Pe quanti anni sarà necessario effettuare regolarmente il vaccino così come succede con l’antinfluenzale?</strong><br>E’ una domanda molto impegnativa, come tutte le previsioni. Da immunologo qualche speranza sulla terza dose, che duri un po’ di più, la ho. E’ la logica del sistema immunitario: con la prima dose hai lo stampo, capisci quale anticorpo produrre; con la seconda dose ne produci in grande quantità; con la terza stabilizzi la memoria immunologica. Se anche questo virus ci consente di essere nei canoni classici di immunologia, cosa che non è detta, potremmo con la terza dose avere un po’ più di respiro. </p>



<p><strong>Si arriverà a una fase di endemizzazione di questo virus?</strong><br>Prima o poi accadrà e quindi il massimo che potrà succedere è di fare una dose ogni anno, soprattutto per le categorie fragili. C’è ancora la speranza, tra un anno o un anno e mezzo, di non sentirne più parlare. Ma è una speranza. Non ho la sfera di cristallo e qui di sfere di cristallo si parla. Non ci sono altri elementi scientifici per questo tipo di previsioni.</p>



<p><strong>Lo vediamo anche con il continuo cambio di durata del green pass.</strong><br>Mi rendo conto che è molto impopolare questo continuo cambio. Non aiuta all’accettazione delle regole, però è un dato di fatto. La diminuzione della copertura immunologica dopo sei mesi era una ipotesi ma è stata verificata solo di recente. L&#8217;attendibilità dei tamponi antigenici, ormai eseguiti anche da tanti operatori non addestrati a farlo, è scesa intorno al 60% e se ne sta prendendo atto adesso. Necessariamente i pochi strumenti che abbiamo dobbiamo utilizzarli adattandoli alla realtà.</p>



<p><strong>Lei è stato il direttore di EMA. Alle agenzie c’è chi rimprovera che sono state tralasciate le certificazione per farmaci che curano altri tipi di malattie per concentrarsi sui vaccini per il covid. E&#8217; così?</strong><br>E’ vero solo in parte. Non ci sono grandi ritardi. Io posso parlare per l’EMA, dove è stata organizzata una task force imponente per quanto riguarda il covid con persone esperte in virologia e malattie infettive. Gli oncologi ad esempio hanno continuato a lavorare nei tavoli dell’oncologia. I comitati decisionali sono stati un po’ ingolfati dal covid? Sicuramente si ma non è lì il grosso ritardo. Purtroppo il grosso ritardo non è nelle agenzie regolatrici ma negli ospedali che hanno dovuto riconvertirsi e dedicare tutte le energie al Covid.</p>



<p><strong>Molti cittadini scettici chiedono: come si è arrivati in pochi mesi ad avere il vaccino contro il covid quando generalmente ci vogliono anni per ottenere questi risultati?</strong><br>E’ uno dei dubbi ricorrenti che poi si completa con la frase: &#8220;è ancora sperimentale&#8221;. La risposta è molto semplice. C’è stato uno spiegamento di forze intellettuali, scientifiche ed economiche massivo. La sperimentazione è stata rapida. Faccio l’esempio dell’Ebola. Per l’Ebola ci sono voluti cinque anni perché nel momento in cui doveva esser fatta la sperimentazione sulle persone finiva l’outbreak pandemico. Quindi per arruolare tremila persone per l’Ebola ci sono voluti cinque anni, perché non c’erano &#8211; fortunatamente &#8211; sufficienti malati. Qui questo problema non c’è stato. In tre, quattro settimane si son potuti arruolare quarantamila pazienti. </p>



<p><strong>Quanto serve mediamente per un vaccino?</strong><br>Un vaccino medio viene approvato con cinque/seimila pazienti. Col covid si è trovata la disponibulità di quarantamila persone in poche settimane perché il virus c’era, l’esposizione c’era, i malati c’erano. Quindi il primo fattore è stato la riduzione da cinque anni a tre settimane per disponibilità del materiale &#8211; mi spiace usare così il temine &#8211; umano.</p>



<p><strong>Secondo motivo?</strong><br>Quindici miliardi messi ad aprile su un consorzio di 120 ditte che condividevano i brevetti. Sequenza del virus a disposizione di 120 potenziali produttori in sette giorni. Con l’Ebola ci sono voluti 12 anni. Questi sono le cose che hanno fatto la differenza. La tecnologia a mRNA, in studio da vent’anni, già approvata dall’EMA, prima al mondo, per un tumore, quindi già sperimentata sull’uomo, ha avuto la forza economica per poter essere messa a sistema. </p>



<p><strong>Altra accusa è che il vaccino è ancora sperimentale.</strong><br>Le tre classiche fasi sperimentali sono state completate, quindi non è sperimentale il vaccino. Uno dei tre pilastri dell’approvazione è la qualità. E’ stato imposto fino al 2023 di continuare a certificare la qualità perché sappiamo che per un farmaco nuovo la stabilità non è un dato scontato, soprattutto quando si continua ad aprire nuovi stabilimenti e a riprodurre lo stesso sistema dove non c’è stata esperienza. Fino al 2023 è la qualità che deve essere continuamente certificata. Altre due condizioni sono state imposte.</p>



<p><strong>Quali?</strong><br>L’obbligo di continuare la sperimentazione su altre popolazioni, segnatamente le fasce di età dai 18 ai 12 anni e dagli 11 ai 5. Sperimentazioni che eticamente avvengono di solito dopo una certa esperienza sugli adulti. L’altra condizione, ancora più importante, è la stabilità del prodotto, soprattutto per quelli a mRNA. Si ricorda che all’inizio si conservavano solo a meno settanta gradi, adesso sono stati stabilizzati un po’ di più. Come EMA abbiamo imposto di continuare le prove di stabilità sino al 2023 per provare a consegnarli e distribuirli rapidamente nei posti più remoti del mondo dove non sono garantite le condizioni che abbiamo in Europa per la stabilità della sostanza. Queste sono le tre condizioni e nulla hanno a che fare con la sperimentazione. E’ un tema che viene usato in buona fede, e in non buona fede, per dire che è ancora sperimentale. Non è sperimentale.</p>



<p><strong>Per i più giovani l’EMA dovrebbe dare l’autorizzazione a breve. Qual è la situazione?</strong><br>L’EMA dovrebbe dare l’autorizzazione entro lunedì 29 novembre. E’ già importante avere un vaccino disponibile, alla dose giusta, che ha dato nelle prove sperimentali ottimi risultati, sia di efficacia che di sicurezza. Sarà l’AIFA a decidere sull’uso del vaccino su questa popolazione ma io sono convinto che l’ultima parola spetterà ai pediatri, che monitorizzano negli ospedali e sanno cosa vedono. Sappiamo già che il 20/25% di tutti gli infettati in questo momento in Italia sono in quella fascia di età. </p>



<p><strong>Sembra tantissimo.</strong><br>Per questo direi che hanno titolo a parlare le agenzie regolatorie per quanto riguarda efficacia e sicurezza, i pediatri per quanto riguarda l’opportunità di vaccinare in massa o singole sottopopolazioni di pazienti pediatrici che abbiano particolare rischio per gli effetti del covid. Ricordo che nel bambino già si è visto qualcosa che può essere assimilabile al long covid nell’adulto. Non sappiamo se i danni del long covid del bambino saranno permanenti o solo molto prolungati. Con questo dubbio, se toccasse a me decidere, mio figlio lo vaccinerei.</p>



<p><strong>Se toccasse a lei decidere se rendere il vaccino obbligatorio?</strong><br>Prima di renderlo obbligatorio di massa dai 5 agli 11 anni vorrei vedere i dati pediatrici. La società italiana di pediatria si è espressa già a favore. Si è riservata di vedere quali sono i termini autorizzativi, qual è il beneficio/rischio che dichiarerà l’agenzia regolatoria. Se l’agenzia regolatoria si regolasse così e se le società di pediatria dicono questo io lo renderei obbligatorio.</p>



<p><strong>Per il resto della popolazione? Renderlo obbligatorio?</strong><br>Tendenzialmente si. Mi rendo conto della difficile implementabilità e quindi pragmaticamente direi: obbligatorietà a tutte quelle popolazioni che costituiscono un reale rischio di circolazione e mi riferisco a dipendenti pubblici e forze dell’ordine. Poi tutte le popolazioni che sono a stretto contatto stretto col pubblico: da chi sta alle casse dei supermercati al personale di trasporto. Per tutte queste persone sicuramente ci vuole l’obbligo. </p>



<p><strong>Il suo parere?</strong><br>Personalmente io sono favorevole all’obbligo ma non sono un giurista, non so quali problemi pone e siccome mi sembra che l’obbligo ragionato, per categorie a oggettivo maggiore rischio stia funzionando, ritengo che sia una buona via da perseguire.</p>



<p><strong>In che tempi potranno essere sviluppati quei programmi che puntano a portare i vaccini nei paesi economicamente meno forti?</strong><br>E’ fondamentale che tutti questi programmi siano sempre più sviluppati. Inutile ripetere quanto è importante la vaccinazione globale per avere anche effetti locali. Il problema dei vaccini nei paesi che sono indietro con la vaccinazione non è solo un problema di dosi, non è solo la conservazione, per risolvere la quale dovrebbero arrivare i vaccini proteici, a più facile distribuibilità e conservazione.</p>



<p><strong>Qual è allora?</strong><br>Uno dei problemi più grossi è la distribuzione sul territorio. Servono interventi importanti dei governi locali e dell’ONU, che dovrebbero organizzare programmi di distribuzione e sensibilizzazione. Ci sono interi paesi dove le religioni locali e meno locali sono il vero ostacolo.</p>



<p><strong>Cosa ci dice sulla proposta di liberalizzare il brevetto?</strong><br>E’ una stupidaggine pensare che la liberalizzazione del brevetto dia la possibilità di produrre vaccini in tutto il mondo. Il trasferimento di tecnologie così complesse e articolate non è semplicemente rilasciare il brevetto ma fare il trasferimento tecnologico, mettere su impianti della sofisticatezza adeguata a produrre un prodotto complesso. Bisognerebbe fare dei ragionamenti un po’ meno populistici e più seri, con programmi articolati. Covax è un buon programma; Cepi è un altro buon programma. Però ci vuole l’autorità mondiale, che è l’OMS, che li metta insieme e inizi a mettere i governi interessati al tavolo per far si che le risorse che vengono distribuite non siano carità ma progetti organici ed efficaci.</p>



<p><strong>Lei crede che la vaccinazione potrà procedere anche senza lo stato di emergenza?</strong><br>Non sono un giurista quindi parlo di stato di emergenza in termini di salute pubblica. Lo stato di emergenza dipende dalla capienza delle strutture sanitarie e dalla possibilità che queste non diventino ostacolo a creare altre emergenze su altre patologie che sono rimaste indietro di quasi due anni. Questa per me, da persona della salute, è l’emergenza. Sono i numeri che la detteranno. La vaccinazione sta seguendo il suo corso: chi ha fatto due dosi secondo me è propenso a fare anche la terza. Non credo che sia la vaccinazione ad aver bisogno di stati di emergenza. Credo sia lo stato complessivo in cui esce la sanità pubblica se il virus continuerà a girare e se le varianti si riveleranno particolarmente ostiche.</p>



<p><strong>Qual è secondo lei lo zoccolo duro che non si riuscirà a scalfire, qual è l’obiettivo che realisticamente possiamo porci e quali sono le azioni che avete in animo di mettere in campo per raggiungere il limite massimo che potrà essere perseguito con la vaccinazione?</strong><br>Secondo un recente sondaggio il vero zoccolo duro non è più del 7%, quindi ne mancherebbe un altro 5/6% per raggiungere quel livello. Una buona notizia. Le nuove vaccinazioni hanno ripreso ad essere sopra le diecimila al giorno da una settimana circa. Questo vuol dire che si possono avere in un mese circa trecentomila nuovi vaccinati. Infatti quei 7,5 milioni sono già scesi a 6,7 milioni. C’è quindi un lento e continuo reclutamento di persone che avevano esitato. </p>



<p><strong>Dove si è inceppata la macchina sinora?</strong><br>Io credo che non si sia giocata bene, più a livello locale che a livello commissariale, la carta dei medici di famiglia. I medici di famiglia sono il fattore dirimente. Una iniziativa in atto, che io condivido, è di valutare le percentuali di vaccinazione per medico di famiglia, in modo da intercettare anche i medici no-vax. Su quelli sarei dell’idea di fare un’azione molto più perentoria. Ci sono dei medici che hanno scoraggiato i loro pazienti e i numeri cominciano a essere molto evidenti. Lì forse c’è un’area di intervento, portando i pazienti a contatto con medici più informati, che hanno studiato un po’ meglio durante il loro corso di laurea.</p>



<p><strong>Professore, le voglio esporre un caso personale che penso coinvolga centinaia di migliaia di italiani. Io potrei fare la terza dose ma lavorando a Roma ed avendo la residenza in altra regione, o aspetto di rientrare nella mia città o sono obbligato a scegliere un medico provvisorio nel Lazio. Non le sembra un intoppo burocratico senza senso?</strong><br>E’ assurdo. E’ assolutamente assurdo. Il problema c’è, lo risolvemmo nella prima ondata con gli hub dove chiunque, anche di passaggio, poteva vaccinarsi per poi essere registrato. Lei mi ha chiesto prima delle debolezze del sistema. Questa è una: non c’è un’anagrafe vaccinale nazionale, nonostante io avessi chiesto, nel 2019, a tutti i governi, incluso quello italiano, di preparare le anagrafi vaccinali nazionali. Non è stato fatto. Lei è una delle vittime di questa debolezza che abbiamo.</p>



<p>Guido Rasi, immunologo, è consulente scientifico del commissario Figliuolo. Ex direttore dell’EMA, l’Agenzia europea per i medicinali, è direttore scientifico di Consulcesi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/11/25/raco-guido-rasi-vaccino-sicuro-non-sperimentale/">Guido Rasi: il vaccino è sicuro, non è sperimentale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Nando Pagnoncelli: c’è una domanda di maggiore concordia e coesione</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/15/raco-nando-pagnoncelli-domanda-di-maggiore-concordia-e-coesione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 20:44:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro&#8230;</p>
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<p><strong>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?</strong><br>È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro vita. Poi molto spesso conoscono direttamente i candidati a sindaco, almeno nei centri piccoli e medi. Inoltre il Covid ci aveva mostrato, in occasione delle regionali dello scorso anno, un grande legame tra i cittadini e l’amministrazione che durante l’emergenza è risultato essere l’ente più prossimo, ossia la regione, quello che è intervenuto per fronteggiare la pandemia. C’erano stati voti con percentuali elevatissime, come in Veneto o in Campania. Tutto ciò ha reso sorprendente il dato di astensione.</p>



<p><strong>Che spiegazione vi siete dati?</strong><br>Io penso che ci sia stato il concorso di una pluralità di fattori. Il primo è legato al fatto che il clima con il governo Draghi è molto cambiato: la presenza di un governo sostenuto da forze tra loro avverse ha fortemente ridotto l’interesse per il dibattito, come se l’attenzione fosse più rivolta alle iniziative del governo: la campagna vaccinale, la situazione economica, il PNRR. Un certo tipo di conflittualità politica ha quindi fatto meno presa, e sappiamo che questa conflittualità mobilita gli elettorati.</p>



<p><strong>L’astensionismo ha capito tutti allo stesso modo</strong>?<br>No. Infatti un secondo aspetto è legato al fatto che questo astensionismo è stato asimmetrico, ha cioè colpito più il centrodestra che il centrosinistra, e questo significa che probabilmente c’è stato un problema di candidature. Inoltre sappiamo che il centrodestra, che nei sondaggi nazionali si mantiene comunque con il tasso d’intenzioni di voto più alto, ha fatto fatica ad individuare candidati convincenti, e molto spesso le ha individuate a ridosso della campagna, con la conseguenza che erano candidati con meno tempo per farsi conoscere ed illustrare i propri programmi.</p>



<p><strong>Dove il centrodestra ha individuato per tempo un candidato noto infatti, cioè in</strong> <strong>Calabria, ha vinto.</strong><br>Sì, inoltre era un candidato con un profilo più moderato rispetto ad altri che, viceversa, erano stati proposti da forze meno moderate. Stesso ragionamento può valere per Torino, dove Damilano, che va al ballottaggio con un buon risultato, ha un profilo più moderato ed è stato scelto per tempo. Un ultimo elemento che forse ha inciso è che quando un elettore è convinto che il proprio candidato sia destinato alla sconfitta, è meno motivato ad andare a votare. Così, questa asimmetria ha fatto sì, come a Milano per esempio, che una parte di elettorato di centrodestra, immaginando una sconfitta, non fosse particolarmente determinato ad andare a votare.</p>



<p><strong>I dati che dicono?</strong><br>Complessivamente abbiamo avuto un arretramento di sette punti percentuali nella partecipazione al voto, e questo è un dato che deve far riflettere non soltanto perché il voto è l’espressione della partecipazione dei cittadini alla vita del Paese, ma perché anche coloro che si sono affermati con percentuali elevate, ma in un contesto in cui l’astensionismo era altrettanto elevato, devono fare i conti con la realtà che solo una parte minoritaria ha votato per loro.</p>



<p><strong>Un problema di rappresentanza?</strong><br>Precisamente. C’è anche un problema di di rapporto del sindaco con i cittadini, che non sono soltanto quelli che non lo hanno votato, ma sono anche la gran massa degli astenuti. Se a Milano ha votato meno di un milanese su due, e Sala ha avuto un’ampia affermazione, questa affermazione è avvenuta con il voto di un milanese su quatto. Vuol dire che quando lui dovrà prendere delle decisioni dovrà fare i conti anche con i tre su quattro che non lo hanno votato, e questo ovviamente può creare delle complessità nell’amministrazione.</p>



<p><strong>Anno dopo anno nuovi giovani sono chiamati per la prima al voto, e l’astensionismo aumenta elezione dopo le elezione. C’è una relazione tra queste due circostanze?</strong><br>Lei tocca un argomento molto importante, perché ci sono più ragioni dietro quello che osserva. Da una parte i giovani non sono particolarmente attratti dalla politica, anzitutto perché ritengono che si faccia poco per loro. Possiamo pensare non soltanto agli aspetti occupazionali, ma a tutti i processi di autonomia dei ragazzi. Noi sappiamo che tra i diciotto e i venticinque anni, due ragazzi su tre vivono ancora nella famiglia di origine. La politica, dal canto suo, sebbene ne abbia parlato sempre molto, ha fatto veramente molto poco per loro. Non voglio generalizzare, ma è il gruppo demograficamente meno consistente, e la politica rivolge la propria attenzione ai gruppi più numerosi, quelli degli adulti, dei maturi e degli anziani, che hanno esigenze talvolta contrapposte a quelle dei giovani.</p>



<p><strong>Ma i giovani sembrano interessati?</strong><br>I giovani rivolgono oggi al voto una minore importanza rispetto a quanto facessero i giovani nelle passate generazioni, quando il voto costituiva il passaggio all’età adulta. Oggi i passaggi da un’età all’altra sono molto più sfumati, mentre per noi boomers quello del voto era uno dei momenti e dei comportamenti significativamente più importanti. Aggiungerei che in generale c’è un distacco maggiore dalla politica, con la conseguenza che questa costituisce un frammento dell’identità individuale, mentre una volta era totalizzante, caratterizzava i comportamenti, le scelte, il vestiario perfino. Ora non è più così.</p>



<p><strong>Qual è la sua esperienza?</strong><br>Io insegno alla Cattolica dal 2004, e ogni anno lavoriamo sistematicamente su aspetti come questi, l’attenzione per la politica e via dicendo. Ricordo che nel 2016, tre settimane prima del voto di Milano, chiesi alla sessantina di studenti che frequentavano: “ragazzi, ma quando si vota qui a Milano?”. Su sessanta studenti di laurea magistrale in Scienze politiche, nessuno sapeva rispondere. A quel punto rilancio la domanda: “ragazzi su, non vi do il voto. C’è un gladiatore che con coraggio e sprezzo del pericolo mi dice quando si vota?”. Rispose timidamente una ragazza, e indicò la data sbagliata.</p>



<p><strong>Che riflessione ne ha tratto?</strong><br>Non che questi ragazzi fossero completamente digiuni di politica, studiavano Scienze politiche, e quindi dovevano per forza avere sensibilità e nozioni sull’argomento, ma allo steso tempo evidentemente ne erano distanti, si accostavano alle elezioni solo negli ultimi giorni. Questo la dice lunga sul fatto che c’è un’esigenza di recuperare il rapporto con i giovani, per far loro capire il valore della politica e per avvicinarli di più ad essa. Il che non significa pretendere necessariamente la partecipazione diretta come ad esempio l’impegno in una candidatura, ma un minimo di interesse e di attenzione per quello che li circonda.</p>



<p><strong>Il voto ai sedicenni, che è proposta avanzata da alcune parti politiche, potrebbe essere uno strumento per contrastare questa disaffezione?</strong><br>Da quello che abbiamo visto noi no, la grande maggioranza ritiene che non sia opportuno dare il voto ai sedicenni. Perché il mondo adulto ritiene che i giovani a sedici anni non siano sufficientemente preparati per poter esprimere un voto. La cosa che mi ha stupito di più è che anche tra i giovani tra i diciotto e i ventiquattro anni abbiamo una percentuale di contrarietà: anche loro ritengono i loro quasi coetanei meno preparati. Però il tema è molto importante perché, a fronte del calo demografico si pone un problema di rappresentanza anche delle classi giovanili.</p>



<p><strong>Come si risolve?</strong><br>Ci è stato chiesto di fare progetti di ricerca demoscopici per verificare per esempio l’idea del voto doppio, nel senso che il voto dei giovani conterebbe numericamente il doppio del voto degli appartenenti ad altre classi anagrafiche, oppure il voto alle famiglie con figli minorenni conterebbe il doppio, in modo da poter garantire loro una rappresentatività maggiore. È chiaro che sono temi molto complessi e costituzionalmente tutti da discutere, ma la questione della rappresentatività e della partecipazione dei giovani sono certamente questioni molto rilevante.</p>



<p><strong>La gente in piazza contro il green pass era tanta, fino al punto che perfino le forze dell’ordine sono </strong>f<strong>orse state colte di sorpresa. Voi avevate avvertito questa intenzione di manifestare il disagio direttamente partecipando in questi numeri ad iniziative di piazza?</strong><br>La vicenda cui abbiamo assistito non va minimamente sottovalutata, però nelle città diverse da Roma e Milano la partecipazione è stata davvero molto esigua. A Roma poi la connotazione politica era molto forte: gli episodi erano legati non tanto alla maggioranza dei no-green pass ma ad infiltrazioni che con questo avevano poco a che fare. Quello che abbiamo dai dati, e che sistematicamente misuriamo, è che c’è una larga maggioranza, dei due terzi, di italiani che sono favorevoli alla misura del green pass. Poi c’è un 18% che ritiene che sia una misura eccessiva, ed un 16% che non si ritiene in grado di esprimere un parere. È interessante correlare questi dati con altri, secondo cui hanno avuto la somministrazione di almeno una dose di vaccino oltre l’82% degli ultradodicenni; tra quelli che non si sono vaccinati c’è un 2% che dice che lo farà appena possibile, un 8% per cento che dice che non si vaccinerà mai e poi un restante 8% che esprime timori.</p>



<p><strong>In sintesi?</strong><br>L’esprimere timori difficilmente si traduce in una manifestazione di piazza, ancora meno in una manifestazione violenta di piazza. Sono persone magari con scolarità più bassa, o con età elevata, che temono che il vaccino possa dar loro dei problemi. Non dimentichiamoci che la preoccupazione per i contagi è ancora presente nel Paese, e questo spiega perché la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole alle misure che in qualche modo possono contenere una ripresa dei contagi. Quindi distinguiamo i piani: la manifestazione di Roma ha avuto chiare connotazioni politiche, mentre in città minori le manifestazioni non sono certo state di massa.</p>



<p><strong>Voi avete avvertito nei vostri sondaggi che cresce la forza, se cresce, di questi movimenti neofascisti?</strong><br>No, non abbiamo colto questi elementi. Devo dire però che le ricerche potrebbero non cogliere fino in fondo fenomeni come questo, perché potrebbe darsi che quello che noi chiamiamo “desiderabilità sociale” induca alcune persone, che in realtà sarebbero favorevoli a tali movimenti, a non dichiararlo nei sondaggi. Quindi è possibile che i sondaggi sottovalutino la portata di questi fenomeni. Devo però anche dire che in situazioni di emergenza come quelle che stiamo vivendo, nel Paese storicamente prevale l’idea che si debba essere un pochino più coesi, e quindi forze di quel genere possono sì fare riferimento a quei ceti insoddisfatti o che vivono situazioni di maggiore disagio, però è tendenzialmente difficile che la soluzione violenta trovi terreno molto fertile nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Secondo lei quello che è successo a Roma avrà </strong>i<strong>nfluenza sui ballottaggi?</strong><br>L’impressione che abbiamo noi è che un po’ d’influenza possano averla perché, come dicevo, prevale uno spirito un po’ più di coesione e concordia, e quindi manifestazioni di questo tipo potrebbero penalizzare le forze che non ne hanno preso le distanze in modo molto netto. Insisto sul fatto che viviamo una stagione davvero molto particolare.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>L’impressione che spesso abbiamo facendo ricerca è che ci sia una distonia crescente tra il clima sociale e il modo di fare politica, che tende a essere una coazione a ripetere. Forse bisognerebbe considerare che il Covid ha modificato molti aspetti della vita dei cittadini, delle imprese, delle Istituzioni e dei corpi intermedi, e quindi bisognerebbe interpretare questo cambiamento di clima in modo un po’ più propositivo, provando ad abbandonare modalità di azione politica che forse funzionavano prima del Covid, ma oggi non più. Oggi c’è una domanda di maggiore concordia e di maggiore coesione.</p>
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		<title>Alberto Mantovani: la variante Delta è più infettiva. Vacciniamo il mondo per essere sicuri noi. Condivido l&#8217;obbligo per operatori sanitari e insegnanti, se la scuola è una priorità per il Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jul 2021 11:47:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’impressione è di ritrovarsi davanti a una possibile terza ondata, dominata dalle cosiddette varianti. Cosa dobbiamo aspettarci dal virus nelle prossime settimane?Stiamo seguendo quello che è successo in altri paesi europei, quello che sta succedendo in Gran Bretagna ad esempio. E’ ragionevole aspettarsi un aumento di contagi, speriamo non un aumento di pressione sul servizio sanitario nazionale. Questo è quello che mi preoccupa ed è quello che ci preoccupa. Siamo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/23/raco-barone-alberto-mantovani-la-variante-delta-e-piu-infettiva-condivido-obbligo-per-operatori-sanitari-e-insegnanti-se-la-scuola-e-una-priorita-per-il-paese/">Alberto Mantovani: la variante Delta è più infettiva. Vacciniamo il mondo per essere sicuri noi. Condivido l&#8217;obbligo per operatori sanitari e insegnanti, se la scuola è una priorità per il Paese</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>L’impressione è di ritrovarsi davanti a una possibile terza ondata, dominata dalle cosiddette varianti. Cosa dobbiamo aspettarci dal virus nelle prossime settimane?</strong><br>Stiamo seguendo quello che è successo in altri paesi europei, quello che sta succedendo in Gran Bretagna ad esempio. E’ ragionevole aspettarsi un aumento di contagi, speriamo non un aumento di pressione sul servizio sanitario nazionale. Questo è quello che mi preoccupa ed è quello che ci preoccupa.</p>



<p><strong>Siamo pronti a fronteggiare la variante Delta e le altre varianti individuate?</strong><br>Dipende molto da noi. Se raggiungiamo e mettiamo in sicurezza, il più in fretta possibile, i due milioni di persone fragili per età e le 400 mila persone definite estremamente vulnerabili come i pazienti oncoematologici possiamo affrontare una nuova ondata con una certa serenità.</p>



<p><strong>La minore letalità del virus in questo periodo è dovuta all’efficacia del vaccino?</strong><br>Non c’è dubbio. Chiunque vive in un ospedale &#8211; come faccio io, che vivo in Humanitas &#8211; vede che le persone gravi che vengono ospedalizzate sono sostanzialmente persone non vaccinate. Questo non deve farci però sottovalutare la variante Delta e le altre che sono all’orizzonte. La variante Delta è più infettiva e trasmette un carico virale maggiore. Questo è un motivo di preoccupazione per la sua diffusione e per il fatto che vediamo una fascia di persone più giovani infettate.</p>



<p><strong>I vaccinati con due dosi in che misura possono sentirsi al riparo?</strong><br>I vaccini, sottolineo i vaccini, qualunque vaccino abbiamo fatto, proteggono molto bene nei confronti dell’ospedalizzazione e della malattia grave, che è quello che ci preoccupa. Da questo punto di vista, chi ha fatto due dosi ha ottime probabilità di sentirsi al sicuro. Anche se nessun vaccino, in generale, garantisce una protezione al cento per cento, due dosi ci mettono al riparo nella stragrande maggioranza.</p>



<p><strong>Ci faccia un esempio.</strong><br>Due dosi di vaccino sono come la cintura di sicurezza: anche se la indossiamo, quando siamo in automobile, non passiamo con il rosso, per non rischiare la nostra e la altrui incolumità. Questo vuol dire che anche se siamo vaccinati dobbiamo continuare a rispettare le regole che ci vengono dettate. Non passare col rosso.</p>



<p><strong>Quanto dura l’immunità dei vaccini?</strong><br>Non sappiamo quanto dura l’immunità e la resistenza nei confronti del virus perché abbiamo a che fare con un nemico nuovo. Conosciamo ancora in modo imperfetto il nostro sistema immunitario e conosciamo ancora in modo imperfetto come funziona la memoria immunologica. Non siamo capaci di fare delle previsioni sicure su quanto dura la risposta immunitaria e la protezione. Possiamo dire che funziona sino nove/dieci mesi, pensiamo tutti almeno un anno. Così dura la protezione.</p>



<p><strong>Ci sono dei dati aneddotici che ci possono incoraggiare?</strong><br>E’ stato possibile studiare qualche anno fa alcune persone che erano state esposte alla Spagnola e sono state trovate cellule di memoria contro quella malattia. Così per la prima ondata di SARS. E’ possibile che la memoria immunologica duri a lungo. I vaccini ci hanno stupito per la velocità con la quale sono stati realizzati e per quanto funzionano bene nei confronti della ospedalizzazione e della morte. Io sono ottimista e spero che questi vaccini ci stupiranno per la durata della protezione</p>



<p><strong>Sarà necessaria una terza dose?</strong><br>Onestamente non lo sappiamo. Partono delle sperimentazioni cliniche sulla terza dose. L’obiettivo in questo momento è principalmente quello di aumentare e migliorare la protezione contro le varianti più che sostenere la memoria. Abbiamo bisogno per questo di dati e sperimentazione.</p>



<p><strong>Perché anche i vaccinati devono fare la quarantena? Quanto sono contagiosi?</strong><br>E’ molto difficile condurre uno studio rigoroso sull’effetto dei vaccini sulla trasmissione, sul fatto che sterilizzino anche la trasmissione. Perché sappiamo ancora molto poco di come questi vaccini funzionano a livello delle nostre mucose, dove noi esportiamo il virus. Secondo alcuni dati i vaccini che utilizziamo proteggono contro la malattia asintomatica in parte e proteggono contro la trasmissione. Ma è partito uno studio rigoroso negli Stati Uniti in cui si studia esattamente la trasmissione. Anche se siamo vaccinati, atteniamoci rigorosamente alle regole, perché è possibile che alcuni di noi continuino a trasmettere, probabilmente in misura inferiore.</p>



<p><strong>Probabilmente ci dovremo vaccinare per anni. Oltre ai vaccini avremo anche cure, farmaci?</strong><br>I farmaci sono una grande speranza. Ricordiamo che un anno fa erano stati annunciati dei farmaci, game over li aveva definiti qualcuno, che non funzionavano. Adesso abbiamo migliorato la nostra capacità di trattare i pazienti. Per esempio usiamo nella finestra giusta i cortisonici, che hanno ridotto la mortalità. Probabilmente inizieremo a usare gli inibitori di quella che è stata chiamata la tempesta delle citochine. Ci sono anticorpi che nel nostro paese sono autorizzati in situazioni molto particolari. Ci sono dati che suggeriscono che anche nella malattia avanzata gli anticorpi monoclonali possono aiutare. C’è anche in sperimentazione un anticorpo italiano e questo è un motivo di grande speranza.</p>



<p><strong>Lei su cosa punterebbe.</strong><br>Io direi che la grande speranza è quella di avere farmaci nuovi, come quelli contro HIV. Degli antivirali, molecole semplici che possono essere utilizzate, sono quelle con le quali abbiamo trasformato l’AIDS in una situazione cronica che teniamo sotto controllo. Non ci sono ancora. Ci sono fasi iniziali di sperimentazione molto incoraggianti da questo punto di vista.</p>



<p><strong>Cosa pensa del richiamo con un vaccino diverso rispetto a quello della prima dose?</strong><br>Gli immunologi da molto tempo sospettano che potrebbe essere saggio utilizzare vaccini diversi e fare quello che in inglese viene chiamato “mix and match”, trovare la combinazione migliore di vaccini. Sappiamo che i vaccini a RNA messaggero attivano molto bene la produzione di anticorpi. I vaccini su una piattaforma adenovirus, quello di Oxford per intenderci, attivano un po’ meglio le risposte dei direttori dell’orchestra immunologica e dei killer professionisti che si chiamano in gergo cellule D. C’era l’idea che mescolarli poteva essere una cosa buona. Si è introdotta quella che chiamiamo vaccinazione eterologa per motivi di estrema precauzione: una seconda dose di vaccino a RNA messaggero in chi aveva già ricevuto un vaccino su piattaforma adenovirus.</p>



<p><strong>Perché parla di estrema precauzione?</strong><br>Perché in realtà sulla seconda dose il vaccino su piattaforma adenovirus, quello di Oxford, non c’erano mai stati problemi. Questa scelta è stata fatta per motivi di precauzione. Da un punto di vista immunologico funziona. Non ci sono ancora i dati che funzioni da un punto di vista della protezione, però è molto ragionevole pensare che diano un’ottima protezione. Bisogna dire che nel Regno Unito sono in corso sperimentazioni di combinazioni di sette vaccini diversi per vedere se è possibile ottimizzare e avere il meglio da ciascuna piattaforma. E’ una domanda a cui avremo risposta tra qualche mese.</p>



<p><strong>A chi è ancora scettico sull’efficacia dei vaccini o ha dubbi sulla loro pericolosità, cosa possiamo dire?</strong><br>Perché ci può essere scetticismo sui vaccini? Innanzitutto bisogna confrontarsi sui dati e i numeri che vengono dal nostro pronto soccorso dicono che raramente le persone vaccinate si ammalano o si ammalano gravemente. Invito le persone a confrontarsi sempre con i dati e con coloro che sono stati già vaccinati: i membri della mia famiglia sono stati tutti vaccinati e non abbiamo avuto problemi.</p>



<p><strong>E’ sufficiente la protezione di chi ha già avuto la malattia?</strong><br>Metto in guardia contro l’idea che la malattia naturale sia un buon vaccino. In realtà la malattia naturale, che pure dà immunità, dà protezione, vale la pena di ricordare che nella popolazione reale dà una protezione di meno del 50%. Quindi dopo la malattia naturale, anche grazie alla ricerca fatta da noi, è bene fare una dose di vaccino. Il miglior allenamento, per il nostro sistema immunitario non è la malattia naturale. Il miglior fitness è il vaccino.</p>



<p><strong>Quali sono, se ci sono, i rischi a lungo termine, conosciuti?</strong><br>I vaccini, è bene dirlo, sono stati introdotti da poco tempo, da dicembre nel Regno Unito, in Israele e negli Stati Uniti e da noi in modo massiccio da febbraio. Abbiamo avuto un tempo di monitoraggio relativamente breve. Però possiamo dire delle cose che ci tranquillizzano. Innanzitutto non è mai successo di avere conseguenze a lungo termine di vaccini dopo le primissime settimane. I problemi che potevano esserci li abbiamo visti e li conosciamo tutti: sono effetti locali e rarissimi effetti collaterali legati alla trombosi nel caso di uno dei vaccini. Non è mai successo di avere problemi a lungo termine. Molti pensano a effetti a lungo termine che non hanno alcun motivo di preoccupare.</p>



<p><strong>Diciamone qualcuno.</strong><br>Il primo è che i vaccini a RNA messaggero inducano delle modificazioni genetiche nel nostro organismo. Non c’è nessun motivo per pensare questo. Anzi, dobbiamo pensare che tutte le volte che abbiamo un’infezione virale, quando abbiamo un raffreddore, quando abbiamo una gastroenterite da virus, il virus entra e codifica quantità del suo RNA messaggero infinitamente più alte di quelle che ci vengono introdotte quando facciamo la puntura del vaccino a RNA messaggero o quando ci viene inoculato un virus con adenovirus inattivato. Quindi non c’è nessun motivo per pensare a modificazioni genetiche.</p>



<p><strong>Un’altra leggenda è che siano causa di sterilità.</strong><br>Anche in questo caso non c’è nessun motivo per pensare che i vaccini siano causa di sterilità. Non solo, ci sono dei dati che sono stati pubblicati molto recentemente sul Journal of the American Medical Association, una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo, che dice che la produzione di spermatozoi è assolutamente normale dopo il vaccino. Dobbiamo restare in guardia rispetto a molte notizie false che riguardano gli effetti a lungo termine dei vaccini.</p>



<p><strong>I più giovani credono di essere protetti dal contagio. Invece l’età media dei contagiati si è molto abbassata.</strong><br>Ai giovani &#8211; e per giovani intendiamo quelli con età superiore ai 16 o ai 18 anni, non i preadolescenti &#8211; vorrei raccontare un colloquio che ho avuto con un medico alcuni giorni fa. Mi ha detto: avrei voluto che queste persone fossero state con me quando ho verificato i problemi che ancora hanno due ragazzi mesi dopo aver fatto il covid. E’ vero che le persone giovani sono relativamente resistenti al covid-19 e alla malattia nella forma grave, ma la malattia li può colpire e può lasciare delle conseguenze, quelle che noi in gergo chiamiamo “long covid”.</p>



<p><strong>Quanti sono?</strong><br>Non sappiamo bene quante sono le persone colpite ma c’è un dato che a me preoccupa moltissimo: uno studio norvegese ha recentemente suggerito che quasi la metà delle persone che ha avuto il covid, anche giovani, ha delle conseguenze a medio termine. Anche alle persone giovani dico: vale la pena vaccinarsi, per la vostra salute prima di tutto e poi per proteggere le persone più fragili nella nostra comunità. Per persone fragili intendiamo quelle sulle quali il vaccino funziona male o non sappiamo ancora usarlo bene.</p>



<p><strong>E per gli adolescenti, dai 12 ai 18 anni? Abbiamo una grande responsabilità nei loro confronti, hanno già perso quasi due anni di scuola.</strong><br>Su questo voglio dare innanzitutto una mia opinione, da cittadino prima ancora che da medico e da immunologo. Da cittadino penso che la scuola debba essere l’ultima a chiudere e la prima a riaprire, perché lì si gioca il futuro dei ragazzi, il futuro del Paese, lì si gioca anche una partita di diseguaglianza sociale, di distanziamento sociale nel senso che i ragazzi delle famiglie più povere si trovano in enorme svantaggio, finendo per pagare un prezzo più alto. Questo è il mio giudizio, come cittadino di questo Paese.</p>



<p><strong>Come medico che ci dice?</strong><br>Un vaccino a RNA messaggero è stato sperimentato in una corte numerosa di oltre duemila ragazzi e ha funzionato molto bene. I dati sono stati esaminati dalla FDA negli Stati Uniti, dall’EMA e da altre agenzie regolatorie e sono stati approvati. C’è discussione nella comunità, i ragazzi in questa fascia di età sono ancor più resistenti alla malattia nelle forme gravi, tuttavia una parte di questi ragazzi si ammala, una parte ha una conseguenza a medio termine che si chiama MIS-C, che è una malattia infiammatoria cronica che colpisce proprio i ragazzi in quella fascia di età. Inoltre ci sono altri motivi di preoccupazione.</p>



<p><strong>Quali?</strong><br>Cito uno studio norvegese e uno studio italiano molto importante, che ha puntato il dito sulle conseguenze a medio termine, long covid, in età pediatrica. La cosa preoccupante è che almeno in alcuni studi queste conseguenze sono indipendenti dalla gravità della malattia. Tornando ai ragazzi la raccomandazione è di stare attenti perché anche con una malattia presa in forma modesta dal punto di vista clinico c’è il dubbio di lasciti a lungo termine. La società italiana di pediatria ha fatto una raccomandazione di vaccinare i ragazzi sopra i 12 anni. Io condivido l’opinione delle agenzie regolatorie, condivido l’opinione della società italiana di pediatria. I miei nipoti in quella fascia di età, ne ho due su otto, sono stati vaccinati.</p>



<p><strong>E’ favorevole all’obbligo di vaccinazione per alcune categorie?</strong><br>Faccio una premessa: quando c’è stata una discussione, anche molto vivace, sulla reintroduzione dell’obbligo vaccinale nel nostro Paese, qualche anno fa, io ero favorevole all’obbligo. Penso anche che se un’istituzione realizza un’opera di informazione e condivisione delle conoscenze fatta bene si possono convincere le persone. Nella nostra comunità praticamente tutti gli operatori sanitari si sono vaccinati. La prima cosa da fare è: a ogni fiala di vaccino somministrare anche una fiala di informazione e formazione sul vaccino.</p>



<p><strong>Quindi è d’accordo?</strong><br>Non ho dubbi e condivido assolutamente l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari. Credo che la stessa cosa dovrebbe essere considerata seriamente per gli insegnanti, nella misura in cui la scuola è una priorità per il Paese. Vogliamo avere le scuole aperte in sicurezza, per gli insegnanti stessi e per i ragazzi.</p>



<p><strong>Per altre categorie?</strong><br>Per altre categorie io non credo che ci siano molti motivi per pensare che non sia il tempo di discutere di un obbligo vaccinale generalizzato. Non sappiamo quanto dura la memoria immunologica, non abbiamo ancora certezze su quanto dovremo ripetere le vaccinazioni. Ritengo che ci siano molti motivi per pensare a questa soluzione.</p>



<p><strong>Soprattutto su AstraZeneca alcune disposizioni discordanti hanno indotto i cittadini a perdere fiducia nelle istituzioni. Che è successo?</strong><br>Io penso che i nostri concittadini abbiano tutto il diritto a essere confusi. Non faccio lezioni a nessuno ma è stata fatta indubbiamente molta confusione. Sapevamo con ragionevole certezza che il vaccino di Oxford funzionava bene al di sopra dei 65 anni, sin dall’inizio. Io cerco di attenermi a tre regole dal punto di vista della comunicazione: il rispetto dei dati, perché bisogna sempre confrontarsi coi dati e spero di averlo fatto anche in questa intervista e il rispetto delle competenze. Se avessimo rispettato i dati non si sarebbe detto che il virus si era ingentilito e che era diventato buono.</p>



<p><strong>La terza regola?</strong><br>La responsabilità sociale: dobbiamo ricordare che quello che diciamo può avere delle conseguenze. Se dico che la malattia naturale è sufficiente a dare una buona protezione posso invogliare le persone a non fare una dose di vaccino mentre i dati dicono e la competenza dell’immunologo dice che il miglior modo di avere una risposta contro le varianti, per chi ha avuto la malattia, è di fare una dose di vaccino.</p>



<p><strong>Ha senso dare il green pass dopo una dose di vaccino?</strong><br>Partiamo dai dati. Sappiamo da molto tempo che anche una sola dose di vaccino dà una protezione parziale anche contro il ceppo originale del virus, quello che adesso chiamiamo Alfa. Lo sappiamo dai dati sul campo. Una dose a 15 giorni dava solo una protezione al 70%. La differenza tra una dose e due dosi diventa ancora più marcata se guardiamo alla resistenza alla variante Delta, che è quella che ci preoccupa. Il decisore politico può trovare una mediazione, ha una responsabilità perché deve mettere insieme i dati di immunologia e di protezione con le esigenze della società civile. L’importante è che chi ha fatto una sola dose, green pass o no, sappia di avere una protezione modesta.</p>



<p><strong>Gli studi, finanziati con fondi senza precedenti, per lo sviluppo dei vaccini anti covid, porterà benefici nella ricerca e nella creazione di altri vaccini, per altre malattie come il cancro?</strong><br>E’ bene ricordare che se contro il covid-19 abbiamo avuto vaccini alla velocità della luce è perché alle spalle c’erano 20 anni di ricerca. Alle spalle del vaccino di BioNTech-Pfizer ci sono tantissimi anni di ricerca per fare un vaccino contro il cancro. Il successo avuto nell’avere un vaccino contro il covid-19 sta alimentando la speranza, il lavoro e gli sforzi di tutti noi per avere vaccini curativi contro il cancro. Non solo, questa tecnologia ci aiuterà ad affrontare le varianti. Abbiamo la grande speranza che ci aiuti a prevenire grandi killer. Ne abbiamo tre: il microbatterio della tubercolosi, la malaria e l’HIV. Il progresso che abbiamo fatto è motivo di speranza per tutti noi.</p>



<p><strong>Lei è molto impegnato nel programma COVAX, per garantire vaccini ai Paesi meno sviluppati o più poveri. Come sta procedendo il progetto?</strong><br>Un continente come l’Africa ha meno dell’1% di persone vaccinate. Non è saggio lasciare i paesi poveri in balia di se stessi. Il cinismo non paga. Faccio un esempio. La variante che chiamavamo brasiliana è nata a Manaus dove circa il 60% della popolazione era venuta a contatto con il virus. Lasciare correre la malattia non è un buon modo per generare immunità, è un buon modo per far saltar fuori varianti.</p>



<p><strong>Quali sono i nostri obblighi?</strong><br>Io penso che abbiamo prima di tutto un dovere di solidarietà e un obbligo morale, perché tutte le sperimentazioni sui vaccini sono state in parte condotte in paesi a basso o medio reddito. Infine abbiamo la nostra sicurezza. Vacciniamo il mondo per essere sicuri noi. Non possiamo lasciare interi continenti a fare da incubatoi per varianti. In questo contesto c’è una iniziativa di salute globale che si chiama Covax, che mira a far avere a questi paesi vaccini sufficienti per la copertura del 20% della popolazione.</p>



<p><strong>Siamo vicini all’obiettivo?</strong><br>In realtà siamo molto lontani da quel 20% ma è ancora più importante trasformare un vaccino in una vaccinazione, fare l’ultimo miglio, arrivare all’ultimo operatore sanitario e metterlo in sicurezza. Questo lo fanno anche delle organizzazioni come Medici con l’Africa, a cui io sono molto legato, che sul terreno portano il vaccino all’ultimo miglio, all’ultimo operatore sanitario. Il mio messaggio è che noi abbiamo bisogno di SOS: solidarietà, obbligo morale a condividere i vaccini e sicurezza per la nostra sicurezza.</p>
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		<title>I furbetti del vaccino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jul 2021 07:15:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si vuole certificare che un termine è ufficialmente entrato nel linguaggio comune degli italiani si controlla la Treccani. Nel caso dei furbetti, l’Enciclopedia recita: “lavoratore dipendente che si assenta dal lavoro eludendo i controlli sul cartellino orario”. L’impressione è che alla Treccani debbano aggiornare la voce con la dizione: “individuo che rifiuta o rimanda il vaccino anticovid con l’obiettivo di approfittare della cosiddetta immunità di gregge”. Tanto, lo fanno&#8230;</p>
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<p>Quando si vuole certificare che un termine è ufficialmente entrato nel linguaggio comune degli italiani si controlla la Treccani. Nel caso dei furbetti, l’Enciclopedia recita: “lavoratore dipendente che si assenta dal lavoro eludendo i controlli sul cartellino orario”. L’impressione è che alla Treccani debbano aggiornare la voce con la dizione: “individuo che rifiuta o rimanda il vaccino anticovid con l’obiettivo di approfittare della cosiddetta immunità di gregge”. Tanto, lo fanno gli altri.</p>



<p>Scopriamo così che ad oggi ci sono 2,4 milioni di ultra sessantenni che non hanno ancora ricevuto neppure la prima dose del vaccino. E non perché manchino le dosi o perché la macchina della Protezione civile sia inceppata. Tutt’altro, la svolta imposta dal Generale Figliuolo è sotto gli occhi di tutti. Il problema è che non si vogliono vaccinare, nella convinzione che non ci sia più pericolo grazie all’immunità di gregge, quella soglia che dovrebbe coprire e garantire soltanto una percentuale minima di cittadini, impossibilitati per altre patologie a vaccinarsi.</p>



<p>Il problema ha origini antiche e radici profonde. Grande responsabilità è in capo alla cattiva comunicazione del passato governo ma anche alla confusione creata da tutti coloro che hanno diffuso a piene mani, in tv e sui social, le assurde teorie dei no vax, spacciandole per libertà.</p>



<p>Cos’è la libertà. Sicuramente non lo è quel comportamento che induce a mettere a rischio la vita degli altri. Non lo è la diffusione di astruse teorie contro la scienza e la tecnologia. Soprattutto a opera di medici e politici. Non lo è la certezza di mettere in pericolo ogni sforzo messo in campo dallo Stato e dalle Istituzioni internazionali per proteggere la società dalla più grave pandemia degli ultimi cento anni.</p>



<p>Se non vi volete vaccinare e non fate parte delle categorie esonerate per ragioni sanitarie, non vaccinatevi ma chiudetevi in casa per cortesia. Cenate a casa e non nei ristoranti che io ho il diritto di frequentare; vedete le partite in tv e non allo stadio o al palazzetto, dove io ho il diritto di stare; andate in vacanza con la vostra macchinetta e non con l’aereo o il treno che io ho il diritto di prendere; state nella vostra casetta in campagna o al mare, non nei luoghi che io, doppiamente vaccinato, ho il sacrosanto diritto di vivere.</p>



<p>Questa è la libertà in uno stato democratico e liberale e non il diritto ognuno di fare come gli piace e pare, in barba alle più elementari regole del vivere civile. Pensate, senza averne l’esigenza, di voler approfittare dell’immunità di gregge, per timore che vi diventino le orecchie come Hulk? Aspettate la modificazione genetica nel vostro comodo salotto di casa non tra le vie del mio Paese, libero perché razionale e solidale.</p>



<p>Bene ha fatto Macron a prendere l’iniziativa e a imporsi come esempio per il resto dell’Europa. La Francia in 48 ore ha già registrato due milioni di nuove prenotazioni. Male fa il governo italiano a prendere tempo, ad attendere non sappiamo chi, non immaginiamo cosa prima di seguire la stessa via.</p>



<p>I festeggiamenti per la vittoria dell’Italia agli europei costituiranno la goccia che farà traboccare il vaso. Un atteggiamento di grande irresponsabilità dei cittadini, dei giocatori, della Federazione e delle Istituzioni &#8211; tutte &#8211; addette all’ordine pubblico e alla salvaguardia della sanità. Era davvero necessario, ad esempio, organizzare due feste: una al Quirinale e una a Palazzo Chigi? Non sarebbe male se, per una volta, venisse indicato chi ha consentito alla Nazionale di utilizzare il pullman scoperto.</p>



<p>Presidente Draghi, commissario Generale Figliuolo, siete stati scelti per assumere decisioni impopolari ma necessarie per il bene del Paese, per comunicare in modo chiaro, senza tentennamenti né concessioni alla demagogia.</p>



<p>Nei prossimi giorni la situazione non potrà non peggiorare. Sta succedendo in altri paesi europei, capiterà anche in Italia. Arriveranno probabilmente nuove restrizioni. Già agosto sarà un mese che, a meno di cambiamenti nei criteri di restrizione, vedrà diverse regioni passare in fascia gialla.</p>



<p>Oggi non mancano più i vaccini, fortunatamente. Cosa aspettiamo a rendere la vaccinazione obbligatoria per il personale sanitario, per i professori e gli alunni? Vogliamo avviare il terzo anno scolastico in DAD per perdere definitivamente una generazione di giovani? Non bastano i risultati dei test INVALSI, soprattutto al sud e tra le categorie più disagiate, per correre ai ripari?</p>



<p>Abbiamo già fallito il tracciamento tramite la app Immuni. Proviamo a non sprecare il vantaggio del green pass. Se non vogliamo o possiamo prevedere alcuni obblighi, imponiamo almeno le premialità. Solo chi è doppiamente vaccinato potrà partecipare alla gran parte delle attività di comunità. Solo così verrà trasmessa l’importanza del vaccino, che impedisce la diffusione della malattia senza un proporzionale aumento dei ricoveri e dei decessi.</p>



<p>Ci si assuma la responsabilità di dire che non siamo ancora fuori dalla pandemia, che ci attendono ancora mesi difficili e che solo il coraggio e la disciplina, non la paura è l’arroganza, potranno consentirci di gestire il colpo di coda di questa pandemia, che ha sconvolto le abitudini della popolazione mondiale.</p>
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		<title>L’Italia vuole il green pass fashion</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Romana Ranucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jul 2021 15:51:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mai come in questo momento l’Italia deve tirare fuori tutta la sua fantasia e la creatività, quella creatività che tutto il mondo ci invidia. Siamo ad un passo dalla libertà, vera, dalla vittoria al Covid che ci ha tenuto chiusi e bloccati per un anno e mezzo. Sono scesi in campo vip, generali dell’esercito, medici per spingere i connazionali a vaccinarsi, ma ancora non basta. Sono stati fatti “open day”&#8230;</p>
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<p>Mai come in questo momento l’Italia deve tirare fuori tutta la sua fantasia e la creatività, quella creatività che tutto il mondo ci invidia. Siamo ad un passo dalla libertà, vera, dalla vittoria al Covid che ci ha tenuto chiusi e bloccati per un anno e mezzo. Sono scesi in campo vip, generali dell’esercito, medici per spingere i connazionali a vaccinarsi, ma ancora non basta. Sono stati fatti “open day” e “open night” negli hub vaccinali, ma niente.</p>



<p>Serve lo scatto finale, il coniglio fuori dal cilindro, e l’input ce lo ha mandato Macron dalla Francia. Ora tocca a noi. Gli scettici del vaccino non vogliono porgere il braccio per la punturina? Aiutiamoli a convincerli rendendo fashion, cool e attrattivo questo benedetto “Green pass”. Banale l’obbligatorietà per accedere a ristoranti, bar, centri commerciali, stadi, locali, treni, bus e aerei. Ma a noi serve qualcosa di più.</p>



<p>Quali sono le cose per cui vanno pazzi i nostri connazionali? Gli sconti, i bonus, i premi. Allora si inventassero un “Green pass” modello tessera del supermercato, tutti le abbiamo, così più accessi fai con il “Green pass” più raccogli punti, per ricevere sconti, premi, vacanze omaggio. Il foglio di carta o il formato digitale non vi piace? Big della moda scendete in campo e inventatevi un “Green pass” indossabile.</p>



<p>Sappiamo che i giovani, e meno giovani, vanno matti per i braccialetti che danno accesso alle aree vip dei locali, ecco un Briatore con un braccialetto ‘green pass’ che vi fa entrare al Bilionaire come lo vedete? Braccia alzate nei locali, a ritmo di musica, con i braccialetti fluorescenti, ad indicare: “qui siamo tutti vaccinati con seconda dose”.</p>



<p>Ma il vero punto debole del popolo italico, si sa, è il calcio. Non basta l’accesso allo stadio, con il green pass, serve qualcosa di più: l’accesso direttamente agli spogliatoi, per abbracciare i campioni, tutti rigorosamente vaccinati.</p>
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