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	<title>letteratura Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>letteratura Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Non fate troppi pettegolezzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 08:13:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il Pavese Festival.Festival dedicato da 22 anni a Cesare Pavese, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata. A Santo&#8230;</p>
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<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il <strong>Pavese Festival</strong>.<br>Festival dedicato da 22 anni a <strong>Cesare Pavese</strong>, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata.</p>



<p>A Santo Stefano Belbo, ai margini delle Langhe, paese natale dello scrittore, si sono svolti gli eventi dei primi cinque giorni, il sesto e ultimo a Brancaleone, in una commistione di letteratura, musica, arte, teatro splendidamente interpretata da qualificati ospiti.<br>Filo conduttore è stata la figura femminile cercata ma mai raggiunta dallo scrittore.</p>



<p>“<em>La donna per Pavese è parola. Una parola che è ricerca, dialogo, scoperta, ricordo, introspezione, fanciullezza, verità: poesia</em>” .</p>



<p>Noi ci lasceremo guidare dalla scritta che, come un tatuaggio, compare nell’acquerello che fa da locandina, di Paolo Galetto. Tutto in bianco e nero, ma segnato da sparsi petali rossi, quasi una festa o forse ferita sanguinante: “<em>Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto</em>”.</p>



<p>La <strong>terra</strong> e la <strong>donna</strong>, due temi che si intrecciano e si respingono nell’opera di Pavese. La nostalgia, la mancanza, il desiderio, la perdita dell’una e dell’altra incideranno profondamente nella sua vita e nella sua arte.</p>



<p>La Donna continuamente inseguita in vaghe figure femminili.<br>La ballerina che lo lascerà ad aspettarla sotto la pioggia e che De Gregori canterà in Alice (E Cesare perduto nella pioggia/sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina).<br>La voce rauca e fresca di Tina militante comunista.<br>Fernanda Pivano e la comune passione per la letteratura americana.<br>Elena amore di necessità.<br>La selvatica Concia bella come una capra nel tempo del confino.<br>Bianca con la quale tenterà la scrittura di un libro a due mani.<br>Costance l’allodola e quegli occhi che rivedrà nella stanza d’albergo a Torino dove darà fine alla sua vita. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.</p>



<p>La figura femminile è costantemente presente nell’itinerario personale e artistico di Pavese.<br>La racconterà soprattutto nei versi, in quell’incedere narrativo di righe lunghe costrette dal ritmo attraverso la parola, unica realtà. Donna mito di una fanciullezza felice e perduta che si identifica nel paesaggio delle langhe e in contrasto con la donna-compagna riconosciuta nei percorsi metropolitani di Torino. Ma sia l’una o sia l’altra, quello che è certo è che né l’uomo né il poeta riusciranno mai a raggiungerla. Non incontrerà nella sua strada quotidiana quella donna che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa e non riuscirà nei suoi scritti a darle del tutto voce con parole inghiottite.<br><strong>Sei buia. Per te l’alba è silenzio.</strong><br>La Terra, che nelle prime poesie è raccontata più che cantata nella realtà delle colline o in contrappunto nella squallida visione delle periferie di Torino, è fondamentalmente la geografia della propria solitudine, dell’inadeguatezza a condividere spazi e circostanze e rapporti con gli altri.<br>Nella vita e nel mondo, la condizione di Pavese è quella dell’espatriato che continuamente e ripetutamente cerca di tornare. Ma anche quando la ricerca lo riporterà, come Anguilla de <strong>La luna e i falò,</strong> nel suo paese di origine dovrà constatare che in realtà non si torna mai al passato, al tempo inesorabilmente andato, agli eventi che ormai parlano lingue sconosciute: “<em>Un paese ci vuole…vuol dire non essere soli…nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti</em>”.<br>Sì, i falò si accendono ancora, ma per divorare con le loro fiamme quel che mai più ritornerà.<br>Il mito della fanciullezza con il suo bagaglio di ingenue felicità, di speranze che volano alte, di certezze si è concluso.<br>Si accendono nuovi falò che distruggono, divampano dolore, illuminano sinistramente tragedie.<br>Non resta che la sconfitta.<br>Non resta che guardare dalla finestra di quella cameretta al primo piano di un paese, Brancaleone, che per lui resterà sempre un paese straniero.<br>No, non troverà pace né tra quei muri né nel Bar Roma, dove legge quotidianamente il giornale, né sullo scoglio dal quale guarda senza vedere un inutile mare.</p>



<p>Ancora oggi andando a Brancaleone si può visitare la casa, la stanza in cui visse, il lettuccio stretto, la scrivania che è solo uno sbilenco tavolo, l’avara lampada e la finestra che racconta la “<em>monotonia di un paesaggio sempre uguale”.</em><br>Da quella finestra &#8211; quarta parete della sua prigione &#8211; Pavese fisserà i binari. Quegli stessi binari sui quali si è fermata la littorina con la quale è giunto insieme a due valigie cariche di libri. Su quelle linee parallele scorreranno le nostalgie di un paese diverso e lontano, di una vita condivisa di amore e di impegno mentre le ore scorrono nel tedio, sempre uguali.<br>“<em>Acchiappo mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare (che d’altronde è una gran vaccata), giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, serbo un’inutile castità.</em>”<br>No, il confinato non avrà voglia di incontrare veramente né il paese né i suoi abitanti. Un rapporto tra lui e i brancaleonesi superficiale e di condiviso rispetto. Un accennato interesse verso la letteratura orale e le tradizioni popolari, un amore di necessità e una fantasia erotica. Una lettura della Calabria, tuttavia, fuori da ogni retorica.</p>



<p>E forse tra le note di quel <em>on the road</em> musicale di Omar Pedrini, che ha concluso il Festival nella struggente malinconia di una notte calabrese, ci sembrerà di riconoscere l&#8217;ombra di un uomo solo, con la pipa e gli occhiali, che ancora cerca un senso a una vita vuota che nemmeno il profumo dei gelsomini, la dotta lentezza delle tartarughe e il vento diviso dal vicino Capo Spartivento e un mare di verdi e di azzurri, sono riusciti a regalargli.</p>



<p>A Brancaleone Pavese conferma di non essere in grado di imparare il mestiere di vivere, che la sua è la condizione di una straziante solitudine, che l’unico mestiere che conosce, quel vizio assurdo vissuto quasi come un dovere, corteggiato più di un amore, idolatrato e temuto, è quello di morire.</p>



<p>Lui che aveva dichiarato di non avere più parole, riuscirà a scovarne una manciata da scrivere con mano ferma su un foglio lasciato su un anonimo comodino di un&#8217;anonima stanza d&#8217;albergo:</p>



<p> “<em><strong>Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.</strong></em>&#8220;<br></p>
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		<title>Nel nome del figlio: un &#8220;tuffo&#8221; nei ricordi del passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 16:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino. Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;. Guidata dalla sua voce&#8230;</p>
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<p>&#8220;<em>Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore</em>&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino.</p>



<p>Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;.</p>



<p>Guidata dalla sua voce e dal suo percorso leggo con lui quest&#8217;ultimo suo libro.</p>



<p>Come si racconta una storia senza storia? In che modo si ricorda qualcuno senza averne ricordi? Come si vive senza memoria?<br>Il &#8220;figlio&#8221;, di solo 8 anni, è svegliato in un sonno di fanciullo da un grido. <em>&#8220;Dice che il padre forse è morto, forse è annegato. Dice anche, se ricorda bene, che possono piangere, che hanno il permesso di<br>piangere (ma avrà davvero detto così?)&#8221;.</em><br>Il figlio non piange né quella notte, né mai. Solo più tardi dirà di sentirsi sollevato e cercherà, tra i ricordi, la ragione di quel sollievo. Ma ricordi non ne trova. Sei li conta da adulto; sei i ricordi del padre, più la fotografia di un bel giovane di 29 anni. Per altro, sono ricordi fatti di niente.</p>



<p>Il figlio è uno scrittore. Un riconosciuto importante scrittore. Dal quel primo &#8220;<em>Il Cerchio celtico</em>&#8220;, al successo della &#8220;<em>La vera storia del pirata Long John Silver</em>&#8220;, passando attraverso numerosi romanzi e saggi, raccogliendo premi e attestazioni. Il figlio ha, quindi, una sorta di dovere nei confronti della storia del padre. Non è questo il suo mestiere? O forse si riconosce di più in quello di velista e sommozzatore o stimato docente? No. Non c&#8217;è scampo, scrivere è un destino. Compito del letterato è di narrare storie. Ma non tutte le vite, a meno che l&#8217;autore non voglia inventarle, possono diventare romanzo.</p>



<p>E quella del padre?<br>“<em>Che impronta può aver lasciato nel mondo un semplice elettricista di Skinnskatteberg? C&#8217;è qualcosa che è cambiato per il solo fatto che avesse trascorso un breve istante su questa terra?&#8221;</em></p>



<p>Sei ricordi, probabilmente in parte falsati e ricostruiti come tutti i ricordi, sono pochi per una storia vera. Bisognerebbe fantasticare, immaginare fatti, pensieri, sogni. Rendere il padre protagonista di un romanzo, visto che non ha avuto l&#8217;occasione di esserlo di una vita. </p>



<p>Può il figlio in tutta onestà fare questo torto al padre? Forse in alternativa basterebbe parlare di sé stesso, rintracciare attraverso il legame di sangue somiglianze fisiche, di carattere o di pensiero. Tuttavia, Larsson ritiene che la genetica non è altro che una teoria, se si escludono le possibili<br>malattie, e che lui si riconosce nel padre, da quel che gli ha detto la madre, solo nell&#8217;atteggiamento di incurvare le spalle. Eppure sin da quando è adolescente ha creduto di dover scrivere quel poco che sapeva del padre. Dimman si intitolava il primo tentativo, il racconto inserito tra altri e pubblicato nel 1980, l&#8217;unico tra tutti in terza persona. L&#8217;autore non lo ha mai più riletto, malgrado ci abbia pensato non lo ha inserito in questo suo ultimo libro. </p>



<p>D&#8217;allora più o meno coscientemente ha continuato a chiedersi il perché della sua riluttanza a raccontare. Forse perché questo avrebbe fatto crollare le mura che si è costruito per sopravvivere intorno al dolore, la mancanza, l&#8217;angoscia? Forse perché avrebbe distrutto la serena visione della sua vita? Sappiamo già che Larsson non è incline a concedere affidabilità alle varie teorie scientifiche o psicologiche. </p>



<p>Meglio interrogare scrittori e pensatori del passato o contemporanei per confrontarsi. Meglio affidarsi alla scrittura che secondo lui non deve essere cronaca, scienza, copia. La storia, generale o personale, non è letteratura. Provare a inventare partendo da eventi realmente accaduti è un tradimento. E in fondo &#8220;a che serve?&#8221;. </p>



<p><strong>Chi era il padre?</strong></p>



<p>Il ragazzo che non aveva potuto continuare gli studi, ma aveva continuato ad avere un alto concetto di sé? L&#8217;elettricista ingegnoso di un brevetto sui cavi elettrici? Il sommozzatore esperto? L&#8217;uomo che gli aveva rotto il salvadanaio per pochi spiccioli di acquavite? L&#8217;eroe affogato per salvare due bambini o il cinico che aveva pensato solo a salvare la pelle? Il papà che lo invitava a salire in barca con lui il giorno della tragedia? Era un cacciatore di sogni o un calcolatore di realtà? Il figlio non sa e non ricorda.  </p>



<p>Quello che sa è che la vita &#8211; &#8220;quest&#8217;unica vita che abbiamo. Non so voi, ma io la penso così&#8221; &#8211; è sacra e perderla precocemente è &#8220;un&#8217;ingiustizia totale&#8221;. Solo questo è ciò che appartiene realmente al padre, la &#8220;tragedia di una vita che si spegne&#8221;. Il resto, la memoria, i <em>se</em> fosse andata diversamente, la ricerca da dove o da chi veniamo, il dolore o il sollievo, tutto questo appartiene ai vivi, agli altri, al figlio. </p>



<p>Alla fine (o all&#8217;inizio) lo scrittore era consapevole che avrebbe scelto la verità, ossia non sapere, o la libertà, che poi è lo stesso. Lo sapeva che non avrebbe scritto per il padre ma per sé e soprattutto per tutti coloro che vivono senza radici biologiche o culturali, che vivono accettando i vuoti.</p>



<p>Per il lettore che chiudendo il libro annota che figlio e padre sono detti sempre in terza persona e con la lettera minuscola: perché ognuno di noi vi si possa riconoscere. Noi che ci eravamo adagiati all&#8217;idea che ogni inizio è nel nome del padre, invece, è nel nome del figlio.</p>



<p></p>



<p>Björn Larsson, <em>Nel nome del figlio, </em>Iperborea, 2021</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Isabella Morra, il canto di una esistenza infelice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2022 11:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Baronessa di Carini]]></category>
		<category><![CDATA[Basilicata]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l'ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un'arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dobbiamo inerpicarci tra vicoli stretti e case di pietra addossate l&#8217;una all&#8217;altra per raggiungere il castello di Valsinni, antica Favale, al confine tra la Basilicata e la Calabria. Ci fa compagnia in questo luogo salvato dai rumori delle auto e delle TV accese, la voce del fiume Siri, del “torbido Siri&#8221;. </p>



<p>Se poi ci addentriamo tra le antiche mura del castello e ci affacciamo da una delle strette finestre contempleremo un paesaggio di creste alte, pendici ripide, e la valle nella quale il fiume scorre. La rocca tutta sembra quasi inghiottita, sprofondata nel paesaggio e nel silenzio.</p>



<p>Non ci sarà allora difficile immaginare la giovane Isabella dietro quella finestra, e non ci sarà difficile raccontare una vicenda che tante volte abbiamo già ascoltato, che riconosciamo nella solitudine di una vita, nella disperata speranza di un&#8217;evasione impossibile, nel lamento tutto interiore che sfocia infine in rime, nel vagheggiamento di un amore, reale o tutto da inventarsi.</p>



<p>La storia di Isabella Morra è lineare nel suo percorso, oggi potremmo sovrapporla a centinaia di vicende simili. Basterebbero poche righe su un giornale e una lettura non più di tanto curiosa in quanto sappiamo in partenza come vanno queste storie di donne uccise da un familiare. Non eccitano più la fantasia, giusto qualche particolare morboso.</p>



<p>Isabella è giovane, certo bella anche se non c&#8217;è nessun ritratto a confermarlo, aristocratica, colta, ammalata di solitudine. Vorrebbe leggere, viaggiare, conoscere. Disprezza la elementare visione di vita dei suoi fratelli, la sottomessa pavidità della madre, la rozzezza del volgo che la circonda, le vette aspre che imprigionano il castello. Invoca invano il ritorno del padre in esilio. Ricorre allora alla sola fuga possibile, un carteggio letterario con un ardito poeta, Diego Sandoval de Castro. Solo letterario? O in quelle lettere ricevute e spedite con sotterfugio si nasconde cifrato tra versi un ricambiato amore? Chi può dirlo. </p>



<p>Quel carteggio non è arrivato a noi, resta solo la testimonianza della moglie del fuggiasco Diego che diceva “che dicto don Diego havea festeggiato la sorella del dicto barone et fratelli&#8221; e che pertanto se l&#8217;era meritata una morte giunta a colpi di archibugio della quale furono assolti i “dicti fratelli&#8221;. Isabella non pianse l&#8217;amato o amico che fosse non perché non fosse addolorata da quella notizia, ma semplicemente perché lo aveva preceduto nella stessa sorte per mano degli stessi fratelli, lei non in un infido bosco ma nelle rassicuranti mura della casa natale. Solo i colpi di archibugio non furono sparati bastando, visto la familiarità delle persone deputate a difendere l&#8217;onore, un più casalingo coltello.</p>



<p>Caddero dalle sue mani le lettere incriminate? Si bagnarono del suo sangue? Fece in tempo Isabella a scrutare ancora una volta il lontano mare con le sue onde di speranza? Ricordò il suo Diego e, ci auguriamo, poté riassaporare momenti di amore? O non le restò che lo sgomento per visi e coltelli che credeva fratelli?</p>



<p>Storie antiche ma anche contemporanee di catene vere o solo interiori che legano la vita, e con la vita la gioia il presente il futuro, e che fatalmente conducono alla morte.</p>



<p>Povera baronessa di Carini: &#8220;Signuri patri chi venisti a fari? Signora figghia, vi vegnu ammazzari&#8221;, povera Francesca “ colomba dal disio chiamata”, povera spavalda Carmen, &#8220;Ah! Carmen! Mia Carmen adorata&#8221; e pertanto uccisa da don José. E povere Ornella Tina Silvia, e altre 100 solo in Italia nel 2021, la cui morte per mano di un familiare non è stata cantata da nessun poeta.</p>



<p>Isabella se la cantò da sola la sua infelice esistenza prendendo Petrarca come modello senza ridurlo tuttavia a uno sterile esercizio letterario, ma aggiungendovi una sensibilità tutta personale, una voce artistica distinguibile tra quelle delle altre poetesse del ‘500 per eleganza formale malgrado lei dichiarasse il suo stile “ruvido e frale&#8221;. I suoi versi non esprimono un dramma intimo, ma diventano paradigma umano e artistico di una dimensione ampia e condivisa del dolore. Non a caso molti critici le affiancano Leopardi.</p>



<p>Sono belli i pochi sonetti e le canzoni, soltanto 13 in tutto, che sono giunti a noi. Certo la poetessa ne scrisse molto di più, non le sarà mancato il tempo di intrecciare trame di parole su un ordito di interminabili vuote giornate e lunghi silenzi.</p>



<p>Non si lascia consolare nelle sue rime Isabella dal paesaggio che la circonda, dall&#8217;attesa del padre con cui condivideva cultura e affetto, dal desiderio di andare via, e pertanto grida la sua disperata speranza, il suo rifiuto di accettare la volgarità di persone e luoghi che la circondano, rivendicando una statura personale che con loro nulla ha a che fare. </p>



<p>Isabella è consapevole di trovarsi in una posizione culturale, spirituale, intellettuale al di sopra dell&#8217;antica Favale, di quello che Favale comporta, del suo tempo. Da questa estraneità deriva l&#8217;approdo ad una visione religiosa che caratterizza gli ultimi componimenti e che pare recare se non felicità almeno pace.</p>



<p>Sono versi coraggiosi i suoi, hanno l&#8217;impeto della rivolta e la forza di un elevato linguaggio poetico. Certo per questo furono pubblicati per la prima volta a pochi anni dalla sua morte.&nbsp; La giusta collocazione di Isabella Morra nella storia della letteratura però è dovuta soprattutto alla critica che ne fece Benedetto Croce alla quale seguirono molti studi e scritti e tra tanti, i lavori teatrali di Dacia Maraini e Andrè Pierre de Mandiargue. Infine l&#8217;istituzione di un Parco letterario a lei intitolato che produce molte e interessanti attività.</p>



<p class="has-text-align-left">Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l&#8217;ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un&#8217;arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>



<p class="has-text-align-center">“de&#8217; gravi affanni deporrò la salma, <br>e queste chiome cingerò d&#8217; alloro.”</p>
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		<title>Quanti sono i luoghi che ogni uomo vive? 50 anni dalla morte di Dino Buzzati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2022 07:54:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[1972]]></category>
		<category><![CDATA[28 gennaio 1972]]></category>
		<category><![CDATA[Buzzati]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Buzzati]]></category>
		<category><![CDATA[Dolomiti]]></category>
		<category><![CDATA[Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Val Morel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo accompagnato Buzzati lungo la Val Morel. Con lui ci siamo domandati: “Esiste, non esiste l&#8217;improbabile sentiero?”. Misteriosa, infatti, è la strada che conduce alla morte. Di certo c&#8217;è solo che bisogna percorrerla. Che sia o no la Val Morel, che porti o allontani dalla Santa dei miracoli impossibili o possibili, questo lo lasciamo decidere ad ognuno di noi. E comunque prima di confrontarsi con il più misterioso dei cammini,&#8230;</p>
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<p>Abbiamo accompagnato Buzzati lungo la Val Morel. Con lui ci siamo domandati: “Esiste, non esiste l&#8217;improbabile sentiero?”.</p>



<p>Misteriosa, infatti, è la strada che conduce alla morte. Di certo c&#8217;è solo che bisogna percorrerla. Che sia o no la Val Morel, che porti o allontani dalla Santa dei miracoli impossibili o possibili, questo lo lasciamo decidere ad ognuno di noi.</p>



<p>E comunque prima di confrontarsi con il più misterioso dei cammini, quanti sono i luoghi che ogni uomo vive?</p>



<p>I luoghi di Buzzati sono stati, nella vita e nella narrazione, le montagne, il deserto, la città.</p>



<p>Buzzati ha amato soprattutto le montagne, le ha scalate, conquistate, godute, sofferte. Le vette innevate, le rocce altissime, i costoni franati fanno parte della sua narrazione così come della sua pittura e soprattutto della sua vita. A Belluno, ai piedi delle Dolomiti, ha trascorso l&#8217;infanzia e lì è sempre tornato, lì si è rifugiato quando ha dovuto preparare l&#8217;ultimo viaggio. Lì ha ascoltato e letto antiche saghe montanare, lì ha cominciato ad inventarle lui stesso. Personaggi inquietanti popolano i suoi monti: giganti, gufi, gazze, venti parlanti e pietre e frane che si animano e vivono di vita propria.</p>



<p>E gnomi, i misteriosi guardiani delle crode. In uno degli articoli sulle montagne comparsi sul Corriere della Sera, Buzzati racconta, come fosse una cronaca nera, della impossibile difesa delle Dolomiti dagli assalti degli uomini. &#8220;<em>A uno a uno venirono conquistati i torrioni, le muraglie, i mastii, i contrafforti&#8230;&#8221;&nbsp;</em>Il turismo di massa, il bombardamento delle pareti, le vie obbligate, i vessilli piantati, i vocii&#8230;dove sono finiti gli gnomi, i nani, i folletti, gli spiriti, il Vecchio della montagna? Spariti. Possibile che sia restato solo lui con la sua penna e il suo pennello a difenderne i misteri?</p>



<p>Certamente questo mondo è molto vicino alla mitologia nordica, l&#8217;autore però lo ha rivisitato attraverso il filtro di una precisione a volte addirittura scientifica che sorprendentemente si combina con il favolismo magico. Al cospetto delle montagne Buzzati trova sé stesso e fa pace con il mondo e la vita non attraverso una facile visione arcadica ma con una sofferta riflessione sul destino dell&#8217;uomo. È qui che ci si confronta con le voci del bene e del male (<em>Il segreto del bosco vecchio</em>) e non è detto che siano quelle del bene a vincere. Se infatti c&#8217;è una morale nella storia del colonnello Proclo non è né facile né elementare, è piuttosto la constatazione amara che la vita è fatta di tormenti, di desideri inconfessabili, di destini di solitaria desolazione.</p>



<p>Dalla cima della montagna, guardando dall&#8217;alto la pace lontana e irraggiungibile della valle, l&#8217;uomo e l&#8217;autore possono però scoprire che il fascino della vita è accettazione e nello stesso tempo rinuncia, è speranza e contemporaneamente consapevolezza che l&#8217;attesa è vana, che ciò che poteva essere nono è stato.</p>



<p>La montagna rappresenta la solitudine, quell’amica, cercata, quella di chi è pronto a rischiare, a conquistare o a perdere. È la solitudine di chi rinuncia al “resto” sapendo che è relativo e che la scelta, una volta fatta, è assoluta. In un vago senso di malessere a volte si percepirà quanta sofferenza reca, eppure non importa&#8230; “<em>Ma sopra il ciglione dell&#8217;edificio, lontana, entro ai riverberi meridiani, spuntava una cima rocciosa. Se ne vedeva solo l&#8217;estrema punta e in sé non aveva niente di speciale. Pure c&#8217;era in quel pezzo di rupe per Giovanni Drogo, il primo visibile richiamo al leggendario regno che incombeva sulla fortezza”</em></p>



<p>Le montagne sono la chiave per l&#8217;immaginazione e per la fantasia. Sono la siepe di Leopardi.</p>



<p>Sulle montagne è l&#8217;aristocratica solitudine dello scrittore che la raggiunge esiliandosi dal mondo degli uomini, dalla città, dalla dura competizione, dalla stessa incerta collocazione storico-letteraria, ed anche dai limiti che la vita impone.</p>



<p>È l&#8217;aristocratica solitudine di chi è arrivato comunque sulla cima e da lì può guardare indietro e fare la lista degli sbagli, delle scelte azzardate, dei ritardi, delle audacie. Può riandare ai momenti di sconforto e disperazione e a quelli di euforica esaltazione. Può risentire i venti e le tormente e i cieli di azzurro cobalto e i raggi che scaldano. Può riandare con i ricordi a chi era in cordata con lui, a chi ha teso un chiodo o la mano, a chi ha lasciato andare e pertanto essere preso da tremore e timore. Eccolo lì Buzzati nella vertigine del vuoto, nella solitudine di chi muore. Arrivati sulla cima non c&#8217;è altra roccia da conquistare, altro cammino. Non resta che compiere quel passo. Nel vuoto?</p>



<p>Allora Dino Buzzati staccò gli aghi dall&#8217;ipodermoclisi e abbassò le palpebre come se vivesse o scrivesse, per lui era lo stesso, il finale di un ultimo racconto che potrebbe cominciare così: <em>In quel preciso momento del 28 gennaio 1972&#8230;</em></p>
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		<title>28 gennaio 1972</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2022 23:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[1972]]></category>
		<category><![CDATA[28 gennaio 1972]]></category>
		<category><![CDATA[Buzzati]]></category>
		<category><![CDATA[Colombre]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
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		<category><![CDATA[Dolomiti]]></category>
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		<category><![CDATA[Santa Rita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“…partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.” Oggi è una mattina di gennaio e anche noi intendiamo partire, non per la prima ma per l’ultima destinazione. Cominciamo dalla fine, visto che di fine vogliamo parlare. “Egli continua a salire per arrivare alla Fortezza, ma più svelte di lui, dal fondo dove romba il torrente, più svelte di lui salgono le ombre…”&#160; Dino&#8230;</p>
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<p><em>“…partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione</em>.”</p>



<p>Oggi è una mattina di gennaio e anche noi intendiamo partire, non per la prima ma per l’ultima destinazione. Cominciamo dalla fine, visto che di fine vogliamo parlare.</p>



<p><em>“Egli continua a salire per arrivare alla Fortezza, ma più svelte di lui, dal fondo dove romba il torrente, più svelte di lui salgono le ombre…”&nbsp;</em></p>



<p>Dino Buzzati stacca gli&nbsp;aghi delle flebo,&nbsp;&nbsp;tenta un sorriso.&nbsp;<em>“ Poi nel buio…sorride”</em>&nbsp;Eccolo giunto a destinazione. L&#8217; ultima? Chi può dirlo.</p>



<p>Era il 28 gennaio del 1972. Erano le 16 e 20 nella stanza n. 201 della clinica La Madonnina di Milano. Dino Buzzati moriva.<em>&nbsp;“La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna”.&nbsp;</em>No, non è nera Milano quel giorno. È tutta imbiancata di neve. Il Duomo, il Pirellone, la Torre Velasca e la distesa dei tetti ricordano le vette e le valli dolomitiche, i luoghi dell’anima di Buzzati. Milano gli regala un’ultima immagine fantastica di cime e di scalate. Nella cornice della finestra sembra uno dei suoi dipinti.</p>



<p>Siamo partiti, in questo viaggio della memoria dalla fine e intendiamo percorrere i cammini di Buzzati lasciandoci orientare dall’immaginaria realtà che è sempre stata il Nord della sua bussola.</p>



<p>Eccoci quindi nella Val Morel, apriamo&nbsp;l’ultima delle opere di Dino Buzzati, “<em>I miracoli di Val Morel”.</em></p>



<p>Dino Buzzati vide il libro&nbsp;<em>I miracoli di Val Morel,</em>&nbsp;appena pubblicato, mentre si trovava nella clinica La Madonnina, ultimo rifugio.</p>



<p>Possiamo immaginare che ne sfogliò le pagine ad una ad una, che sorrise del “<em>cretino</em>” con cui lo apostrofava nella prefazione Indro Montanelli (per poi concludere&nbsp;<em>un tale cretino che non si accorge nemmeno di essere un genio</em>), che si soffermò su quella formuletta P.G.R.&nbsp;calcata in ogni angolo degli ex voto, che li contò ad uno ad uno gli ex voto dipinti e scritti. Ne contò 39. Ne mancava uno, l’ultimo: “Santa Rita concede a Dino Buzzati la grazia di guarire: 28 gennaio 1972”. No, Santa Rita quel giorno doveva essere impegnata&nbsp;&nbsp;con il gatto Mammone o stava scacciando con la scopa il Vecchio della montagna, o stava avvistando i tre ronfioni. Alle prese con grazie vere, quelle che solo lei, la santa delle grazie impossibili, poteva concedere.</p>



<p>Che si rivolgesse il giornalista scrittore pittore ai santi convenzionali. Non viveva forse a Milano sotto la protezione di Sant’Ambrogio, o addirittura non si trovava nella camera n. 201 di una Madonnina? Chi più di lei poteva distribuire grazie? E se proprio intendeva ribadire, l’ammalato,&nbsp;che non se ne intendeva di santi e di chiesa e di dio, poteva rivolgersi alla scienza medica o all’amore forte di gioventù della moglie Almerina dalla lunga treccia o alla sapienza animale del suo cane Diabolik che nel preciso momento della sua morte pianse con guaiti inconsolabili e lontani.</p>



<p>Se solo Buzzati avesse avuto un po’ più di forza, o di tempo per dipingerlo quell’ultimo ex voto…&nbsp;&nbsp;e dire che quella stessa mattina aveva chiesto alla moglie di fargli la barba perché la morte lo trovasse in ordine. Elegante. Quella eleganza che era la sua stessa essenza, nella persona nella vita nell’arte. E dire che una prova di P.G.R. l’aveva già fatta: “<em>Santa Rita per intercessione del professore Giovanni Angelini affronta e sgomina dopo paziente lotta uno spirito maligno di incerta stirpe sceso a&nbsp;insidiare tale Buzzati Dino in quel di San Pellegrino &#8211; Belluno, estate 1971”&nbsp;&nbsp;</em>con tanto di raffigurazione della villa di famiglia e della Santa che scaccia con un bastone lo spirito maligno. No, quel mattino non ebbe forza di prendere il pennello o la penna &#8211; che per lui era lo stesso &#8211; in mano, malgrado fosse lo stesso giorno in cui disse ad Almerina “<em>E’ strano , non arriverò a sera, eppure se il direttore mi chiedesse un articolo glielo farei”</em>, fino alla fine quel Signorsì che era la divisa militare con cui affrontava il quotidiano della vita.&nbsp;</p>



<p>D’altronde come poteva lui, il miscredente, pregare Dio? La sua Santa Rita sembra più una super eroina che una mistica santa. Non l’ha forse dipinta Buzzati&nbsp;di una bellezza tutta terrena, con i grandi occhi sensuali, le mani affusolate dalle unghie laccate? E le storie che vengono raccontate negli ex voto, non sono forse tutte straordinariamente popolate da mostri che nulla hanno a che fare con i diavoli cristiani? Miracoli della fantasia più che della religione. Miracoli di quel “<em>Dio che non esisti ti prego…</em>”, di quel mistero, di quel segreto della vita che Buzzati ha inseguito nel corso degli anni e che ci ha donato nelle sue opere, siano scritte o dipinte.</p>



<p>Val Morel con la sua edicola piena di ex voto destinati a Santa Rita, nelle Dolomiti, non esiste. È inutile inerpicarsi per i sentieri di montagna, cercare informazioni a sindaci o passeggeri casuali. No. Non c’è una Valle intitolata Morel, forse un paesino Valmorel, e tra le tante edicole, così comuni nei percorsi di montagna, questa dedicata a Santa Rita proprio non c’è. E allora non possiamo dare credito al nostro autore che pure tanto stimiamo e di cui ci fidiamo ad occhi chiusi? La sua “Spiegazione” che fa da premessa alla prima edizione de “I miracoli di Val Morel”, quella uscita subito dopo la mostra dei dipinti nella Galleria Cardazzo di Venezia, è chiara e dettagliata. Buzzati dice di aver ritrovato nella biblioteca paterna un quadernetto dove sono raccolti annotazioni su ex&nbsp;voto dedicati alla Santa Rita del santuario di Val Morel in quel di Belluno. Lo stesso Buzzati ha intrapreso il viaggio alla ricerca del micro santuario. E cammina cammina, lo trova&nbsp;<em>“uno di quei rozzi tabernacoli, con una immagine ormai quasi irriconoscibile, sul bordo tutta una fila di lumini”</em>.&nbsp;Sarà Toni Della Santa,&nbsp;<em>“un simpatico vecchietto”,&nbsp;</em>a fornirgli tutti i dettagli sul luogo e sugli ex voto. Peccato che quando Buzzati, dopo svariati anni, tornerà sul posto non troverà più traccia, né del tabernacolo, né di Toni Della Santa.<em>”Toni, Toni! Chiamai. Rispose il silenzio… Eppure portavo con me il quaderno ormai ingiallito”&nbsp;</em></p>



<p>39 dipinti con a fronte 39 brevi scritti che raccontano, aggiungono, tolgono elementi all’immagine. L’autore raggiunge in questa ultima sua opera il progetto di una vita, scrittura e pittura in un tutt’uno, realtà e immaginario che si mescolano, vita e morte che si armonizzano.&nbsp;<em>I miracoli di Val Morel&nbsp;</em>sono il miracolo di Buzzati.</p>



<p>Oggi, volendo, noi possiamo ripercorrere quella ricerca partendo dalla villa di famiglia nel bellunese, arrivando al comune di Limana, attraversando il bosco, raggiungendo il borgo Valmorel , inerpicandoci lungo il sentiero. Alla fine di tanto sperare ci&nbsp;troveremo di fronte ad una edicola laica di Santa Rita con una sorprendente immagine anch’essa laica (soltanto la copia per la verità) dipinta dall&#8217;autore stesso dei&nbsp;<em>Miracoli.</em></p>



<p>Dino Buzzati non fece in tempo a vedere l&#8217;edicola realizzata nel 1973,&nbsp;&nbsp;sorrise soltanto del progetto che &#8211; a lui che aveva detto&nbsp;<em>“un santuario che non esisteva, ma che in fondo poteva anche esistere”</em>&nbsp;&#8211; non doveva apparire impossibile.</p>



<p>I corsivi appartengono al&nbsp;<em>Il Deserto dei Tartari&nbsp;</em>e a<em> I Miracoli di Val Morel</em></p>



<p>Dino Buzzati, <em>I miracoli di Val Morel,</em> Oscar Mondadori, 2012</p>
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		<title>La filosofia narrante di Sandro Bonvissuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2021 14:42:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[autori]]></category>
		<category><![CDATA[autori italiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
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		<category><![CDATA[Merleau-Ponty]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Bonvissuto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ormai da anni, pur amando la filosofia, non leggo spesso saggi. Me ne sono chiesta la ragione e ho trovato almeno un motivo: la filosofia è scomparsa dai radar dei lettori appassionati, ha smesso di nascere nei luoghi ove ci si attende di trovarla. Di questa dispersione, con alcune eccezioni importanti, sono prova i tanti filosofi e filosofe delle università che, con indefesso spirito accademico, continuano a sezionare le grandi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ormai da anni, pur amando la <strong>filosofia</strong>, non leggo spesso saggi. Me ne sono chiesta la ragione e ho trovato almeno un motivo: la filosofia è scomparsa dai radar dei lettori appassionati, ha smesso di nascere nei luoghi ove ci si attende di trovarla.</p>



<p>Di questa dispersione, con alcune eccezioni importanti, sono prova i tanti filosofi e filosofe delle università che, con indefesso spirito accademico, continuano a sezionare le grandi opere concettuali per stanare tracce di pensiero da riutilizzare in convegni, saggi, volumi. Si tratta di cesellature e dissezioni che offrono forse piacere intellettuale, arricchiscono la mole delle conoscenze ma non generano un eccesso di vita e di meraviglia. </p>



<p>Non così per me. Io ritengo che la filosofia sia cosa viva e che il pensiero si manifesti nella forma, nello stile per agire su di noi e trasformarci. Dalla filosofia io mi attendo una dislocazione, voglio essere spostata da dove mi trovo, rivoltata. Ed è così che mi è arrivata in soccorso un’altra grandissima fonte di dislocazione, la più grande forse: l’arte.</p>



<p>Da lei oggi, pur provata dal mercato, ci vengono le migliori concrezioni filosofiche, le più belle e durature, le più universali anche. Nelle pagine, nelle tele, in teatro, nella poesia il pensiero si vivifica. In questo mio percorso di letture alla ricerca dello stile, mi sono imbattuta nei libri di un autore italiano contemporaneo, <strong>Sandro Bonvissuto</strong>.</p>



<p>In questo caso il pensiero filosofico non si è solo rifugiato ma ha edificato una sua maniera di esistere. Nei libri di Bonvissuto infatti il concetto si presenta come immagine senza mai ostentare complessità; il pensiero accade e può essere goduto come filosofia incarnata, narrazione. Vi invito a leggere i suoi volumi come si trattasse di opere filosofiche fruibili a tutti.</p>



<p>Il libro d’esordio, <strong>Dentro </strong>(Einaudi 2012, Premio Chiara 2013) è un trattato di fenomenologia applicata (l’autore si è laureato in filosofia con una tesi su <strong>Merleau-Ponty</strong>); basta scorrerne le pagine per imbattersi in una scrittura asciutta, limpida, sostanziale che incolla il lettore alle pagine e non gli lascia scampo: bisogna restare, finire questo libro dotato di una struttura circolare (il protagonista senza nome, senza storia, senza riferimenti, vive tre esperienze di vita diverse in età dissimili- con il racconto che esordisce nella maturità e si chiude durante l’infanzia). Questa costruzione involve, imprime il suo anulus aeternitatis alla vita delle cose e delle persone che sono trattate egualmente e fenomenologicamente come “fatti”, esseri rivoltati dal loro dentro, esposti.</p>



<p>C’è poi il secondo <strong>romanzo </strong>del 2020, <strong>La gioia fa parecchio rumore</strong> (Einaudi) che ci porta su un&#8217;altra landa filosofica, quella della filosofia morale. Questo libro, il cui protagonista è un bimbo che vive un amore assoluto per la Roma di Falcão, si può leggere come un manuale di filosofia pratica, diretto, profondo, concreto. Per comprendere meglio quanto sto dicendo, aprite le prime pagine del romanzo che si configurano come un vero e proprio trattato sull’amore inteso come modo di vita, rivelazione. </p>



<p>Nel corso della storia, il bimbo viene trasformato irreversibilmente dal proprio sentimento unilaterale e perfetto per bellezza e evidenza. I bambini, del resto, sono spesso i portavoce delle storie di Bonvissuto; loro ci fanno respirare la potenza degli inizi offrendo un pensiero che coincide con le cose. Queste opere di filosofia e di letteratura ci consegnano la vita reduplicata della quale abbiamo bisogno per vivere felicemente la nostra.</p>



<p><strong><a href="http://www.sandrobonvissuto.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sandro Bonvissuto</a></strong>, esordisce nel 2012 con <strong>Dentro </strong>(Einaudi, Premio Chiara 2013) e ha pubblicato, sempre con Einaudi, <strong>Rifiuti ingombranti</strong>, in AA.VV, <strong>Scena padre</strong>, 2013 e il suo ultimo romanzo, <strong>La gioia fa parecchio rumore</strong>. (2020).</p>
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		<title>Abdulrazak chi?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Oct 2021 11:29:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Abdulrazak Gurnah]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[Africani]]></category>
		<category><![CDATA[Arabi]]></category>
		<category><![CDATA[Blowin&#039; in the Wind]]></category>
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		<category><![CDATA[Congo]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Fo]]></category>
		<category><![CDATA[Esilio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È la tipica domanda che angoscia la popolazione umana mediamente colta quando l’Accademia svedese sforna il suo verdetto sul premio Nobel per la letteratura. Credo che lo abbiamo ripetuto ogni anno negli ultimi quarant’anni, con l’unica eccezione di Dario Fo perché era italiano e di Bob Dylan perché è Bob Dylan. Stavolta ero preparato. Prima di andare a lavorare in Tanzania, avevo letto “Paradiso”&#160; di Abdulrazak Gurnah, neo premio Nobel&#8230;</p>
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<p>È la tipica domanda che angoscia la popolazione umana mediamente colta quando l’Accademia svedese sforna il suo verdetto sul premio Nobel per la letteratura. Credo che lo abbiamo ripetuto ogni anno negli ultimi quarant’anni, con l’unica eccezione di Dario Fo perché era italiano e di Bob Dylan perché è Bob Dylan.</p>



<p>Stavolta ero preparato. Prima di andare a lavorare in Tanzania, avevo letto “Paradiso”&nbsp; di Abdulrazak Gurnah, neo premio Nobel per la letteratura. Partiamo da qui.</p>



<p>Siamo nel Tanganica tedesco, poco prima dell’inizio della Grande Guerra e Yusuf, dodici anni, è stato ceduto da suo padre ad un ricco mercante arabo per pagare un debito. Mentre attende il treno che lo porterà via da casa,</p>



<p>“<em>egli vide in quel momento due europei sulla banchina della stazione, i primi che avesse mai visto. Non era spaventato, non all’inizio. (…) I due europei stavano anch’essi aspettando, in piedi sotto una tenda con i loro bagagli e i loro beni che sembravano importanti accuratamente impilati a pochi piedi. (…) Yusuf ebbe la possibilità di guardarlo a lungo. E lui girandosi vide Yusuf che lo osservava. L’uomo distolse lo sguardo all’inizio e poi ritornò su Yusuf per un lungo momento. Yusuf non poté staccare gli occhi. Improvvisamente l’uomo scoprì i denti in una smorfia involontaria, arricciando le dita in un modo inspiegabile. Yusuf comprese l’avvertimento e fuggì, mormorando le parole che gli erano state insegnate in caso avesse bisogno dell’immediato e inatteso aiuto da dio.”</em></p>



<p>Sulla biografia di Gurnah i media internazionali si rimpallano le stesse notizie, segno che nessuno conosce il suo cellulare per chiedergli qualche informazione e che nessuno l’ha mai letto, neppure i redattori delle pagine culturali dei nostri prestigiosi giornali che si sono arrampicati sui proverbiali specchi in cerca di un titolo, finendo per ricadere, in mancanza di meglio, nella solita battaglia retorica sui rifugiati, come se Abdulrazak Gurnah fosse un attivista delle solite ONG e non parlasse di temi universali, come la lontananza, l’esilio ed il conflitto tra se e il nuovo mondo.</p>



<p>Il ragazzo che è costretto a lasciare casa, mentre il mondo intorno a se si popola di facce sconosciute, rappresentanti di un potere incomprensibile che divide il mondo in nativi ed esuli. Questo è il cuore della sua biografia.</p>



<p>Sappiamo che Abdurazak Gurnah è nato nel 1948 a Zanzibar e che all’età di 18 anni è fuggito dall’isola a causa delle sue origini arabe. Tutto ciò suona remoto alla mente dell’italiano medio che, pensando a Zanzibar, si riempie delle immagini del più classico dei paradisi di sabbie bianche. Certo che lo è, altrimenti non ci sarebbero andati 60.000 italiani l’anno, prima che la pandemia ci rinchiudesse a sognare la spiaggia di Ladispoli.</p>



<p>Prima di una meta di viaggi tutto compreso, per secoli Zanzibar è stata il centro meticcio di una vasta rete commerciale. I suoi mercanti si addentravano nell’interno del continente africano, fino ai Grandi Laghi ed in Congo, in cerca di oro, avorio e schiavi che poi rivendevano alle piantagioni di spezie dell’isola, nei paesi arabi e nell’Impero ottomano.</p>



<p>Una storia tragica che fece la ricchezza della città sotto il dominio dei sultani omaniti, finché gli inglesi non imposero il protettorato nel 1890 ed abolirono la schiavitù ma non gli iniqui rapporti di potere tra l’elite di origine arabo-indiana e la maggioranza nera. Quando giunse l’indipendenza nel 1963, gli africani non ci stavano più ad accettare la loro subordinazione.</p>



<p>Nel gennaio 1964 un’improvvisa insurrezione sconvolse l’isola in un’orgia di sangue che travolse l’élite araba ed indiana. I morti e gli stupri si contarono a migliaia, lasciando un trauma che ancora oggi risuona nei discorsi a Zanzibar, sussurrati, perché il regime della Tanzania (di cui Zanzibar entrò a far parte nell’aprile 1964) non vuole che si parli della strage della rivoluzione.</p>



<p>Anche il giovane Abdulrazak fu costretto a lasciare l’isola. Nel 1968 era in Gran Bretagna, ragazzo di vent’anni che si ritrovò nella faticosa opera di ricostruzione della vita, con una nuova identità e una nuova lingua che avrebbe accolto i ricordi che avrebbero costituito il centro emotivo delle sue future opere. L’inglese del gelido Mare del Nord invece della musicalità dello swahili, la lingua meticcia dell’Africa orientale, di stampo bantù e di introiezioni arabe. Gurnah non sarebbe potuto tornare a Zanzibar che molti anni dopo, nel 1984, ormai cittadino britannico.</p>



<p>In Tanzania sono giustamente orgogliosi per il primo Nobel, anche se forse il premio dovrebbe essere dato alla terra sempre troppo popolata degli esuli. A chi spetta? Al paese di nascita o al paese di crescita? Alle spiagge e ai mercati della profumata, multietnica e poco idilliaca isola o alle nebbie e al caos cosmopolita di Londra in cui i popoli delle ex colonie si scontrano con il potere della civiltà europea? C’è un caso opposto. Il francese Jean-Marie Le Clezio, premio Nobel nel 2008, è di famiglia franco-mauriziana da due secoli e ci tiene alla sua identità mauriziana, ma viene identificato, potenza della pelle, come francese.</p>



<p>Insomma, è più importante l’anagrafe, il diploma scolastico o i temi di cui uno scrittore o una scrittrice vuole occuparsi? Che, nel caso, di Gurnah, senza andare a riprendere la pomposa dichiarazione svedese, sono tutti basati in Africa orientale?</p>



<p>La risposta è soffiare nel vento, come disse un altro laureato che a Stoccolma non ci volle andare.</p>



<p>Se c’è un merito nell’Accademia di Svezia è proprio quello di avvicinarci ad autori ed autrici sconosciuti, dalla cui opera potremmo ricavare la comprensione di un altro piccolo pezzo della nostra umanità. La migliore letteratura, del resto, si disinteressa dello sventolare di pezzi di tela colorata sulle linee immaginare su cui vigilano i vigilantes con le fruste.</p>
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		<title>Elogio paradossale dell&#8217;insonnia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Feb 2021 10:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stanotte per la prima volta ho pensato che a soffrire d&#8217;insonnia ci si guadagna. Per anni l&#8217;ho considerata una condizione penosa, una gran perdita di tempo e di energia. Così me ne stavo a guardare film, quando potevo, o rimanendo in silenzio, al buio, per non svegliare i miei cari. Solo di recente, a seguito di un&#8217;infezione da Covid e su sollecitazione di mia moglie, ho ripreso a impiegare il&#8230;</p>
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<p>Stanotte per la prima volta ho pensato che a soffrire d&#8217;insonnia ci si guadagna. Per anni l&#8217;ho considerata una condizione penosa, una gran perdita di tempo e di energia. Così me ne stavo a guardare film, quando potevo, o rimanendo in silenzio, al buio, per non svegliare i miei cari.</p>



<p>Solo di recente, a seguito di un&#8217;infezione da Covid e su sollecitazione di mia moglie, ho ripreso a impiegare il tempo notturno nella lettura come ai tempi belli dell&#8217;università. Sono ripartito dalla tetralogia de L&#8217;amica geniale di Elena Ferrante che, come lo sceneggiato televisivo, mi ha tenuto attaccato alle pagine per ore, a ritmi di lettura che non ricordavo dall&#8217;infanzia, quando una febbre reumatica mi costrinse a letto per sei mesi circa e la cameretta si affollò di volumi e personaggi fantastici emergenti dalle pagine di Salgari e di Verne.</p>



<p>Allora avevo una calca di amici eroici e fidatissimi, provenienti da regioni esotiche, sublunari, ipogee, ultramondane, i quali avrebbero avuto un ruolo fondamentale nell&#8217;indirizzo di studi intrapreso molto tempo dopo, diciannovenne, all&#8217;Orientale di Napoli.</p>



<p>Dopo decenni di delusioni, amarezze e indurimenti dell&#8217;anima, la lettura notturna mi fa dono oggi di nuove amicizie partenopee, questa volta femminili, che vanno sotto il nome letterario di Lila ed Elena. Ne avrò così un doppio guadagno, perché chiusa la tetralogia, le due forti figure, davvero persone di gran valore, sono certo che continueranno a farmi compagnia per molto tempo ancora.</p>



<p>Della Ferrante avevo letto e amato L&#8217;amore molesto e la trasposizione filmica che a suo tempo ne fece Mario Martone. Un capolavoro narrativo in cui si intravedeva già la stoffa della grande scrittura. L&#8217;amica geniale, che ha il merito di avere incontrato sulla sua strada un altro grande regista in Saverio Costanzo, è una sorta di coronamento, ma portato a un livello di verità molto più profondo ed esaltante. Le notti così mi si nobilitano addosso.</p>



<p>Doveva pur esserci un vantaggio, qualcosa di positivo da ricordare nell&#8217;esperienza orribile e frustrante della pandemia. Io l&#8217;ho ritrovato nel più antico universo a me noto: quello della letteratura.</p>
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		<title>Leonardo Sciascia, questo non è un racconto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2021 09:23:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare. L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti,&#8230;</p>
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<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare.</p>



<p>L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti, streaming, lenzuolate dei giornali, aperture dei Tg, maratone radiofoniche. Ma soprattutto, il continuo fiorire di amici. Tanti amici. Quanti non ne aveva mai avuti in vita lo scrittore più eretico del Novecento italiano. Chissà cosa penserebbe Sciascia di questo tripudio. In vita, avversò ogni Chiesa, quella cattolica e quella comunista. Era contrariato dall’untuosa pratica italica di adorare santini, rendere omaggio solo dopo la morte. Ammonimento che lo scrittore siciliano pubblicò subito dopo la tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini. La stessa esortazione di Alberto Moravia nel corso del tragico funerale del poeta.</p>



<p>Dunque, questo non è un racconto, è il rimando a un grande scrittore francese. I suoi amati autori francesi. Tutti i suoi libri partivano quasi sempre da un repêchage. Questo titolo e il libro di Diderot, non sono casuali. La risposta nelle parole del filosofo francese: “Si incontravano di rado, ma si scrivevano spesso. Io cento volte ho ripetuto agli amanti: non scrivete, le lettere saranno la vostra rovina; casualmente, qualcuna, prima o poi, finirà all’indirizzo sbagliato. Il caso dà origine a tutte le possibili combinazioni di eventi e non gli occorre che del tempo per determinare quella che risulterà fatale. Qualcuno vi ha mai dato retta? E tutti hanno trovato la loro rovina”.</p>



<p>La storia è incentrata sulla disdicevole pratica dei giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Chissà, forse era questo il monito finale dell’inflessibile Sciascia. Metteva in guardia dal rischio di fraintendimenti e giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Forse, anche queste righe. Leonardo Sciascia era diffidente, fu guardingo per tutta la vita. Inviso ad ogni consorteria, gilda, corporazione, setta, fazione. Fu splendido eretico, permaloso, tenace, inflessibile. Come il suo fra Diego La Matina, protagonista di “Morte dell’inquisitore”. Un eremita condannato per eresia. Nel 1657, rinchiuso nelle carceri dell’Inquisizione a Palermo, durante un interrogatorio, ghermì con le manette il grande inquisitore della Sicilia, Juan Lopez de Cisneros, uccidendolo.</p>



<p>Ecco, questa è stata la cifra stilistica della scrittura sciasciana. Lo scrittore, l’intellettuale, inteso come l’homme révolté di Camus. Questo considerazioni, non già per incarnare voci fuori da coro. Sarebbe anche questo un vacuo esercizio di stile. Piuttosto, un invito guardingo alle parate mielose e caramellate.</p>



<p>Sulle sue opere sono stati versati i classici fiumi di inchiostro. Ma cosa hanno rappresentato Sciascia e i suoi libri, per le generazioni che si sono formate nel corso degli anni Sessanta? Quale è stato il contributo di questo straordinario personaggio per un territorio eccentrico come la Sicilia dell’entroterra e il Meridione? Che valore ha avuto la sua scrittura di intervento, il suo dettato esplicito, la ricerca della verità? Ecco, forse sono questi utili interrogativi.</p>



<p>I libri di Sciascia, sono stati la formazione morale per generazioni di figli e nipoti di contadini, minatori, gabellotti, operai e artigiani, maestri di scuola. Erano i primi volumi che entravano in quelle case modeste, trovavano posto nelle librerie di formica, tra gli scaffali dei tinelli. La sua, era scrittura che non si faceva orpello, consolazione. La povera gente, annotava Sciascia nella premessa alle “Parrocchie di Regalpetra”, aveva una gran fiducia nella scrittura. Dicevano: “Basta un colpo di penna”. Come a dire: “Un colpo di spada”. Credevano che un colpo vibratile ed esatto della penna, potesse bastare a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso.</p>



<p>Ecco, questo ha incarnato la scrittura, la letteratura, la stessa figura dello scrittore di Racalmuto. La scrittura non orpello, né belletto ma strumento di conoscenza, di lotta, di redenzione. Arma con la quale combattere ingiustizie, sopraffazioni, imposture.</p>



<p>La scrittura era il riscatto di generazioni di vinti, sconfitti, ultimi. Molti, grazie a questo concetto, sono diventati magistrati, maestri di scuola, sindacalisti, politici, giornalisti, scrittori, artisti. Un sommovimento potentissimo, operato in un territorio, quello dell’entroterra siciliano immobile per secoli. Paesi dalle sonorità arabe: Milena, Delia, Serradifalco, Montedoro. A cominciare dalla stessa Racalmuto, Rahl al-mudd, villaggio morto. Erano i villaggi, i paesi degli zolfatari e dei salinari, formicole che si muovevano tra i camminamenti delle pirrere, le miniere dell’Italkali. Terre di stenti e di angherie secolari. Casupole di contadini che galleggiano in un mare di gesso e zolfo, come scrive Enzo D’antona.</p>



<p>Sciascia, in questi luoghi, assume financo una connotazione sonora altra. Con un accento posto a metà. In questo entroterra siciliano è Sciàscia, con un suono lieve e aspirato. Xaxa, che in arabo è il velo da capo. Qui era nato Sciascia l’8 gennaio del 1921. Sarebbe meglio dire, 1920+1, parafrasando il titolo del suo libro “1912+1”. Si, perché l’autore de “Il giorno della civetta”, era nato in realtà nel dicembre del 1920. Ma, per rubare un anno al re, suo padre lo dichiarò all’anagrafe nel gennaio del 1921. Un escamotage invalso a quel tempo per ritardare la chiamata alla leva. Ma, come si conviene ad un uomo predestinato al racconto, il buon Nanà sarà dichiarato rivedibile, poi riformato e non dichiarato idoneo per il fronte.</p>



<p>La scrittura di Sciascia appare così particolare, insolita, eccentrica in una regione densamente popolata da autori barocchi e trabordanti. Quei libretti erano esili, essenziali. Si narra che una giornalista di grido, sottolineò con una certa sufficienza, la mancata corposità di uno dei volumi di Sciascia, appena pubblicato. E lui, accendendo l’ennesima sigaretta, aguzzando i suoi occhi aggrottati, sentenziò che era la verità. Quella magrezza però, gli era costata la fatica di un anno di scrittura e un successivo anno di sintesi.</p>



<p>Memorabili questi aneddoti sciasciani. Episodi che allontanano l’immagine stereotipata dell’intellettuale ingrigito e triste. In realtà, un uomo di spirito, attento osservatore. Ma era anche un uomo tutto di un pezzo, aspro. Come testimonia la rottura della storica amicizia con il pittore Renato Guttuso. Un episodio che, da solo testimonia il periodo storico e le due visioni del mondo. Da una parte Guttuso, intellettuale engagé. Dall’altra, l’eretico Sciascia. Da una parte il militante comunista che, con sofferenza, difende l’indifendibile posizione del suo partito. Dall’altra, l’homme révolté, che non ha nessuna intenzione di negare l’evidenza a favore di nessuna Chiesa. Un errore, che la Sinistra italiana pagò caro. Fino a giungere al tardivo e onesto ravvedimento di un suo dirigente storico, Emanuele Macaluso che, di recente, ha pubblicato un libro dal titolo: “Leonardo Sciascia e i comunisti”.</p>



<p>Questo è un racconto, invece. Narra di un viaggio da Serradifalco a Caltanissetta. Una strada tutta tornanti guadagnata a bordo di una Fiat 1100, guidata dal maestro elementare Salvaore Petix. I capelli, annegati in un doppio strato di brillantina Linetti. I pesanti occhiali di bachelite. La cartella di cuoio. La vettura gremita da un numero imprecisato di suoi studenti. La leva del cambio che gratta scalando le marce. L’arrivo in piazza Garibaldi a Caltanissetta. Il plotone di serradifalchesi, guadagna il corso Umberto I. Non prima di una sosta ai tavolini del mitico caffè Romano. Un assalto, ai limiti della lussuria, ai rollò con ricotta, fino a guadagnare la perla di pasta reale incastonata al centro. La marcia degli intrepidi riprende. Pochi metri, a sinistra del monumento equestre al re piemontese, le vetrine della libreria di Salvatore Sciascia. L’appuntamento è con il direttore della rivista “Galleria”. Dopo l’ampio stanzone invaso di libri, un pertugio in fondo. Una saletta, minuscola quanto uno stato d’animo. A stento, tra le volute di una coltre di fumo indefinibile, un signore minuto, l’eleganza composta. Accenna un sorriso socchiudendo gli occhi. Aspira con avidità la bianca Chesterfiel, e sembra svanire nella nuvola color tortora.</p>
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		<title>Giuseppe Leone: l&#8217;ultima immagine di Sciascia riflessa nella torta a forma di libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Nov 2020 14:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
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<p>«Più che un’ultima frase di Leonardo, ricordo l’ultima immagine di Sciascia». Il ricordo è quello consegnato alla memoria visiva del fotografo Giuseppe Leone. «Il mio ultimo ritratto di Sciascia è uno scatto realizzato a casa sua, a Palermo. Avevo portato con me una torta confezionata da “Di Pasquale”, la sua pasticceria ragusana prediletta. Era una magnifica torta a forma di libro. Inquadrai Leonardo. Ho ancora vivida nella memoria la sua immagine. Era un dettaglio del suo volto: i suoi occhi lucidi di lacrime. Dopo quel giorno, non ci siamo più rivisti. Qualche settimana dopo cominciò il suo calvario. I problemi di salute si aggravarono. I continui viaggi a Milano. Ogni volta che rivedo quella foto, sento un groppo in gola. Il dolore per un amico che mi manca tremendamente. Sciascia manca soprattutto a questa nazione disperata».</p>



<p><strong>Come ricorda il 20 novembre del 1989, quando Sciascia si spense nella sua casa di Palermo?</strong><br>Squillò il telefono. Avevo un presentimento. Era Gesualdo Bufalino, la voce rotta dal dolore, mi comunicava che Leonardo era morto. Seguirono lunghi istanti di silenzio. Concordammo di raggiungere insieme Palermo. Fu un viaggio lunghissimo, avvolto in un silenzio irreale. Il cortile della sua casa a Villa Sperlinga era affollato di vetture, stentammo a trovare un parcheggio. Guadagnata mestamente la rampa di scale, mi ritrovai al cospetto del feretro. A colpire la mia attenzione fu il volto triste e incanutito di Marco Pannella.</p>



<p><strong>Come conobbe l’autore delle “Parrocchie di Regalpetra”?</strong><br>Una strana coincidenza. Una di quelle stranezze misteriose che Sciascia amava tanto. La prima volta che incontrai Leonardo Sciascia, fu nella sede della casa editrice Sellerio, in via Siracusa a Palermo. Stavo ultimando l’impaginazione del mio primo libro “La pietra vissuta”. Enzo Sellerio, mi chiese di seguirlo, voleva presentarmi una persona. Trovai Sciascia seduto su un divano mentre fumava l’eterna sigaretta. Ma la cosa che mi colpì, fu la sua immediata domanda. Mi chiese se conoscessi la prefettura di Ragusa. Risposi ingenuamente di sì. Lui rincalzò, divertito, spiegando che il riferimento era alle tempere realizzate da Duilio Cambellotti. Pitture che adornavano il palazzo della prefettura. Aveva già in mente un lavoro dedicato a una pagina rimossa della storia italiana. Paradossalmente quella sua prima domanda, dopo qualche anno, si trasformò nel nostro ultimo libro: “Invenzioni di una prefettura”, edito da Bompiani. A Ragusa, grazie al prefetto Siani, potemmo visitare i saloni della prefettura. Le pareti erano state foderate, per anni, da teloni scuri che coprivano le pitture di Duilio Cambellotti. Fu dunque un autentico disvelamento. Realizzammo un libro autenticamente sciasciano. Contraddistinto dalla sua cifra stilistica: la spasmodica ricerca della verità. Anche la verità scomoda, come quella del regime fascista. A rileggerlo, il suo testo, è ancora oggi straordinario. Dunque misteriosamente, la prima cosa che mi aveva chiesto, fu l’ultimo libro che abbiamo realizzato. Dopo il primo incontro palermitano, entrammo subito in sintonia. Venne a trovarmi a Ragusa, più volte. Abbiamo percorso la Sicilia in lungo e largo, mostre, convegni, feste di piazza. Ma in tanti anni di amicizia, non sono mai riuscito a dargli del tu. Me lo chiese più volte. Ma non riuscivo, intimidito dal grande rispetto che nutrivo nei suoi confronti. Trovammo dunque un compromesso. Decidemmo che lo avrei chiamato Leonardo, ma sempre dandogli del lei. Lui, ogni volta,al cospetto di questa mia timidezza sorrideva divertito. É stato una persona determinante, per la mia carriera e per la mia crescita culturale. Le sue parole, le sue indicazioni, mi hanno aperto orizzonti inesplorati, conferendo metodo al mio lavoro di fotografo. Il nostro primo libro fu “La Contea di Modica”. In quell’occasione, ho avuto modo di conoscere il grande valore dell’uomo e dell’artista. Quando gli chiesi, intimidito, come procedere, rispose che dovevamo agire in piena autonomia. Io dovevo sviluppare il mio racconto per immagini, lui quello tratteggiato con le sue parole. Una dichiarazione di autonomia che mi spiazzò. Una lezione di civiltà e di rispetto che non dimenticherò mai. Quando Sciascia arrivava a Ragusa, non mancava l’appuntamento a Scicli, nello studio del pittore Piero Guccione. Leonardo lo stimava e lo apprezzava per la sua maestria e per il suo riserbo. Una taciturna discrezione che sembrava accomunarli. La nostra frequentazione culminò in una mostra a Palermo. Esposizione che fu ospitata nei locali della galleria “La Tavolozza” diretta da Vivi Caruso, la moglie del pittore Bruno Caruso. Piero Guccione con i suoi dipinti e io con le mie fotografie, fummo accomunati da un testo in catalogo di Sciascia a dir poco sublime.</p>



<p><strong>Come era nella sua quotidianità Sciascia?</strong><br>Con Gesualdo Bufalino andavamo spesso a Racalmuto, in contrada Noce, la residenza estiva di Leonardo. Il rito era sempre lo stesso: Bufalino mi chiamava la sera prima, il mattino successivo mi attendeva in piazza a Comiso. Giunti a Racalmuto era sempre una gran festa. Bufalino e Sciascia avevano la stessa età, gli stessi interessi letterari, la stessa passione per il cinema. Era un tripudio di citazioni, riferimenti, allusioni. Il mio libro “Storia di un’amicizia” è proprio intessuto da queste straordinarie frequentazioni. Un connubio che si è trasformato in uno dei miei libri fotografici più riusciti. Alla Noce era sempre un continuo stupore. Vi si davano raduno personaggi straordinari. É stato quello lo scenario della mia foto più famosa, divenuta presto una sorta di icona. Quella che ritrae Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo. Ad organizzare l’incontro fu un altro grande amico di Leonardo, Aldo Scimè, suo amico d’infanzia, grande giornalista, intellettuale raffinatissimo. Eravamo seduti nella terrazza della casa di campagna e attendevamo l’arrivo di Indro Montanelli. Il mitico giornalista del “Corriere della Sera”, per un contrattempo mancò l’appuntamento. Nell’attesa, i tre giganti della letteratura italiana, si produssero in una conversazione memorabile. Scattai, quasi per caso, una sequenza di foto. I tre rimasero imprigionati nell’obiettivo con una magnifica risata complice che li accomunava. Vicenda umana e artistica irripetibile. Ma quella Racalmuto non l’ho più ritrovata. La magia, era quella che Leonardo era riuscito a tessere: trasformare un luogo eccentrico, lontano da ogni dove, in una sorta di capitale della cultura. Oggi non è più così. Racalmuto è tornata a essere un luogo provinciale e marginale. Lo dimostrano le inutili dispute sulle sorti della fondazione Sciascia. Di Leonardo e della sua opera ci si occupa in maniera frammentata, disorganica. Una sciatteria che segna il tempo in cui viviamo. Testimonia la pochezza della cultura siciliana. Un’Isola che era popolata da giganti della cultura e grandi artisti. Oggi, invece la Sicilia ha relegato la cultura in un angolo. Sciascia è una delle poche cose delle quali la Sicilia non deve vergognarsi e invece, sembra quasi ci si vergogni a ricordarlo e omaggiarlo. Forse, perché è ancora un personaggio scomodo. Si vede che il suo ricordo, i suoi libri, scomodano ancora le coscienze.</p>



<p><strong>Il tratto caratteristico di Sciascia era una nota di fondo malinconica e disincantata?</strong><br>Occorre sfatare questo mito, Sciascia non era affatto triste e malinconico. Al contrario, era di un’estrema simpatia e giovialità. Era animato da un grande senso dell’umorismo. Capace di gesti goliardici incredibili. Come quella volta a Siracusa, quando a pranzo ci ritrovammo seduti in tredici. Ricordo il volto smarrito della regista Lina Wertmüller e dello scrittore Sebastiano Adamo. Sciascia pretese si aggiungesse un tavolo, perché il numero tredici portava sfortuna. In privato raccontava storie divertentissime, sugellandole con la sua risata discreta. L’episodio più formidabile è quello di un convegno palermitano. Prima dell’inizio dei lavori, finse un improvviso malore. Un escamotage per evitare di sedere al fianco di una personalità politica che lo infastidiva. Era però anche un uomo duro, inflessibile. Non perdonava. Si legava indissolubilmente al dito una malefatta. Come è stato con la fine di una grande amicizia, quella con il pittore Renato Guttuso. Un episodio che mi raccontò con grande amarezza. Mi confidò quanto gli pesasse il grande dolore per la fine di quel grande sodalizio artistico. Non accettò mai più di incontrarlo. Sciascia era anche un uomo generosissimo. Ricordo una finta e furibonda lite in una trattoria di Roma, nei pressi del Parlamento. Al cospetto di un attonito giornalista, Lino Jannuzzi. L’animata disputa era incentrata sul chi dovesse regolare il conto. Alla fine Sciascia sbottò battendo il pugno sul tavolo: “Basta, con Peppino non si può”. E giù risate a crepapelle. Una figura poco indagata della sua quotidianità è stata la moglie Maria. Era la sua prima lettrice, stava sempre un passo indietro, ma era sempre presente, con discrezione. Una volta le chiesi copia di un testo che Leonardo mi aveva inviato. Lei rispose che non esistevano bozze del marito. Quando lui batteva sui tasti della sua Olivetti, procedeva senza appunti, aveva già tutto in mente. I suoi scritti, quando aprivo le buste che mi recapitava, presentavano solo un grande lavorio, quello legato alla punteggiatura, la sua ossessione, il suo rovello, la sua fissazione stilistica.</p>



<p><strong>Nostalgia per questo carosello di ritratti che affollano le pareti del suo studio?</strong><br>Osservo ormai rassegnato queste immagini. Sembra di stare in trincea. Ogni tanto giunge notizia della scomparsa di persone care. A mano a mano, questi ritratti hanno dato vita a una sorta di cimitero privato. Tutti i miei più cari amici sono ormai scomparsi. E io continuo a chiedermi: Ma io, quantu pozzu campari?.</p>



<p>Giuseppe Leone, chiude questa conversazione con una meravigliosa risata sciasciana.</p>



<p><em>Nella fotografia, Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino ritratti da Giuseppe Leone</em></p>
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