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	<title>M5S Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Guida per idioti alle elezioni politiche</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/16/delle-pagine-guida-per-idioti-alle-elezioni-politiche/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2022 13:13:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare una guida alle elezioni per idioti, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti. Abbiamo una coalizione di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di centrosinistra (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una liberale (Calenda e Renzi) ed infine i Cinquestelle da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “Il partito&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare <strong>una guida alle elezioni per idioti</strong>, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti.</p>



<p>Abbiamo una coalizione di <em><strong>centrodestra</strong></em> (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di<strong> <em>centrosinistra</em></strong> (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una <strong><em>liberale</em> </strong>(Calenda e Renzi) ed infine i <em><strong>Cinquestelle</strong></em> da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “<em>Il partito della follia creativa</em>” del dottor Cirillo, da anni ilare presenza nelle elezioni romane.</p>



<p>Non parliamo di proposte specifiche, bensì di un’impostazione generale. In particolare, evitiamo qualunque riferimento ai rapporti con la UE, con la NATO, la guerra in Ucraina e il debito pubblico, perché su questi temi, semplicemente, non c’è alcuna possibilità di scelta.</p>



<p>I <strong>tre partiti di destra</strong>, nonostante qualche divisione non banale, condividono una chiara impostazione ideologica, una <strong>nostalgica visione di un piccolo mondo antico</strong> in cui ci si conosceva tutti, ognuno aveva un lavoro, c’erano pochi stranieri, l’Europa era lontana e la vita scorreva tra la sagra dei tortelli e la messa della domenica, un mondo alla Pane, amore e fantasia. Le donne restavano a casa a cucinare le eccellenze culinarie che il mondo ancora non ci invidiava, facevano figli e non abortivano, se non di nascosto. </p>



<p>Si rubava, anche, ma di nascosto; non si pagavano le tasse, ma di nascosto; c’erano anche gli omosessuali, che non andavano in giro a fare i “pride”. E a chi osava, c’era l’arma letale del pettegolezzo, punto di partenza per l’ostracismo sociale, pena peggiore del carcere. Si andava nelle case chiuse, all’aperto e senza sensi di colpa, raccontando barzellette contro le mogli. Il futuro che ci offre il centrodestra, in altre parole, è il ritorno ad una società in cui il maschio bianco etero è ai vertici e la cultura ne celebra le fanfaronate, dai bordelli alle sgommate in tangenziale.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Povia, “Luca era gay”</p>



<p>Nel <strong>lato sinistro</strong> non mancano proposte interessanti, come la scuola dell’infanzia obbligatoria, la reintroduzione dell’imposta di successione, il salario minimo e lo <em>ius scholae</em>, ma si avverte che sono estemporanee, fatte per accontentare una delle molteplici lobby che si alligna nel sottobosco della società civile, senza una riflessione complessiva sulla società futura. Secondo la sinistra, i prossimi decenni dovranno essere, per forza, multietnici, gender, ecologici, meritocratici, sostenibili ed equi, ma non ci dice come questo Sol dell’Avvenire dovrebbe essere realizzato. </p>



<p>In realtà la politica del PD è una forma molto italica di conservatorismo progressista,<strong> fare il minimo indispensabile</strong> perché ogni decisione rischia, in primo luogo, di spaccare il partito, poi di essere bloccata da un TAR o da un sindaco o da una protesta di piazza. La sinistra ha rinunciato completamente all’idea di governare i complessi processi in corso in Italia, se non affidandosi all’Europa, madre salvifica ma non sempre benigna.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: &#8220;Bella Ciao&#8221; (a bassa voce per non dare fastidio)</p>



<p>Passando ai <strong>Cinquestelle</strong>, la visione di Italia che Conte sta cercando in modo piuttosto annaspante di vendere al paese è quella dell’unica vera sinistra attenta ai bisogni della gente. Su questo, le credenziali di Conte sono interessanti, vedi reddito di cittadinanza. I Cinquestelle propongono sostanzialmente una società in cui uno Stato paternalista si fa carico di ogni problema, con un ampio allargamento dei cordoni delle borse, ma che non ha alcuna idea di come riorganizzare la società e l’economia nel suo complesso, senza grandi slanci, con un rinnegamento degli ideali più interessanti di rifondazione della politica lanciati dai Cinquestelle degli inizi. In altre parole, un traccheggiamento a vista, salvo intese.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Francesco Guccini, &#8220;La locomotiva&#8221;</p>



<p>Venendo al <strong>quarto polo</strong>, i due ragazzi terribili, Calenda e Renzi, sembrano gli unici con il coraggio di una visione davvero rivoluzionaria del futuro: individuo, impresa, liberalismo estremo, meritocrazia, Draghi ed Europa. Non è chiaro come tutto questo possa essere realizzato in una società invecchiata (male) come quella italiana, tenuta ignorante dal terrore televisivo, mentre i giovani, quei pochi che non sono fuggiti all’estero, sperano di fare fortuna con Tik-Tok. Tuttavia, i due rinascimentali propongono forse l’unica agenda per un radicale cambiamento dell’Italia, peccato che, come i bravissimi Maneskin, piacciano solo ai cinquantenni che credono di avere ancora vent’anni.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Madonna, &#8220;Like a Virgin&#8221;</p>



<p>Un’ulteriore scelta è l’<strong>astensione</strong>. Il rifiuto di partecipare al più importante appuntamento elettorale della vita pubblica è un fatto grave ma non può essere negato. Chi si astiene coscientemente non intende legittimare un sistema che ha tolto ai cittadini la libertà di scegliere i propri rappresentanti e governanti. </p>



<p>Ciò grazie ad una legge elettorale assurda, che premia le accozzaglie e accentra ogni potere nelle mani dei segretari di partito i quali, comunque, non sono in grado da anni di prendere alcuna  decisione che non siano le questioni identitarie, fuffa solo per chi non soffre le discriminazioni (vedi decreti sicurezza contro gli immigrati, le restrizioni all’aborto contro le donne, l’ideologia della famiglia tradizionale imposta ad un paese arcobaleno da cinquant’anni).</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: La Rappresentante di Lista, &#8220;Ciao ciao&#8221;</p>



<p>Ecco, queste sono le scelte a disposizione degli italiani e delle italiane. Potenzialmente, andiamo dalla restaurazione dell’<em>ancien régime</em> alla repubblica socialista, con mille sfumature dal nero al rosso. <strong>E</strong> <strong>tanto grigio, colore del fumo</strong>.</p>



<p>In realtà, c’è ben poco da scegliere. La politica economico-finanziaria, che ci piaccia o no, è decisa dai mercati finanziari internazionali, su cui la Commissione europea non comanda. Di politica estera non parliamo perché non l’abbiamo dai tempi di Andreotti. I clandestini continueranno ad arrivare con o senza blocco navale. Con la cultura non si mangia. Gli unici possibili e sostanziabili cambiamenti sono nei diritti sociali, ovvero in quelli che più fanno male quando si perdono. Questi sono essenzialmente i diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, la sanità pubblica e la libertà di decidere del proprio corpo, che siano l’aborto o il fine vita. </p>



<p>Le diverse coalizioni hanno già mostrato nei fatti cosa faranno o non faranno su ciascuno di questi temi, ma lascio a ciascuno e ciascuna di voi il compito di informarsi e di scegliere, per una volta, con consapevolezza.</p>



<p>Non dovrebbe essere difficile.</p>
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		<title>Il campo stretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 15:53:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima del campo occorre discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l'impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare.</p>
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<p>Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E&#8217; un&#8217;antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, agitare il corpo sociale, solleticare paure, accarezzare speranze, assecondare umori.</p>



<p>Conte e il M5S hanno scelto di fare la parodia del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, ma quel PCI era una “cosa” seria, mentre questa è l&#8217;ennesima prova della tragedia che diventa farsa.</p>



<p>Draghi fa quel che può. Con non poca (e imprevista) ingenuità ha ribadito che non esiste altro Governo che con il M5S; ha assecondato alcune richieste del “movimento” indulgendo anche a qualche deriva demagogica e populista; ha mandato messaggi rassicuranti al mondo che conta, ma la decisione della maggioranza dei parlamentari pentacosi di non votare il c.d. “decreto aiuti” segna un punto di non ritorno nella vicenda di questo Governo. </p>



<p>Salvo ripensamenti che il solleone non favorisce mai, si va verso l&#8217;approvazione di una finanziaria che raffazzona il consenso un po&#8217; qua e un po&#8217; là, che mette in sicurezza il PNRR, che cerca di sostenere le imprese e le persone in difficoltà, ma, per dirla con linguaggio antico ma efficace, la sua spinta propulsiva è esaurita.</p>



<p>Il problema, però, è che non è esaurita la necessità dell&#8217;agenda Draghi, quella originale e vera, quella – per dirla col Premier – che accompagnava un&#8217;Italia a cui – da Berrettini agli europei, da Parisi ai Meneskin – sembrava essere tutto (prima della guerra…ahinoi..) a nostro favore.</p>



<p>Quella che vediamo oggi è la solita agenda dell&#8217;emergenza, quella che guarda a…ieri…al massimo a oggi, ma che non affronta nessuno dei nodi veri di un Paese che deve superare un gap importante con gli altri competitor/partner europei.</p>



<p>E allora il tema non è quanto dura il Governo (speriamo che duri almeno fino all&#8217;approvazione del bilancio, quindi a fine anno, ovviamente), ma verso cosa stiamo andando, qual è lo scenario politico che abbiamo di fronte, chi e come è in grado di superare la perenne emergenza.</p>



<p>Prima del “campo”, su cui ostinatamente si è cimentato in questi mesi il Segretario del PD Letta, occorre definire il “cosa” fare. Il “campo” dipende dal “cosa”, se no ricaschiamo in questo orrendo bipopulismo, una camicia di forza che ci impedisce di aggredire e sciogliere i nodi gordiani che attanagliano da alcuni decenni il sistema-Paese.</p>



<p>La prima cosa da dire – anche in riferimento agli incontri dei giorni scorsi con sindacati e M5S – è che non si esce più forti dalla pandemia dilatando ulteriormente la spesa pubblica. Alta inflazione=alti interessi=alto debito e= riduzione reale dei salari.</p>



<p>Come all&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e fino agli &#8217;90 dobbiamo evitare che quella tassa perversa sulla povera gente che è l&#8217;alta inflazione freni lo sviluppo e faccia perdere potere d&#8217;acquisto a stipendi e salari.</p>



<p>Come uscirne? Non certo favorendo ulteriori scostamenti di bilancio; al massimo ci è consentito di utilizzare le maggiori entrate da IVA e lotta all&#8217;evasione per ridurre il cuneo fiscale e rilanciare l&#8217;apparato produttivo.</p>



<p>Occorre essere convinti che per ridare centralità al lavoro e sconfiggere il precariato bisogna ridare centralità alle imprese. Lo Stato deve, con interventi normativi e incentivi efficaci (il superbonus ha drogato, non aiutato il sistema), favorire il passaggio di ricchezza dal risparmio privato agli investimenti. Bene la riduzione del cuneo fiscale se i risparmi sul costo del lavoro vanno nelle buste paga e negli investimenti, non se vanno solo nei profitti.</p>



<p>E&#8217; d&#8217;accordo il M5S su questo? E la sinistra? A quando una presa di coscienza vera che la spesa pubblica a “go go” non è la soluzione, neanche nell&#8217;emergenza pandemica, figuriamoci ora!</p>



<p>Sul piano energetico, una volta deciso – giustamente – di dire basta ai combustibili fossili dal 2035, abbiamo il coraggio di dire che le fonti rinnovabili non sono da sole in grado di rappresentare la svolta per la loro precarietà e discontinuità? Vogliamo parlare davvero di termovalorizzatori e riaprire (abbiamo 12/13 anni davanti) il tema del nucleare? O un referendum di 34 anni fa deve fermare il tempo a quando non c&#8217;erano né internet né i telefonini?</p>



<p>Il M5S dice no, il PD non si sa, ma si sa, ad esempio, che importanti esponenti del PD in una Regione industriale come la mia (Piemonte) hanno detto no al nucleare la settimana scorsa.</p>



<p>E riteniamo una sciagura – come credo io – o uno strumento utile scelte come quella su ILVA, ALITALIA? Anche qui, che dicono i possibili partner del “campo largo”?</p>



<p>Ancora troppi, poi, a sinistra si sentono alleggeriti rispetto al peso della cosiddetta “deriva liberista” che (sic!) avrebbe caratterizzato il centro sinistra negli anni passati e da cui sarebbero stati liberati grazie al dilatare senza limiti della spesa pubblica, non rendendosi conto che ciò che ha senso fare nell&#8217;emergenza diventa inaccettabile se perpetuato al di là del dovuto.</p>



<p>La realtà ci dice che oggi, se consideriamo il rapporto tra spesa pubblica e reddito, l&#8217;Italia è il Paese più “socialista” tra i grandi Paesi europei, non avendo però uno Stato efficiente come quello francese (per non parlare di quelli scandinavi).</p>



<p>Infine, come avveniva quando la politica era una cosa seria, senza una visione comune di politica estera nessuna coalizione può nascere e governare.</p>



<p>La posizione di Enrico Letta sull&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraìna è stata limpida. Chapeau! Ma non è tutto così dentro il campo largo da lui invocato. Permangono derive “terzaforziste” tra UE/Occidente da un lato e Russia dall&#8217;altro. Alcuni secredenti&nbsp; tessitori ritengono che l&#8217;Italia debba essere con la UE e con gli USA “ma…però..”; evocano La Pira e il suo ponte verso il Mediterraneo e l&#8217;Oriente, ma alla fine si ritrovano a scimmiottare Nasser, il Pandith Nehru e Indira Ghandi…nella migliore delle ipotesi.</p>



<p>Insomma, a pochi mesi dalle elezioni, assistiamo a una rincorsa alla spesa pubblica che assomiglia all&#8217;assalto alla diligenza dei conti di inizio anni &#8217;80 e ciò riguarda sia la destra sovranista e nazionalista, sempre più statalista e assistenzialista, se non altro perché sta ereditando i voti pentacosi al Sud, sia un pezzo della sinistra e dello stesso PD che in alcuni suoi esponenti, dopo il confronto di ieri con il M5S, rincorre questi ultimi su amenità come il reddito di cittadinanza (che va azzerato per ripensare totalmente sia le forme di sostegno al reddito sia le politiche attive del lavoro).</p>



<p>Prima del campo occorre, quindi, discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l&#8217;impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea (penso alla CDU, agli stessi Republicains, ai liberalconservatori scandinavi), per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S (l&#8217;intervento di Calenda al congresso di Articolo 1 è illuminante a questo proposito) e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare (V. ultimo Governo Prodi).</p>



<p>E se il campo dovesse essere per forza “largo”, in nome dell&#8217;ennesimo appello “contro la destra” e per la paura di perdere, allora ai liberal demcoratici non resterebbe che la strada della solitudine, già sperimentata in molte realtà alle ultime elezioni amministrative.</p>



<p>Una strada difficile quest&#8217;ultima, ma l&#8217;unica, se le condizioni dovessero permanere quelle attuali, che potrebbe mettere in difficoltà un bipolarismo inconcludente e gettare le basi di una rinnovata dialettica democratica, magari con un sistema proporzionale rafforzato, che metta al centro alcuni valori di fondo (Costituzione, diritti civili, Europa unita, scelta occidentale) e un programma serio e pragmatico di sviluppo del Paese, scevro da ogni deriva populista e demagogica.</p>
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		<title>Antonio Martino: sono soltanto un liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2022 17:42:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Martino, cosa possiamo intendere per liberalismo?Il liberalismo è molto poco conosciuto anche se il numero di quelli che si dicono liberali aumenta a ritmo costante. In realtà, ci sono moltissimi italiani che sono liberali ma non lo sanno e tantissimi pseudo liberali che si professano liberali ma non lo sono. Questo è stato un problema storico per il liberismo in Italia. Quanto fondamentale è stato il pensiero liberale per&#8230;</p>
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<p><strong>Antonio Martino, cosa possiamo intendere per liberalismo?</strong><br>Il liberalismo è molto poco conosciuto anche se il numero di quelli che si dicono liberali aumenta a ritmo costante. In realtà, ci sono moltissimi italiani che sono liberali ma non lo sanno e tantissimi pseudo liberali che si professano liberali ma non lo sono. Questo è stato un problema storico per il liberismo in Italia.</p>



<p><strong>Quanto fondamentale è stato il pensiero liberale per lei?</strong><br>Io credo di essere nato liberale e temo che morirò liberale. Non è che il timore sia dovuto al liberalismo ma alla morte, che ahimè è inevitabile. Mia madre diceva sempre che i nipoti sono il surrogato dell&#8217;immortalità. Aveva ragione. Il nipote ti fa capire che tu sei soltanto anello di una catena che dura nel tempo. L&#8217;anello, si sa, è circolare. Ha un inizio e una fine. Nascita e morte sono inevitabili, tutto ciò che vive nasce prima e muore dopo ma non muore del tutto perché la catena continua nel tempo. Ecco perché i nipoti sono importanti.</p>



<p><strong>A tal proposito, ci dia un ricordo politico e umano di suo padre.</strong><br>Io ero molto attaccato a mio padre. La sua morte è stata per me un colpo devastante. Era un uomo che mi dava coraggio, io sapevo che con lui non avrei mai avuto problemi perché avrei avuto il suo aiuto. Una volta un diplomatico, riferendosi a lui, disse: la “terribile logica del ministro”. È vero, mio padre aveva una logica implacabile, da scienziato, e poi una prontezza nell&#8217;interpretare gli eventi eccezionale. Mio padre quando una volta gli dissi: “tu ci lasci un&#8217;eredità molto scomoda, siamo figli di una persona illustre” replicò “anch&#8217;io ho avuto lo stesso problema”.</p>



<p><strong>Lei è stato la tessera numero due di Forza Italia nel 1994 e per anni parte fondamentale e punto di riferimento di tantissimi liberali appartenenti a quel partito. Poi, nel 2018, decise di non ricandidarsi. Perché?</strong><br>Per la legge di Martino, chiamata così per modestia.</p>



<p><strong>Ce la spieghi.</strong><br>Ogni legislatura è migliore della successiva ed è peggiore della precedente. Questa è una tendenza confermata con precisione svizzera nelle sei legislature che ho fatto. Nei miei 25 anni di attività politica, ho visto questo declino in maniera chiarissima. Siamo arrivati a un punto in cui non c&#8217;è più niente da perdere perché il Parlamento non esiste più, non esistono più i partiti, non ci sono più ideologie, non ci sono più idee. È un quadro desolante.</p>



<p><strong>Ne è dimostrazione la rielezione del Capo dello Stato?</strong><br>Esattamente. Prendete la vicenda del Presidente della Repubblica, come si è svolta e come si è conclusa. Il Parlamento ha rinunciato a scegliere perché non era capace di scegliere. Il Parlamento vive solo se c&#8217;è una contrapposizione ideologicamente motivata di idee, di programmi. Si formano così le alleanze tra chi crede più a un certo tipo di programma e chi in altri. Questo non c&#8217;è più. In che cosa credono quelli dei 5 stelle? Io non lo so.</p>



<p><strong>Secondo lei ci sono le condizioni per cui possa nascere in Italia un vero partito liberale, come il partito FDP tedesco?</strong><br>Perché nasca un Partito Liberale sarebbe necessario che i liberali non fossero così intelligenti. Un giovane liberale è intelligente e la vita gli offre una infinità di cose da fare che sono più attraenti della politica. I liberali si fanno gli affari loro, ma se tutti si fanno gli affari loro nessun partito liberale può sorgere.</p>



<p><strong>Si avvicinano le elezioni. Andremo a votare secondo lei con questa legge elettorale? Se verrà modificata, lei è più favorevole ad una legge proporzionale oppure a una legge maggioritaria?</strong><br>Al proporzionale rispondo “no, grazie”. L&#8217;abbiamo già testato e non è andato bene. Il proporzionale nella prima repubblica ci ha insegnato che non è una buona legge per il governo del paese. Per via del proporzionale la nostra Repubblica non era democratica, perché in democrazia sono gli elettori che scelgono chi debba governare. E non era così. Era un governo scelto dagli eletti dagli elettori. Con la Democrazia Cristiana condannata sempre a stare in maggioranza e il Partito Comunista condannato sempre a stare all’opposizione. Non era una democrazia, era una falsa democrazia.</p>



<p><strong>Ma oggi non abbiamo più partiti che si pongono fuori dall’arco costituzionale.</strong><br>Non solo non abbiamo più partiti anti sistema, non abbiamo nemmeno più partiti che ci dicono quale sistema vogliono. Nessuno di loro dice che tipo di organizzazione politica l’Italia dovrebbe seguire.</p>



<p><strong>Quindi la possibilità di costruire un campo largo di centrosinistra e un campo largo di centrodestra può funzionare?</strong><br>La parola chiave di questi campi quale sarebbe? Cosa hanno in comune centrosinistra e centrodestra? Vede, io ho sempre avuto molti più amici nell&#8217;estrema sinistra che nel centrosinistra. Ho grande stima, simpatia e amicizia per gli unici due comunisti rimasti nel nostro paese, che sono Marco Rizzo e Piero Sansonetti. Non ho stima invece per gli innumerevoli veri comunisti che hanno paura e vergogna di dire che lo sono.</p>



<p><strong>E a destra cosa c’è?</strong><br>Anche peggio. Forza Italia dovrebbe essere ancora un movimento liberale ma il normale invecchiamento di Silvio Berlusconi ha praticamente privato la direzione del partito. Questo è stato uno degli errori che ha commesso Berlusconi, il non aver scelto accuratamente un sostituto.</p>



<p><strong>Una delle battaglie più importanti del M5S è stata quella del reddito di cittadinanza. Potremo mai vedere applicata in Italia l’imposta negativa sul reddito, uno strumento di politica fiscale puramente liberista, ideato da un suo caro amico Milton Friedman?</strong><br>Tra reddito di cittadinanza e imposta negativa sul reddito c&#8217;è una differenza abissale. Mentre l’imposta negativa sul reddito lascia intatti gli incentivi a lavorare e produrre, il reddito di cittadinanza è un&#8217;invenzione che aiuta il diffondersi della disoccupazione. Nessuno rinuncerebbe al reddito di cittadinanza se non guadagnasse abbastanza più di quanto gli garantisce il reddito gli garantisca. Demagogia pura.</p>



<p><strong>Quali gradi di libertà dobbiamo ancora conquistare in Italia?</strong><br>C&#8217;è un intero universo di libertà che dobbiamo recuperare, perché prima esistevano, o inventarci, perché si riferiscono a problemi nuovi e alla nostra realtà moderna. Io sono favorevole a qualsiasi provvedimento che accresca le libertà personali. Ci sono libertà che esistevano e che oggi non ci sono più, libertà che esistono e che vanno difese sempre, libertà nuove da conquistare, anche con la rivoluzione!</p>



<p><strong>Lei che liberale è?</strong><br>Io sono reazionario per recuperare libertà che sono state perdute, conservatore per difendere libertà ancora esistenti, rivoluzionario quando la situazione non ci consente altra via per tornare liberi, progressista sempre perché senza libertà non c&#8217;è progresso. Sembrerebbe quindi che io sia un animale pieno di contraddizioni ma invece no, sono semplicemente un liberale.</p>
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		<title>Luigi Marattin: con gli interventi dello scorso anno stanziati già diciotto miliardi contro il caro bollette</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 17:43:47 +0000</pubDate>
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<p><strong>A che punto siamo con la riforma del fisco? E&#8217; una delle riforme obbligatorie per avere i fondi del PNRR?</strong><br>Non è una delle riforme abilitanti del PNRR ma una riforma di accompagnamento. Ma al di là di questo, è una riforma che ci chiede l’economia italiana da tempo. L’ultima vera riforma del fisco fu fatta cinquant’anni fa, approvata dal Consiglio dei Ministri nel 1969, dal Parlamento nel 1971, entrata in vigore nel 1974. Quindi il fisco italiano, nelle sue caratteristiche principali, fu pensato prima dello sbarco dell’uomo sulla luna. In tutta evidenza, per la sua pesantezza, per la sua complessità, per il suo premere in modo eccessivo sui fattori produttivi è un fisco che riflette il secolo scorso. Non v’è dubbio che vada cambiato.</p>



<p><strong>Cosa è stato fatto finora?</strong><br>In legge di bilancio abbiamo approvato uno stanziamento di otto miliardi per ridurre le tasse, sette per la riforma dell’Irpef, uno per avviare l’abolizione dell’Irap. Nella delega fiscale sono previsti altri interventi come il completamento della riforma dell’Irpef modificandolo a tre aliquote, l’abolizione dell’Irap anche per le società di persone e le società di capitali, la codificazione delle norme tributarie in codici chiari, la riforma delle spese fiscali, la riforma del meccanismo con cui gli autonomi versano le imposte, e molto altro. Devo dire la verità, ora è tutto in stand-by perché oltre a questo vi è anche una ricognizione senza nessun effetto fiscale del valore di mercato degli immobili. Qui si prevede semplicemente di inserire accanto alla rendita catastale anche una colonna col valore di mercato per fornire a chi vorrà un’analisi sugli eventuali impatti redistributivi causati dall’attuale riforma.</p>



<p><strong>Questo non piace a molti.</strong><br>Le forze politiche non vogliono nemmeno avere tale fotografia, preferiscono forse non avere dati a disposizione. Io auspico che tutto ciò possa essere superato nel breve termine poiché non credo che la riforma di Irpef, Ires e le altre misure prima citate possano essere messe a repentaglio da una semplice fotografia statistica. Sarebbe una bizzarra battaglia ideologica. In Italia, è complesso anche solo citare il tema &#8220;casa&#8221;. Ma io non sono un fan di questo modo di fare politica.</p>



<p><strong>Un altro argomento tabù sono i cosiddetti bonus…</strong><br>Sul cosiddetto bonus 110 aspetto di vedere i dati finali: voglio vedere quanto alla fine sarà costato (moltissimo) e vedere anche l’effetto che avrà sull’economia italiana. È chiaro che costituisca una iniezione di adrenalina temporanea. Il fatto che lo Stato paghi interamente lavori di ristrutturazione, indipendentemente dal reddito del proprietario, è un qualcosa su cui si può discutere, anche per l’effetto che ha sui prezzi dei materiali edilizi. </p>



<p><strong>Draghi però senza nascondersi ha criticato il bonus edilizio, creato dal vecchio governo.</strong><br>Il Presidente Draghi si riferiva alla cedibilità illimitata dei crediti d’imposta di bonus edilizi, compresi quelli che abbiamo da vent’anni. Il punto è che un partito politico della scorsa legislatura, i 5 Stelle, ha insistito affinché questi bonus edilizi potessero circolare liberamente. Faccio un esempio: io faccio un lavoro a casa, lei impresa me lo fa, ho diritto ad uno sconto fiscale ma con questo sconto fiscale comincio a farci altre cose. Ecco, è chiaro che un meccanismo del genere dà ampio spazio a grossi raggiri, per l’esattezza più di quattro miliardi di truffe (di cui circa la metà sul bonus facciate).</p>



<p><strong>Ma questi bonus creano tutti debito cattivo oppure c’è un modo per crearli utilizzando debito buono?</strong><br>Noi abbiamo un linguaggio della politica un po’ strano. La parola bonus è diventata negativa a priori. Ogni tipo di incentivo mirato c&#8217;è il rischio che venga etichettato subito come bonus e quindi considerato in modo negativo. Bisogna valutare se è un intervento a carattere strutturale o temporaneo, se è un intervento che alza o no la produttività, se è un favore a qualcuno o no. La misura che detassa il salario di produttività, secondo l’attuale tassonomia è un bonus ma la considero una misura nel merito corretta. Occhio quindi a ragionare come dei tifosi in un derby. </p>



<p><strong>Quella sul reddito di cittadinanza è una discussione da derby?</strong><br>Anche questo è diventato un derby tra tifosi. Se dici una parola contro il reddito di cittadinanza vieni etichettato contro i 5 Stelle e Conte, se invece sei a favore di quella proposta devi difenderlo a spada tratta. Noi di Italia Viva abbiamo sempre detto la stessa cosa: il reddito di cittadinanza è uno strumento che ha voluto fare troppe cose contemporaneamente. Voleva trovare lavoro ai disoccupati e i dati ci dicono che solo il 3,8% di coloro che beneficiano del reddito di cittadinanza ha trovato lavoro a tempo indeterminato. Possiamo definirla una missione fallita.</p>



<p><strong>Come anche l’esperimento dei navigator</strong>.<br>Certo, tutto fallito. E questo è un dato di fatto. Il reddito di cittadinanza doveva supportare la povertà ma in realtà, da quando si è introdotto, la povertà è aumentata. Sicuramente bisogna tenere in considerazione altri fattori come la pandemia ma, ad ogni modo, anche prima del Covid-19 l’effetto netto sul tasso di incidenza della povertà è migliorato pochissimo, e probabilmente grazie alla crescita economica e non al reddito di cittadinanza.</p>



<p><strong>Come strumento di sostegno alla povertà, quali altri difetti presenta?</strong><br>Per esempio, penalizza le famiglie numerose. Oppure, non considera minimamente che la povertà sia un concetto multidimensionale, non soltanto economico. La povertà è anche educativa, energetica, sanitaria. Per agire su queste dimensioni vengono coinvolti i comuni dove i sindaci hanno spesso un rapporto personale con i cittadini e conoscono i poveri, le cause della loro marginalità, sanno come agire. Qui invece abbiamo un sistema diverso, c’è un sistema di controlli che ha fallito, abbiamo scandali e abusi di tutti i tipi.</p>



<p><strong>Mi risponda da un punto di vista istituzionale. È da abolire o da modificare?</strong><br>Nessuno nasconde che vi sia bisogno di uno strumento di contrasto alla povertà. Se si vuole si può tenere il nome di reddito di cittadinanza ma lo strumento va totalmente riformato e diversificato. Non può essere di ugual ammontare in tutto il Paese quando in Italia vi sono luoghi dove il costo della vita è completamente diverso. Se si vuole tutelare il potere d’acquisto reale bisogna tener conto anche di queste differenze.</p>



<p><strong>Con Renzi al Governo avevate messo in campo il reddito d’inclusione.</strong><br>Si. Poi, nel 2016, volevamo introdurre anche l’assegno di ricollocazione, uno strumento che ribaltava il concetto di formazione professionale mettendo al centro il disoccupato e non il centro di occupazione. Il meccanismo funzionava così: lo Stato mi dà un assegno che io spendo in un centro di formazione professionale di mia scelta e questo centro lo incassa solo se mi riqualifica, ovvero soltanto se mi fornisce le skills necessarie per rientrare nel mercato del lavoro. Questo sistema fu sperimentato solo in Lazio e in Lombardia, senza l’entusiasmo delle regioni.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Se vogliamo far davvero le politiche attive del lavoro quella competenza deve tornare allo Stato: le competenze per uniformare e migliorare l’intera economia italiana è bene che tornino a livello nazionale. Non perché lo Stato sia meglio delle regioni ma perché è necessaria una riforma di sistema.</p>



<p><strong>Parliamo del reddito minimo, chiamato anche reddito di dignità. In molti paesi europei è una strada che si considera da tempo. Qual è il suo pensiero?</strong><br>Io sono convinto che nei settori in cui esiste la contrattazione collettiva non ci sia bisogno di un salario minimo imposto per legge: da un lato potrebbe essere peggiorativo, dall’altro non sarebbe nell’interesse della contrattazione tra le parti sociali che, da liberale, ritengo sovrana. Ci sono alcuni settori in cui la contrattazione tra le parti già fissa un livello monetario più alto di quello che si discute.</p>



<p><strong>E nei settori in cui non vi è la contrattazione collettiva?</strong><br>In questi settori – e non sono pochi, diciamolo – si può discutere di un livello minimo sotto il quale non scendere. Volendo aprire questo vaso di pandora, mi interesserebbe di più fare una legge sulla rappresentanza sindacale così che non vi siano più contratti pirata o cose simili. Quando entriamo in questo campo ci sono altre misure più urgenti da emanare, fermo restando che sono a favore del salario minimo in posti non coperti da contrattazione collettiva.</p>



<p><strong>Cambiamo argomento. Un tema che riguarda famiglie, imprese, governo è il caro bollette. Sono stati stanziati quasi otto miliardi dal governo. È sufficiente come primo intervento? Ne serviranno altri?</strong><br>Sommando gli interventi dell’anno precedente si noterà che il governo ha stanziato circa diciotto miliardi contro il caro bollette. E sono tanti. Il problema è che il conto bolletta è aumentato di circa novantatré miliardi, e diciotto su novantatre sembra poco. Non possiamo pensare di scaricare tutto l’importo del caro bollette sulle finanze pubbliche perché in questo paese ogni volta che paga lo Stato si pensa che sia gratis: in realtà è pagata dalle tasse dei cittadini, attuali o futuri in caso sia debito.</p>



<p><strong>La politica energetica italiana non ha agevolato l&#8217;indipendenza energetica del Paese.</strong><br>Trentaquattro anni fa abbiamo deciso che in questo paese non si poteva più nominare la parola “nucleare”. Né con le vecchie centrali, né con la nuova ricerca. Non se ne può parlare. E vabbè. Carbone e petrolio sono due risorse che hanno un impatto dannosissimo sull’ambiente e non se ne può discutere. I rigassificatori pure non si possono fare. Soffriamo la dipendenza con il gas russo anche per questo, perché il gas naturale liquefatto non lo possiamo trasformare. Per costruire il TAP nel Salento è stata una battaglia, soltanto ora si è scoperto che il gasdotto va benissimo.</p>



<p><strong>Il gas nell’Adriatico?</strong><br>La Croazia lo estrae, noi no. Abbiamo avuto il Comitato No Trivelle.</p>



<p><strong>Quindi, come troviamo l’energia che ci serve?</strong><br>La compriamo dall’estero, per forza. Questa situazione è frutto di trent’anni di populismo energetico, che è nato forse anche prima del populismo sociale, economico, politico. Quindi, forse, onde evitare di trovarci ancora in questo stato tra vent’anni, trent’anni, dovremmo invertire la rotta e riconsiderare tutto il nostro portfolio energetico. Non guardiamo alla bolletta da pagare domani mattina, pensiamo più a lungo termine.</p>



<p><strong>Condivide la politica di Christine Lagarde di tenere ancora bassi i tassi e non alzarli come invece è accaduto in America?</strong><br>E&#8217; la domanda macroeconomica del momento. Nessuno sa se questa fiammata inflazionistica sarà temporanea o strutturale anche perché essendo in gran parte derivante dalla fiammata dei prezzi dell’energia, non sapendo nemmeno se questa fiammata energetica è o no strutturale, non possiamo sapere se lo sarà anche l’inflazione. In economia c’è abbastanza consenso sul fatto che finché non si vede una pressione sui salari si può stare relativamente tranquilli. La BCE si è limitata a dire che finora i round di contrattazione salariale sembrano in linea con la produttività: se vuoi avere i salari più alti devi avere la produttività più alta. I salari nel nostro paese sono bassi anche perché i dati sulla produttività del lavoro sono stagnanti da almeno trent’anni.</p>



<p><strong>Se però vi sarà qualche segnale di inflazione, potremmo assistere ad un aumento dei tassi, che tra l’altro sul mercato già stanno salendo.</strong><br>Il rendimento sui BTP decennali italiani ha sfondato il 2% per la prima volta dopo due anni. Per fortuna la durata media del nostro debito è alta (intorno agli otto anni) il che vuol dire che quando hai un balzo dei tassi questo balzo si trasmette molto lentamente al deficit, cioè al costo medio del debito. Questo grazie a scelte sagge di allungare la durata del debito pubblico. Ciononostante, un aumento dei tassi, se prolungato, può avere conseguenze gravi sulla finanza pubblica. Tutto va visto con molta attenzione, molto merito, poco populismo e poca demagogia.</p>
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		<title>Votate Draghi. E a non rivederci più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 20:08:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale. Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in&#8230;</p>
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<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale.</p>



<p>Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in una tradizione ciò che, nella sua convinzione, deve restare una eccezione. Perché se è vero che la Costituzione non vieta la rielezione del presidente uscente, la consuetudine lo considera un fatto eccezionale.</p>



<p>La politica non è certamente la narrativa con la quale il centro destra sta provando ad accompagnare il fallimento di Berlusconi. Il presidente di Forza Italia non è riuscito a trovare abbastanza voti in Parlamento per garantire la sua elezione a Capo dello Stato al netto della prevedibile percentuale di franchi tiratori interni.</p>



<p>Il racconto di avere i voti ma di rinunciarci per non dividere il Paese va in conflitto non solo con l’evidenza dei fatti (la mancanza dei voti), con la storia di un uomo che nel bene e nel male è stato l’incarnazione della divisione, del bipolarismo. Ma anche con la mitologia del Cavaliere che si esalta e si eccita davanti alle sfide impossibili. Anche per quelle.</p>



<p>Il centro destra ne esce indebolito da questo tira e molla del suo vecchio leader. “Ora che con senso di responsabilità abbiamo ritirato il nome divisivo ma vincente di Berlusconi, la sinistra non ponga più veti” è una pezza peggiore del buco.</p>



<p>Quello che si ricava da questo racconto è l’immagine di una coalizione non solo divisa sulla prospettiva di portare a termine la legislatura o di andare a voto anticipato, ma priva di figure adeguate non solo a guidare le grandi città ma anche, a livello centrale, a rappresentare l’unità e il prestigio di un Paese ancorato alle sue tradizioni europeiste e atlantiste.</p>



<p>Di chi è la responsabilità? Certamente di Berlusconi, che per più di vent’anni ha soffocato ogni tentativo, da lui stesso a volte accennato, di formare un partito che potesse sopravvivergli, uno o più leader che potessero continuare la sua azione politica. La responsabilità è degli altri partiti di destra, che non hanno perso occasione per bearsi di una crescita effimera perché basata sulla tentazione di titillare i peggiori istinti di intolleranza e divisione che covano nella pancia del Paese, soprattutto in tempi di crisi.</p>



<p>Il rischio più serio, a questo punto, è di bruciare la figura di Mario Draghi, la personalità italiana più stimata al mondo. Già il centro destra ha chiarito che non voterà Draghi come Capo dello Stato, affiancandosi alla posizione del M5S, che ha cambiato idea almeno settanta volte negli ultimi trenta giorni e in trentamila occasioni dall’inizio di questa legislatura. La peggiore sciagura politica della storia della Repubblica.</p>



<p>Vedremo quali saranno le proposte di alto profilo che il centro destra garantisce di proporre entro le prossime ore. Aspettiamo con ansia e rispetto per quello che potrebbe essere il nuovo Capo dello Stato. Non è nostra consuetudine attaccare le Istituzioni, financo quelle immaginarie. I gilet gialli li teniamo in macchina, come prevede la legge. Senza pentimento.</p>



<p>Crediamo fortemente nel laico spirito costituzionale che guiderà con sapienza la scelta dei mille grandi elettori. Ai quali ci permettiamo di ricordare che la credibilità conquistata dall’Italia a livello mondiale nell’ultimo anno non è merito di un governo tutto sommato modesto (tranne Colao, Cartabia e pochi altri) ma porta chiaramente i nomi e i cognomi di Mario Draghi e Sergio Mattarella.</p>



<p>Senza il prezioso lavoro svolto a Bruxelles da loro e da poche altre figure, non avremmo ottenuto il via libera alla prima anticipazione del PNRR. Deragliando da questa via nulla è scontato per il futuro. A partire dalle riforme necessarie per ottenere le prossime tranche del Piano Nazionale di Ripresa.</p>



<p>Basterà a convincere i furbetti del vitalizio e quelli di un posto al governo a non buttare tutto al macero per la difesa del proprio particolarissimo interesse?</p>



<p>Per non rischiare, mettiamola meglio così: non fatelo per l’Italia, non per l’Europa e neppure per i vostri figli. Fatelo per le vostre indennità e per i vostri incarichi da proteggere sino a fine legislatura. Garantite i prossimi sette anni di credibilità all’Italia votando Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica. E a non rivederci più.</p>
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		<title>Riccardo Magi: la firma digitale significa semplificazione e legalità. La politica si adegui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jan 2022 15:34:51 +0000</pubDate>
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<p><strong>E’ sua la proposta di legge che ha introdotto la firma elettronica tramite Speed per sottoscrivere le richieste di referendum. Di che si tratta?</strong><br>E’ una piccola grande rivoluzione che siamo riusciti a conquistare l’estate scorsa, con un emendamento al Decreto semplificazioni: la possibilità, primi nel mondo ma in linea con quella che è poi stata resa pubblica come l’Agenda digitale della Commissione Europea, di firmare per i referendum e per le leggi di iniziativa popolare con la firma digitale, con un sistema estremamente sicuro che è quello del sistema pubblico di identificazione.</p>



<p><strong>Come parte questa proposta?</strong><br>Questa innovazione parte dall’esperienza degli ostacoli che nel nostro Paese ci sono per l’esercizio del diritto politico dei cittadini di promuovere un referendum. Ostacoli che non sono voluti dal dettato della nostra Costituzione ma da quelle norme ordinarie che regolano le procedure con le quali si raccolgono e si autenticano le firme. In altre parole attraverso lo Speed andiamo a sostituire quella funzione che veniva tradizionalmente svolta dall’autenticatore, figura fisicamente presente nei luoghi in cui si raccolgono le firme e che autentica l’identità e la volontà di firmare della persona che compare davanti a lui.</p>



<p><strong>Chi erano o chi sono queste figure?</strong><br>Notai, cancellieri di Tribunale, cioè figure professionali che richiedono un peso finanziario da parte dei promotori del referendum o delle leggi di iniziativa popolare, o figure politiche, quindi consiglieri e assessori comunali. Questo meccanismo determina una difficoltà per quei promotori che non hanno disponibilità finanziaria notevole né un “esercito” di consiglieri comunali diffusi capillarmente sul territorio.</p>



<p><strong>Che reazioni ha provocato questa innovazione.</strong><br>Ha suscitato delle resistenze, delle paure, in alcuni casi delle vere reazioni apocalittiche. Della serie: adesso ci sarà un diluvio di referendum che travolgeranno il Parlamento; è a rischio l’equilibrio tra popolo e Parlamento. Alla prova dei fatti, alla fine di ottobre, quando si è chiusa la finestra referendaria, abbiamo visto che non è arrivata la temuta valanga di referendum che avrebbe dovuto travolgere il Parlamento. C’è solo stata una semplificazione per i cittadini a poter esercitare questo diritto.</p>



<p><strong>Per qualche referendum è già stata utilizzata questa opportunità?</strong><br>Il caso di prima sperimentazione della firma digitale è stato per il referendum sull’eutanasia, che già aveva avviato la raccolta delle firme in modalità cartacea tradizionale. L’approvazione della mia proposta risale a metà agosto. In pochi giorni c’è stata una esplosione delle firme digitali da tutta Italia. Ancora di più c’è stata con il referendum per la legalizzazione della cannabis, che è stato il primo referendum della storia che ha visto raccogliere più di mezzo milione di sottoscrizioni esclusivamente digitali. Proprio in questi giorni abbiamo avuto dalla Corte di Cassazione la conferma della presenza e della validità delle sottoscrizioni e la convocazione della camera di consiglio in Corte Costituzionale dove poi avverrà la valutazione sull’ammissibilità del quesito. Siamo di fronte a una sfida. Non bisogna avere paura del digitale quando e se utilizzato all’interno dei paletti costituzionali.</p>



<p><strong>Lei ha anche proposto di poter utilizzare la firma digitale per la presentazione delle liste elettorali.</strong><br>Serve fare un passo indietro. La proposta dello scorso luglio, sul referendum, è passata col parere contrario del Governo, che su questo anzi si è spaccato, perché il Ministero della transizione digitale di Colao era favorevole ma c’era la contrarietà del Ministero della Giustizia, che riceve le richieste di referendum che vanno depositate in Cassazione. Sulla seconda questione, poco prima della pausa natalizia, ho presentato un emendamento per estendere quella stessa modalità di autenticazione e presentazione delle firme anche per la presentazione delle liste elettorali.</p>



<p><strong>Come è andata?</strong><br>Apriti cielo. E’ successo di tutto. C’è stata una opposizione forte, in particolare da parte di alcuni partiti, di alcuni gruppi politici. Alcuni l’hanno nascosta meglio, sapendo che altri l’avrebbero esposta di più. “Ginnastiche parlamentari” dalle quali si è capito che quella proposta non doveva passare perché la maggior parte dei partiti più grossi, quelli che determinano gli equilibri effettivi in Parlamento, vogliono che quella fase delicatissima e decisiva in una democrazia, quella della presentazione delle liste delle candidature, resti opaca e anche un po’ nella mancanza di trasparenza e legalità.</p>



<p><strong>Perché dice questo?</strong><br>Sappiamo tutti come si raccolgono le firme in questo Paese nella maggior parte dei casi. Ogni elezione è accompagnata da un’inchiesta giudiziaria che poi va a scoprire che hanno fatto firmare persone decedute o che non sapevano di avere firmato. Questi sono tutti aspetti che con la firma digitale avrebbero una garanzia di trasparenza e di legalità infinitamente maggiore della modalità manuale. Pensiamo all’altra pratica, spesso utilizzata, di raccogliere le firme senza avere la lista completata, perché magari la composizione della lista dipende da accordi politici che vanno avanti fino all’ultima ora, fino alla notte prima della presentazione delle liste. Questo con la raccolta digitale non sarà più possibile perché ci sarà un soggetto terzo, un provider accreditato Agid (Agenzia per l’Italia digitale) che chiuderà il modulo, impedendo che venga manomesso o modificato. Non si potrà più far firmare i morti, che non hanno Speed. Ho notato insomma una reazione conservativa e una resistenza a tenere questa fase chiusa all’accessibilità di nuovi soggetti.</p>



<p><strong>Per quanti voti non è passata la sua proposta?</strong><br>E’ finita 19 pari in Commissione, per cui l’emendamento non è passato. Stava rischiando di passare quando, nottetempo, sono improvvisamente scomparsi alcuni deputati del M5S. Movimento 5stelle che a parole era favorevole ed era intervenuto favorevolmente, con il capogruppo in Commissione, sottoscrivendo in modo molto plateale anche l’emendamento. Ma poi sotto una regia molto abile e attenta sono scomparsi i due deputati, come inghiottiti da una botola e quindi non ci sono stati più i voti per approvare questo emendamento. Pensate soltanto che quella notte c’era il ministro D’Incà, due vicepresidenti della Camera e tre capigruppo. Lo dico per evidenziare quanto era importante che non passasse questo emendamento.</p>



<p><strong>Eppure sembra essere un contributo alla democrazia e alla trasparenza.</strong><br>Nel caso dei referendum e delle firme per la presentazione delle liste abbiamo davanti delle riforme che non riguardano degli aspetti tecnici, procedurali; sono riforme ordinarie che hanno una valenza costituzionale. Darebbero appunto un contributo di democratizzazione e legalizzazione di tutto il procedimento. L’opposto di quello che sostengono molti critici, secondo i quali c’è il rischio di danneggiare la democrazia rappresentativa. La democrazia rappresentativa vive anche di competizione, di apertura, vive di innesti di democrazia partecipativa, di iniziativa popolare. Non bisogna avere paura, altrimenti si fa sì morire il Parlamento. Se le Istituzioni vivono oggi una mancanza di credibilità nei confronti dei cittadini forse non è a causa dei troppi referendum che io non vedo, forse sarà perché su determinate questioni da decenni il Parlamento non riesce a legiferare.</p>



<p><strong>Chi sono i cittadini che di più hanno utilizzato queste nuove opportunità di partecipazione?</strong><br>Le materie su cui sono state raccolte le firme questa estate hanno visto una partecipazione giovanile straordinaria: sul referendum cannabis più della metà delle seicentomila firme ottenute sono state raccolte da cittadini tra i 18 e i 30 anni. Esattamente quelle persone che di solito vengono accusate di non essere interessate alla politica. Su alcune materie come il fine vita, il testo unico degli stupefacenti, la riforma della giustizia, la separazione delle carriere, il Parlamento da decenni non legifera, non si assume di fronte ai cittadini l’impegno di fare delle riforme, giuste o sbagliate che siano. Poi ci si sorprende che arriva una valanga di firme. E il problema sarebbe lo Speed? No, casomai questi sono strumenti che possono rivitalizzare un circuito che altrimenti rischia di morire di sclerosi per responsabilità di quelle forze politiche che respingono questo tipo di innovazioni.</p>



<p><strong>Servono delle regole.</strong><br>La sfida è proprio questa. O noi comprendiamo l’importanza di utilizzare la nuova tecnologia in digitale con delle regole, per l’esercizio dei diritti politici dei cittadini, oppure l’altra via sarà quella cinese, dell’uso di queste tecnologie al fine di sorvegliare il cittadino, al fine della repressione della libertà del cittadino o di manipolazione del consenso e dell’informazione. Ma non è che se non non facciamo la prima cosa la seconda non accade. Anzi, è il contrario. Io penso che buona parte delle opposizioni e delle paure che ha suscitato l’applicazione della firma con Speed al referendum sono legate all’idea che firmare con Speed sia come fare like su Facebook.</p>



<p><strong>C’è una bella differenza.</strong><br>Si, ma proprio per questo concentriamoci a regolamentare la comunicazione politica sulle piattaforme digitali, modificando magari la normativa che consente la propaganda elettorale, che nel nostro Paese è antica di decenni e non tiene conto dell’esistenza di queste piattaforme. Anziché terrorizzarci di fronte alla novità, proviamo a entrarci dentro e a capire come i principi costituzionali, i principi dello stato di diritto vanno applicati a questa nuova realtà. Questa è l’enorme sfida che noi abbiamo davanti.</p>



<p><strong>Prossimo appuntamento?</strong><br>A breve dovrebbe essere varata dalla Presidenza del Consiglio la piattaforma governativa su cui effettuare la raccolta delle firme. La legge prevedeva che fosse realizzata già entro dicembre. Quello che noi abbiamo fatto la scorsa estate, grazie al mio emendamento, è stato utilizzare in via transitoria quella modalità con i comitati promotori che si si sono rivolti a dei provider accreditati Agid, che danno il servizio dell’autenticazione della firma. Quello è avvenuto con dei costi a carico dei comitati promotori. Quando il governo avrà realizzato la piattaforma il servizio sarà gratuito.</p>
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		<title>Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2021 16:30:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/24/raco-mario-sechi-siamo-di-nuovo-a-uomo-della-salvezza-fortunatamente-abbiamo-draghi/">Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?</strong><br>Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per spuntare qualche cosa di bandiera. Poi ci sarà l’implementazione del Recovery Plan, poi il panettone, buon Natale, brindisi di capodanno e si riparte. Arriva la befana e d’improvviso a febbraio ci si trova a fare i conti con l’elezione del Presidente della Repubblica.</p>



<p><strong>Pero?</strong><br>Siccome non siamo soli al mondo succedono cose anche fuori dai nostri confini, cose che ci riguardano. Da Berlino dicono che verso la fine dell’anno ci sarà il nuovo governo tedesco e in Francia accelererà contemporaneamente il quadro per le presidenziali del 2022, dove c’è Macron che è al tempo stesso un partner e un competitor di Draghi in Europa.</p>



<p><strong>In febbraio da noi che succede?</strong><br>Si deciderà lo snodo della legislatura, e cioè se Draghi andrà al Quirinale o resterà a Palazzo Chigi. Nel caso in cui andasse al Quirinale potrebbe anche esserci un patto di legislatura su un premier di transizione fino al 2023, scadenza naturale della legislatura dopo la quale si va a votare per un nuovo Parlamento. Aggiungo che questa visione sarebbe rafforzata dal fatto che un Presidente che sciolga il Parlamento che lo ha appena eletto striderebbe un po’ sotto il profilo istituzionale.</p>



<p><strong>Se si va avanti non è più probabile allora che Draghi resti al suo posto?</strong><br>È una possibilità molto grande, ma non si può escludere che vada al Quirinale, essendo la presidenza una carica asimmetrica, della durata di sette anni, accompagnata da vantaggi importanti, perché anche in quella posizione, sebbene con forza minore, può rassicurare i mercati e mantenere relazioni transatlantiche ed europee. Il vero punto è che Draghi è diventato in poco tempo il perno del sistema e che l’elemento lampante dopo i ballottaggi è che la destra ha fatto splash, la sinistra ha vinto, ma le elezioni politiche sono un altro film.</p>



<p><strong>Di queste elezioni amministrative si è detto che protagonista sia stata l’astensione.</strong><br>Il fenomeno si inscrive in una tendenza occidentale, quindi niente di nuovo sotto un certo punto di vista. Per l’Italia sicuramente è un segnale preoccupante, perché quelli sono quasi tutti voti populisti, quelli che di volta in volta vanno in immersione e poi riemergono. Non hanno votato a destra e non hanno votato per i Cinque stelle. Hanno votato poco per la sinistra e sono lì, in attesa di un nuovo pifferaio o di un uomo nuovo che si presenti alle urne e li convinca ad andare a votare. Per il momento aspettano.</p>



<p><strong>Chi sono?</strong><br>Tra loro ci sono molti disillusi che comprendono la politica, ma molti altri sono elettori di carattere volubile. Anche giustamente, nel senso che cambiano facilmente opinione, inseguono l’idea del momento, portano su delle meteore come il M5S e poi le affondano. Quel che è successo a Roma è abbastanza evidente.</p>



<p><strong>Perché il centrodestra ha sbagliato tutti i candidati?</strong><br>Ha perso in una maniera rovinosa. Ha sbagliato per posizionamento politico. Siamo di fronte ad un buffo paradosso, quello per cui due partiti che bene o male fanno il 40% dell’elettorato, di fronte ad oltre l’82% di popolazione over dodici anni vaccinata, si mettono con una minoranza di pochissime persone. Dal punto di vista politico è un suicidio, dal punto di vista logico-mentale è preoccupante, anche qualcosa di più, perché non trova riscontro: nessun politico insegue una minoranza rumorosa che non ha voti.</p>



<p><strong>Una ragione ci sarà.</strong><br>Hanno fatto harakiri e non si capisce perché se non per una lotta interna e per il fatto che evidentemente stanno molto sui social e non vedono più la realtà o almeno non l’hanno vista in questo frangente. Non è solo questione di avere sbagliato i candidati, soprattutto a Roma, con responsabilità qui preponderante della Meloni, ma c’è di più: si tratta di non aver saputo leggere la contemporaneità. Devo essere sincero: ho qualche dubbio che sappiano leggerla anche per il prossimo futuro, perché continuano a battere su questo ferro.</p>



<p><strong>Enrico Letta sta facendo un gran lavoro di riorganizzazione, e soprattutto adesso il centrosinistra ha un leader, un candidato alla presidenza del Consiglio.</strong><br>Letta ha avuto ragione. In politica conta quando vinci. E naturalmente anche quando perdi. Il risultato di mezzo non conta nulla. Letta ha vinto, ha corso per le suppletive a Siena, dove non era così facile, e ha vinto. Ha mostrato coraggio, al contrario di Conte che ha evitato accuratamente di andare a candidarsi a Primavalle perché avrebbe perso, e non ha quindi il tocco magico che racconta, anzi. Poi Letta ha adottato una saggia tecnica del sommergibile. </p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>Ogni tanto saliva a quota periscopica per controllare che cosa facesse la destra, e quel che faceva era il peggio possibile, quindi si inabissava nuovamente facendo una politica rassicurante. Sulla scia di Draghi, finalmente, dopo un periodo di sbandamento del Pd che s’era messo in testa che Draghi non andasse bene, non si sa per quale arcano motivo. In tutto questo Letta ha avuto ragione e sarà lui il candidato premier. Punto.</p>



<p><strong>Ora si tratta di fare la coalizione.</strong><br>Con la coalizione ha un problema, perché il partner è in caduta libera: Conte non ha nessun appeal altrimenti avrebbe già ottenuto un risultato, avrebbe già catalizzato un importante bagaglio di voti. Invece l’esempio di Napoli lo smentisce: in pieno territorio di reddito di cittadinanza i Cinque stelle non sono stati determinanti per la vittoria di Manfredi, dove il Pd avrebbe vinto da solo al primo turno comunque con gli altri alleati. La debolezza dei Cinque stelle è dunque un problema per Letta. Dopodiché dall’altra parte c’è un cumulo di macerie.</p>



<p><strong>Al centro si è sempre parlato di una grande prateria che però nessuno riesce a conquistare. In Germania il Partito liberale ha preso l’11,5% e farà il governo insieme a Verdi e Socialisti.</strong><br>La prospettiva è quella, 11-12%. Scelta Civica che cos’era? Era quel numero. Io penso che l’area dei liberali, dei centristi sia quella. A meno che, ma non è in agenda, ci sia un pezzo da novanta come Draghi. Ma siamo alla fantapolitica.</p>



<p><strong>Il problema è che finora nessuno è riuscito a federare tutte queste piccole realtà. C’è riuscito Monti e adesso non si vede chi possa farlo.</strong><br>Nessuno di questi, perché sono troppi galli in un pollaio. Ci vorrebbe uno sforzo molto grande. C’è Calenda che si è mosso bene, è bravo, ma ha un suo ego. Ha la forza anche di fare un passo indietro? Qui non è questione di fare due passi avanti. Lui li ha fatti e li ha fatti bene ma ha la capacità di tornare un po’ indietro, di lasciare un po’ di spazio agli altri? Poi c’è Renzi, che è abilissimo. Voti pochi, ma quelli che ha li usa come se fossero quelli di una maggioranza. E poi ci sono tutti gli altri, grandi o piccoli, ma metterli insieme è molto difficile</p>



<p><strong>Potrebbe farlo Letta?</strong><br>Potrebbe perché guida un partito medio che ha bisogno di federare. Lo potrà fare in una prospettiva liberale? In una prospettiva riformista ha un problema coi cinque stelle. Allora che fai? Ti tieni i Cinque stelle e poi anche Calenda e Renzi? Impossibile. Poi non sappiamo che legge elettorale ci sarà. </p>



<p><strong>Bella grana questa.</strong><br>Il centrodestra ha appena rifiutato il proporzionale. Ma il proporzionale in questo – mi si passi il temine tecnico &#8211; casino, è la scelta più naturale. Siamo di fronte allo sfarinamento del quadro politico e non penso si arriverà con queste coalizioni al 2023. Succederà molto probabilmente qualcos’altro. È tutto in sviluppo, ma si intravedono alcune linee. I gruppi parlamentari non coincidono già più da tempo alle coalizioni.</p>



<p><strong>Ci sono anche gruppi parlamentari che non corrispondono alla guida dei partiti.</strong><br>Se è per quello ci sono gruppi parlamentari che non corrispondono nemmeno alla politica.</p>



<p><strong>Prima o poi si andrà al rinnovo di questo Parlamento, e con numeri radicalmente diversi per via dell’esito del referendum sulla riduzione dei parlamentari. Che cosa c’è da aspettarsi?</strong><br>Io ho un grande timore, che alle politiche venga fuori un risultato disastroso, senza nessun vincitore. Il Parlamento diverrebbe così iperbalcanizzato ma al tempo stesso ridotto, quindi con margini di manovra e aggiustamento inferiori. Quella che secondo molti era un difetto, cioè l’elevato numero di parlamentari, in un sistema caotico ad altissima entropia come quello italiano, funzionava. C’era il suk, per essere molto chiari, e questo compensava le difficoltà. Adesso, con meno parlamentari, sarà più difficile mettere a posto i “Lego” della politica. Temo una situazione in cui non si riesca più a trovare il bandolo della matassa. Ecco perché abbiamo bisogno di Draghi.</p>



<p><strong>Ma a questo punto non sarebbe meglio tenero fuori dal Quirinale?</strong><br>Se c’è Draghi al Quirinale, diventa il king maker del governo, se è fuori dal Quirinale diventa la soluzione per mettere insieme un governo. Quindi di diritto o di rovescio, Draghi rappresenta la soluzione. Questo dice però anche quanto siamo messi male, perché siamo di nuovo all’uomo della salvezza. In questo caso la figura è eccezionale e si ritrova in uno stato d’eccezione. Dobbiamo sperare nello stellone, in un colpo di fortuna per cui gli elettori vanno a votare per qualcuno e questo qualcuno governa. Chiunque sia, sono ampiamente agnostico su questo. Però ci vuole un segnale di chiarezza.</p>
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		<title>La fatica della democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Oct 2021 16:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Inutile girarci intorno, ieri in piazza a Milano e soprattutto a Roma sono scesi l’ignoranza e lo squadrismo fascista. La solidarietà deve andare non solo a tutte le forze armate impegnate a mantenere l’ordine ma anche alle Istituzioni e alle parti sociali che sono state oggetto degli attacchi violenti. Il problema non sta nella sola gestione dell’ordine pubblico, che per l’ennesima volta è sembrata impreparata, ma nella definitiva presa d’atto&#8230;</p>
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<p>Inutile girarci intorno, ieri in piazza a Milano e soprattutto a Roma sono scesi l’ignoranza e lo squadrismo fascista. La solidarietà deve andare non solo a tutte le forze armate impegnate a mantenere l’ordine ma anche alle Istituzioni e alle parti sociali che sono state oggetto degli attacchi violenti. </p>



<p>Il problema non sta nella sola gestione dell’ordine pubblico, che per l’ennesima volta è sembrata impreparata, ma nella definitiva presa d’atto che nel nostro Paese esiste una frangia di destra squadrista, da emarginare e combattere con determinazione, ma anche una importante porzione di cittadinanza che manifesta con violenza contro lo Stato.</p>



<p>Ha ben ragione Romano Prodi a dire che la sua paura “è la stanchezza della democrazia” che si avverte tra molti cittadini. “Perché la democrazia è faticosa”, ha aggiunto. Si Professore, è faticoso far capire a molti italiani che proprio la democrazia, che ritengono sospesa, consente loro di andare in piazza a manifestare contro lo Stato, fianco a fianco, colpevolmente e forse ambiguamente, con i più violenti ed eversivi gruppi para politici che agiscono nel nostro Pese.</p>



<p>Al grido “libertà libertà”, che ricorda tanto “onestà onestà”, migliaia di cittadini hanno invaso la sede della CGIL e hanno aggredito le nostre Forze dell’ordine per sostenere sciocche e folli teorie complottiste e antiscientifiche sull’efficacia del vaccino e l’utilizzo del green pass da parte dello Stato. </p>



<p>A questo punto ci auguriamo tre cose: che la gestione dell’ordine pubblico sia in futuro capace di prevedere e gestire meglio questo tipo di azioni violente. Ieri quei facinorosi hanno attaccato la sede del primo sindacato italiano e sono arrivati a dieci passi dai portoni delle nostre Istituzioni. La capitale del Paese è stata tenuta in ostaggio per un intero pomeriggio. Non è la prima volta e speriamo che sia l’ultima.</p>



<p>Che i partiti di destra si impegnino senza ambiguità ad allontanare ed emarginare tutti i gruppi violenti e nostalgici ancora attivi in Italia e che si preveda lo scioglimento di alcune organizzazioni come Forza nuova</p>



<p>Che il M5S, fautore della teoria dell’uno vale uno, in base alla quale nella lotta alla pandemia &#8211; ad esempio &#8211; il parere del primo ignorante vale quanto quello del prof. Mantovani, compia un ulteriore passo verso la democratizzazione di un partito nato per aprire le Istituzioni come scatolette di tonno e finito per sigillarsi dentro quelle scatolette, nel timore di perdere il potere conquistato.</p>



<p>Abbiamo le foto di Mattarella e Draghi che fanno il vaccino. Ci mancano quelle di Conte, Di Maio, Meloni e Salvini. Questa ambiguità deve finire. Non può più essere accettata in modo particolare dopo la serata di ieri che tanto ci ha ricordato l’attacco del 6 gennaio al Campidoglio.</p>



<p>Servono parole di chiarezza. Si al vaccino, Si al green pass, No ad ogni tipo di ambiguità su questi temi. Basta tollerare ancora episodi di violenza nei confronti delle Istituzioni nella speranza di conquistare una manciata di voti in libera uscita che vanno semmai allenati nuovamente a confrontarsi con la fatica della democrazia.</p>
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		<title>Chiara Saraceno: la narrazione fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione. Pronte le proposte di modifica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 09:01:50 +0000</pubDate>
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<p><strong>La pandemia ha compresso a lungo molte nostre libertà, ha condizionato il nostro modo di vivere. Come sono cambiate le famiglie in questi ultimi due anni?</strong><br>È difficile dire quanto siano cambiate perché spesso i cambiamenti sono puramente temporanei. Certamente la pandemia ha avuto un impatto fortissimo sulla vita familiare perché ha costretto molte famiglie a vivere 24 ore su 24 per lunghi periodi nello stesso spazio, condividendolo pur conducendo attività diverse. Ha inoltre sovraccaricato di responsabilità gli adulti, come quando hanno affiancato, talora perfino troppo, i docenti nella didattica a distanza. Soprattutto direi che questa vicenda ha mostrato la resilienza di molte famiglie e di molte relazioni familiari, che sono perfino state in grado di trarre benefici da situazioni difficili. Così a volte si sono riscoperti tempi più distesi delle relazioni familiari, attività da fare insieme, in generale capacità diverse dentro sé.</p>



<p><strong>Non per tutti è andata così bene purtroppo.</strong><br>Infatti in altri casi le famiglie sono state traumatizzate o fortemente stressate da questa situazione. In parte dipende dalle biografie personali e familiari, in parte dalle situazioni ambientali, come gli stress dovuti alla perdita del lavoro, al periodo economico, per non parlare dei lutti. A proposito della ristrettezza degli spazi ricordiamo che in Italia c’è una forte incidenza di condizioni di sovraffollamento abitativo, che riguarda inoltre una quota molto alta di minorenni. Se tali spazi sono normalmente inadeguati, è chiaro che in condizione di compressione degli spazi esterni le situazioni posso essere peggiorate.</p>



<p><strong>Questa situazione, anche con l’espansione del lavoro a distanza, ha facilitato una suddivisione più equilibrata del lavoro familiare tra uomini e donne?</strong><br>Qui i dati danno un quadro da bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Sono state fatte molte ricerche, in Italia all’estero, e hanno mostrato che sì, in una parte rilevante anche se non maggioritaria, tra il 40 e il 50% a seconda della ricerca, gli uomini hanno partecipato di più al lavoro familiare a tutti i livelli, sia nella relazione con i figli che nel lavoro domestico in senso stretto. Tuttavia resta una parte consistente di uomini che non è cambiata in nulla, talvolta molto difesa anche dalle rispettive compagne.</p>



<p><strong>La maggior presenza maschile è comunque riuscita ad abbattere il sovraccarico femminile?</strong><br>No, perché la maggioranza delle donne ha comunque dovuto aumentare il carico di lavoro familiare soprattutto in concomitanza con i periodi di lockdown, per cui non si è davvero chiuso il gap nemmeno dove gli uomini sono stati più presenti. Non bisogna comunque essere pessimisti perché in realtà per un numero rilevante di coppie è stata un’occasione di rinegoziazione. Bisognerà vedere se la cosa andrà avanti in situazioni di normalità.</p>



<p><strong>Come ha funzionato il congedo parentale straordinario?</strong><br>I dati mostrano che c’è una differenza di genere e di classe sociale, perché si trattava di perdere il 50% del reddito. Nella stragrandissima maggioranza dei casi lo hanno preso le mamme. Gli uomini lo hanno preso di più quando la differenza del gap salariale non era troppo grande, ma soprattutto i pochi uomini che ne hanno usufruito, intorno al 20%, lo hanno preso a condizione che i bimbi fossero più grandicelli. In altri termini, se i bimbi erano piccoli, lo ha quasi sempre preso la mamma. Inoltre il congedo è stato preso di più dalle donne a basso reddito, e nelle coppie a basso reddito, rispetto a quelle a reddito più elevato.</p>



<p><strong>I lavoratori a reddito più alto come si sono organizzati?<br></strong>Hanno preferito il bonus baby sitter, che era alternativo al congedo. Lì dentro ci saranno state ad esempio tutte le professioni mediche, che certamente facevano fatica a prendere il congedo in un momento come quello, però non sono stati soltanto questi i casi.</p>



<p><strong>In definitiva chi ha perso di più?</strong><br>Tra quelli che non hanno perso il lavoro, hanno perso di più le lavoratrici a basso reddito che non potevano lavorare a distanza. Hanno perso in termini di reddito, in termini di contribuzione pensionistica e infine nella negoziazione con i loro compagni e mariti.</p>



<p><strong>Il presidente del Coni Malagò, prima che l’Italia dello sport vivesse quest’anno d’oro, aveva paventato il</strong> <strong>rischio di perdere una intera generazione di sportivi. È un pericolo che, più in generale, vede anche lei?</strong><br>Sicuramente i giovani hanno, in quest’anno e mezzo, perso moltissime occasioni per la crescita e lo sviluppo di capacità di ogni tipo. C&#8217;era sempre chi poteva compensare online, ma soltanto chi se lo poteva permettere e se aveva i giusti stimoli. Ma certamente si è perduto molto sul piano delle relazioni sociali, sulla possibilità di viaggiare ad esempio. Consideri che in questo anno e mezzo sono state comprese due estati. È una generazione che, senza fasciarsi la testa, ha perso molte occasioni e, in alcuni casi, ha perso anni cruciali, quelli successivi alla scuola media superiore, quando in fondo si fanno le prove della vita adulta.</p>



<p><strong>Poi ci sono state perdite che hanno a che fare con il venir meno del contorno alla didattica?</strong><br>Il sistema educativo è centrato sulla scuola ma poi avviene tutto anche nei rapporti con l’esterno. Così, chi aveva più bisogno di sostegni in questo senso, come coloro che avevano bisogno di conferme sulle proprie capacità, quelli sì rischiano di essere persi per sempre. Pensiamo ai rapporti Invalsi di questa estate: sono aumentati sia gli abbandoni veri e propri che i cosiddetti abbandoni impliciti, chi cioè continua ad andare a scuola ma in realtà è come non andasse. Le perdite lì sono molto più difficili da recuperare e secondo me non ci si pensa abbastanza: molto è affidato alle iniziative singole del docente o alle iniziative civiche delle varie associazioni.</p>



<p><strong>Il PNRR parla molto della necessità di una maggiore inclusione sociale. Nei progetti che abbiamo finora potuto visionare trova che si sia fatto abbastanza?</strong><br>Se ne parla un po’ nella scuola, per fortuna, che è un grosso capitolo, dove per esempio viene posta la questione del tempo pieno anche per contrastare la povertà educativa. Così come si parla del rafforzamento, secondo me non sufficiente, dei nidi, che per la primissima infanzia è cruciale, e bisogna investire moltissimo lì. Si parla moltissimo delle strutture, ma se poi non si parla dei fondi per gestirle nell’ordinario si rischia di creare cattedrali nel deserto. Il capitolo espressamente dedicato all’inclusione, poi, che è il capitolo 5 del PNRR, lo trovo carente: c’è un po’ di tutto, dal lavoro alla famiglia passando per l’inclusione sociale e il terzo settore.</p>



<p><strong>In quali parti, in modo particolare?</strong><br>E’ abbastanza ben fatto per quanto riguarda il lavoro, ma quando si parla dei servizi sociali le uniche questioni importanti messe a fuoco sono le politiche per la non autosufficienza e i servizi per le persone con disabilità. Sono due settori importanti ma non esauriscono il problema della coesione sociale. Così, ad esempio, nulla si dice dei servizi di prossimità, del fatto che in alcune regioni italiane mancano gli assistenti sociali e gli educatori, cioè quelli che devono lavorare sul territorio, costituire le antenne per il disagio. Non può essere lasciato tutto al terzo settore, che può esserci o no, ma non può fare tutto. Da questo punto di vista lo trovo carente e non mi pare che ci sia un disegno compiuto di società dietro.</p>



<p><strong>In un recente articolo lei dice che c’è molta fame di lavoro ma c’è anche molta fame di lavoratori. Abbiamo difficoltà a fare incontrare domanda e offerta di lavoro?</strong><br>Le qualifiche che mancano sono quelle di lavoratori altamente specializzati, anche quando si tratta di lavoratori manuali. Mentre non mancano affatto i lavoratori con basse qualifiche.</p>



<p><strong>C’è stato un errore nella programmazione formativa?</strong><br>C’è probabilmente un errore nella relazione tra sistema formativo e sistema imprenditoriale. Si parlano poco. Il che non vuol dire, sia chiaro, che la scuola deve formare soltanto al lavoro: la scuola deve formare cittadini; poi ci sono le scuole che formano anche al lavoro. Penso che ci sia bisogno, soprattutto per alcune scuole tecniche, di una maggiore collaborazione.</p>



<p><strong>E le imprese?</strong><br>Ogni tanto sembra che le imprese vogliano lavoratori già formati, ma nessuno è mai formato, anche il migliore studente che esce dalla migliore scuola è mai formato per lo specifico lavoro di quella specifica fabbrica. È necessario che l’impresa ci metta del suo sia in termini di tirocini non sfruttatori sia in termini di luogo di formazione per integrare l’insegnamento scolastico.</p>



<p><strong>Come funziona in Italia la formazione sul lavoro?</strong><br>In Italia la formazione sul lavoro è scarsa. In parte perché oramai molte imprese hanno un nucleo forte di lavoratori a tempo indeterminato e la parte rimanente, quella di lavoro a tempo determinato, non è quella su cui investono per costruire carriere. Va dunque ripensato il sistema normativo, ma anche le imprese devono ripensare se stesse e il modo in cui relazionarsi con i lavoratori che già hanno e con quelli potenziali. L’Italia è uno dei paesi in cui si fa meno formazione continua sul lavoro, soprattutto la si fa poco nei confronti delle qualifiche medio-basse.</p>



<p><strong>Lei presiede il comitato di esperti voluto dal governo per pensare le modifiche al reddito di cittadinanza.</strong> <strong>Avete iniziato il vostro lavoro?</strong><br>La commissione che presiedo è prevista dalla legge istitutiva del reddito di cittadinanza. Il problema è che non è stata mai istituita fino ad adesso. Si tratta di un comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza che non è mai stato messo in funzione. L’attuale governo, in particolare il ministro Orlando, ha deciso di mettere finalmente in piedi questa commissione, anche perché il dibattito su questa misura c’è e, come tutte le altre politiche, ha bisogno di essere valutata per capire che cosa funziona e che cosa no. Ovviamente, valutando, suggeriamo anche che cosa può essere cambiato. Il problema di ciò che eventualmente non va nel reddito di cittadinanza ha però poco a che fare con la mancanza di incontro tra domanda e offerta di lavoro.</p>



<p><strong>Qual è dunque il problema di questo strumento, se non è poi così legato all’incontro tra domanda e offerta di lavoro?</strong><br>La narrazione che è stata fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione, perché doveva eliminare la povertà ed essere al tempo stesso una politica attiva del lavoro. È chiaro che avrebbe fallito su entrambi i versanti, perché la povertà non si elimina così, e comunque non poteva essere una politica attiva del lavoro. Questo non perché non sia giusto ed opportuno accompagnare le persone verso il lavoro, ma perché le politiche attive del lavoro non riguardano soltanto i poveri.</p>



<p><strong>L’Italia</strong> <strong>fa politiche attive del lavoro?</strong><br>Ne fa poche: i centri per l’impiego lavorano in modo molto eterogeneo e spesso molto male. Consideriamo che i percettori del reddito sono quelli che più hanno bisogno di accompagnamento, di maggiore investimento in formazione. Basti considerare che le politiche intermedie per il lavoro intermediano il 2% della manodopera, cioè pochissimo. Quindi il lavoro non si trova quasi mai tramite i centri per l’impiego. D’altro canto questo accade perché mancano i lavoratori specializzati.</p>



<p><strong>La soluzione potevano essere i navigator?</strong><br>I cinque stelle hanno pensato di risolvere il problema con i navigator, persone molto qualificate sulla carta, ma che si sono trovati a lavorare in modo del tutto scollegato dai centri per il lavoro. Non c’era collaborazione da parte istituzionale, che cosa potevano fare? Non potevano mica assumere loro, non potevano gestire loro l’incontro fra domanda e offerta. Potevano soltanto aiutare alla compilazione del curriculum, indirizzare, segnalare i posti di lavoro eventualmente disponibili. Oggi si paga il prezzo di una narrazione sbagliata e anche di un disegno che su questo meriterebbe di essere ritoccato.</p>



<p><strong>Poi è arrivata la pandemia.</strong><br>E meno male che c’era il reddito di cittadinanza, perché altrimenti avremmo avuto molta più gente che non sarebbe stata in grado di pagare l’affitto, di mettere assieme il pranzo con la cena. Anzi, non è stato sufficiente al punto che invece di modificare il reddito, come avrei preferito, hanno introdotto un nuovo strumento, il reddito di emergenza, perché il primo, per come è configurato, per le regole d’accesso che ha, non avrebbe potuto coprire chi perdeva il lavoro improvvisamente e non aveva alcuna protezione. Durante la pandemia sono accadute due cose. La prima è che in molti che lo avevano, il lavoro lo hanno perso. La seconda è che per molti mesi sono state sospese le condizionalità, per cui nessuno ha contattato i beneficiari del reddito. Queste due cose hanno reso estremamente complicato procedere ad una valutazione complessiva ed attendibile degli effetti del reddito. Adesso che siamo tornati a regime vedremo.</p>



<p><strong>In Italia per la prima volta le giovani generazioni hanno la percezione di stare peggio delle precedenti. Da ciò è derivato un diffuso rancore sociale. Quali sono i suggerimenti che la sua commissione ha dato o darà al governo?</strong><br>Premetto che non possiamo pensare che il reddito di cittadinanza sia lo strumento per risolvere tutti i problemi di coesione sociale del Paese, perché siamo di fronte alla crescita delle disuguaglianze di opportunità tra le generazioni. Questo è un problema grave che rischia di sfociare in un vortice di rancore o quanto meno di disaffezione, che è forse perfino peggio. Il reddito è un pezzettino della strategia di contrasto a queste disuguaglianze, e dobbiamo smettere di farne il capro espiatorio di tutto quello che non funziona, perché questo sta diventando nel dibattito pubblico: non si trovano i lavoratori? È colpa del reddito di cittadinanza!</p>



<p><strong>Certamente, d’altro canto, ci sono delle cose da cambiare.</strong><br>La mia commissione, che sta per presentare il suo primo rapporto anche sulla base dei dati disponibili, ha lavorato su ciò che non va nelle regole del processo. Bisogna cambiare la norma sugli anni di residenza necessari per accedere al reddito: il requisito sulla residenza in Italia per almeno dieci anni ci espone anche ad una procedura d’infrazione a livello europeo. Poi bisogna cambiare la scala di equivalenza adottata non solo per stabilire l’importo del beneficio, ma anche per definire l’accesso man mano che cresce il numero dei suoi membri. Dato che c’erano due totem, che fosse una politica attiva del lavoro e che fossero 780 euro, che cosa hanno fatto per mantenere i 780 euro?</p>



<p><strong>Che hanno fatto?</strong><br>Li hanno spacchettati tra 500 da un canto e 280 dall’altro, come contributo per l’affitto. Poi hanno fatto una cosa inaccettabile, cioè hanno stabilito che per valutare il quantum gli adulti valgono 0.4 e i minori 0.2, cioè i minorenni valgono la metà di un adulto. Così le famiglie piccole sono sovrarappresentate tra quelle percettrici di reddito rispetto a quelle più grandi dove sono presenti i minorenni, che è l’esatto contrario rispetto alla distribuzione della povertà, che riguarda molto di più le famiglie più numerose. Queste due cose vanno assolutamente cambiate.</p>



<p><strong>Su cos’altro sta lavorando la sua commissione?</strong><br>L’altra cosa su cui stiamo lavorando sono le politiche attive. I beneficiari, a seconda delle caratteristiche, possono essere indirizzate verso un centro per l’impiego, dove devono firmare un patto per il lavoro, o verso i servizi sociali, dove devono firmare un patto d’inclusione sociale. Per adesso abbiamo lavorato di più sulla prima soluzione: lì mancano le politiche attive, e quindi non si può imputare ai beneficiari ciò che capita strutturalmente nei servizi. Si può forse riguardare quali sono i lavori che possono essere rifiutati. Si può ad esempio rifiutare un lavoro se non è a tempo indeterminato, anche se sappiamo che ormai si entra nel lavoro con contratti quasi sempre a tempo determinato.</p>



<p><strong>Come creare un sistema che incentivi il lavoro per chi riceve il reddito?</strong><br>Al momento, per ogni dieci euro che si guadagnano, otto vengono detratti dal reddito di cittadinanza. Quindi, in realtà, non c’è alcun incentivo a lavorare, a meno di ottenere un reddito da lavoro significativo. Imparando dall’esperienza di moltissimi altri paesi, come Francia, Inghilterra e Germania, dovremmo ridisegnare l’incentivo. Se tu lavori ti devo lasciare una quota sufficiente del reddito. Bisogna far sì che il reddito di cittadinanza sia l’integrazione di un reddito da lavoro modesto, altrimenti per guadagnare due euro su dieci perché si dovrebbe andare a lavorare?</p>



<p><strong>Questi, in sintesi, saranno i suggerimenti della commissione?</strong><br>Bisogna lavorare su queste regole. Poi che accettino o meno i nostri suggerimenti è altra cosa. Sulle cose che ho detto c’è consenso. Ovviamente nella commissione, ma c’è consenso anche presso associazioni, istituzioni che lavorano sul campo e hanno un forte riconoscimento, come l’Alleanza contro la povertà e la Caritas, anche se personalmente non sono d’accordo con tutto ciò che dice la Caritas. Ad esempio non lo sono sull’opportunità di stabilire delle soglie differenziate a livello regionale perché mi ricorda le gabbie salariali.</p>



<p><strong>E se invece dovesse passare la linea dell’abrogazione?<br></strong>Sono forse troppo vecchia per scendere in piazza ma sarei indignata, scandalizzata. L’Italia ci ha messo, da quando mi occupo di questi temi, quarant’anni. Io ho fatto parte della commissione Gorrieri che fu la prima, nel 1986, a proporre un reddito minimo per il contrasto alla povertà. Ci abbiamo messo tantissimo, siamo arrivati buoni ultimi nell’Unione europea. Tornare indietro mi sembra pazzesco. Riformiamolo, ma non facciamo l’errore che è stato fatto quando è stato introdotto il reddito di cittadinanza abolendo il Reddito di inclusione, cioè che l’ultimo che arriva fa un’altra cosa. Questo distrugge fiducia e competenze.</p>



<p><strong>Riformiamolo allora.</strong><br>Avrebbero potuto farlo allora, ma ciascuno ha sempre una bandierina da salvare. Era appena stato introdotto il Rei. Poco finanziato, che prendeva solo i poverissimi e nemmeno a loro dava a sufficienza per vivere dignitosamente, ma era un inizio. Si poteva lavorare su quello ma non sostituirlo con un altro. Adesso non vorrei fare la stessa cosa. Mi sembra che tutto questo dibattito sia molto, molto ideologico e sia diventato un bel capro espiatorio per non parlare d’altro.</p>



<p><strong>Possiamo dire che lo Stato nei prossimi anni dovrà assumere l’impegno di raggiungere  l’uguaglianza dei punti di partenza?</strong><br>Assolutamente sì, sapendo che ciascuno ha la propria famiglia alle spalle, e quindi per il solo fatto di vivere in una famiglia al posto di un’altra, già siamo disuguali. Lo Stato deve ridurre e non ampliare queste disuguaglianze. Purtroppo l’Italia è uno dei Paesi che le riduce di meno. Lo vediamo dai test Invalsi, lo vediamo dai test Pisa, lo vediamo quando confrontiamo le carriere lavorative di chi è figlio di operaio rispetto a chi è figlio di dirigente e così via. Per garantire l’uguaglianza dei punti di partenza dobbiamo investire molto, e soprattutto meglio, in tutto il percorso formativo, consentendo davvero alle nuove generazioni di sviluppare appieno le proprie capacità, a prescindere dalle origini di nascita. Infine vorrei dire una cosa assolutamente impopolare.</p>



<p><strong>Questo giornale ama le cose impopolari. Ci racconti.</strong><br>Occorre incrementare la tassazione dell’eredità e fare in modo che questa tassazione contribuisca ad una sorta di dote per mettere i giovani in condizione di percorrere la propria strada. Però questa dote sarebbe meglio darla alla nascita, accompagnata da servizi, iniziative che insegnino come utilizzare questi soldi. Dare soldi a diciotto anni senza avere accompagnato i ragazzi, perché decidano come investirli, può essere inutile. Insomma, un po’ di ricchezza va redistribuita, altrimenti si cristallizzano le disuguaglianze.</p>
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		<title>Mauro Berruto: lo Ius soli è un diritto di civiltà, una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. Inserire lo sport in Costituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Aug 2021 01:06:53 +0000</pubDate>
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<p><strong>Cosa rappresenta per un atleta la partecipazione a una Olimpiade?</strong><br>La risposta più volte sentita è quella del coronamento di un’intera carriera, il punto di arrivo rispetto ad un lavoro spesso iniziato quando si era bambini, e mi riferisco tanto agli atleti quanto agli allenatori. Io ho avuto questa fortuna quindi so bene che cosa si prova già alla qualificazione ai Giochi olimpici, che è uno step del quale si parla sempre un po’ di meno ma in realtà è la cosa veramente difficile in tutte le discipline.</p>



<p><strong>E quando ci si riesce?</strong><br>Partecipare ai Giochi regala qualcosa di mai visto prima, di fuori dall’ordinario e quindi, da punto di arrivo, da luogo tanto desiderato, tanto sognato, diventa punto di partenza. Spesso infatti i Giochi, come abbiamo visto proprio di recente, aprono orizzonti prima impensabili. Aprono comunque ad un nuovo modo di vedere lo sport. Io credo che l’esperienza del villaggio olimpico sia qualcosa di difficile da raccontare. Se ciascuno di coloro che ha avuto la fortuna di rappresentare una delle duecento nazioni al mondo durante i Giochi diventasse ambasciatore del proprio Paese, vivremmo certamente in un mondo migliore.</p>



<p><strong>Si prende e si restituisce.</strong><br>E’ così. All’immagine del traguardo raggiunto si aggiunge questa cosa che soltanto un’Olimpiade regala: una nuova visione dello sport. A volte questo si traduce in una restituzione, nel senso che tu hai avuto quell’onore, ovviamente perché te lo sei guadagnato, ma poi senti il dovere di restituire qualcosa al mondo che ti ha permesso di giungere fin lì a vivere quella sensazione straordinaria.</p>



<p><strong>L’Olimpiade più matta della storia ci consegna il miglior risultato della nostra storia sportiva. Gli atleti azzurri e i loro staff hanno saputo usare questo anno di stop per allenarsi meglio?</strong><br>Si è verificata una italianissima, straordinaria capacità di reagire all’incertezza e alla drammaticità del momento. La preparazione per arrivare ai Giochi è una programmazione estremamente dettagliata, in cui nulla viene lasciato al caso e ogni aspetto viene curato nel minimo dettaglio, e questo vale per tutti i paesi del mondo. Allo stesso modo la pandemia ha riguardato tutti i paesi del mondo. Qui credo non sia fuori luogo dire che l’Italia ha mostrato una capacità di reagire migliore di altri. Pensate agli atleti che hanno dovuto allenarsi in garage o nei boschi. Noi abbiamo ancora una volta dimostrato di avere una straordinaria capacità di reazione, un’abilità a diventare diversi da quello che eravamo per riuscire ad affrontare quanto stava accadendo.</p>



<p><strong>Lo sport di base ha avuto le stesse opportunità?</strong><br>No, e infatti bisogna aggiungere che questi straordinari successi degli atleti olimpici non devono far abbassare la guardia rispetto a un tema che riguarda lo sport di base, che è uscito agonizzante da questi diciotto mesi di pandemia ed è in un una situazione di difficoltà esattamente uguale a quella del giorno prima dell’inizio dei Giochi olimpici. È qualcosa che dovremo tenere bene a mente: i successi di Tokyo sono successi di atleti che non si sono fermati durante la pandemia. L’impatto che avremo invece sullo sport che si è fermato lo misureremo fra qualche anno. Riguarda i dodicenni, i tredicenni, i quattordicenni che sono rimasti fermi tanti mesi, e che dovrebbero diventare i protagonisti di Parigi 2024 e Los Angeles 2028. Misureremo lì l’impatto della pandemia sul nostro sport.</p>



<p><strong>Quanto ha perso il Paese e il sistema sportivo nazionale con la rinuncia a organizzare le Olimpiadi 2024 a Roma, cedendole di fatto a Parigi?</strong><br>È una domanda che riapre una ferita sanguinante nel cuore di ogni sportivo e anche nei non sportivi. Alla chiusura delle Olimpiadi, abbiamo visto tutti le splendide immagini di Parigi, e tutti abbiamo pensato che avrebbe potuto essere Roma. La scelta è stata sciagurata intanto per i modi: tutti sanno in che modo è nata quella rinuncia, in particolare da parte della città di Roma e della sindaca Raggi. Io penso che abbiamo perso un’occasione ancora più importante perché abbiamo rinunciato a dimostrare che le cose si possono fare in una maniera diversa.</p>



<p><strong>Non tutto è malaffare.</strong><br>Al di là dell’evento sportivo che abbiamo perso, al di là del carico di emozioni incredibili che si sarebbero accompagnate a Roma 2024 e ad una sorta di rilancio intellettuale ed economico, e perfino fisico mi verrebbe da dire, abbiamo perso proprio l’occasione di non arrenderci. Un movimento che si proponeva come forza di cambiamento avrebbe potuto dimostrare che si possono organizzare anche cose grandi e importanti, anche dei grandi Giochi olimpici, in modo diverso, senza timore di ricadere negli errori storici che sono poi quelli che hanno fatto orientare la decisione in quel senso. Il rammarico più grande è quello, che ci siamo arresi, che non abbiamo immaginato che si potessero fare le cose in modo migliore e in modo diverso.</p>



<p><strong>Lei che è stato commissario tecnico della nazionale di pallavolo sa spiegarci cosa è successo ai nostri sport di squadra? Non siamo mai andati così male.</strong><br>L’analisi è vera, però non bisogna commettere l’errore di generalizzare individuando negli sport di squadra il fallimento e in quelli individuali il successo. Io parto dal presupposto di non credere all’esistenza degli sport individuali: qualunque risultato individuale è sempre espressione di una squadra, fatta di allenatori, medici, dirigenti, fisioterapisti, preparatori fisici, preparatori mentali, che portano l’atleta ad esprimersi al massimo in un certo momento. Anche tra gli sport di squadra “tradizionali” non dobbiamo commettere l’errore di generalizzare, perché ad esempio abbiamo vinto medaglie importanti di squadra, come nella 4&#215;100 ma anche nell’inseguimento e nella ginnastica ritmica.</p>



<p><strong>Ci si aspettava di più dalla pallacanestro o dalla pallanuoto</strong>?<br>Negli sport di squadra tradizionalmente considerati tali, come pallacanestro, pallavolo e pallanuoto, le storie sono diverse. Da un canto non credo si possa considerare un fallimento la spedizione della nazionale di basket, che ha già fatto un’impresa galattica ad esserci, qualificandosi in Serbia a scapito dei vicecampioni olimpici, e che poi è arrivata fino ai quarti di finale. Diversamente, non c’è dubbio che la pallanuoto e la pallavolo maschile hanno deluso perché ci avevano abituato ad una specie di medaglia ovvia, scontata. La pallavolo maschile dal 1996 al 2016 era sempre andata a medaglia con un’unica eccezione in cui era arrivata quarta.</p>



<p><strong>Cosa è successo alla pallavolo?</strong><br>Nel caso della pallavolo, maschile e femminile, non ho molti dubbi sul fatto che si sia sbagliato qualcosa nella fase di avvicinamento ai Giochi. Mi riferisco proprio alla fase di preparazione, ad alcune scelte che non ho capito e che non condivido, che hanno probabilmente generato dei risultati al di sotto delle aspettative. Anche in questo caso le situazioni vanno distinte perché abbiamo una squadra femminile che sarà in futuro certamente protagonista perché molto giovane e di grande talento, mentre è stata un’occasione sprecata per la squadra maschile, considerato che ad aggiudicarsi l’oro è stata la Francia, che in pochi avevano pronosticato potesse vincere. La nostra nazionale dovrà ora necessariamente passare per un ricambio generazionale che spero acceleri i tempi rispetto ai risultati.</p>



<p><strong>In compenso abbiamo vinto i cento piani, la gara delle gare. Chi ci avrebbe mai pensato.</strong><br>Per me sono stati i quindici minuti più straordinari della storia dello sport italiano. Per una specie di allineamento di pianeti abbiamo assistito a due imprese incredibili. Neanche il più bravo sceneggiatore avrebbe potuto immaginare una situazione simile. Quando ancora Tamberi era in pista a festeggiare la sua medaglia, Marcel Jacobs tagliava il traguardo dei cento. L’abbraccio fra loro due resta un’immagine da scolpire nella mente di chiunque ami lo sport in questo Paese. Sicuramente è stato il punto più alto della nostra storia sportiva, perché quelle due discipline rappresentano i due terzi del famoso motto olimpico “Citius, altius, fortius”. In realtà siamo andati molto bene anche nella sezione fortius, perché la federazione pesi ha portato a casa tre medaglie, ed erano decenni che non succedeva.</p>



<p><strong>I 15 minuti della doppietta Tamberi &#8211; Jacobs hanno davvero cambiato la storia dello sport italiano?</strong><br>È chiaro che quello è un momento che potrebbe cambiare la storia dello sport perché non c’è dubbio che quei quindici minuti di domenica primo agosto genereranno un effetto di emulazione che si riverbererà sui tantissimi giovani che si avvicineranno all’atletica, come è capitato a noi che eravamo velisti quando vinceva Luna Rossa o sciatori quando vinceva Alberto Tomba.</p>



<p><strong>Perché usa il condizionale?</strong><br>Perché non dobbiamo dimenticare che abbiamo una situazione ancor oggi agonizzante dello sport di base, quindi il rischio è che a settembre avremo una grande richiesta di sport da parte di nostri ragazzi che potrebbero però trovare impianti, palestre e piscine chiuse, e società fallite. Quindi se non ci rendiamo conto che proprio in virtù dello slancio emozionale che questi Giochi ci hanno regalato dobbiamo mettere in ordine la drammatica situazione dello sport di base, rischiamo di sciupare uno dei momenti più alti della storia dello sport nel nostro Paese.</p>



<p><strong>A tal proposito, sapremo utilizzare al meglio i fondi del Pnrr per le nostre strutture sportive, soprattutto al Sud?</strong><br>Servono politiche pubbliche di supporto a quello che lo sport ha dimostrato di essere: un bene essenziale. Bene essenziale non solo in termini immateriali come le emozioni che abbiamo vissuto e come i principi di inclusione e di rispetto delle regole che sono stati evocati in questi giorni. Piuttosto, un bene essenziale materiale, che è estremamente tangibile e misurabile, ossia l’impatto di una diffusa cultura sportiva, che io chiamo la cultura del movimento, sul risparmio del sistema sanitario nazionale. Lì si può proprio calcolare in euro il vantaggio. Noi rischiamo, se non sistemiamo questa questione in un momento che è il più basso della storia dello sport di base, che coincide però con il momento più alto nella storia dello sport olimpico, di pagare un conto salato in termini di impatto sulle casse dello Stato.</p>



<p><strong>Insomma, i campioni hanno fatto la loro parte, le Istituzioni sapranno fare la propria? Che cosa occorrerà per stabilizzare questo rilancio?</strong><br>Questo è il cambiamento di paradigma che occorre mettere a fuoco. Politiche pubbliche di supporto e sostegno al diritto allo sport e politiche pubbliche di supporto e sostegno alle associazioni, a chi fa sport sul territorio, perché per settantacinque anni il nostro sistema sportivo si è fondato soltanto su denaro privato, dei finanziatori, degli sponsor, dei mecenati e delle famiglie che, pagando le quote sociali di iscrizione alle attività dei propri figli, hanno permesso alle società di continuare ad esistere. Ebbene, quel mondo lì adesso è crollato, la pandemia lo ha distrutto.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di inserire la parola sport nella Costituzione. Perché?</strong><br>Oggi serve generare un diritto, ecco perché stiamo lavorando tanto col Partito Democratico per portare la parola “sport” nella nostra Costituzione. Per generare quel diritto servono politiche pubbliche, e poi quel diritto dovrà dialogare con altri due diritti fondamentali: quello all’istruzione, e lì si apre tutta la partita fondamentale del rapporto fra sport e scuola, e quello alla salute, e lì si apre tutto l’altro capitolo, intergenerazionale, dell’attività motoria come farmaco. Questi due grandi campi di battaglia passano secondo me da un cambio di paradigma che è l’istituzione di un diritto, e la porta attraverso la quale farlo passare è quella di scrivere finalmente quella parola in Costituzione, come in molte altre costituzioni più recenti.</p>



<p><strong>Lo sport nelle scuole saprà mettersi in scia?</strong><br>Vediamo ancora oggi delle vergognose classifiche sulle ore curriculari della disciplina rispetto al resto dell’Europa. Noi dobbiamo sbloccare questo meccanismo e possiamo farlo attraverso politiche pubbliche che mettano in moto un sistema che permetta agli investitori di poter continuare serenamente ad investire in un settore che non soltanto cambia la vita alle persone, ma genera un vantaggio per le casse dello Stato misurabile in termini di risparmio di spesa per il servizio sanitario nazionale.</p>



<p><strong>E poi impianti, impianti, impianti.</strong><br>Sì, ma non vorrei che diventasse un alibi. Non c’è dubbio che la situazione dell’impiantistica sportiva, specialmente quella scolastica, vada sistemata. Qualche risorsa arriverà anche dal PNRR. Non sarà tantissimo: un miliardo in tutto di cui 300 milioni destinati all’edilizia scolastica e settecento a nuove progettualità soprattutto al Sud. Non è tantissimo rispetto agli oltre 220 miliardi previsti dal piano, ma è qualcosa. Qualcosa che deve far nascere una scintilla e accendere un faro. Questo faro sull’impiantistica è doveroso, però si deve immaginare anche altro.</p>



<p><strong>Cosa?</strong><br>Qualcosa che è relativo agli effetti della pandemia, cioè la capacità di disegnare il paesaggio urbano delle nostre città in modo da renderlo attrattivo per la cultura del movimento che citavo prima. Mi riferisco a dei punti di forza che il nostro Paese ha già. Penso alle migliaia di chilometri di costa, spiaggia, laghi, parchi urbani. Dobbiamo fare degli investimenti nella reinterpretazione del paesaggio delle città. Chiaramente non basta mettere due macchine per fare attrezzistica e pesi in un campo cittadino per far sì che la gente vada lì a fare attività sportiva. Bisogna sviluppare dei progetti e affidare queste porzioni di territorio a delle persone che le facciano vivere. Alle associazioni sportive, per esempio, che sono tra l’altro oggi in una crisi economica importante e quindi alla ricerca di nuovi progetti.</p>



<p><strong>Con quali altre conseguenze?</strong><br>Questo presidio del territorio ha degli effetti anche in termini di sicurezza, per dirne una. L’idea che noi possiamo grazie al nostro clima e alla bellezza e varietà del nostro paesaggio, trasformare porzioni di paesaggio in hub della salute, ossia in luoghi in cui i nostri cittadini e le nostre cittadine vanno a prendersi cura della loro salute, è un’altra grande battaglia alla quale io do la stessa dignità, la stessa importanza della doverosa battaglia sugli impianti.</p>



<p><strong>Fiamme Oro, Azzurre, Gialle, Carabinieri sono stati centrali per assicurare ai nostri atleti la stabilità economico-lavorativa per potersi dedicare professionalmente alle competizioni sportive. </strong><br>Penso che si debba partire da un gigantesco ringraziamento alle Forze armate perché tantissime medaglie arrivano da lì e tantissime medaglie arrivano proprio perché le Forze armate hanno potuto permettere a molti atleti di praticare professionalmente il proprio sport. È chiaro che è un modello molto efficace ma di un’efficacia che va riconsiderata perché, nel momento in cui tutti gli investimenti vengono rimodulati, bisogna fare molta attenzione a chi può sostenere e ottimizzare un processo che è molto costoso ed è a carico del denaro pubblico. </p>



<p><strong>È ancora la via perseguire o è tempo di considerare soluzioni alternative?</strong><br>In questo momento meno male che le Forze armate supportano così intensamente questo sforzo, e meno male che riescono a dimostrare che quell’investimento è proficuo in termini di medaglie! Però è ovvio che non possiamo immaginare un modello perennemente fondato su quel sistema. È chiaro che questo sblocco e questa interazione fra politiche pubbliche e investitori privati deve indurre a poter offrire anche in altri sport, oltre a quelli di diffusione planetaria come calcio, pallacanestro e pallavolo, la possibilità di dedicarsi alla carriera sportiva con una serenità economica di base.</p>



<p><strong>Cosa si sente di dire a Sinner che, senza aver subito un infortunio, come Berrettini, ha deciso di rinunciare ai Giochi? Ne ha sottovalutato l’importanza?</strong><br>A me dispiace per noi ma soprattutto dispiace da matti per lui, perché non sa che cosa si è perso. Io ho avuto la fortuna di vivere due volte quell’esperienza e posso assicurare che è decisiva per diventare atleti migliori. Il fatto di rinunciare, e non entro nel merito delle ragioni della rinuncia, mi sembra un enorme errore di sottovalutazione dell’importanza che i Giochi hanno nella carriera di un atleta, per farlo diventare più forte. Vado oltre.</p>



<p><strong>Ci dica.</strong><br>Sono uno dei pochi sostenitori della tesi per cui se il calcio mandasse le sue squadre migliori ci sarebbe un grande vantaggio per i Giochi ma anche per il calcio, perché si percepirebbe in maniera reale un modo di fare sport diverso, arricchente all’ennesima potenza, che vale molto di più di qualsiasi successo in qualsiasi altro torneo, un’occasione di crescita che non sai se ti ricapiterà.</p>



<p><strong>Tornando a Sinner, ha sentito le parole di Panatta? Condanna senza attenuanti l&#8217;atleta.</strong><br>Avere la possibilità alla sua età di partecipare alle Olimpiadi in questo suo momento di crescita tecnica e di costruzione di caratteristiche non tecniche, quelle che fanno diventare un buon atleta un campione, e rinunciarvi lo trovo un peccato. Se la decisione è nata per accelerare dei miglioramenti tecnici temo che si sia invece prodotto il risultato opposto. Per il resto sono d’accordo con Panatta. Sono davvero valutazioni che vanno al di là della singola programmazione di un microciclo, o magari di una stagione sportiva. Sono eventi che ti capitano forse, se sei bravo e fortunato, una volta nella vita. Quando partecipi a una Olimpiade, indipendentemente che tu vada a medaglia o meno, quando l’esperienza è finita diventi un atleta migliore.</p>



<p><strong>Dal 24 agosto avranno inizio le Olimpiadi paralimpiche. L’Italia parteciperà con 113 atleti impegnati in 16 delle 22 discipline previste. E&#8217; la delegazione più ampia di sempre, e per la prima volta le donne, 61, superano il numero degli uomini, 51.</strong><br>Se dai giochi olimpici si esce con questa grande ispirazione di cui abbiamo parlato, dai Giochi paralimpici ancora di più. Chi ha avuto la fortuna di vedere da vicino questi atleti pazzeschi impegnati nelle varie discipline ce l’ha ben chiaro. Io abbraccio Bebe Vio, che sarà nostra portabandiera, e sono sicuro che ci porterà altre medaglie. I Giochi paralimpici sono davvero qualcosa che procura ispirazioni incredibili, e spero che non passino come olimpiadi minori, che continui questo tsunami emotivo che è cominciato nel pomeriggio di Berrettini a Wimbledon, continuato con la parata di Donnarumma la stessa sera, e seguito da un mese di emozioni sportive tutte di altissimo profilo. Ora abbiamo altri quindici giorni per guardare e imparare da questi campioni, che sono sportivi a tutto tondo, e che anzi riescono a dimostrare come la tenacia, la forza di volontà e l’allenamento permettano di realizzare cose incredibili.</p>



<p><strong>Una dedica particolare?</strong><br>Guardiamole con grande partecipazione perché sono sicuro che saranno un altro grande regalo al nostro Paese, e mi permetto di dire facciamolo anche con enorme rispetto e affetto nei confronti di un atleta paralimpico che avrebbe potuto esserci e avrebbe di nuovo fatto enormi risultati, e che invece purtroppo non ci sarà, che si chiama Alex Zanardi. Se c’è un testimonial di tutto quello che ho detto, Alex lo è stato e lo è, e mi auguro che la sua delegazione possa raggiungere grandi successi anche un po’ per lui.</p>



<p><strong>La cittadinanza ai giovani che gareggiano e vincono per l’Italia è un tema che l’Italia non può ancora trascurare.</strong><br>È vero, però è un peccato e non è giusto. Nel senso che lo Ius soli è un diritto di civiltà, è una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. C’è un pezzo di mondo che dimostra che quando quel diritto è esercitato è una ricchezza, e mi riferisco all’intero continente americano, non solo al Nord America ma a quasi tutto il Sud America, che è un continente fatto proprio da contaminazioni che sono una ricchezza. Io credo che lo Ius soli prescinda dal talento e dal potenziale numero di medaglie che potrebbe generare. È una battaglia che va combattuta e basta. Poi è ovvio che c’è un milione di ragazzi, che sono italiani di fatto perché hanno fatto le nostre scuole, parlano la nostra lingua, giocano in società sportive con ragazzi italiani di cui sono amici. Che costoro non abbiano diritto di cittadinanza è un’aberrazione, e mettere questo in relazione con il fenomeno degli sbarchi, come è stato fatto di recente, è vergognoso perché non c’entra nulla.</p>



<p><strong>Si può provare a sganciare la cittadinanza sportiva dal dibattito, pur prioritario, sullo Ius soli o sullo Ius culturae?</strong><br>Io credo che quella battaglia sia stata nuovamente illuminata da questo grande evento sportivo. Se n’è tornato a parlare proprio in virtù di quello che abbiamo visto succedere ai Giochi, però più che un’accelerazione sullo Ius soli sportivo io spero che ci sia un’accelerazione sullo Ius soli in assoluto. Ripeto: credo che per chi si ritiene una forza progressista questa questione non possa non stare nella parte alta dell’agenda. Mi auguro che lo sport, come spesso succede, abbia anticipato la realtà perché basta vedere qualunque squadra giovanile di qualunque disciplina sportiva allenarsi, e immediatamente si è di fronte alla realtà della società che sarà domani, cioè ragazze e ragazzi che arrivano da contesti culturali diversi, che hanno status sociale e colore della pelle diverso, credo religioso diverso, cui quel tema non importa. Quel che importa è essere una squadra, passarsi la palla in modo efficace per raggiungere un obiettivo comune, che è vincere una partita.</p>



<p><strong>Quella è la società del futuro.</strong><br>Grazie al cielo, aggiungo io. Capisco che qualcuno si senta minacciato o spaventato da quel modello di società, ma se ne deve fare una ragione. Quella è la società di domani. Non è lo sport che deve risolvere quel problema nella società. È la politica che è in ritardo rispetto allo sport. Lo sport esprime un modello molto chiaro ed evidente. Basta copiare bene.</p>
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