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	<title>Moro Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Moro Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Di Maio e l&#8217;inchino a Macron. O karma crudele</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/11/29/di-maio-e-linchino-a-macron-o-karma-crudele/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Nov 2021 09:43:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Gli inchini in Italia portano male. lo ricorderà bene l&#8217;ex comandante Schettino. Così il ministro Di Maio, quello che ancora per un po’ rappresenterà l’Italia per il mondo, partì incendiario e fiero per ritrovarsi infine mesto e composto cerimoniere dell’altrui gloria. Due modi avrebbe avuto in astratto il nostro per salvarsi. Da subito impostare il proprio stile alla sobrietà istituzionale. Avrebbe patito, è vero, l’inimicizia di tanti giacobini suoi sodali,&#8230;</p>
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<p>Gli inchini in Italia portano male. lo ricorderà bene l&#8217;ex comandante Schettino. Così il ministro Di Maio, quello che ancora per un po’ rappresenterà l’Italia per il mondo, partì incendiario e fiero per ritrovarsi infine mesto e composto cerimoniere dell’altrui gloria.</p>



<p>Due modi avrebbe avuto in astratto il nostro per salvarsi. Da subito impostare il proprio stile alla sobrietà istituzionale. Avrebbe patito, è vero, l’inimicizia di tanti giacobini suoi sodali, ma avrebbe poi incassato i vantaggi di quella lesta e moderata posizione. </p>



<p>Oppure avrebbe potuto optare indomito per la gaglioffaggine impenitente, sfidando Macron a singolar tenzone o Sergio nostro a una disfida in punto di diritto. Nessuna delle due, ahinoi. Scelse piuttosto, l’imberbe, la consueta e vile via del mezzo: gettare il sasso e tirar via la mano, trita consuetudine dei tanti italiani che (sempre Dio abbia in gloria Ennio Flaiano) corrono ancora oggi in soccorso del vincitore. </p>



<p>Così l’attuale capo della Farnesina (riposino in pace Moro e Fanfani, ma anche Andreotti e De Michelis) puntò le fiches sul giallo gilet e sull’impeachment a Mattarella ma non ebbe poi il coraggio di tenere il punto. Rinculò sui primi e fuggì a gambe levate dal secondo, senza ritegno alcuno. </p>



<p>Un anche mediocre senso della decenza avrebbe a quel punto indotto chiunque, compresa l’immensità delle cazzata, a ritirarsi in un monastero benedettino a scelta. Egli invece, e qui c’è forse da imparare sulla natura umana, non se ne diede per inteso e così conquistò, complice un Paese dimentico degli oltraggi, e sovente del ridicolo, lo scranno (ci perdonino De Gasperi, Nenni e Andreatta, ma anche Alfano Angelino) di Ministro degli Esteri. </p>



<p>Ed è da tale scranno ch’egli oggi si inchina al presidente francese, venuto a Roma per firmare, o karma crudele, il Trattato del Quirinale. Macron e Mattarella in un sol colpo. Ma il nostro non s’adombra e anzi s’inchina. Ostentando coraggio, certamente, ché non chiunque avrebbe avuto la faccia di presentarsi, ma a dire il vero anche un certo candore, giacché per molto meno i francesi furono usi a far seguire, all’inchino, il precipitare veloce di una lama.</p>
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		<title>La domanda etica di fondo sul modello Riace di Mimmo Lucano</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/03/vicari-la-domanda-etica-di-fondo-sul-modello-riace-di-mimmo-lucano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Oct 2021 10:17:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sia chiaro: quest&#8217;articolo non ha alcun fondamento giuridico, né ha la pretesa di apparire apologetico a priori. Esso si interroga solamente sulla sostanza umana delle cose, su come possa ritenersi illecita la cura delle persone, il loro inserimento o reinserimento con dignità nel tessuto sociale; se sia possibile o meno derogare dalla norma giuridica per tutelare il valore della solidarietà, quando una serie di eventi porti a forzare il sistema&#8230;</p>
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<p>Sia chiaro: quest&#8217;articolo non ha alcun fondamento giuridico, né ha la pretesa di apparire apologetico a priori. Esso si interroga solamente sulla sostanza umana delle cose, su come possa ritenersi illecita la cura delle persone, il loro inserimento o reinserimento con dignità nel tessuto sociale; se sia possibile o meno derogare dalla norma giuridica per tutelare il valore della solidarietà, quando una serie di eventi porti a forzare il sistema per un fine superiore.</p>



<p>È il principio per cui don Milani ha potuto fare quello che a fatto per i ragazzi di Barbiana, Danilo Dolci per i braccianti di Trappeto e Partinico, Basaglia per i malati psichiatrici, prima che la norma si adeguasse a quelle esperienze necessarie e rivoluzionarie. Prima, quando gli apparati ecclesiastici mettevano i bastoni tra le ruote alla pedagogia del parroco di campagna, la mafia seminava il panico tra i contadini siciliani col tacito assenso degli apparati di governo isolani, quando il malato psichiatrico era uno scandalo per la società borghese e si internavano i parenti anche solo per il carattere ribelle di alcuni di loro.</p>



<p>Voglio dire che la nostra bellissima Costituzione e le conquiste sociali che essa ha assicurato a noi, alle nostre madri e padri, ai nostri figli senza che questi ultimi se ne rendano più conto, è nata da legiferatori che fino a qualche anno prima erano fuorilegge. Si, i vari La Pira, Calamandrei, Togliatti, Einaudi, Moro … fuorilegge. Come Mimmo Lucano?</p>



<p>Che esagerato, voi penserete e forse avete ragione; forse il caso Riace è solo un fastidioso inciampo sul cammino della democrazia, e bene hanno fatto il Ministero dell&#8217;Interno prima, la magistratura adesso, a indagare e condannare il modello sociale ivi sperimentato negli ultimi anni. Ma la domanda etica di fondo resta.</p>



<p>Per converso, mi chiedo quale pena spetterebbe ai sindaci che hanno consentito e consentono, in tutta Italia, la ghettizzazione degli immigrati costringendoli nelle baraccopoli, chiudendo gli occhi sullo sfruttamento feroce a cui essi sono sottoposti nei campi di mezzo meridione, con paghe da fame.</p>



<p>Perché Riace e non, ad esempio, Gioia Tauro o Manfredonia? Quale ufficio del Ministero dell&#8217;Interno, quale magistratura indaga e condanna quelle amministrazioni? Basta rispondere che la legge non lo consente? Forse non lo consente, ma la sensazione che tale vulnus sia enormemente più grave dell&#8217;operato di Mimmo Lucano a Riace è più forte di qualunque condanna a tredici anni e passa di galera.</p>
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		<title>Conte, se è leader e uomo delle Istituzioni, garantisca a Draghi il SI del M5S e agevoli il lavoro di Mattarella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2021 08:35:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ora basta. Uno non vale uno. Per raggiungere il valore di Mario Draghi non basta la mediocre storia di tutti i parlamentari grillini sommati insieme. Il presidente della Repubblica, lo stesso Mattarella che il ministro Di Maio, mentre solidarizzava con i gilet gialli, voleva mettere in stato di accusa, ha convocato il più prestigioso e stimato italiano al mondo per porre riparo ai danni che l’incompetenza e l’antipolitica hanno procurato&#8230;</p>
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<p>Ora basta. Uno non vale uno. Per raggiungere il valore di Mario Draghi non basta la mediocre storia di tutti i parlamentari grillini sommati insieme. Il presidente della Repubblica, lo stesso Mattarella che il ministro Di Maio, mentre solidarizzava con i gilet gialli, voleva mettere in stato di accusa, ha convocato il più prestigioso e stimato italiano al mondo per porre riparo ai danni che l’incompetenza e l’antipolitica hanno procurato in questi anni al Paese. Per tutta risposta, mentre Mario Draghi accetta di mettersi al servizio dell’Italia, ci tocca assistere alle bizze di un gruppo di disorientati parlamentari, senza arte né parte, privi di passato e senza futuro, intenti solo a salvaguardare il proprio miracoloso stipendio.</p>



<p>Giuseppe Conte dimostri per una volta di meritare l’irripetibile privilegio regalatogli dalla sorte di guidare questa Nazione: abbandoni il fortino in cui si è rinchiuso, faccia un passo indietro e chieda ai senatori e ai deputati del Movimento Cinque Stelle di avere riguardo per il Presidente della Repubblica, di riconoscere il presidente del Consiglio incaricato, di portare rispetto all’Italia e agli italiani. Dimostri di essere diventato un uomo delle Istituzioni dopo quasi tre anni a Palazzo Chigi.</p>



<p>E il Partito Democratico rammenti che storia e che tradizione ha l’onere e l’onore di rappresentare. Nelle ore in cui i partiti politici italiani dimostrano tutta la propria debolezza, ricordi almeno di rappresentare gli eredi di De Gasperi e Togliatti, di Moro e Berlinguer, non di Casaleggio e Grillo. La facciano finita con la missione di voler trasformare il M5S da movimento anti sistema in partito democratico europeista. Ma stanno ascoltando, Bettini e Zingaretti, Orlando e Franceschini, le dichiarazioni di Grillo e Di Battista, di Crimi e Di Maio? Stanno osservando l’atteggiamento di Conte? Siamo oltre i limiti della decenza.</p>



<p>Venga accolto l’appello di Sergio Mattarella, le ragioni che lo hanno indotto a chiamare Draghi, dopo aver concesso ogni opportunità di andare avanti a Conte e alla sua sbrindellata maggioranza. Se al Quirinale ci fosse stato Napolitano li avrebbe già presi tutti a pedate (istituzionali, ma pedate). Non sono riusciti a raccattare dieci senatori, figurarsi se possono gestire 210 miliardi di fondi comunitari. Sarebbe stato utile e importante andare al voto solo per liberarsi della più miserabile rappresentanza parlamentare della storia repubblicana. Purtroppo non è possibile farlo, per le ragioni evidenziate da Sergio Mattarella.</p>



<p>Il Paese ha bisogno di un governo di donne e uomini competenti, capaci, dotati di esperienza e senso dello Stato. Si ponga subito fine a questa umiliante messinscena. Lo faccia Conte, stamani mattina. Al netto di sterili calcoli elettoralistici basati su sondaggi che già domani saranno carta straccia. Lo faccia in diretta Facebook, passeggiando per via del Corso, affacciato alla finestra di Palazzo Chigi, ma lo faccia. Dimostri di essere un leader, se lo è, prenda l’iniziativa e spenga il volume a questa banda di irresponsabili. Come Biden ha chiesto e ottenuto da Trump di fermare l’assalto al Campidoglio, Conte fermi l’assalto alle Istituzioni repubblicane dei suoi seguaci.</p>



<p>Solo così, telefonando a Draghi e garantendo un rapido e ordinato passaggio di consegne, potrà guadagnarsi il diritto a recitare ancora in futuro una parte da protagonista nella vita politica e istituzionale del Paese. Il suo assordante e complice silenzio non può essere più ammesso. Per questo giro ha perso. Esca di scena con dignità e onore. Ora tocca a Mario Draghi. Per il bene dell’Italia.</p>
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		<title>Piero Fassino: dopo 13 anni le ragioni che ci portarono a fondare il PD sono più che mai valide. Nessuno ha cacciato Renzi e Calenda dal partito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 12:44:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Presidente Fassino, oggi sono tredici anni dalla fondazione del Pd. In quel momento lei era segretario dei DS. Ci ricorda come si è arrivati a quella scelta?Il processo di costruzione del Pd affonda le proprie radici nell’Ulivo, nato a metà degli anni ’90, prima come lista per elezioni comunali e poi consolidatosi, tra il ’95 e il ’96, come coalizione nazionale delle forze politiche di centrosinistra con la leadership di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Presidente Fassino, oggi sono tredici anni dalla fondazione del Pd. In quel momento lei era segretario dei DS. Ci ricorda come si è arrivati a quella scelta?</strong><br>Il processo di costruzione del Pd affonda le proprie radici nell’Ulivo, nato a metà degli anni ’90, prima come lista per elezioni comunali e poi consolidatosi, tra il ’95 e il ’96, come coalizione nazionale delle forze politiche di centrosinistra con la leadership di Romano Prodi. Un’esperienza complessa destinata ad attraversare diverse stagioni. La prima fu quella, tra il ‘96 e il 2001, dei governi guidati da Prodi, D’Alema e Amato. Una stagione fu molto proficua per il Paese, ma che manifestò da subito il limite strutturale dell’Ulivo: essere una coalizione larga composta da una molteplicità di forze e per questo fragile nella sua coesione.<br> <br><strong>Finita quell’esperienza quale fu il percorso?</strong><br>Dopo le elezioni del 2001, che videro il successo del centro destra guidato da Berlusconi, alcune forze che facevano parte dell’Ulivo ne ritennero esaurito il corso, mentre le forze principali, in primis DS e Margherita, decisero di proseguire il cammino comune. Per rilanciare il percorso si lavorò in primo luogo a tener viva quell’esperienza nelle elezioni locali. Poi nel 2004, in occasione delle elezioni europee, si diede vita alla lista “Uniti nell’Ulivo” che ebbe un successo elettorale &#8211; tuttora misconosciuto &#8211; raccogliendo  il 31,5% dei voti e affermandosi come prima lista elettorale italiana. L’esperienza prosegui alle elezioni regionali del 2005, dove ci si presentò come Ulivo nella metà delle regioni, mentre nelle altre DS e Margherita presentarono liste distinte. Il risultato fu molto positivo dove ci presentammo uniti, mentre nelle regioni in cui ci si presentò distinti ebbero un buon esito i DS, ma fu infelice per la Margherita.<br> <br><strong>Questo rappresentò un passaggio cruciale.</strong><br>Si, perché aprì nella Margherita una discussione sull’opportunità o meno di proseguire nella direzione inaugurata dall’Ulivo. La discussione fu risolta positivamente con la decisione di lavorare ad una coalizione larga che recuperasse tutte le forze politiche di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2006, alle quali ci si presentò con la coalizione dell’Unione che vinse le elezioni e diede vita al secondo governo Prodi. Quella nuova esperienza di governo confermò tuttavia il limite palesatosi già tra il ‘96 e il 2001 e cioè che una coalizione più è larga più rischia di essere fragile. Pensi che il secondo governo Prodi era sostenuto da diciassette gruppi parlamentari, tredici dei quali con meno di dieci membri.<br> <br><strong>Fu il grande limite del secondo governo Prodi</strong>.<br>Esattamente. Quel governo cadde dopo due anni, nel 2008, più per la fragilità interna che non per la pressione delle opposizioni. Ma già dall’autunno 2006 si era avviato il processo di trasformazione della coalizione in un vero e proprio partito. Questo processo prese un anno, e il 14 ottobre del 2007 si arrivò a fondare il Partito Democratico con le primarie, esperienza che avevamo già sperimentato con il primo Ulivo e che era il modo per dare una grande legittimazione democratica e popolare al partito. Parteciparono oltre quattro milioni di cittadini, che investirono Walter Veltroni come primo segretario del PD.<br> <br><strong>Il Partito Democratico nasce a vocazione maggioritaria e vince tutte le volte in cui conferma tale inclinazione, mentre mostra i suoi limiti quando questa ispirazione viene smarrita.</strong><br>In questo bisogna intendersi. Vocazione maggioritaria non significa solitudine maggioritaria. Non significa voler essere un solo partito grande che fa terra bruciata di ogni altro partito. Questa non è la vocazione maggioritaria, e nessuno nel PD l’ha mai predicata. Vocazione maggioritaria significa essere un partito di largo insediamento elettorale che, in virtù di tale radicamento, è poi capace di esprimere una capacità coalizionale con forze minori. Per fare un esempio, la Democrazia Cristiana di Kohl e Merkel è un partito a vocazione maggioritaria, ma non ha mai guidato la Germania da sola. Si tratta di un partito dal quale non si può prescindere per formare un governo, ma che ha la capacità di coalizzare e guidare altre forze. Chiaramente in tredici anni tale capacità nel Pd ha conosciuto stagioni diverse.<br> <br><strong>Quello attuale è un momento in cui sembra che la vocazione maggioritaria non sia la prima spinta del PD.</strong><br>Penso che i risultati elettorali degli ultimi quindici giorni, con la vittoria in Toscana, Puglia e Campania, e il successo netto in tutti i capoluoghi che sono andati al voto, confermino che il Pd può essere un partito a vocazione maggioritaria. Voglio però aggiungere una considerazione.<br> <br><strong>Ci dica.</strong><br>Quando si fa un anniversario si fanno i bilanci. La domanda è se dopo tredici anni le ragioni che hanno portato a dare vita al PD siano confermate o siano venute meno. Io dico che quelle ragioni sono tutte pienamente attuali. Noi lo fondammo con quattro principali ragioni. La prima fu il proposito di dar vita ad un partito che unisse le grandi tradizioni riformiste, popolari e democratiche del Paese stante che con la caduta del muro di Berlino si rimuoveva l’ostacolo che aveva fino ad allora impedito a quelle forze di incontrarsi e riconoscersi. Oggi questa ragione è ancora più valida: nessuno trarrebbe vantaggio dal tornare ai DS e alla Margherita.<br>Seconda ragione fu dar vita ad una forza politica che mettesse mano ad un progetto di riforma e modernizzazione del Paese, rimuovendo quegli ostacoli strutturali che gli avevano impedito di crescere al pari di altri Paesi. Questa ragione è ancora viva, soprattutto nel momento in cui siamo chiamati a fare i conti con Covid-19 e c’è l’esigenza di un grande rilancio e quindi di un grande partito che lo guidi.<br>Terza ragione fu la necessità di avere un partito abbastanza forte da mettere in campo la riforma del sistema politico e istituzionale terremotato dalle vicende di Tangentopoli. Abbiamo tentato di farlo e in parte ci siamo riusciti, cambiando la legge per le elezioni comunali, per quelle regionali e per quelle nazionali, e trasferendo moltissime competenze alle regioni. Questa riforma pero è rimasta incompiuta nel momento in cui i cittadini hanno bocciato la riforma Renzi. La necessità resta tuttavia in piedi, tant’è vero che, dopo la riduzione del numero di parlamentari, abbiamo ricominciato a discutere di legge elettorale e di riforme costituzionali.<br>Infine una quarta ragione, che è stata spesso sottovalutata. Noi facemmo quella svolta perché intuimmo che nei grandi mutamenti intervenuti dopo la caduta del muro di Berlino, c’era anche la necessità di una rifondazione delle forze democratiche e progressiste d’Europa. Quando andai in giro per l’Europa a spiegare perché facevamo il Partito Democratico alcuni compresero, mentre altri guardarono con diffidenza. Oggi quella esigenza è pressante e all’ordine del giorno in tutta Europa.<br> <br><strong>Il 2020 come il 2007 quindi.</strong><br>Consideri ciò che è accaduto in questi anni alle forze socialiste e progressiste europee: tutte hanno dovuto fare i conti con sconfitte elettorali e l’emergere di movimenti populisti e neonazionalisti con largo seguito elettorale. E oggi tutte le forze progressiste e democratiche si pongono il problema di un profondo rinnovamento culturale e politico per tornare ad esercitare quell’egemonia che a lungo hanno espresso in Europa. Tutte le ragioni per cui fu fondato il Partito Democratico, sono dunque più vive oggi di quanto lo fossero nel 2007.<br> <br><strong>Perché, allora, c’è un così evidente disagio nelle componenti più liberali, quelle più vicine alla Margherita, che non si sentono a proprio agio nel PD di oggi? Del resto il PD non supera il 21-22 per cento. Il massimo fu raggiunto proprio da Renzi, capace di condurlo al 40%.</strong><br>Quel quaranta per cento però è evaporato, e bisogna fare i conti con questo. Non si sono persi quei voti, come spesso dice Renzi, perché c’era il fuoco amico: quando passi dal quaranta al diciotto per cento vuol dire che è cambiato qualcosa nel corpo elettorale. Il PD vive le stesse difficoltà di tutte le altre forze progressiste. C’è Trump in America, la Brexit ha vinto in Inghilterra, in molti paesi europei c’è stata un’ondata populista e nazionalistica che solo ora sembra cominciare ad attenuarsi. Il PD, che viene quotidianamente descritto in crisi dalla stampa italiana, è uno dei primi tre partiti progressisti europei per consenso elettorale. In questo momento il consenso del PD è maggiore di quello della SPD tedesca, del PS francese, della socialdemocrazia austriaca. Proprio gli ultimi risultati elettorali dimostrano intanto che la destra può essere sconfitta, e poi che se c’è una forza in Italia che può farlo, guidando uno schieramento largo, è il PD. <br> <br><strong>Lei auspica che ci sia il ritorno nel Partito democratico di chi ha seguito Renzi o Calenda?</strong><br>Dipende da loro. Io sono molto franco. Renzi, per personalità e carattere, non sta in un partito se non lo comanda. Legittimo. Avendo perso la guida del PD ha pensato di farsi un partito proprio. Legittimo anche questo. Sta nella coalizione di centrosinistra, ma è lui che ha lasciato il PD, non è stato il PD a chiedergli di andarsene. Anche Calenda, che io considero un politico capace, carismatico, un ottimo ministro, è stato eletto nelle liste del PD. Poi ha deciso di lasciarlo, di fondare un suo movimento, sta nella coalizione di centrosinistra, ma nessuno gli ha chiesto di andarsene. E francamente non c’è alcuna scelta politica di contenuto su cui Renzi o Calenda esprimano posizioni diverse da quelle che formula il PD.<br> <br><strong>Perché sono fuori allora?</strong><br>Non per il programma. Eravamo tutti d’accordo nel fare la Tav e la Tap e una certa riforma della scuola. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il reddito di cittadinanza così non funziona. Siamo tutti d’accordo nell’uso da fare delle risorse del Recovery Fund. Il punto di diversità è, per una fase, l’alleanza col M5S. Sappiamo tutti che si è trattato di un’alleanza di necessità per sbarrare la strada al rischio che la destra potesse prendere in mano le redini del Paese, ed è stata una scelta lungimirante come dimostrano i risultati elettorali di queste elezioni, che registrano un arretramento secco della Lega e di Forza Italia, che l’incremento di Fratelli d’Italia non compensa. Se noi saremo in grado di governare bene, questo recupero di fiducia può crescere, a beneficio del PD e degli altri partiti del centrosinistra, comprese Italia Viva e Azione.<br> <br><strong>Lei immagina, guardando alle prossime politiche, un centrosinistra formato dal Pd e da queste forze che hanno costituito storicamente il centrosinistra, oppure un’alleanza con il M5S?</strong><br>Il problema non è disegnare alleanze a tavolino, ma seguire i processi politici. Intanto nei Cinque stelle si è aperta una discussione: un partito nato come movimento e con una identità antagonistica quando ha dovuto fare i conti con responsabilità di governo, ha dovuto attenuare quella identità. Quando ha provato a mantenerla la scelta non è stata premiata dagli elettori: se vuole essere forza di governo, deve accettare di dover fare i conti con la concretezza delle soluzioni e con la necessità di alleanze. C’è un’evoluzione di identità al loro interno. Quando Grillo dice che non possono più essere quelli del “vaffa”, dice che c’è bisogno di una maturazione politica che acquisisca cultura di governo e disponibilità ad alleanze. Che cosa produrrà questa discussione nei 5S lo vedremo nei prossimi mesi.<br> <br><strong>La decisione di votare Si al referendum costituzionale è stata molto sofferta, perché il PD aveva votato contro per tre volte. La base del partito, insieme ai fondatori, si è espressa per il No. Lei crede che sia stata una scelta obbligata o giusta?</strong><br>È stata una scelta obbligata perché si trattava di onorare un accordo. Non nego che quella scelta aveva un profilo demagogico che spiega perché una parte di elettori non l’ha sostenuta. Può tuttavia diventare una scelta utile è accettabile se è il primo innesco di un percorso di riforma che va ripreso. La riduzione del numero dei parlamentari è stata sempre sostenuta dai partiti di sinistra insieme al superamento del bicameralismo paritario.<br> <br><strong>Ma non una riduzione lineare.</strong><br>E&#8217; il motivo per cui diciamo che questo provvedimento può essere utile se si procede con una riforma che superi il bicameralismo paritario e ridefinisca i rapporti tra Stato e regioni, come anche l’emergenza Covid ha dimostrato essere necessario.<br> <br><strong>Non è un azzardo troppo grosso quello di mettere mano alla Costituzione così, nella mera speranza che questo costituisca un grimaldello per le riforme successive?</strong><br>La politica è fatta anche di rischio, come la vita. Non è tutto scritto in partenza. Pensi a quando Berlinguer disse che si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della Nato. Non era un rischio, per il segretario di un partito che per decenni non si era identificato in quel campo politico internazionale? Pensi a Togliatti che convinse il suo partito a votare l’articolo 7 della Costituzione, che riconosce il Concordato. Non era un rischio? Pensi a Moro e Berlinguer che tessono il compromesso storico mentre infuriava l’assalto terroristico alla democrazia. E quando Occhetto annunciò che l’esperienza del PCI era esaurita e bisognava traghettare quella storia in un partito nuovo? Anche li non si ebbe paura di rischiare. E quando abbiamo fatto il Partito Democratico non abbiamo rischiato?<br> <br><strong>Erano tutte scommesse politiche, non si cambiava la Costituzione.</strong><br>Come tutti i democratici credo che la Costituzione sia il fondamento della Repubblica, ma non è un monumento di marmo. Nella prima parte della Costituzione si stabiliscono principi e valori su cui è fondata la democrazia italiana. Sono valori che non mutano con il decorrere del tempo, “attraversano la storia” e sono immutabili. Poi c’è la seconda parte della Costituzione, l’organizzazione dello Stato, che è sottoposta all’evoluzione del Paese, della società e delle stesse Istituzioni. Ed è giusto modificare ciò che va aggiornato.<br>Le faccio un esempio legato alla mia esperienza di Presidente della Commissione Esteri. In Costituzione è previsto all’articolo 80 che tutti i trattati internazionali firmati dal Governo debbano essere ratificati dal Parlamento con voto in Aula. Quando i costituenti scrissero quella norma avevano in mente la tragedia dell’accordo Roma-Berlino-Tokio. Ma oggi noi viviamo un tempo di internazionalizzazione in cui tutti i governi sottoscrivono ogni settimana accordi di natura tecnica di ogni genere, come quelli per evitare la doppia imposizione fiscale, per il riconoscimento dei titoli di studio, per la cooperazione culturale o sanitaria. Le pare ragionevole che si debba continuare ad approvare questi accordi, a contenuto tecnico e su cui nessuno eccepisce, facendone discutere seicento deputati e poi a trecento senatori? Quell’articolo è datato. Oggi potremmo modificarlo dicendo che gli accordi possono essere ratificati in Commissione salvo che un certo numero di deputati ne chieda la discussione in Aula per la presenza di questioni politiche delicate. Quando abbiamo modificato il titolo V trasferendo nuove competenze alle Regioni abbiamo modificato la Costituzione per adeguare gli assetti istituzionali alla società italiana di oggi. Allo stesso modo,  quando abbiamo abolito la disposizione finale che impediva ai Savoia di entrare in Italia, abbiamo preso atto che quella norma non aveva più utilità in un Paese in cui nessuno aveva nostalgia della monarchia. Insomma, modificare le parti organizzative della Costituzione è il modo per mantenere un rapprto di sintonia con il Paese.<br> <br><strong>Secondo lei la strada per la modifica della Costituzione è quella dei piccoli passi e non delle grandi riforme?</strong><br>Sì. Sono preferibili modifiche puntuali come negli esempi che le ho fatto. Dico ex post, ma lo dissi già allora, che se avessimo distinto la riforma Renzi in cinque quesiti, almeno tre sarebbero passati: l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario. Per gli altri si sarebbe visto, ma non sarebbe stato né una sconfitta, né un successo, né per chi aveva votato sì né per chi aveva votato no. Sono meglio riforme puntuali, singole, che non un cambiamento globale.<br> <br><strong>Il Mattarellum è la legge elettorale che ha funzionato meglio. Concorda?</strong><br>Vero. Infatti io sono favorevole a riprenderla.<br> <br><strong>Invece verso che cosa si va?</strong><br>Non è ancora chiaro. Io penso che ci siano due temi da affrontare. Il primo è quello di restituire agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti. Una delle ragioni per cui si è indebolito fortemente il rapporto tra cittadini e Istituzioni è aver tolto agli elettori la possibilità di scegliere gli eletti, con le liste bloccate. Su quell’indebolimento è passata anche la delegittimazione dei partiti. Il secondo è quello di produrre risultati elettorali che consentano governi stabili. Entrambe le questioni si possono risolvere con diversi sistemi elettorali. Personalmente sono favorevole da sempre al maggioritario con doppio turno di collegio, alla francese. Se non si può fare questo, guardo con favore al Mattarellum, che tiene insieme due dimensioni: la quota maggioritaria che consente di avere certezza di governabilità e la possibilità per l’elettore di scegliere l’eletto e la parte di proporzionale, finalizzata a garantire la rappresentatività.<br> <br><strong>Pero?</strong><br>Però so anche, per esperienza, che la legge elettorale rappresenta la regola del gioco democratico, e le regole del gioco si definiscono con il concorso di tutti i giocatori, quindi in Parlamento si deve cercare sempre l’accordo più largo. Non considero positive le leggi elettorali votate dalla sola maggioranza, qualsiasi sia la maggioranza. Se è possibile il Mattarellum, facciamolo. Se non è possibile, andiamo verso un sistema più proporzionale, ma sempre curando la governabilità e la scelta degli elettori. Per esempio la soglia del cinque per cento è un argine alla fragilità della coalizione.<br> <br><strong>Il referendum ha dimostrato che i cittadini hanno ancora un forte risentimento verso i politici, ma nel contempo hanno voglia di partecipare al processo decisionale. È una richiesta che va ascoltata.</strong><br>Nel libro che ho scritto nel 2017 per il decennale del Pd &#8211; “PD Davvero” &#8211; ho affrontato  anche questo tema. Siamo di fronte in tutto il mondo ad una crisi della democrazia rappresentativa parlamentare del Novecento, quella in cui siamo cresciuti e tuttora viviamo. Questa forma di rappresentanza, fondata sul suffragio universale, è indispensabile e ineliminabile. Tuttavia appare ai cittadini insufficiente per garantire una loro partecipazione. Ne è una riprova il fatto che oggi, quando si arriva al voto al termine della legislatura, nella stragrande maggioranza dei Paesi gli elettori votano per chi è stato all’opposizione, anche se chi ha governato lo ha fatto bene. Certo che si voti indipendentemente da come si è governato è un controsenso. Però questo indica che l’elettore vota per l’opposizione perché non si sente rappresentato e sente lontano chi decide. Se vogliamo uscire da questo scenario dobbiamo evitare che gli elettori siano chiamati a dire la loro solo una volta ogni quattro o cinque anni, perché altrimenti vota contro chi governa in quel momento e basta.<br> <br><strong>Come fare?</strong><br>Occorre individuare, tra un’elezione generale e l’altra, delle forme che consentano ai cittadini di dire la propria, utilizzando forme che diano sostanza alla democrazia deliberativa, che siano cioè capaci di chiamare i cittadini a concorrere alla decisione. Questo è un terreno di innovazione culturale. Se si guarda alle forme con cui è stato organizzato il rapporto tra potere e cittadini, si vedrà che in ogni secolo quelle forme sono cambiate. Non c’è secolo in cui quel rapporto risulti uguale a quello del secolo precedente. Noi siamo in un’epoca che continua a vivere con le forme della rappresentatività politica del secolo precedente. Ed è una contraddizione che registriamo ogni giorno, ad esempio nella forbice tra la velocità con la quale vive la società e la lentezza della decisione politica. La decisione ha una sua procedura che non vive e non può vivere nell’istante, ma la necessità di modificare la procedura per avvicinarsi ai tempi rapidi della società c’è. Ecco, per esempio, perché ha un senso superare il bicameralismo paritario, perché allunga i tempi della decisione e allarga quella forbice. Per recuperare credibilità occorre avvicinare il tempo delle Istituzioni a quello della società.<br> <br><strong>Parliamo di politica estera. L’impressione è che in questo momento l’Italia non riesca a esprimere posizioni coerenti.</strong><br>Io penso che l’Italia abbia un grande problema ed è la rappresentazione mediatica che viene data ogni giorno agli italiani. Mi spieghi per quale ragione per il Financial Times e il New York Times l’Italia è stato un Paese che ha governato bene l’emergenza Covid, mentre per i nostri giornali da cinque-sei mesi si descrive una situazione di confusione e caos. Io non trovo spiegazione. Non me la prendo con la stampa, ma pongo un problema democratico e so di dire una cosa impopolare: come si rappresenta il Paese all’opinione pubblica?<br> <br><strong>Ma noi abbiamo un presidente del Consiglio che giudica indifferente la vittoria di Biden o Trump.</strong><br>Avevamo un governo gialloverde che ci aveva portato ai margini dell’Europa. L’attuale governo ha riportato l’Italia al centro dell’Europa. Questa è una scelta politica forte, che facciamo vivere tutti i giorni. Siamo impegnati in politica estera su dossier importanti in modo attivo. L’allargamento dell’Unione ai Balcani, ad esempio, è per noi un dossier decisivo, perché i Balcani sono alle porte di casa. Su questo dossier esercitiamo un importante ruolo a Bruxelles e nella regione. Siamo impegnati ad affrontare le tante crisi del Mediterraneo, perché è la prima volta che tutto lo scacchiere mediorientale e Mediterraneo, dallo stretto di Hormuz allo stretto di Gibilterra, vive una sequela continua di crisi, guerre e instabilità: l’Iran, la fragilità dell’Iraq, la guerra civile in Siria, la guerra civile in Yemen, l’instabilità del Libano, la guerra in Libia, l’instabilità in Algeria e in Tunisia, i terroristi nella regione sub-Sahariana, il corno d’Africa. Noi tutti i giorni ci misuriamo con un contesto drammatico dove non vedo altri Paesi che riescono ad esercitare chissà quale ruolo. Prova ne sia la Francia, che cerca di esercitare un certo ruolo, ma anch’essa registra difficolta a incidere. La realtà è che l’Italia concorre con la sua azione alle scelte che l’Unione europea deve fare, sapendo che anche lo scenario internazionale in questi anni è stato terremotato perché Trump ha messo in discussione il sistema multilaterale di governance della globalizzazione, un processo che ha messo in difficoltà tutti. Ma non è vero che noi siamo assenti, silenziosi o remissivi. Cerchiamo di fare la nostra parte in un contesto obiettivamente complicato e difficile. Facendo politica estera da tantissimi anni, sa cosa mi colpisce sempre? Che c’è una considerazione dell’Italia nel mondo più forte di quella che gli italiani hanno di sé. Forse sarebbe tempo che l’Italia fosse più consapevole di sé.</p>
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		<title>La debolezza dell&#8217;Italia agli Esteri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lo spigolatore di Capri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2020 12:22:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
		<category><![CDATA[De Gasperi]]></category>
		<category><![CDATA[Di Maio]]></category>
		<category><![CDATA[Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Moro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Politicamente all’estero non contiamo niente. Bisogna rassegnarsi all’evidenza dei fatti. Il nostro è un Paese costretto a subire da troppo tempo. Subiremo ancora un fallimento in sede europea sui presunti aiuti per l’emergenza coronavirus al nostro Paese, nonostante i trionfalismi fuori luogo di Conte, cosi come abbiamo subito, e mi limito solo a uno dei tanti episodi più recenti, che uno Stato straniero minacciasse di morte un bravo giornalista che&#8230;</p>
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<p>Politicamente all’estero non contiamo niente. Bisogna rassegnarsi all’evidenza dei fatti. Il nostro è un Paese costretto a subire da troppo tempo. Subiremo ancora un fallimento in sede europea sui presunti aiuti per l’emergenza coronavirus al nostro Paese, nonostante i trionfalismi fuori luogo di Conte, cosi come abbiamo subito, e mi limito solo a uno dei tanti episodi più recenti, che uno Stato straniero minacciasse di morte un bravo giornalista che ha fatto solo il suo mestiere. Se l’Italia avesse avuto un minimo di dignità avrebbe dovuto assumere ben altre iniziative e non limitarsi a qualche nota di formale biasimo e sterili dichiarazioni di principio. Per non parlare della verità sul caso Regeni, che ancora attendiamo dopo quattro ministri e altrettanti governi della Repubblica. Una verità che probabilmente tutti sanno, ma che nessuno ha il coraggio di rivelare ufficialmente, arrivando a volte addirittura a speculare mediaticamente sul dolore impresso sulla carne viva di una famiglia. E questo per motivi di interessi economici che si fanno prevalere sulla sete di giustizia che riguarda la morte di un ragazzo italiano perbene. Ho citato due casi, ma altri ne potrei raccontare. Non vorrei però sparare sulla Croce Rossa di un dicastero che ha avuto tra i suoi ministri De Gasperi e Moro e ora ha Di Maio.</p>
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		<title>Castagnetti a ilcaffeonline: il 18 aprile De Gasperi vinse sotto ogni profilo. Esporre rosari è simonia, cioè peccato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 07:06:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[Craxi]]></category>
		<category><![CDATA[DC]]></category>
		<category><![CDATA[De Gasperi]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Maurizio Cuzzocrea e Emanuele Raco Il 18 aprile 1948 ebbero luogo le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, a cui partecipò il 92% degli elettori. Cosa rimane di quella fase di grande partecipazione alla vita democratica? Perché i cittadini disertano sempre di più le urne?Nessuna delle elezioni politiche successive è paragonabile a quelle del 1948. Basterebbe chiedersi che ne sarebbe stato della storia dell’Italia se le posizioni della DC e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/18/castagnetti-18-aprile-de-gasperi-democrazia/">Castagnetti a ilcaffeonline: il 18 aprile De Gasperi vinse sotto ogni profilo. Esporre rosari è simonia, cioè peccato</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>di Maurizio Cuzzocrea e Emanuele Raco</p>



<p><strong>Il 18 aprile 1948 ebbero luogo le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, a cui partecipò il 92% degli elettori. Cosa rimane di quella fase di grande partecipazione alla vita democratica? Perché i cittadini disertano sempre di più le urne?</strong><br>Nessuna delle elezioni politiche successive è paragonabile a quelle del 1948. Basterebbe chiedersi che ne sarebbe stato della storia dell’Italia se le posizioni della DC e del PCI fossero risultate invertite, o anche solo se il divario a favore della DC non fosse stato di 18 punti. De Gasperi fu il vero vincitore sotto ogni profilo (elettorale, politico, strategico e morale) e ne risultò consacrato come il vero padre della repubblica e tra i maggiori statisti del novecento. Ma anche il leader del fronte opposto, Palmiro Togliatti, esce da queste elezioni (si dice che sia stato sentito dire: “è andata bene così”) con indubbia altezza, per aver saputo gestire con autorevolezza e forza, la sconfitta e la frustrazione del suo elettorato che poteva essere definito “un popolo”, un popolo dentro al popolo. Non si dimentichi mai che nei mesi precedenti le elezioni, contrassegnati da tensioni, incidenti, scioperi e incertezza del risultato, si sentiva parlare di “rischio Grecia”, cioè di rischio guerra civile. Se ciò non si è verificato è stato sicuramente merito dell’intelligenza storica e dell’abilità politica del vincitore, ma anche della tempestiva e determinata scelta del perdente di riconoscere senza incertezze il risultato, a costo di gravi incomprensioni nel suo partito e nella “casa madre” sovietica. Basta questo per comprendere l’unicità di quelle elezioni.<br>Poi fortunatamente la democrazia si è consolidata, è diventata anche per il popolo italiano costume e civiltà, se si vuole anche consuetudine; le grandi ideologie capaci di forti mobilitazioni sono scomparse, le fasi di drammatiche tensioni alimentate probabilmente da gravi interferenze internazionali, come quelle dei tentati golpe e del terrorismo, furono domate e vinte, il Muro che divideva l’Europa e la società italiana venne abbattuto e, dunque, l’Italia ha cominciato ad assomigliare progressivamente alle altre democrazie occidentali, a partire da un certo rilassamento dell’etica civile in cui siamo soliti comprendere anche il dovere della partecipazione elettorale e politica.</p>



<p><strong>In quelle elezioni ci fu una mobilitazione senza precedenti, per intensità e capillarità, delle organizzazioni cattoliche, sostenuta dalla paura della vittoria del comunismo in Italia. Oggi non è più pensabile quel tipo di intervento politico, ma non crede che l’attuale forte e diffusa mobilitazione dei cattolici in ambito umanitario e sociale, soprattutto nei confronti delle emergenze dovute alla crisi economica e alle migrazioni, siano la nuova modalità con cui si manifesta un desiderio di incidere sulla vita politica del Paese? Può essere una sfida per la costruzione di nuove proposte politiche in linea con quella che è chiamata “l’economia di Francesco”?</strong><br>Ci fu sicuramente una grande mobilitazione della Chiesa italiana, perché dall’altra parte c’era un avversario particolarmente insidioso, l’ateismo politico, un partito cioè che conservava legami organici con la patria dell’ateismo di stato, l’URSS: non si capisce l’atteggiamento della Chiesa se si prescinde da questa valutazione. I cattolici si sentivano motivati alla lotta politica proprio da questo rischio. E misero a disposizione della Democrazia cristiana non solo i loro voti, ma le loro migliori intelligenze, che si rivelarono ben presto, già all’Assemblea Costituente, una vera e propria eccellenza del paese.<br>Nei decenni successivi, quando la democrazia sembrava non correre più rischi, e neppure la libertà religiosa, il sistema andò progressivamente polarizzandosi attorno a una dialettica destra/sinistra e la base cattolica cominciò a manifestare il proprio disagio. Disagio accentuato dalla crisi morale in cui precipitò la politica italiana tutta, compresi i cattolici, all’inizio degli anni novanta. Del resto a metà degli anni sessanta il Concilio ecumenico Vaticano II aveva detto parole chiare e definitive sulla libertà di opzione politica per i credenti. La diversificazione di voto tra i cattolici diventa in tal modo esperienza concreta, ma anche esperienza non di rado di imprevista delusione per l’impossibilità di vedere riconosciuto dalla politica il valore “dei propri valori”, soprattutto nelle cosiddette materie eticamente sensibili. Anche per questo si è verificato un significativo allontanamento, in particolare delle nuove generazioni di giovani credenti, dall’impegno politico e un sempre più percepibile “ritirarsi” nello spazio, pur virtuoso, della carità, cioè delle esperienze di solidarietà umana. I poveri, gli immigrati, gli ultimi e i penultimi, i fragili e i vulnerabili, sono diventati il terreno di lavoro e testimonianza del proprio essere cristiani.<br>Personalmente, pur apprezzando moltissimo questo lavoro a fianco dell’umanità dolente e vilipesa, e riconoscendo che esso rappresenta il terreno di elezione dell’impegno dei credenti perché quello è luogo teologico prima ancora che sociale, penso che &#8211; al di là delle intenzioni &#8211; rappresenti anche un passo indietro rispetto alla responsabilità che ogni cittadino deve sentire verso il proprio paese, il mondo e la storia. Disporre di un terreno di riserva rispetto a quello della politica, può rappresentare infatti una tentazione e forse anche un rischio per i credenti: quello dell’allontanamento dallo Stato. “Bisogna amare lo Stato” esortava Aldo Moro, e “bisogna amare la Costituzione” aggiungeva Giuseppe Dossetti. Non è consueto l’uso del verbo amare quando si parla di istituzioni, ma per i cattolici è importante perché evoca il comandamento dell’amore del prossimo. Se fossi più giovane mi dedicherei a recuperare alla politica parte di queste energie morali che se ne sono allontanate. E se ne vedono gli effetti, purtroppo.</p>



<p><strong>Nei primi anni della democrazia italiana, la DC faceva un largo uso, nella comunicazione politica, di richiami alla religione cattolica. Oggi c&#8217;è chi fa un uso dei simboli religiosi nella ricerca del consenso politico. Quali differenze ci sono? Pensa che questo atteggiamento abbia un riscontro positivo nel clero e nel laicato italiano?</strong><br>C’è grande differenza. I capi della DC normalmente andavano a Messa quotidianamente ma in pubblico non facevano riferimento alla Chiesa o ai temi religiosi, salvo alcune eccezioni come Giorgio La Pira o Igino Giordani, sia perché consideravano il valore dell’autonomia &#8211; che è più ampio rispetto a quello della laicità &#8211; una conquista irrinunciabile da Sturzo in poi, sia perché sapevano che la fede non si poteva utilizzare e strumentalizzare. Diverso invece era l’impegno della Chiesa per educare al rapporto fede-politica e, talvolta sbagliando, per indicare l’opzione preferenziale a favore della DC, diciamo sino alla stagione del Concilio. Ma da parte dei dirigenti DC si difendeva sempre il carattere aconfessionale del partito e il valore della laicità (che è cosa diversa dal laicismo) della politica. Nel Congresso di Napoli del 1962, in cui venne deciso il passaggio dal centrismo al centrosinistra, il segretario Aldo Moro resistette alle pressioni contrarie della CEI di Siri, usando proprio questo argomento: “l’autonomia è il nostro modo di servire, se possibile, la Chiesa”. Dunque, niente di paragonabile ai rosari e le madonne di Salvini. Quella è simonia, cioè peccato. E’ roba da Orban che considera la religione un amuleto elettorale.</p>



<p><strong>Nel secondo dopoguerra si viveva una fase di scelte decisive, che avrebbero segnato il futuro del Paese. Quale fu la capacità dei leader politici che uscirono vincitori dalle elezioni del 1948 di rendere chiara la richiesta di fiducia nelle scelte di collocamento internazionale dell’Italia?</strong><br>Beh, la collocazione internazionale dell’Italia ha rappresentato sino ai primi anni settanta il vero discrimine della politica italiana: Occidente, Nato e CEE. Epperò è giunto il momento di guardare a quelle scelte con sguardo storicamente più oggettivo. Possiamo dire che il primo strappo di De Gasperi avviene con la rottura del governo tripartito nel 1947. Fu vero strappo? Il presidente dell’Istituto Gramsci, il prof. Beppe Vacca, commentando un famoso articolo su Rinascita di Giorgio Amendola, in cui recensiva il testo di Pietro Scoppola “La proposta politica di De Gasperi”, suggeriva l’idea che De Gasperi e Togliatti avessero in qualche modo pilotato insieme la rottura. Se è vero, infatti, che De Gasperi non poteva presentarsi alle elezioni del 1948 essendo ancora alleato dei comunisti, non è men vero che pure Togliatti aveva la stessa esigenza. Tant’è che anche dopo quella rottura i paralleli lavori dell’Assemblea costituente proseguirono con lo stesso spirito di collaborazione e convergenza.<br>Tutto ciò che accadrà in seguito sul piano internazionale è frutto di quella scelta di campo, che veniva dalla spartizione di Yalta, dall’esito della Conferenza di Pace di Parigi dove le richieste di De Gasperi vennero sostenute dagli USA, dal Piano Marshall, oltreché dalla profonda convinzione del capo del governo italiano dell’opzione occidentale. Da lì le scelte successive dell’adesione alla Nato (fortemente contrastata dalle sinistre interne al partito, quella dossettiana, in particolare, ma anche quella gronchiana e quella sindacalista) e quella europeista, che ha rivelato l’autorevolezza internazionale e la capacità di visione di De Gasperi.</p>



<p><strong>Oggi gli scenari geopolitici sono cambiati, ma l’Italia ha ancora una forte collocazione euro-atlantica o stiamo perdendo le relazioni con gli alleati storici? Le influenze della Russia e della Cina sono in grado di condizionare gli attori della scena politica nazionale?</strong><br>Diciamo la verità: da anni la politica internazionale è scomparsa dal dibattito pubblico italiano. Mancano statisti di “visione”, purtroppo non solo in Italia, e si ha l’impressione che la politica insegua ciò che accade. L’Italia ha avuto un ruolo importante soprattutto nel bacino del Mediterraneo, ma anche in Europa, da De Gasperi fino a Craxi, poi, in particolare dopo la caduta del Muro e l’avvento della globalizzazione, ci siamo accontentati di sedere sugli spalti, abbiamo perso interesse e ambizione a giocare un ruolo. Ma sugli spalti si assiste allo spettacolo di altri e al massimo si diventa tifosi. Ecco, il rischio di diventare tifosi di uno o l’altro dei grandi player internazionali oggi è molto grande. Non comprendiamo che il nostro destino, la nostra missione è quella di rigenerare e &#8211; se vogliamo &#8211; reinventare l’Europa, l’unica prospettiva seria per il futuro del nostro paese e del mondo. Un mondo senza Europa tornerebbe ad essere un luogo di scorribande e di guerre. Questa volta ancora più “mondiali”.</p>



<p><strong>Cosa ha rappresentato De Gasperi per la politica italiana? E’ stato dimenticato troppo presto? La sua capacità di chiedere e ottenere credito e sostegno per l’Italia sarebbe utile all’Italia di oggi?</strong><br>Potremmo dire anche che De Gasperi è stato riscoperto troppo tardi. Il suo è stato infatti un destino molto particolare, dal punto di vista storiografico. Per lunghi anni una cultura fortemente ideologizzata non dico che avesse rimosso, ma certamente ha operato una intenzionale devalorizzazione del suo ruolo, che è durata sino al libro di Scoppola del 1977. Parliamo di un vero padre della Patria, sia quella italiana che quella europea. Ha,infatti, pacificato il paese, costruito nei fatti la sua unità che era stata conquistata un secolo prima con il Risorgimento ma mai effettivamente realizzata, ha ricostruito le basi materiali di un’economia che era stata distrutta dalla guerra, ha dato corpo alle strutture istituzionali della nostra democrazia, ha domato le spinte integraliste inventando e, in una certa misura imponendo, alla DC lo spirito coalizionale dopo le elezioni del 1948, ha resistito alle pressioni anche vaticane di rilegittimare politicamente, in un tempo assolutamente non maturo, le spinte fasciste attraverso la cosiddetta ”operazione Sturzo” a Roma nel 1952. E, dopo la caduta del governo francese Pleven con la conseguente uscita di scena di Schuman, fu lui a guidare il gioco della costruzione di una nuova Europa politica lavorando sullo Statuto CECA, proponendo prima l’emendamento all’art. 36 per la costituzione della CED e poi il sub-emendamento per l’elezione di un’Assemblea costituente degli Stati Uniti d’Europa. In quel tempo riuscì certamente a negoziare anche consistenti aiuti internazionali per la ricostruzione del paese, sfruttando la sua autorevolezza, oltreché la collaborazione di strutture diplomatiche, quella italiana e quella vaticana, di assoluto livello. Ma erano oggettivamente altri tempi.</p>



<p><strong>Per la prima volta gli italiani non saranno in piazza per celebrare il 25 aprile. Cosa possiamo fare perché rappresenti ancora una data fondamentale del calendario politico? Come possiamo alimentare le radici della nostra democrazia?</strong><br>Sì, questo è un fatto molto triste, lo dico anche come presidente della Fondazione Fossoli. Ma confido che i media consentano di ricostruire un clima di memoria adeguato. Bisogna dire che negli ultimi anni tante manifestazioni erano diventate un po’ un’abitudine. La situazione particolare della ricorrenza di questo settantacinquesimo anniversario, potrebbe aiutarci a recuperare il significato genuino della celebrazione. La Resistenza va ricordata infatti non solo per il suo indiscusso valore militare di lotta all’invasore straniero e al suo alleato italiano, ma anche come esperienza di generazione del pensiero del domani. Di un dopo. Di una speranza. Della libertà, della democrazia e della pace.<br>La pandemia di oggi sta mettendo tutti a dura prova e rischia di toglierci il pensiero di un dopo. Invece il dopo ci sarà. In genere diciamo che sarà diverso dal prima, ma non sappiamo come sarà. Allora, sull’esempio dei giovani partigiani, mettiamoci subito all’opera per pensarlo e costruirlo. Sono abbastanza sicuro che nascerà una nuova fase costituente di un mondo diverso. Mi auguro che le nuove generazioni si lascino sedurre da questa prospettiva.</p>



<p><strong>Lei è stato l’ultimo segretario del PPI. E’ stata un’esperienza determinante per avviare il percorso che ha portato all’Ulivo e poi al Partito Democratico. I cattolici come hanno vissuto il passaggio dalla DC alla seconda repubblica? Che cosa resta oggi di quella tradizione nella politica italiana?</strong><br>Resta un pensiero che nei suoi punti di fondo non è superato: la libertà come valore irrinunciabile (non sembri scontato, se pensiamo ad Orban e altri o alle tante possibilità più o meno subdole di controllo favorite dalle nuove tecnologie), la centralità della persona, l’uguaglianza delle persone, la fraternità, l’attitudine al dialogo e alla mediazione, l’economia sociale di mercato, un’ecologia integrale, l’Europa, la pace a ogni costo. E resta ancora una parte importante di personale politico “educato” a questo modo di intendere la politica e la storia dell’umanità.</p>



<p><strong>Le continue scissioni stanno minando lo spirito unitario che aveva caratterizzato la nascita del Partito Democratico. Al di là delle riflessioni sui numeri e sul consenso, pensa che le culture politiche che hanno dato vita alla Costituzione debbano tornare a dividersi o c’è una via per un percorso unitario che fermi l’ascesa dei populisti e dei sovranisti?</strong><br>Le divisioni sono la causa e l’effetto della crisi della politica. I partiti sono un mezzo e non un fine e, dunque, non c’è da scandalizzarsi se si trasformano, si dividono, scompaiono e vengono sostituiti. Ma è il rifiuto della mediazione, dell’impegno a trovare un punto di compatibilità e condivisione, di progetti comuni, che mi preoccupa. Siamo di fronte alla malattia più grave della politica e, su più vasta scale, della società. Forse, ma non ne sono sicuro, l’esperienza di sofferenze e lutti che stiamo vivendo potrà trasformarci, in meglio. Rileggiamo la Costituzione, rileggiamo Manzoni, rileggiamo Primo Levi. Recuperiamo l’ambizione di un disegno per il futuro. E poi ripartiamo, anzi ricominciamo.</p>



<p><strong>La sua regione è una delle più colpite dal coronavirus eppure non è assurta ai clamori delle cronache. Perché? Come sta vivendo questa fase dell’emergenza? Come trascorre le sue giornate?</strong><br>Sì, anche l’Emilia Romagna, è stata colpita fortemente dal virus. Non facciamo notizia perché, forse, fino ad ora non si sono manifestati casi clamorosi di focolai apparentemente indomabili o di strutture particolarmente contagiate e contagiose. Oppure perché il sistema mostra di riuscire a reggere. Oppure infine perché, forse proietto un mio pensiero ma conoscendo il presidente Bonaccini forse no, stiamo già pensando come riorganizzare il nostro sistema sanitario.<br>Come passo il mio tempo? Come la maggioranza dei cittadini, in casa, davanti al computer, al telefono, o a leggere, scoprendo nella libreria una smisurata quantità di libri depositati e non ancora letti.<br>Continuando a sperare, senza particolare angoscia peraltro, che il maledetto non bussi alla mia porta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/18/castagnetti-18-aprile-de-gasperi-democrazia/">Castagnetti a ilcaffeonline: il 18 aprile De Gasperi vinse sotto ogni profilo. Esporre rosari è simonia, cioè peccato</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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