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	<title>Morte Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Morte Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Non fate troppi pettegolezzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 08:13:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il Pavese Festival.Festival dedicato da 22 anni a Cesare Pavese, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata. A Santo&#8230;</p>
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<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il <strong>Pavese Festival</strong>.<br>Festival dedicato da 22 anni a <strong>Cesare Pavese</strong>, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata.</p>



<p>A Santo Stefano Belbo, ai margini delle Langhe, paese natale dello scrittore, si sono svolti gli eventi dei primi cinque giorni, il sesto e ultimo a Brancaleone, in una commistione di letteratura, musica, arte, teatro splendidamente interpretata da qualificati ospiti.<br>Filo conduttore è stata la figura femminile cercata ma mai raggiunta dallo scrittore.</p>



<p>“<em>La donna per Pavese è parola. Una parola che è ricerca, dialogo, scoperta, ricordo, introspezione, fanciullezza, verità: poesia</em>” .</p>



<p>Noi ci lasceremo guidare dalla scritta che, come un tatuaggio, compare nell’acquerello che fa da locandina, di Paolo Galetto. Tutto in bianco e nero, ma segnato da sparsi petali rossi, quasi una festa o forse ferita sanguinante: “<em>Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto</em>”.</p>



<p>La <strong>terra</strong> e la <strong>donna</strong>, due temi che si intrecciano e si respingono nell’opera di Pavese. La nostalgia, la mancanza, il desiderio, la perdita dell’una e dell’altra incideranno profondamente nella sua vita e nella sua arte.</p>



<p>La Donna continuamente inseguita in vaghe figure femminili.<br>La ballerina che lo lascerà ad aspettarla sotto la pioggia e che De Gregori canterà in Alice (E Cesare perduto nella pioggia/sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina).<br>La voce rauca e fresca di Tina militante comunista.<br>Fernanda Pivano e la comune passione per la letteratura americana.<br>Elena amore di necessità.<br>La selvatica Concia bella come una capra nel tempo del confino.<br>Bianca con la quale tenterà la scrittura di un libro a due mani.<br>Costance l’allodola e quegli occhi che rivedrà nella stanza d’albergo a Torino dove darà fine alla sua vita. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.</p>



<p>La figura femminile è costantemente presente nell’itinerario personale e artistico di Pavese.<br>La racconterà soprattutto nei versi, in quell’incedere narrativo di righe lunghe costrette dal ritmo attraverso la parola, unica realtà. Donna mito di una fanciullezza felice e perduta che si identifica nel paesaggio delle langhe e in contrasto con la donna-compagna riconosciuta nei percorsi metropolitani di Torino. Ma sia l’una o sia l’altra, quello che è certo è che né l’uomo né il poeta riusciranno mai a raggiungerla. Non incontrerà nella sua strada quotidiana quella donna che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa e non riuscirà nei suoi scritti a darle del tutto voce con parole inghiottite.<br><strong>Sei buia. Per te l’alba è silenzio.</strong><br>La Terra, che nelle prime poesie è raccontata più che cantata nella realtà delle colline o in contrappunto nella squallida visione delle periferie di Torino, è fondamentalmente la geografia della propria solitudine, dell’inadeguatezza a condividere spazi e circostanze e rapporti con gli altri.<br>Nella vita e nel mondo, la condizione di Pavese è quella dell’espatriato che continuamente e ripetutamente cerca di tornare. Ma anche quando la ricerca lo riporterà, come Anguilla de <strong>La luna e i falò,</strong> nel suo paese di origine dovrà constatare che in realtà non si torna mai al passato, al tempo inesorabilmente andato, agli eventi che ormai parlano lingue sconosciute: “<em>Un paese ci vuole…vuol dire non essere soli…nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti</em>”.<br>Sì, i falò si accendono ancora, ma per divorare con le loro fiamme quel che mai più ritornerà.<br>Il mito della fanciullezza con il suo bagaglio di ingenue felicità, di speranze che volano alte, di certezze si è concluso.<br>Si accendono nuovi falò che distruggono, divampano dolore, illuminano sinistramente tragedie.<br>Non resta che la sconfitta.<br>Non resta che guardare dalla finestra di quella cameretta al primo piano di un paese, Brancaleone, che per lui resterà sempre un paese straniero.<br>No, non troverà pace né tra quei muri né nel Bar Roma, dove legge quotidianamente il giornale, né sullo scoglio dal quale guarda senza vedere un inutile mare.</p>



<p>Ancora oggi andando a Brancaleone si può visitare la casa, la stanza in cui visse, il lettuccio stretto, la scrivania che è solo uno sbilenco tavolo, l’avara lampada e la finestra che racconta la “<em>monotonia di un paesaggio sempre uguale”.</em><br>Da quella finestra &#8211; quarta parete della sua prigione &#8211; Pavese fisserà i binari. Quegli stessi binari sui quali si è fermata la littorina con la quale è giunto insieme a due valigie cariche di libri. Su quelle linee parallele scorreranno le nostalgie di un paese diverso e lontano, di una vita condivisa di amore e di impegno mentre le ore scorrono nel tedio, sempre uguali.<br>“<em>Acchiappo mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare (che d’altronde è una gran vaccata), giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, serbo un’inutile castità.</em>”<br>No, il confinato non avrà voglia di incontrare veramente né il paese né i suoi abitanti. Un rapporto tra lui e i brancaleonesi superficiale e di condiviso rispetto. Un accennato interesse verso la letteratura orale e le tradizioni popolari, un amore di necessità e una fantasia erotica. Una lettura della Calabria, tuttavia, fuori da ogni retorica.</p>



<p>E forse tra le note di quel <em>on the road</em> musicale di Omar Pedrini, che ha concluso il Festival nella struggente malinconia di una notte calabrese, ci sembrerà di riconoscere l&#8217;ombra di un uomo solo, con la pipa e gli occhiali, che ancora cerca un senso a una vita vuota che nemmeno il profumo dei gelsomini, la dotta lentezza delle tartarughe e il vento diviso dal vicino Capo Spartivento e un mare di verdi e di azzurri, sono riusciti a regalargli.</p>



<p>A Brancaleone Pavese conferma di non essere in grado di imparare il mestiere di vivere, che la sua è la condizione di una straziante solitudine, che l’unico mestiere che conosce, quel vizio assurdo vissuto quasi come un dovere, corteggiato più di un amore, idolatrato e temuto, è quello di morire.</p>



<p>Lui che aveva dichiarato di non avere più parole, riuscirà a scovarne una manciata da scrivere con mano ferma su un foglio lasciato su un anonimo comodino di un&#8217;anonima stanza d&#8217;albergo:</p>



<p> “<em><strong>Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.</strong></em>&#8220;<br></p>
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		<title>Requiem in memoria di Yuri Kerpatenko</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Oct 2022 08:40:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non che la dittatura despotica e imperialista di Putin non si fosse già distinta per ferocia nella repressione degli oppositori politici. Basta richiamare alla memoria il caso Politkovskaja per far cadere ogni barriera ideologica in difesa della Grande Russia.Ma l&#8217;uccisione del direttore d&#8217;orchestra Yuri Kerparenko si fa più sapida perché richiama alla memoria l&#8217;esecuzione di Khaled al-Asaad, l&#8217;anziano archeologo fatto fuori, decapitato ed esposto alla pubblica gogna a Palmira nel&#8230;</p>
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<p>Non che la dittatura despotica e imperialista di Putin non si fosse già distinta per ferocia nella repressione degli oppositori politici. Basta richiamare alla memoria il caso Politkovskaja per far cadere ogni barriera ideologica in difesa della Grande Russia.<br>Ma l&#8217;uccisione del direttore d&#8217;orchestra <strong>Yuri Kerparenko</strong> si fa più sapida perché richiama alla memoria l&#8217;esecuzione di Khaled al-Asaad, l&#8217;anziano archeologo fatto fuori, decapitato ed esposto alla pubblica gogna a Palmira nel 2015 per mano di quei buontemponi dell&#8217;ISIS.</p>



<p>Sul tema della tutela dei beni culturali in tempo di guerra si è discusso lungamente e si continua a discutere.</p>



<p>L&#8217;UNESCO è nata, all&#8217;indomani della Seconda Guerra mondiale, con precisi scopi a tutela della vita e della civiltà democratica. Tutti i suoi atti dal 1945 in avanti contengono, a uno stadio germinale o in forme pienamente compiute, chiari indirizzi agli stati membri sulla tutela dei beni monumentali e delle opere d&#8217;arte in caso di conflitto armato (L&#8217;<strong>Aia</strong> 1954).</p>



<p>La tenuta delle Carte che da quel primo atto sono derivate al patrimonio mondiale è stata sempre precaria, in virtù dell&#8217;ipocrita adesione da parte di molti stati a vocazione guerrafondaia: quelli cattivi che la guerra la fanno e quelli buoni che la guerra la procacciano agli altri. Ad ogni buon conto, esse riguardavano le sole cose mobili e immobili, più di recente il patrimonio intangibile (Parigi 2003), ma mai le persone fisiche.</p>



<p>La morte di Khaled al-Asaad ha spostato l&#8217;asse semantico del meccanismo di tutela internazionale, significando soprattutto questo: la presa di una nuova coscienza internazionale, volta a considerare gli eroi che si immolano in difesa dei beni culturali e ambientali come nuovi oggetti di tutela.</p>



<p>La persona-<em>memoria</em>, la persona-<em>memento</em>, la persona-<em>monumento</em>.</p>



<p>Come in Fahrenheit 451 di Broadbury-Truffaut, l&#8217;eroe Kalhed al-Asaad, l&#8217;eroe Yuri Kerpatenko sono destinati a tramandare un sapere di valore inestimabile, il più alto dei saperi che corrisponde con i principi di giustizia e libertà che ispirano la fondazione dell&#8217;UNESCO. </p>



<p>Vladimir Putin carnefice, Benito Mussolini carnefice, Iosif Stalin carnefice, Adolf Hitler carnefice, Augusto Pinochet carnefice, Pol Pot carnefice, le Giunte militari sud americane carnefici, Francisco Franco carnefice, l&#8217;ISIS carnefice, tutti i dittatori, i despoti e i fanatici tra XX e XXI secolo saranno destinati alla fine ingloriosa che si riserva ai vinti solo se inizieremo a considerare gli eroi della salvaguardia di beni culturali come &#8220;monumenti&#8221; e la loro morte violenta per mano dei carnefici un crimine contro l&#8217;umanità.</p>



<p>Da tali presupposti, gente come Putin non solo non dovrebbe più avere legittimazione alcuna sul piano dei rapporti internazionali, ma andrebbe perseguito per legge e giudicato da un tribunale apposito.</p>



<p>Stabilito a priori questo ineludibile principio di legalità, sul Parnaso Apollo e Mnemosine torneranno a darci sempre nuove muse; siederanno ai loro piedi le figure allegoriche della Giustizia, della Fama e della Libertà; e tutti additando i martiri come Yuri Kerparenko a esempio per il futuro.</p>
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		<title>Storie che non finiscono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 08:47:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Berta Isla]]></category>
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		<category><![CDATA[Javier Marías]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se una mattina, come ogni mattina, prepari il tè per la colazione.Se quella mattina il mare ti appare verticale e tanto ti riporta alla considerazione che sei tornata a casa e non c’è più il mare orizzontale della vacanza.Se la routine dei gesti che non hanno più bisogno di essere pensati ti rassicura.Se il profumo dei gelsomini non proviene più dalle notti stellate, ma dalla fumante tazza di tè.Se pregustando&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/22/roberti-storie-che-non-finiscono-javier-marias/">Storie che non finiscono</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Se</em> una mattina, come ogni mattina, prepari il tè per la colazione.<br><em>Se</em> quella mattina il mare ti appare verticale e tanto ti riporta alla considerazione che sei tornata a casa e non c’è più il mare orizzontale della vacanza.<br><em>Se</em> la routine dei gesti che non hanno più bisogno di essere pensati ti rassicura.<br><em>Se</em> il profumo dei gelsomini non proviene più dalle notti stellate, ma dalla fumante tazza di tè.<br><em>Se</em> pregustando la noia della quotidianità apri il tablet per leggere le ultime notizie e non ci puoi credere, ti blocchi.</p>



<p><em>È morto.</em></p>



<p>È morto lo scrittore spagnolo Javier Marías. Improvvisamente, per noi lettori che nulla sapevamo della breve polmonite assassina che lo ha ucciso. Non ci sono altri dettagli, non c’erano coccodrilli pronti, troppo in buona salute, troppo recente l’ultimo romanzo, l’ultimo premio, l’ultima intervista.</p>



<p>Cerchiamo, seguendo il suo suggerimento &#8211; “<em>quando una persona muore in modo inatteso cerchiamo di ricostruire quel che ha detto l’ultima volta che l’abbiamo visto come se potessimo salvarlo con questo</em>” &#8211; qual è stata l’ultima volta che lo abbiamo incontrato, pur sapendo che non riusciremo a salvarlo lo stesso.</p>



<p>La mia ultima volta è stata alcuni mesi fa, con la lettura di<em> Tomas Nevinson</em> pubblicato in Italia all’inizio di quest’anno. Ricordo, questo sì, di avere chiuso il libro con un gesto definitivo e già nostalgico. Mi ero detta, lo so perché lo avevo appuntato, &#8220;<em>com&#8217;è difficile lasciare andare un libro di Marías? È una vita, una storia che si chiude</em>.&#8221;<br>Era il 22 maggio.</p>



<p>Chi ama un autore, come ogni amato, non può fare a meno delle sue parole e della sua presenza. Allora lo segue, fa ricerche su Google per sapere se sta per uscire un nuovo romanzo, e quando finalmente – perché Marías non è uno scrittore a getto continuo &#8211; l’editore annuncia la prossima uscita, la prenota. Anche se sa che vetrine di librerie reali e online saranno tappezzate dell’opera.<br>Perché di Javier Marías stiamo parlando.</p>



<p><em>Che dire? Da dove cominciare? Che cosa ricordare? Che cosa omettere? Cosa nascondere? Cosa evidenziare?</em></p>



<p>Ci tocca procedere senza sapere bene come fare; così come faceva lui quando si accingeva a scrivere una storia. <em>“Non è che non sappia dove voglio andare, ma non conosco la strada da percorrere, comincio senza sapere molto di quello che racconterò, non cambio nulla dei miei romanzi, come non possiamo cambiare nulla del nostro passato.&#8221;</em></p>



<p>Possiamo cercare di salvarlo attraverso le sue storie, che si svelano attraverso ciò che accade e ciò che sarebbe potuto accadere, quello che è reale e quello che è mistero. Potremmo cercare di decifrare il tragico, l’imponderabile, gli enigmi della vita che mai si possono spiegare. Possiamo rassegnarci alle infinite letture che ogni evento e ogni persona nascondono. Possiamo tentare di capire il mondo nella sua indecifrabile complessità da un punto di vista etico, di fare del bene l’oggetto della narrazione anche se sappiamo che difficilmente potremmo raggiungerlo.</p>



<p>Oppure possiamo tentare la strada seguendo i suoi personaggi, quelli che per la lunga frequentazione (tre anni mediamente per completare un romanzo) diventavano suoi amici, persone sulle quali esercitava una capacità decisionale impossibile in qualsiasi altra circostanza o situazione. Uomini e donne ai quali affida una storia nella sofferta convinzione che non c’è nulla di certo, che quello che può proporre è solo un punto di vista e che anch’esso non è univoco. <em>Tomas Nevinson, Berta Isla</em>,<em> Julianin, Marta e Victor, Tupra</em>, <em>Pérez Nuix</em>, <em>Sir Peter Wheeler</em>, dall’inizio alla fine della narrazione si contraddicono di fronte ad eventi che potrebbero essere così come appaiono o esattamente al contrario. Li ritroviamo dietro una parete, una porta dove, casualmente o volutamente, finiscono per origliare una contrastante verità che propone una visione del tutto nuova o semplicemente interrogativa di fatti che sembravano certezze.</p>



<p>O ancora possiamo salvarlo lasciandoci ammaliare da una scrittura nella quale ci si perde come in un oceano senza rive o approdi. Un discorso fatto di un fraseggio colto, ricco di citazioni – su tutte quelle shakespeariane &#8211; di digressioni che affiancano la storia non sostituendosi ad essa ma divenendo a loro volta storia.<br>“<em>La mia intenzione, il mio desiderio, è che tutte le digressioni dei miei libri siano abbastanza interessanti in sé stesse da far soffermare il lettore</em>”, quelle digressioni che spesso servono a rompere una tensione narrativa altrimenti insostenibile, a riportare alla realtà la vita, già di suo inspiegabilmente tragica.<br>Ecco allora un fiorire di indicativi e condizionali, di presenti e passati prossimi e futuri anteriori che coniugano il grande mistero del <em>Tempo</em>, le ombre che in esso si nascondono, le maschere multiple che consegna ad ognuno di noi che tanto poco sappiamo di noi stessi.</p>



<p>Sorseggio il mio tè e penso che sì, forse queste sono strade praticabili per non perdere un autore che molto amiamo, e tuttavia so che ce ne deve essere ancora una, o tante, da cercare nei suoi libri che ora affiancati nello scaffale mi aspettano.<br>La storia non è finita.</p>



<p>Alcune storie non muoiono mai. </p>



<p><strong>Patologia:</strong> stati di sgomento, dolore, nostalgia.<br><strong>Terapia:</strong> leggere e rileggere e leggere e rileggere tutti i libri di Javier Marías, che non sono molti ma i necessari, lasciandosi aiutare da un buon tè per mandare giù il groppo in gola.</p>



<p></p>
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		<title>Nel nome del figlio: un &#8220;tuffo&#8221; nei ricordi del passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 16:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino. Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;. Guidata dalla sua voce&#8230;</p>
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<p>&#8220;<em>Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore</em>&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino.</p>



<p>Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;.</p>



<p>Guidata dalla sua voce e dal suo percorso leggo con lui quest&#8217;ultimo suo libro.</p>



<p>Come si racconta una storia senza storia? In che modo si ricorda qualcuno senza averne ricordi? Come si vive senza memoria?<br>Il &#8220;figlio&#8221;, di solo 8 anni, è svegliato in un sonno di fanciullo da un grido. <em>&#8220;Dice che il padre forse è morto, forse è annegato. Dice anche, se ricorda bene, che possono piangere, che hanno il permesso di<br>piangere (ma avrà davvero detto così?)&#8221;.</em><br>Il figlio non piange né quella notte, né mai. Solo più tardi dirà di sentirsi sollevato e cercherà, tra i ricordi, la ragione di quel sollievo. Ma ricordi non ne trova. Sei li conta da adulto; sei i ricordi del padre, più la fotografia di un bel giovane di 29 anni. Per altro, sono ricordi fatti di niente.</p>



<p>Il figlio è uno scrittore. Un riconosciuto importante scrittore. Dal quel primo &#8220;<em>Il Cerchio celtico</em>&#8220;, al successo della &#8220;<em>La vera storia del pirata Long John Silver</em>&#8220;, passando attraverso numerosi romanzi e saggi, raccogliendo premi e attestazioni. Il figlio ha, quindi, una sorta di dovere nei confronti della storia del padre. Non è questo il suo mestiere? O forse si riconosce di più in quello di velista e sommozzatore o stimato docente? No. Non c&#8217;è scampo, scrivere è un destino. Compito del letterato è di narrare storie. Ma non tutte le vite, a meno che l&#8217;autore non voglia inventarle, possono diventare romanzo.</p>



<p>E quella del padre?<br>“<em>Che impronta può aver lasciato nel mondo un semplice elettricista di Skinnskatteberg? C&#8217;è qualcosa che è cambiato per il solo fatto che avesse trascorso un breve istante su questa terra?&#8221;</em></p>



<p>Sei ricordi, probabilmente in parte falsati e ricostruiti come tutti i ricordi, sono pochi per una storia vera. Bisognerebbe fantasticare, immaginare fatti, pensieri, sogni. Rendere il padre protagonista di un romanzo, visto che non ha avuto l&#8217;occasione di esserlo di una vita. </p>



<p>Può il figlio in tutta onestà fare questo torto al padre? Forse in alternativa basterebbe parlare di sé stesso, rintracciare attraverso il legame di sangue somiglianze fisiche, di carattere o di pensiero. Tuttavia, Larsson ritiene che la genetica non è altro che una teoria, se si escludono le possibili<br>malattie, e che lui si riconosce nel padre, da quel che gli ha detto la madre, solo nell&#8217;atteggiamento di incurvare le spalle. Eppure sin da quando è adolescente ha creduto di dover scrivere quel poco che sapeva del padre. Dimman si intitolava il primo tentativo, il racconto inserito tra altri e pubblicato nel 1980, l&#8217;unico tra tutti in terza persona. L&#8217;autore non lo ha mai più riletto, malgrado ci abbia pensato non lo ha inserito in questo suo ultimo libro. </p>



<p>D&#8217;allora più o meno coscientemente ha continuato a chiedersi il perché della sua riluttanza a raccontare. Forse perché questo avrebbe fatto crollare le mura che si è costruito per sopravvivere intorno al dolore, la mancanza, l&#8217;angoscia? Forse perché avrebbe distrutto la serena visione della sua vita? Sappiamo già che Larsson non è incline a concedere affidabilità alle varie teorie scientifiche o psicologiche. </p>



<p>Meglio interrogare scrittori e pensatori del passato o contemporanei per confrontarsi. Meglio affidarsi alla scrittura che secondo lui non deve essere cronaca, scienza, copia. La storia, generale o personale, non è letteratura. Provare a inventare partendo da eventi realmente accaduti è un tradimento. E in fondo &#8220;a che serve?&#8221;. </p>



<p><strong>Chi era il padre?</strong></p>



<p>Il ragazzo che non aveva potuto continuare gli studi, ma aveva continuato ad avere un alto concetto di sé? L&#8217;elettricista ingegnoso di un brevetto sui cavi elettrici? Il sommozzatore esperto? L&#8217;uomo che gli aveva rotto il salvadanaio per pochi spiccioli di acquavite? L&#8217;eroe affogato per salvare due bambini o il cinico che aveva pensato solo a salvare la pelle? Il papà che lo invitava a salire in barca con lui il giorno della tragedia? Era un cacciatore di sogni o un calcolatore di realtà? Il figlio non sa e non ricorda.  </p>



<p>Quello che sa è che la vita &#8211; &#8220;quest&#8217;unica vita che abbiamo. Non so voi, ma io la penso così&#8221; &#8211; è sacra e perderla precocemente è &#8220;un&#8217;ingiustizia totale&#8221;. Solo questo è ciò che appartiene realmente al padre, la &#8220;tragedia di una vita che si spegne&#8221;. Il resto, la memoria, i <em>se</em> fosse andata diversamente, la ricerca da dove o da chi veniamo, il dolore o il sollievo, tutto questo appartiene ai vivi, agli altri, al figlio. </p>



<p>Alla fine (o all&#8217;inizio) lo scrittore era consapevole che avrebbe scelto la verità, ossia non sapere, o la libertà, che poi è lo stesso. Lo sapeva che non avrebbe scritto per il padre ma per sé e soprattutto per tutti coloro che vivono senza radici biologiche o culturali, che vivono accettando i vuoti.</p>



<p>Per il lettore che chiudendo il libro annota che figlio e padre sono detti sempre in terza persona e con la lettera minuscola: perché ognuno di noi vi si possa riconoscere. Noi che ci eravamo adagiati all&#8217;idea che ogni inizio è nel nome del padre, invece, è nel nome del figlio.</p>



<p></p>



<p>Björn Larsson, <em>Nel nome del figlio, </em>Iperborea, 2021</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Vaccini, che cosa significa saltare la fila</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 20:35:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cibo]]></category>
		<category><![CDATA[Concilio Vaticano II]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
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		<category><![CDATA[Vaccino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un linguaggio che fa parte del patrimonio dell’umanità. Lo adoperiamo poco, però, anche quando occorrerebbe per chiamare le cose per nome, noi che pure ci vantiamo di dire pane al pane e vino al vino. Proviamo a riportare qui in pagina quanto si può leggere in una Costituzione del Concilio Vaticano secondo. Si tratta di una citazione presa dagli antichi padri della Chiesa: “Dà da mangiare a colui che&#8230;</p>
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<p>Esiste un linguaggio che fa parte del patrimonio dell’umanità. Lo adoperiamo poco, però, anche quando occorrerebbe per chiamare le cose per nome, noi che pure ci vantiamo di dire pane al pane e vino al vino.</p>



<p>Proviamo a riportare qui in pagina quanto si può leggere in una Costituzione del Concilio Vaticano secondo. Si tratta di una citazione presa dagli antichi padri della Chiesa: “Dà da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso”.</p>



<p>Sembra questo argomentare una dimostrazione, per così dire, matematica, che prende per il bavaro della giacca l’ascoltatore più attento che si dia. La situazione che descrive è quella di un moribondo per fame. Il moribondo non è in grado di procurarsi da sé il cibo che gli occorre. Si dà l’impellenza che un altro si adoperi in sua vece. E se ciò non dovesse accadere? Presto detto: il moribondo muore.</p>



<p>Apparentemente ci troviamo dinanzi ad un’azione mancata, appunto un’omissione. Si poteva fare una buona azione e non è stata fatta. Il rischio è sempre quello di mancare il bersaglio. Ma qui c’è di più: non si trattava di una buona azione alla stregua di tante altre. Qui c’è un soccorso al morente, una vita da salvare. Il cibo offerto era per vivere e scongiurare la morte.</p>



<p>Per questa ragione è necessario interporre tra il cibo e la destinazione un’altra categoria imperante, appunto il tempo. Se presto arriva il cibo, la morte è messa in discussione e il pericolo allontanato. Tanto è vero che, qualora il cibo dovesse arrivare in ritardo, la morte avrebbe il sopravvento.<br>L’espressione evidenzia, però, con forza, come il soggetto che omette è lo stesso che produce la morte del moribondo. Non si tratta più del cibo che manca, ma di colui che agisce o non agisce.</p>



<p>Proviamo ad applicare adesso questo schemino al tempo nostro della pandemia. Sin dall’inizio è stato acclarato che la nostra salvezza sarebbe stata il vaccino. Il vaccino è stato inventato e la produzione è attivata. Con un postulato: vaccinare tutta la popolazione. Tutti e non una parte perché la salvezza sta nell’interezza.</p>



<p>Domanda: chi non si vaccina, manca a qualcosa (farsi vaccinare) o manca all’operazione in cui è impegnata tutta la popolazione per debellare il virus? Perché le assenze sono due: il soggetto senza vaccino, la popolazione senza un combattente.</p>



<p>Secondo dispositivo regolatore: il vaccino va somministrato primariamente alle persone fragili e vulnerabili. Domanda: e chi ha saltato la fila, che cosa ha combinato? Ha sottratto vaccino a chi ne aveva più urgente bisogno. L’ha pure esposto al rischio di morire?</p>



<p>Se dobbiamo rispondere la risposta è sì. Potessimo non rispondere e neanche farci la domanda sarebbe comodo e sbrigativo, ma ci fermeremmo solo ad osservare che, nel caso, si è trattato solo di un malvezzo italiano e portoghese, quello di saltare la fila, aver fatto una cosa che sempre si è fatta e continuata a fare.</p>



<p>Quei padri della Chiesa non la pensano come noi. Tentano ancora di invitarci a guardare un po’ più lontano, all’esito di quel che si fa e non si fa. Che senza conseguenze mai si consuma. Tante volte è questione di vita o di morte. Anche quando non è apparente.</p>
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		<title>Virtù civiche e morali: l’altro vaccino anti Covid</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/03/15/deluca-virtu-civiche-e-morali-altro-vaccino-anti-covid/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 16:24:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[Anziani]]></category>
		<category><![CDATA[Buio]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
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		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
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		<category><![CDATA[Solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[Umanità]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una lettera al Corriere della Sera del 3 marzo scorso, Margherita Vatielli, 16 anni studentessa, ha scritto: “Siamo nel periodo buio di questo ritaglio di umanità, e a me piace cercare di scorgere una luce alla fine del tunnel, nonostante questa mi sembri sempre più lontana”.Questo ritAratto non può che essere credibile. C’è realismo e c’è slancio di speranza. Due elementi che connotano la lettura propria dell’età adolescenziale. I&#8230;</p>
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<p>In una lettera al Corriere della Sera del 3 marzo scorso, Margherita Vatielli, 16 anni studentessa, ha scritto: “Siamo nel periodo buio di questo ritaglio di umanità, e a me piace cercare di scorgere una luce alla fine del tunnel, nonostante questa mi sembri sempre più lontana”.Questo ritAratto non può che essere credibile. C’è realismo e c’è slancio di speranza. Due elementi che connotano la lettura propria dell’età adolescenziale. I ragazzi vedono e descrivono (periodo buio) quello che stiamo attraversando (un tunnel); riescono, però, a intravedere con il loro lungo sguardo una luce che riapparirà, sia pure lontana, forse troppo lontana.</p>



<p>Perché è buio, questo periodo? Perché questa pandemia (ha) (e) sta spegnendo. La vita di migliaia di persone l’ha già spenta, all’improvviso. Poi ha messo mano a parecchi altri interruttori: lo sguardo, la voce, la vicinanza, i pensieri; l’eredità delle ultime parole; la pietà intesa come esercizio di accompagnamento; l’ultima carezza che faceva tornare bambini i padri, e i figli padri dei loro padri, perché solo se tanto avviene i padri possono rimpicciolirsi per entrare nel seno della morte.</p>



<p>All’inizio del suo imperversare, il virus ci ha divisi, poi ci ha uniti, poi ci ha diversificati, adesso ci sta mettendo in lotta, persino, non più contro ciò che accade, ma contro gli altri, per effetto di quel gran problema che si chiama sopravvivenza. Ci ha divisi perché alcuni pensavano che fosse uno scherzo, niente più di un’influenza stagionale con qualche variazione tematica. Persino qualche storico e qualche altro uomo pensante rimasero scandalizzati dinanzi ai divieti di assembramento, come se la storia, materia del loro trattare, fosse scappata via dai loro libri.</p>



<p>Ci volle la morte, fino a quasi mille persone al giorno, a farci rintanare in casa e da qui esprimere voglia di stringerci “a coorte”, urlare tutto il desiderio di vivere e sopravvivere. E poi autoconvincerci che con la pandemia avremmo dovuto convivere. Così venne fuori la maldestra trasmissione di falsi allarmi: negli ospedali non ci sono malati, il virus è morto, il caldo l’ha ucciso, fuori tutti da casa perché l’economia sta per crollare. Chi ci ha creduto ha finito per ribellarsi, trasgredire, godere della stagione calda per tornare alle abitudini di sempre.</p>



<p>Non è stato così, se non per una breve parentesi di illusione. Lo predicavano già le nostre nonne: ricadere è peggio di cadere.</p>



<p>Alla solidarietà – ahinoi! – vissuta in tutti i modi, è subentrata una lotta che si sta colorando di angoscia: litighiamo sui soldi, litighiamo, soprattutto, sui vaccini da quando abbiamo saputo che il loro arrivo ci avrebbe messo al riparo dall’attacco.</p>



<p>Questa altalena di stati d’animo, ma più ancora di maniera di intendere e rispondere all’insidia, sta spostando la mira della nostra lotta, quasi che non è più il Covid19 il nemico capitale, ma l’anziano che prima di me arriva a vaccinarsi.</p>



<p>Questa non è più una storia di pandemia. E non poteva esserlo. E’ storia di questa nostra umanità in tempo di pandemia. La luce in fondo al tunnel che la nostra amica sedicenne ci diceva di aspettare, non dovrà solo bruciare la causa del nostro soffrire, ovvero il Covid19. La luce dovrà lumeggiare sin negli anfratti più nascosti lo stato di salute della nostra umanità. Dovremo avere il coraggio di farci dire dalla luce che si attende che uomini e donne siamo, quale concerto di umanità siamo capaci di orchestrare, quanta stima e quanto amore vero nutriamo per la vita che è di tutti. E comunque una lezione è sin da ora evidente: usciamo solo insieme. Ad uno ad uno si può solo morire e finanche in triste solitudine.</p>



<p>Dicono che il Covid19 lascia tracce nel fisico. Ci auguriamo che non sia vero né domani né dopo. Ha prodotto danni (e ne sta producendo) nel corpo sociale. Riusciremo a volerli cercare, espellerli, curare e poi prevenirli? Sarà utile e doveroso poiché la vita che ci attende – anche quando alla pandemia ci sarà una fine – richiederà certe virtù civiche e morali di cui non si potrà fare a meno. Urge approntare quest’altro vaccino. Per esso non sono richiesti scienziati, ma uomini e donne pensanti nel vasto laboratorio del mondo.</p>
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		<title>Il potere della morte dopo la morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2021 07:29:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Cremazione]]></category>
		<category><![CDATA[Custode]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro De Luca]]></category>
		<category><![CDATA[Sepolcro]]></category>
		<category><![CDATA[Tropea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando l’altro sentenzia: “Non mi ferma neanche la morte”, alzi la mano chi non sia disposto a fargli una risata in faccia credendo che può trattarsi solo di una stupida iperbole. Al cimitero di Tropea, non sappiamo se l’iperbole sia stata mai pronunciata, sappiamo, però – sempre stante all’accusa – che la morte non ha fermato la mano di chi è andato davvero oltre, per non dire abbastanza contro. Spesso&#8230;</p>
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<p>Quando l’altro sentenzia: “Non mi ferma neanche la morte”, alzi la mano chi non sia disposto a fargli una risata in faccia credendo che può trattarsi solo di una stupida iperbole.</p>



<p>Al cimitero di Tropea, non sappiamo se l’iperbole sia stata mai pronunciata, sappiamo, però – sempre stante all’accusa – che la morte non ha fermato la mano di chi è andato davvero oltre, per non dire abbastanza contro.</p>



<p>Spesso accade nei nostri cimiteri che non ci sono loculi disponibili e le bare attendono in qualche magazzino una sistemazione dignitosa. A Tropea, il problema si può risolvere diversamente. Si ricorre all’estumulazione. E i resti? Interviene il fuoco a cielo aperto. E quel che resta del fuoco? Ci sono i cassonetti dell’immondizia. Altro che rifiuti speciali e trattamento di legge. Ed è stato così che tre persone sono state arrestate. Le accuse: associazione a delinquere, violazione di sepolcro, distruzione di cadavere, illecito smaltimento di rifiuti speciali cimiteriali, peculato.</p>



<p>Praticamente registriamo il potere della morte dopo la morte. Come a dire che la morte non è l’ultimo potere che ha la meglio sulla vita. Ce n’è un altro: è l’azione di una morte inflitta a chi già una volta ne era stato vittima. Una specie di punizione ottenuta sulla morte, come a dirle: “Se credi tu, morte, di aver vinto, ora io ti punisco, e se tu non distruggi, distruggo io”.</p>



<p>Chi è questo io? E’ il denaro. Più forte della morte. Che regna, non solo quando gli uomini sono in vita, ma anche dopo. E quindi: il denaro è la morte della morte.</p>



<p>Qualcuno verrà a dirci: “Guarda che esiste la cremazione, che altri cadaveri sono finiti in polvere e che il fuoco non è estraneo al dopo-morte”. E’ vero, ma non si tratta di un fuoco inferto, come minimo è scelto, e poi rimane la cenere a perpetua memoria per coloro che vorranno conservarla e non disperderla.</p>



<p>Che disinvoltura! Che confidenza! E dire che l’ufficio cimiteriale è per antonomasia conferito ad un “custode”. Chissà chi custodisce il custode nel suo star lì con lo sguardo sulle tombe? Forse la certezza che neanche la morte può fermarlo. Lui sa come può andare oltre. E noi, per intanto, non abbiamo più paura della morte. Abbiamo paura di lui perché può farci morire anche dopo che siamo morti. E far piangere ancora una volta coloro che hanno pianto. Doppia morte e doppio pianto. Sinceramente, è troppo. Eravamo convinti che si morisse solo una volta.</p>
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		<title>L&#8217;ironia dell&#8217;ultimo viaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danilo Ferrari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2021 10:46:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#ilsorpasso]]></category>
		<category><![CDATA[Ironia]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Pascal]]></category>
		<category><![CDATA[Pompe funebri]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ora di pranzo, tutti seduti a tavola, la famiglia al completo, bambini compresi. Piatti fumanti di spaghetti con salsa, melenzane dorate e ricotta salata. Tv accesa per ascoltare le ultime notizie su una nota rete locale, inevitabile passaggio di spot pubblicitari. Fin qui il solito trantran quotidiano, ma prestando orecchio mi rendo conto, con profondo stupore, che pubblicizzano anche le pompe funebri. Inizialmente penso con sgomento che sia alquanto inopportuno:&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ora di pranzo, tutti seduti a tavola, la famiglia al completo, bambini compresi. Piatti fumanti di spaghetti con salsa, melenzane dorate e ricotta salata. Tv accesa per ascoltare le ultime notizie su una nota rete locale, inevitabile passaggio di spot pubblicitari.</p>



<p>Fin qui il solito trantran quotidiano, ma prestando orecchio mi rendo conto, con profondo stupore, che pubblicizzano anche le pompe funebri. Inizialmente penso con sgomento che sia alquanto inopportuno: non siamo abituati a parlare “dell’ultimo viaggio”, la morte ci fa paura, ci mette di fronte all’inevitabile.</p>



<p>Anche se la pandemia ci ha abituati, quotidianamente, ad ascoltare bollettini sui numeri dei decessi tanto tragicamente alti da diventare spersonalizzati, vedere sponsorizzare casse da morto, seduti a tavola, mi sembra tutta un’altra storia.</p>



<p>Pascal, filosofo francese, sostiene che sia “più facile accettare la morte senza pensarci che pensare alla morte”. Invece, con mio grande stupore, mi sono reso conto che la garbata ironia delle parole, dette da due omoni dalla “importante” stazza fisica, creano una situazione da humor inglese che, facendo leva sulla risata in situazioni malinconiche, alleggerisce un momento altrimenti imbarazzante.</p>



<p>Così facendo riescono ad esorcizzare le &#8220;paure&#8221; che ognuno di noi tenta di fuggire, dando vita a dei dialoghi tanto semplici quanto intelligenti ed inaspettati!</p>



<p>Pensare alle casse da morto, ora mi fa meno paura. Sappiate che i vostri sketch, risuonano nelle mie orecchie anche ore dopo averli ascoltati, suscitandomi un sorriso. Non l’avrei mai detto. Bravi!</p>
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		<title>Vite di scarto, morti rimosse: l&#8217;Europa rinasce se tutela la dignità di tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 18:16:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Dignità]]></category>
		<category><![CDATA[Etica]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Naufraghi]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Michele Bellini e Monica Nardi&#160; Vuoti a perdere, scarti. Sui 48 corpi senza vita recuperati ieri dalla Marina di Tunisi oggi solo un quotidiano nazionale ha aperto, il &#8220;Manifesto&#8221;. Altrove si parla di ripartenza, Stati generali, Juve-Milan, qualche polemica scontata sul calcetto. Abbiamo tutti voglia di vita: è chiaro, sano anche.  Ma la morte, nonostante la sua irruzione violenta nell&#8217;immaginario comune con la crisi Covid, continua ad essere rimossa&#8230;</p>
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<p>di Michele Bellini e Monica Nardi&nbsp;</p>



<p>Vuoti a perdere, scarti. Sui 48 corpi senza vita recuperati ieri dalla Marina di Tunisi oggi solo un quotidiano nazionale ha aperto, il &#8220;Manifesto&#8221;. Altrove si parla di ripartenza, Stati generali, Juve-Milan, qualche polemica scontata sul calcetto. Abbiamo tutti voglia di vita: è chiaro, sano anche. </p>



<p>Ma la morte, nonostante la sua irruzione violenta nell&#8217;immaginario comune con la crisi Covid, continua ad essere rimossa o sminuita. Un occhio al bollettino dei decessi, liberi tutti (forse), cessato allarme (per ora). </p>



<p>In molti hanno scritto che dopo decenni, in Europa, la pandemia ha riportato la morte entro una dimensione pubblica: un trauma collettivo in grado di smuovere le coscienze e obbligarle a un ripiegamento sull&#8217;essenza stessa del nostro vivere in comunità, sui vincoli di responsabilità che ci legano gli uni agli altri, sulle ragioni più profonde del vivere associato.</p>



<p>È sembrato vero per qualche mese. E dopotutto, specie nel confronto con la gestione della crisi in Usa o in Brasile, l&#8217;Europa nel suo complesso ha fatto una scelta inequivocabile e faticosa: la tutela della vita prima di tutto. Prima delle ragioni dell&#8217;economia e del lavoro. È stato un trade-off doloroso ma obbligato, che però non deve essere letto solo in chiave etica. </p>



<p>Perché scegliere altrimenti avrebbe significato disperdere, politicamente, quel poco di identità e di coscienza comune che ci rimaneva dopo anni di indifferenza dinanzi alle tragedie che si consumavano nel Mediterraneo. Perché i posti di lavoro si ricreano e le imprese si rilanciano, ma se si abdica a ciò che plasma la propria identità non c&#8217;è ripartenza che tenga, non c&#8217;è piano di ricostruzione che regga. </p>



<p>Con Covid l&#8217;Unione ha reagito richiamandosi ai propri valori non negoziabili, gli stessi, aggiornati, che hanno animato il progetto dei Padri fondatori. Ha dato un orizzonte politico nell&#8217;accezione più nobile a una domanda di senso che da anni attendeva un cambiamento, una risposta  pragmatica e non fastidiosamente retorica. </p>



<p>Questa risposta, con la svolta positiva impressa con l&#8217;azione congiunta di tutte le istituzioni europee, ora non va dispersa nel ritorno al &#8220;mondo di prima&#8221;. Perché c&#8217;è un filo che lega i feretri sui camion incolonnati a Bergamo e le bare allineate a Lampedusa: è la dignità dell&#8217;essere umano, da rispettare sempre. È il conto di fenomeni epocali della contemporaneità &#8211; le migrazioni, le pandemie, in prospettiva anche gli effetti dei cambiamenti climatici &#8211; che puntualmente è arrivato sul tavolo dei governanti europei.</p>



<p>È su questa direttrice che va declinata la riscrittura del paradigma Ue di sviluppo e di benessere. Un modello più  sostenibile e giusto, che ponga al centro dell&#8217;azione pubblica la persona e i suoi diritti. Decidere diversamente significa smarrire l&#8217;identità europea e spianare la strada a chi quei diritti li viola e a quelle morti volta le spalle, per indifferenza o calcolo politico. </p>
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