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	<title>Nada Roberti Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Nada Roberti Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Quanti sono i luoghi che ogni uomo vive? 50 anni dalla morte di Dino Buzzati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2022 07:54:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[1972]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo accompagnato Buzzati lungo la Val Morel. Con lui ci siamo domandati: “Esiste, non esiste l&#8217;improbabile sentiero?”. Misteriosa, infatti, è la strada che conduce alla morte. Di certo c&#8217;è solo che bisogna percorrerla. Che sia o no la Val Morel, che porti o allontani dalla Santa dei miracoli impossibili o possibili, questo lo lasciamo decidere ad ognuno di noi. E comunque prima di confrontarsi con il più misterioso dei cammini,&#8230;</p>
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<p>Abbiamo accompagnato Buzzati lungo la Val Morel. Con lui ci siamo domandati: “Esiste, non esiste l&#8217;improbabile sentiero?”.</p>



<p>Misteriosa, infatti, è la strada che conduce alla morte. Di certo c&#8217;è solo che bisogna percorrerla. Che sia o no la Val Morel, che porti o allontani dalla Santa dei miracoli impossibili o possibili, questo lo lasciamo decidere ad ognuno di noi.</p>



<p>E comunque prima di confrontarsi con il più misterioso dei cammini, quanti sono i luoghi che ogni uomo vive?</p>



<p>I luoghi di Buzzati sono stati, nella vita e nella narrazione, le montagne, il deserto, la città.</p>



<p>Buzzati ha amato soprattutto le montagne, le ha scalate, conquistate, godute, sofferte. Le vette innevate, le rocce altissime, i costoni franati fanno parte della sua narrazione così come della sua pittura e soprattutto della sua vita. A Belluno, ai piedi delle Dolomiti, ha trascorso l&#8217;infanzia e lì è sempre tornato, lì si è rifugiato quando ha dovuto preparare l&#8217;ultimo viaggio. Lì ha ascoltato e letto antiche saghe montanare, lì ha cominciato ad inventarle lui stesso. Personaggi inquietanti popolano i suoi monti: giganti, gufi, gazze, venti parlanti e pietre e frane che si animano e vivono di vita propria.</p>



<p>E gnomi, i misteriosi guardiani delle crode. In uno degli articoli sulle montagne comparsi sul Corriere della Sera, Buzzati racconta, come fosse una cronaca nera, della impossibile difesa delle Dolomiti dagli assalti degli uomini. &#8220;<em>A uno a uno venirono conquistati i torrioni, le muraglie, i mastii, i contrafforti&#8230;&#8221;&nbsp;</em>Il turismo di massa, il bombardamento delle pareti, le vie obbligate, i vessilli piantati, i vocii&#8230;dove sono finiti gli gnomi, i nani, i folletti, gli spiriti, il Vecchio della montagna? Spariti. Possibile che sia restato solo lui con la sua penna e il suo pennello a difenderne i misteri?</p>



<p>Certamente questo mondo è molto vicino alla mitologia nordica, l&#8217;autore però lo ha rivisitato attraverso il filtro di una precisione a volte addirittura scientifica che sorprendentemente si combina con il favolismo magico. Al cospetto delle montagne Buzzati trova sé stesso e fa pace con il mondo e la vita non attraverso una facile visione arcadica ma con una sofferta riflessione sul destino dell&#8217;uomo. È qui che ci si confronta con le voci del bene e del male (<em>Il segreto del bosco vecchio</em>) e non è detto che siano quelle del bene a vincere. Se infatti c&#8217;è una morale nella storia del colonnello Proclo non è né facile né elementare, è piuttosto la constatazione amara che la vita è fatta di tormenti, di desideri inconfessabili, di destini di solitaria desolazione.</p>



<p>Dalla cima della montagna, guardando dall&#8217;alto la pace lontana e irraggiungibile della valle, l&#8217;uomo e l&#8217;autore possono però scoprire che il fascino della vita è accettazione e nello stesso tempo rinuncia, è speranza e contemporaneamente consapevolezza che l&#8217;attesa è vana, che ciò che poteva essere nono è stato.</p>



<p>La montagna rappresenta la solitudine, quell’amica, cercata, quella di chi è pronto a rischiare, a conquistare o a perdere. È la solitudine di chi rinuncia al “resto” sapendo che è relativo e che la scelta, una volta fatta, è assoluta. In un vago senso di malessere a volte si percepirà quanta sofferenza reca, eppure non importa&#8230; “<em>Ma sopra il ciglione dell&#8217;edificio, lontana, entro ai riverberi meridiani, spuntava una cima rocciosa. Se ne vedeva solo l&#8217;estrema punta e in sé non aveva niente di speciale. Pure c&#8217;era in quel pezzo di rupe per Giovanni Drogo, il primo visibile richiamo al leggendario regno che incombeva sulla fortezza”</em></p>



<p>Le montagne sono la chiave per l&#8217;immaginazione e per la fantasia. Sono la siepe di Leopardi.</p>



<p>Sulle montagne è l&#8217;aristocratica solitudine dello scrittore che la raggiunge esiliandosi dal mondo degli uomini, dalla città, dalla dura competizione, dalla stessa incerta collocazione storico-letteraria, ed anche dai limiti che la vita impone.</p>



<p>È l&#8217;aristocratica solitudine di chi è arrivato comunque sulla cima e da lì può guardare indietro e fare la lista degli sbagli, delle scelte azzardate, dei ritardi, delle audacie. Può riandare ai momenti di sconforto e disperazione e a quelli di euforica esaltazione. Può risentire i venti e le tormente e i cieli di azzurro cobalto e i raggi che scaldano. Può riandare con i ricordi a chi era in cordata con lui, a chi ha teso un chiodo o la mano, a chi ha lasciato andare e pertanto essere preso da tremore e timore. Eccolo lì Buzzati nella vertigine del vuoto, nella solitudine di chi muore. Arrivati sulla cima non c&#8217;è altra roccia da conquistare, altro cammino. Non resta che compiere quel passo. Nel vuoto?</p>



<p>Allora Dino Buzzati staccò gli aghi dall&#8217;ipodermoclisi e abbassò le palpebre come se vivesse o scrivesse, per lui era lo stesso, il finale di un ultimo racconto che potrebbe cominciare così: <em>In quel preciso momento del 28 gennaio 1972&#8230;</em></p>
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		<title>28 gennaio 1972</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2022 23:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[1972]]></category>
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		<category><![CDATA[Buzzati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“…partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.” Oggi è una mattina di gennaio e anche noi intendiamo partire, non per la prima ma per l’ultima destinazione. Cominciamo dalla fine, visto che di fine vogliamo parlare. “Egli continua a salire per arrivare alla Fortezza, ma più svelte di lui, dal fondo dove romba il torrente, più svelte di lui salgono le ombre…”&#160; Dino&#8230;</p>
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<p><em>“…partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione</em>.”</p>



<p>Oggi è una mattina di gennaio e anche noi intendiamo partire, non per la prima ma per l’ultima destinazione. Cominciamo dalla fine, visto che di fine vogliamo parlare.</p>



<p><em>“Egli continua a salire per arrivare alla Fortezza, ma più svelte di lui, dal fondo dove romba il torrente, più svelte di lui salgono le ombre…”&nbsp;</em></p>



<p>Dino Buzzati stacca gli&nbsp;aghi delle flebo,&nbsp;&nbsp;tenta un sorriso.&nbsp;<em>“ Poi nel buio…sorride”</em>&nbsp;Eccolo giunto a destinazione. L&#8217; ultima? Chi può dirlo.</p>



<p>Era il 28 gennaio del 1972. Erano le 16 e 20 nella stanza n. 201 della clinica La Madonnina di Milano. Dino Buzzati moriva.<em>&nbsp;“La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna”.&nbsp;</em>No, non è nera Milano quel giorno. È tutta imbiancata di neve. Il Duomo, il Pirellone, la Torre Velasca e la distesa dei tetti ricordano le vette e le valli dolomitiche, i luoghi dell’anima di Buzzati. Milano gli regala un’ultima immagine fantastica di cime e di scalate. Nella cornice della finestra sembra uno dei suoi dipinti.</p>



<p>Siamo partiti, in questo viaggio della memoria dalla fine e intendiamo percorrere i cammini di Buzzati lasciandoci orientare dall’immaginaria realtà che è sempre stata il Nord della sua bussola.</p>



<p>Eccoci quindi nella Val Morel, apriamo&nbsp;l’ultima delle opere di Dino Buzzati, “<em>I miracoli di Val Morel”.</em></p>



<p>Dino Buzzati vide il libro&nbsp;<em>I miracoli di Val Morel,</em>&nbsp;appena pubblicato, mentre si trovava nella clinica La Madonnina, ultimo rifugio.</p>



<p>Possiamo immaginare che ne sfogliò le pagine ad una ad una, che sorrise del “<em>cretino</em>” con cui lo apostrofava nella prefazione Indro Montanelli (per poi concludere&nbsp;<em>un tale cretino che non si accorge nemmeno di essere un genio</em>), che si soffermò su quella formuletta P.G.R.&nbsp;calcata in ogni angolo degli ex voto, che li contò ad uno ad uno gli ex voto dipinti e scritti. Ne contò 39. Ne mancava uno, l’ultimo: “Santa Rita concede a Dino Buzzati la grazia di guarire: 28 gennaio 1972”. No, Santa Rita quel giorno doveva essere impegnata&nbsp;&nbsp;con il gatto Mammone o stava scacciando con la scopa il Vecchio della montagna, o stava avvistando i tre ronfioni. Alle prese con grazie vere, quelle che solo lei, la santa delle grazie impossibili, poteva concedere.</p>



<p>Che si rivolgesse il giornalista scrittore pittore ai santi convenzionali. Non viveva forse a Milano sotto la protezione di Sant’Ambrogio, o addirittura non si trovava nella camera n. 201 di una Madonnina? Chi più di lei poteva distribuire grazie? E se proprio intendeva ribadire, l’ammalato,&nbsp;che non se ne intendeva di santi e di chiesa e di dio, poteva rivolgersi alla scienza medica o all’amore forte di gioventù della moglie Almerina dalla lunga treccia o alla sapienza animale del suo cane Diabolik che nel preciso momento della sua morte pianse con guaiti inconsolabili e lontani.</p>



<p>Se solo Buzzati avesse avuto un po’ più di forza, o di tempo per dipingerlo quell’ultimo ex voto…&nbsp;&nbsp;e dire che quella stessa mattina aveva chiesto alla moglie di fargli la barba perché la morte lo trovasse in ordine. Elegante. Quella eleganza che era la sua stessa essenza, nella persona nella vita nell’arte. E dire che una prova di P.G.R. l’aveva già fatta: “<em>Santa Rita per intercessione del professore Giovanni Angelini affronta e sgomina dopo paziente lotta uno spirito maligno di incerta stirpe sceso a&nbsp;insidiare tale Buzzati Dino in quel di San Pellegrino &#8211; Belluno, estate 1971”&nbsp;&nbsp;</em>con tanto di raffigurazione della villa di famiglia e della Santa che scaccia con un bastone lo spirito maligno. No, quel mattino non ebbe forza di prendere il pennello o la penna &#8211; che per lui era lo stesso &#8211; in mano, malgrado fosse lo stesso giorno in cui disse ad Almerina “<em>E’ strano , non arriverò a sera, eppure se il direttore mi chiedesse un articolo glielo farei”</em>, fino alla fine quel Signorsì che era la divisa militare con cui affrontava il quotidiano della vita.&nbsp;</p>



<p>D’altronde come poteva lui, il miscredente, pregare Dio? La sua Santa Rita sembra più una super eroina che una mistica santa. Non l’ha forse dipinta Buzzati&nbsp;di una bellezza tutta terrena, con i grandi occhi sensuali, le mani affusolate dalle unghie laccate? E le storie che vengono raccontate negli ex voto, non sono forse tutte straordinariamente popolate da mostri che nulla hanno a che fare con i diavoli cristiani? Miracoli della fantasia più che della religione. Miracoli di quel “<em>Dio che non esisti ti prego…</em>”, di quel mistero, di quel segreto della vita che Buzzati ha inseguito nel corso degli anni e che ci ha donato nelle sue opere, siano scritte o dipinte.</p>



<p>Val Morel con la sua edicola piena di ex voto destinati a Santa Rita, nelle Dolomiti, non esiste. È inutile inerpicarsi per i sentieri di montagna, cercare informazioni a sindaci o passeggeri casuali. No. Non c’è una Valle intitolata Morel, forse un paesino Valmorel, e tra le tante edicole, così comuni nei percorsi di montagna, questa dedicata a Santa Rita proprio non c’è. E allora non possiamo dare credito al nostro autore che pure tanto stimiamo e di cui ci fidiamo ad occhi chiusi? La sua “Spiegazione” che fa da premessa alla prima edizione de “I miracoli di Val Morel”, quella uscita subito dopo la mostra dei dipinti nella Galleria Cardazzo di Venezia, è chiara e dettagliata. Buzzati dice di aver ritrovato nella biblioteca paterna un quadernetto dove sono raccolti annotazioni su ex&nbsp;voto dedicati alla Santa Rita del santuario di Val Morel in quel di Belluno. Lo stesso Buzzati ha intrapreso il viaggio alla ricerca del micro santuario. E cammina cammina, lo trova&nbsp;<em>“uno di quei rozzi tabernacoli, con una immagine ormai quasi irriconoscibile, sul bordo tutta una fila di lumini”</em>.&nbsp;Sarà Toni Della Santa,&nbsp;<em>“un simpatico vecchietto”,&nbsp;</em>a fornirgli tutti i dettagli sul luogo e sugli ex voto. Peccato che quando Buzzati, dopo svariati anni, tornerà sul posto non troverà più traccia, né del tabernacolo, né di Toni Della Santa.<em>”Toni, Toni! Chiamai. Rispose il silenzio… Eppure portavo con me il quaderno ormai ingiallito”&nbsp;</em></p>



<p>39 dipinti con a fronte 39 brevi scritti che raccontano, aggiungono, tolgono elementi all’immagine. L’autore raggiunge in questa ultima sua opera il progetto di una vita, scrittura e pittura in un tutt’uno, realtà e immaginario che si mescolano, vita e morte che si armonizzano.&nbsp;<em>I miracoli di Val Morel&nbsp;</em>sono il miracolo di Buzzati.</p>



<p>Oggi, volendo, noi possiamo ripercorrere quella ricerca partendo dalla villa di famiglia nel bellunese, arrivando al comune di Limana, attraversando il bosco, raggiungendo il borgo Valmorel , inerpicandoci lungo il sentiero. Alla fine di tanto sperare ci&nbsp;troveremo di fronte ad una edicola laica di Santa Rita con una sorprendente immagine anch’essa laica (soltanto la copia per la verità) dipinta dall&#8217;autore stesso dei&nbsp;<em>Miracoli.</em></p>



<p>Dino Buzzati non fece in tempo a vedere l&#8217;edicola realizzata nel 1973,&nbsp;&nbsp;sorrise soltanto del progetto che &#8211; a lui che aveva detto&nbsp;<em>“un santuario che non esisteva, ma che in fondo poteva anche esistere”</em>&nbsp;&#8211; non doveva apparire impossibile.</p>



<p>I corsivi appartengono al&nbsp;<em>Il Deserto dei Tartari&nbsp;</em>e a<em> I Miracoli di Val Morel</em></p>



<p>Dino Buzzati, <em>I miracoli di Val Morel,</em> Oscar Mondadori, 2012</p>
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		<title>Personalissime ricette</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/12/roberti-personalissime-ricette/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Oct 2021 19:53:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le prime cose che ho imparato a cucinare, penso mentre sorseggio un ottimo tè, sono state la crema, il brodo e il tè. Non che poi sia andata troppo avanti anche se, per necessità, ho avuto (ho ancora?) un rapporto stretto, intenso, prolungato con la cucina. Non è stato però &#8211; tranne che per i capolista &#8211; un rapporto d&#8217;amore, anche se l&#8217;ho fatto per amore. Sorseggio e medito che&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le prime cose che ho imparato a cucinare, penso mentre sorseggio un ottimo tè, sono state la crema, il brodo e il tè. Non che poi sia andata troppo avanti anche se, per necessità, ho avuto (ho ancora?) un rapporto stretto, intenso, prolungato con la cucina. Non è stato però &#8211; tranne che per i capolista &#8211; un rapporto d&#8217;amore, anche se l&#8217;ho fatto per amore.</p>



<p>Sorseggio e medito che tra poco dovrò andare in cucina, abbandonare la solitaria perfezione di questo crepuscolo che si offre nella quiete del mio balcone, per preparare una qualsivoglia cena che ogni volta assume l&#8217;aspetto di una sfida: tempo minimo, ingredienti semplici, aspetto e, non guasterebbe, sapore accattivante.</p>



<p>Mi convinco, a questo punto e a questo stadio di insofferenza, che bisognerebbe creare un movimento a sostegno di quelli come me, che non amano cucinare ma sono costretti a fare da mangiare, per altri soprattutto, ma anche per sé, ogni giorno, ogni tanto, sporadicamente.</p>



<p>Un movimento che ci disponga a fare lega. Parlare tra noi, certi di essere giustificati promossi valorizzati. Compresi. Chiarirci le idee non potendo chiarificare né il brodo, né il burro.</p>



<p>Partiamo, per essere pignoli, da una considerazione linguistica. Grande è la differenza tra cuoco/a e cuciniere/a. Cuoco, esperto nell’arte culinaria. Cuciniere, addetto alla preparazione dei cibi.</p>



<p>La prima categoria si dedica alla cucina con entusiasmo, ha delle specialità che la contraddistinguono, sperimenta ricette continuamente, trascorre molto del suo tempo davanti ai fornelli, possiede ricettari enciclopedie siti programmi e video da consultare, chiama per nome i migliori chef e i ristoranti Michelin, ha segreti culinari inviolabili, dispensa consigli e ricette (ma come li fa lei, nessuno), disprezza o invidia i menù degli altri, trionfa nelle sagre, nelle feste di beneficenza e soprattutto nelle feste comandate. È regina dei fornelli.</p>



<p>La seconda categoria rimanda al limite l’ingresso in cucina, non sa mai cosa preparare, e se lo sa non sa come si fa, possiede anche lei ricettari enciclopedie siti, ma purtroppo sono scritti in ostrogoto, è trasparente come il cristallo non nascondendo segreti, apprezza non solo i buoni piatti degli altri ma qualsiasi cosa commestibile purché l&#8217;abbia preparata qualcun altro, confonde i nomi degli chef e non disdegna tavole calde o fredde che siano e fast food, si abbuffa nelle feste comandate quando di regola è esclusa dalla cucina, ha delle ricette personali e… non aggiungo altro. Anche lei non si esime tuttavia dal dispensare consigli e ricette che naturalmente nessuno eseguirà mai. È la schiava dei fornelli.</p>



<p>E fermiamoci, noi cucinieri, per ora alla precisazione linguistica, non addentriamoci in storie, lamentele, recriminazioni o suggerimenti, scappatoie, defezioni. Che a questo punto non ci venga in mente di sfoggiare l&#8217;orgoglio di classe scrivendo una nostra personale storia della cucina.</p>



<p><strong>Patologia:</strong> fobia acuta nei confronti dei fornelli</p>



<p><strong>Terapia:</strong> preparatevi un tè anche se non è capolista delle vostre competenze e poi vi consiglio un libro che conforterà, infonderà coraggio, darà dignità alla vostra incompetenza: &#8220;<strong><em>Personalissime ricette</em></strong>&#8221; di <em>Nada Roberti</em>. Dite che non vale perché l&#8217;ho scritto io? Dite che non c&#8217;è peggior peccato che citare se stessi anche se è così gratificante? Ma in queste pagine non ci siamo già trovati d&#8217;accordo con <em><strong>George Bernard Shaw </strong></em>che &#8220;Tutto ciò che ci piace o è immorale o illegale o fa ingrassare&#8221;? Io vi assicuro che le mie ricette non vi faranno ingrassare.</p>
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		<title>Questione di indirizzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2021 14:52:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivevo diari, tanti diari che avendo seguito la mia evoluzione dall’infanzia all’adolescenza alla gioventù, si presentavano molto variegati, tranne nella prima pagina, quella d’inizio d’anno. Lì il copione, con le variabili legate al lessico alla sintassi allo stile alla scrittura, è identico nella sostanza: vertigine di fronte a tutti quei fogli bianchi che avrei riempito di un futuro sconosciuto e imprevedibile; rimpianto appena accennato, il passato essendo ancora allora limitato,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Scrivevo diari, tanti diari che avendo seguito la mia evoluzione dall’infanzia all’adolescenza alla gioventù, si presentavano molto variegati, tranne nella prima pagina, quella d’inizio d’anno. Lì il copione, con le variabili legate al lessico alla sintassi allo stile alla scrittura, è identico nella sostanza: vertigine di fronte a tutti quei fogli bianchi che avrei riempito di un futuro sconosciuto e imprevedibile; rimpianto appena accennato, il passato essendo ancora allora limitato, per l’anno trascorso; propositi per l’anno nuovo.</p>



<p>Ora ho davanti una pagina immacolata di Word e un anno nuovo appena cominciato. Questa volta la vertigine diventa un vero mancamento di fronte ad una sequela di giorni che sono pur sempre pagine bianche da riempire di un futuro sempre più sconosciuto, sempre meno prevedibile, decisamente incerto. Un rimpianto, malgrado tutto, per l’anno passato che oggi se non altro sappiamo come è passato e che tutto sommato diviene rassicurante per il solo fatto che è trascorso.</p>



<p>E i propositi? Beh, quelli si possono sempre fare non sono pericolosi come i progetti.</p>



<p>Vediamo un po’. Per schiarirmi le idee mi conviene prepararmi un tè, un buon tè, uno di quelli che ti fanno volare in alto con la mente. Fra le lattine schierate è lui il più alto, cresce a Darjeeling, alle pendici dell’Himalaya a più di 2000 m. di altitudine, è un tè blu dal nome accattivante liquido luminoso Ambre. Sembra di gustare aria pura, acqua cristallina e velluto di cielo. Un tè così non può che fare scaturire grandi propositi.</p>



<p>Potrei ripromettermi di non intervenire con buoni consigli nella vita dei miei figli, di non essere petulante, di collaborare ad educare e non solo viziare i miei nipoti, di essere più presente con le mie sorelle, con gli amici, di non entrare in letargo davanti al camino, di credere fermamente che ritornerò a viaggiare, di leggere fino in fondo l’Ulisse di Joyce, di preparare qualcosa per cena, di chiudere la TV quando ci sono <em>Quelli </em>ai talk show, di mandare al diavolo Luisa.</p>



<p>Decisamente questo tè è frizzante come l’aria dell’Himalaya, mi potrebbe far continuare all’infinito, tanto si sa che i propositi non si mantengono, lo si constaterà nell’ultima pagina, quella di fine anno.</p>



<p>Mi metto comoda e prendo in mano il libro che sto rileggendo e che ho destinato a questi pomeriggi tranquilli dopo le feste,<em> Diario d’inverno</em>. L’autore Paul Auster, ha, più o meno la mia età e nel libro la stessa urgenza di ripercorrere la propria vita, lo stesso sbalordimento di fronte ai propri anni e a quelli che restano. Lui si racconta tramite il corpo, legge la sua vita attraverso le cicatrici, i cambiamenti, i dolori e i piaceri fisici. Si narra elencando i 21 indirizzi in cui ha abitato, si rivolge a se stesso in seconda persona quasi a volere mantenere le giuste distanze per analizzare e capire. Ti piacerebbe sapere chi sei, si dice. Gli piacerebbe poter mettere indirizzi anche ai suoi amori, ai sapori di cibo, di sesso, di vista, gustati o disgustati negli anni, agli incontri, agli errori, fallimenti, successi. Alle parole, ai silenzi, alle angosce e alle certezze, al passato e al presente. E conclude dicendo che bisogna accettare di cambiare ancora indirizzo: Una porta si è chiusa. Un’altra si è aperta. Sei entrato nell’inverno della tua vita.</p>



<p>Guardo la copertina, l’intenso viso di Auster, gli occhi grandi, i capelli lunghi e grigi. Grigi? In realtà, solo ora mi viene in mente, in questi ultimi giorni due propositi li ho fatti: rinnovare colorandolo il mio guardaroba prevalentemente grigio e distruggere i miei diari. Chi dice che l&#8217;inverno della vita debba per forza essere noioso?</p>



<p><strong>Patologia:</strong> stati di vertigine e smarrimento</p>



<p><strong>Terapia:</strong> il miglior tè che possedete, da bere da una certa altezza, se non altro in piedi e <em>Diario d&#8217;inverno</em> di Paul Auster, da leggere solo se avete una certa età e una poltrona molto comoda.</p>
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