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	<title>Napoli Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Napoli Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Spazzini con laurea, un inno allo studio e al lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2022 11:03:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa. La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne&#8230;</p>
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<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa.</p>



<p>La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne incontra tante nell’avviarsi al lavoro: assunzioni precarie e instabilità contrattuali sono causa di scoraggiamento. Desidera un lavoro “<em>vero e stabile</em>”, che garantisca un “<em>posto fisso con ampie garanzie</em>”. Decide di concorrere per netturbina, non trovando “<em>niente di particolare in una laureata che, come lavoro, sceglie liberamente di fare la spazzina</em>”. Di più: “<em>Per me si tratta di un lavoro di grande dignit</em>à”.</p>



<p>Verrebbe da esclamare: “Siamo dinanzi ad una vera rivoluzione!”. Per poterlo dichiarare a tutto tondo, avremmo bisogno di essere sicuri di un particolare importante: sapere se la dottoressa Castiglia è, però, pentita di aver studiato. Ha già risposto: “<em>No, questo no</em>”.</p>



<p>A questo punto il quadro si fa più completo e anche più lumeggiante su una questione di grande dibattito. Si ripete spesso: conviene studiare se poi non c’è sbocco lavorativo per la professione cui ci si sente destinati? A che serve lo studio? E’ davvero importante?</p>



<p>Notiamo che allo stesso concorso di Napoli risultano vincitori: 12 laureati, 169 diplomati di secondaria superiore e 19 muniti di licenza di terza media, persone che in qualche modo avranno trovato uguali o differenti motivazioni della Castiglia. Come dire: se necessità fa virtù come spesso accade, può anche darsi per vera che una certa consapevolezza per avanzare nel mondo del lavoro si va altresì profilando. Rimanere nell’attesa che venga il bel giorno è anche perdere tempo, poiché il calendario è inflessibile alle richieste delle buone e legittime aspirazioni.</p>



<p>E allora possiamo dire di essere già alla scissione di quel principio rigido che vorrebbe lo sbocco lavorativo fortemente legato al titolo di studio? E’ presto per dirlo, una lucciola non fa primavera. Siamo piuttosto all’affermazione di “non essersi pentiti di aver studiato”. Perché è un diritto lo studio ed è anche un bene. E’ un diritto il lavoro ed è anche un beneficio altissimo per la persona. Lo studio è (anche) di una materia in particolare, ma resta soprattutto la grande occasione per la promozione e la più utile elevazione della persona. E’ andare a scuola che è già grande avventura. Prendere lezioni, ascoltare chi tramanda (più anziano in genere), stare convivere e confrontarsi con i pari-età, assumere la postura di chi si confronta col passato, si apre al presente e guarda lontano è tappa di vita che non dovrebbe poter mancare a nessuno, nei grandi centri così come nelle periferie del nostro Paese.</p>



<p>E anche il lavoro. Di suo, il lavoro, amiamo ripetere che dà dignità. Ma è anche vero che è sempre l’uomo che resta chiamato ad assegnare dignità al lavoro che compie. Detto sbrigativamente si può costatare come ancora esistono lavori e lavori, con una classificazione e una destinazione dei soggetti rimasta ancorata a schemi a dir poco discutibili. Quei laureati e diplomati entrati nella municipalizzata di Napoli, in qualche modo, possono conferire una certa attrazione all’insù a quei compagni di lavoro meno provvisti di titoli. Come dire: è finito il tempo per la destinazione obbligata di certi soggetti. Se hai meno, meno avrai anche in termini lavorativi. Non è necessario andare a scuola, potresti pur sempre fare lo spazzino.</p>



<p>La dottoressa Castiglia e i suoi 180 compagni che a scuola sono andati chi per una laurea e chi per un diploma, a noi sembra che abbiano cantato un inno allo studio e un altro al lavoro. Hanno esaltato l’uno e l’altro. Li hanno resi compatibili e hanno pure lanciato un messaggio di incoraggiamento a quel 16,6% di ragazzi del Sud che stanno nella zona di dispersione scolastica. E’ come se stessero ancora dicendo: è bella la scuola ed è bello il lavoro. Serve la scuola e necessita il lavoro. Nobilita l’una e nobilita l’altro. Persino fa vedere da vicino un altro adagio dei bei tempi che furono: si studia per la vita e non per la scuola. Perché, all’estremo delle cose, resta sempre un uomo o una donna a maneggiare un computer o una ramazza. Vuoi mettere, però, che sia anche laureato? Accende l’uno e spinge l’altra. Va finendo il tempo delle grandi esclusioni e delle tristi separazioni.</p>
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		<title>Sul Martin Eden cinematografico di Pietro Marcello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jan 2022 23:01:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di recente ho visto il Martin Eden filmico di Pietro Marcello (Italia-Francia 2019, 129&#8242;). Mi ha colpito a tal punto da voler scollinare e scrivere di cinema e letteratura, io che posso dirmi al più un dilettante. Da questa piccola eresia il lettore trarrà le conclusioni che vuole, considerando il mio contributo un indebito arbitrio, oppure cogliendo in esso la grazia ingenua dell&#8217;occhio primitivo che legge e osserva. Per commentare&#8230;</p>
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<p>Di recente ho visto il <em>Martin Eden </em>filmico di Pietro Marcello (Italia-Francia 2019, 129&#8242;). Mi ha colpito a tal punto da voler scollinare e scrivere di cinema e letteratura, io che posso dirmi al più un dilettante. Da questa piccola eresia il lettore trarrà le conclusioni che vuole, considerando il mio contributo un indebito arbitrio, oppure cogliendo in esso la grazia ingenua dell&#8217;occhio primitivo che legge e osserva.</p>



<p>Per commentare un film di tale levatura, tratto da un romanzo di immensa fortuna storico-critica, bisognava tornare all&#8217;edizione originale (Jack London 1908-1909) e alla violenta bellezza di ogni sua pagina. Solo così sarebbe stato possibile comprendere il traslato scelto dal regista: violenza su violenza, bellezza sulla bellezza e la strada, a Napoli negli anni settanta come nella S. Francisco d&#8217;inizio secolo.</p>



<p>Dal punto di vista narrativo pellicola e libro corrono lungamente su binari paralleli, ma splendida è la scelta di fare transitare l&#8217;acculturazione di Martin per la lingua partenopea, l&#8217;unica che poteva reggere il confronto con l&#8217;originario slang portuale che il protagonista parla sin dalla nascita e che rappresenta il primo suo limite esistenziale.</p>



<p>Gli sceneggiatori Maurizio Braucci (<em>Gomorra</em> di Garrone, 2008, per intenderci) e lo stesso Marcello calano l&#8217;asso linguistico su una intavolatura filmica che dialoga con Mario Martone di <em>Morte di un matematico napoletano </em>(1992) e, più alla lontana, con il recente <em>È stata la mano di Dio</em> di Sorrentino (2021). </p>



<p>Sarà perché il ruolo di Russ Brissenden viene assunto da Carlo Cecchi, che allora incarnava Renato Caccioppoli, trasferendo al personaggio edeniano tutta la sua carica poetica di flaneur baudeleriano per le vie, i vicoli e i salotti partenopei, e un medesimo lucido disprezzo per il post modernismo. Sarà perché il processo di agnizione nel protagonista passa anche qui per il lento scivolare verso un nichilismo asfittico, come unica soluzione al percorso di conoscenza attraverso la vita e lo studio che gli è dato sperimentare, quel sapere di non poter più sapere che chiude libro e film con laconico stoicismo.</p>



<p>Gli autori però vi aggiungono un ingrediente che nell&#8217;originale letterario non c&#8217;era e che deve essere considerato, ancora una volta, squisitamente partenopeo. Martin Eden assorbe la teoria evoluzionistica di Herbert Spencer attraverso la lettura, è vero, ma di più e maggiormente per il tramite della città. Chi è stato a Napoli nel periodo duro delle lotte universitarie e sindacali degli anni settanta e ottanta può capire meglio il clima irredimibile che vi si respirava.</p>



<p>Quando ci sono arrivato io nel 1984, il centro storico, appena devastato dal terremoto irpino e dal bradisismo di Pozzuoli, era in mano ai camorristi e agli universitari. Quando si usciva la sera si andava quasi esclusivamente al Diamond dogs o al Riot o al Tienamment, dove urlava il sound arrabbiato dei primi gruppi punk e underground. Dentro quei locali lisergici stavamo tutti: operai, studenti, musicisti, attori, poeti, spacciatori, tossici, <em>uappi</em>; schiere di giovani che dividevano i loro giorni tra estenuanti discussioni politiche, torbide trame e amori tossici, sotto una coltre poetica altrimenti impossibile da spiegare.</p>



<p>Eppure, dal vasto catalogo musicale di quegli anni, Marcello seleziona un melodico profondamente anomalo e dissacratore come Daniele Pace degli Squallor, gruppo cult della canzone goliardica partenopea. A lui e a Teresa De Sio spettano i camei, mentre il tessimento sonoro del film è affidato agli ex 99 Posse Marco Messina e Sasha Ricci.</p>



<p>L&#8217;individualismo di Martin Eden che si scontra con i movimenti proletari e sindacali nel libro, non contemplava però, non poteva storicamente contemplare, l&#8217;altra faccia della contemporaneità partenopea. Una faccia che avevamo letto e visto nella Napoli &#8216;aperta&#8217; de <em>La pelle </em>in Malaparte-Cavani e che ritorna nell&#8217;ultima scena prima della morte del protagonista: il fascismo violento e occulto che nel capoluogo campano tesseva le fila del fallimento d&#8217;ogni concreto avanzare della società civile. </p>



<p>Qualcosa che Elena Ferrante ben ci spiega ne <em>L&#8217;amica geniale </em>(2011-2014), romanzo e sceneggiato televisivo (Saverio Costanzo-Alice Rohrwacher, dal 2018) che a mio avviso ben rappresenta il trait d&#8217;union generazionale degli autori e delle opere qui impropriamente descritti.</p>
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		<title>Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2021 16:30:41 +0000</pubDate>
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<p><strong>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?</strong><br>Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per spuntare qualche cosa di bandiera. Poi ci sarà l’implementazione del Recovery Plan, poi il panettone, buon Natale, brindisi di capodanno e si riparte. Arriva la befana e d’improvviso a febbraio ci si trova a fare i conti con l’elezione del Presidente della Repubblica.</p>



<p><strong>Pero?</strong><br>Siccome non siamo soli al mondo succedono cose anche fuori dai nostri confini, cose che ci riguardano. Da Berlino dicono che verso la fine dell’anno ci sarà il nuovo governo tedesco e in Francia accelererà contemporaneamente il quadro per le presidenziali del 2022, dove c’è Macron che è al tempo stesso un partner e un competitor di Draghi in Europa.</p>



<p><strong>In febbraio da noi che succede?</strong><br>Si deciderà lo snodo della legislatura, e cioè se Draghi andrà al Quirinale o resterà a Palazzo Chigi. Nel caso in cui andasse al Quirinale potrebbe anche esserci un patto di legislatura su un premier di transizione fino al 2023, scadenza naturale della legislatura dopo la quale si va a votare per un nuovo Parlamento. Aggiungo che questa visione sarebbe rafforzata dal fatto che un Presidente che sciolga il Parlamento che lo ha appena eletto striderebbe un po’ sotto il profilo istituzionale.</p>



<p><strong>Se si va avanti non è più probabile allora che Draghi resti al suo posto?</strong><br>È una possibilità molto grande, ma non si può escludere che vada al Quirinale, essendo la presidenza una carica asimmetrica, della durata di sette anni, accompagnata da vantaggi importanti, perché anche in quella posizione, sebbene con forza minore, può rassicurare i mercati e mantenere relazioni transatlantiche ed europee. Il vero punto è che Draghi è diventato in poco tempo il perno del sistema e che l’elemento lampante dopo i ballottaggi è che la destra ha fatto splash, la sinistra ha vinto, ma le elezioni politiche sono un altro film.</p>



<p><strong>Di queste elezioni amministrative si è detto che protagonista sia stata l’astensione.</strong><br>Il fenomeno si inscrive in una tendenza occidentale, quindi niente di nuovo sotto un certo punto di vista. Per l’Italia sicuramente è un segnale preoccupante, perché quelli sono quasi tutti voti populisti, quelli che di volta in volta vanno in immersione e poi riemergono. Non hanno votato a destra e non hanno votato per i Cinque stelle. Hanno votato poco per la sinistra e sono lì, in attesa di un nuovo pifferaio o di un uomo nuovo che si presenti alle urne e li convinca ad andare a votare. Per il momento aspettano.</p>



<p><strong>Chi sono?</strong><br>Tra loro ci sono molti disillusi che comprendono la politica, ma molti altri sono elettori di carattere volubile. Anche giustamente, nel senso che cambiano facilmente opinione, inseguono l’idea del momento, portano su delle meteore come il M5S e poi le affondano. Quel che è successo a Roma è abbastanza evidente.</p>



<p><strong>Perché il centrodestra ha sbagliato tutti i candidati?</strong><br>Ha perso in una maniera rovinosa. Ha sbagliato per posizionamento politico. Siamo di fronte ad un buffo paradosso, quello per cui due partiti che bene o male fanno il 40% dell’elettorato, di fronte ad oltre l’82% di popolazione over dodici anni vaccinata, si mettono con una minoranza di pochissime persone. Dal punto di vista politico è un suicidio, dal punto di vista logico-mentale è preoccupante, anche qualcosa di più, perché non trova riscontro: nessun politico insegue una minoranza rumorosa che non ha voti.</p>



<p><strong>Una ragione ci sarà.</strong><br>Hanno fatto harakiri e non si capisce perché se non per una lotta interna e per il fatto che evidentemente stanno molto sui social e non vedono più la realtà o almeno non l’hanno vista in questo frangente. Non è solo questione di avere sbagliato i candidati, soprattutto a Roma, con responsabilità qui preponderante della Meloni, ma c’è di più: si tratta di non aver saputo leggere la contemporaneità. Devo essere sincero: ho qualche dubbio che sappiano leggerla anche per il prossimo futuro, perché continuano a battere su questo ferro.</p>



<p><strong>Enrico Letta sta facendo un gran lavoro di riorganizzazione, e soprattutto adesso il centrosinistra ha un leader, un candidato alla presidenza del Consiglio.</strong><br>Letta ha avuto ragione. In politica conta quando vinci. E naturalmente anche quando perdi. Il risultato di mezzo non conta nulla. Letta ha vinto, ha corso per le suppletive a Siena, dove non era così facile, e ha vinto. Ha mostrato coraggio, al contrario di Conte che ha evitato accuratamente di andare a candidarsi a Primavalle perché avrebbe perso, e non ha quindi il tocco magico che racconta, anzi. Poi Letta ha adottato una saggia tecnica del sommergibile. </p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>Ogni tanto saliva a quota periscopica per controllare che cosa facesse la destra, e quel che faceva era il peggio possibile, quindi si inabissava nuovamente facendo una politica rassicurante. Sulla scia di Draghi, finalmente, dopo un periodo di sbandamento del Pd che s’era messo in testa che Draghi non andasse bene, non si sa per quale arcano motivo. In tutto questo Letta ha avuto ragione e sarà lui il candidato premier. Punto.</p>



<p><strong>Ora si tratta di fare la coalizione.</strong><br>Con la coalizione ha un problema, perché il partner è in caduta libera: Conte non ha nessun appeal altrimenti avrebbe già ottenuto un risultato, avrebbe già catalizzato un importante bagaglio di voti. Invece l’esempio di Napoli lo smentisce: in pieno territorio di reddito di cittadinanza i Cinque stelle non sono stati determinanti per la vittoria di Manfredi, dove il Pd avrebbe vinto da solo al primo turno comunque con gli altri alleati. La debolezza dei Cinque stelle è dunque un problema per Letta. Dopodiché dall’altra parte c’è un cumulo di macerie.</p>



<p><strong>Al centro si è sempre parlato di una grande prateria che però nessuno riesce a conquistare. In Germania il Partito liberale ha preso l’11,5% e farà il governo insieme a Verdi e Socialisti.</strong><br>La prospettiva è quella, 11-12%. Scelta Civica che cos’era? Era quel numero. Io penso che l’area dei liberali, dei centristi sia quella. A meno che, ma non è in agenda, ci sia un pezzo da novanta come Draghi. Ma siamo alla fantapolitica.</p>



<p><strong>Il problema è che finora nessuno è riuscito a federare tutte queste piccole realtà. C’è riuscito Monti e adesso non si vede chi possa farlo.</strong><br>Nessuno di questi, perché sono troppi galli in un pollaio. Ci vorrebbe uno sforzo molto grande. C’è Calenda che si è mosso bene, è bravo, ma ha un suo ego. Ha la forza anche di fare un passo indietro? Qui non è questione di fare due passi avanti. Lui li ha fatti e li ha fatti bene ma ha la capacità di tornare un po’ indietro, di lasciare un po’ di spazio agli altri? Poi c’è Renzi, che è abilissimo. Voti pochi, ma quelli che ha li usa come se fossero quelli di una maggioranza. E poi ci sono tutti gli altri, grandi o piccoli, ma metterli insieme è molto difficile</p>



<p><strong>Potrebbe farlo Letta?</strong><br>Potrebbe perché guida un partito medio che ha bisogno di federare. Lo potrà fare in una prospettiva liberale? In una prospettiva riformista ha un problema coi cinque stelle. Allora che fai? Ti tieni i Cinque stelle e poi anche Calenda e Renzi? Impossibile. Poi non sappiamo che legge elettorale ci sarà. </p>



<p><strong>Bella grana questa.</strong><br>Il centrodestra ha appena rifiutato il proporzionale. Ma il proporzionale in questo – mi si passi il temine tecnico &#8211; casino, è la scelta più naturale. Siamo di fronte allo sfarinamento del quadro politico e non penso si arriverà con queste coalizioni al 2023. Succederà molto probabilmente qualcos’altro. È tutto in sviluppo, ma si intravedono alcune linee. I gruppi parlamentari non coincidono già più da tempo alle coalizioni.</p>



<p><strong>Ci sono anche gruppi parlamentari che non corrispondono alla guida dei partiti.</strong><br>Se è per quello ci sono gruppi parlamentari che non corrispondono nemmeno alla politica.</p>



<p><strong>Prima o poi si andrà al rinnovo di questo Parlamento, e con numeri radicalmente diversi per via dell’esito del referendum sulla riduzione dei parlamentari. Che cosa c’è da aspettarsi?</strong><br>Io ho un grande timore, che alle politiche venga fuori un risultato disastroso, senza nessun vincitore. Il Parlamento diverrebbe così iperbalcanizzato ma al tempo stesso ridotto, quindi con margini di manovra e aggiustamento inferiori. Quella che secondo molti era un difetto, cioè l’elevato numero di parlamentari, in un sistema caotico ad altissima entropia come quello italiano, funzionava. C’era il suk, per essere molto chiari, e questo compensava le difficoltà. Adesso, con meno parlamentari, sarà più difficile mettere a posto i “Lego” della politica. Temo una situazione in cui non si riesca più a trovare il bandolo della matassa. Ecco perché abbiamo bisogno di Draghi.</p>



<p><strong>Ma a questo punto non sarebbe meglio tenero fuori dal Quirinale?</strong><br>Se c’è Draghi al Quirinale, diventa il king maker del governo, se è fuori dal Quirinale diventa la soluzione per mettere insieme un governo. Quindi di diritto o di rovescio, Draghi rappresenta la soluzione. Questo dice però anche quanto siamo messi male, perché siamo di nuovo all’uomo della salvezza. In questo caso la figura è eccezionale e si ritrova in uno stato d’eccezione. Dobbiamo sperare nello stellone, in un colpo di fortuna per cui gli elettori vanno a votare per qualcuno e questo qualcuno governa. Chiunque sia, sono ampiamente agnostico su questo. Però ci vuole un segnale di chiarezza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/24/raco-mario-sechi-siamo-di-nuovo-a-uomo-della-salvezza-fortunatamente-abbiamo-draghi/">Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Tu vuò fa&#8217; l&#8217;americano</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/26/cole-tu-vuo-fa-lamericano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Jennifer V. Cole]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2021 15:10:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
		<category><![CDATA[Burocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Consolato]]></category>
		<category><![CDATA[Efficienza]]></category>
		<category><![CDATA[Ironia]]></category>
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		<category><![CDATA[Passaporto]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti d&#039;America]]></category>
		<category><![CDATA[Sud]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi sono andata al Consolato statunitense a Napoli per rinnovare il passaporto. La netta contrapposizione dell&#8217;efficienza burocratica americana e italiana mi fa sempre ridere. Il mio appuntamento era alle 10:15. Precisamente alle 10:15 mi è stato permesso di entrare. In meno di 8 minuti era tutto completo. L’ironia? Non ho mai visto o parlato con un solo americano. Erano tutti italiani che lavorano lì.</p>
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<p>Oggi sono andata al Consolato statunitense a Napoli per rinnovare il passaporto. La netta contrapposizione dell&#8217;efficienza burocratica americana e italiana mi fa sempre ridere. Il mio appuntamento era alle 10:15. Precisamente alle 10:15 mi è stato permesso di entrare. In meno di 8 minuti era tutto completo. L’ironia? Non ho mai visto o parlato con un solo americano. Erano tutti italiani che lavorano lì.</p>
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		<title>Maradona era la viva testimonianza di chi sa lottare, sempre e comunque</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danilo Ferrari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Nov 2020 15:42:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#ilsorpasso]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Armando Maradona]]></category>
		<category><![CDATA[Genio]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Francesco]]></category>
		<category><![CDATA[Sport]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Senza l’invenzione del gioco del calcio non ci sarebbe stato il genio al quale il calcio scorreva nelle vene, lui il destino lo aveva scritto nel DNA. Non si sa quando, non si sa come, sovvertendo ogni legge della statistica, ogni tanto viene al mondo un essere umano apparentemente uguale agli altri, ma che, crescendo, si capirà che è nato per scrivere una nuova pagina di storia. Lui la storia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Senza l’invenzione del gioco del calcio non ci sarebbe stato il genio al quale il calcio scorreva nelle vene, lui il destino lo aveva scritto nel DNA. Non si sa quando, non si sa come, sovvertendo ogni legge della statistica, ogni tanto viene al mondo un essere umano apparentemente uguale agli altri, ma che, crescendo, si capirà che è nato per scrivere una nuova pagina di storia. Lui la storia l’ha scritta con lo strumento più sofisticato che Dio gli aveva donato, i piedi, guidati alla perfezione da un corpo, guidato alla perfezione da un cervello, che inviava segnali chiari e precisi, continuamente ed immediatamente riadattabili ad ogni nuova situazione.</p>



<p>Per me, che sono un amante del gioco del calcio, rappresenta il numero Uno. Posso solo lontanamente immaginare quali emozioni provava, un argentino o un napoletano, nel vedere allo stadio giocare la squadra capitanata dal loro idolo, Maradona; aver vissuto la gioia di sentirsi vincenti, aver provato quella indicibile esultanza, che solo un tifoso può comprendere. Sapere che ogni partita sarebbe stata un riscatto, disposto a vendersi l’anima, sicuro di non perderla. Perché avevano dalla loro “il genio” padrone assoluto del campo, senza incertezze , senza esitazioni, unico obiettivo centrare la porta, avanti tutta, veloce, diretto, infallibile.</p>



<p>Trent’anni fa, io e mio nonno Tano eravamo seduti davanti la TV, aspettando il fischio d’inizio. Gli chiesi chi fosse Maradona e lui mi disse: comincia a guardare e lo capirai da solo. Lo capii e non lo dimenticai più. Alla notizia della sua morte, ho provato la tristezza della perdita, mi piaceva sapere che, da qualche parte del mondo, era la viva testimonianza di chi sa lottare, sempre e comunque. Mi mancherà vederlo abbracciare Papa Francesco, con lo stesso affetto, ogni volta che lo incontrava. Ciao Grande Uomo!</p>
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		<title>Lamento per la morte di Diego Armando Maradona</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/11/25/de-fossis-lamento-per-la-morte-di-diego-armando-maradona/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco De Fossis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 21:22:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Campione]]></category>
		<category><![CDATA[Carducci]]></category>
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		<category><![CDATA[Mondiali di calcio]]></category>
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		<category><![CDATA[Pallone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La palla a cui tendevila pargoletta mano,il campo messicano,la gioia e il dolor. Ed io ora mi accingo,tal qual chi si innamoraed il suo amato implora,a ricercare ancor quel dribbling che ci incantain mezzo alla partita,dalla beltà infinitadi albiceleste fior. Ma il cuore si raffredda,non c’è la cinciallegrache canta e il cor allegra.Ti prego, un gol ancor.</p>
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<p>La palla a cui tendevi<br>la pargoletta mano,<br>il campo messicano,<br>la gioia e il dolor.</p>



<p>Ed io ora mi accingo,<br>tal qual chi si innamora<br>ed il suo amato implora,<br>a ricercare ancor</p>



<p>quel dribbling che ci incanta<br>in mezzo alla partita,<br>dalla beltà infinita<br>di albiceleste fior.</p>



<p>Ma il cuore si raffredda,<br>non c’è la cinciallegra<br>che canta e il cor allegra.<br>Ti prego, un gol ancor.</p>
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		<title>Una possibile nuova vita è &#8220;Quello che resta&#8221; di Valentina Colella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2020 18:24:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[DAFNA]]></category>
		<category><![CDATA[Filling the Sky]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Quello che resta]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Colella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Duchamp in avanti il progressivo assottigliarsi del limite tra arte e vita è stato continuo e costante, finendo per mettere in discussione le categorie fondamentali della critica e della storia dell&#8217;arte. L&#8217;analisi stilistica o attribuzionistica di un&#8217;opera non misura quasi più niente nella post contemporaneità, mente incalza ed incalza ed incalza la vita con le sue pulsioni, i suoi arretramenti, le sue fitte pieghe. Mettere in secondo piano la&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da Duchamp in avanti il progressivo assottigliarsi del limite tra arte e vita è stato continuo e costante, finendo per mettere in discussione le categorie fondamentali della critica e della storia dell&#8217;arte. L&#8217;analisi stilistica o attribuzionistica di un&#8217;opera non misura quasi più niente nella post contemporaneità, mente incalza ed incalza ed incalza la vita con le sue pulsioni, i suoi arretramenti, le sue fitte pieghe. Mettere in secondo piano la biografia di Valentina Colella, ad esempio, porterebbe del tutto fuori strada, perché il dialogo osmotico tra i due termini nella giovane artista abruzzese è davvero molto serrato.</p>



<p>Tra le opere in mostra alla galleria DAFNA di Napoli<em>, Quello che resta </em>(2018, finalista al Premio Cairo di Milano) è un&#8217;opera d&#8217;arte posta all&#8217;esito di un lungo e doloroso percorso attraverso la perdita, lo smarrimento, il tentativo di riemersione del proprio spirito e la purificazione conseguente ad un evento tragicamente determinante. Il suo scavare nella fibra legnosa forme totemiche come quella della poiana, è lo scavare dentro il proprio dolore alla ricerca di una possibile via d&#8217;uscita. Le concrezioni che ne derivano, come depressioni di roccia stratificata, appartengono alla categoria spirituale del viaggio interiore verso se stessi, una sorta di discesa agli inferi per ritrovare la persona amata nella dimensione intima del ricordo. </p>



<p>In definitiva<em>, Quello che resta</em> è una nuova vita, almeno così ci piace pensare, accostando l&#8217;intimità del gesto al corpo intimo degli amanti. Ivi Colella sembra voler trovare un punto prospettico di fuga verso il cielo, nell&#8217;assoluto nitore del bianco ottico. Qualcosa in quel bianco ricorda le testimonianze dei &#8216;ritornati&#8217; da stati comatosi o di premorte, i quali tutti raccontano d&#8217;aver fatto esperienza di una luce purissima, interstiziale all&#8217;inizio, pervasiva in fondo. La cadenza ripetuta del gesto incisorio, che nella parte bassa dello spleen è profonda ed oscura, mano mano che si sale viene purificando l&#8217;aria di un&#8217;atmosfera sublime.</p>



<p>Una medesima tensione verso la luce è presente in <em>Filling the sky</em> (2018), d&#8217;umore roseo che svapora in alto verso quel medesimo bianco, tentando il distacco dalla parete quasi a liberarsi in volo. Ma quel distacco ha un prezzo: esso cela una variante d&#8217;ombra che rimarrà, a latere del trittico come nell&#8217;autrice, tra i ricordi più cari. Per queste vie, da una possibile morte a una possibile nuova vita il passo è breve.</p>



<p>Valentina Colella<br><em>Le possibilità di un volo</em><br>a cura di Valerio Dehò<br>DAFNA Gallery, Napoli, via Santa Teresa degli Scalzi 76<br>Inaugurazione: sabato 24, domenica 25 ottobre 2020</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-3 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a  href="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/10/1-valentina-colella-quello-che-resta-galleria-DAFNA-Napoli-ilcaffeonline-scaled.jpeg" data-rel="lightbox-gallery-0" data-rl_title="1-valentina-colella-quello-che-resta-galleria-DAFNA-Napoli-ilcaffeonline" data-rl_caption="" title="1-valentina-colella-quello-che-resta-galleria-DAFNA-Napoli-ilcaffeonline"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="944" height="1024" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/10/1-valentina-colella-quello-che-resta-galleria-DAFNA-Napoli-ilcaffeonline-944x1024.jpeg" alt="" data-id="2040" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/10/1-valentina-colella-quello-che-resta-galleria-DAFNA-Napoli-ilcaffeonline-scaled.jpeg" 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</figcaption></figure>



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		<title>Napoli Teatro Festival. Ruggero Cappuccio: la cultura deve essere un bene accessibile a tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 17:36:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Napoli Teatro Festival esiste da 13 anni ed è un festival sostenuto e finanziato in larga parte dalla Regione Campania e dal Ministero dei Beni Culturali. È un festival ricco di eventi che si svolge generalmente a giugno nella splendida città di Napoli. Ha una natura multidisciplinare e per questo è articolato in 12 differenti sezioni che vanno dal nazionale all’internazionale, dalla danza alla letteratura, dal teatro per ragazzi&#8230;</p>
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<p>Il Napoli Teatro Festival esiste da 13 anni ed è un festival sostenuto e finanziato in larga parte dalla Regione Campania e dal Ministero dei Beni Culturali. È un festival ricco di eventi che si svolge generalmente a giugno nella splendida città di Napoli. Ha una natura multidisciplinare e per questo è articolato in 12 differenti sezioni che vanno dal nazionale all’internazionale, dalla danza alla letteratura, dal teatro per ragazzi allo sport fino ad arrivare a sezioni speciali come la “sezione osservatorio”, dedicata alle compagnie giovani e meno giovani con difficoltà produttive, che non riescono ad avere la visibilità che meritano e che grazie alla vetrina offerta dal Napoli Teatro Festival hanno la possibilità di portare in scena i propri progetti. È un festival sociale in cui si accede a 200 performance con un biglietto che costa solo 8 euro (che diventano 4 euro se si ha una tessera Feltrinelli o se si compra una copia di Repubblica) e di 5 euro per gli under 30 (che con la stessa modalità di sconto diventano 2,50 euro). Per i pensionati l’ingresso è totalmente gratuito. Questa politica dei prezzi è stata uno degli aspetti più importanti di una rifondazione voluta dal direttore artistico Ruggero Cappuccio, che ilcaffeonline ha intervistato per conoscere la riprogrammazione del festival dovuta al coronavirus.</p>



<p><strong>Direttore, la situazione del nostro Paese sembra lentamente tornare alla normalità. Questo vale anche</strong> <strong>per il vostro festival? Andrete in scena e se sì in che modo?</strong><br>“Normalmente il festival si sarebbe svolto a giugno, quest’anno con l’emergenza sorta stiamo ipotizzando di andare in scena a luglio contemplando naturalmente tutte le regole di distanziamento necessarie. Il Palazzo Reale di piazza del Plebiscito a Napoli sarà la casa madre del festival al quale seguiranno altre spazi all’aperto su cui stiamo lavorando in questi giorni. I teatri al chiuso ovviamente per questa edizione saranno off limits, generalmente andiamo in scena in tutti i teatri della città e in numerosi teatri della Campania. Quest’anno perderemo il Teatro Politeama, il Teatro Sannazaro, il Teatro Bellini, il Teatro Nuovo, la Galleria Toledo e il Teatro San Ferdinando. Bisognerà ricalibrare tutto perché la natura degli allestimenti sarà totalmente differente rispetto agli scorsi anni, ma questa è una sfida che tutte le compagnie hanno accettato con grande slancio e generosità perché la legge di fondo di questo mondo è la creatività e i teatranti non hanno paura di affrontare questi aspetti.</p>



<p><strong>Dunque ci sarete, e il vostro programma sarò lo stesso o subirà delle modifiche di tipo contenutistico?</strong><br>Il programma non verrà assolutamente alterato in termini di artisti e contenuto, quello che andrà modificato saranno i luoghi, che verranno scelti con la cura e i fondamentali accorgimenti tecnici volti a mantenere alta la qualità dell’offerta. Sceglieremo luoghi che hanno una natura architettonica fondata sul raccoglimento. Certo non ci saranno graticci, sipari, quinte e camerini tipici dei teatri al chiuso, ma faremo in modo di ottenere il meglio dai luoghi all’aperto, privilegiando quelli acusticamente protetti e privi di inquinamento di rumori.</p>



<p><strong>E gli artisti che avevate già preso in parola ci saranno?</strong><br>Resteranno con noi tutti gli artisti che avevamo già contattato. Ovviamente si parla dei soli artisti nazionali, quelli che appartengono alla sezione internazionale ci raggiungeranno in una sezione del festival che sarà attivata in autunno o al massimo nei primi mesi del 2021. Stiamo lavorando sul tempo condizionale, ma siamo fiduciosi: le istituzioni ci sono molto vicine e si stanno battendo per rivendicare l’importanza del settore spettacolo dal vivo. Non dimentichiamoci poi che Campania è la regione italiana che a livello nazionale impiega sul piano della cultura l’investimento più solido di tutta Italia.</p>



<p><strong>La politica dei prezzi del vostro festival è un aspetto molto interessante, oggi più che mai in un momento di grande difficoltà economica e sociale. Da quanto adottate questa offerta?</strong><br>Il prezzo delle stagioni antecedenti al mio arrivo nel 2017 era di 34 euro, abbiamo deciso di farlo scendere vertiginosamente per dare testimonianza del fatto che la cultura in Italia è un servizio e il biglietto da quattro anni costa così poco rispetto al passato perché in questo modo è accessibile a tutti, a tutti gli italiani che pagano già i fondi per la cultura attraverso le loro tasse. Gli incassi del festival in questo modo rispetto al passato si sono perfino quadruplicati, facendo aumentare esponenzialmente anche le presenze arrivate a 90 mila spettatori per ogni edizione, che mediamente dura 40 giorni. Bisogna dare prova concreta del fatto che la cultura sia un bene accessibile a tutti.</p>
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