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	<title>Nazismo Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Nazismo Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Resistenza con l’Ucraina per la Giustizia, la Libertà e la Democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Apr 2022 18:21:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi festeggiamo il 25 aprile. Dalla Resistenza e dalla Liberazione è nata l’Italia, democratica e libera dalla dittatura del nazifascismo. E noi oggi celebriamo la Liberazione e la Resistenza, che mantengono eternamente intatti i propri valori e i propri ideali. Gli stessi che sta difendendo il popolo ucraino, 77 anni dopo quello italiano. L’Ucraina è stata aggredita e invasa dalla Russia. L’Ucraina, insieme alla sua indipendenza, sta combattendo per difendere&#8230;</p>
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<p>Oggi festeggiamo il 25 aprile. Dalla Resistenza e dalla Liberazione è nata l’Italia, democratica e libera dalla dittatura del nazifascismo. E noi oggi celebriamo la Liberazione e la Resistenza, che mantengono eternamente intatti i propri valori e i propri ideali. Gli stessi che sta difendendo il popolo ucraino, 77 anni dopo quello italiano.</p>



<p>L’Ucraina è stata aggredita e invasa dalla Russia. L’Ucraina, insieme alla sua indipendenza, sta combattendo per difendere con noi e per noi la Libertà e la Democrazia. Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo lasciarli senza lo stesso sostegno che il mondo libero e democratico, anche con la forza delle armi, garantì all’Italia per combattere l’invasore nazifascista. Ce lo impone la nostra storia. Oggi più che mai.</p>
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		<title>Sul Cristo deposto a Leopoli e sul valore simbolico dell&#8217;arte in tempo di guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 10:58:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte di Letizia Battaglia ci ricorda quanto potenti siano le immagini d&#8217;arte e quelle fotografiche in particolare. Non c&#8217;è altro da aggiungere.&#160;Qualche anno fa, correva il tempo delle orribili imprese dell&#8217;ISIS in Medio Oriente, ricordo un servizio tra le macerie inerti, in cui si distinguevano, iconici, alcuni gialli accesissimi: un frammento di taxi o il probabile impermeabile di un bambino, testimonianze residue di una vita ostinata dove tutto intorno&#8230;</p>
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<p>La morte di Letizia Battaglia ci ricorda quanto potenti siano le immagini d&#8217;arte e quelle fotografiche in particolare. Non c&#8217;è altro da aggiungere.<br>&nbsp;<br>Qualche anno fa, correva il tempo delle orribili imprese dell&#8217;ISIS in Medio Oriente, ricordo un servizio tra le macerie inerti, in cui si distinguevano, iconici, alcuni gialli accesissimi: un frammento di taxi o il probabile impermeabile di un bambino, testimonianze residue di una vita ostinata dove tutto intorno era morte e distruzione.</p>



<p>Ora Leopoli, col suo Cristo disceso dalla croce, trascinato nel sepolcro di un bunker col suo seguito di dolenti. Nicodemo e Giuseppe d&#8217;Arimatea potrebbero ben essere i due attendenti che hanno avuto il compito di seppellire la splendida statua del XV secolo nel tentativo di sottrarla alle ingiurie belliche.</p>



<p>Seppellire, seppellire, seppellire i vivi, i morti, i redivivi. Che triste primato hanno le guerre! Tutte le guerre. Le opere d&#8217;arte non sono meno vittime di quel capolavoro incompiuto che è l&#8217;uomo; anch&#8217;esse soffrono, si fanno metafora, il loro valore simbolico è tale da indurre le genti a salvarle, salvarle come si fa con i deboli, nella speranza di potere vederle tornare a splendere in un futuro migliore.</p>



<p>L&#8217;Italia sa cosa significhi questa pratica funebre transitoria, per averla praticata clandestinamente durante la Seconda guerra mondiale contro i nazisti e, paradossalmente, contro gli stessi italiani che parteggiavano (Sic) per i nazisti.</p>



<p>A futura memoria, come quando Morehshin Allahyari celava dentro il corpo opalino di statue riprodotte in stampa digitale 3D, le testimonianze fotografiche e filmiche degli scempi che i miliziani dell&#8217;ISIS compivano sugli originali scultorei ormai distrutti.</p>



<p>Il valore universale dell&#8217;arte anticipa così il valore meno universale dell&#8217;essere umano.<br>&nbsp;<br>Chissà, tra cinquant&#8217;anni i pronipoti di Putin verranno alla Cattedrale di Leopoli in pellegrinaggio o come allegri turisti per ammirarne le bellezze, e forse nemmeno percepiranno il danno di queste settimane, dei prossimi mesi, dimentichi della barbarie perpetrata dai propri avi a persone e cose. Perché gli uomini e le donne dimenticano. Così è la storia, così è la guerra, così è la vita. Quale vita, poi, non saprei dire.<br>&nbsp;<br>In questa Pasqua di sangue, la ripetizione all&#8217;infinito delle Vie Crucis per le strade cristiane amplifica a dismisura quel trasporto funebre eccezionale. Speriamo che tale amplificazione di immagini gli dia più senso.</p>
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		<title>Se vuoi fare la pace&#8230; prepara la pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 11:58:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non sappiamo come andrà a finire ma, per parafrasare Brecht, alla fine della guerra i vincitori staranno male quanto i vinti, e quelli che erano poveri si ritroveranno ancora più poveri. Il dopoguerra si prepara adesso e le scelte che prenderemo come paesi occidentali peseranno nel futuro assetto dell’Europa. Occorre partire logicamente dalla definizione, che mi sembra ancora assente nel dibattito, su quali siano gli obiettivi occidentali rispetto all’aggressione russa.&#8230;</p>
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<p>Non sappiamo come andrà a finire ma, per parafrasare Brecht, alla fine della guerra i vincitori staranno male quanto i vinti, e quelli che erano poveri si ritroveranno ancora più poveri. Il dopoguerra si prepara adesso e le scelte che prenderemo come paesi occidentali peseranno nel futuro assetto dell’Europa.</p>



<p>Occorre partire logicamente dalla definizione, che mi sembra ancora assente nel dibattito, su quali siano gli obiettivi occidentali rispetto all’aggressione russa. L’opzione del sedersi nel lato comodo del nostro continente senza fare nulla e aspettare che l’Ucraina si arrenda non mi pare una scelta saggia, né dal punto di vista morale né politico-militare. Abbiamo già un illustre e tragico precedente nel pilatismo di Francia e Gran Bretagna durante la guerra civile spagnola, prova generale della Seconda guerra mondiale per chi se fosse dimenticato. Se poi qualche pacifista dall’animo candido pensa che, dopo la resa dell’Ucraina, gli occupanti russi si trasformeranno in comprensivi assistenti sociali norvegesi, basti vedere chi governa oggi in Cecenia.</p>



<p>Il primo obiettivo è la difesa dell’ordine internazionale costituito nel 1945, che ripudia la guerra e le conquiste territoriali. Non vi possono esserci esitazioni sul rifiuto delle pretese di Putin oppure tutto quello che abbiamo faticosamente costruito in settantasette anni se ne va nel fumo dei bombardamenti.</p>



<p>Questo implica, come minimo, l’isolamento della Russia attraverso una serie di sanzioni politiche, economiche e sociali che paralizzino la macchina militare russa e spingano i cittadini russi a ribellarsi contro il loro governo. La risposta occidentale è andata oltre, concretizzandosi anche nella fornitura di armi, per il momento solo difensive, badando bene ad evitare un qualunque genere di coinvolgimento militare della NATO che, ed è questo l’altro importante obiettivo, potrebbe portare ad una rapida escalation militare e, nella peggiore delle ipotesi, alla Terza guerra mondiale sul suolo europeo.</p>



<p>Posti gli obiettivi della nostra azione, occorre inoltre definire con chiarezza a quale assetto di sicurezza vogliamo puntare per il dopoguerra. Anche qui abbiamo due classici esempi storici: la pace punitiva di Versailles, alla fine della prima guerra mondiale, che irrorò di concime la mala pianta del nazismo piagnucolante; e la ricostruzione di un ordine internazionale più equilibrato dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale.</p>



<p>I fini a cui possiamo puntare sono innumerevoli. Si potrebbe tentare di giungere ad una situazione di cessate il fuoco, in attesa di negoziati veri tra le parti; oppure rafforzare il sostegno militare all’Ucraina fino ad un ribaltamento della situazione se non ad una vittoria sulla Russia; oppure andare oltre, aiutando l’Ucraina a recupero i territori occupati; o addirittura perseguire il cambio di regime a Mosca, operazione che solo a pronunciarla fa scendere un cubetto di ghiaccio nella schiena. Tutte queste idee si possono però riassumere in un unico vero obiettivo: quale dopoguerra possiamo contribuire a costruire per assicurare una pace definitiva?</p>



<p>La sicurezza futura dell’Ucraina non potrà essere disgiunta dalle legittime richieste di sicurezza della Russia, qualunque governo succederà in futuro a Putin. E, a loro volta, le esigenze delle due nazioni non potranno essere slegate dalla più ampia cornice europea. Presupposto di un nuovo e stabile equilibrio è che la guerra non si concluda con l’umiliazione di uno dei due contendenti.</p>



<p>Una volta che le armi saranno tornate nelle rispettive caserme, avremo bisogno di instaurare un clima di fiducia reciproca che non si costruisce solo con un trattato di pace, che sarebbe destinato ad essere rapidamente cestinato come i famosi Accordi di Minsk sul Donbass, ma con gesti simbolici ed altri concreti di riconciliazione, se vogliamo di perdono reciproco. </p>



<p>Tutto l’assetto europeo occidentale dopo il 1945 si è costruito sul sincero riavvicinamento tra Francia e Germania, sull’accettazione da parte tedesca delle sue responsabilità e sulla realizzazione di progetti sovranazionali di messa in comune delle risorse e di progressiva abolizione delle frontiere alle merci, ai capitali e alle persone. Ricordate Mitterand e Kohl che si tenevano per mano nel 1984 a Verdun, teatro di un inconcepibile massacro di giovani tedeschi e francesi.</p>



<p>Non ci sarà nessuna garanzia di sicurezza per la Russia né per l’Ucraina senza una volontà chiara di mettere fine all’uso della violenza nei loro rapporti. Sarà necessario mettere al bando quelle forze ultranazionaliste che non saranno mai contente della coesistenza pacifica. Ciò comporterà inevitabilmente cambiamenti radicali soprattutto in Russia ma anche in Ucraina, attraverso la ricostruzione di uno stato realmente democratico ed inclusivo.</p>



<p>In tutto questo l’Unione Europea possiede le idee, le strutture e le risorse per accompagnare i due paesi verso un cammino di coesistenza pacifica che, del resto, non dovrebbe essere così difficile, viste le comuni radici culturali, storiche, religiose e linguistiche.</p>



<p>Già oggi è necessario il nostro contributo per la pace futura che non si limiti solo alla fornitura di armi, bensì individui i meccanismi della futura architettura di sicurezza in Europa orientale. Non è mai troppo presto. Nell’agosto 1941 Churchill e Roosevelt immaginarono il mondo futuro, prima di Pearl Harbour e dell’ingresso americano in guerra contro l’Asse. Due mesi prima, in giugno, Altiero Spinelli concepiva il Manifesto di Ventotene per un’Europa unita e federale, che chiudesse con il passato nazionalista.</p>



<p>Erano i momenti più bui della guerra, quando la vittoria contro il nazismo era tutt’altro che scontata. Questa è la forza delle idee, unico vero antidoto contro la violenza. Affinché prevalga una pace giusta e democratica, non quella dei vincitori inebriati sui vinti rancorosi.</p>
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		<title>Da via Fani a Kiev, l&#8217;esigenza di una ribellione morale e politica nei confronti di tutto ciò che giustifica la violenza  contro la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Mar 2022 15:40:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>44 anni. Son passati 44 anni da quando fummo tutti raggiunti dalla tragica notizia del rapimento di Aldo Moro e dall&#8217;uccisione della sua scorta. Nella Torino i quegli anni vivevamo in un clima grigio, soffocante. Era difficile studiare e vivere con serenità. Nelle nostre Città del nord industriale, a Torino soprattutto, si percepiva più che altrove che il terrorismo aveva contatti sociali significativi, ramificazione nelle fabbriche, nel disagio sociale, tra&#8230;</p>
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<p>44 anni. Son passati 44 anni da quando fummo tutti raggiunti dalla tragica notizia del rapimento di Aldo Moro e dall&#8217;uccisione della sua scorta.</p>



<p>Nella Torino i quegli anni vivevamo in un clima grigio, soffocante. Era difficile studiare e vivere con serenità. Nelle nostre Città del nord industriale, a Torino soprattutto, si percepiva più che altrove che il terrorismo aveva contatti sociali significativi, ramificazione nelle fabbriche, nel disagio sociale, tra i giovani che coltivavano i sogni rivoluzionari predicati dai “cattivi maestri”.</p>



<p>Un clima di guerra, molto diverso da quello che emanava dalle lotte sociali che avevano attraversato la storia repubblicana nell&#8217;aspro confronto, a volte scontro, tra le forze democratiche di governo, da sempre guidato dalla Democrazia Cristiana, e il più grande Partito Comunista dell&#8217;Occidente libero.</p>



<p>Da un lato di percepiva la consapevolezza crescente che il movimento operaio e il vertice del PCI vedevano nello Stato anche il “loro” Stato, dall&#8217;altro molti (troppi!) continuavano a ritenere che verso questo Stato si dovessero ancora applicare le categorie del secondo &#8216;800 e del primo &#8216;900 sul violento abbattimento dello “Stato borghese”.&nbsp;</p>



<p>Ricordo quando, come segretario regionale dei giovani DC, il giorno dopo il rapimento di Moro entrai, accompagnato da due amici, da una porta secondaria nell&#8217;aula magna di Palazzo Nuovo, sede dell&#8217;Università, e presi la parola in un&#8217;Aula brulicante di giustificazionisti, di giovani ed anche professori (uno, poi, lo ritrovai in Parlamento dalla stessa mia parte politica 25 anni dopo) che spiegavano come Moro fosse stato colpito perché simbolo della conservazione, del potere “borghese”, dello Stato oppressore sulle masse.</p>



<p>Mi sono ritornate in mente in questi giorni quelle discussioni infinite, che accompagnarono, con la costante paura di poter essere nel “mirino” del terrorismo, gli anni più belli della nostra vita. Si viveva la tragedia del tempo e la spensieratezza della giovinezza, in quei giorni tragici, in cui, ieri come oggi, in troppi, confondevano vittima e carnefice, aggredito ed aggressore, fondando il giustificazionismo dell&#8217;aggressione con motivazioni analoghe a quelle che oggi portano molti a giustificare l&#8217;aggressione verso una Nazione libera e indipendente e che consistevano (e consistono) nell&#8217;odio, incomprensibile, verso quello che, con tutti i suoi difetti, resta, mi riferisco all&#8217;Occidente democratico e all&#8217;Unione Europea, il più grande spazio di libertà, benessere e giustizia sociale che l&#8217;uomo sia riuscito a creare nella sua storia, con metodi democratici.</p>



<p>L&#8217;uccisione di Moro, al di là delle verità processuali, mai emerse del tutto, oggettivamente era funzionale a chi non voleva il superamento della guerra fredda e la divisione del mondo sulla base degli accordi pattuiti a Yalta per sconfiggere il nazismo, come se la storia debba essere qualcosa di immutabile in cui il crescere di vocazioni diverse, illuminate dal progresso scientifico, culturale, sociale e politico sia un qualcosa di casuale rispetto al determinismo immutabile dettato dalla “Storia”.</p>



<p>Quando sento persone come Tremonti che dicono che, in fondo, ciò che sta avvenendo in Ucraina&nbsp; altro non è che la “Storia” che si impone sulla politica, mi si accappona la pelle perché è come dire che esiste un disegno imperituro in forza del quale chi guida una Nazione è legittimato, in nome della Storia, ad agire per ripristinare ciò che la casualità del tempo ha modificato.</p>



<p>In quegli anni la destra più radicale internazionale, con i suoi tentacoli nei servizi segreti delle Nazioni democratiche e in apparati deviati degli Stati (non solo dell&#8217;Italia) aveva lo stesso obiettivo delle frange più estreme del comunismo al potere nei Paesi dell&#8217;est: impedire il superamento della guerra fredda, soprattutto là, in Italia, dove il più grande partito comunista dell&#8217;Occidente libero raggiungeva il 30% dei consensi e guidava importanti Città, Province, Regioni, in una fase di logoramento dei rapporti tra le forze democratiche e di appannamento del loro appeal elettorale. </p>



<p>Il Presidente della DC convinse il partito che era stato l&#8217;argine dell&#8217;avanzata comunista in Italia ad aprire il confronto con quel PCI, confronto il cui scopo finale doveva essere l&#8217;alternanza al potere tra un grande partito di sinistra “socialdemocratizzato” e un grande partito popolare come la DC.</p>



<p>Da giovane DC, al tempo nel gruppo “moroteo”, mi permetto di&nbsp; dire che Moro non aveva in testa una permanente “alleanza” di governo col PCI, ma il suo disegno era quello di liberare l&#8217;Italia dal fattore “K” e di gettare le basi per un&#8217;alternanza al potere tra forze democratiche diverse, ma entrambe legittimate dal consenso popolare e dalla fedeltà alla Costituzione.</p>



<p>Il combinato disposto di chi scelse il terrorismo per costringere le Istituzioni a ripiegare sulla repressione e, quindi, a creare le condizioni per l&#8217;insurrezione rivoluzionaria, e di chi voleva fermare un processo di allargamento dell&#8217;area democratica e di Governo in un Paese strategico per il superamento della “guerra fredda”, portò all&#8217;attacco al “cuore” del processo politico in atto che si concretizzò nel rapimento e nell&#8217;uccisione di Moro. Sappiamo cosa è successo dopo. L&#8217;impero sovietico si è disgregato e decine di milioni di persone sono diventati padroni del proprio destino.</p>



<p>Nel nostro Paese, nonostante contraddizioni, difetti, a volte drammi, è stato costruito un sistema di alternanza di cui persino forze populiste e neo sovraniste hanno potuto avvalersi. Ma nessun fattore “K” ha potuto più bloccare una fisiologica alternanza e/o dialettica politica.</p>



<p>Assistiamo, però a un tentativo concentrico di forze apparentemente opposte che spingono, anche in Occidente e nell&#8217;Unione Europea (che ha fatto passi da gigante nel suo processo di integrazione rispetto ai tempi di Moro, quando Kissinger sarcasticamente si chiedeva “quale fosse il numero di telefono dell&#8217;UE”…), a ricreare muri e confini che sanciscono quanto meno lo “status quo” che – e qui sta il problema – per qualcuno coincide non con la realtà venutasi a creare in questi quasi 40 anni, ma con lo “status quo ante”, cioè con “la Storia”.</p>



<p>Putin vuole questo. Lo “status quo ante”. La “Storia” che si impone sulla politica! A qualsiasi costo! Esattamente come avveniva nei secoli passati e come il nazismo e il comunismo sovietico hanno cercato di imporre nel &#8216;900. Non c&#8217;è spazio, in Putin, per l&#8217;autodeterminazione dei popoli dei Paesi che appartenevano all&#8217;Impero sovietico e, prima, russo.</p>



<p>Ieri come oggi quei movimenti che hanno dissolto l&#8217;URSS e generato dei paesi liberi e indipendenti, anche di scegliere la loro collocazione internazionale, sono, per l&#8217;autocrate che siede oggi al Cremlino, solo il prodotto dell&#8217;Imperialismo dell&#8217;Occidente, degli USA, della Gran Bretagna e dell&#8217;UE e, quindi, vanno ricondotti alla loro “Storia”. Che Lui interpreta.</p>



<p>E su questa strada incontra coloro che sostengono “prima l&#8217;America”o “prima gli Italiani”, che non accettano l&#8217;esito di libere elezioni o assaltano il Parlamento o spargono il terrore contro gli Ebrei e le minoranze in genere o vogliono rialzare muri contro l&#8217;invasione straniera.</p>



<p>Come nel 1978 chi vuole costruire processi fondati su principi di libertà, democrazia, autodeterminazione, trova sulla sua strada resistenze anche armate di chi&nbsp; vuole imporre la propria interpretazione della storia e delle relazioni politiche.</p>



<p>Da qui l&#8217;esigenza di una ribellione morale, prima ancora che politica, nei confronti di tutto ciò che giustifica, ieri come oggi, la violenza e l&#8217;aggressione contro la libertà di cercare strade nuove di convivenza e di vera pace, che non può mai essere confusa, con il generico pacifismo. A 44 anni di distanza è anche questo un modo per onorare la memoria di un martire: Aldo Moro.</p>
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		<title>Caro lettore postmoderno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 21:54:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[27 gennaio]]></category>
		<category><![CDATA[Auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>
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		<category><![CDATA[Giornata della Memoria]]></category>
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		<category><![CDATA[Postmoderno]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni 27 gennaio celebriamo la Giornata della memoria e tutti, a diverso titolo, si interrogano almeno per un giorno sul suo valore con gli anni che passano. Quelli che sempre più affannosamente tentano di mantenere vivo il ricordo; quelli che strumentalmente vorrebbero si passasse oltre; quelli che dicono &#8220;perché ricordare solo le stragi nazi-fasciste e non anche quelle sovietiche o cinesi&#8221;; quelli che oggettivamente non gliene frega niente, perché mai&#8230;</p>
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<p>Ogni 27 gennaio celebriamo la Giornata della memoria e tutti, a diverso titolo, si interrogano almeno per un giorno sul suo valore con gli anni che passano.</p>



<p>Quelli che sempre più affannosamente tentano di mantenere vivo il ricordo; quelli che strumentalmente vorrebbero si passasse oltre; quelli che dicono &#8220;perché ricordare solo le stragi nazi-fasciste e non anche quelle sovietiche o cinesi&#8221;; quelli che oggettivamente non gliene frega niente, perché mai niente gli è fregato di niente e pure si infastidiscono al solo pensiero, ma non lo dicono per quel decoro tutto borghese che fa del qualunquismo l&#8217;ingrediente più rassicurante per se stessi, in famiglia, per la nazione.</p>



<p>Io penso che sulla memoria dell&#8217;olocausto si giochi oggi una partita diversa (come potrebbe essere diversamente, a distanza di quasi un secolo?) ma non meno significativa e importante. Innanzitutto sotto il profilo didattico, affinché le nuove generazioni no &#8220;non dimentichino&#8221;, ma prendano dimestichezza, si appassionino alla disciplina storica che rimane, malgrado l&#8217;endemico sfacelo della pubblica istruzione, il fondamento delle civiltà. Dunque la memoria, ma intesa come conoscenza e coscienza del proprio passato.</p>



<p>Secondariamente, per l&#8217;affermazione di una didattica adulta, qualcosa che serva più a noi, i cattivi maestri, quelli che tornano a casa raccontando ai figli che, tanto, tutto è uguale a tutto, che si stava meglio quando si stava peggio, che della storia, recente o antica che sia, fanno un frullato di opinioni massificate attraverso il chiacchiericcio distorto dei social.</p>



<p>Una riassunzione collettiva del valore della memoria in senso lato, farebbe si che le diverse &#8220;giornate&#8221; del calendario repubblicano si saldassero in un unico programma storico, in difesa dei valori costituzionali e democratici, sottraendo i singoli appuntamenti celebrativi al rischio, ogni anno più avvertito, di revisionismo d&#8217;un lato, di retorica dall&#8217;altro. Farebbe dell&#8217;ormai fitto calendario di occasioni commemorative un sistema a rete in cui si affermi il primo e più importante valore civile ed etico di una nazione: quello della consapevolezza collettiva.</p>



<p>Il ricordo dell&#8217;olocausto, da tale prospettiva, aiuterebbe anche chi, nello squallore della politica divisiva e miserabile messa in scena proprio in questi giorni, non riesce a capire che i passi indietro, nell&#8217;arco lungo della storia, non sempre sono grandi ed eclatanti come ai tempi del nazi-fascismo.</p>



<p>A volte le civiltà regrediscono impercettibilmente, giorno dopo giorno, anno dopo anno verso il baratro, e quel baratro praticamente mai assomiglia al passato. Più facilmente finisce per non assomigliare a niente di già visto, eppure fa orrore per la sua crudeltà.</p>



<p>Ricordare, talvolta, serve ad evitare che si formino nuove categorie di pensiero nichilista, serve a tenere ben salda la rotta delle conquiste democratiche, serve, in definitiva, a non scivolare nell&#8217;oblio. Chi sa un poco di scienze sociali e cognitive capisce quello che intendo dire. L&#8217;essere umano è portato alla dimenticanza per costituzione sua propria e collettiva. Se lo ha capito il figlio di un falegname duemila e venti anni fa, ne sono certo, potrai capirlo anche tu, mio caro lettore postmoderno.</p>
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