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	<title>Nord Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>I bambini siano priorità al centro dell’azione politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 10:14:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una&#8230;</p>
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<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una sola. Poi arrivano i numeri dell’Istat e scopriamo che sì, è vero che ogni storia è singolare, ma è anche plurale, fino al punto che tutte insieme costituiscono fenomeni.</p>



<p>Uno di questi è l’emergenza bambini al Sud tra povertà, educazione e salute. Afferriamo questi ambiti e fissiamo l’occhio alle percentuali che – lo ripetiamo – non sono numeri, ma persone.</p>



<p><strong>Il primo è la mortalità infantile.</strong><br>Sappiamo di accostarci ad un dato importante: più l’indice è basso, più si eleva la stima per indicare la civiltà di una nazione. Nel 2018, l’Italia ha segnato il 2,88 per mille bambini nati vivi. Un indice tra i più bassi del mondo. Buon per tutti. Nel Mezzogiorno è nato il 35,7% di tutti i bambini italiani. I decessi infantili sono stati il 45% del totale nazionale. Questo vuol dire che un bambino residente nel Mezzogiorno ha un rischio del 50% in più di morire nel primo anno di vita rispetto a uno che nasce nelle regioni del Nord. <strong>Se solo, il Mezzogiorno, avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile del Centro Nord, nel 2018 sarebbero sopravvissuti 200 bambini. Sono morti, non li abbiamo.</strong></p>



<p><strong>Il secondo è la migrazione sanitaria pediatrica.</strong><br>Da tutti i territori periferici si emigra verso centri meglio attrezzati. E fin qui riusciamo a capire. Nel 2019 è accaduto che bambini e ragazzi del Sud sono stati curati più frequentemente lontano da casa dei loro pari delle altre regioni. Del Sud l’11,9%, delle altre regioni il 6,9%. Si mettano insieme disagi, viaggi, problemi economici per le famiglie, assenze per lavoro, retribuzioni che si perdono perché non adeguatamente tutelate in origine, e si ottiene il conto spesa umana ed economica. Si conoscono, persino, storie di mamme in collocazione permanente accanto al piccolo e pernottamenti di padri nell’utilitaria, pranzo e cena con panino. E’ inutile aggiungere che questo tipo di trasferte forzate genera iniquità, poiché non tutte le famiglie sono in grado di sostenere i costi di trasferimento. Si sono dati i casi, ampiamente conosciuti, di collette intra famigliari e di altre estese alla comunità cittadina.</p>



<p><strong>La povertà infantile.</strong><br>Nel 2020 ha interessato 1milione 337 minori. Nel Centro Italia per il 9,5%, nel Mezzogiorno per il 14,5%. La povertà infantile genera ridotta qualità della vita, aumento delle malattie che possono svilupparsi anche nell’età adulta, disturbi e difficoltà nella sfera fisica, affettiva, cognitiva e relazionale. Queste diagnosi e proiezioni non sono certo fantasie costruite sui numeri dell’Istat, bensì scenari descritti da illustri pediatri. Uno per tutti, il Prof. Mario De Curtis, Pediatra dell’Università di Roma La Sapienza.</p>



<p><strong>La formazione scolastica.</strong><br>E’ una battaglia nazionale, anche inedita se vogliamo, quella che fa il nostro giornale da qualche anno in qua a proposito degli asilo nido per bambini con meno di 3 anni: il loro numero è impari al fabbisogno. Così come lo è quello delle scuole per l’infanzia, ovvero dai 3 ai 6 anni. E’ provato quanto siano importanti a livello scolastico, per l’avvio e la crescita delle relazioni sociali, per lo sviluppo della personalità in prospettiva futura. Nel Meridione, tutto questo, unito ai servizi integrativi, copre solo il 14% del bacino di utenza potenziale. Al Centro, la percentuale è moltiplicata per 3. Il Governo ha previsto tutto questo come priorità, investendo 4,6miliardi.</p>



<p><strong>L’abbandono scolastico.</strong><br>Abbandonano la scuola secondaria superiore ragazzi del Nord (11%), del Centro (11,5%) e del Sud (16,3%). Per la Calabria troviamo segnato un 16,6%. La terza del Mezzogiorno. Ma c’è abbandono anche dopo la sola licenza media. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e hanno un peso enorme: difficile trovare lavoro, minore partecipazione alle attività sociali, politiche e culturali.</p>



<p>Che cosa può dirci un quadro simile? La prima: a questo quadro va prestata la massima attenzione. I nostri bambini e ragazzi vivono di fatto una situazione più critica da un punto di vista sanitario, sociale ed educativo. La seconda: si tratta di una priorità da collocare al centro dell’azione politica. La terza: i fondi europei del piano Next Generation Eu aprono una grande prospettiva. Possono costituire per il nostro Mezzogiorno una singolare occasione di riscatto e di recupero. L’operazione è anche una sfida per l’Italia, se davvero vorrà darsi il profilo di un Paese più giusto e più equo.</p>



<p>Urgono: statura intellettuale, sensibilità politica, competenza e laboriosità. E non c’è tempo da perdere.</p>
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		<title>Luigi Sbarra: primo maggio, un &#8220;patto sociale&#8221; per unire il nostro Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 21:20:07 +0000</pubDate>
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<p>di Luigi Sbarra, segretario generale Cisl</p>



<p>L’Italia si cura con il lavoro: questo è il messaggio che lanceremo oggi in questo Primo maggio di speranza, che vivremo con uno spirito positivo di fiducia nel futuro, per tornare tutti, con la necessaria cautela e gradualmente, ad una vita normale ed in sicurezza. Solo la centralità del lavoro, la sua qualità e stabilità può risollevare il Paese, ed in particolare le regioni deboli del nostro Mezzogiorno. </p>



<p>Dobbiamo operare, insieme, per una crescita equa, che riduca le disuguaglianze e per determinare opportunità per tutti. Per questo oggi saremo in tre luoghi simbolo, a portare la nostra solidarietà in particolare ai lavoratori della sanità ed a tutti coloro che hanno assicurato servizi e beni essenziali ai cittadini in questa lunga fase difficile della vita del Paese. Non ci stancheremo mai di ringraziare queste persone generose che meriterebbero molto di più dalle istituzioni e dalla società. Questa è l&#8217;immagine responsabile e positiva del Paese.</p>



<p>Dobbiamo tutti far tesoro del loro esempio, della loro grande umanità, del loro senso del dovere e responsabilità. È chiaro che la battaglia contro il coronavirus non è ancora finita. E non basta solo la più ampia e capillare diffusione del vaccino, che organizzeremo anche noi presto nelle aziende, per uscire dalla grave crisi. </p>



<p>Occorre anche il ‘vaccino’ del lavoro, della crescita, degli investimenti, della giustizia sociale. Questa è la cura di cui il Paese ha bisogno oggi più che mai. Lo diciamo al Premier Draghi: questo è il momento giusto per un grande “patto sociale”, per una collaborazione virtuosa tra il Governo e le parti sociali, in modo da attuare i contenuti importanti del Recovery Plan ed affrontare insieme la stagione delle grandi Riforme di Sistema (Fisco, Pa, Lavoro, Semplificazioni, Giustizia, Concorrenza) attese da lungo tempo. Dobbiamo aprire da subito un confronto con il Ministero del Lavoro sul tema delle pensioni per definire le necessarie flessibilità in uscita dal mercato del lavoro .</p>



<p>Viviamo una fase di maggiore integrazione europea grazie alla solidarietà tra gli Stati Nazionali. Nessuno può farcela da solo. Bisogna uscirne tutti insieme con una risposta collettiva per ripensare il lavoro, unificare finalmente Nord e Sud, realizzare quelle infrastrutture necessarie, costruire una società più inclusiva e senza barriere, a partire dal regolarizzare il lavoro degli invisibili, dei lavoratori della gig economy, delle finte partite Iva.</p>



<p>C’è ancora tanto sfruttamento, tanta disperazione e solitudine che solo il sindacato confederale può affrontare con la solidarietà e la giusta sintesi. Per recuperare il milione di posti di lavoro persi nell’ultimo anno avremo bisogno di più partecipazione alle decisioni, di più coinvolgimento nelle scelte. Vale per il Governo nazionale, ma vale anche per le istituzioni regionali, per le aziende, per la Pubblica Amministrazione. </p>



<p>Siamo d’accordo con Draghi quando sostiene che non servono visioni di parte perché in gioco c’è il futuro dell’Italia. Ma proprio per questo occorre una governance partecipata, la massima condivisione sulle procedure di monitoraggio, sulle ricadute occupazionale dei progetti del Recovery Plan, per evitare che il tutto non si trasformi in una altra occasione perduta o peggio in un libro dei sogni.</p>



<p>Le riforme avranno un impatto diretto sul lavoro, sulla sua organizzazione ed anche sulla contrattazione. Ecco perché bisogna aprire un confronto vero con le parti sociali, non basta la consultazione. Tutti gli interventi anche di sostegno alle imprese devono prevedere alcune specifiche condizioni: la garanzia di più assunzioni soprattutto di donne e giovani, il riequilibrio delle diseguaglianze sociali a partire dal Mezzogiorno, l’applicazione dei contratti, il rispetto della trasparenza e legalità negli appalti, la sicurezza per i lavoratori.</p>



<p>Questo è il “patto” che bisogna concretizzare dove il sindacato può garantire le giuste flessibilità, come è avvenuto in altre stagioni importanti. Anche noi vogliamo un Paese che sappia ridisegnare l’economia sulla sostenibilità ambientale, su una nuova politica industriale green, sulle infrastrutture, sul riassetto del territorio, sull’innovazione, sulla scuola, sulla formazione, sulla ricerca. Ci batteremo perché si ricominci ad investire sulla qualità dei servizi sociali per gli anziani, per le famiglie, per le donne, per i giovani. La nostra sanità pubblica è stata falcidiata dai tagli negli ultimi venti anni da una politica fredda e miope.</p>



<p>Ne abbiamo pagato le conseguenze tragiche in questi mesi. I medici e gli infermieri giustamente non vogliono essere considerati eroi. Ma è tutto il mondo del lavoro a pretendere ora risposte concrete, urgenti, dalla politica e dalle Istituzioni, con la giusta considerazione e rispetto. Questo è il modo migliore per rispondere agli appelli alla coesione sociale ed alla concretezza del nostro Presidente, Sergio Mattarella per una rinascita morale del paese, mettendo al centro il lavoro, la sua sicurezza, il Mezzogiorno, la centralità della persona, la partecipazione, valori che ritroviamo nella nostra Costituzione e su cui si fonda la Repubblica italiana.</p>
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		<title>Il maestro di Regaliudica. Il primo romanzo del giornalista Enzo D’Antona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2021 18:52:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Questo libro non è pessimista. È la realtà che è pessima”. Il rimando sciasciano sintetizza il libro “Gli spaesati. Cronache del nord terrone” di Enzo D’Antona (Zolfo editore, pagg.197, € 17,00). La storia muove da Iudeca, un’ineffabile paese dell’entroterra siciliano. Un luogo letterario che, come Regalpetra, assomma ogni paese del Sud. Iudeca è una zattera che galleggia su un mare di gesso e zolfo. È il primo romanzo di un&#8230;</p>
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<p>“Questo libro non è pessimista. È la realtà che è pessima”. Il rimando sciasciano sintetizza il libro “Gli spaesati. Cronache del nord terrone” di Enzo D’Antona (Zolfo editore, pagg.197, € 17,00).</p>



<p>La storia muove da Iudeca, un’ineffabile paese dell’entroterra siciliano. Un luogo letterario che, come Regalpetra, assomma ogni paese del Sud. Iudeca è una zattera che galleggia su un mare di gesso e zolfo. È il primo romanzo di un giornalista di lungo corso, Enzo D’Antona. Siciliano di Riesi in provincia di Caltanissetta. </p>



<p>Ex responsabile della pagina economica del quotidiano “L’Ora” di Palermo. Per dieci anni ha lavorato al settimanale “Il Mondo”, occupandosi di intrecci tra gli affari, la politica e la criminalità organizzata. Ha diretto la redazione palermitana del quotidiano “la Repubblica”, poi caporedattore dell’ufficio centrale a Roma. Ha diretto “la Città” di Salerno e “Il Piccolo” di Trieste.</p>



<p>Un romanzo insolito, eccentrico. La storia di un olocausto, come sottolinea l’autore. Pagine che hanno la serietà di un trattato sociologico e la leggerezza della scrittura di Umberto Domina. Il protagonista è Ghezio. In verità Enzo, ma nella prosa linguistica di Iudica, si anticipa sempre un singolare “gh”. È la storia del rapporto irrealizzato tra Meridione e Settentrione. Narra di spaesati, smarriti, sradicati. In francese il concetto ha un suono più elegante: dèpaysement, dèracinè. Questa è la storia di quando gli extracomunitari eravamo noi, i terroni. Terroni non era per niente una cosa spassosa, era la parte estetica del mai sopito razzismo italico.</p>



<p>La prima scena è ambientata in un bar di Grugliasco, periferia ovest di Torino. Luogo di alta concentrazione di emigrati provenienti da Iudeca. I protagonisti sono giovani meridionali. Nutrono una speranza, più che altro un’illusione, quella di rimanere solo qualche anno e infine, ottenere il trasferimento e fare ritorno a casa. Partono in tanti, uno ogni dieci minuti, sei ogni ora, due sono laureati. Sbarcano in gelide stazioni del Nord. </p>



<p>Appena arrivati, si tramutano subito in “Ultimi Arrivati”. Fino a qualche giorno prima, al grido di: “Avanti Savoia”, giocavano a lanciarsi issotte e cuticchi, sassi di fiume levigati. Cuticchio come i famosi pupari. I pupi de la Chanson de Roland che per uno dei protagonisti del libro, rappresentavano il riscatto. Ma la sua laurea in Lettere gli servirà solo per ottenere una supplenza. Insegnerà in un istituto tecnico della periferia milanese. </p>



<p>D’Antona tratteggia con maestria personaggi incantevoli. Tra tutti, Mavalà, la ‘ngiuria, il soprannome di un operaio Fiat, reparto stampaggio a Mirafiori, aspirante geometra, il padre cantoniere all’Anas. Il soprannome lo guadagna a Parigi. Meta agognata quando era un nascente figlio dei fiori. Un solo obbiettivo, scopare e tornare vincitore al paesello per poi raccontarlo a tutti. </p>



<p>Ma, come in ogni grande storia, incombe il destino. Ha il volto di una ragazza israeliana conosciuta all’ostello. Quando lei gli chiede: “Je voudrais faire l’amour avec toi”, l’intrepido eroe brancatiano, riesce solo a profferire un maldestro: “Ma va là”. E, come terribile tormento, sarà per tutti e per sempre, il meraviglioso Mavalà. C’è anche “Commosso”, quello che declina, per ore, le poesie di Prevert all’interno di una cabina telefonica: “Questo amore. Così tenero. Così disperato”. </p>



<p>Borino invece, parte per Sampierdarena, troverà casa in via generale Cantone. Come si ostinerà a far scrivere nell’indirizzo delle cartoline. Generale Cantone che sarà oggetto di lunghe dispute con Milziade, novello cancelliere del tribunale di Genova. L’eroe contrappuntosarà il generale Cascino, rimando alla fidanzata di Piazza Armerina che tenta disperatamente di abbandonare al suo destino. Fulippu invece, sarà il primo meridionale a diventare più leghista dei leghisti.</p>



<p>Nel libro il Sud non è un punto cardinale, ma una sorta di aggettivo peggiorativo. Intere guarnigioni di meridionali si imbarcano sul treno del Sole, ferraglia che non aveva nulla di solare. Convogli impregnati di puzza di emigrazione, afrori dolciastri di tumazzi, fetori di sudore, olezzi di creolina. Nel 1968, si conta il record delle partenze, settantacinquemila, gli abitanti di una intera cittadina di provincia. </p>



<p>Tra il 1961 e il 1971, saranno settecentomila a lasciare i loro paesi. Duecentomila nella sola Germania. Nell’edilizia, tra gli anni Cinquanta e i Settanta, il novanta per cento della manovalanza del triangolo industriale proveniva dal Sud. Erano quelli che costruivano i capannoni industriali e i palazzoni informi della pianura padana. Era l’età dei concorsi. L’Homo migrans, era sparso dalla liquidità sociale dove capitava. La profezia degli operai massa che si trasformavano in operai sociali. Cancellieri, insegnanti, infermieri, bidelli, impiegati. Come aveva profetizzato in fumose assemblee padovane un “cattivo maestro”, inascoltato. </p>



<p>Affittavano abitazioni scalcinate. Freddi sottoscala. Case di ringhiera con i cessi fuori. Le cene con i bastoncini Findus. Scoprivano la necessità di “gettarsi ammalati”, come disobbedienza civile. Una sorta di perequazione da deportazione. Disobbedienza civile, come quella prospettata dall’ideologo della Lega, il pelato professore Miglio, il pensatore che invitava a non pagare le tasse a Roma ladrona. Ma queste migliaia di emigranti, saranno sempre spaesati. Perché non sono partiti per vedere il mondo. Sono partiti perché avevano bisogno di un lavoro. In tutti quegli anni non si sono mai sentiti a casa loro. E non lo saranno mai. Non hanno dove andare e non sanno dove ritornare.</p>



<p>Il registro narrativo si alterna, passando dalla lucida elencazione statistica al parossismo narrativo surreale degno del buon Brancati. Ed ecco il Vov confortante post coito, dopo il sesso mercenario. Il rito dei fratelli di sangue nell’infantile gioco iniziatico. L’apartheid degli studenti meridionali bocciati al ginnasio dalla protervia di orribili insegnanti piemontesi. La rabbia di classe che si consumerà in un bovindo torinese al grido di: “Finestra, finestra”, una scena raccontata magistralmente, come in un film di Lina Wertmüller.</p>



<p>Il cinema è un&#8217;altra costante del romanzo. Quasi una colonna visiva. Con abilità, l’autore lo utilizza per incastonare il rosario maledetto italiano. L’omicidio di Piersanti Mattarella. I picchetti davanti i cancelli della Fiat. Il caporeparto Vincenzo Bonsignore che muore d’infarto, tentando di forzare il blocco, l’origine della “marcia dei quarantamila”. L’omicidio di Guido Rossa. Forlani che rende pubblica la lista della P2 del gran maestro Licio Gelli. L’arrivo della Mafia al nord con il clan dei Cursoti. L’omicidio di Pio La Torre. Lo sbarco della ‘Ndrangheta in Lombardia. La nascita della Lega Nord. Le scritte sui muri contro i terroni. L’arresto del socialista Mario Chiesa e Tangentopoli. La Milano da bere di Ligresti, Sindona e Berlusconi.</p>



<p>“Questo libro non è pessimista. È la realtà che è pessima”. Infatti, ancora oggi, dal 2000 al 2020, oltre due milioni e settecentomila meridionali sono andati via dal Sud. La Sicilia vanta il 41,8 % di disoccupati. Ogni giorno, continuano ad andar via 367 persone, il 33 % possiede una laurea.Il paradigma disperante è chiaro. La prima ondata migratoria girava al Sud ingenti rimesse economiche, inseguendo il sogno del ritorno. La seconda, è riuscita a sopravvivere ai margini di sconsolanti periferie metropolitane. La terza, quella che stiamo vivendo, resiste solo grazie alle rimesse dei loro genitori, economie che risalgono dal Sud al Nord. Devono svendere un appartamento di Iudeca per comprare al figlio un monolocale a Desio.</p>



<p>Un paese ci voleva per Mavalà, Commosso, Milziade, Fulippu. Non fosse che per il gusto di andarsene via.</p>
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		<title>Si è sempre i meridionali di qualcuno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lo spigolatore di Capri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2020 14:25:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
		<category><![CDATA[Eccellenze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Trovo davvero paradossale che mentre l’Italia è nella tempesta di un’emergenza sanitaria, con il rischio concreto di una seconda ondata a gennaio, non siano pochi i professionisti dell’informazione che si lasciano andare a esternazioni a sfondo razzista contro i meridionali. Non mi metto a discutere con questi signori, anche perché qualcuno di loro doveva essere poco sobrio (gli capita spesso) nel momento in cui ha fatto certe affermazioni. Quello che&#8230;</p>
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<p>Trovo davvero paradossale che mentre l’Italia è nella tempesta di un’emergenza sanitaria, con il rischio concreto di una seconda ondata a gennaio, non siano pochi i professionisti dell’informazione che si lasciano andare a esternazioni a sfondo razzista contro i meridionali. Non mi metto a discutere con questi signori, anche perché qualcuno di loro doveva essere poco sobrio (gli capita spesso) nel momento in cui ha fatto certe affermazioni.</p>



<p>Quello che mi preme sottolineare è che quando si usa ancora l’immagine della pizza e del mandolino per descrivere la gente del Sud, vuol dire che si è rimasti indietro nel tempo e fuori dalla realtà. Una grave lacuna per chi quella stessa realtà dovrebbe raccontarla, e possibilmente senza pregiudizi. A Napoli non ci sono “anche delle eccellenze”, come ha sostenuto il direttore di un telegiornale in caduta libera di share, ma ci sono tante eccellenze. Non c’è settore dell’imprenditoria, della scienza o delle arti che non debba moltissimo al talento meridionale. Ritenersi superiori o anche solo più laboriosi, con l’attenuante di un probabile stato di ebbrezza, francamente imporrebbe un immediato trattamento sanitario.</p>



<p>A proposito, a tanti di…vini personaggi che animano le nostre giornate attraverso il digitale terrestre o il satellite, voglio ricordare che al Sud esistono anche tante eccellenze vinicole. Dalla Falanghina al Taurasi, che, come scrive oggi un quotidiano rigorosamente del Nord, farebbe bene anche per arginare il Coronavirus. Stento a crederlo, ma non per pregiudizio . . .</p>
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