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	<title>Partite Iva Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Partite Iva Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Sull&#8217;equità fiscale orizzontale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 10:23:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Proviamo a ragionare di equità fiscale “orizzontale”, a domandarci cioè se uguali livelli di reddito vadano tassati alla stessa aliquota, oppure vadano fatte distinzioni in base alla fonte di produzione del reddito stesso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/01/bucalo-considerazioni-su-equita-fiscale-orizzontale/">Sull&#8217;equità fiscale orizzontale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Normalmente, quando si parla di equità fiscale, si ragiona di equità fiscale “verticale”, in base alla quale persone con capacità contributiva minore concorrono in misura minore alla spesa pubblica e viceversa. Esistono diverse scuole di pensiero, ma tutte concordano con il principio della progressività dell’aliquota fiscale media al crescere dei livelli del reddito, allo scopo di ridurre il divario economico esistente tra le varie classi sociali ed effettuare una redistribuzione del reddito a favore delle classi meno abbienti.</p>



<p>I limiti all’interno dei quali le scelte di politica tributaria si collocano sono i seguenti: limite minimo: redditi di sussistenza, fino al quale il livello di tassazione non può che essere pari a zero; limite massimo: un’aliquota percentuale, sui redditi maggiori, che non sia così elevata da rappresentare un deterrente alla produzione di ricchezza, come spiegato dalla Curva di Laffer (1).</p>



<p>Proviamo invece ora a ragionare di equità fiscale “orizzontale”, a domandarci cioè se uguali livelli di reddito vadano tassati alla stessa aliquota, oppure vadano fatte distinzioni in base alla fonte di produzione del reddito stesso.</p>



<p>In finanza, uno dei principi fondamentali e più comunemente conosciuti è quello del rapporto rischio-rendimento: quanto più il mio investimento sarà rischioso, tanto maggiore dovrà essere il mio ritorno atteso dall’investimento stesso. Ad esempio, se da un investimento sul mercato azionario (più rischioso) non mi aspettassi un rendimento maggiore rispetto ad un investimento sul mercato obbligazionario (meno rischioso), io investitore razionale sceglierei sempre l’investimento meno rischioso.</p>



<p>Può lo stesso principio rischio-rendimento essere applicato al mercato del lavoro? Attualmente, se un lavoratore dipendente fa un lavoro più rischioso di un altro lavoratore, questo maggior rischio viene tenuto in conto, e viene remunerato dal datore di lavoro con un premio, solitamente un’indennità per lavoro rischioso o usurante, ed in ogni caso con un salario complessivo più elevato, quindi in linea con il principio “rischio maggiore compensato con un rendimento maggiore”.</p>



<p>Analizziamo invece il caso di due lavoratori che alla fine dell’anno portano a casa la stessa retribuzione lorda complessiva. E’ giusto che entrambi paghino la stessa aliquota media, indipendentemente dal tipo di lavoro effettuato?</p>



<p>Oggi, in Italia, è esattamente così. Che io sia un dipendente pubblico con contratto “blindato”, un dirigente nel settore privato (quindi facilmente licenziabile) o un imprenditore, a parità di reddito lordo mi sarà applicata la stessa aliquota fiscale. Ma è ciò giusto ed equo?</p>



<p>Se riprendiamo il principio rischio-rendimento, dovremmo dare un beneficio maggiore a coloro che hanno portato a casa tale reddito con un’attività più rischiosa, quella dell’imprenditore, dove c’è addirittura il rischio di lavorare tutto l’anno, pagare dipendenti, fornitori e tasse, per poi trovarsi senza utili per poter remunerare il proprio lavoro.</p>



<p>Quindi sarebbe equo – secondo questo principio &#8211; che un imprenditore che guadagna 100 beneficiasse di un’aliquota inferiore al dipendente pubblico che guadagna 100. La logica è chiara: anche in una crisi indipendente dal mercato come quella recente dovuta al Covid, il dipendente pubblico porta a casa per intero la propria retribuzione, mentre l’imprenditore è molto probabile che porti a casa un reddito molto inferiore, se non addirittura reddito negativo, ossia perdite, con necessità di ricapitalizzare la propria società.</p>



<p>Vediamo ora il punto di vista dello Stato. Ha lo Stato interesse ad incentivare l’attività imprenditoriale dei propri cittadini rispetto all’attività di lavoratore dipendente? Se in un Paese non vi fosse alcuna impresa, lo Stato non potrebbe esistere. Non vi sarebbe alcuna risorsa economica per pagare i dipendenti del settore pubblico, né vi sarebbe alcun gettito fiscale. E quindi l’intero settore pubblico – che esiste per fornire servizi ai cittadini che lavorano – non potrebbe esistere e mantenersi, visto che viene finanziato per la quasi totalità dalle imposte versate. Quindi la presenza delle imprese è di vitale importanza per ogni paese.</p>



<p>È possibile, con gli elevati tassi di disoccupazione presenti tra i giovani, continuare a considerare come due compartimenti stagni i lavoratori dipendenti e gli imprenditori/lavoratori autonomi/partite IVA?</p>



<p>Non avrebbe lo Stato tutto l’interesse ad incoraggiare i più intraprendenti tra i lavoratori dipendenti e tra disoccupati a rinunciare rispettivamente ad uno stipendio certo ed al reddito di cittadinanza per far partire una nuova attività economica? Ogni nuova attività economica contribuisce alla creazione di ricchezza, ed aumentando il livello di concorrenza sul mercato aiuta anche a tenere basso il livello dei prezzi per i consumatori.</p>



<p>E quale incentivo migliore a tale imprenditorialità che dire loro: “Sappi che se decidessi di intraprendere, e fossi così bravo da riuscire a generare per te un reddito uguale a quello che avevi già assicurato come dipendente, avrai diritto ad una tassazione complessiva molto inferiore, come premio per la tua imprenditorialità!”</p>



<p>Fino a questo momento, invece, nessuno ha mai messo in dubbio il principio dell’equità fiscale “orizzontale”, non considerando adeguatamente la diversa rischiosità e livelli di maggiore/minore incertezza con cui stessi livelli del reddito sono raggiunti.</p>



<p>Senza questi o altri incentivi, a nostro avviso, è probabile che una gran parte dell’Italia continuerà a vivere per altri 30 anni con il “solito” sogno del “posto fisso”. E di questo il Paese certamente non beneficerà.</p>



<p>(1) Arthur Laffer, economista dell&#8217;University of Southern California, teorizzò l’esistenza di un livello del prelievo fiscale oltre il quale l&#8217;attività economica non è più conveniente e pertanto il gettito fiscale si riduce, anche a causa dell’aumento dell’elusione e dell’evasione fiscale.</p>
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		<title>Enrico Zanetti: sull’imposta sulle successioni un dibattito intriso di ideologia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2021 18:42:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa pensa della proposta di Enrico Letta sulle successioni?L’Italia è quello strano Paese in cui milioni di persone convivono con serena rassegnazione con una tassazione sui redditi espropriativa che scatta già al 38% (40-41% con le addizionali) per ogni euro di reddito superiore a 28.000 euro, ma ci si indigna, come fosse un affronto personale, di fronte all’ipotesi di aumentare la tassazione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro.&#8230;</p>
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<p><strong>Cosa pensa della proposta di Enrico Letta sulle successioni?</strong><br>L’Italia è quello strano Paese in cui milioni di persone convivono con serena rassegnazione con una tassazione sui redditi espropriativa che scatta già al 38% (40-41% con le addizionali) per ogni euro di reddito superiore a 28.000 euro, ma ci si indigna, come fosse un affronto personale, di fronte all’ipotesi di aumentare la tassazione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro.</p>



<p><strong>Quindi è d’accordo?</strong><br>La proposta di aggiungere tassazione patrimoniale al quadro esistente per finanziare altri interventi di spesa, è totalmente irricevibile, ma qualunque ridisegno del sistema fiscale che prevedesse un riequilibrio tra la tassazione dei redditi di lavoro dipendente e autonomo delle persone fisiche (alla quale dobbiamo aggiungere anche l’onerosissimo prelievo contributivo) e la tassazione di altri presupposti imponibili, ivi compresi i patrimoni, meriterebbe ben altra accoglienza.</p>



<p><strong>Ci spieghi meglio</strong><br>E’ risibile pensare di incidere in modo concreto sugli equilibri dei circa 750 miliardi di euro di entrate tributarie prelevate ai cittadini (scese del 6,9%, a 700 miliardi, nell’anno “covid” 2020), soltanto con modifiche, ad alto impatto ideologico, ma a basso impatto di gettito, su una imposta sulle successioni e donazioni che cuba gettito per circa 800 milioni (sceso del 50,4%, a meno di 400 milioni, nell’anno “covid” 2020: un bel mistero, tra l’altro) e che, anche ove fosse quadruplicata, continuerebbe a pesare meno del 4% delle entrate tributarie totali.</p>



<p><strong>Cosa bisognerebbe fare?</strong><br>Tutt’altra cosa sarebbe se il ridisegno dell’imposta sulle successioni e donazioni (che in Italia, oltre a prevedere sacrosante esenzioni integrali con riguardo ai patrimoni aziendali, volte a favorirne il passaggio generazionale, è oggettivamente molto contenuta anche sugli altri patrimoni) si inserisse in un più ampio contesto di ridisegno del prelievo, per spostarne il baricentro dal momento della produzione del reddito, al momento del suo impiego in consumo e del suo accumulo in patrimonio, per la parte che eccede una soglia di fisiologico risparmio.</p>



<p><strong>Oggi come funziona?</strong><br>L’attuale sistema penalizza in modo spaventoso chi non ha già accumulato un patrimonio e tutela in modo indiscriminato chi invece ne ha già uno: non è un sistema che guarda alla crescita, al merito, all’impegno; è un sistema che guarda al passato e valorizza la buona vecchia regola del “chi c’è, c’è”.</p>



<p><strong>Che soluzione adottare allora?</strong><br>Soluzioni tecniche per cambiare schema di gioco ce ne sono, senza penalizzare, nel passaggio dal vecchio al nuovo, chi ha ingenti patrimoni che corrispondono però ad una storia reddituale da cui si evince che sono stati formati negli anni con la parte non spesa di redditi da lavoro che hanno subito quella stessa espropriativa pressione fiscale che, cambiando le regole del gioco, si va a cambiare per il futuro.</p>



<p><strong>Però?</strong><br>Serve però l’intelligenza della politica di valutarle, senza arroccarsi nella contrapposizione tra chi promette consistenti riduzioni miracolose delle imposte sui redditi di lavoro, senza contropartite almeno parziali su altri versanti; e chi sbandiera l’incremento della tassazione patrimoniale semplicemente per aggiungere altro prelievo al quadro esistente.</p>



<p><strong>E il ceto medio?</strong><br>Serve infatti la consapevolezza del ceto medio di under 60, con redditi di lavoro sopra la media, ma patrimoni tutt’altro che plurimilionari, che chiunque alimenta questa contrapposizione, da entrambe le parti, contribuisce a tenerlo ostaggio di un sistema che, tutelando chi non ha nulla o chi ha già molto e bastonando chi lavora, pare fatto apposta per distruggerlo.</p>
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		<title>Chi è in confusione?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 10:00:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ex Capogruppo del PD in Senato, Marcucci, leader dell&#8217;anima &#8220;liberale&#8221; del PD, (ex?) renziano di ferro, dice che i &#8220;5S sono in confusione&#8221; e che questo &#8220;rende difficile il dialogo con loro&#8221;. Ricapitolando: il M5S ha piazzato due assessori nella Giunta regionale del Lazio (Zingaretti), disinnescando così la candidatura dell&#8217;ex segretario del PD a Sindaco di Roma (non ci si può dividere sul Campidoglio e rimanere insieme a guidare la&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L&#8217;ex Capogruppo del PD in Senato, Marcucci, leader dell&#8217;anima &#8220;liberale&#8221; del PD, (ex?) renziano di ferro, dice che i &#8220;5S sono in confusione&#8221; e che questo &#8220;rende difficile il dialogo con loro&#8221;.</p>



<p>Ricapitolando: il M5S ha piazzato due assessori nella Giunta regionale del Lazio (Zingaretti), disinnescando così la candidatura dell&#8217;ex segretario del PD a Sindaco di Roma (non ci si può dividere sul Campidoglio e rimanere insieme a guidare la Regione); ha messo Conte leader e Casaleggio alle corde archiviando il regno della sua &#8220;piattaforma Rousseau&#8221;; ha mantenuto tutti i ministri, compresi alcuni inguardabili, nel Governo Draghi; ha rispolverato e rilanciato la disastrosa Raggi che, stando ai sondaggi, va dritta al ballottaggio vanificando il corteggiamento di Letta (che, nonostante tutte queste amenità, continua a vedere solo &#8220;il patto strategico con il M5S e con Conte&#8221;). E questi sarebbero in confusione? Pensate cosa farebbero se fossero lucidi!</p>



<p>Ma quando la smettono dalle parti del Nazareno di considerare gli altri sempre o dei deficienti o degli incapaci o dei soggetti pericolosi? Che piaccia o no il M5S ha messo il PD alle corde nelle ultime settimane e, adesso, Letta sposta tutto &#8220;ai ballottaggi&#8221; e invece di puntare a Roma su Calenda, facendo capire ai grillini che un&#8217;alternativa al populismo sinistrorso c&#8217;è, lancia Gualtieri, chiudendosi nel fortino delle antiche certezze dei vari Bettini, Morassut, D&#8217;Alema.</p>



<p>Spero proprio che Calenda non si ritiri e che finisca questo perenne ricatto secondo cui, così facendo, &#8220;si fa un regalo alla destra&#8221; (quanti regali alla destra &#8211; storicamente &#8211; hanno fatto i tragici errori della sinistra?).</p>



<p>Se solo il PD riscoprisse un minimo dello &#8220;spirito&#8221; che ne ha determinato la nascita capirebbe che la via per battere la destra nazionalista e sovranista non è quella di assecondare il populismo o la sinistra d&#8217;antan fondandola sull&#8217;assistenzialismo e sullo statalismo (nel giro di un paio d&#8217;anni il nodo del debito pubblico tornerà a gravare sul Paese), ma basandola su un patto tra i produttori che liberi le energie delle imprese, del lavoro autonomo, delle professioni, represse da un sistema soffocante. </p>



<p>Ma quando capiranno i &#8220;capi&#8221; del PD che il lavoro non lo crea la politica, che bisogna combattere la povertà e non la ricchezza, che la &#8220;giustizia giusta&#8221; non tollera né giustizialismi né violazioni del rispetto del principio di presunzione d&#8217;innocenza, che la svolta green dell&#8217;economia è incompatibile con le battaglie del M5S e di parte del PD stesso e della sinistra contro eolico, solare termico, gasdotti, ecc., che la rivoluzione digitale esige la diffusione del 5G, che la scuola è fatta per gli alunni/studenti e non per gli insegnanti, che il merito è la condizione perché la PA produca servizi di qualità? </p>



<p>Queste battaglie non si possono fare con il M5S che è tutto un trionfo di &#8220;decrescita (in)felice&#8221;, appiattimento, assistenzialismo, immobilismo. Certo, senza il M5S e una sinistra costretta nei suoi vecchi recinti mentali, che non sa vedere chi sono i veri impoveriti dalla crisi finanziaria prima e dal Covid dopo, si può anche perdere la competizione contro questa destra. Ma non è proprio la storia del PCI che ci dimostra che anche dall&#8217;opposizione si può concorrere al Governo del Paese? </p>



<p>Prima, però, di dare per scontato che un&#8217;aggregazione diversa da quella con M5S e sinistra sia perdente per definizione, guardiamoci intorno. Sarebbe stata possibile l&#8217;esplosione dei Verdi in Germania se l&#8217;SPD si fosse alleata a sinistra con la LINKE invece che accettare la &#8220;grossa coalizione&#8221; con la CDU? </p>



<p>E Macron in Francia non è forse la risposta alla scomparsa del Partito Socialista e della profonda crisi della destra gollista? E credete che sia davvero possibile liquidare solo come pericoloso il successo a Madrid della popolare Ayuso senza riflettere sull&#8217; altrettanto inaccettabile, perché evanescente e populista, parabola di Podemos che adesso mette in difficoltà un PSOE che, pure, è molto più riformista del PD (si guardi solo a come ha gestito la finanza pubblica in questi anni)?</p>



<p>L&#8217;Italia ha bisogno di una proposta innovatrice e riformatrice. Di scomporre destra e sinistra e di una coalizione fondata su un diverso blocco sociale che veda al centro il ceto medio impoverito, riconverta i disoccupati con politiche attive del lavoro efficaci e non con meri sussidi (si riparta da Biagi ed Ichino), incoraggi gli investimenti privati produttivi. Occorre avere il cuore a sinistra e il volante (cioè il cervello) al centro. Solo così sconfiggeremo la destra, riformeremo l&#8217;Italia e davvero potremo dire di aver saputo coniugare le due eterne parole del progresso: Libertà e Giustizia sociale.</p>
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		<title>Luigi Sbarra: primo maggio, un &#8220;patto sociale&#8221; per unire il nostro Paese</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 21:20:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Luigi Sbarra, segretario generale Cisl L’Italia si cura con il lavoro: questo è il messaggio che lanceremo oggi in questo Primo maggio di speranza, che vivremo con uno spirito positivo di fiducia nel futuro, per tornare tutti, con la necessaria cautela e gradualmente, ad una vita normale ed in sicurezza. Solo la centralità del lavoro, la sua qualità e stabilità può risollevare il Paese, ed in particolare le regioni&#8230;</p>
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<p>di Luigi Sbarra, segretario generale Cisl</p>



<p>L’Italia si cura con il lavoro: questo è il messaggio che lanceremo oggi in questo Primo maggio di speranza, che vivremo con uno spirito positivo di fiducia nel futuro, per tornare tutti, con la necessaria cautela e gradualmente, ad una vita normale ed in sicurezza. Solo la centralità del lavoro, la sua qualità e stabilità può risollevare il Paese, ed in particolare le regioni deboli del nostro Mezzogiorno. </p>



<p>Dobbiamo operare, insieme, per una crescita equa, che riduca le disuguaglianze e per determinare opportunità per tutti. Per questo oggi saremo in tre luoghi simbolo, a portare la nostra solidarietà in particolare ai lavoratori della sanità ed a tutti coloro che hanno assicurato servizi e beni essenziali ai cittadini in questa lunga fase difficile della vita del Paese. Non ci stancheremo mai di ringraziare queste persone generose che meriterebbero molto di più dalle istituzioni e dalla società. Questa è l&#8217;immagine responsabile e positiva del Paese.</p>



<p>Dobbiamo tutti far tesoro del loro esempio, della loro grande umanità, del loro senso del dovere e responsabilità. È chiaro che la battaglia contro il coronavirus non è ancora finita. E non basta solo la più ampia e capillare diffusione del vaccino, che organizzeremo anche noi presto nelle aziende, per uscire dalla grave crisi. </p>



<p>Occorre anche il ‘vaccino’ del lavoro, della crescita, degli investimenti, della giustizia sociale. Questa è la cura di cui il Paese ha bisogno oggi più che mai. Lo diciamo al Premier Draghi: questo è il momento giusto per un grande “patto sociale”, per una collaborazione virtuosa tra il Governo e le parti sociali, in modo da attuare i contenuti importanti del Recovery Plan ed affrontare insieme la stagione delle grandi Riforme di Sistema (Fisco, Pa, Lavoro, Semplificazioni, Giustizia, Concorrenza) attese da lungo tempo. Dobbiamo aprire da subito un confronto con il Ministero del Lavoro sul tema delle pensioni per definire le necessarie flessibilità in uscita dal mercato del lavoro .</p>



<p>Viviamo una fase di maggiore integrazione europea grazie alla solidarietà tra gli Stati Nazionali. Nessuno può farcela da solo. Bisogna uscirne tutti insieme con una risposta collettiva per ripensare il lavoro, unificare finalmente Nord e Sud, realizzare quelle infrastrutture necessarie, costruire una società più inclusiva e senza barriere, a partire dal regolarizzare il lavoro degli invisibili, dei lavoratori della gig economy, delle finte partite Iva.</p>



<p>C’è ancora tanto sfruttamento, tanta disperazione e solitudine che solo il sindacato confederale può affrontare con la solidarietà e la giusta sintesi. Per recuperare il milione di posti di lavoro persi nell’ultimo anno avremo bisogno di più partecipazione alle decisioni, di più coinvolgimento nelle scelte. Vale per il Governo nazionale, ma vale anche per le istituzioni regionali, per le aziende, per la Pubblica Amministrazione. </p>



<p>Siamo d’accordo con Draghi quando sostiene che non servono visioni di parte perché in gioco c’è il futuro dell’Italia. Ma proprio per questo occorre una governance partecipata, la massima condivisione sulle procedure di monitoraggio, sulle ricadute occupazionale dei progetti del Recovery Plan, per evitare che il tutto non si trasformi in una altra occasione perduta o peggio in un libro dei sogni.</p>



<p>Le riforme avranno un impatto diretto sul lavoro, sulla sua organizzazione ed anche sulla contrattazione. Ecco perché bisogna aprire un confronto vero con le parti sociali, non basta la consultazione. Tutti gli interventi anche di sostegno alle imprese devono prevedere alcune specifiche condizioni: la garanzia di più assunzioni soprattutto di donne e giovani, il riequilibrio delle diseguaglianze sociali a partire dal Mezzogiorno, l’applicazione dei contratti, il rispetto della trasparenza e legalità negli appalti, la sicurezza per i lavoratori.</p>



<p>Questo è il “patto” che bisogna concretizzare dove il sindacato può garantire le giuste flessibilità, come è avvenuto in altre stagioni importanti. Anche noi vogliamo un Paese che sappia ridisegnare l’economia sulla sostenibilità ambientale, su una nuova politica industriale green, sulle infrastrutture, sul riassetto del territorio, sull’innovazione, sulla scuola, sulla formazione, sulla ricerca. Ci batteremo perché si ricominci ad investire sulla qualità dei servizi sociali per gli anziani, per le famiglie, per le donne, per i giovani. La nostra sanità pubblica è stata falcidiata dai tagli negli ultimi venti anni da una politica fredda e miope.</p>



<p>Ne abbiamo pagato le conseguenze tragiche in questi mesi. I medici e gli infermieri giustamente non vogliono essere considerati eroi. Ma è tutto il mondo del lavoro a pretendere ora risposte concrete, urgenti, dalla politica e dalle Istituzioni, con la giusta considerazione e rispetto. Questo è il modo migliore per rispondere agli appelli alla coesione sociale ed alla concretezza del nostro Presidente, Sergio Mattarella per una rinascita morale del paese, mettendo al centro il lavoro, la sua sicurezza, il Mezzogiorno, la centralità della persona, la partecipazione, valori che ritroviamo nella nostra Costituzione e su cui si fonda la Repubblica italiana.</p>
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		<title>Ora serve la politica, quella che ieri era assente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 20:04:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Continuo a pensare, a maggior ragione oggi, che il Conte bis debba essere superato per trovare un governo all’altezza della situazione drammatica che stiamo vivendo. Dobbiamo costruire un patto politico più ambizioso partendo dalla maggioranza che l’ha fatto nascere e provando ad allargarla con un programma di legislatura. Per farlo, non serve la caccia ai transfughi ma quella alle idee. Non servono i tifosi ma i politici. Serve la politica,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Continuo a pensare, a maggior ragione oggi, che il Conte bis debba essere superato per trovare un governo all’altezza della situazione drammatica che stiamo vivendo. Dobbiamo costruire un patto politico più ambizioso partendo dalla maggioranza che l’ha fatto nascere e provando ad allargarla con un programma di legislatura. Per farlo, non serve la caccia ai transfughi ma quella alle idee. Non servono i tifosi ma i politici. Serve la politica, che ieri è stata evidentemente assente.</p>



<p>I miei ragionamenti hanno bisogno di tre passaggi: </p>



<p><strong>(1) I limiti dell’azione di governo e il discorso di Conte</strong><br>Che il governo — al di là di due punti di forza come il ritrovato ancoraggio all’Europa e la difficile gestione di una pandemia che ha colto tutti di sorpresa — mostrasse ormai evidenti limiti di visione e di azione non era un segreto. Anche Zingaretti chiedeva da tempo una svolta e un rilancio programmatico. Il problema è che il Pd non ha mai sostanziato con forza su quali proposte dovrebbe basarsi questa svolta. E che il discorso di Conte alla Camera e poi al Senato di tutto si è fatto carico tranne che della consapevolezza di dover voltare pagina. C’è stato solo un lungo elenco di cose fatte e qualche titolo generico sul futuro. Niente visione, niente proposte. In una parola: niente politica. E questo è stato un limite di Conte, ma anche di chi gli ha fatto credere, accodandosi all’hashtag #AvantiConConte, che il problema fosse solo quello di fare le barricate intorno al suo nome e non di cambiare passo sui contenuti. Le uniche richieste chiaramente di fonte Pd che sono finite nel discorso di Conte sono state l’assicurazione che faremo una legge proporzionale e il riconoscimento di un piccolo taglio delle tasse sul lavoro che ha portato il bonus Renzi da 80 a 100 euro. Troppo poco, troppo tardi.</p>



<p>Mi sarei aspettato un’analisi su che cosa ha funzionato e che cosa no. Invece niente, nemmeno una contestualizzazione dei temi generali. Conte ha parlato dei 100 miliardi per l’emergenza, che per carità andavano dati, ma non una sillaba sui ritardi o sul perché si son dati pochi aiuti a giovani, disoccupati e partite iva. Non ha parlato delle scuole chiuse, dei ritardi nel reclutamento, di misure straordinarie per contrastare la povertà educativa. Non ha parlato di ammortizzatori sociali universali, di dare un reddito di formazione o di aggiustare quello di cittadinanza, come chiede fin dall’inizio non solo il Pd ma l’Alleanza contro la povertà. Non ha parlato di che cosa si debba fare dopo la fine dello stop ai licenziamenti e della cassa integrazione d’emergenza. Non ha parlato di un Recovery Plan che non fissa obiettivi seri e misurabili come chiede l’UE. Non ha parlato di come si concilia l’obiettivo della transizione ecologica con investire più della metà dei soldi disponibili sull’efficienza energetica residenziale, e non sul restante 83% delle emissioni. Non ha parlato di come costruire un fisco più giusto. Ha parlato solo per titoli del lavoro di donne e giovani, citando due piccole decontribuzioni insufficienti e con mille problemi attuativi, piuttosto che rilanciare proposte forti e chiare. C’è stata, insomma, scarsa consapevolezza su temi cruciali affinché il governo la smetta di vivacchiare.</p>



<p><strong>(2) Gli errori di Italia Viva e il discorso di Renzi</strong><br>Detto tutto questo, penso che innescare una crisi al buio sarebbe stato un errore. Italia Viva ha sbagliato tempi e modi. I tempi: non perché si debba cancellare il conflitto politico durante una pandemia. Anzi. Ma perché ci sono dossier aperti, come ristori e Recovery Plan, che potevano essere chiusi col contributo di tutti prima di aprire il confronto (e anche il conflitto) su un nuovo patto di legislatura. Il Recovery Plan è solo un documento, ancora da migliorare in Parlamento, ma poi la vera partita si giocherà dopo sulla sua attuazione e sulle riforme da affiancargli perché quei soldi non siano un’occasione persa. I modi: perché il quadro politico che abbiamo è noto e non si sciolgono i nodi con l’accetta, servono ago e filo. Con tutte le critiche che si possono muovere alla maggioranza di governo (di cui Italia Viva ha fatto parte fino all’altro ieri) non c’è un pericolo democratico alle porte. Che Conte non fosse un campione del progressismo europeista lo si sapeva dall’inizio, anche quando Renzi ha spinto perché fosse confermato. Quando la priorità era la lotta al voto e non la lotta al populismo andava tutto bene: confermare Conte, mettere nel programma il taglio grillino dei parlamentari e non metterci la revisione di quota 100 e del reddito di cittadinanza.</p>



<p>L’azione politica deve rispondere alle condizioni date, non a quelle che si vorrebbero. La debolezza dei progressisti è figlia della sconfitta alle elezioni del 2018 e adesso serve la talpa del riformismo, che scava e costruisce vie di uscita, non gli escamotage tattici o le prove muscolari. Detto anche questo, il discorso di Matteo Renzi è stato uno dei pochi che ha posto temi di merito, dalla scuola al Recovery Plan. Condividendo la centralità dei temi che ha posto e il suo richiamo alla centralità della politica, vorrei che tutti, a cominciare dal mio partito, raccogliessero la sfida rilanciando sulle proposte che servono (alcune delle quali invece non condivido, come le critiche “divaniste” al reddito di cittadinanza di Italia Viva). Per lo stesso motivo penso che i tempi e i modi sbagliati della crisi non facciano un buon servizio a quei temi. Così come a suo tempo ho pensato che non facesse loro un buon servizio una scissione che ha reso più deboli i progressisti.</p>



<p><strong>(3) I perché del mio voto e che cosa mi aspetto adesso</strong><br>Perché ho votato la fiducia quindi? Anzitutto per disciplina di partito e per rispetto della comunità politica a cui appartengo. E perché non mi sembrava il momento di una crisi al buio. Capisco che al di fuori di chi fa politica, il tema del “partito” sembri un po’ demodé, ma io nei partiti — aperti, plurali, non personali e contendibili — continuo a credere, anche se non mi fanno impazzire quelli che ci sono a partire dal mio. Senza partiti la democrazia è debole e i cittadini sono soli di fronte ai ricatti o ai capricci di chi li rappresenta. Uscire dal mio non è una scelta che farei alla leggera, tantomeno nel mezzo di uno scontro muscolare e di uno show mediatico che trasforma il Parlamento in un catalizzatore di gossip su come votano Tizio o Caio, piuttosto che nel luogo per un dibattito alto tra forze politiche mature nell’interesse del Paese.</p>



<p>Detto questo, i partiti, ancorché fondamentali, sono strumenti non obiettivi. Se non funzionano e la speranza di cambiarli si riduce al lumicino, ognuno fa le sue valutazioni, giuste o sbagliate che siano, motivandole con ragionamenti articolati e trasparenti. E così farò anch’io nei prossimi mesi e anni. Nell’immediato, sono nel Pd perché credo nella funzione nazionale del Partito democratico nato con Veltroni e lì faccio la mia battaglia di minoranza, perché mi sembra che il senso di quella funzione lo stiamo un po’ smarrendo.</p>



<p>Rispetto al governo, spero che maturi una maggiore consapevolezza per le sfide che ci attendono, a partire dalla crisi occupazionale dietro l’angolo. Dobbiamo costruire qualcosa di nuovo e per farlo servono politici, non tifosi. Serve un patto di legislatura con una maggioranza che abbia una visione chiara. Meno bonus e più riforme. Meno task force e più ministri in grado di governare le burocrazie. E occorre parlare con tutti, anche con Italia Viva che ha sì innescato la crisi ma, ricordiamolo, ha deciso di astenersi per far sì che ci sia ancora una maggioranza. Mi auguro che non prevalga l’illusione che si possa andare avanti come prima. C’è un fatto politico nuovo e la caccia ai transfughi non può essere la soluzione.</p>



<p>Insomma, mi aspetto che il Pd si assuma la responsabilità di una svolta e non si accontenti di una governabilità fine a sé stessa. Spero che qualche timidezza di troppo con i nostri alleati sia dettata solo dall’emergenza. E che non sia usata come scusa per fondare un movimento 6 stelle in cui la sesta stella sono le correnti del Pd, perché questo passaggio meriterebbe almeno un congresso. La partita per avere un governo all’altezza della situazione drammatica che stiamo vivendo non si è conclusa ieri. Casomai si è aperta. Al lavoro e alla lotta.</p>
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		<title>Enrico Zanetti: se vogliamo ridisegnare il fisco interveniamo su ceto medio e fattore famiglia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 07:43:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa cambierebbe applicando in Italia il sistema tedesco?I dipendenti con redditi fino a 20.000 euro pagherebbero abbastanza di più, mentre quelli tra 25.000 e 55.000 abbastanza di meno. Sui redditi medio-alti poche differenze. Chi dice che ci vuole più progressività e però parla di modello tedesco dovrebbe almeno degnarsi di studiare che, sotto alla mitica “aliquota progressiva continua” sta una curva meno progressiva di quella Italiana, dove c’è una progressività&#8230;</p>
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<p><strong>Cosa cambierebbe applicando in Italia il sistema tedesco?</strong><br>I dipendenti con redditi fino a 20.000 euro pagherebbero abbastanza di più, mentre quelli tra 25.000 e 55.000 abbastanza di meno. Sui redditi medio-alti poche differenze. Chi dice che ci vuole più progressività e però parla di modello tedesco dovrebbe almeno degnarsi di studiare che, sotto alla mitica “aliquota progressiva continua” sta una curva meno progressiva di quella Italiana, dove c’è una progressività espropriativa che, per far pagare praticamente nulla ai redditi bassi, tartassa brutalmente i redditi medi. A me la curva tedesca piace, ma proprio perché è meno progressiva tra redditi bassi e medi.</p>



<p><strong>Semplificherebbe il sistema?</strong><br>Non vedo francamente grande differenza tra un sistema ad aliquota continua per il cui calcolo ti serve un software e un sistema di scaglioni e detrazioni decrescenti che con un software traduci nell’aliquota corrispondente. A dirla tutta, con il nostro sistema è più facile fare i conti manualmente con l’ausilio di un foglio excel e si capisce in modo più trasparente la tassazione che colpisce eventuali redditi incrementali che si dovessero aggiungere a quelli che già ho.</p>



<p><strong>Basta questo per ridisegnare il fisco in Italia?</strong><br>La vera differenza tra Italia e Germania sta nel peso del “fattore famiglia”: da noi è basso per i redditi bassi, impercettibile per i redditi medi, scandalosamente inesistente per i redditi alti. In Germania, un lavoratore che guadagna 75mila euro lordi, se mantiene solo se stesso paga il 33,1%, se mantiene coniuge e 2 figli il 15,6%. In Italia, invece gli cambia uno zero virgola. Se vogliamo ridisegnare il fisco parliamo di queste cose: ceto medio e fattore famiglia. Non di pure alchimie formali tipo è meglio l’aliquota continua o gli scaglioni con detrazioni.</p>



<p><strong>Gualtieri parla di &#8220;debonusizzazione&#8221;. Ripulire l&#8217;irpef dai bonus è utile?</strong><br>È cosa buona e giusta. È da fine 2014, quando lo abbiamo reso strutturale, che iniziai a dire che il bonus 80 euro andava strutturalizzato nella detrazione per lavoro dipendente. Dopodiché resta il problema di un divario troppo ampio, sui redditi bassi, tra dipendenti e autonomi, solo in parte attenuato dalla flat tax per le partite IVA individuali.</p>



<p><strong>Sul pagamento delle tasse mensili per le partite IVA i commercialisti sono scettici. Temono sia solo un modo di fare cassa. È così?</strong><br>È oggettivo che nel 2021 consentirebbe all’Erario di incassare a partire da febbraio importi che in larga parte non vedrebbe altrimenti prima del giugno 2022, con il versamento del saldo 2021. Mi preoccupa però più l’aspetto a regime: se mi semplifichi di 100 volte i conteggi per determinare reddito e imposte, come ha proposto il direttore Ruffini, ci può anche stare che mi chiedi in cambio il sacrificio di fare quei conti 12 volte invece che una. Se però le semplificazioni a monte non ci fossero o fossero minime, moltiplicarmi per 12 il delirio, che oggi va fatto una sola volta, significherebbe che come partita IVA ti sto proprio assai antipatico.</p>
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		<title>Il Governo e le partite IVA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Zanetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2020 16:54:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’entusiasmo dilagante con cui Governo e forze politiche di maggioranza hanno accolto la proposta del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, sul ridisegno delle modalità di determinazione del reddito e di versamento delle imposte delle partite IVA, suscita una sana preoccupazione in chi conosce davvero ciò di cui si sta parlando. Il motivo è presto detto. La proposta del direttore dell’Agenzia delle Entrate parte da una idea, sicuramente interessante&#8230;</p>
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<p>L’entusiasmo dilagante con cui Governo e forze politiche di maggioranza hanno accolto la proposta del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, sul ridisegno delle modalità di determinazione del reddito e di versamento delle imposte delle partite IVA, suscita una sana preoccupazione in chi conosce davvero ciò di cui si sta parlando. Il motivo è presto detto.</p>



<p>La proposta del direttore dell’Agenzia delle Entrate parte da una idea, sicuramente interessante e apprezzabile, di “trasformazione” del reddito imponibile in un vero e proprio cash flow che contrappone incassi di ricavi e pagamenti di costi inerenti all’attività, per poi arrivare, solo a valle di questa “trasformazione” della base imponibile, a una liquidazione estremamente semplice, mensile o trimestrale, delle imposte sul reddito dovute su quel cash flow di periodo.</p>



<p>La reazione entusiastica di esponenti del governo e della maggioranza (tanto da far dire ad alcuni che il nuovo sistema partirà già a gennaio 2021) si è però concentrata direttamente sulla parte finale della proposta, cioè la periodicità di liquidazione e versamento delle imposte (con cui sostituire l’attuale sistema di saldo e primo acconto a giugno e secondo acconto a novembre), saltando a piè pari ogni approfondimento sulla prima parte.</p>



<p>Oggi come oggi, anche le partite IVA che determinano il proprio reddito per cassa (professionisti e microimprese) sono comunque tenute a compiere numerosi conteggi per passare dal “saldo netto di cassa” al “reddito imponibile” del periodo. Ci sono le spese di acquisto dei beni strumentali che vanno ricalcolate sulla base di meccanismi di ammortamento pluriennale del corrispondente costo, le plusvalenze, le minusvalenze, i numerosi limiti percentuali di deducibilità di talune spese. </p>



<p>Se tutto questo viene eliminato, trasformando effettivamente il reddito in un vero e proprio cash flow dell’attività, il costo per lo Stato nel breve periodo, in termini di minori entrate, è sicuramente non trascurabile, ma l’effetto di semplificazione per il contribuente è tale da renderlo non peggiorativo rispetto all’attuale sistema, anche se comporta l’effettuazione di un numero maggiore di versamenti.</p>



<p>Se però poco o nulla di tutto questo viene fatto, perché costa all’Erario e alla fine il vero obiettivo non è la semplificazione per i contribuenti delle regole di determinazione del reddito, ma la stabilizzazione per l’Erario del flusso mensile o trimestrale di entrate, ecco che la proposta, per cui la politica si sta entusiasmando, determinerebbe la necessità di operare tutti quei calcoli prodromici al versamento delle imposte non più una volta l’anno, bensì quattro volte o addirittura dodici volte. Da questo punto di vista, diventerebbe davvero la semplificazione “più pazza del mondo”.</p>



<p>Ecco perché fa paura l’evidente differenza tra l’apprezzamento cauto della proposta, da parte di chi la fiscalità delle piccole partite IVA la conosce sia a livello teorico che a livello pratico, e l’apprezzamento invece entusiasta di esponenti politici di governo e maggioranza che, pur ricoprendo attualmente ruoli in seno a ministeri e commissioni economiche, la fiscalità delle piccole partite IVA o non l’hanno mai conosciuta e praticata, o l’hanno evidentemente dimenticata.</p>
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