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	<title>Privacy Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Privacy Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>La guerra come non so spiegarla a mio nipote</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/30/roberti-la-guerra-come-non-so-spiegarla-a-mio-nipote/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Mar 2022 10:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Computer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vincenzo vive nella sua camera. Una naturale tendenza adolescenziale e personale a prendere le distanze, fisiche, dalla famiglia, supportata dal lockdown, dalla Dad, dai social, si è consolidata in questi ultimi mesi. Sporadicamente facciamo prudenti incursioni nella sua privacy. Preparo due mug con un earl grey e tento una sortita. La sua postazione alla scrivania davanti al grande schermo del computer è la solita, ma la schermata no. Scene della&#8230;</p>
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<p>Vincenzo vive nella sua camera. Una naturale tendenza adolescenziale e personale a prendere le distanze, fisiche, dalla famiglia, supportata dal lockdown, dalla Dad, dai social, si è consolidata in questi ultimi mesi. Sporadicamente facciamo prudenti incursioni nella sua privacy. Preparo due mug con un earl grey e tento una sortita.</p>



<p>La sua postazione alla scrivania davanti al grande schermo del computer è la solita, ma la schermata no. Scene della guerra si susseguono davanti ai suoi occhi e commenti nelle cuffie. Mi siedo sul suo letto e aspetto. Stacca gli occhi e le cuffie e mi vede. Mi vede? Tacciamo. Scene di devastazione continuano a scorrere interrotte da primi piani di inviati muti malgrado le labbra in movimento. Gli porgo la tazza che poggia sul ripiano.</p>



<p>Nonna.&nbsp;E&#8217; il suo modo di chiedere, è l&#8217;introduzione alle nostre conversazioni da quella prima volta che mostrandomi l&#8217;orsetto di peluche mi ha chiesto Nonnì, è buono? Non fa gnam di nessuno, no? No, è buono, mangia miele.&nbsp;E gli faccio il solletico con il pon pon della codina.</p>



<p>Lo schermo è occupato da un carrarmato, intorno gente che scappa.&nbsp;Nonna,&nbsp;Cerco parole e rassicurazioni, ma non ne trovo nemmeno una.&nbsp;Non avevo mai pensato che potesse esserci una guerra qui da noi. Una guerra così con i missili, i carri armati, le bombe, i soldati che uccidono, la gente che muore, che scappa. Se pensavo a una guerra la immaginavo da parte di alieni, con navicelle spaziali e armi che partono dalla mente. Una cosa insomma concepita solo da esseri non umani. Nonna, quei soldati sono poco più grandi di me.&nbsp;Guarda un po&#8217; la pila di libri sul tavolo, un po&#8217; lo schermo, un po&#8217; la lattina di coca. E poi guarda me. Aspetta che spieghi, metta le cose a posto, anche se scomodamente, che rassicuri.</p>



<p>Non so, Vincenzo, neanche io, che pure sono anziana, ho mai visto una guerra. Anche io pensavo che sono cose lontane dal nostro mondo occidentale, per le quali protestiamo, facciamo dimostrazioni, mandiamo soccorsi, scriviamo, leggiamo, discutiamo e ci battiamo con i mezzi che abbiamo per la libertà e i diritti di tutti. Neanche io immaginavo…Ti potrei dire, come faccio quando studiamo insieme letteratura, che “Sei ancora quello della pietra e della fionda…”</p>



<p>Ti potrei dire che sarà la pace comunque ad averla vinta, ti potrei dire che ognuno di noi deve fare la sua parte, quella che gli tocca, ti potrei dire che tutto il mondo ha paura, ma che la paura non deve averla vinta sul coraggio, ti potrei dire, giocando un po&#8217; d&#8217;azzardo, che noi non saremo toccati da questa sciagura ma che tanti come noi sono sommersi dalla sciagura…solo che il tempo degli orsetti è scaduto.</p>



<p>Potrei anche dirti che non posso fare a meno di sentirmi sollevata dal fatto che tu abiti a Catania, che hai 16 anni, che nemmeno al Luna Park prendi un fucile in mano, che il tuo solo, segreto corridoio umanitario è su Instagram con i tuoi amici. E sentendomi sollevata sprofondo in una voragine di colpa. La tazza è ancora lì, sulla scrivania. Intonsa.</p>



<p>Guardiamo muti le immagini che scorrono. Vincenzo non mi chiede più spiegazioni, ma si gira verso di me e mi circonda con le braccia. Io non avevo avuto il coraggio di farlo, e a ben pensarci è da un bel po&#8217; che non l&#8217;ho più. Nonnì.</p>



<p>Vincenzo prende la fisarmonica, ultimo amore nella lista degli strumenti amati, e si mette a suonare.<br>Non sapevo che Russians si potesse suonare alla fisarmonica.<br>Aggiungilo alla lista delle cose che non sai.<br>Saranno loro migliori di noi, questo lo so.</p>



<p><br>Patologia: stati intensi e acuti di smarrimento<br>Terapia: preparate pure un earl grey, ma non è certo che ricorderete di berlo. Lettura: Genesi, cap. 4, 1-16</p>
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		<title>Francesco Pizzetti: no alla geopartizzazione dei diritti fondamentali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2020 20:34:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco Pizzetti, ordinario di Diritto Costituzionale e presidente dell&#8217;Autorità Garante per la Privacy dal 2005 al 2012. Quali sono le ragioni che hanno spinto il Governo a tenere riservati i verbali del Comitato Tecnico Scientifico, pubblicati dalla Fondazione Luigi Einaudi?Alla lettura dei primi verbali pubblicati non appare immediatamente chiaro. Sono contenuti che ripetono cose che il Governo stesso aveva pubblicamente affermato in concomitanza con gli eventi a cui si riferiscono.&#8230;</p>
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<p><strong>Francesco Pizzetti, ordinario di Diritto Costituzionale e presidente dell&#8217;Autorità Garante per la Privacy dal 2005 al 2012. Quali sono le ragioni che hanno spinto il Governo a tenere riservati i verbali del Comitato Tecnico Scientifico, pubblicati dalla Fondazione Luigi Einaudi?</strong><br>Alla lettura dei primi verbali pubblicati non appare immediatamente chiaro. Sono contenuti che ripetono cose che il Governo stesso aveva pubblicamente affermato in concomitanza con gli eventi a cui si riferiscono.</p>



<p><strong>C’è molta polemica, anche tra gli esperti, per la decisione del Governo di limitare diritti costituzionali con provvedimenti amministrativi. Cosa ne pensa?</strong><br>Sono stato tra i primi a evidenziare un problema di fonti in un post pubblicato su Agenda Digitale alla fine del mese di marzo. Avevo sottolineato che la fonte utilizzata, il Dpcm, trovava il suo fondamento in una normativa di rango legislativo relativa alla Protezione civile. C’era quindi una base normativa che giustificava il ricorso a questi provvedimenti francamente un po’ particolari nell’uso che ne è stato fatto, tuttavia è evidente che la citata normativa mal si adattava alla situazione non perché non ci fosse una urgenza, imprevista nelle sue dimensioni, ma perché tutto faceva pensare che si trattasse di una emergenza di durata non breve e di una emergenza come fenomeno e non specifica come fatto.</p>



<p><strong>Ci faccia un esempio.</strong><br>La diga del Vajont che crolla, ad esempio, è un fatto che determina una emergenza, altra cosa è una pandemia, che determina una diffusione di stato emergenziale indefinibile sin dal principio. Poiché il contenuto di questi Dpcm incideva direttamente ed esplicitamente sull’esercizio dei diritti fondamentali, sulla libertà di circolazione, in parte anche sulla libertà di manifestazione del pensiero, ritengo che fosse ragionevole per non dire costituzionalmente necessario un intervento del Parlamento.</p>



<p><strong>Si tratta di un tema che dovrà essere affrontato al più presto dai costituzionalisti e dal Parlamento.</strong><br>Il problema c’è ed è sistemico, perché limitare dei diritti fondamentali senza toccare la forma di legge e neppure un atto normativo che richiede l’emanazione da parte del Presidente della Repubblica, non può che lasciare perplessi. Sarà bene tornare quanto prima sull’argomento.</p>



<p><strong>Per non parlare delle diverse ordinanze emanate dai presidenti delle regioni e dai sindaci.</strong><br>È un tema sul quale ho più volte espresso le mie perplessità. Considerato che in materia sanitaria sussiste anche la competenza delle regioni ed essendo l’emergenza che ha indotto il Governo a emanare questi Dpcm legata proprio alla situazione sanitaria, si è creata una concorrenza tra presidenti delle regioni e presidenza del Consiglio dei ministri sicuramente non utile sul piano pratico. Tra l’altro la legge sulla protezione civile, proprio per evitare questo, prevedeva che i Dpcm fossero sottoposti al confronto con i presidenti di regione laddove l’emergenza avesse un carattere regionalmente definito.</p>



<p><strong>Una concorrenza utile?</strong><br>Assolutamente no. La concorrenza tra Dpcm e ordinanze dei presidenti di regione ha portato a quella che mi sono permesso di definire geopartizzazione dei diritti fondamentali. Cosa che sicuramente è in contrasto col quadro costituzionale. Non possiamo accettare che un diritto fondamentale di un cittadino italiano cambi nella sua possibilità di tutela, di attuazione o di limitazione a seconda del territorio in cui si trova il cittadino nell’ambito del territorio nazionale. La cosa ha avuto dei riflessi anche importanti se consideriamo che in alcuni momenti sono stati bloccati gli sbarchi dei traghetti tra Reggio Calabria e Messina, avendo il presidente della regione Siciliana adottato un provvedimento che vietava tali sbarchi.</p>



<p><strong>Ricordiamo tutti la famosa notte dell’assalto ai treni da Milano per le regioni del Sud.</strong><br>Quello fu un problema di comunicazione. La sostanza giuridica è la geopartizzazione dei diritti. Non possiamo evitare di affrontare a fondo come e dove il punto di equilibrio tra provvedimenti di portata nazionale e provvedimenti di portata regionale, quando toccano i diritti fondamentali, si deve collocare. Noi abbiamo una norma costituzionale molto esplicita nel dire che la libertà di circolazione deve essere garantita e non può trovare nell’esistenza delle regioni una limitazione. Quando tutta questa vicenda sarà terminata bisognerà ritornare su questi temi. Da quello che so io, ma è una notizia non verificata, lo stesso ministro degli affari regionali ne è consapevole e ci sta pensando.</p>



<p><strong>Pare che la regione Lombardia abbia chiesto di poter utilizzare dati conservati dalle compagnie telefoniche. Quali problemi può creare il tracciamento digitale dei cittadini?</strong><br>Su questo tema ci sono illazioni basate su dichiarazioni forse anche non a fondo ragionate dell’assessore alla sanità della regione Lombardia, che disse anche che erano stati utilizzati meccanismi di localizzazione delle chiamate per individuare i posti dove potevano risiedere o essere passate persone poi risultate malate di coronavirus. Certo è che l’accesso ai tracciamenti delle telefonate, conservate normalmente dalle compagnie telefoniche per un certo periodo di tempo in modo del tutto legittimo, in Italia può essere acquisito solo dall’autorità giudiziaria. Certamente non sarebbe facile comprendere su quale fondamento giuridico, ancorché legato all’emergenza, questi dati siano stati richiesti e soprattutto messi a disposizione dei richiedenti. La cosiddetta ‘data retention’ è uno dei tormentoni della protezione dei dati europea. C’è stata una lunga vicenda che ha condotto anche a una specifica direttiva dell’UE alla quale gli stati si sono adeguati e che è stata oggetto di una sentenza della Corte tedesca che ha criticato l’eccessiva lunghezza del tempo di conservazione di questi dati. Non abbiamo elementi sufficienti per dare una più precisa e stringente valutazione.</p>



<p><strong>Molti italiani hanno deciso di non scaricare l’app Immuni per ragioni di privacy. Può  rassicurare i cittadini garantendo che sia sicura?</strong><br>Sicura è una parola che andrebbe specificata. Sicura rispetto a cosa? Sicura rispetto al suo funzionamento, cioè alle finalità di tracciamento? Sicura nel senso che eventuali avvisi a persone che risultino essere state in un’area spaziale di contatto con malati di coronavirus sia recapitata secondo modalità sufficientemente tutelate e con una rapidità adeguata? Sono tanti i concetti di sicurezza. Quello che posso dire è che sono state adottate misure costruite sull’opinion, il parere dato dall’European data protection board, la conferenza dei presidenti delle autorità garanti europee che ha lo scopo di orientare e assicurare conformità di interpretazione del GDPR, il Regolamento generale sulla protezione dei dati nei diversi paesi europei. Il fatto che il Garante italiano abbia fornito parere favorevole, conoscendo la competenza del dipartimento informatico di quell’ufficio, mi fa ritenere che sia una applicazione che possa garantire affidabilità.</p>



<p><strong>Non c’è nessun problema allora?</strong><br>Il problema riguarda, sul piano dell’efficacia, non tanto l’app in quanto tale e le tecnologie adottate quanto la rapidità con la quale il servizio sanitario può assicurare il tamponamento e la rilevazione in concreto dello stato di salute della persona che è stata avvisata. È evidente che ricevere un avviso da Immuni non può che ingenerare una serie di doveri di autotutela, con obbligo di auto quarantena che a loro volta diventano un limite alla libertà personale: il cittadino che riceve un avviso ha l’obbligo di fare il tampone e in attesa dei risultati di procedere a una auto quarantena. È allora chiaro che una app di questo genere richiede un servizio sanitario molto efficiente, capace di dare una risposta in tempi molto rapidi alla persona che si presenta presso una struttura pubblica dichiarando di aver ricevuto un avviso di allerta.</p>



<p><strong>Lo stato di emergenza in vigore, prorogato sino al 15 ottobre, in che modo incide sul diritto alla privacy degli italiani?</strong><br>Il Regolamento generale sulla protezione dei dati dice che il diritto alla privacy cede in presenza di una serie di situazioni ed eventi fra i quali la sfera della salute. Da questo punto di vista non ci sono particolari problemi. Il tema non è tanto se la protezione dati può essere compressa dall’esigenza della tutela della salute: la risposta è si e il Presidente della Repubblica lo ha ricordato con chiarezza. È chiaro che prevale la tutela della salute collettiva sulla privacy individuale. Il problema è come e con quali regole, dettate da chi. Da questo punto di vista il DPGR prevede interventi normativi, che sia la legge a individuare quale sia il punto di equilibrio corretto tra la compressione di questo diritto fondamentale e la sua tutela. Nel caso di specie, non per causa imputabile all’ordinamento italiano, le autorità garanti si sono un po’ sostituite ai legislatori e quindi il punto di equilibrio tra la tutela della protezione dei dati personali e la tutela della salute collettiva è stato definito dall’opinion citato al quale il garante italiano si è puntualmente attenuto così come ha fatto chi ha elaborato l’app Immuni. È sulla base di quel parere che si è affermato il principio che l’applicazione non può essere imposta ma deve essere una scelta libera delle persone: la decisione di sottoporsi a una limitazione della propria privacy per tutela della salute pubblica attraverso un’applicazione è stata rimessa alla libertà delle persone secondo la regola in base alla quale col mio consenso i miei dati personali possono sempre essere utilizzati.</p>



<p><strong>Lei è un professore ordinario di Diritto Costituzionale. Cosa pensa della legge che taglia il numero dei parlamentari e del referendum costituzionale che si svolgerà a settembre?</strong><br>Da costituzionalista posso dire che si tratta di una riforma importante, rispetto alla quale non credo che abbia significato fondamentale il supposto risparmio derivante dal minor numero di persone a cui vanno le retribuzioni proprie dei parlamentari. Richiamerei l’attenzione sul problema della rappresentanza. È chiaro che la riduzione del numero dei parlamentari fa si che cresca il numero degli italiani rappresentati da ciascun singolo parlamentare. Questo ha effetti concreti perché possono esserci porzioni di territorio, anche molto ampie, che avranno diritto a un solo seggio: così la rappresentanza si allunga e la possibilità di contatto dei cittadini col proprio rappresentante si rende meno facile. Questo è il tema essenziale. Abbiamo così forte la convinzione che il numero dei parlamentari sia eccessivo da ritenere utile che sia meno facile incontrare i propri parlamentari o invece pensiamo, come ritennero i costituenti, che essendo un Paese relativamente grande come territorio e come popolazione 630 deputati e 315 senatori sia un numero corretto per garantire una catena di rappresentanza più corta? Il tema da tenere in particolare attenzione per un costituzionalista è il rapporto di rappresentanza. Quanto grande deve essere un territorio per esprimere un eletto? La metà della popolazione italiana risiede nelle città metropolitane, il che vuol dire che le città metropolitane hanno più o meno una rappresentanza pari al resto del Paese. Più riduco il numero degli eletti più è lunga la catena di rappresentanza. Questo è l’interrogativo di fronte al quale gli italiani sono chiamati a dare una risposta. Ognuno farà le sue valutazioni.</p>
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		<title>Luci e ombre del &#8220;mercato&#8221; degli influencer</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Valli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2020 15:15:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Antitrust]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un contesto normativo fumoso come quello italiano tutelare il consumatore diventa sempre più complicato. Stando ai dati emersi dall’Influencer Marketing Benchmark Report 2020 (fonte Influencer Marketing Hub) solo il 14% dei contenuti degli influencer è conforme alle regole di trasparenza. Sempre secondo il già citato report a fine anno l’industria del marketing degli influencer e quindi di chi usa i social per pubblicizzare dei prodotti raggiungerà i 9,7 miliardi&#8230;</p>
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<p>In un contesto normativo fumoso come quello italiano tutelare il consumatore diventa sempre più complicato. Stando ai dati emersi dall’Influencer Marketing Benchmark Report 2020 (fonte Influencer Marketing Hub) solo il 14% dei contenuti degli influencer è conforme alle regole di trasparenza. Sempre secondo il già citato report a fine anno l’industria del marketing degli influencer e quindi di chi usa i social per pubblicizzare dei prodotti raggiungerà i 9,7 miliardi di dollari. Un balzo notevole se si considera che nel 2019 questo mercato valeva 6,5 e nel 2018 4,6. Stando alle stime, per ogni euro utilizzato per fare campagne sui social si possono ottenere fino a 18 dollari di controvalore mediatico. Se paragonato ai costi benefici della pubblicità tradizionale, si capisce facilmente il perché di questa continua crescita. Ma se da un lato l’utilità dell’investimento promozionale è evidente, dall’altro bisogna fare attenzione a utilizzare queste nuove forme di comunicazione.</p>



<p>L’attenzione da parte dell’Antitrust italiano è cresciuta esponenzialmente con l’apertura di numerose istruttorie, logica conseguenza delle tante segnalazioni fatte proprio dagli utenti e dalle associazioni a tutela dei consumatori, ma non è sufficiente proprio perché è un comparto in continua trasformazione.<br>Rischia l’influencer ma rischia anche l’azienda, sia in solido che in termini reputazionali. Negli ultimi anni la consapevolezza è cresciuta e i big del comparto, dalla Ferragni in giù per rimanere in Italia, sanno perfettamente come tutelarsi e tutelare i brand con cui collaborano. Il problema trasparenza riguarda soprattutto i microinfluencer, con un pubblico ridotto o di settore ma che hanno ugualmente la possibilità di chiudere accordi commerciali importanti, e le nuove piattaforme con un pubblico di fascia giovane, quindi non pienamente consapevole, dove le direttive suggerite dal social sono meno stringenti o, in alcuni casi, assenti.</p>



<p>I social abbattono la distanza tra chi vende e chi compra, sono un potente strumento di marketing che ti permette di accedere a un pubblico vastissimo. Sono attrattivi, leggeri e inclusivi ma le regole del gioco nel nostro Paese sono tutt’altro che chiare. Non esiste, infatti, una legge unica e precisa che disciplini il fenomeno degli influencer e che tuteli il consumatore. Le regole del gioco sono affidate a un concorso, più o meno ordinato e coerente, di un complesso di normative di vario rango: in materia di privacy, diritto d’autore, tutela dei consumatori, concorsi e manifestazioni a premio, autodisciplina della Comunicazione commerciale, Digital Chart Iap, codice civile.</p>



<p>L’assenza di una guida, come detto, espone aziende, istituzioni e influencer a rischi sanzionatori e risarcitori. Senza regole organiche, chiare e che coinvolgano anche i micro influencer, si rischia di compromettere il diritto dei consumatori alla chiarezza e trasparenza nelle comunicazioni che possono influenzare gli acquisti, nonché di pregiudicare il loro diritti d’immagine, alla riservatezza e alla privacy. Diventa dunque necessario riepilogare in modo ordinato le regole. Un lavoro scientifico che avrà l’effetto di facilitare le aziende nell’operatività sui social, incrementando business magari ancora inesplorati o solo parzialmente sfruttati, garantendo allo stesso tempo la tutela dei consumatori. È auspicabile, oggi più che mai, una riflessione approfondita e organica che porti ad un bilanciamento vero e alla definizione di un “manuale di regole chiare a beneficio delle aziende e dei consumatori”.</p>
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		<title>Enrico Giovannini: l&#8217;Italia è uno dei pochi paesi sviluppati che non ha un Istituto di studi sul futuro</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/05/04/raco-enrico-giovannini-litalia-futuro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2020 14:28:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle finestre si cominciano a udire i rumori delle città. È una liberazione, un azzardo, una scommessa?Da un lato era auspicabile. È arrivato il momento in cui molte persone che erano bloccate a casa, soprattutto che non potevano lavorare, possono tornare alla vita semi-normale, perché non sarà la vita che facevamo qualche mese fa. Oggi tornano a lavorare quattro milioni di persone, il che vuol dire che il 90% degli&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/05/04/raco-enrico-giovannini-litalia-futuro/">Enrico Giovannini: l&#8217;Italia è uno dei pochi paesi sviluppati che non ha un Istituto di studi sul futuro</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Dalle finestre si cominciano a udire i rumori delle città. È una liberazione, un azzardo, una scommessa?</strong><br>Da un lato era auspicabile. È arrivato il momento in cui molte persone che erano bloccate a casa, soprattutto che non potevano lavorare, possono tornare alla vita semi-normale, perché non sarà la vita che facevamo qualche mese fa. Oggi tornano a lavorare quattro milioni di persone, il che vuol dire che il 90% degli occupati di fatto è autorizzato a riprendere le attività. È un passaggio importante perché sappiamo quanto alcuni comparti abbiano sofferto il lockdown. Ma la strada è ancora lunga e complessa, non a caso alcuni settori che secondo i dati Inail sono più a rischio di contagio devono ancora attendere qualche settimana. E poi c’è il grande tema dei trasporti, che è uno dei luoghi dove può essere più facile contagiarsi. Su questo sia il ministero sia gli enti locali hanno avuto qualche settimana di tempo per prepararsi ma poi sappiamo anche che molto dipenderà dai comportamenti individuali. Infine è importante che ripartano anche altri Paesi europei perché molte nostre imprese hanno bisogno di un mercato verso cui esportare.<br>&nbsp;<br><strong>Come mai i governi di tutto il mondo sono sembrati impreparati davanti a questa sfida? Eppure molti uomini di scienza avevano previsto che un virus potesse diventare il fattore scatenante di una crisi mondiale.<br></strong>Perché molti governi danno poco ascolto alla scienza e anche laddove viene ascoltata c’è una tendenza, il cosiddetto shortermismo, alla preferenza per l’uovo subito piuttosto che la gallina domani. Supponiamo ad esempio che il governo italiano, due anni fa, proprio sulla base degli allarmi degli scienziati, avesse aggiornato il piano anti pandemia, cosa che non è stata fatta per cui siamo arrivati all’emergenza senza il piano operativo. Fin qua la responsabilità ricade soprattutto sulle amministrazioni pubbliche. Ma poi supponiamo che in base a questo il governo avesse deciso di investire nel potenziamento delle terapie intensive a scapito di altre priorità, perché è evidente che i fondi pubblici non sono infiniti. Già immagino la reazione di tanti in Italia che avrebbero detto: perché stiamo facendo questo, abbiamo altre urgenze. L’Italia è un Paese che in emergenza risponde molto bene, ma il focus sulle cose importanti è tutto un altro discorso. Distinguiamo poco tra cose importanti e cose urgenti. Non a caso l’Italia è uno dei pochi paesi sviluppati che non ha un Istituto di studi sul futuro. Due anni fa ho proposto al governo un istituto di studi che supportasse il presidente del Consiglio per anticipare il futuro e prepararsi, come fa Singapore, la Francia, Dubai e molti altri paesi: mi è stato detto che il tema non era interessante. Questa carenza nell’investire su strumenti che ci aiutino anche a fronteggiare le emergenze è un problema italiano che purtroppo abbiamo pagato caro.<br>&nbsp;<br><strong>Gli italiani hanno accettato con grande spirito di servizio e senso di responsabilità le richieste arrivate dal governo. Forse per la prima riapertura ci si aspettava qualcosa di più, magari su base territoriale. Perché si è deciso di fare dell’Italia una unica grande area?</strong><br>Questa è una domanda che va rivolta al governo che ha assunto le decisioni. Mi faccia anche dire che io sono veramente disturbato dallo stile della discussione pubblica, perché sembra che stiamo discutendo dei sei minuti di Rivera dopo aver perso la finale di Calcio del 1970 in Messico, contro il Brasile. Qui stiamo parlando della vita delle persone, di gente colpita dal virus o che perde il posto di lavoro ed entra in povertà. Il modo superficiale in cui ho sentito esperti, anche importanti, trattare di materie non di loro competenza, è davvero inaccettabile.<br>Ho rivissuto, da un certo punto di vista, la situazione dopo l’attacco alle Torri gemelle. Mi ero da poco trasferito a Parigi, all’Ocse, ma facevo avanti e indietro nei weekend e seguivo la televisione italiana. Non conoscevo ancora bene il &nbsp;francese ma lo comprendevo. La differenza di qualità nei dibattiti, nel talk show francesi e italiani era evidentissima. Nei talk francesi si alternavano esperti di geopolitica, esperti militari e di sicurezza interna; nei talk show italiani, accanto ad alcuni di questi, c’erano vallette, sedicenti opinionisti e la discussione rischiava puntualmente di scadere in chiacchiere da bar. Purtroppo, in questo periodo ho rivisto questo tipo di atteggiamenti, come se stessimo parlando di qualcosa che non tocca le persone.<br>&nbsp;<br><strong>Il modo in cui sono state disposte le autorizzazioni rende i controlli molto difficili da parte delle forze dell’ordine. Per la privacy non bisognerà indicare il nome del congiunto e la polizia non potrà controllare. Non sarebbe stato meglio fare appello al semplice senso di responsabilità dei cittadini?</strong><br>Su alcune questioni non posso entrare nello specifico per un impegno di riservatezza preso in qualità di membro del comitato economico e sociale guidato da Vittorio Colao.&nbsp; Però, se ci mettessimo a rivedere quello che abbiamo letto sui giornali durante l’ultimo mese, come anticipazioni sicure di quello che sarebbe stato permesso o non permesso, troveremmo tutto e il suo contrario. Le aspettative che si erano create, proprio nel tentativo di anticipare decisioni che spettavano al governo, hanno alimentato un’attesa tale per cui qualsiasi cosa si fosse fatto sarebbe apparso comunque lontano dalla somma di tutti i piani presunti pubblicati dai vari giornali. In una situazione del genere, alimentata ulteriormente dalla confusione dettata dalle ordinanze regionali e comunali, una serie di regole erano necessarie.<br>Quello che noi vediamo accadere in Italia sta accadendo anche in altri Paesi, però mentre siamo interessati alla finale Italia-Brasile è chiaro che lo siamo di meno a quella Germania-Brasile. Intendo dire che anche in Germania ci sono battaglie tra i Lander; in Francia adesso vedremo come reagirà la popolazione a fronte di una applicazione a scacchiera delle varie regole. E poi vorrei ricordare che c’è l’ultimo decreto del ministro Speranza che stabilisce una serie di indicatori sentinella per spingere a chiusure, speriamo il più possibile localizzate, in caso di recrudescenza dell’epidemia. Quindi, ripeto, siamo ben lontani dall’essere usciti dalla situazione in cui eravamo. In questo senso abbiamo bisogno di una comunicazione chiara e di passare il messaggio che non è più come prima. La buona notizia è che molti cittadini lo hanno compreso. A vedere alcune immagini delle riaperture di oggi, in alcune città il traffico è ancora giustamente molto rarefatto. Vuol dire che i cittadini hanno capito, per cui è importante sostenere questo tipo di sforzo piuttosto che polemizzare su questa o quella parola.<br>&nbsp;<br><strong>Le disposizioni di urgenza seguite alla crisi pandemica hanno consentito di far fare all’Italia degli enormi passi avanti nel campo della semplificazione e della sburocratizzazione ma anche della legalità. Il lavoro agile non è più osteggiato, né nel privato né nella PA, e il pagamento con moneta elettronica è universalmente accettato, vincendo le resistenze che aveva avuto sino a pochi mesi fa. È un progresso destinato a durare nel tempo? Come possiamo favorirlo da oggi in poi?</strong><br>Spero che questi progressi siano destinati a durare nel tempo ma ricordiamoci che lo smart working è molto più che collegarsi con una piattaforma di videoconferenza: è un modo di organizzare il lavoro diversamente. In altri termini non dobbiamo fare l’errore commesso da tante imprese italiane e tante amministrazioni negli anni novanta, quando sono state sostituite le macchine da scrivere con i personal computer, ma la logica dei processi è rimasta sostanzialmente la stessa. Ricostruire, ridefinire i processi intorno al digitale è un percorso che va non solo governato ma progettato. Questa è la grande sfida che abbiamo davanti. Se cioè la pubblica amministrazione in particolare, ma anche le imprese, useranno questo strumento per fare un salto in avanti, avremo veramente guadagnato moltissimo, se invece la tentazione di riprendere il controllo della vita delle persone prevarrà, rischiamo di tornare indietro.<br>Mi faccia aggiungere un elemento su questo. Il ruolo della mano pubblica serve non solo per creare incentivi al fine di rendere permanente questo cambiamento, magari promuovendo accordi sindacali avanzati, ma abbiamo bisogno, laddove queste attività impattano sulla vita delle città, di distribuire le attività nel corso della settimana. Il rischio infatti è che se tutte le imprese e le pubbliche amministrazioni fanno lo smart working lo stesso giorno, per gli altri quattro giorni della settimana avremo le città intasate di traffico. In questo senso è importante l’annuncio della ministra De Micheli di abbassare a 100 addetti il limite per l’obbligo per le imprese ad avere un mobility manager, che oggi è di 300 addetti. Un salto di questo tipo vorrebbe dire anche per i mobility manager comunali la possibilità di interagire con tante imprese, quindi ordinare meglio il traffico nelle città. Questo è un esempio in cui una importante innovazione, se verrà realizzata, non costosa, potrebbe portare a migliorare simultaneamente vari aspetti della nostra vita.<br>&nbsp;<br><strong>Come è possibile aiutare chi non è conosciuto al fisco, i lavoratori irregolari, senza mortificare chi paga regolarmente le tasse? Come recuperarli a un percorso di visibilità per il sistema del welfare?</strong><br>Cerchiamo di essere coerenti: da un lato stiamo dicendo che bisogna aiutare tutte le imprese, con strumenti per la liquidità, comprese quelle che hanno evaso il fisco. Perché su tre milioni di lavoratori irregolari, molti hanno rapporti con le imprese: sono “irregolari dipendenti”, non lavorano per qualcuno che sta su un altro pianeta. Alle imprese, comprese quelle che davano lavoro irregolare, stiamo giustamente dicendo che le aiuteremo. Allora perché non dovremmo aiutare tutti coloro che, a causa di quella posizione debole sul mercato del lavoro, oggi non hanno coperture di strumenti di welfare, in particolare quel milione di lavoratori irregolari a cui abbiamo chiesto di lavorare essendo nelle filiere cosiddette essenziali. Noi dobbiamo essere coerenti, sia per motivi etici che per giustizia sociale. Alle imprese che vengono salvate e beneficiano degli strumenti messi in campo dal governo dobbiamo dire: noi vi stiamo aiutando, anche con i soldi dei cittadini onesti che pagano le tasse, per cui ci aspettiamo un cambiamento radicale nel vostro atteggiamento. Cosicché dal 2021, quando tutta l’economia sarà ripartita, se vi becchiamo a evadere, saremo radicali.<br>&nbsp;<br><strong>La ripartenza può essere l’occasione per un nuovo patto sociale tra Stato, imprese e lavoratori? Cosa ritiene irrinunciabile in questo patto?</strong><br>Esattamente. E la stessa cosa bisogna fare per i lavoratori. Per questo l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile e il Forum diseguaglianze e diversità di Fabrizio Barca hanno proposto lo strumento del reddito di emergenza. E siamo lieti del fatto che il governo sembri orientato a introdurlo. Vedremo le modalità. Ecco perché abbiamo detto che il reddito di emergenza, che è temporaneo, è diverso dal reddito di cittadinanza e può andare anche ai lavoratori irregolari come occasione per agganciarli e fare proposte formative e di recupero. Dobbiamo evitare anche per loro il rimbalzo alla posizione di due o tre mesi fa. Pensiamo al microcredito, a offrire opportunità per consentire loro di aprire nuove attività invece di restare in una posizione subalterna.<br>&nbsp;<br><strong>Cosa ritiene irrinunciabile perché questo nuovo patto sociale possa funzionare?</strong><br>La chiarezza che l’Italia su alcuni temi vuole cambiare radicalmente politica. È possibile. Lo ha fatto anche in passato su certi temi. Questa chiarezza sull’indirizzo futuro è esattamente ciò che ci vorrebbe. Qui serve il contributo di tutta la politica, indipendentemente dall’appartenenza partitica. Su questo sarebbe importante segnalare un cambiamento di passo. Gli strumenti possono essere diversi. Dire che noi vogliamo uscire da questa recessione con una quota di PIL prodotta dal settore irregolare e illegale ben inferiore all’attuale 12% – e dunque riduzione del limite al contante, uso sempre più pervasivo della digitalizzazione – sarebbe un segnale importante da dare.<br>&nbsp;<br><strong>Alcuni stati europei non si fidano dell’Italia per una certa tendenza all’assistenzialismo. Hanno ragione?</strong><br>Credo che ci siano delle novità molto importanti a livello europeo. In primo luogo il fatto di aver previsto uno strumento come Sure, che guarda agli aspetti sociali e non solo economici in senso stretto è una decisione molto importante. Vuol dire che anche l’Europa sta cambiando orientamento e capisce che il legame tra politiche sociali e politiche economiche è molto più complesso di come finora è stato considerato. Vorrei ricordare che nel 2013, quando ero ministro, avemmo in Italia la prima e unica riunione quadrangolare – Italia, Francia, Spagna e Germania – dei ministri dell’Economia e del Lavoro proprio su questa tematica: avevamo un legame che non anteponeva necessariamente l’economia alle politiche sociali ma che considerava i problemi economici in parte dovuti all’insicurezza sociale. Per questo la relazione era molto più complessa.<br>&nbsp;<br><strong>Dalle diseguaglianze all’inquinamento, lei ha sempre affermato, con l’ASviS, che scegliere la sostenibilità renderebbe di più, sino al 15% nelle grandi aziende. Da dove cominciare? Quali sono i tre goals che lei reputa prioritari tra quelli di Agenda 2030?</strong><br>Immaginare di poter selezionare dei goal più importanti di altri è esattamente l’errore che tutti fanno perché non hanno capito l’integrazione profonda dell’Agenda 2030. Non è possibile, né concettualmente né operativamente, selezionare delle priorità. La buona notizia è che pensando in modo sistemico lo stesso strumento può essere utilizzato per impattare&nbsp;su più di un goal. La vecchia impostazione deriva dalla politica economica quantitativa di Frisch e Tinbergen, di tanti anni fa, in cui in economia si faceva corrispondere uno strumento a un obiettivo. Non è più così per fortuna. Grazie alle innovazioni tecnologiche è oggi possibile promuovere una politica che porta verso l’economia circolare, che allo stesso momento riduce l’impatto ambientale, crea più occupazione e genera più produttività. E dunque favorisce vari goal, quasi tutti. Da un punto di vista operativo proprio domani pubblicheremo un nuovo rapporto dell’ASviS con le proposte su come orientare le politiche in questo momento, dopo l’emergenza sanitaria, in vista della prevista crisi economica e sociale, alla luce dell’Agenda 2030.</p>
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		<title>Giuliano Pisapia: 25 aprile è ritorno alla dignità di una Nazione ferita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 17:33:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Federico Ferri e Emanuele Raco con la collaborazione di Laura Fazzini Qual è la prima associazione d&#8217;idee che il 25 aprile le suscita?25 aprile è sinonimo di libertà e ritorno alla dignità di una Nazione ferita. È la Liberazione di Milano dall’occupazione nazifascista. Per un milanese come me un momento importante anche per la città, non a caso Medaglia d’Oro della Resistenza. È il ricordo di tante, tantissime manifestazioni&#8230;</p>
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<p>di Federico Ferri e Emanuele Raco con la collaborazione di Laura Fazzini</p>



<p><strong>Qual è la prima associazione d&#8217;idee che il 25 aprile le suscita?</strong><br>25 aprile è sinonimo di libertà e ritorno alla dignità di una Nazione ferita. È la Liberazione di Milano dall’occupazione nazifascista. Per un milanese come me un momento importante anche per la città, non a caso Medaglia d’Oro della Resistenza. È il ricordo di tante, tantissime manifestazioni che sfociavano in una Piazza Duomo strapiena. I discorsi dal palco, i sorrisi e gli abbracci dei manifestanti, i ricordi di quanti hanno donato la loro vita per tutti noi. Il 25 aprile non è un momento retorico; tutt’altro. I suoi significati e le sue motivazioni sono validi oggi e lo saranno anche in futuro.</p>



<p><strong>Non pensa che aver voluto rivendicare da parte della sinistra e del PCI in particolare la Resistenza come &#8220;cosa loro&#8221;, nonostante il grande contributo dato alla lotta di liberazione e all&#8217;antifascismo da cattolici, laici e socialisti, abbia impedito a molti di considerarla davvero il fondamento nazionale e una festa di tutti?</strong><br>Non credo. Nel mio mandato di Sindaco di Milano ho tenuto molto a rimarcare quanto la Resistenza sia, oggi più che mai, “patrimonio condiviso”. Recentemente è uscito un bellissimo film – che abbiamo presentato anche al Parlamento Europeo – sull’esperienza delle “Aquile Randagie”, gli scout che non si arresero e che parteciparono alla Resistenza guidati da quell’uomo e sacerdote straordinario che fu Don Giovanni Barbareschi. Grazie all’attività degli storici stanno sempre più emergendo testimonianze dell’impegno di uomini e donne di diversi pensieri politici democratici che non si sono tirati indietro per combattere il nazifascismo. Vorrei ricordare in questa occasione due donne: Nilde Iotti e Tina Anselmi, sicuramente diverse tra loro – una comunista, l’altra democristiana – ma accomunate da una fede unica rispetto ai valori democratici e di libertà. Se vi è stato il tentativo da parte di qualcuno di rivendicare la “Resistenza” come propria e non di tutti i democratici, bisogna anche dire che c’è chi è sempre stato antifascista e chi lo è diventato più tardi. Ma nell’animo degli italiani è chiaro come questo sia stato un gesto corale di amore della libertà e della Patria.</p>



<p><strong>La liberazione dal nazifascismo ha permesso la nascita dell’ONU come luogo di concertazione internazionale volto in primis a prevenire i conflitti. Oggi l’Interdipendenza del mondo globale, già chiara a livello economico, ci si è palesata drammaticamente di fronte a un nuovo nemico comune. Come valuta il comportamento dell’Unione e quello dei governi che la compongono? Che cosa occorrerebbe per rendere più efficace il concerto degli Stati, sia a livello europeo sia a livello mondiale?</strong><br>L’Europa, dopo alcune iniziali esitazioni e incertezze, c’è. La riprova viene dal Parlamento Europeo, unica Istituzione comunitaria i cui rappresentanti sono eletti direttamente dai cittadini, che ha approvato a larghissima maggioranza gli interventi necessari per contrastare il Coronavirus e per rilanciare lo sviluppo economico e sociale: fino a 100 miliardi di prestiti agli Stati membri sotto lo strumento SURE (la ‘cassa integrazione europea’), 200 miliardi di finanziamenti alle imprese dalla Banca europea per gli investimenti, e fino a 240 miliardi di prestiti dal MES agli Stati membri. Inoltre i capi di Governo hanno deciso di lavorare sulla creazione di un fondo per la ripresa che dovrà essere “di entità adeguata, mirato ai settori e alle aree geografiche dell&#8217;Europa maggiormente colpiti e destinato a far fronte a questa crisi senza precedenti.” Il Consiglio ha incaricato la Commissione di presentare una proposta per il fondo per la ripresa, e la Presidente von der Leyen si è già messa all’opera. È stato compreso come con questa emergenza Coronavirus si rischiava – in mancanza di risposta appropriata – di sfaldare l’Unione Europea. Per rendere efficace l’azione dell’Unione Europea e per dare nuova linfa al cammino verso una sempre più rafforzata unità occorre ora superare il meccanismo delle decisioni prese all’unanimità all’interno del Consiglio. Per superare certi blocchi e rallentamenti, frutto spesso di miopi visioni nazionaliste, occorre arrivare all’introduzione del principio della maggioranza qualificata: solo così l’Europa potrà mantenere un ruolo attivo e presente nello scacchiere mondiale.</p>



<p><strong>Milano fu medaglia d’oro della Resistenza. Eppure, come in tutte le metropoli europee, vi si affacciano condizioni di marginalità che diventano brodo di coltura di ogni forma di estremismo. In molte di esse</strong> <strong>le opportunità di lavoro, già poche e precarie, vengono travolte dalla pandemia. Quale strada si può percorrere per non far sentire nessuno estraneo a casa propria?</strong><br>Una delle sfide più drammatiche che dobbiamo affrontare, con ancora maggiore forza e fermezza dopo l’emergenza Coronavirus, è legata alla crescita di nuove povertà e all’aumento delle diseguaglianze; penso ai tanti giovani, ma anche ai meno giovani, impegnati in attività che erano più che promettenti sino allo scoppio della pandemia. Quale sarà il loro futuro? Milano ha fatto e sta facendo molto sulla strada dell’inclusione e della ricerca di opportunità per tutti, ma è stata travolta dal dramma che ancora oggi tutti noi viviamo. Dobbiamo ripensare la nostra vita, sin quando non si troverà il vaccino, ma dobbiamo anche trovare nuove modalità e vie di solidarietà perché “nessuno si senta straniero”. In queste giornate di fermo tra le poche figure che sfrecciano per la città a consegnare i pasti che ordiniamo sono i rider in bicicletta. Abbiamo visto le immagini di questi ragazzi in attesa sulla banchina del passante: uno attaccato all’altro, con la loro bici. Rientravano alle loro case fuori Milano dopo una giornata di durissimo lavoro. Non possiamo pensare che sia integrazione questo lavoro e queste condizioni. Dovremo trovare nuove modalità di intervento per permettere che chi è povero non diventi sempre più povero. Solo così potremo far fronte a nuove forme di estremismo e intolleranza e ben sappiamo come esse si alimentino anche e soprattutto con la paura dell’altro. La paura non si deve condannare; la paura si deve affrontare mettendosi a confronto con chi la vive. È un insegnamento da tenere sempre a mente per chi si impegna nella cosa pubblica.</p>



<p><strong>La Chiesa e il movimento cattolico lombardo hanno rappresentato un argine al trionfo del fascismo e un esempio di mediazione e tutela della dignità della persona. Il cardinale Schuster è stato colui che ha dichiarato che le leggi razziali erano un&#8217;eresia. Lei è stato sindaco di Milano, dalla sua esperienza che ruolo ha avuto la Chiesa nella costruzione dell&#8217;identità milanese del secondo dopoguerra e negli anni a venire? Come vede oggi la sfida del mondo del terzo settore, laico e cattolico, alle nuove povertà economiche e culturali che si riaffacciano più aggressive che allora?</strong><br>La Chiesa ambrosiana ha avuto alla propria guida Vescovi illuminati. Ne cito solo qualcuno: Montini, giunto quasi in “esilio” dal Vaticano e capace di interpretare questa città in piena crescita economica andando a proporre momenti “rivoluzionari” come fu la Missione della Città; pensiamo a Martini, insigne biblista gesuita capace di dare una scossa a una città colpita e ferita dal terrorismo. Lo ricordo promotore di momenti di dialoghi bellissimi quali ad esempio la “Cattedra dei non Credenti”, i grandi momenti di incontro di dialogo ecumenico e interreligioso; Martini è stata la “coscienza critica” di una città frastornata dal fenomeno della corruzione. E dopo di lui l’afflato sociale di Dionigi Tettamanzi, la sapienza di Angelo Scola e ora l’Arcivescovo Mario Delpini: la sua preghiera alla Madonnina sul tetto del Duomo è un’immagine che non dimenticheremo mai. In quel momento, credenti e non credenti, erano con lui. È riuscito a farsi interprete delle ansie e delle speranze di tutti noi. A Milano il terzo settore è il cuore vivo e pulsante per l’intero Paese e il luogo dove si sono realizzate importanti sinergie tra pubblico e terzo settore oltre che tra mondo profit e non profit. In questa difficilissima emergenza senza l’apporto insostituibile del Terzo Settore e del volontariato sarebbe stato impossibile sopperire alle tante richieste di aiuto. Il Presidente della Repubblica nel suo discorso inaugurale tenuto in occasione dell’apertura di Padova Capitale Europea del Volontariato ha ben indicato il posto che il Terzo Settore occupa, non solo nella società, ma nell’ossatura di questo Paese.</p>



<p><strong>La situazione di emergenza ci ha richiesto di comprimere alcune libertà. Probabilmente tra breve alcune ci verranno parzialmente restituite, mentre altre saranno messe in discussione, in particolare il diritto alla privacy. Aggiungiamo pure che in una situazione di emergenza siamo tutti più inclini ad affidarci a un “capo”. Se così è, che cosa non dovremmo essere disposti ad accettare, pena la rinuncia alla sostanza della democrazia?</strong><br>Bisogna guardare avanti e non indietro. Ma bisogna anche essere capaci di creare le condizioni per evitare errori che pure sono stati fatti anche a causa di una situazione imprevista e, forse, imprevedibile. Questa emergenza ha costretto all’adozione di provvedimenti d’urgenza che hanno inciso anche sulle nostre libertà. Soprattutto nelle prime settimane l’adozione di queste decisioni è passata per Decreti del Presidente del Consiglio o per decreti ministeriali che sfuggono al controllo del Parlamento e non vengono controfirmati dal Presidente della Repubblica. Diversi esperti in ambito costituzionale hanno sollevato più di un dubbio sull’abuso di questo strumento, ma nell’insieme penso che sia stata seguita una certa proporzionalità. Per quanto riguarda la privacy è questione importantissima e l’uso di eventuali app deve avvenire solo dopo i chiarimenti a tutti i dubbi che società civile e esperti hanno sin qui sollevato. Detto questo credo che sia fondamentale creare le condizioni affinché ognuno di noi dia il proprio contributo alla sconfitta del virus che ci sta rovinando la vita e il futuro. Non è questione di poco conto: stiamo parlando di dati privatissimi ed è bene non commettere il minimo errore per non rompere il rapporto di fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato.</p>



<p><strong>La necessità di “migrare” la vita del Paese sul web, anche per rendere effettivo il diritto allo studio, ha fatto emergere significative disuguaglianze di accesso alla rete. Superare il digital divide non diventa allora una frontiera per rendere effettiva l’uguaglianza predicata dalla Costituzione? Non è quella una frontiera delle nuove povertà?</strong><br>Certo. Una delle cose più stridenti che ho letto in questo periodo ha riguardato le difficoltà che alcune famiglie più povere hanno dovuto affrontare per far studiare i loro figli. Non è pensabile che bambini restino collegati ore per seguire una lezione dallo schermo del cellulare della mamma perché lo smartphone è l’unico strumento digitale disponibile in casa. Aziende private, Amministrazioni locali e privati hanno sopperito con donazioni di tablet e altro ma questo digital divide deve essere affrontato dall’intera collettività. Fate bene a richiamare i principi di uguaglianza della Costituzione. Eguaglianza e diritto allo studio sono diritti che devono sempre viaggiare fianco a fianco e le opportunità devono essere offerte allo stesso modo a tutti i cittadini indipendentemente anche dall’età. È questa una delle lezioni più importanti e urgenti che ci giunge dalla gestione dell’emergenza Coronavirus.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di bloccare gli aiuti di stato a chi evade nei paradisi fiscali, prendendo esempio dalla Danimarca, che ha deciso di escludere le società con sedi nei paradisi fiscali dai fondi pubblici destinati al sostegno alle imprese per fronteggiare la crisi economica provocata dal Covid-19. Esistono paradisi fiscali anche in Europa? Perché ritiene giusta questa norma?</strong><br>Non sono io a dirlo ma è evidente che i regimi di tassazione esistenti in Olanda e in Irlanda si presentano come autentica “concorrenza sleale” tra Stati. Ormai è evidente: pensiamo solo quante aziende italiane hanno deciso di trasferire la loro sede legale nei Paesi Bassi. Non è certo una decisione presa perché apprezzano di più il clima di quei territori. Questa situazione deve trovare una fine; per questo dobbiamo arrivare a un’armonizzazione fiscale tra i paesi appartenenti all’Unione Europea.</p>



<p><strong>Non potendo partecipare ad alcun corteo, come onorerà la memoria del 25 aprile?</strong><br>Parteciperò alle varie iniziative previste, stando a casa e utilizzando al meglio le nuove tecnologie. Sarà un modo per sentirci tutti vicini. Non sarà lo stesso rispetto alle manifestazioni che si snodavano da Corso Venezia al Duomo ma idealmente è un momento importante e invito tutti a esserci.</p>
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		<title>IMMUNI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 13:21:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>IMMUNI è l’App scelta dal Governo per la gestione del contact tracing nella fase 2 dell’emergenza coronavirus. E’ realizzata dall’italiana Bending Spoons, il primo sviluppatore di App per sistemi iOS d’Europa. Al momento l’App è ancora in fase di sviluppo e sono poche le informazioni disponibili. Sarà inizialmente sperimentata in alcune regioni pilota (oltre che, a quanto sembra, nelle sedi di Maranello e Modena della Ferrari, nell’ambito del progetto Back&#8230;</p>
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<p>IMMUNI è l’App scelta dal Governo per la gestione del contact tracing nella fase 2 dell’emergenza coronavirus. E’ realizzata dall’italiana Bending Spoons, il primo sviluppatore di App per sistemi iOS d’Europa. Al momento l’App è ancora in fase di sviluppo e sono poche le informazioni disponibili. Sarà inizialmente sperimentata in alcune regioni pilota (oltre che, a quanto sembra, nelle sedi di Maranello e Modena della Ferrari, nell’ambito del progetto Back on Track), per poi essere adottata a livello nazionale.</p>



<p>IMMUNI ha due funzionalità principali, il&nbsp;tracciamento dei contatti&nbsp;e il&nbsp;diario clinico dell&#8217;utente. Il tracciamento dei contatti avviene tramite Bluetooth. L’App è in grado di individuare altri dispositivi con l’App installata qualora questi dovessero trovarsi nel raggio di un metro e per un tempo ritenuto sufficiente alla trasmissione del virus. Verrà creato un registro crittografato (che non viene trasmesso a nessuno) e se un utente dovesse risultare positivo per COVID19, riceverà un codice dall’Autorità sanitaria tramite il quale potrà avvisare tutti gli utenti venuti in contatto con lui, e individuati tramite il registro crittografato. Nessuno altro sarebbe al corrente della notifica al di fuori degli utenti. Grazie a queste caratteristiche, l’app è conforme al modello europeo definito dal consorzio PEPP-PT (Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing) ed al GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) ed è quindi in regola dal punto di vista della privacy degli utenti, in quanto, nessun dato sulla localizzazione o informazione personale verrà memorizzato, né potrà essere visualizzato da altri.</p>



<p>La seconda funzionalità di IMMUNI consiste in un diario clinico disegnato con la collaborazione del&nbsp;centro medico Santagostino&nbsp;di Milano, dove vengono registrate tutte le informazioni più rilevanti del singolo utente (sesso, età, malattie pregresse, assunzione di farmaci), che dovrebbe essere aggiornato quotidianamente con eventuali sintomi e cambiamenti sullo stato di salute.</p>



<p>E’ importante sottolineare che IMMUNI è un App su base volontaria, che avrà un impatto sulla diffusione del virus solo se sarà adottato da almeno il&nbsp;60% della popolazione. Inoltre, la soluzione tecnologica non può prescindere dagli ulteriori due elementi di cui è composto l’ormai noto assioma delle “tre T”, composto da Testing, Tracing, Treating. Il che significa che la tecnologia deve trovare il proprio complemento in un sistema in grado di effettuare controlli, tramite tamponi, per individuare i positivi, nonché di isolare i casi meno gravi, per i quali l’assistenza sanitaria potrà avvenire anche a distanza.Considerando che IMMUNI non lede il diritto alla privacy, installare l’App contribuirebbe sicuramente ad una gestione migliore della Fase 2.</p>
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