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	<title>Recovery Fund Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Recovery Fund Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>«Oggi, esprimo una certezza…»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Dec 2021 11:11:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono passati due anni dallo scoppio della pandemia e l’uscita dal tunnel sembra ancora lontana: ora imperversa la variante Omicron e buona parte del mondo, al di fuori delle nazioni più ricche, aspetta invano i vaccini. Inoltre, a differenza di altre crisi che ci hanno tormentato in epoca moderna (le recessioni economiche, la pandemia di HIV/AIDS, disordini civili, povertà endemica e disastri nazionali), stavolta probabilmente non c&#8217;è un solo essere&#8230;</p>
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<p>Sono passati due anni dallo scoppio della pandemia e l’uscita dal tunnel sembra ancora lontana: ora imperversa la variante Omicron e buona parte del mondo, al di fuori delle nazioni più ricche, aspetta invano i vaccini.</p>



<p>Inoltre, a differenza di altre crisi che ci hanno tormentato in epoca moderna (le recessioni economiche, la pandemia di HIV/AIDS, disordini civili, povertà endemica e disastri nazionali), stavolta probabilmente non c&#8217;è un solo essere umano che non abbia visto la propria libertà ridursi, la salute messa a rischio, le proprie prospettive indebolirsi o i legami familiari interrompersi a causa del Covid-19. Al punto che secondo Stephen Collinson e Shelby Rose della CNN, per trovare qualcosa di simile alla comune sofferenza sperimentata dall’America, bisogna riandare ai pericoli corsi e alle privazioni patite dai soldati americani che combattevano all’estero e alla mobilitazione civile di massa in nome dello sforzo bellico in patria nel corso della Seconda guerra mondiale. Ed anche allora, i ricordi della vita pre-crisi stavano svanendo e l’orizzonte era oscurato dalla paura e dalla tragedia. Non per caso, i due giornalisti hanno rievocato uno dei celebri discorsi al caminetto di Franklin Delano Roosevelt.</p>



<p>Roosevelt fu il primo presidente a rivolgersi regolarmente al pubblico americano attraverso la radio. Fu lui infatti a istituire la tradizione dei discorsi settimanali alla radio. Il presidente le chiamò «chiacchierate attorno al caminetto» e furono un mezzo per comunicare col popolo americano ed infondere fiducia a una nazione provata dalla crisi. La formula delle «Fireside Chats» chiacchierate funzionò: con un tono presidenziale, ma colloquiale Roosevelt spiegava agli americani le sue opinioni. Questo lo rese molto popolare e molto amato dalle famiglie e, durante la guerra, la sua voce servì da sostegno alle famiglie preoccupate per le sorti delle migliaia e migliaia di ragazzi che erano al fronte sia in Europa sia nel Pacifico.</p>



<p>Nel suo discorso di Natale del 1943, di ritorno dai colloqui con i leader della Russia, della Cina e della Gran Bretagna, il presidente americano cercò di istillare ottimismo e determinazione tra i suoi compatrioti e di prepararli alle perdite a venire asserendo che la vita di una volta sarebbe ritornata meglio di prima. Prevedendo la vittoria finale, promise istruzione, lavoro e sicurezza economica ai milioni di americani che combattevano all&#8217;estero quando sarebbero tornati a casa (per capirci, una prima versione del Build Back Better di Joe Biden o del nostro, più limitato, Recovery Fund) e sei mesi prima del D-Day (la Campagna d’Italia era già cominciata: gli alleati erano sbarcati in Sicilia, avevano liberato Napoli e andavano all’assalto della linea Gustav), FDR mise la parola fine ai rovesci patiti in precedenza nella lotta contro il «gangsterismo internazionale e la brutale aggressione in Europa e in Asia».</p>



<p>Ricordando le due precedenti feste di Natale in tempo di guerra, osservò: «Abbiamo detto Buon Natale e felice anno nuovo, ma in fondo al cuore sapevamo che le nubi che incombevano sul nostro mondo ci avrebbero impedito di dirlo con totale sincerità e piena convinzione». Dalla sua casa in Hyde Park a New York, continuò: «Quest’anno alla vigila di Natale, posso dirvi che finalmente possiamo guardare al futuro con la reale, fondata fiducia che, anche se il costo sarà grande, la pace in terra per gli uomini di buona volontà può essere e sarà realizzata ed assicurata. Quest’anno lo posso dire. L’anno scorso non potevo fare altro che esprimere una speranza. Oggi esprimo una certezza &#8211; sebbene il costo possa essere alto e il tempo possa essere lungo».</p>



<p>Roosevelt aveva speso un decennio per plasmare una relazione con gli americani a cui si rivolgeva chiamandoli «amici miei» attraverso le sue «Fireside Chats» alla radio. Ascoltandolo a decenni di distanza, è difficile immaginare che un leader politico americano (ma vale per tutti) sia capace di suscitare un tale senso di unità nazionale di fronte ad una crisi collettiva. </p>



<p>A ben guardare, negli Stati Uniti la pandemia ha mandato in frantumi ogni illusione che il bene comune possa superare la politica divisiva di un periodo così amaro per il paese. Ma le sue parole rammentano che per quanto fosco sembri il presente, le speranze nel futuro non si possono mai soffocare del tutto e sottolineano il potere di una forte leadership politica. Che è tanto gradita oggi, mentre l’America e noi tutti contempliamo il terzo anno di pandemia, come lo era dopo due anni di guerra, alla viglia del Natale di 78 anni fa (quando il fascismo era parte del Male assoluto ed i cattivi eravamo noi).</p>



<p>Questa volta, va detto, l’Italia è riuscita a far meglio. L’Economist ha scritto che in Mario Draghi l’Italia ha trovato un capo di governo «competente e rispettato a livello internazionale» e che&nbsp;«per una volta, un’ampia maggioranza di politici ha messo da parte le proprie divergenze per sostenere un programma di riforme profonde», ovvero il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per utilizzare i fondi dell’Unione europea per la ripresa dalla pandemia. Per questo l’Economist ha scelto l’Italia come paese dell’anno per il 2021. Vediamo perciò, come dice dalle nostre parti, di non mandare tutto a remengo. Buon Natale a tutti!</p>
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		<title>Un nuovo governo è un dovere, non un errore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2021 21:41:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La democrazia è fatta di precedenti, che una volta affermati e concessi restano e divengono consuetudini. Comportamenti che ispirano e regolano per il futuro ulteriori decisioni delle Istituzioni, perché equiparati a fonti non scritte della Repubblica. Perciò il Quirinale, da sempre, presta molta attenzione a stabilire precedenti. Fu questo uno dei motivi che indusse il Presidente Mattarella a non concedere a Salvini l’opportunità di reclutare i voti necessari a conquistare&#8230;</p>
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<p>La democrazia è fatta di precedenti, che una volta affermati e concessi restano e divengono consuetudini. Comportamenti che ispirano e regolano per il futuro ulteriori decisioni delle Istituzioni, perché equiparati a fonti non scritte della Repubblica. Perciò il Quirinale, da sempre, presta molta attenzione a stabilire precedenti.</p>



<p>Fu questo uno dei motivi che indusse il Presidente Mattarella a non concedere a Salvini l’opportunità di reclutare i voti necessari a conquistare la maggioranza in Parlamento. Chiese che i deputati e i senatori interessati a sostenere quel governo si palesassero, unendosi in gruppi. Ciò non accadde. Nacque così il Conte I, sostenuto dal M5S e dalla Lega. Come non ricordare la fotografia di Conte, Di Maio e Salvini, soddisfatti e sorridenti, con le slide dei decreti sicurezza!</p>



<p>L’opposizione del Partito Democratico a quel governo fu decisa e risoluta. Il PD era definito dal M5S come “il partito di Bibbiano”, che “toglieva i figli alle famiglie con l’elettroshock per venderseli”.</p>



<p>Dopo neppure un anno il M5S, rivendicando la propria natura di movimento post-ideologico, ruppe l’accordo con la Lega e ne sottoscrisse uno proprio con il PD e poi anche con Italia Viva. A guidarlo, ancora una volta, Giuseppe Conte, pronto a sostituire con disinvoltura la foto di Salvini con quella di Renzi e Zingaretti.</p>



<p>Una unione apparentemente solida. Tanto da far affermare a Conte: “Che io possa andare in Parlamento a cercare maggioranze alternative o che io voglia addirittura dare vita a un mio partito è pura fantasia. Non facciamo i peggiori ragionamenti da Prima Repubblica. Restituiamo alla politica la sua nobiltà, la sua nobile vocazione. Voliamo alto”.</p>



<p>Allo stesso modo Luigi Di Maio, dopo il taglio dei parlamentari, spiegava così il progetto di legge per imporre (contro la Costituzione) il vincolo di mandato, la battaglia finale del M5S per aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno: “i partiti sono terrorizzati. Con questo metodo i traditori non potranno più vendersi al miglior offerente”.</p>



<p>Proprio in queste ore si è invece aperta una affannata caccia ai senatori disponibili a sostenere il terzo governo Conte, questa volta sostenuto da Clemente Mastella, tra i politici più disprezzati della cosiddetta prima Repubblica. Il Pd e il M5S, nella convinzione, forse fondata, di poter far digerire tutto agli italiani, con un prodigio linguistico, hanno addirittura trasformato i disprezzati Razzi e Scilipoti di Denis Verdini nei Responsabili e Costruttori di Conte e Mastella.</p>



<p>Molti ritengono che sia stato un errore, un azzardo, un atto irresponsabile aprire una verifica o, che dir si voglia, una crisi di governo in un momento tanto delicato, in piena pandemia e con la gestione del Recovery Fund. Questo giornale, al contrario, pensa che sia stata una scelta colpevolmente tardiva da parte di chi aveva il potere di farlo.</p>



<p>Abbiamo avuto, sin da marzo, una gestione caotica e confusa della pandemia: dalla mancata decisione sulla zona rossa di Alzano e Nembro alla dissennata estate che ha diffuso il virus in tutto il Paese sino al caos nelle scuole. Per non parlare del piano per l’utilizzo dei fondi del Next Generation EU, arrivato con ritardo e senza una chiara e definita idea di progresso e sviluppo per l’Italia. Irragionevole infine l’ottuso rifiuto, puramente ideologico, a utilizzare il MES, un prestito a interessi negativi per finanziare l’ammodernamento del nostro sistema sanitario.</p>



<p>Proprio perché l’Italia è chiamata a scelte di portata straordinaria ha bisogno di un governo guidato da un presidente con uno spessore politico superiore a quello che Conte ha dimostrato di avere governando senza soluzione di continuità con Salvini, Trump, Zingaretti e Renzi. I fatti dimostrano che i governi Conte uno e due sono tra i peggiori della storia della Repubblica. Provare a inserire maggiore qualità e competenza nell’esecutivo che per due anni ancora sarà chiamato a governare l’Italia non è un errore, è un dovere.</p>
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		<title>Tito Boeri: l&#8217;Italia rischia di perdere i fondi del Next Generation EU. Una vera lotta all&#8217;evasione va compiuta incrociando le banche dati, non con la lotteria degli scontrini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Dec 2020 11:34:18 +0000</pubDate>
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<p><strong>Negli ultimi giorni si è molto parlato di MES. Nessuno obbliga un Paese ad accettare i prestiti del fondo salva-Stati, ma è un’opzione in più. Perché rinunciarvi a priori?</strong><br>Credo che proprio questo dimostri la strumentalità di molte posizioni contrarie all’approvazione di questa riforma. È una riforma che apre delle possibilità che possono o no essere utilizzate. Tra l’altro molti degli argomenti che sono stati avanzati per cercare di rendere questa riforma poco attrattiva per il nostro paese, come dimostriamo in un articolo che ho firmato con Roberto Perotti, alla prova dei fatti non tengono, a cominciare dalle leggende sul fatto che sono state favorite in passato, con il salvataggio della Grecia, le banche francesi e tedesche a danno dei contribuenti italiani. Sul MES si è aperta una polemica che non ha basi fattuali e che ha un sapore nettamente di natura ideologica. Tra l’altro avevamo anche l’opportunità di usare il MES sanitario, che non ha nulla a che vedere con la riforma discussa in Parlamento: era una possibilità che ci siamo lasciati sfuggire in passato e che sarebbe stata utile anche in vista della recrudescenza della pandemia.</p>



<p><strong>Se dovessero tardare i fondi del Next Generation EU, quelli messi a disposizione dal MES sanitario sarebbero ancora utili?</strong><br>Assolutamente si. Erano già utili perché erano nella nostra disponibilità a partire dall’estate e avremmo potuto finanziare i primi interventi sulla sanità. Anche nell’ambito di Next Generation EU, se guardiamo al PNRR o almeno la bozza che circola, i fondi destinati alla sanità sono relativamente esigui, come anche lamentato dal ministro Speranza. Quindi il MES può essere sicuramente una fonte aggiuntiva di finanziamento a tassi di interesse negativi, che può permetterci di affrontare una serie di scelte difficili che noi dobbiamo fare.</p>



<p><strong>Quali?</strong><br>Abbiamo bisogno di potenziare diversi aspetti della sanità, dalla sanità territoriale al primo incontro delle persone malate con gli ospedali. I pronto soccorso sono davvero in grandissima difficoltà. Una cattiva gestione di questo ingresso dei malati è quello che spesso ha portato a renderli dei veri e propri focolai. Abbiamo urgente bisogno di intervenire adesso, proprio in questo momento. A fronte anche del rischio di una terza ondata. Non c’è davvero tempo da perdere.</p>



<p><strong>Siamo in ritardo con la presentazione dei progetti per la spesa dei fondi Nex Generation EU?</strong><br>Sicuramente siamo in ritardo e già i tempi erano estremamente stringenti, perché per spendere 209 miliardi in così poco tempo ci vuole una programmazione molto accurata che le nostre amministrazioni hanno ampiamente dimostrato di non avere. Eravamo perciò già in ritardo in partenza. Abbiamo poi perso mesi con gli Stati Generali e la presentazione di linee guida prive di contenuti. Poi abbiamo avuto l’idea di chiedere dei progetti a tutte le amministrazioni: ne abbiamo sollecitato una miriade, più di 300, alcuni davvero risibili. Mi sembra che, almeno se guardiamo il PNRR, siamo ancora lontani dall’avere una versione operativa del piano. Ci sono tante idee e un’architettura abbastanza complessa con sono sei linee strategiche, quattro missioni, tre di multi-dimensioni. I progetti concreti sono pochi.</p>



<p><strong>Cosa la preoccupa di più?</strong><br>La cosa che mi preoccupa di questa versione del PNRR è che molti di questi interventi dovranno essere sottoposti a delle gare d’appalto perché altrimenti la Commissione europea non li accetterà e non c’è nulla che vada a migliorare il nostro modo di gestire gli appalti pubblici. Abbiamo un numero spropositato di stazioni appaltanti in Italia, dobbiamo porci l’obbiettivo di ridurle e di riuscire a gestirle meglio. Di questo non c’è traccia nel PNRR.</p>



<p><strong>Col Recovery si sta seguendo la stessa strada delle grandi opere italiane: si realizzano solo con la presenza di un commissario straordinario chiamato a superare le leggi ordinarie?</strong><br>Si, è pazzesco che si bypassino sistematicamente tutte le amministrazioni. L’impressione che si ha guardando dall’esterno è che sia in realtà una lotta di potere fra ministeri diversi e questo non è bello. Anche perché una volta che si fissano gli indirizzi generali del piano, la gestione dello stesso andrebbe lasciata all’amministrazione delle tecnostrutture. Mi sembra che questo non stia minimamente avvenendo, si sta piuttosto creando una ulteriore sovrastruttura con tre ministri che dovrebbero gestire il tutto. Non è questo il modo giusto di operare.</p>



<p><strong>Cosa pensa dei manager esterni?</strong><br>Se sono manager abituati a gestire imprese private, si troveranno a gestire una situazione molto diversa. Anche loro si dovranno scontrare con quest’aspetto delle gare. Possiamo trovare anche i manager migliori del mondo ma se non c’è una struttura che gestisce le gare in maniera diversa, se non c’è una centralizzazione delle gare d’appalto credo davvero che avremmo una grande difficoltà a portare a termine queste gare.</p>



<p><strong>Da professore universitario è preoccupato per una chiusura così prolungata delle aule?</strong><br>Indubbiamente si. Chiaramente il problema non è a livello dei miei insegnamenti: con gli studenti universitari, che sono molto digitalizzati, si fanno molte lezioni a distanza, si riesce a gestire abbastanza bene una situazione di questo tipo, i corsi non hanno subito delle interruzioni. Mi preoccupano i dottorandi, quelli che adesso devono uscire sul mercato del lavoro nel mondo della ricerca: loro hanno difficoltà a viaggiare e a costruire reti di contatti, hanno difficoltà a fare il cosiddetto job market. Questi sono numeri piccoli ma comunque importanti. I veri problemi sono legati alle scuole secondarie, alle medie inferiori, per non parlare della scuola elementare. In quei casi ci sono dei problemi di vario tipo; di apprendimento, soprattutto per le famiglie di persone che già in partenza vivono in condizione di maggiore difficoltà. Abbiamo chiarissima evidenza che durante i mesi di lockdown la dispersione scolastica è aumentata vertiginosamente in altri paesi.</p>



<p><strong>Lo stesso è successo in Italia?</strong><br>Da noi purtroppo questo tipo di rilevazioni non vengono fatte, quindi non ne sappiamo niente. Suppongo che la situazione da noi sia ancora peggiore perché il livello di alfabetizzazione informatica delle famiglie italiane è inferiore rispetto a tutti gli altri paesi europei, quindi i costi sono altissimi. Abbiamo chiuso le scuole più di tutti e questo porterà un’eredità negativa che ci trascineremo dietro per molti anni. Non abbiamo fatto nulla quest’estate per cercare di recuperare i ritardi accumulati ed è gravissimo che si continui a operare al buio, senza avere delle rilevazioni, dei dati, senza sapere effettivamente quali siano i rischi di contagio nelle scuole. Gli altri paesi hanno dati precisi che forniscono informazioni su quale sia lo stato di rischio di contagio associato all’apertura delle scuole, in genere non poi così elevato. In Italia stiamo navigando al buio.</p>



<p><strong>Uno dei dilemmi davanti ai quali ci ha posto la pandemia è stato la scelta tra la difesa della salute e la difesa dell’economia. Davvero impossibile combinare le due cose?</strong><br>Io non credo che esista un trade off tra salute ed economia. In un Paese in cui non vengono varati provvedimenti restrittivi che possano tutelare la salute della popolazione, sono gli stessi cittadini a reagire alla diffusione del contagio adottando volontariamente condotte cautelative. Gli Stati che non hanno adottato misure molto restrittive hanno subìto ripercussioni negative sull&#8217;economia e anche in quei casi i costi economici della pandemia sono stati elevati. E’ necessario limitare la libertà collettiva in maniera corretta, è opportuno soppesare le decisioni con estrema attenzione e far si che si possano poggiare su dati evidenti. Io non sono un epidemiologo e non posso dare indicazioni specifiche, osso però affermare che esistono benefici e svantaggi in ogni scelta, per questo è necessario che questi interessi vadano adeguatamente soppesati.</p>



<p><strong>Come è andata in Italia?</strong><br>La sensazione è che molto spesso non ci siano state delle decisioni ponderate; al contrario, si è fatta strada una tendenza ad abbandonarsi a scelte dettate dai rapporti tra il governo centrale e le regioni, con molta poca attenzione ai dati obiettivi che andavano raccolti. Il fatto stesso che spesso questi indicatori non siano stati neanche rintracciati dimostra come l&#8217;evidenza empirica del dato stesso era qualcosa che non interessava.</p>



<p><strong>Dal 2021 parte la lotteria degli scontrini. È una buona idea contro l’evasione fiscale?</strong><br>Io ho molti dubbi al riguardo, non credo che questo sia lo strumento adeguato a contrastare l&#8217;evasione. Una vera lotta all&#8217;evasione va compiuta incrociando le banche dati di tutti gli istituti di credito e operando una revisione delle banche stesse. Nel Recovery Fund esistono svariati accenni alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, all&#8217;incrocio delle banche dati o alla creazione di un archivio in cloud per le amministrazioni pubbliche. Il vero problema è mettere a punto gli archivi digitali. Si dovrebbe avere una cultura del dato amministrativo, per favorire un continuo incrocio di dati fondamentali che permetterebbero di ridurre fortemente l&#8217;evasione fiscale e contributiva nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Cosa pensa dello sciopero proclamato dagli statali? Sono stati quantomeno sbagliati i modi e i tempi della protesta?</strong><br>Nell&#8217;atto del proclamare uno sciopero dei dipendenti pubblici, i sindacati confederali hanno dato il via a una campagna di odio nei confronti dei lavoratori statali, da parte della popolazione. I dipendenti privati hanno subito forti ricadute negative sui loro redditi. In questa fase di lockdown sei milioni di persone sono andate in cassa integrazione. La CIG porta a ridurre i propri compensi del 35% e 40%. Esistono interi comparti del pubblico impiego che hanno smesso di lavorare del tutto durante il lockdown. Di certo, non credo che il dipendente pubblico sia il lavoratore più debole, in termini economici. C&#8217;è stato un forte incremento della povertà ma credo che proclamare uno sciopero o bloccare alcuni servizi pubblici in questo contesto sia davvero troppo. Si tratta pur sempre di una scelta che espone il lavoratore della PA a una percezione sociale estremamente negativa, oltre che falsata.</p>



<p><strong>Si danneggiano così i tanti impiegati competenti che appartengono alla PA?</strong><br>All’interno del pubblico impiego si sono verificate condotte eroiche e virtuose, in primis nel comparto sanitario. Lo sciopero non è legato all&#8217;incremento della retribuzione previsto in favore di medici, infermieri e personale paramedico, già previsto in altri capitoli della legge di bilancio. A prescindere dal settore sanitario, moltissimi dipendenti pubblici si sono impegnati al servizio della collettività, tentando di ovviare al problema della chiusura delle scuole. Esistono esempi virtuosi ma non sempre sono maggioritari. Sono convinto che questi cittadini siano alla ricerca di una valorizzazione del loro lavoro e vorrebbero un riconoscimento pubblico. Per questo, un sindacato che scende in piazza reclamando quel tipo di rivendicazioni rischia di offuscare l&#8217;immagine di chi ha lavorato più che bene.</p>



<p><strong>Come cambierà il lavoro sia nel settore privato che per la pubblica amministrazione?</strong><br>Sono sicuro che il lavoro da remoto prenderà maggiormente piede e questo è un bene, in quanto ci permetterà lo sdoganamento da un&#8217;organizzazione dei nostri orari fin troppo rigida. Per il resto, si ricomincerà a lavorare in gran parte in compresenza: partecipazione significa interazione e socializzazione, caratteristiche fondamentali sul lavoro. Il lavoro da remoto necessita di un’ulteriore evoluzione per definirsi davvero tale. C&#8217;è un problema di contrattualizzazione, di misurazione della produttività, di organizzazione del lavoro e di fornitura degli spazi adeguati. Non dimentichiamo che lavorare da casa significa spesso operare in condizioni abitative molto particolari, difficili alcune volte. Si tratta degli stessi lavoratori che si trovano in posizione di svantaggio sul mercato del lavoro, a prescindere da una pandemia. Per questo, non credo che il futuro del lavoro possa essere tutto da remoto. Di sicuro lo sarà più che in passato.</p>



<p><strong>Con la crisi causata dalla pandemia, torna in auge la proposta di cancellare il debito contratto per far fronte all’emergenza. Cosa ne pensa?</strong><br>Penso che in questo momento, solo discutere di cancellazione del debito potrebbe mettere in cattiva luce il nostro Paese. Ostacolerebbe l’Italia in una trattativa molto difficile come quella sul Recovery Fund. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che quei soldi non sono ancora arrivati e non si trovano, quindi, nella nostra disponibilità. C’è ancora una forte lotta a livello europeo che dev&#8217;essere tempestivamente combattuta per giungere a quel risultato. Siamo in una fase in cui i costi delle emissioni dei titoli del debito pubblico sono molto bassi e credo davvero che un dibattito sul tema sia qualcosa di poco tempestivo, oltre che sbagliato. Ricordiamo che i maggiori sottoscrittori dei nostri titoli di Stato sono famiglie e piccoli risparmiatori. In molti si risentirebbero di una scelta di questo tipo</p>



<p><strong>Lo stato ha ripreso una politica interventista. Sembrano tornate le antiche partecipazioni statali. Una pratica legata all’emergenza pandemica o un cambio di direzione duraturo?</strong><br>Questo è davvero il quesito del futuro. Esiste il forte rischio di quelle che noi chiamiamo &#8220;the ratchet effect&#8221; in cui lo Stato interviene temporaneamente, per poi non tirarsi più indietro. Questo pericolo è presente soprattutto in un Paese come l&#8217;Italia dove la cultura dell&#8217;impresa privata è estremamente povera. Dovremmo avere un atteggiamento diverso a riguardo. Nel libro che ho scritto insieme a Sergio Rizzo, sul settore pubblico, si scava a fondo su questa vicenda facendo il punto sui ritardi che ci sono stati anche nell&#8217;affrontare il problema delle società partecipate. La loro riduzione, più volte presentata come un obiettivo raggiungibile, è ancora molto lontana. In questo senso, i risultati sono stati davvero scadenti.</p>



<p><strong>Il bilancio europeo per il 2021-2027 prevede tagli ai programmi di ricerca condotti dalle università. La scelta mette a rischio la capacità di innovazione dell’Europa e il suo sviluppo?</strong><br>Credo che sia fondamentale oggi finanziare la ricerca e promuovere forme di integrazione per riuscire a raggiungere economie di scala, anche a livello europeo. Non sempre i fondi per la ricerca sono stati spesi in modo, efficace. Il primo obiettivo è utilizzarli meglio; il secondo è rafforzarne l&#8217;entità. Operare un taglio, specie se non selettivo, può essere invece qualcosa di estremamente controproducente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/12/14/raco-tito-boeri-italia-rischia-di-perdere-fondi-next-generation-eu/">Tito Boeri: l&#8217;Italia rischia di perdere i fondi del Next Generation EU. Una vera lotta all&#8217;evasione va compiuta incrociando le banche dati, non con la lotteria degli scontrini</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Angelo Panebianco: non ritengo probabili riforme profonde per almeno una generazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2020 09:05:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Considera il 30% raggiunto dal NO al referendum costituzionale come il massimo risultato possibile?Il 30% era imprevedibile. Molti di noi pensavano che la percentuale di NO fosse molto più bassa di quella che è stata. Almeno per chi come me non era favorevole a quella riforma è stata una gradita sorpresa. Detto questo non attribuirei a quel risultato un significato troppo ampio. E’ ancora troppo presto per sapere cosa accadrà.&#8230;</p>
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<p><strong>Considera il 30% raggiunto dal NO al referendum costituzionale come il massimo risultato possibile?</strong><br>Il 30% era imprevedibile. Molti di noi pensavano che la percentuale di NO fosse molto più bassa di quella che è stata. Almeno per chi come me non era favorevole a quella riforma è stata una gradita sorpresa. Detto questo non attribuirei a quel risultato un significato troppo ampio. E’ ancora troppo presto per sapere cosa accadrà. Per ora è troppo presto per dire che quell’ondata è passata.</p>



<p><strong>E’ il segnale che il ceto medio ha voltato le spalle al populismo che negli ultimi anni ha dettato i tempi della politica italiana?</strong><br>Bisognerebbe che gli altri imparassero la lezione: quell’ondata c’è stata perché le altre forze politiche avevano deluso fortemente ampi settori dell’elettorato. La responsabilità è prevalentemente delle forze politiche che precedentemente occupavano le posizioni di maggioranza e opposizione. Si tratta di capire se arrivano da quelle parti segnali di comprensione di quello che è accaduto. Naturalmente l’elezione di Biden o la sconfitta di Trump va nella direzione da lei indicata: è un segnale più potente del 30% dei NO.</p>



<p><strong>Biden è il vaccino contro il populismo mondiale?</strong><br>Biden potrebbe essere un presidente debole, in balia delle forze estreme sia del suo partito che dell’opposizione. Diciamo che la sconfitta di Trump è una sconfitta per tutte quelle forze che avevano puntato sulla distruzione del vecchio assetto liberale del mondo occidentale.</p>



<p><strong>Il sentimento anti parlamentare sembra essere ancora forte nel nostro paese. E’ corretto immaginare delle formule che consentano ai cittadini di partecipare più attivamente e con maggiore frequenza alle scelte politiche fondamentali che fino ad oggi sono state riservate ai parlamentari?</strong><br>In giro per il mondo si sta pensando a soluzioni che consentano a gruppi di cittadini che lo vogliono di partecipare a dibattiti controllati in modo da poter acquisire più competenza e conoscenza sulle varie questioni che interessano i singoli cittadini. Ci sono modi per rendere l’opinione pubblica più partecipe. Il punto chiave però è l’atteggiamento verso l’unica democrazia possibile che è la democrazia parlamentare o indiretta. Anche perché le forme di democrazia diretta, come abbiamo visto, sono ampiamente manipolabili e manipolate. Nel caso italiano i sentimenti anti parlamentari sono antichi, non è una cosa recente. L’anti-parlamentarismo è sempre stato presente nella storia italiana. In alcune fasi è stato anche molto forte. Una cosa antica che fa della democrazia italiana una democrazia fragile e difficile.</p>



<p><strong>Il risultato del referendum è la conferma che la riforma della Costituzione può essere fatta solo a piccoli passi e non con modifiche più strutturali come quelle tentate prima da Berlusconi e poi da Renzi e sempre bocciate dai cittadini?</strong><br>Certamente è più facile fare piccole riforme salvo che le cosiddette piccole riforme possono avere effetti devastanti: la riforma del Titolo quinto, ad esempio, è stata un disastro ai fini della funzionalità del sistema politico italiano. Ed era la riforma di un pezzo, sia pure rilevantissimo, dei rapporti tra Stato e periferia, tra governo centrale e governi locali. Questa riforma è passata, a differenza della precedente, perché accarezzava i sentimenti anticasta presenti nel Paese. Il referendum ha confermato questo, anche se non nell’ampiezza che si immaginava. Se dovessi dire qual è il vero orientamento non tanto dell’opinione pubblica quanto dei settori che orientano l’opinione pubblica, direi che c’è la volontà di mantenere la classe politica in una posizione di debolezza. Qualunque riforma che va nel senso del rafforzamento del governo &#8211; dalla fine del bicameralismo paritetico a una legge elettorale in senso maggioritario capace di rafforzare il governo &#8211; è osteggiata perché se la classe politica è debole altri poteri, istituzionali e non, assumono più forza. La debolezza della classe parlamentare è utile a una serie di poteri.</p>



<p><strong>A quali in particolare?</strong><br>La fine della cosiddetta Repubblica dei partiti, l’indebolimento della classe politica che si ebbe con le inchieste giudiziarie dette di “mani pulite”, ha rafforzato enormemente altri poteri, per esempio quelli amministrativi. Se il potere politico rappresentativo si indebolisce il potere amministrativo si rafforza, perché chi ha il compito di controllarti è troppo debole e non lo può fare. A questo punto una serie di poteri che sono diventati forti non vogliono un rafforzamento del governo, che implica appunto un nuovo rafforzamento del potere politico rappresentativo. Questo credo che sia un elemento centrale. Poi a questo si somma il fatto che se vai a proporre la riduzione dei parlamentari accarezzi automaticamente il sentimento “piove governo ladro” che è sempre stato presente nel Paese.</p>



<p><strong>La strada per riformare la seconda parte della Costituzione potrebbe essere una nuova Assemblea Costituente?</strong><br>A questo punto non ritengo probabili riforme profonde per almeno una generazione. Io ho fatto parte per molti anni della lega per la legge uninominale, un’idea lanciata nel 1986 da Mario Segni e Marco Pannella. Un gruppo di professori universitari chiamati a proporre in tutto il Paese la riforma della Costituzione e una legge in senso maggioritario. Secondo me il referendum del 2016, quello della cosiddetta riforma Renzi, ha chiuso la questione. Una sconfitta 40 a 60 è fortissima e chiude per un pezzo la prospettiva di riformare in modo serio la Costituzione.</p>



<p><strong>Al taglio dei parlamentari seguiranno le riforme concordate all’interno della maggioranza come condizione perché anche il PD potesse sostenere il SI al referendum?</strong><br>No. L’unica cosa è sapere se alle prossime elezioni andremo o no con questo sistema elettorale, un sistema misto che mescola elementi di proporzionale a elementi di maggioritario e lo fa nel modo peggiore, perché crea l’illusione di un maggioritario in sede elettorale che poi si trasforma in un proporzionale subito dopo le elezioni. Quanto detto agli elettori prima delle elezioni da M5S, PD e Lega non corrisponde minimamente a quello che è stato fatto dopo. Questo sistema elettorale favorisce la formazioni di coalizioni elettorali che, appena finite le elezioni, consente la rottura delle stesse e favorisce la formazione di governi diversi. L’unica domanda è: questo sistema dura o andremo a votare con un proporzionale più o meno puro? Di altre riforme non vedo la possibilità.</p>



<p><strong>Si pensa alla legge elettorale solo con riferimento alla governabilità ma come risolvere il problema della selezione della classe dirigente?</strong><br>Ci sono due soli modi per risolvere questo problema: la prima è il ritorno alle preferenze. Però le preferenze creano battaglia tra candidati dello stesso partito. Con le preferenze si crea una lotta per cui il vero avversario non si individua nel partito avverso ma tra gli altri candidati dello stesso partito. E’ comunque un metodo di selezione. Un altro modo per selezionare è il collegio uninominale. Se un partito decide di paracadutare dal centro un candidato in un qualunque luogo contro un candidato forte localmente, quest’ultimo vince. Questo porta a una selezione dei candidati migliori per quel luogo. Questi sono i due modi, non ce ne sono altri.</p>



<p><strong>E le primarie?</strong><br>Le primarie, se non collegate a un sistema elettorale maggioritario, sono un pasticcio. Il collegio uninominale è stato subito eliminato perché dava fastidio ai leader. Il collegio uninominale fa si che il candidato vincitore acquisti una sua forza, perché ha avuto un rapporto diretto con gli elettori e questo non può essere facilmente accettato dai leader dei partiti. Questo sistema non piace neppure a molti parlamentari perché una cosa è accucciarsi dentro una lista proporzionale sperando di essere eletti altra cosa è fare il candidato del proprio partito in un collegio uninominale, metterci la faccia e sfidare qualcun altro, magari forte e agguerrito. Risultato: l’uninominale è stato eliminato, non abbiamo strumenti di selezione, si parla di tornare alle preferenze dimenticando tra l’altro che intanto sono state approvate leggi sul voto di scambio. Tornare alle preferenze col nuovo quadro normativo non è molto conveniente per i parlamentari che intendono affrontare questa strada.</p>



<p><strong>Lei scrive che “in politica, quando la razionalità si scontra con l’identità, la razionalità esce di solito sconfitta”. Tutte le volte che il M5S, prima contro la Lega e ora contro il PD, ha definito una scelta come “non negoziabile” l’ha spuntata. Perché tanta ostilità per il MES e non per il Recovery Fund?</strong><br>Se la tua identità si sta liquefacendo devi trovare dei punti su cui differenziarti dai tuoi partner e quindi scegli il primo che capita. Intanto il Recovery Fund è una cosa proiettata nel futuro, in secondo luogo il MES è vincolato alla spesa sanitaria. Non ci puoi fare quello che vuoi, mentre in molti pensano di poter fare quello che vogliono con il Recovery Fund. L’altro elemento è identitario: qualcuno ha deciso che la sua identità si gioca lì. C’è poco da fare. In quel caso vince, come per ora sta vincendo.</p>



<p><strong>Al contrario di quanto è successo in Francia, il governo non sembra avere un piano dettagliato e completo su come impiegare le risorse del Recovery Fund. Rischiamo di arrivare tardi?</strong><br>Non possiamo dimenticare che non siamo riusciti a rafforzare il governo. Le riforme istituzionali dovevano servire a questo. Il primo ministro è in balia di una serie di forze. La Francia ha presentato un piano per due ragioni: perché ha un potere politico centralizzato nel Presidente della Repubblica e un’alta amministrazione di altissimo livello. Se la politica dà un impulso, l’amministrazione produce un piano di altissimo livello. Semplicemente perché il presidente ha schiacciato un bottone, l’amministrazione è in grado di rispondere. Qui non c’è né l’una né l’altra cosa: né un’amministrazione di alta qualità né una politica centralizzata. Il Presidente del Consiglio non può fare niente se i ministri non sono d’accordo e cioè se le principali forze politiche non sono d’accordo. Lui è una persona che deve mediare.</p>



<p><strong>E torniamo al motivo per cui in Italia non si riescono a fare le riforme.</strong><br>La sconfitta del bicameralismo paritetico avrebbe rafforzato il governo e proprio per questo una serie di forze hanno voluto la sconfitta di quella riforma. Non si vuole il rafforzamento del governo perché lasciare il primo ministro in balia delle scelte di una pluralità di forze, vittima di una serie di poteri di veto. I presidenti del consiglio in larga misura bluffano sul problema della loro forza. Tranne che in alcuni momenti, come è stato durante la prima fase della pandemia.</p>



<p><strong>Lei parla di pregiudizi diffusi, nella classe politica, contro il mercato, anche da parte di altri centri vitali dello Stato. E’ davvero così ampia l’idea che le imprese più che fonte di ricchezza siano “covi” ove si consumano reati di ogni sorta?</strong><br>Questo è un orientamento anti-mercato molto diffuso nel Paese. Peraltro diffuso tra persone che usufruiscono del fatto che poi il mercato c’è e produce ricchezza. Se il mercato smettesse di esserci e le imprese smettessero di produrre ricchezza, tante persone che campano attraverso lavori del pubblico impiego o del terziario si ritroverebbero senza lavoro. Però questi sentimenti sono diffusissimi e sono antichi. Non è una cosa di oggi il sentimento anti-mercato, il sospetto verso le imprese è sempre stato presente nella nostra storia esattamente come l’anti-politica. Sono cose antiche che in certe fasi si esasperano.</p>



<p><strong>Considerati questi diffusi pregiudizi anti-mercato e l’ostilità per le imprese, quante probabilità ci sono che le risorse che dovrebbero servire a rimettere in piedi il Paese vengano davvero impiegate per questo scopo?</strong><br>Qualcuno ha detto che bisogna smetterla di distribuire pesci perché il problema sono le canne da pesca. C’è una parte ampia della classe politica sufficientemente incolta da un punto di vista economico da pensare che il problema sia distribuire fondi nei modi più diversi per alleviare la povertà. Dopodiché hai fatto una bella distribuzione di pesci, hai un debito che va aldilà di ogni possibilità di sostenibilità, e intanto tutti quelli che avevano le canne da pesca chiudono. Le imprese, sia del terziario che dell’industria. A quel punto i pesci non ci saranno più. Questo è il rischio, quando non si è in grado di pensare in termini di crescita e sviluppo.</p>



<p><strong>Perché in Italia non si riesce ad aggregare, a strutturare un partito, un movimento, una proposta politica liberale?</strong><br>In parte per la debolezza della tradizione liberale italiana, in parte perché la frammentazione è molto alta. Teniamo in conto che con un sistema proporzionale la frammentazione è destinata ad aumentare perché col proporzionale conviene essere il leader di un partitino al 3% piuttosto che uno dei tanti dentro un partito del 30%. In realtà noi abbiamo perso il treno quando non siamo stati capaci di tenere il maggioritario. Se il maggioritario fosse durato ancora, elezione dopo elezione, avremmo tutti quanti, cittadini e politici, imparato a usarlo. A poco a poco si sarebbero asciugate le estreme, le coalizioni avrebbero cercato di convergere al centro e avremmo dato vita a un assetto maggioritario con più possibilità di articolare posizioni che lei ha chiamato liberali ma che possiamo definire più favorevoli allo sviluppo economico e civile del Paese.</p>
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		<title>Piero Fassino: dopo 13 anni le ragioni che ci portarono a fondare il PD sono più che mai valide. Nessuno ha cacciato Renzi e Calenda dal partito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 12:44:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Presidente Fassino, oggi sono tredici anni dalla fondazione del Pd. In quel momento lei era segretario dei DS. Ci ricorda come si è arrivati a quella scelta?Il processo di costruzione del Pd affonda le proprie radici nell’Ulivo, nato a metà degli anni ’90, prima come lista per elezioni comunali e poi consolidatosi, tra il ’95 e il ’96, come coalizione nazionale delle forze politiche di centrosinistra con la leadership di&#8230;</p>
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<p><strong>Presidente Fassino, oggi sono tredici anni dalla fondazione del Pd. In quel momento lei era segretario dei DS. Ci ricorda come si è arrivati a quella scelta?</strong><br>Il processo di costruzione del Pd affonda le proprie radici nell’Ulivo, nato a metà degli anni ’90, prima come lista per elezioni comunali e poi consolidatosi, tra il ’95 e il ’96, come coalizione nazionale delle forze politiche di centrosinistra con la leadership di Romano Prodi. Un’esperienza complessa destinata ad attraversare diverse stagioni. La prima fu quella, tra il ‘96 e il 2001, dei governi guidati da Prodi, D’Alema e Amato. Una stagione fu molto proficua per il Paese, ma che manifestò da subito il limite strutturale dell’Ulivo: essere una coalizione larga composta da una molteplicità di forze e per questo fragile nella sua coesione.<br> <br><strong>Finita quell’esperienza quale fu il percorso?</strong><br>Dopo le elezioni del 2001, che videro il successo del centro destra guidato da Berlusconi, alcune forze che facevano parte dell’Ulivo ne ritennero esaurito il corso, mentre le forze principali, in primis DS e Margherita, decisero di proseguire il cammino comune. Per rilanciare il percorso si lavorò in primo luogo a tener viva quell’esperienza nelle elezioni locali. Poi nel 2004, in occasione delle elezioni europee, si diede vita alla lista “Uniti nell’Ulivo” che ebbe un successo elettorale &#8211; tuttora misconosciuto &#8211; raccogliendo  il 31,5% dei voti e affermandosi come prima lista elettorale italiana. L’esperienza prosegui alle elezioni regionali del 2005, dove ci si presentò come Ulivo nella metà delle regioni, mentre nelle altre DS e Margherita presentarono liste distinte. Il risultato fu molto positivo dove ci presentammo uniti, mentre nelle regioni in cui ci si presentò distinti ebbero un buon esito i DS, ma fu infelice per la Margherita.<br> <br><strong>Questo rappresentò un passaggio cruciale.</strong><br>Si, perché aprì nella Margherita una discussione sull’opportunità o meno di proseguire nella direzione inaugurata dall’Ulivo. La discussione fu risolta positivamente con la decisione di lavorare ad una coalizione larga che recuperasse tutte le forze politiche di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2006, alle quali ci si presentò con la coalizione dell’Unione che vinse le elezioni e diede vita al secondo governo Prodi. Quella nuova esperienza di governo confermò tuttavia il limite palesatosi già tra il ‘96 e il 2001 e cioè che una coalizione più è larga più rischia di essere fragile. Pensi che il secondo governo Prodi era sostenuto da diciassette gruppi parlamentari, tredici dei quali con meno di dieci membri.<br> <br><strong>Fu il grande limite del secondo governo Prodi</strong>.<br>Esattamente. Quel governo cadde dopo due anni, nel 2008, più per la fragilità interna che non per la pressione delle opposizioni. Ma già dall’autunno 2006 si era avviato il processo di trasformazione della coalizione in un vero e proprio partito. Questo processo prese un anno, e il 14 ottobre del 2007 si arrivò a fondare il Partito Democratico con le primarie, esperienza che avevamo già sperimentato con il primo Ulivo e che era il modo per dare una grande legittimazione democratica e popolare al partito. Parteciparono oltre quattro milioni di cittadini, che investirono Walter Veltroni come primo segretario del PD.<br> <br><strong>Il Partito Democratico nasce a vocazione maggioritaria e vince tutte le volte in cui conferma tale inclinazione, mentre mostra i suoi limiti quando questa ispirazione viene smarrita.</strong><br>In questo bisogna intendersi. Vocazione maggioritaria non significa solitudine maggioritaria. Non significa voler essere un solo partito grande che fa terra bruciata di ogni altro partito. Questa non è la vocazione maggioritaria, e nessuno nel PD l’ha mai predicata. Vocazione maggioritaria significa essere un partito di largo insediamento elettorale che, in virtù di tale radicamento, è poi capace di esprimere una capacità coalizionale con forze minori. Per fare un esempio, la Democrazia Cristiana di Kohl e Merkel è un partito a vocazione maggioritaria, ma non ha mai guidato la Germania da sola. Si tratta di un partito dal quale non si può prescindere per formare un governo, ma che ha la capacità di coalizzare e guidare altre forze. Chiaramente in tredici anni tale capacità nel Pd ha conosciuto stagioni diverse.<br> <br><strong>Quello attuale è un momento in cui sembra che la vocazione maggioritaria non sia la prima spinta del PD.</strong><br>Penso che i risultati elettorali degli ultimi quindici giorni, con la vittoria in Toscana, Puglia e Campania, e il successo netto in tutti i capoluoghi che sono andati al voto, confermino che il Pd può essere un partito a vocazione maggioritaria. Voglio però aggiungere una considerazione.<br> <br><strong>Ci dica.</strong><br>Quando si fa un anniversario si fanno i bilanci. La domanda è se dopo tredici anni le ragioni che hanno portato a dare vita al PD siano confermate o siano venute meno. Io dico che quelle ragioni sono tutte pienamente attuali. Noi lo fondammo con quattro principali ragioni. La prima fu il proposito di dar vita ad un partito che unisse le grandi tradizioni riformiste, popolari e democratiche del Paese stante che con la caduta del muro di Berlino si rimuoveva l’ostacolo che aveva fino ad allora impedito a quelle forze di incontrarsi e riconoscersi. Oggi questa ragione è ancora più valida: nessuno trarrebbe vantaggio dal tornare ai DS e alla Margherita.<br>Seconda ragione fu dar vita ad una forza politica che mettesse mano ad un progetto di riforma e modernizzazione del Paese, rimuovendo quegli ostacoli strutturali che gli avevano impedito di crescere al pari di altri Paesi. Questa ragione è ancora viva, soprattutto nel momento in cui siamo chiamati a fare i conti con Covid-19 e c’è l’esigenza di un grande rilancio e quindi di un grande partito che lo guidi.<br>Terza ragione fu la necessità di avere un partito abbastanza forte da mettere in campo la riforma del sistema politico e istituzionale terremotato dalle vicende di Tangentopoli. Abbiamo tentato di farlo e in parte ci siamo riusciti, cambiando la legge per le elezioni comunali, per quelle regionali e per quelle nazionali, e trasferendo moltissime competenze alle regioni. Questa riforma pero è rimasta incompiuta nel momento in cui i cittadini hanno bocciato la riforma Renzi. La necessità resta tuttavia in piedi, tant’è vero che, dopo la riduzione del numero di parlamentari, abbiamo ricominciato a discutere di legge elettorale e di riforme costituzionali.<br>Infine una quarta ragione, che è stata spesso sottovalutata. Noi facemmo quella svolta perché intuimmo che nei grandi mutamenti intervenuti dopo la caduta del muro di Berlino, c’era anche la necessità di una rifondazione delle forze democratiche e progressiste d’Europa. Quando andai in giro per l’Europa a spiegare perché facevamo il Partito Democratico alcuni compresero, mentre altri guardarono con diffidenza. Oggi quella esigenza è pressante e all’ordine del giorno in tutta Europa.<br> <br><strong>Il 2020 come il 2007 quindi.</strong><br>Consideri ciò che è accaduto in questi anni alle forze socialiste e progressiste europee: tutte hanno dovuto fare i conti con sconfitte elettorali e l’emergere di movimenti populisti e neonazionalisti con largo seguito elettorale. E oggi tutte le forze progressiste e democratiche si pongono il problema di un profondo rinnovamento culturale e politico per tornare ad esercitare quell’egemonia che a lungo hanno espresso in Europa. Tutte le ragioni per cui fu fondato il Partito Democratico, sono dunque più vive oggi di quanto lo fossero nel 2007.<br> <br><strong>Perché, allora, c’è un così evidente disagio nelle componenti più liberali, quelle più vicine alla Margherita, che non si sentono a proprio agio nel PD di oggi? Del resto il PD non supera il 21-22 per cento. Il massimo fu raggiunto proprio da Renzi, capace di condurlo al 40%.</strong><br>Quel quaranta per cento però è evaporato, e bisogna fare i conti con questo. Non si sono persi quei voti, come spesso dice Renzi, perché c’era il fuoco amico: quando passi dal quaranta al diciotto per cento vuol dire che è cambiato qualcosa nel corpo elettorale. Il PD vive le stesse difficoltà di tutte le altre forze progressiste. C’è Trump in America, la Brexit ha vinto in Inghilterra, in molti paesi europei c’è stata un’ondata populista e nazionalistica che solo ora sembra cominciare ad attenuarsi. Il PD, che viene quotidianamente descritto in crisi dalla stampa italiana, è uno dei primi tre partiti progressisti europei per consenso elettorale. In questo momento il consenso del PD è maggiore di quello della SPD tedesca, del PS francese, della socialdemocrazia austriaca. Proprio gli ultimi risultati elettorali dimostrano intanto che la destra può essere sconfitta, e poi che se c’è una forza in Italia che può farlo, guidando uno schieramento largo, è il PD. <br> <br><strong>Lei auspica che ci sia il ritorno nel Partito democratico di chi ha seguito Renzi o Calenda?</strong><br>Dipende da loro. Io sono molto franco. Renzi, per personalità e carattere, non sta in un partito se non lo comanda. Legittimo. Avendo perso la guida del PD ha pensato di farsi un partito proprio. Legittimo anche questo. Sta nella coalizione di centrosinistra, ma è lui che ha lasciato il PD, non è stato il PD a chiedergli di andarsene. Anche Calenda, che io considero un politico capace, carismatico, un ottimo ministro, è stato eletto nelle liste del PD. Poi ha deciso di lasciarlo, di fondare un suo movimento, sta nella coalizione di centrosinistra, ma nessuno gli ha chiesto di andarsene. E francamente non c’è alcuna scelta politica di contenuto su cui Renzi o Calenda esprimano posizioni diverse da quelle che formula il PD.<br> <br><strong>Perché sono fuori allora?</strong><br>Non per il programma. Eravamo tutti d’accordo nel fare la Tav e la Tap e una certa riforma della scuola. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il reddito di cittadinanza così non funziona. Siamo tutti d’accordo nell’uso da fare delle risorse del Recovery Fund. Il punto di diversità è, per una fase, l’alleanza col M5S. Sappiamo tutti che si è trattato di un’alleanza di necessità per sbarrare la strada al rischio che la destra potesse prendere in mano le redini del Paese, ed è stata una scelta lungimirante come dimostrano i risultati elettorali di queste elezioni, che registrano un arretramento secco della Lega e di Forza Italia, che l’incremento di Fratelli d’Italia non compensa. Se noi saremo in grado di governare bene, questo recupero di fiducia può crescere, a beneficio del PD e degli altri partiti del centrosinistra, comprese Italia Viva e Azione.<br> <br><strong>Lei immagina, guardando alle prossime politiche, un centrosinistra formato dal Pd e da queste forze che hanno costituito storicamente il centrosinistra, oppure un’alleanza con il M5S?</strong><br>Il problema non è disegnare alleanze a tavolino, ma seguire i processi politici. Intanto nei Cinque stelle si è aperta una discussione: un partito nato come movimento e con una identità antagonistica quando ha dovuto fare i conti con responsabilità di governo, ha dovuto attenuare quella identità. Quando ha provato a mantenerla la scelta non è stata premiata dagli elettori: se vuole essere forza di governo, deve accettare di dover fare i conti con la concretezza delle soluzioni e con la necessità di alleanze. C’è un’evoluzione di identità al loro interno. Quando Grillo dice che non possono più essere quelli del “vaffa”, dice che c’è bisogno di una maturazione politica che acquisisca cultura di governo e disponibilità ad alleanze. Che cosa produrrà questa discussione nei 5S lo vedremo nei prossimi mesi.<br> <br><strong>La decisione di votare Si al referendum costituzionale è stata molto sofferta, perché il PD aveva votato contro per tre volte. La base del partito, insieme ai fondatori, si è espressa per il No. Lei crede che sia stata una scelta obbligata o giusta?</strong><br>È stata una scelta obbligata perché si trattava di onorare un accordo. Non nego che quella scelta aveva un profilo demagogico che spiega perché una parte di elettori non l’ha sostenuta. Può tuttavia diventare una scelta utile è accettabile se è il primo innesco di un percorso di riforma che va ripreso. La riduzione del numero dei parlamentari è stata sempre sostenuta dai partiti di sinistra insieme al superamento del bicameralismo paritario.<br> <br><strong>Ma non una riduzione lineare.</strong><br>E&#8217; il motivo per cui diciamo che questo provvedimento può essere utile se si procede con una riforma che superi il bicameralismo paritario e ridefinisca i rapporti tra Stato e regioni, come anche l’emergenza Covid ha dimostrato essere necessario.<br> <br><strong>Non è un azzardo troppo grosso quello di mettere mano alla Costituzione così, nella mera speranza che questo costituisca un grimaldello per le riforme successive?</strong><br>La politica è fatta anche di rischio, come la vita. Non è tutto scritto in partenza. Pensi a quando Berlinguer disse che si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della Nato. Non era un rischio, per il segretario di un partito che per decenni non si era identificato in quel campo politico internazionale? Pensi a Togliatti che convinse il suo partito a votare l’articolo 7 della Costituzione, che riconosce il Concordato. Non era un rischio? Pensi a Moro e Berlinguer che tessono il compromesso storico mentre infuriava l’assalto terroristico alla democrazia. E quando Occhetto annunciò che l’esperienza del PCI era esaurita e bisognava traghettare quella storia in un partito nuovo? Anche li non si ebbe paura di rischiare. E quando abbiamo fatto il Partito Democratico non abbiamo rischiato?<br> <br><strong>Erano tutte scommesse politiche, non si cambiava la Costituzione.</strong><br>Come tutti i democratici credo che la Costituzione sia il fondamento della Repubblica, ma non è un monumento di marmo. Nella prima parte della Costituzione si stabiliscono principi e valori su cui è fondata la democrazia italiana. Sono valori che non mutano con il decorrere del tempo, “attraversano la storia” e sono immutabili. Poi c’è la seconda parte della Costituzione, l’organizzazione dello Stato, che è sottoposta all’evoluzione del Paese, della società e delle stesse Istituzioni. Ed è giusto modificare ciò che va aggiornato.<br>Le faccio un esempio legato alla mia esperienza di Presidente della Commissione Esteri. In Costituzione è previsto all’articolo 80 che tutti i trattati internazionali firmati dal Governo debbano essere ratificati dal Parlamento con voto in Aula. Quando i costituenti scrissero quella norma avevano in mente la tragedia dell’accordo Roma-Berlino-Tokio. Ma oggi noi viviamo un tempo di internazionalizzazione in cui tutti i governi sottoscrivono ogni settimana accordi di natura tecnica di ogni genere, come quelli per evitare la doppia imposizione fiscale, per il riconoscimento dei titoli di studio, per la cooperazione culturale o sanitaria. Le pare ragionevole che si debba continuare ad approvare questi accordi, a contenuto tecnico e su cui nessuno eccepisce, facendone discutere seicento deputati e poi a trecento senatori? Quell’articolo è datato. Oggi potremmo modificarlo dicendo che gli accordi possono essere ratificati in Commissione salvo che un certo numero di deputati ne chieda la discussione in Aula per la presenza di questioni politiche delicate. Quando abbiamo modificato il titolo V trasferendo nuove competenze alle Regioni abbiamo modificato la Costituzione per adeguare gli assetti istituzionali alla società italiana di oggi. Allo stesso modo,  quando abbiamo abolito la disposizione finale che impediva ai Savoia di entrare in Italia, abbiamo preso atto che quella norma non aveva più utilità in un Paese in cui nessuno aveva nostalgia della monarchia. Insomma, modificare le parti organizzative della Costituzione è il modo per mantenere un rapprto di sintonia con il Paese.<br> <br><strong>Secondo lei la strada per la modifica della Costituzione è quella dei piccoli passi e non delle grandi riforme?</strong><br>Sì. Sono preferibili modifiche puntuali come negli esempi che le ho fatto. Dico ex post, ma lo dissi già allora, che se avessimo distinto la riforma Renzi in cinque quesiti, almeno tre sarebbero passati: l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario. Per gli altri si sarebbe visto, ma non sarebbe stato né una sconfitta, né un successo, né per chi aveva votato sì né per chi aveva votato no. Sono meglio riforme puntuali, singole, che non un cambiamento globale.<br> <br><strong>Il Mattarellum è la legge elettorale che ha funzionato meglio. Concorda?</strong><br>Vero. Infatti io sono favorevole a riprenderla.<br> <br><strong>Invece verso che cosa si va?</strong><br>Non è ancora chiaro. Io penso che ci siano due temi da affrontare. Il primo è quello di restituire agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti. Una delle ragioni per cui si è indebolito fortemente il rapporto tra cittadini e Istituzioni è aver tolto agli elettori la possibilità di scegliere gli eletti, con le liste bloccate. Su quell’indebolimento è passata anche la delegittimazione dei partiti. Il secondo è quello di produrre risultati elettorali che consentano governi stabili. Entrambe le questioni si possono risolvere con diversi sistemi elettorali. Personalmente sono favorevole da sempre al maggioritario con doppio turno di collegio, alla francese. Se non si può fare questo, guardo con favore al Mattarellum, che tiene insieme due dimensioni: la quota maggioritaria che consente di avere certezza di governabilità e la possibilità per l’elettore di scegliere l’eletto e la parte di proporzionale, finalizzata a garantire la rappresentatività.<br> <br><strong>Pero?</strong><br>Però so anche, per esperienza, che la legge elettorale rappresenta la regola del gioco democratico, e le regole del gioco si definiscono con il concorso di tutti i giocatori, quindi in Parlamento si deve cercare sempre l’accordo più largo. Non considero positive le leggi elettorali votate dalla sola maggioranza, qualsiasi sia la maggioranza. Se è possibile il Mattarellum, facciamolo. Se non è possibile, andiamo verso un sistema più proporzionale, ma sempre curando la governabilità e la scelta degli elettori. Per esempio la soglia del cinque per cento è un argine alla fragilità della coalizione.<br> <br><strong>Il referendum ha dimostrato che i cittadini hanno ancora un forte risentimento verso i politici, ma nel contempo hanno voglia di partecipare al processo decisionale. È una richiesta che va ascoltata.</strong><br>Nel libro che ho scritto nel 2017 per il decennale del Pd &#8211; “PD Davvero” &#8211; ho affrontato  anche questo tema. Siamo di fronte in tutto il mondo ad una crisi della democrazia rappresentativa parlamentare del Novecento, quella in cui siamo cresciuti e tuttora viviamo. Questa forma di rappresentanza, fondata sul suffragio universale, è indispensabile e ineliminabile. Tuttavia appare ai cittadini insufficiente per garantire una loro partecipazione. Ne è una riprova il fatto che oggi, quando si arriva al voto al termine della legislatura, nella stragrande maggioranza dei Paesi gli elettori votano per chi è stato all’opposizione, anche se chi ha governato lo ha fatto bene. Certo che si voti indipendentemente da come si è governato è un controsenso. Però questo indica che l’elettore vota per l’opposizione perché non si sente rappresentato e sente lontano chi decide. Se vogliamo uscire da questo scenario dobbiamo evitare che gli elettori siano chiamati a dire la loro solo una volta ogni quattro o cinque anni, perché altrimenti vota contro chi governa in quel momento e basta.<br> <br><strong>Come fare?</strong><br>Occorre individuare, tra un’elezione generale e l’altra, delle forme che consentano ai cittadini di dire la propria, utilizzando forme che diano sostanza alla democrazia deliberativa, che siano cioè capaci di chiamare i cittadini a concorrere alla decisione. Questo è un terreno di innovazione culturale. Se si guarda alle forme con cui è stato organizzato il rapporto tra potere e cittadini, si vedrà che in ogni secolo quelle forme sono cambiate. Non c’è secolo in cui quel rapporto risulti uguale a quello del secolo precedente. Noi siamo in un’epoca che continua a vivere con le forme della rappresentatività politica del secolo precedente. Ed è una contraddizione che registriamo ogni giorno, ad esempio nella forbice tra la velocità con la quale vive la società e la lentezza della decisione politica. La decisione ha una sua procedura che non vive e non può vivere nell’istante, ma la necessità di modificare la procedura per avvicinarsi ai tempi rapidi della società c’è. Ecco, per esempio, perché ha un senso superare il bicameralismo paritario, perché allunga i tempi della decisione e allarga quella forbice. Per recuperare credibilità occorre avvicinare il tempo delle Istituzioni a quello della società.<br> <br><strong>Parliamo di politica estera. L’impressione è che in questo momento l’Italia non riesca a esprimere posizioni coerenti.</strong><br>Io penso che l’Italia abbia un grande problema ed è la rappresentazione mediatica che viene data ogni giorno agli italiani. Mi spieghi per quale ragione per il Financial Times e il New York Times l’Italia è stato un Paese che ha governato bene l’emergenza Covid, mentre per i nostri giornali da cinque-sei mesi si descrive una situazione di confusione e caos. Io non trovo spiegazione. Non me la prendo con la stampa, ma pongo un problema democratico e so di dire una cosa impopolare: come si rappresenta il Paese all’opinione pubblica?<br> <br><strong>Ma noi abbiamo un presidente del Consiglio che giudica indifferente la vittoria di Biden o Trump.</strong><br>Avevamo un governo gialloverde che ci aveva portato ai margini dell’Europa. L’attuale governo ha riportato l’Italia al centro dell’Europa. Questa è una scelta politica forte, che facciamo vivere tutti i giorni. Siamo impegnati in politica estera su dossier importanti in modo attivo. L’allargamento dell’Unione ai Balcani, ad esempio, è per noi un dossier decisivo, perché i Balcani sono alle porte di casa. Su questo dossier esercitiamo un importante ruolo a Bruxelles e nella regione. Siamo impegnati ad affrontare le tante crisi del Mediterraneo, perché è la prima volta che tutto lo scacchiere mediorientale e Mediterraneo, dallo stretto di Hormuz allo stretto di Gibilterra, vive una sequela continua di crisi, guerre e instabilità: l’Iran, la fragilità dell’Iraq, la guerra civile in Siria, la guerra civile in Yemen, l’instabilità del Libano, la guerra in Libia, l’instabilità in Algeria e in Tunisia, i terroristi nella regione sub-Sahariana, il corno d’Africa. Noi tutti i giorni ci misuriamo con un contesto drammatico dove non vedo altri Paesi che riescono ad esercitare chissà quale ruolo. Prova ne sia la Francia, che cerca di esercitare un certo ruolo, ma anch’essa registra difficolta a incidere. La realtà è che l’Italia concorre con la sua azione alle scelte che l’Unione europea deve fare, sapendo che anche lo scenario internazionale in questi anni è stato terremotato perché Trump ha messo in discussione il sistema multilaterale di governance della globalizzazione, un processo che ha messo in difficoltà tutti. Ma non è vero che noi siamo assenti, silenziosi o remissivi. Cerchiamo di fare la nostra parte in un contesto obiettivamente complicato e difficile. Facendo politica estera da tantissimi anni, sa cosa mi colpisce sempre? Che c’è una considerazione dell’Italia nel mondo più forte di quella che gli italiani hanno di sé. Forse sarebbe tempo che l’Italia fosse più consapevole di sé.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/10/14/raco-fassino-ragioni-fondative-pd-sempre-valide/">Piero Fassino: dopo 13 anni le ragioni che ci portarono a fondare il PD sono più che mai valide. Nessuno ha cacciato Renzi e Calenda dal partito</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Francesco Saraceno: il destino dell’Europa è nelle mani dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 13:20:38 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/10/13/bellini-saraceno-destino-europa-nelle-mani-italia/">Francesco Saraceno: il destino dell’Europa è nelle mani dell’Italia</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Un altro Euro è possibile. È questa una delle più profonde convinzioni di Francesco Saraceno, professore di macroeconomia internazionale ed europea alla Luiss di Roma e all’Istituto di studi politici di Parigi. “Più keynesiano di tanti keynesiani”, come ama definirsi, Saraceno crede nel libero mercato, ma è altrettanto convinto del fatto che “non si debba perdere mai di vista l’idea che i mercati non sono perfetti e che c’è un continuo bisogno di intervento dello Stato – anch’esso non perfetto – nel compensare e regolare le dinamiche di mercato”.</p>



<p>Nel suo ultimo saggio &#8211; <a href="https://www.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-riconquista" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“La riconquista. Perché abbiamo perso l’Europa e come possiamo riprendercela”</a> (Luiss University Press) – Saraceno sostiene, che per salvare l’Unione serva una riforma strutturale della moneta unica. In “La riconquista”, Saraceno ripercorre la storia dell’Euro, inserendola in un quadro più ampio, quello del rapporto tra Stato e mercato. Un rapporto che già da qualche tempo aveva bisogno di essere ripensato e che la pandemia ha reso ancora più centrale nel dibattito pubblico e cruciale per il nostro futuro.</p>



<p><strong>A volte si nota una polarizzazione nel dibattito sull’Euro e sull’Europa: c’è chi è ideologicamente contrario, ma anche chi dice che va tutto bene, sempre e comunque. Entrambe le impostazioni sono dannose per l’integrazione europea, perché negando l’esistenza dei problemi si genera diffidenza nelle persone, che finiscono per rivolgersi agli euroscettici. Lei all’inizio del libro parla proprio della “solitudine del riformista”, che è sopraffatto dagli estremi. Perché è così difficile essere riformisti oggi? Perché si è così soli?</strong><br>Proprio perché ci si ritrova schiacciati. Sia chi difende l’Euro – i cantori dello status quo – sia chi lo vorrebbe morto – i sovranisti – sembra condividere un’impostazione di base: l’Euro non può che essere questo; non può cambiare. Di conseguenza, chi è critico di ciò che è stato fatto e di come sono state costruite alcune istituzioni europee, rimane completamente disarmato: se critichi l’Euro vieni subito arruolato nel campo euroscettico. Pensi che all’inizio dei miei interventi, passo il tempo a ripetere che non sono euroscettico: è una maledizione! Chi vuole riformare l’Euro si deve battere con entrambi gli estremi. Da un lato, con chi dice che servono solo aggiustamenti, senza cambiare l’impianto originale e, dall’altro, con chi vuole buttare via tutto e tornare agli stati nazionali. Lo spazio politico per la terza via non esiste. Chi, oggi, ha posizioni politiche che riprendono ciò che facciamo io e qualche scarso manipolo di persone? Nessuno. Sei solo; intellettualmente e politicamente.</p>



<p><strong>Su questa solitudine che è anche politica, va detto che negli ultimi anni, le esperienze politiche che hanno basato la loro azione sulla critica costruttiva, hanno avuto risultati deludenti. Perché non esiste uno spazio politico per la terza via?</strong><br>Se lei si chiede chi sono coloro che in Europa sono arrivati al potere assumendo una posizione critica, noterà che hanno tutti giocato su un’ambiguità nei confronti della moneta unica. Prendiamo Syriza in Grecia, per esempio: fino a quando sono entrati nella stanza dei bottoni, non era chiaro se fossero pro Euro o no. Vale lo stesso discorso per Podemos, in Spagna. Una volta al potere, però, devono fare i conti con il principio di realtà e si accorgono dei costi effettivi di un’uscita dall’Euro: per questo diventano – alcuni a loro malgrado – riformisti. Questo non toglie che per arrivare al potere abbiano usato un approccio politicamente non moderato, che evidentemente nel lungo termine non paga. E ciò è vero sia a destra sia a sinistra: chi è scontento è molto più attratto dallo charme di coloro che propongono di buttare via tutto. Da qui nascono il protezionismo e l’opposizione all’integrazione che, per fortuna, sono declinati diversamente a destra e a sinistra, ma che, di fatto, rispondono alla stessa esigenza.</p>



<p><strong>Da dove deriva questa esigenza?</strong><br>Dal fatto che, come sempre in economia, esiste un problema di vincenti e perdenti. Non tutti hanno vinto nel progetto europeo, così come non tutti hanno vinto nello sviluppo economico degli ultimi trent’anni. C’è una letteratura molto ampia sul tema: Milanovic, Piketty, Atkinson e così via. Da qui deriva anche il fatto che le élite – cioè i vincenti del processo di globalizzazione e di integrazione europea – abbiano poco incentivo a cambiare le cose. E, come dicevo, anche per questo la terza via, la posizione che potremmo chiamare della social-democrazia ha poco spazio.</p>



<p><strong>Torneremo tra un attimo sul discorso di vincenti e perdenti. Restando, invece, sulla posizione riformista, socialdemocratica, o come si preferisce definirla, essa si può fondamentalmente riassumere nella necessità di un affiancamento tra Stato e mercato. Questa idea è uno dei pilastri del suo pensiero e nel suo saggio, lei ripercorre la storia della moneta unica, proprio attraverso le due categorie di Stato e mercato, sottolineando che l’impostazione dell’Euro fu deliberatamente sbilanciata a favore del secondo. Che cosa risponde a chi la critica, sostenendo di aver fatto una ricostruzione troppo caricaturale, che sminuisce gli aspetti più sociali dell’unione monetaria?</strong><br>Rispondo che è vero che esiste un aspetto legato allo stato sociale, la gamba dell’economia sociale di mercato, e che questo elemento è stato presente fin dall’inizio dell’Euro. Tutto questo, però, è vero solo in teoria, e pochissimo in pratica. Dalla metà degli anni novanta in poi, il ruolo dello stato sociale in Europa è stato ridimensionato, con velocità diverse a seconda dei paesi e delle resistenze in ognuno di essi. Ad esempio in Francia, dove vivo, la “diga” si è aperta solo con Macron, prima aveva abbastanza resistito. In generale, dunque, tutto l’aspetto legato all’economia sociale è stato molto messo da parte, per cui, anche se sulla carta esiste, nella realtà è praticamente rimasto lettera morta. Sono anni che sindacati e uomini politici chiedono inascoltati di completare il cosiddetto pilastro sociale dell’Unione europea.</p>



<p><strong>Restiamo sulla genesi della moneta unica. Lei sostiene che l’Euro, così costruito, nasca da un’insolita alleanza tra federalisti e neoliberisti. Come si è creata un’alleanza simile?</strong><br>Dobbiamo prima fare un passo indietro e ricordare che quella era l’epoca in cui trionfava la rivoluzione Reaganiana e della Thatcher, la versione più estrema della contro-rivoluzione neoclassica dopo il periodo keynesiano. L’alleanza è stata una fuga in avanti, un gettare il cuore oltre l’ostacolo per costruire l’Euro, anche se con intenti diversi. I federalisti credevano che creando l’Euro, si sarebbero costruite tutte le istituzioni al contorno – come l’unione fiscale – facendo così il passo decisivo verso un sistema federale. Gli altri, invece, non erano davvero interessati all’evoluzione in senso federale. Vedevano nell’Euro un modo per legare le mani ai governi nazionali e obbligarli a fare le riforme, privandoli di una delle due armi della politica economica – quella monetaria – e vincolando la seconda – quella di bilancio – con il Patto di Stabilità. L’Euro si è fatto consapevolmente in maniera non ottimale, grazie a questa convergenza d’interessi.</p>



<p><strong>Cosa è andato storto?</strong><br>Il progetto federalista è sparito. Allora, l’“egemonia culturale” – espressione cui sono molto affezionato – non era dalla parte dei federalisti, ma da quella di chi sosteneva che il ruolo dello Stato dovesse essere minimo. Lo Stato, secondo loro, doveva limitarsi a creare le regole del gioco per lasciare i mercati completamente liberi di agire, senza provare a interferire con la partita. In quell’ambiente culturale, una volta creato l’Euro, quell’alleanza innaturale ha perso un pezzo &#8211; i federalisti &#8211; che sono diventati un movimento di nicchia, oggi di fatto quasi sparito politicamente. Forse saranno i miei figli a vedere gli Stati Uniti d’Europa; io no di certo.</p>



<p><strong>Se abbiamo perso la spinta “federalista”, diventata utopica, e ci siamo resi conto che è essenziale rifiutare quel determinismo ideologico all’origine di alcuni dei mali della moneta unica, quale è, oggi, il migliore alleato degli europeisti?</strong><br>Guardando puramente al problema di efficacia economica del sistema, dobbiamo provare a replicare quanto più possibile nelle istituzioni esistenti – che non sono federaliste – quei meccanismi che ci farebbero funzionare come una federazione. Ciò che nel libro definisco “federalismo surrogato”.</p>



<p><strong>Può fare degli esempi?</strong><br>Ci sono una serie di cose che si possono fare. Ne cito una: se saremo in grado usarlo con successo, il Fondo per la Ripresa, che oggi è temporaneo e limitato, può diventare l’embrione di una vera politica di bilancio, permanente e condivisa. E sottolineo “condivisa”, non comune, perché quest’ultima implicherebbe l’esistenza di un governo federale. Condivisa, allora, nel senso che si decide insieme e poi ognuno è responsabile di fare a casa propria. Ecco cosa intendo quando parlo di un federalismo surrogato. E questo sarebbe il massimo che possiamo fare, che sono sicuro che funzionerebbe, se ci fosse la volontà politica di metterlo in atto.</p>



<p><strong>Ora vorrei tornare sul discorso dei vincenti e dei perdenti, che mi pare assolutamente centrale per tante delle questioni chiave dell’attuale periodo storico. Molti sostengono che con l’Euro non tutti abbiano vinto. È stato così?</strong><br>Si è provato a dire che l’Europa ci avrebbe resi tutti più forti; tutti, non soltanto alcuni. In questo senso sì, forse c’è stato un errore di narrazione. Ma, attribuire all’Euro la responsabilità della divisione tra vincenti e perdenti dell’integrazione europea è nella migliore delle ipotesi naif, nella peggiore, disonesto intellettualmente. La moneta unica non fa altro che replicare su scala europea una tendenza globale nettissima degli ultimi decenni: l’impoverimento delle classi medie dei paesi avanzati a vantaggio, da un lato delle classi medie dei paesi emergenti, e dall’altro delle élite globali – la famosa “curva dell’elefante” di Milanovic. Tutto ciò va ben oltre il nostro cortile di casa europeo: è fondamentalmente frutto delle politiche che hanno prevalso negli ultimi 30-40 anni e che hanno minimizzato il ruolo dello Stato, sia nel suo ruolo regolatore che ridistributivo. Questo ha fatto sì che nei paesi avanzati aumentassero sia le disuguaglianze dette di mercato, sia quelle ex post, ovvero dopo l’intervento ridistributivo dello Stato. Per questo ci sono vincitori e vinti; non per colpa dell’Euro. Tra l’altro, questo dovrebbe essere l’argomento principale contro i sovranisti, gli euroscettici e tutte le tentazioni di ripetere la Brexit: non puoi sostenere che andandotene dall’Europa le tue classi medie staranno meglio; sono le politiche – e la teoria economica che le giustifica – che devono cambiare, non l’assetto istituzionale.</p>



<p><strong>Restando su vincitori e vinti, spostiamoci dalle persone ai paesi. Con l’avvento dell’Euro, alcuni paesi hanno guadagnato più di altri. Come mai?</strong><br>È il grande tema delle divergenze tra paesi. L’integrazione europea ha amplificato i fenomeni globali di cui parlavo. Nella distribuzione delle catene internazionali del valore alcuni paesi &#8211; o per caso, o per cultura, o per capacità – sono stati capaci di avvantaggiarsi dalla creazione dell’Euro: è il caso della Germania. L’Italia, invece, se da un lato ha avuto un beneficio grazie al risparmio sui tassi di interesse portato dall’Euro, dall’altro si è trovata spiazzata nelle catene del valore, perché non è stata più in grado di essere il fornitore dell’industria manifatturiera tedesca. I paesi dell’Est Europa, non avendo l’Euro, sono diventati subito relativamente molto più economici.</p>



<p><strong>Non è allora un caso se il malcontento nei confronti della globalizzazione tenda a coincidere con l’avversità all’integrazione europea e alla moneta unica, considerando che i due fenomeni condividono principi di fondo e, in un certo senso, si sono influenzati a vicenda…</strong><br>Le élite hanno aderito all’idea che la marea avrebbe fatto salire tutte le barche e quindi hanno chiaramente sottovalutato gli effetti distributivi della globalizzazione e, al suo interno, dell’Euro. Questo non è stato un problema fino al 2008. Fino a quando c’è stata la crescita, vedere parti sempre più ampie della popolazione europea impoverirsi è stato derubricato. Chi era nella stanza dei bottoni ha troppo a lungo trascurato i disequilibri che si stavano creando.</p>



<p><strong>Da qui dove si va?</strong><br>Allargando lo sguardo e guardando al futuro ci si rende conto che il problema non è tanto limitarsi a pensare a quale paese l’Euro abbia portato più vantaggi e a quale meno, ma costruire istituzioni in grado di allineare gli incentivi perché ci sia una convenienza per tutti. Il Fondo per la Ripresa fa esattamente questo. Alla Germania permette di stabilizzare il mercato europeo, divenuto più interessante nel presente contesto di instabilità geopolitica. All’Italia – e agli altri paesi della periferia – consente di finanziare la ripresa a condizioni vantaggiose. Per questo, Next Generation EU – anche se purtroppo è arrivato come conseguenza di una crisi storica – rappresenta quel riallineamento di interessi che può far sperare in un avanzamento del progetto europeo.</p>



<p><strong>In tutto questo, che cosa possiamo fare noi? Quale ruolo per l’Italia?</strong><br>Ora l’Italia, insieme alla Spagna e ai paesi più in difficoltà, ha in mano le chiavi del futuro dell’Unione. Abbiamo avuto una grande apertura di credito – sottolineo “interessata”, perché nessuno ci ha regalato niente – da parte di paesi come la Germania. Abbiamo accesso ad una quantità di risorse significativa, che vanno usate con profitto, non solo per il bene del nostro paese, ma anche per dimostrare che nel negoziato di luglio era il Premier olandese Rutte ad avere torto. Fare di Next Generation EU un successo, toglierebbe la terra sotto i piedi di chi ci ha definito “cicale”. Solo così si potrà riaprire il discorso sulle politiche di bilancio condivise, sugli investimenti comuni e rilanciare l’Unione. L’Italia può fare moltissimo: per se stessa e per l’Europa.</p>



<p><strong>Per rendere Next Generation EU un successo, la Commissione gioca un ruolo cruciale. Ci indebiteremo insieme, ma non potremo spendere le risorse raccolte sui mercati insieme, proprio perché manca una politica di bilancio comune propria di uno Stato federale. In questo senso, piace pensare al ruolo di coordinamento della Commissione come fondamentale anche per assicurare che i 27 piani nazionali non vadano in direzioni troppo diverse, pur rispettando formalmente i criteri. Così si garantirebbe un’ottimizzazione anche in chiave europea della spesa dei singoli Stati membri.</strong><br>Sono molto d’accordo. Al punto che avrei fatto anche un passo in più rispetto al ruolo di coordinamento della Commissione: sarei stato favorevole a un coordinamento tra Stati membri ancora prima del coordinamento della Commissione. Anziché assistere a una gara tra chi pubblica per primo il proprio programma di rilancio, sarebbe stato bello che i 27 piani nazionali fossero stati costruiti e annunciati congiuntamente, dopo aver scritto insieme le parti relative alle sfide europee comuni. E sarebbe stato possibile, perché uno dei “vantaggi” di questa crisi è che tutti abbiamo il ciclo sincronizzato, per cui dobbiamo fare la stessa cosa: spingere sugli investimenti e far ripartire l’economia.</p>



<p><strong>Sempre sulla governance di Next Generation EU, lei che cosa si aspetta dal Consiglio europeo nell’approvazione dei piani? Si tratta di un ruolo più formale per dare l’opportunità ai cosiddetti “frugali” di mostrare ai loro elettori che controllano come spenderemo le risorse o pensa ci saranno conseguenze e blocchi sostanziali, grazie al freno di emergenza aggiunto dai leader durante il summit di luglio?</strong><br>Spero che il Consiglio non si metterà in mezzo e penso che non succederà. La battaglia in Consiglio si è svolta. E non sono d’accordo con chi sostiene che i frugali abbiano vinto. Io penso abbiano perso perché la proposta della Commissione quantitativamente è stata un po’ ridotta, ma qualitativamente è rimasta molto simile. Il Consiglio, è vero, ha un po’ più potere di controllo sull’utilizzo dei fondi, ma in realtà è più una possibilità di accendere i riflettori e, al massimo, ritardare il processo. La valutazione spetta alla Commissione, com’è giusto che sia, essendo essa – non il Consiglio – la guardiana dei Trattati.</p>



<p><strong>Che ne pensa del dibattito relativo alle tempistiche di arrivo dei fondi?</strong><br>Non capisco proprio chi si straccia le vesti sul fatto che i fondi arriveranno a metà 2021. Qui stiamo parlando di un processo lungo, di medio periodo. Al momento abbiamo accesso ai mercati, che sono stracolmi di risparmi, che non sanno dove mettere e sono ben felici di prestarci. E se per caso i mercati dovessero proprio decidere che non siamo affidabili, c’è lo scudo della BCE, almeno fino a metà 2021. Tutta questa urgenza di avere i soldi del Recovery Fund non la vedo. Preferisco che da qui alla primavera prossima ci prendiamo il tempo di preparare progetti ragionevoli per l’Italia, che siano coerenti con gli obiettivi europei, piuttosto che sbrigarci a tirar fuori un piano che magari è incoerente e affastellato. È il momento di prendersi il tempo per fare una cosa seria perché – voglio ripeterlo – c’è in gioco il destino dell’Italia e dell’Europa.</p>
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		<title>Carlo Cottarelli: votare No vuol dire votare contro un modo di fare politica sbagliato, approssimativo, basato sugli slogan, basato sulla forma e non sulla sostanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2020 12:50:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il suo nome è stato tra i più citati in questa lunga campagna referendaria perché, con l’Osservatorio per i conti pubblici italiani, ha fornito un paragone molto efficace per quantificare il risparmio ottenuto col taglio dei parlamentari: un caffè ogni anno per italiano. Come si è arrivati a questo conteggio?Basta vedere qual è il costo per parlamentare e sottrarre il costo che corrisponde alla riduzione del numero dei parlamentari. Bisogna&#8230;</p>
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<p><strong>Il suo nome è stato tra i più citati in questa lunga campagna referendaria perché, con l’Osservatorio per i conti pubblici italiani, ha fornito un paragone molto efficace per quantificare il risparmio ottenuto col taglio dei parlamentari: un caffè ogni anno per italiano. Come si è arrivati a questo conteggio?</strong><br>Basta vedere qual è il costo per parlamentare e sottrarre il costo che corrisponde alla riduzione del numero dei parlamentari. Bisogna soltanto tenere in conto il fatto che i parlamentari sul loro stipendio pagano le tasse per cui se si riduce la spesa degli stipendi ci sono anche meno entrate. Fa parte delle regole seguite dalla Ragioneria generale dello Stato per verificare quanto si influisce sull’indebitamento netto tagliando alcune spese. Il calcolo che viene fuori è di 57 milioni l’anno. Siccome gli italiani sono circa 60 milioni è meno di un euro all’anno. In realtà un caffè spesso costa più di un euro, per cui il risparmio è inferiore al costo di un caffe all’anno per italiano.</p>



<p><strong>Lei ha parlato di una riforma dannosa, del trionfo dell’apparenza sulla sostanza, delle cose fatte male su quelle fatte bene. Qual è il messaggio che passa?</strong><br>Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda la sostanza del provvedimento. Il secondo attiene all’opportunità di cambiare la Costituzione per una cosa che non è fondamentale. Sulla sostanza, non si capisce bene qual è lo scopo del provvedimento stesso. Se era quello di punire la casta per i suoi privilegi allora si poteva tagliare il costo per parlamentare riducendo gli stipendi, i costi aggiuntivi, i benefici. Ma non diminuire il numero dei parlamentari. Se lo scopo era semplicemente quello di tagliare il numero dei parlamentari , bisogna chiedersi se è stato adottato il modo migliore per farlo.</p>



<p><strong>In Italia ci sono troppi parlamentari?</strong><br>Se ci confrontiamo con gli altri paesi europei e teniamo conto del fatto che abbiamo due camere che fanno la stessa cosa, dalla nostra analisi viene fuori che abbiamo un po’ troppi parlamentari ma non tanti di più. Se li riducessimo al numero proposto, ne avremmo 230 in meno di quello che serve per far funzionare bene due camere. Non ci ha ordinato il medico di avere due camere, potevamo pure decidere di passare a un sistema monocamerale. Io stesso quando ho fatto il commissario per la revisione della spesa ho proposto di eliminare una camera, sia per ridurre il numero dei parlamentari che per semplificare il sistema di approvazione delle leggi. Se si vuole mantenere il vincolo di avere la Camera e il Senato che fanno più o meno le stesse cose, il numero proposto di parlamentari è un po’ scarso, con una difficoltà maggiore soprattutto per il Senato. Non bisogna sottovalutare poi i problemi legati alla rappresentanza a livello territoriale che di per sé sono abbastanza seri e diventano, ancora una volta, più pesanti per il Senato.</p>



<p><strong>E per quel che riguarda l’opportunità?</strong><br>Non si cambia la Costituzione e non si spende l’energia politica del Parlamento, con quattro votazioni e adesso un referendum, con tutti i litigi e le complicazioni che ne seguono, per una riforma di questo genere. Se votassimo Si valideremmo questo processo e incoraggeremmo il primo che si sveglia al mattino con un’idea del genere, capace di mettere in piedi una campagna mediatica ben organizzata, a fare un referendum perfettamente inutile. Votare No vuol dire votare No all’approssimazione, all’imprecisione, al fare le cose soltanto per forma e non per sostanza. E credo che questa seconda motivazione, di carattere più generale, sia tanto importante quanto le ragioni di sostanza che abbiamo esposto prima. Stiamo parlando del modo di fare politica in Italia. Vorare No vuol dire votare contro un modo di fare politica sbagliato, approssimativo, basato sugli slogan, basato sulla forma e non sulla sostanza.</p>



<p><strong>Se dovesse passare la riforma, basterebbero 266 deputati e 133 senatori per cambiare ogni parte della Costituzione in modo definitivo, senza che si possa neppure fare ricorso a un referendum, come in questo caso. Questo è un altro pericolo che è stato sottovalutato?</strong><br>Di sicuro le decisioni saranno nelle mani di un gruppo più ristretto di persone, con il rischio di avere certe aree del Paese non rappresentate. In realtà, invece di togliere i privilegi alla casta stiamo creando una casta ancora più ristretta e quindi ancora più casta.</p>



<p><strong>Sempre dai calcoli che lei ha fatto con l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, se solo facessimo ricorso al MES, in 10 anni avremmo un risparmio 7/9 volte superiore a quello che si ottiene con il taglio dei parlamentari. Perché non abbiamo ancora chiesto di utilizzare il MES?</strong><br>Si può mettere anche in un altro modo: con il risparmio del MES potremmo mantenere la Camera e il Senato nella formazione attuale per circa novant’anni. Tra 90 anni ci occupiamo di ridurre il numero dei deputati e dei senatori per risparmiare. Perché non prendiamo il MES? Chi è contro sostiene che il MES, in un modo o nell’altro, vuol dire austerità. Che poi è una bufala tecnica e politica, perché se l’Europa volesse metterci in difficoltà in questo momento non avrebbe di certo bisogno di passare per il MES. La sorveglianza rafforzata potrebbe essere decisa già oggi dalla Commissione Europea senza MES. La realtà è che dopo aver dipinto il MES come se fosse il male assoluto non si può riconoscere e ammettere che “Belzebù” è diventato improvvisamente buono.</p>



<p><strong>Si può ancora chiedere?</strong><br>Si può ancora prendere ma ho qualche dubbio che il M5S cambi idea su questa cosa: dovrebbero riconoscere di essersi sbagliati e in politica è difficile che qualcuno riconosca di essersi sbagliato. I regolamenti richiamati da chi contrasta il MES in realtà sono stati cambiati addirittura dal Parlamento Europeo. Solo i trattati non sono stati modificati e i trattati dicono che il MES fa prestiti con “strict conditionality”, con stretta condizionalità: ma la condizionalità può essere stretta senza che ci siano vincoli in termini di austerità. I prestiti alla Spagna in passato sono stati fatti dal MES senza alcun vincolo in termini di deficit o di debito pubblico, quindi senza austerità. L’unica cosa che si può contestare al MES è che è piccolo: solo 36 miliardi. Presto arriveranno i soldi del Recovery Fund che sono molti di più, ben 209 miliardi. Però perché non prendere questi 36 miliardi secondo me è ingiustificabile.</p>



<p><strong>Ha letto linee guida per la definizione del Piano italiano di ripresa e resilienza per accedere ai fondi previsti dal Recovery Fund? Cosa ne pensa?</strong><br>Ho trovato insoddisfacente che alcune cose essenziali siano viste come riforme che non saranno finanziate dal Recovery Fund e quindi non saranno sottoposte al meccanismo di sorveglianza europea sull’esecuzione ma andranno avanti in parallelo. Mi riferisco alla riforma della Pubblica Amministrazione, alla semplificazione e alla riforma della giustizia. È anche deludente, secondo me, che parlando di riforma della Pubblica Amministrazione si trascuri un tema che giudico fondamentale, quello della gestione del personale. Le cose nella Pubblica Amministrazione le fanno le persone e se non si cambia il modo di gestire le persone, premiando chi è bravo e non premiando chi non è bravo, è ben difficile che la PA possa funzionare avendo come obiettivo di fornire dei servizi migliori al pubblico.</p>



<p><strong>Lei è stato commissario per la revisione della spesa. Sembra essere una battaglia impossibile da portare a termine. Da quei tagli verrebbe il vero risparmio per il Paese, altro che riduzione dei parlamentari. Quali sono state le difficoltà che ha trovato?</strong><br>In realtà la spesa pubblica negli ultimi anni, dopo il 2010, non è certo esplosa in Italia. C’è stato un contenimento della spesa ma i tagli sono stati fatti in modo lineare, tagliando in maniera uguale sia le amministrazioni efficienti che quelle non efficienti. Poi ci sono i grandi temi: la spesa per le pensioni o quella per la difesa. Lì la difficoltà è puramente politica perché si vanno a toccare, anche in modo piccolo, una marea di persone. Infine c’è il tema delle priorità. Non si è data priorità all’aumento della spesa in alcuni settori essenziali, la pubblica istruzione prima di tutto e poi la sanità. Si parla invece di un ulteriore aumento della spesa per pensioni.</p>
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		<title>Stato di diritto in UE, fino a che punto si possono accettare compromessi senza tradire la propria identità?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2020 15:37:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Budapest]]></category>
		<category><![CDATA[Commissione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un filo rosso che unisce Budapest alle coste della Tripolitania, l’isola di Lesbo alla Polonia: è la difficoltà dell’UE – stati membri e istituzioni comunitarie – a trovare un approccio efficace su questioni legate ai valori fondamentali che dovrebbero definirci come europei. La dignità umana dei migranti e il rispetto dello stato di diritto passano spesso in secondo piano, quando difenderli richiede un prezzo, in termini di consenso o di&#8230;</p>
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<p>C’è un filo rosso che unisce Budapest alle coste della Tripolitania, l’isola di Lesbo alla Polonia: è la difficoltà dell’UE – stati membri e istituzioni comunitarie – a trovare un approccio efficace su questioni legate ai valori fondamentali che dovrebbero definirci come europei. </p>



<p>La dignità umana dei migranti e il rispetto dello stato di diritto passano spesso in secondo piano, quando difenderli richiede un prezzo, in termini di consenso o di veti incrociati. È la complessa ricerca di un equilibrio tra pragmatismo e identità, dove l’importanza di quest’ultima è frequentemente sottovalutata. Fino a che punto, infatti, si possono accettare compromessi senza finire per tradire la propria identità? Questo vale per una forza politica, un paese e qualsiasi comunità che si definisca tale. Vale soprattutto per l’UE, che proprio su democrazia, stato di diritto e diritti umani fonda le sue ambizioni di potenza globale “gentile”. Per questi due grandi capitoli, i prossimi mesi saranno decisivi. </p>



<p>Per sbloccare lo stallo sui migranti, la Commissione presenterà una nuova proposta, fino ad ora tenuta in sospeso per non complicare ulteriormente le negoziazioni sul Recovery Fund. Sullo stato di diritto, sarà il Parlamento europeo – che proprio in questi giorni ha iniziato le consultazioni istituzionali con il Consiglio sul prossimo bilancio UE – a tentare di rendere vincolanti i vaghi riferimenti inseriti nell’accordo di luglio, nonostante spazi e tempi di manovra ridotti. Non sarà facile, ma la posta in gioco è alta: a forza di tradire i valori fondamentali di una comunità, si rischia di dimenticare i motivi per cui, oltre alla mera convenienza, si è deciso di stare insieme. A quel punto, come si potrebbe essere credibili nel contrastare l’azione sovranista, che proprio sull’assenza di un’identità europea chiara costruisce il proprio messaggio di opposizione all’integrazione comunitaria? </p>



<p>La mancanza di coraggio oggi crea i presupposti per crisi ancora più acute domani. Servono leadership e lungimiranza, per iniziare a vedere l’aderenza ai nostri valori come un elemento indispensabile delle politiche europee. Un elemento di assoluta valenza strategica, perché solo così è possibile rafforzare un’identità comune definita, senza la quale nessun progetto politico ha futuro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/01/bellini-ue-fino-a-che-punto-si-possono-accettare-compromessi-senza-tradire-la-propria-identita/">Stato di diritto in UE, fino a che punto si possono accettare compromessi senza tradire la propria identità?</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Europa tra compromessi e tabù superati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2020 11:05:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Europa supera i suoi tabù esistenziali. Nessuno lo avrebbe mai predetto, invece è andata proprio così. Il primo: un’ingente emissione di debito comune per trasferire sussidi agli Stati Membri. Conquista che, fino alla proposta franco-tedesca di metà maggio, era bollata come&#160;irrealistica, impraticabile. Invece, è bastato il primato della politica per una svolta storica. E la politica è fatta anche di compromessi che, per natura, non sono mai perfetti. A maggior&#8230;</p>
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<p>L&#8217;Europa supera i suoi tabù esistenziali. Nessuno lo avrebbe mai predetto, invece è andata proprio così. Il primo: un’ingente emissione di debito comune per trasferire sussidi agli Stati Membri. Conquista che, fino alla proposta franco-tedesca di metà maggio, era bollata come&nbsp;irrealistica, impraticabile. Invece, è bastato il primato della politica per una svolta storica.</p>



<p>E la politica è fatta anche di compromessi che, per natura, non sono mai perfetti. A maggior ragione se a decidere è il Consiglio europeo, dove l’unanimità si dimostra ancora una volta un veleno per l&#8217;integrazione UE. Un rischio, il veto, non del tutto eliminato. Infatti, sebbene la decisione sui piani nazionali di riforma sarà presa dal Consiglio a maggioranza qualificata, esiste la possibilità che un paese blocchi temporaneamente&nbsp;l&#8217;esborso delle risorse.</p>



<p>Non va sottovalutata la vocazione intergovernativa che emerge da questa vicenda, che conferma una tendenza accentuatasi negli ultimi anni: la marginalizzazione della Commissione, confinata a un ruolo&nbsp;tecnico&nbsp;e di relativa subalternità verso il Consiglio. Non a caso, l&#8217;accordo è stato possibile sacrificando quasi esclusivamente il potenziamento dei programmi di spesa diretta dell’UE. Così, si è chiusa anche un’altra spinosa questione del post-Brexit, cioè come colmare, nel budget, le mancate entrate del Regno Unito; non attraverso risorse aggiuntive, ma tagliando.</p>



<p>Vuoto, quello britannico, politicamente occupato dagli olandesi, nuovi bastian contrari dell&#8217;integrazione. Un ostruzionismo tale da regalare al premier ungherese Orbàn l’occasione di mostrarsi, nei confronti dell’Italia, più solidale dei nordici. Tattica, naturalmente. Non possiamo, infatti, non essere amareggiati dal cedimento sullo Stato di Diritto, altro <em>bene comune</em> <em>europeo</em> sacrificato nel compromesso.</p>



<p>I valori non sono secondari; sono determinanti per il futuro dell’UE. Se si arretra, come avvenuto per i migranti, si perde l&#8217;identità più profonda del progetto europeo. È evidente che nel&nbsp;<em>trade off</em> tra valori e ripresa si è data priorità alla seconda, senza la quale sarebbe più complicato dare risposte concrete ai cittadini, mettendo a repentaglio la tenuta della democrazia. Sull’aspetto valoriale resta comunque urgente trovare un nuovo approccio e promuovere una coscienza europea e un senso di appartenenza, combinando la dimensione utilitaristica con quella identitaria.</p>



<p>La svolta decisiva, infine, è anche per l’Italia, tra i vincitori della partita. I 209 miliardi di <em>Next Generation EU</em> ci trasformano, per i prossimi sette anni, in beneficiari netti del bilancio UE. Al tempo stesso, ora inizia un cammino in cui dovremo, come Paese, saper rispondere alla solidarietà europea con una dimostrazione di responsabilità. C’è un nuovo <em>vincolo</em>, solo virtuoso e per nulla coercitivo verso i cittadini, che obbliga la nostra classe dirigente a una prova di maturità senza precedenti. Nessuna Troika in vista. Solo un investimento verso il nostro essere, finalmente, un Paese adulto.</p>
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		<title>Praticamente senza fiatare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2020 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Frugali]]></category>
		<category><![CDATA[Next Generation]]></category>
		<category><![CDATA[Recovery Fund]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il più lungo negoziato europeo della storia, ma anche il tempo più breve che ci abbiano mai messo i governanti del vecchio continente a stanziare il più grande volume di risorse mai visto da queste parti. Dei dettagli parleremo, ma sono marginali. Marginali quanti miliardi di scostamento dalle previsioni, marginale se in più o in meno, marginale la governance a cui saranno soggetti i trasferimenti. Ciò che prende la scena,&#8230;</p>
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<p>Il più lungo negoziato europeo della storia, ma anche il tempo più breve che ci abbiano mai messo i governanti del vecchio continente a stanziare il più grande volume di risorse mai visto da queste parti. Dei dettagli parleremo, ma sono marginali. Marginali quanti miliardi di scostamento dalle previsioni, marginale se in più o in meno, marginale la governance a cui saranno soggetti i trasferimenti. Ciò che prende la scena, in un lunedì di luglio di quest’anno infernale, è l’enorme passo in avanti compiuto dall’Unione. Per la prima volta i Paesi che la compongono hanno deciso di mettere in comune il proprio debito. Parzialmente, certo. Soltanto una parte di quello futuro e non anche quello pregresso, s’intende. Ma hanno deciso, il che è francamente clamoroso se si pensa che, da una parte, ci stanno i nazionalisti di Visegrad, in questa Europa, e dall’altra i cosiddetti frugali (altro lemma parrebbe più consono, ma vabbè); che un anno fa il governo italiano era intento a spezzare le reni a questa Unione, e che le prime reazioni comunitarie al dilagare della pandemia erano state imbarazzanti. Con buona pace dell’abile negoziatore olandese, tutti hanno chinato il capo di fronte alla proposta della Commissione. L’hanno stiracchiata un po’ qui e un po’ lì ma l’hanno accolta. Praticamente senza fiatare. Non per la nostra bella faccia ma perché quella proposta portava la firma delle prime tre economie dell’Unione. Perché era funzionale al benessere di quelle economie e, di riflesso, a quelle di tutti gli altri Paesi, che con le prime tre sono grandemente e irreversibilmente connesse. Certo, siamo sempre in tempo a dilapidare 209 miliardi di euro: il talento necessario non ci fa difetto e per autolesionismo non siamo secondi a nessuno, ma almeno mai più si dica, e nemmeno si pensi, che l’Europa ci ha ignorati o che starne fuori ci convenga. Se fossimo anche in grado di ben spendere quest’enorme ammontare di risorse (parte non piccola delle quali a fondo perduto) e perfino di mantenere una centralità nelle decisioni europee, onoreremmo la nostra storia e la nostra vocazione comunitaria. Ma non oso sperare troppo.</p>
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