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	<title>Smart working Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Smart working Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Tiziano Treu: troppa genericità sui fondi del Next Generation EU. Il Sud può dare il via a un autentico salto tecnologico. Giusto chiedere il MES</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2020 10:27:29 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/12/22/cuzzocrea-treu-troppa-genericita-sui-fondi-next-generation-eu-giusto-chiedere-il-mes/">Tiziano Treu: troppa genericità sui fondi del Next Generation EU. Il Sud può dare il via a un autentico salto tecnologico. Giusto chiedere il MES</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Il Cnel, che lei presiede, è uno degli organi forse meno conosciuti tra quelli previsti dalla Costituzione. Se ne dovesse spiegare il ruolo a un ragazzo che va a votare per la prima volta, come lo farebbe?</strong><br>Noi ci occupiamo di lavoro, di impresa e dell’economia tutta. Senza un sano sistema economico non vengono garantiti i diritti fondamentali dei cittadini. Nel nostro organismo è rappresentata la società civile organizzata e questo fa si che i rappresentanti del mondo del lavoro, dell’impresa e del terzo settore si confrontino costantemente e cerchino soluzioni per migliorare quantità e qualità dell’economia del nostro Paese. Da questo confronto, scaturiscono i pareri che, per legge, forniamo al Governo e al Parlamento; forti dell’esperienza di tutte le associazioni che rappresentano milioni di persone del mondo del lavoro. È una cosa che va fatta con calma, con continuità e studiando. Questo è il CNEL.</p>



<p><strong>Quando, nel 2016, ci fu il referendum costituzionale sulla riforma Renzi–Boschi, si proponeva l’abolizione del CNEL. Cosa ci saremmo persi?</strong><br>Abbiamo sempre detto che, al di là di situazioni specifiche in cui è possibile che il CNEL non abbia svolto bene il proprio lavoro, la nostra non è una funzione opzionale, tant’è vero che la Costituzione gli attribuisce l’iniziativa legislativa. Questa è una peculiarità rispetto ad organi similari come i Consigli economici e sociali dei singoli Paesi europei. Il CNEL esiste perché la nostra democrazia non è soltanto rappresentativa e politica ma è anche partecipativa, nel senso che coinvolge non solo gli individui, ma anche quelli che la Costituzione chiama corpi intermedi. Per valorizzare questi, e le forze sociali che li esprimono, la Costituzione istituisce il CNEL. Per conseguire, appunto, il risultato della partecipazione della società organizzata alle grandi scelte del Paese. Volerlo abolire era, secondo noi, un vulnus proprio a questa idea fondamentale della nostra democrazia. Poi si può realizzare lo stesso obiettivo in altre forme come accade in altri Paesi, ma il principio deve esserci. Combattere questo è proprio fuori dalla nostra idea di Costituzione.</p>



<p><strong>L’Italia rischia davvero, come temono molti analisti, di sprecare i fondi del Next Generation EU? Quali le priorità?</strong><br>Il rischio, come abbiamo detto molte volte come CNEL, è soprattutto quello di non fare le cose che decidiamo. Prima bisogna scegliere le priorità, perché ci sono tanti soldi ma anche tanti bisogni da soddisfare. Non tutti possono essere soddisfatti e tocca dunque individuare delle priorità. L’Europa ne indica già alcune, nel momento in cui decide di investire in modo che lo sviluppo sia sostenibile, e quindi nell’economia verde e nell’ambiente. Decide inoltre di investire negli strumenti digitali che cambieranno il nostro mondo. Queste sono le grandi priorità al cui interno bisogna, come hanno fatto altri Paesi, individuare un numero limitato di progetti. Finora non ci siamo, vedo troppa genericità. Soprattutto, quando le priorità interne saranno state decise, occorrerà avere gli strumenti giusti per farle funzionare bene e nei tempi giusti, il che significa rendere operativi i progetti. Questa, purtroppo, è una difficoltà che abbiamo.</p>



<p><strong>Potrà essere questa la grande occasione per il Mezzogiorno?</strong><br>Abbiamo appena svolto una discussione al CNEL con il ministro Provenzano e i rappresentanti dell’area di Taranto e constatavamo quanti progetti importanti sono stati messi in campo per il Mezzogiorno. Ma non riusciamo a farli funzionare, al punto che non spendiamo nemmeno i soldi che l’Europa ci ha già assegnato. Le P.A. dovrebbero essere tutte mobilitate. Noi come CNEL abbiamo anche proposto di dare pubblicità, mese per mese, a ciò che viene fatto e a ciò che invece non viene fatto, affinché tutti possano sapere e, ove possibile, si intervenga per correggere.</p>



<p><strong>Quindi è il momento di dare una svolta su tempi e modalità?</strong><br>Questa è effettivamente una grande occasione, non solo perché non ci sono mai stati fondi così ingenti, ma anche perché sarebbe l’occasione di fare nel Mezzogiorno ciò che tante volte si sarebbe dovuto fare. Anche perché le nuove tecnologie e i nuovi tipi di sviluppo permettono oggi di fare un vero salto di scala. Siccome il Sud ha molti talenti potrebbe dare il via ad un autentico salto tecnologico com’è avvenuto per altri Paesi: saltare invece di camminare lentamente o di non camminare affatto. C’è bisogno per fare questo di grandi investimenti e di capacità attuative, soprattutto delle Pubbliche Amministrazioni, che sono state in passato spesso inadeguate.</p>



<p><strong>Come fare a generare sviluppo e non solo assistenza, come è accaduto per decenni?</strong><br>Occorre anzitutto capire che di assistenza si muore. L’Europa dice esplicitamente: non vi diamo questi soldi per l’assistenza. Se i progetti presentati non riguarderanno investimenti per le grandi prospettive di futuro, non saranno finanziati. Non solo non li finanziano in questo caso ma, anche dove i progetti venissero ritenuti meritevoli ma non trovassero poi applicazione, le risorse tornerebbero indietro.</p>



<p><strong>È stato un errore non chiedere ancora i fondi messi a disposizione dal MES per la sanità? Si fa ancora in tempo?</strong><br>Non si vede perché non debbano essere richiesti. Non si tratta più del meccanismo che costringeva le economie, come nel caso che fu della Grecia. Questi soldi hanno l’unico vincolo di dover essere effettivamente spesi per la sanità, quindi è stato secondo noi un errore non utilizzare il meccanismo. Siamo ancora in tempo, ma serve che le parti politiche assumano una decisione, che non è ancora giunta per contrasti relativi a questioni che all’interno del CNEL riteniamo superate.</p>



<p><strong>Come giudica la decisione del governo di tornare alle partecipazioni statali? È solo la conseguenza della crisi pandemica o un cambio di direzione duraturo? Più Stato e meno mercato?</strong><br>Una maggiore presenza dello Stato si è vista per l’emergenza, perché anche gli Stati più liberisti di fronte a una crisi come questa non possono che intervenire. Ma non si tratta di tornare alle partecipazioni statali, che peraltro in un primo periodo sono andate bene e solo una cattiva interpretazione ha portato a una degenerazione. Come CNEL abbiamo pubblicato uno dei nostri quaderni dal titolo “Il mondo che verrà” in cui abbiamo chiesto a sedici personaggi di individuare delle prospettive per il futuro. All’interno abbiamo proprio posto la questione di come sarà il futuro rapporto fra Stato e mercato. È emerso che lo Stato deve intervenire per le emergenze, mentre per il futuro deve fare interventi di stimolo e orientamento al mercato, cioè sulle grandi direzioni. Così hanno fatto molti altri Paesi, dove grandi scelte sulla medicina o sulle tecnologie sono tutte orientate dallo Stato. Poi i privati devono metterci del loro e gestire, perché lo Stato deve essere uno stimolatore, ma non un gestore.</p>



<p><strong>Il mondo del lavoro è stato travolto dalla pandemia e lo smart-working è diventato quasi lo standard dell&#8217;organizzazione delle aziende pubbliche e private. Sarà una soluzione stabile in futuro?</strong><br>Non c’è dubbio che anche qui c’è stata una reazione all’emergenza: praticamente tutto quello che poteva essere fatto a distanza è stato fatto, non solo nel pubblico ma anche nelle imprese private. Senz’altro nella siderurgia e in tutte quelle attività che prevedono interventi manuali non si può lavorare in modalità smart-working, ma tutto il lavoro di ufficio può essere fatto da remoto. In tutto il mondo si sta palesando che questa modalità, se ben gestita, se non diventa fonte di stress e non si trasforma in un’ossessione, potrà durare. Il problema è che lo smart-working deve essere gestito bene. Del resto tutte le tecnologie, dalla macchina a vapore in poi, hanno caratteristiche di duplicità: dipende dall’uso che se ne fa. Tutte le grandi imprese hi-tech e i mostri come Google e Amazon, lavorano moltissimo a distanza. Il punto è, ripeto, usare bene la tecnologia.</p>



<p><strong>Facciamo un passo indietro. Lei è stato ispiratore e protagonista di un&#8217;ampia riforma del lavoro in Italia, riforma che è anche stata un ripensamento della società. Finita la crisi, si dovrà ripensare il welfare. Come?</strong><br>È evidente che ci sono stati bisogni molto acuti che si sono manifestati in questo periodo, a partire dalla necessità di prevenzione dal rischio del contagio, che è un tipo di bisogno che non è stato avvertito a sufficienza, e che anche nella sanità pubblica è mancato. C’è stata una grande attività di contrasto, ma c’è stata una minore sensibilità al tema della prevenzione dal contagio. Questo è uno di quei cambiamenti di bisogno cui lo Stato sociale, come il welfare privato, devono adeguarsi. Un altro bisogno deriva dalla maggiore instabilità del lavoro, che non può essere corretta per legge. Bisogna che il welfare si attrezzi con maggiore formazione per mettere in grado gli individui di stare al passo con i cambiamenti tecnologici, ma anche con politiche di sostegno al lavoro. Non basteranno gli ammortizzatori sociali, che devono intervenire in tempi di crisi, ma saranno necessari altri servizi di accompagnamento quando, al di fuori delle crisi, occorrerà affrontare un mercato del lavoro divenuto comunque ormai più fluido.</p>



<p><strong>Dalla sua lunga esperienza di docente universitario, come vede la situazione della ricerca e della didattica in Italia? Quale futuro c&#8217;è per i nostri giovani?</strong><br>Questo è un tasto dolente perché sono anni che tutti, anche noi professori quando siamo stati al governo, diciamo che investiamo troppo poco rispetto agli altri Paesi europei, sia in formazione, sia in ricerca. I Paesi del Sud Est dell’Asia stanno investendo tantissimo, soprattutto nelle nuove generazioni. Quando si parla di società della conoscenza non è un modo di dire. Oggi le conoscenze sono molte di più di quelle che si avevano nel mondo industriale. Questa è una delle grandi priorità del finanziamento europeo, per esempio. Non basterà mettere robot e computer nelle macchine e nelle fabbriche. L’intelligenza artificiale non può sostituire quella umana, ma serve un intervento in alfabetizzazione digitale. Serve un investimento di enormi dimensioni, e non penso tanto all’Italia quanto all’Europa, perché per concorrere nell’alta tecnologia con colossi come gli USA e la Cina ci vogliono degli sforzi di dimensione comunitaria, altrimenti rimarremo inadeguati e sostanzialmente schiavi. I giovani, in tutto questo, pagano il costo più alto perché questo è il loro futuro e, se escono con livelli di formazione più bassi rispetto alle frontiere dell’innovazione, comporranno una generazione molto indebolita. Questa è una responsabilità di tutti noi che siamo più anziani.</p>
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		<title>Shiv Someshwar: sviluppo sostenibile per non dover scegliere tra crescita e ambiente</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/09/06/bellini-shiv-someshwar-sviluppo-sostenibile-per-non-scegliere-tra-crescita-e-ambiente/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2020 16:05:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Shivsharan Someshwar – “Shiv” come preferisce lui – collabora con le Nazioni Unite per la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e da decenni si occupa di sviluppo sostenibile e cambiamento climatico. Indiano di origine, professore alla Columbia University di New York e all’Istituto di Studi Politici di Parigi, può vantare una prospettiva davvero globale su un tema fondamentale per il nostro futuro, riguardo cui è convinto sia necessaria “una&#8230;</p>
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<p>Shivsharan Someshwar – “Shiv” come preferisce lui – collabora con le Nazioni Unite per la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e da decenni si occupa di sviluppo sostenibile e cambiamento climatico. Indiano di origine, professore alla Columbia University di New York e all’Istituto di Studi Politici di Parigi, può vantare una prospettiva davvero globale su un tema fondamentale per il nostro futuro, riguardo cui è convinto sia necessaria “una rivoluzione nel nostro modo di pensare”.</p>



<p><strong>Oggi lo sviluppo sostenibile è – fortunatamente &#8211; tra gli argomenti più discussi e dibattuti. Di conseguenza, l’espressione “sviluppo sostenibile” è ampiamente utilizzata. Lei che se ne occupa da più di venticinque anni, può aiutarci a capire meglio di cosa parliamo esattamente?</strong><br>Partirei dal chiarire che cosa non è lo sviluppo sostenibile! Non è avere crescita economica prima e, sostenibilità ambientale dopo. Non si tratta nemmeno di incentivare grandi guadagni per pochi e sperare che nel tempo si traducano in un rivolo di benefici economici per il resto dei cittadini. Sviluppo sostenibile non è solo garantire una durabilità ambientale; non è l’assoluto controllo da parte dello Stato sui processi economici, ma nemmeno un meccanismo governato solamente dal mercato. Uno degli errori di rappresentazione di maggior successo è che lo sviluppo sostenibile sia vantaggioso per tutti; che non esistano perdenti. Non è così. Ogni azione collettiva ha vincitori e vinti. È essenziale capire quali sono le persone, comunità o società che perdono, e perché così da agire di conseguenza: proteggere i più vulnerabili e regolare gli eccessi dei vincitori.</p>



<p><strong>Dunque, che cos’è lo Sviluppo Sostenibile?</strong><br>Coinvolge quattro dimensioni, tutte importanti per persone e società, indipendentemente da dove si trovino. La prima riguarda istituzioni e processi, cioè il modo in cui gestiamo la nostra vita collettiva: si tratta sia di un mezzo per raggiungere uno sviluppo sostenibile che di un fine in sé per assicurare la pace, la sicurezza e la prosperità di tutti. Le altre tre dimensioni sono crescita economica, durabilità ambientale e inclusione sociale. É fondamentale che tutte e tre siano garantite contemporaneamente, e non portate avanti una prima di un’altra. Ed è questo che rende lo sviluppo sostenibile una sfida così complessa che da una parte è percepita come una minaccia da persone e aziende che stanno realizzando enormi guadagni e, dall’altra, come una promessa per le tante comunità che sono state economicamente o socialmente emarginate o che vivono in condizioni ambientali precarie. Lo sviluppo sostenibile richiede una rivoluzione nel nostro modo di pensare al cosa, al perché e al come.</p>



<p><strong>La pandemia ha avuto drammatici impatti economici sulla società, colpendo le fasce più vulnerabili della popolazione, oltre che determinando un crollo delle entrate dei governi. Se molti leader sostengono che l’aumento dell’occupazione dovrebbe essere al centro degli sforzi pubblici, molti altri, al contrario, affermano che è la sostenibilità ambientale, per via del suo impatto sull’intera umanità, a dover essere affrontata per prima. Cosa ne pensa di questa tensione che si sta manifestando in molti paesi dell&#8217;UE e a livello internazionale?</strong><br>Che entrambi gli approcci sono sbagliati!</p>



<p><strong>Ci spieghi.</strong><br>È un modo di ragionare a comportamenti stagni, che considera la crescita economica e la sostenibilità ambientale come elementi separati e che suggerisce che la cosa importante sia quale dei due debba venire prima . Per gli ambientalisti, vengono prima natura e processi ambientali, che devono essere protetti dalla devastazione a tutti i costi. Per i sostenitori della crescita economica, invece, la priorità va data agli standard di vita delle persone. Questa è una dicotomia fuorviante, anche se ampiamente condivisa, che esiste da un po’ di tempo, soprattutto tra gli &#8220;esperti&#8221; e che sta ricevendo maggiore attenzione a causa delle urgenze economiche e sanitarie imposte dalla pandemia.</p>



<p><strong>Allora quale è la maniera migliore di guardare a queste due dimensioni, quella economica e quella ambientale?</strong><br>Concentrandosi sulla loro relazione: cosa speriamo di guadagnare con una e a quale costo per l&#8217;altra? Quali le probabili perdite a breve e lungo termine? Per chi e dove? Spazio e tempo sono elementi fondamentali nel rapporto tra economia e ambiente. Lo spazio ci aiuta a pensare alle regioni e alle persone colpite (e in che modo) in maniera completa, invece di limitarsi a guardare solo valori medi. Il tempo permette di alzare lo sguardo dal contingente e ad impegnarci ancora di più.</p>



<p><strong>In concreto, come ragionare in termini di spazio e tempo può aiutarci?</strong><br>Questi fattori ci mettono in guardia su un aspetto importante dello sviluppo sostenibile: la longevità dei nostri successi e le sfide che probabilmente dovranno essere affrontate nel presente e nel prossimo futuro. Ad esempio, se consideriamo la durabilità ambientale un lusso in questi tempi di pandemia, e promuoviamo la trivellazione petrolifera nell&#8217;Artico, o sovvenzioniamo la produzione di elettricità alimentata a carbone, quali saranno i probabili impatti ambientali in futuro? Quanto consistenti? Supererebbero un certo valore soglia, causando danni che potrebbero essere relativamente permanenti? E, altrettanto importante, su “chi” avrebbero un impatto? Quali sarebbero i costi sanitari dell&#8217;inquinamento provocato dalla combustione del carbone tra anziani e bambini? Le famiglie che probabilmente saranno colpite erano d’accordo con quelle decisioni?</p>



<p><strong>Molto chiaro! Adesso vorrei spostare la sua attenzione sull’Unione europea e la sua decisione di mettere in primo piano lo Sviluppo sostenibile attraverso il Green Deal. Pensa che la pandemia e la necessità di una rapida ripresa economica costituiscano una minaccia per le ambizioni verdi dell&#8217;UE?</strong><br>La decisione coraggiosa dell&#8217;UE di attenersi al Green Deal e di puntare ancora più in alto merita un plauso. Un punto chiave del programma del Green Deal europeo e che a causa della pandemia richiede maggiore riflessione e risorse, riguarda la &#8220;transizione giusta&#8221;. Questa espressione inizialmente si riferisce alla transizione verso la neutralità rispetto ai combustibili fossili. A causa della pandemia e del suo impatto sociale, dobbiamo espanderla al di là delle questioni climatiche e includere le implicazioni delle voragini delle disparità economiche e sociali. Altrimenti facciamo il gioco di coloro che dipingono il Green Deal come un modo per privilegiare le questioni “verdi” sulle condizioni materiali delle persone. Quello che sto dicendo è che la “transizione giusta” deve essere assolutamente fedele allo sviluppo sostenibile, per aiutarci a superare la visione binaria &#8211; di “economico” e di “verde” – propria della vecchia normalità.</p>



<p><strong>Parlando della &#8220;vecchia normalità&#8221;: come conseguenza della pandemia, vede un cambiamento di paradigma nei nostri modelli di società e sviluppo?</strong><br>La domanda pone l&#8217;accento sul &#8220;cambio di paradigma&#8221;. Anche se il cambiamento è una certezza, parlare di cambio di paradigma potrebbe essere eccessivo. L&#8217;aspetto dominante del nostro paradigma di sviluppo è la centralità umana, e non mi aspetto che questo cambi. Non penso che siamo pronti ad abbracciare l&#8217; “ecologia profonda” di Arne Naess nei nostri programmi e attività di sviluppo. Per quanto desiderabile, è improbabile che la reazione alla pandemia sia ri-orientare le nostre azioni pubbliche e private mettendo fine alla centralità degli esseri umani e dando pari diritti a tutte le forme viventi e non viventi.</p>



<p><strong>Significa che torneremo alla vecchia normalità?</strong><br>No! La &#8220;vecchia normalità&#8221; funzionava solo per una minoranza della popolazione. Per la maggior parte delle persone, delle culture e dell&#8217;ambiente, era molto anormale! Come si può accettare un sistema che, ad esempio, premia i rendimenti astronomici di pochi quando ci sono molti disperati ad un passo dal perdere tutto? Basta guardare cosa sta succedendo a tutti i principali mercati azionari negli ultimi mesi, mentre l&#8217;umanità sta lottando contro la pandemia. L&#8217;attuale “esuberanza” del mercato azionario non ha alcuna relazione con il crollo dei livelli di occupazione e la crescente miseria sociale. Come può essere moralmente &#8220;normale&#8221; questo?</p>



<p><strong>Cosa possiamo fare allora?</strong><br>Dobbiamo prendere sul serio quanto concordato collettivamente. Già nel 1995, più di 193 paesi, compresa l&#8217;Italia, hanno firmato l&#8217;Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Era una promessa di impegno per la prosperità economica di tutti nel presente e nel futuro. Una promessa di inclusione sociale per non lasciare indietro nessuno, per mettere fine alla povertà e ridurre la vulnerabilità delle popolazioni più marginali. Una promessa di durevolezza ambientale. Dovremmo esigere dai nostri leader decisioni che promuavono lo Sviluppo sostenibile. Abbiamo certamente bisogno di nuovi approcci: piuttosto che l’economia dell’efficienza, dovremmo cercare di massimizzare il benessere di tutti, a tutte le latitudini e per tutte le etnie. Dobbiamo esaminare le nostre priorità e programmi, sia di ciò che finanziamo che di ciò che sovvenzioniamo. Un buon inizio sarebbe interrogare gli esperti sui modelli e le teorie, e insistere per questo percorso diverso, per sostenere il benessere di tutti.</p>



<p><strong>Il cambiamento climatico riguarda tutti noi e per questo c’è una legittima richiesta da parte dei cittadini di contribuire ai processi decisionali su un tema così cruciale per il nostro futuro. Contemporaneamente, però, ne abbiamo vista l’alta complessità tecnica. C&#8217;è una contraddizione?</strong><br>La libertà di partecipare al processo decisionale collettivo è un valore che incoraggiamo nelle democrazie. Tuttavia, molte decisioni richiedono conoscenze specialistiche che non sono comunemente condivise dalla società in generale. Effettivamente è proprio il caso del cambiamento climatico. Sappiamo che le attività umane stanno creando le condizioni che portano a cambiamenti drammatici nel nostro clima; le nostre decisioni stanno portando a una produzione sempre maggiore di gas serra. Allo stesso tempo, ci sono molte possibilità per ridurre le emissioni. Le decisioni riguardano non solo questioni tecniche, ma richiedono anche la conoscenza delle probabili perturbazioni economiche, degli impatti sociali e delle ricadute politiche.</p>



<p><strong>Può farci degli esempi?</strong><br>Sicuro! Abbiamo i mezzi tecnologici per catturare il carbonio dall&#8217;aria e immagazzinarlo sottoterra (o anche sotto il mare) in &#8220;pozzi di carbonio&#8221;. Per molti esperti, le principali sfide principali di questi pozzi sono tecniche come, ad esempio, decidere tra la riduzione del fabbisogno energetico o il miglioramento della loro sicurezza a lungo termine. Tuttavia, dobbiamo anche considerare altri aspetti: quali sono le conseguenze di questi pozzi per le persone? Disincentiverebbero gli sforzi nella riduzione delle emissioni di carbonio? Quanto vicino a un’area urbana potrebbero essere installati? Quali processi sono più adatti in un dato ecosistema? E così via. Questo per dire che le decisioni sul serbatoio di carbonio sono anche intimamente legate al diritto delle persone di comprendere una serie di questioni tecniche, ecologiche, economiche e sociali. Piuttosto che una contraddizione, riunire esperti e laici è un elemento fondamentale per una leadership.</p>



<p><strong>Come andrebbe affrontato?</strong><br>Continuano a esserci pressioni per limitare il processo decisionale a pochi, lontano dalla partecipazione pubblica. Ci sono anche spinte per ignorare la scienza e appoggiarsi all’innata saggezza della folla. Entrambe sono scorciatoie per il disastro. Sebbene la fiducia nella conoscenza degli esperti sia importante, dovrebbe essere all&#8217;interno di un quadro che potremmo definire di &#8220;fiducia con verifica”, perché mettere in discussione la conoscenza e i processi scientifici è sano, per evitare che restino su torri d&#8217;avorio. Scienziati ed esperti spesso hanno un atteggiamento di presunzione, che è ingiustificato. L&#8217;impegno attivo di esperti e cittadini, sul cosa, il perché, e il come è segno di buona salute in una società della conoscenza. Dobbiamo richiamare i nostri leader a farsi carico di un sistema del genere, fatto di coinvolgimento attivo nel processo decisionale pubblico.</p>



<p><strong>In Italia, a seguito della pandemia, si discute sulle opportunità offerte dal lavoro da remoto. In particolare, questa potrebbe essere parte di una strategia per mitigare fenomeni come la fuga di cervelli dal Mezzogiorno, l&#8217;abbandono delle aree rurali, e anche riequilibrare il rapporto tra centri urbani e periferie. Che idea si è fatto su questo?</strong><br>Mi permetta di essere provocatorio. Sì, la pandemia, con il suo terribile costo in termini di vite umane, è assolutamente il momento giusto per re-immaginare il nostro futuro collettivo. Da un lato, il lavoro a distanza consente la disconnessione geografica tra lavoro e non-lavoro, perché consente alle persone &#8211; sottolineerei, soprattutto ai colletti bianchi &#8211; di essere lontane dal luogo di lavoro. Se questo modello dovesse prendere piede, per esempio, tra gli architetti e gli analisti finanziari, sembrerebbe positivo, perché offrirebbe a chi lavora sodo una tregua da una vita in condizioni affollate. Ma dobbiamo considerare anche gli impatti su larga scala.</p>



<p><strong>Quali sarebbero?</strong><br>Se decine di migliaia di aziende si dedicano al lavoro a distanza, pensiamo ai probabili impatti sulle entrate dei comuni! In che modo un calo delle entrate locali – o addirittura l&#8217;incertezza sulla loro raccolta – influirebbe sui servizi urbani alle famiglie che non hanno il lusso di lavorare a distanza? Quali probabili impatti su teatri, parchi e ristoranti &#8211; essenziali per una “buona” vita (urbana)? Ancora; che cosa obbligherebbe i datori di lavoro ad assumere solo a livello nazionale? Perché non assumere – a parità di competenze &#8211; da altre parti d&#8217;Europa, o anche da tutto il mondo, se questo significa abbassare i costi? Il lavoro a distanza è uno strumento a doppio taglio, da usare con cura. La mia principale preoccupazione è l&#8217;impatto a lungo termine sulla politica di un lavoro a distanza “di massa”; dobbiamo ancora comprenderlo appieno. Quali impatti sulla vita politica di città, regioni e nazioni? Gli spazi del vivere con le loro dense interazioni intorno alla quotidianità domestica e lavorativa rendono possibile l&#8217;appartenenza condivisa a una comunità politica e, all’interno di questa, anche l’impegno in una lotta collettiva per un futuro migliore. Qualsiasi altra cosa è una sorta di esistenza semi-scollegata, senza ormeggi, transitoria, da relitti della globalizzazione e precursori del tribalismo del 21° secolo.</p>
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		<title>Indipendenti, di Marco Bentivogli: una rivoluzione di senso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 15:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[FIM-CISL]]></category>
		<category><![CDATA[Indipendenti]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Bentivogli]]></category>
		<category><![CDATA[Rubbettino Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Smart working]]></category>
		<category><![CDATA[Telelavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Indipendenti – Guida allo smart working è il bel libro che Marco Bentivogli ha recentemente dato alle stampe per Rubbettino. Il volume, che è probabilmente stato scritto durante le fasi più dure della pandemia da Covid-19, e certamente da questa ha preso spunto, è però chiaramente stato pensato prima, lungamente e indipendentemente da essa. Le vicende sanitarie che ci sono occorse hanno piuttosto mostrato che l’autore aveva visto giusto nel&#8230;</p>
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<p>Indipendenti – Guida allo smart working è il bel libro che Marco Bentivogli ha recentemente dato alle stampe per Rubbettino. Il volume, che è probabilmente stato scritto durante le fasi più dure della pandemia da Covid-19, e certamente da questa ha preso spunto, è però chiaramente stato pensato prima, lungamente e indipendentemente da essa. Le vicende sanitarie che ci sono occorse hanno piuttosto mostrato che l’autore aveva visto giusto nel ragionare sul peso strategico che lo smart working – che è cosa diversa dal telelavoro, come si scopre scorrendo le pagine – avrà nel mondo a venire. Quello proposto da Bentivogli è un modello di lavoro “intelligente” perché non si limita a trasferire in altro luogo le medesime mansioni che il dipendente svolgerebbe all’interno dell’azienda: quello è il telelavoro propriamente detto, che mantiene in capo al datore di lavoro i consueti penetranti poteri di controllo. Lo smart working è invece una modalità organizzativa flessibile che riconosce autonomia al lavoratore nella scelta di luoghi, tempi e strumenti per il conseguimento del risultato.</p>



<p>Si tratta di un coraggioso atto di sfida alle modalità con cui normalmente si affronta il problema dell’agency, cioè: come faccio a sapere che il mio dipendente curi veramente i miei interessi e non lesini l’impegno? Risposta consueta: inasprisco il controllo, e per farlo devo tenere il lavoratore quanto più prossimo a me. Si tratta di quello che comunemente viene definito “micromanagement”, e che più cospira nell’inquinare il rapporto di fiducia tra datore di lavoro e lavoratore. Ecco, lo smart working (il lavoro “agile” nella terminologia adottata dalla recente legge 81 del 2017) milita esattamente in direzione opposta: devo provare ad allineare l’interesse del lavoratore a quello dell’impresa, sul presupposto che il vantaggio di questa si trasformi nel benessere di quello.</p>



<p>Il filo conduttore del libro sta nel fatto che questa nuova modalità di lavoro non è una tipologia a sé, da aggiungere alle altre già in vigore, ma è la forma di una nuova mentalità, indispensabile per affrontare le tre grandi trasformazioni di fronte a cui ci troviamo: demografica, ambientale e digitale.</p>



<p>L’invecchiamento della popolazione è un trend che non accenna a modificarsi, e tra le conseguenze alle viste c’è una forte contrazione del Prodotto interno lordo. Oltre a compensazioni che possono venire dalla gestione del fenomeno immigratorio e da politiche inclusive, una possibile via di contrasto a tale esito consiste nel favorire le condizioni per rimandare, su base volontaria, l’uscita dal mercato del lavoro per raggiunti limiti d’età. Ciò può avvenire però soltanto a condizione di poter contare su forme alternative di prestazione dell’attività lavorativa, che si mostrino più flessibili quanto a tempi e luoghi: lo smart working, appunto. D’altro canto, l’invecchiamento della popolazione mostra una forte vulnerabilità di quei segmenti di popolazione su cui ricade la cura di bambini e anziani. Nuovamente, modalità di lavoro che puntino sul risultato da conseguire senza imporre le modalità con cui perseguirlo, sono in grado di liberare moltissime energie – femminili, soprattutto – che resterebbero altrimenti imbrigliate tra le mura domestiche.</p>



<p>La trasformazione digitale, per parte sua, suona come una condanna in un Paese che, ricorda Bentivogli, vede prive dell’uso internet più di sei milioni di famiglie. Tuttavia non c’è alternativa all’alfabetizzazione informatica per chi vorrà trovare lavoro, e magari cambiarlo, nel terzo decennio degli anni duemila.</p>



<p>La trasformazione ambientale, infine. Quella parte di inquinamento che è legata agli spostamenti quotidiani necessari per recarsi al lavoro e ritornarne svanirebbe nel nulla. Se le previsioni legate all’implementazione dello smart working nel mondo saranno rispettate, i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera diminuiranno di 214 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030.</p>



<p>A proposito della qualità del rapporto tra imprenditore e lavoratore, Bentivogli prospetta una logica win-win secondo cui lo smart working conviene a tutti. Conviene ai datori di lavoro perché permette loro anzitutto di risparmiare, e nettamente, sui costi legati ai luoghi di lavoro. In secondo luogo, grazie all’allineamento delle funzioni di utilità loro con quelle dei lavoratori lucrerebbero un risparmio sui costi legati al controllo gerarchico delle attività del lavoratore, liberando così energie da potere reinvestire nell’attività d’impresa. Soprattutto, migliorando il benessere dei lavoratori l’imprenditore otterrebbe un incremento di efficienza e quindi di produttività: il benessere del lavoratore e la sua produttività, si legge a più riprese nel volume, non sono antagonisti se non in letture efficientistiche sbagliate, e comunque sorpassate, dei fenomeni legati al mondo del lavoro. I lavoratori, dal canto loro, godrebbero di un risparmio di tempo e di risorse economiche potendo liberarsi della necessità di recarsi quotidianamente sul luogo di lavoro e, cosa ben più importante, potrebbero ridefinire, migliorandolo, il bilanciamento delle loro esigenze di vita con quelle di lavoro trasformando quest’ultimo, per usare le parole di Bentivogli, da “un luogo in cui ci si reca” in “una cosa che si fa”. Ciò a condizione, mette in guardia l’autore, di non scambiare lo smart working per una misura di welfare, ma di riconoscergli il valore di miglioramento organizzativo. Non si tratta di accordare al lavoratore un presunto diritto a proseguire da casa il lavoro, cioè, ma di ridisegnare l’accordo nell’interesse reciproco.</p>



<p>A fronte dei tanti benefici enunciati, però, perché l’Italia è ultima in Europa per utilizzo dello smart working dietro a Grecia, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia ed Ungheria? Parte sindacale, parte datoriale e governo condividono, nella ricostruzione di Bentivogli, questa responsabilità. Il sindacato, anzitutto, è chiamato ad essere qualcosa in più che un semplice mediatore del conflitto del lavoro per tornare ad essere promotore delle condizioni di progresso economico e sociale. Per riuscirci dovrà riconoscere gli errori commessi, abbandonare quei timori che rischiano di condurlo su posizioni conservatrici e allinearsi, senza preconcetti ideologici, alle nuove dinamiche socio-economiche per continuare nella propria missione di essere dalla parte dei lavoratori. D’altro canto, la parte datoriale non può profittare unilateralmente delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie ma deve accettare di condividere con il lavoratore finalità e mezzi della propria impresa. Il che implica rinunciare ad un controllo gerarchico sul lavoro, sui suoi tempi e i suoi spazi, per limitarsi ad un controllo sul risultato del lavoro. Il governo, infine, che è chiamato a promuovere le nuove modalità di prestazione del lavoro. Ciò significa non tanto legiferare opportunamente, ma anzitutto incentivare fiscalmente il lavoro in modalità smart, anche per gli indubbi vantaggi sociali già indicati, ed approntare infrastrutture, soprattutto digitali, da cui dipende la concreta praticabilità di questa modalità di lavoro.</p>



<p>Bentivogli non nasconde le insidie della rivoluzione che pure cerca di promuovere: lo smart working non è privo di rischi, tre su tutti. Quello di stabilire una continuità fra vita personale e professionale dove i reciproci confini sfumano nell’indistinto; quello, connesso, di conversione delle mura domestiche in luogo di lavoro anziché di riposo; quello, infine, di drastica riduzione della socialità, non essendo più il luogo di lavoro occasione quotidiana di relazione. Numerosi però anche i rimedi che il libro offre: da una workplace strategy complessiva, che non limiti la scelta del luogo all’alternativa binaria casa-azienda, all’alternanza di periodi di lavoro da remoto ad altri in azienda per beneficiare dei vantaggi dello smart working senza cancellare i benefici insiti nella frequentazione del posto di lavoro. Soprattutto la valorizzazione di strumenti già messi a disposizione dal legislatore. Tra questi il diritto alla disconnessione e ad una sicurezza del lavoratore che comprende anche la riservatezza dei propri dati.</p>



<p>Il volume, dotato di una preziosa appendice che dà conto dell’evoluzione normativa, delle best practice nel panorama nazionale e delle linee guida Fim Cisl sullo smart working, contiene anche un’utile supporto alla conversione “smart” di imprese esistenti e alle condizioni per avviare da zero un’impresa smart. Offre inoltre un inquadramento più generale delle tematiche esposte a proposito del lavoro agile, con riferimento ad una intera società che va trasformandosi insieme ai propri territori. L’una e gli altri, in una con le opportunità digitali che avanzano, possono oggi cogliere l’occasione di ridefinirsi in maniera agile e intelligente per assicurare ciò cui lo smart working appare preordinato: restituire centralità alla persona. Quanto si sarà in grado di farlo, specie dalle nostre parti, dipenderà come sempre dalla buona volontà degli attori in gioco. Starà a loro cogliere le opportunità che Bentivogli racconta e per cui auspica il superamento del nostro antico, attuale ed ”eterno timore della libertà”.</p>
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		<title>Enrico Giovannini: l&#8217;Italia è uno dei pochi paesi sviluppati che non ha un Istituto di studi sul futuro</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/05/04/raco-enrico-giovannini-litalia-futuro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2020 14:28:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[Fase 2]]></category>
		<category><![CDATA[Fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Giovannini]]></category>
		<category><![CDATA[Imprese]]></category>
		<category><![CDATA[Inclusione]]></category>
		<category><![CDATA[Lockdown]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblica amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Ripartenza]]></category>
		<category><![CDATA[Smart working]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle finestre si cominciano a udire i rumori delle città. È una liberazione, un azzardo, una scommessa?Da un lato era auspicabile. È arrivato il momento in cui molte persone che erano bloccate a casa, soprattutto che non potevano lavorare, possono tornare alla vita semi-normale, perché non sarà la vita che facevamo qualche mese fa. Oggi tornano a lavorare quattro milioni di persone, il che vuol dire che il 90% degli&#8230;</p>
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<p><strong>Dalle finestre si cominciano a udire i rumori delle città. È una liberazione, un azzardo, una scommessa?</strong><br>Da un lato era auspicabile. È arrivato il momento in cui molte persone che erano bloccate a casa, soprattutto che non potevano lavorare, possono tornare alla vita semi-normale, perché non sarà la vita che facevamo qualche mese fa. Oggi tornano a lavorare quattro milioni di persone, il che vuol dire che il 90% degli occupati di fatto è autorizzato a riprendere le attività. È un passaggio importante perché sappiamo quanto alcuni comparti abbiano sofferto il lockdown. Ma la strada è ancora lunga e complessa, non a caso alcuni settori che secondo i dati Inail sono più a rischio di contagio devono ancora attendere qualche settimana. E poi c’è il grande tema dei trasporti, che è uno dei luoghi dove può essere più facile contagiarsi. Su questo sia il ministero sia gli enti locali hanno avuto qualche settimana di tempo per prepararsi ma poi sappiamo anche che molto dipenderà dai comportamenti individuali. Infine è importante che ripartano anche altri Paesi europei perché molte nostre imprese hanno bisogno di un mercato verso cui esportare.<br>&nbsp;<br><strong>Come mai i governi di tutto il mondo sono sembrati impreparati davanti a questa sfida? Eppure molti uomini di scienza avevano previsto che un virus potesse diventare il fattore scatenante di una crisi mondiale.<br></strong>Perché molti governi danno poco ascolto alla scienza e anche laddove viene ascoltata c’è una tendenza, il cosiddetto shortermismo, alla preferenza per l’uovo subito piuttosto che la gallina domani. Supponiamo ad esempio che il governo italiano, due anni fa, proprio sulla base degli allarmi degli scienziati, avesse aggiornato il piano anti pandemia, cosa che non è stata fatta per cui siamo arrivati all’emergenza senza il piano operativo. Fin qua la responsabilità ricade soprattutto sulle amministrazioni pubbliche. Ma poi supponiamo che in base a questo il governo avesse deciso di investire nel potenziamento delle terapie intensive a scapito di altre priorità, perché è evidente che i fondi pubblici non sono infiniti. Già immagino la reazione di tanti in Italia che avrebbero detto: perché stiamo facendo questo, abbiamo altre urgenze. L’Italia è un Paese che in emergenza risponde molto bene, ma il focus sulle cose importanti è tutto un altro discorso. Distinguiamo poco tra cose importanti e cose urgenti. Non a caso l’Italia è uno dei pochi paesi sviluppati che non ha un Istituto di studi sul futuro. Due anni fa ho proposto al governo un istituto di studi che supportasse il presidente del Consiglio per anticipare il futuro e prepararsi, come fa Singapore, la Francia, Dubai e molti altri paesi: mi è stato detto che il tema non era interessante. Questa carenza nell’investire su strumenti che ci aiutino anche a fronteggiare le emergenze è un problema italiano che purtroppo abbiamo pagato caro.<br>&nbsp;<br><strong>Gli italiani hanno accettato con grande spirito di servizio e senso di responsabilità le richieste arrivate dal governo. Forse per la prima riapertura ci si aspettava qualcosa di più, magari su base territoriale. Perché si è deciso di fare dell’Italia una unica grande area?</strong><br>Questa è una domanda che va rivolta al governo che ha assunto le decisioni. Mi faccia anche dire che io sono veramente disturbato dallo stile della discussione pubblica, perché sembra che stiamo discutendo dei sei minuti di Rivera dopo aver perso la finale di Calcio del 1970 in Messico, contro il Brasile. Qui stiamo parlando della vita delle persone, di gente colpita dal virus o che perde il posto di lavoro ed entra in povertà. Il modo superficiale in cui ho sentito esperti, anche importanti, trattare di materie non di loro competenza, è davvero inaccettabile.<br>Ho rivissuto, da un certo punto di vista, la situazione dopo l’attacco alle Torri gemelle. Mi ero da poco trasferito a Parigi, all’Ocse, ma facevo avanti e indietro nei weekend e seguivo la televisione italiana. Non conoscevo ancora bene il &nbsp;francese ma lo comprendevo. La differenza di qualità nei dibattiti, nel talk show francesi e italiani era evidentissima. Nei talk francesi si alternavano esperti di geopolitica, esperti militari e di sicurezza interna; nei talk show italiani, accanto ad alcuni di questi, c’erano vallette, sedicenti opinionisti e la discussione rischiava puntualmente di scadere in chiacchiere da bar. Purtroppo, in questo periodo ho rivisto questo tipo di atteggiamenti, come se stessimo parlando di qualcosa che non tocca le persone.<br>&nbsp;<br><strong>Il modo in cui sono state disposte le autorizzazioni rende i controlli molto difficili da parte delle forze dell’ordine. Per la privacy non bisognerà indicare il nome del congiunto e la polizia non potrà controllare. Non sarebbe stato meglio fare appello al semplice senso di responsabilità dei cittadini?</strong><br>Su alcune questioni non posso entrare nello specifico per un impegno di riservatezza preso in qualità di membro del comitato economico e sociale guidato da Vittorio Colao.&nbsp; Però, se ci mettessimo a rivedere quello che abbiamo letto sui giornali durante l’ultimo mese, come anticipazioni sicure di quello che sarebbe stato permesso o non permesso, troveremmo tutto e il suo contrario. Le aspettative che si erano create, proprio nel tentativo di anticipare decisioni che spettavano al governo, hanno alimentato un’attesa tale per cui qualsiasi cosa si fosse fatto sarebbe apparso comunque lontano dalla somma di tutti i piani presunti pubblicati dai vari giornali. In una situazione del genere, alimentata ulteriormente dalla confusione dettata dalle ordinanze regionali e comunali, una serie di regole erano necessarie.<br>Quello che noi vediamo accadere in Italia sta accadendo anche in altri Paesi, però mentre siamo interessati alla finale Italia-Brasile è chiaro che lo siamo di meno a quella Germania-Brasile. Intendo dire che anche in Germania ci sono battaglie tra i Lander; in Francia adesso vedremo come reagirà la popolazione a fronte di una applicazione a scacchiera delle varie regole. E poi vorrei ricordare che c’è l’ultimo decreto del ministro Speranza che stabilisce una serie di indicatori sentinella per spingere a chiusure, speriamo il più possibile localizzate, in caso di recrudescenza dell’epidemia. Quindi, ripeto, siamo ben lontani dall’essere usciti dalla situazione in cui eravamo. In questo senso abbiamo bisogno di una comunicazione chiara e di passare il messaggio che non è più come prima. La buona notizia è che molti cittadini lo hanno compreso. A vedere alcune immagini delle riaperture di oggi, in alcune città il traffico è ancora giustamente molto rarefatto. Vuol dire che i cittadini hanno capito, per cui è importante sostenere questo tipo di sforzo piuttosto che polemizzare su questa o quella parola.<br>&nbsp;<br><strong>Le disposizioni di urgenza seguite alla crisi pandemica hanno consentito di far fare all’Italia degli enormi passi avanti nel campo della semplificazione e della sburocratizzazione ma anche della legalità. Il lavoro agile non è più osteggiato, né nel privato né nella PA, e il pagamento con moneta elettronica è universalmente accettato, vincendo le resistenze che aveva avuto sino a pochi mesi fa. È un progresso destinato a durare nel tempo? Come possiamo favorirlo da oggi in poi?</strong><br>Spero che questi progressi siano destinati a durare nel tempo ma ricordiamoci che lo smart working è molto più che collegarsi con una piattaforma di videoconferenza: è un modo di organizzare il lavoro diversamente. In altri termini non dobbiamo fare l’errore commesso da tante imprese italiane e tante amministrazioni negli anni novanta, quando sono state sostituite le macchine da scrivere con i personal computer, ma la logica dei processi è rimasta sostanzialmente la stessa. Ricostruire, ridefinire i processi intorno al digitale è un percorso che va non solo governato ma progettato. Questa è la grande sfida che abbiamo davanti. Se cioè la pubblica amministrazione in particolare, ma anche le imprese, useranno questo strumento per fare un salto in avanti, avremo veramente guadagnato moltissimo, se invece la tentazione di riprendere il controllo della vita delle persone prevarrà, rischiamo di tornare indietro.<br>Mi faccia aggiungere un elemento su questo. Il ruolo della mano pubblica serve non solo per creare incentivi al fine di rendere permanente questo cambiamento, magari promuovendo accordi sindacali avanzati, ma abbiamo bisogno, laddove queste attività impattano sulla vita delle città, di distribuire le attività nel corso della settimana. Il rischio infatti è che se tutte le imprese e le pubbliche amministrazioni fanno lo smart working lo stesso giorno, per gli altri quattro giorni della settimana avremo le città intasate di traffico. In questo senso è importante l’annuncio della ministra De Micheli di abbassare a 100 addetti il limite per l’obbligo per le imprese ad avere un mobility manager, che oggi è di 300 addetti. Un salto di questo tipo vorrebbe dire anche per i mobility manager comunali la possibilità di interagire con tante imprese, quindi ordinare meglio il traffico nelle città. Questo è un esempio in cui una importante innovazione, se verrà realizzata, non costosa, potrebbe portare a migliorare simultaneamente vari aspetti della nostra vita.<br>&nbsp;<br><strong>Come è possibile aiutare chi non è conosciuto al fisco, i lavoratori irregolari, senza mortificare chi paga regolarmente le tasse? Come recuperarli a un percorso di visibilità per il sistema del welfare?</strong><br>Cerchiamo di essere coerenti: da un lato stiamo dicendo che bisogna aiutare tutte le imprese, con strumenti per la liquidità, comprese quelle che hanno evaso il fisco. Perché su tre milioni di lavoratori irregolari, molti hanno rapporti con le imprese: sono “irregolari dipendenti”, non lavorano per qualcuno che sta su un altro pianeta. Alle imprese, comprese quelle che davano lavoro irregolare, stiamo giustamente dicendo che le aiuteremo. Allora perché non dovremmo aiutare tutti coloro che, a causa di quella posizione debole sul mercato del lavoro, oggi non hanno coperture di strumenti di welfare, in particolare quel milione di lavoratori irregolari a cui abbiamo chiesto di lavorare essendo nelle filiere cosiddette essenziali. Noi dobbiamo essere coerenti, sia per motivi etici che per giustizia sociale. Alle imprese che vengono salvate e beneficiano degli strumenti messi in campo dal governo dobbiamo dire: noi vi stiamo aiutando, anche con i soldi dei cittadini onesti che pagano le tasse, per cui ci aspettiamo un cambiamento radicale nel vostro atteggiamento. Cosicché dal 2021, quando tutta l’economia sarà ripartita, se vi becchiamo a evadere, saremo radicali.<br>&nbsp;<br><strong>La ripartenza può essere l’occasione per un nuovo patto sociale tra Stato, imprese e lavoratori? Cosa ritiene irrinunciabile in questo patto?</strong><br>Esattamente. E la stessa cosa bisogna fare per i lavoratori. Per questo l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile e il Forum diseguaglianze e diversità di Fabrizio Barca hanno proposto lo strumento del reddito di emergenza. E siamo lieti del fatto che il governo sembri orientato a introdurlo. Vedremo le modalità. Ecco perché abbiamo detto che il reddito di emergenza, che è temporaneo, è diverso dal reddito di cittadinanza e può andare anche ai lavoratori irregolari come occasione per agganciarli e fare proposte formative e di recupero. Dobbiamo evitare anche per loro il rimbalzo alla posizione di due o tre mesi fa. Pensiamo al microcredito, a offrire opportunità per consentire loro di aprire nuove attività invece di restare in una posizione subalterna.<br>&nbsp;<br><strong>Cosa ritiene irrinunciabile perché questo nuovo patto sociale possa funzionare?</strong><br>La chiarezza che l’Italia su alcuni temi vuole cambiare radicalmente politica. È possibile. Lo ha fatto anche in passato su certi temi. Questa chiarezza sull’indirizzo futuro è esattamente ciò che ci vorrebbe. Qui serve il contributo di tutta la politica, indipendentemente dall’appartenenza partitica. Su questo sarebbe importante segnalare un cambiamento di passo. Gli strumenti possono essere diversi. Dire che noi vogliamo uscire da questa recessione con una quota di PIL prodotta dal settore irregolare e illegale ben inferiore all’attuale 12% – e dunque riduzione del limite al contante, uso sempre più pervasivo della digitalizzazione – sarebbe un segnale importante da dare.<br>&nbsp;<br><strong>Alcuni stati europei non si fidano dell’Italia per una certa tendenza all’assistenzialismo. Hanno ragione?</strong><br>Credo che ci siano delle novità molto importanti a livello europeo. In primo luogo il fatto di aver previsto uno strumento come Sure, che guarda agli aspetti sociali e non solo economici in senso stretto è una decisione molto importante. Vuol dire che anche l’Europa sta cambiando orientamento e capisce che il legame tra politiche sociali e politiche economiche è molto più complesso di come finora è stato considerato. Vorrei ricordare che nel 2013, quando ero ministro, avemmo in Italia la prima e unica riunione quadrangolare – Italia, Francia, Spagna e Germania – dei ministri dell’Economia e del Lavoro proprio su questa tematica: avevamo un legame che non anteponeva necessariamente l’economia alle politiche sociali ma che considerava i problemi economici in parte dovuti all’insicurezza sociale. Per questo la relazione era molto più complessa.<br>&nbsp;<br><strong>Dalle diseguaglianze all’inquinamento, lei ha sempre affermato, con l’ASviS, che scegliere la sostenibilità renderebbe di più, sino al 15% nelle grandi aziende. Da dove cominciare? Quali sono i tre goals che lei reputa prioritari tra quelli di Agenda 2030?</strong><br>Immaginare di poter selezionare dei goal più importanti di altri è esattamente l’errore che tutti fanno perché non hanno capito l’integrazione profonda dell’Agenda 2030. Non è possibile, né concettualmente né operativamente, selezionare delle priorità. La buona notizia è che pensando in modo sistemico lo stesso strumento può essere utilizzato per impattare&nbsp;su più di un goal. La vecchia impostazione deriva dalla politica economica quantitativa di Frisch e Tinbergen, di tanti anni fa, in cui in economia si faceva corrispondere uno strumento a un obiettivo. Non è più così per fortuna. Grazie alle innovazioni tecnologiche è oggi possibile promuovere una politica che porta verso l’economia circolare, che allo stesso momento riduce l’impatto ambientale, crea più occupazione e genera più produttività. E dunque favorisce vari goal, quasi tutti. Da un punto di vista operativo proprio domani pubblicheremo un nuovo rapporto dell’ASviS con le proposte su come orientare le politiche in questo momento, dopo l’emergenza sanitaria, in vista della prevista crisi economica e sociale, alla luce dell’Agenda 2030.</p>
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		<title>Una paradossale vicinanza. Lettera dalla scuola in quarantena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2020 06:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Buona scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dove non era riuscita ad arrivare “la centosette” (meglio nota come la legge, cosiddetta, della “buona scuola”), è arrivato il coronavirus. D’altronde – con buona pace di chi quella legge volle e difese – forse solo la necessità di garantire il diritto allo studio nel corso di una pandemia di queste dimensioni poteva riuscire a smuovere il corpaccione della scuola nel suo insieme, costringendolo (con le cattive) a intraprendere davvero&#8230;</p>
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<p>Dove non era riuscita ad arrivare “la centosette” (meglio nota come la legge, cosiddetta, della “buona scuola”), è arrivato il coronavirus. </p>



<p>D’altronde – con buona pace di chi quella legge volle e difese – forse solo la necessità di garantire il diritto allo studio nel corso di una pandemia di queste dimensioni poteva riuscire a smuovere il corpaccione della scuola nel suo insieme, costringendolo (con le cattive) a intraprendere davvero la sua odissea nello spazio virtuale. </p>



<p>Si tratta però di una “migrazione” che presenta un aspetto singolare: finisce in un luogo le cui coordinate configurano una sorta di paradosso spaziale. Infatti, come nel capolavoro di Kubrick il punto di arrivo del viaggio interstellare non è altro che l’intimità di una stanza, in cui l’estremo della morte tocca quello della vita, così mi pare che anche l’odissea 2.0 dell’istruzione pubblica, in questo frangente tragico, non abbia fatto altro che portare le cattedre nelle case, sia degli studenti sia dei loro insegnanti, a più stretto contatto con le vite degli uni e degli altri, riducendo paradossalmente la distanza spirituale, pur nell’aumento di quella fisica (in ciò di sicuro aiutata anche dalla condivisione di un comune destino di incertezza e sgomento). </p>



<p>Insomma, ogni mattina ho l’impressione che il laptop che mi connette con i miei ragazzi assomigli a un “wormhole” che collega in un soffio spazi anni luce distanti. Quelli della mia e della loro intimità: Platone, Spinoza, Nietzsche fanno un balzo dalla mia stanza alla loro. Sullo sfondo, dalla mia parte, alternativamente il muro di libri che mi hanno consentito di diventare me o i disegni di Giovanni e Giulio (o direttamente Giovanni e Giulio, con la loro infantile consapevolezza); dalla loro le camerette, i salotti, i tinelli, la loro vita, l’aria che respirano, le mamme o i papà in smart working che passano, con la circospezione di tecnici di uno studio televisivo costretti ad attraversare l’inquadratura. È la scuola che va dalla famiglia, direttamente: la loro, la mia. Un’istituzione che tende la mano a un’altra, nel momento in cui le mani è meglio non si tocchino. </p>



<p>Una distanza, infine, che esplode di vicinanza: ragazzi e genitori che ringraziano professori; professori che si ammazzano di fatica per continuare a fare il loro lavoro aggiornando in tempo reale le metodologie didattiche e valutative, mentre imparano a conoscere e gestire strumenti spesso estranei a una classe docente non più giovanissima e legata (diciamolo: anche da un legame di autentico amore) alla carta, al gesso e all’ardesia (anche adesso che nelle aule di sempre più istituti le lavagne multimediali stanno spalancando nuove possibilità di insegnamento e apprendimento, anche “in presenza”). </p>



<p>Ci voleva una pandemia, ci voleva il dolore, ci voleva questa “migrazione”, per fare migrare anche noi insegnanti dalla realtà dello spazio reale alla realtà dello spazio virtuale, dove i nostri ragazzi già erano di casa. Ma adesso è lì che hanno bisogno di noi.</p>
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