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	<title>Spesa pubblica Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Spesa pubblica Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Sull&#8217;equità fiscale orizzontale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 10:23:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Proviamo a ragionare di equità fiscale “orizzontale”, a domandarci cioè se uguali livelli di reddito vadano tassati alla stessa aliquota, oppure vadano fatte distinzioni in base alla fonte di produzione del reddito stesso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/01/bucalo-considerazioni-su-equita-fiscale-orizzontale/">Sull&#8217;equità fiscale orizzontale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Normalmente, quando si parla di equità fiscale, si ragiona di equità fiscale “verticale”, in base alla quale persone con capacità contributiva minore concorrono in misura minore alla spesa pubblica e viceversa. Esistono diverse scuole di pensiero, ma tutte concordano con il principio della progressività dell’aliquota fiscale media al crescere dei livelli del reddito, allo scopo di ridurre il divario economico esistente tra le varie classi sociali ed effettuare una redistribuzione del reddito a favore delle classi meno abbienti.</p>



<p>I limiti all’interno dei quali le scelte di politica tributaria si collocano sono i seguenti: limite minimo: redditi di sussistenza, fino al quale il livello di tassazione non può che essere pari a zero; limite massimo: un’aliquota percentuale, sui redditi maggiori, che non sia così elevata da rappresentare un deterrente alla produzione di ricchezza, come spiegato dalla Curva di Laffer (1).</p>



<p>Proviamo invece ora a ragionare di equità fiscale “orizzontale”, a domandarci cioè se uguali livelli di reddito vadano tassati alla stessa aliquota, oppure vadano fatte distinzioni in base alla fonte di produzione del reddito stesso.</p>



<p>In finanza, uno dei principi fondamentali e più comunemente conosciuti è quello del rapporto rischio-rendimento: quanto più il mio investimento sarà rischioso, tanto maggiore dovrà essere il mio ritorno atteso dall’investimento stesso. Ad esempio, se da un investimento sul mercato azionario (più rischioso) non mi aspettassi un rendimento maggiore rispetto ad un investimento sul mercato obbligazionario (meno rischioso), io investitore razionale sceglierei sempre l’investimento meno rischioso.</p>



<p>Può lo stesso principio rischio-rendimento essere applicato al mercato del lavoro? Attualmente, se un lavoratore dipendente fa un lavoro più rischioso di un altro lavoratore, questo maggior rischio viene tenuto in conto, e viene remunerato dal datore di lavoro con un premio, solitamente un’indennità per lavoro rischioso o usurante, ed in ogni caso con un salario complessivo più elevato, quindi in linea con il principio “rischio maggiore compensato con un rendimento maggiore”.</p>



<p>Analizziamo invece il caso di due lavoratori che alla fine dell’anno portano a casa la stessa retribuzione lorda complessiva. E’ giusto che entrambi paghino la stessa aliquota media, indipendentemente dal tipo di lavoro effettuato?</p>



<p>Oggi, in Italia, è esattamente così. Che io sia un dipendente pubblico con contratto “blindato”, un dirigente nel settore privato (quindi facilmente licenziabile) o un imprenditore, a parità di reddito lordo mi sarà applicata la stessa aliquota fiscale. Ma è ciò giusto ed equo?</p>



<p>Se riprendiamo il principio rischio-rendimento, dovremmo dare un beneficio maggiore a coloro che hanno portato a casa tale reddito con un’attività più rischiosa, quella dell’imprenditore, dove c’è addirittura il rischio di lavorare tutto l’anno, pagare dipendenti, fornitori e tasse, per poi trovarsi senza utili per poter remunerare il proprio lavoro.</p>



<p>Quindi sarebbe equo – secondo questo principio &#8211; che un imprenditore che guadagna 100 beneficiasse di un’aliquota inferiore al dipendente pubblico che guadagna 100. La logica è chiara: anche in una crisi indipendente dal mercato come quella recente dovuta al Covid, il dipendente pubblico porta a casa per intero la propria retribuzione, mentre l’imprenditore è molto probabile che porti a casa un reddito molto inferiore, se non addirittura reddito negativo, ossia perdite, con necessità di ricapitalizzare la propria società.</p>



<p>Vediamo ora il punto di vista dello Stato. Ha lo Stato interesse ad incentivare l’attività imprenditoriale dei propri cittadini rispetto all’attività di lavoratore dipendente? Se in un Paese non vi fosse alcuna impresa, lo Stato non potrebbe esistere. Non vi sarebbe alcuna risorsa economica per pagare i dipendenti del settore pubblico, né vi sarebbe alcun gettito fiscale. E quindi l’intero settore pubblico – che esiste per fornire servizi ai cittadini che lavorano – non potrebbe esistere e mantenersi, visto che viene finanziato per la quasi totalità dalle imposte versate. Quindi la presenza delle imprese è di vitale importanza per ogni paese.</p>



<p>È possibile, con gli elevati tassi di disoccupazione presenti tra i giovani, continuare a considerare come due compartimenti stagni i lavoratori dipendenti e gli imprenditori/lavoratori autonomi/partite IVA?</p>



<p>Non avrebbe lo Stato tutto l’interesse ad incoraggiare i più intraprendenti tra i lavoratori dipendenti e tra disoccupati a rinunciare rispettivamente ad uno stipendio certo ed al reddito di cittadinanza per far partire una nuova attività economica? Ogni nuova attività economica contribuisce alla creazione di ricchezza, ed aumentando il livello di concorrenza sul mercato aiuta anche a tenere basso il livello dei prezzi per i consumatori.</p>



<p>E quale incentivo migliore a tale imprenditorialità che dire loro: “Sappi che se decidessi di intraprendere, e fossi così bravo da riuscire a generare per te un reddito uguale a quello che avevi già assicurato come dipendente, avrai diritto ad una tassazione complessiva molto inferiore, come premio per la tua imprenditorialità!”</p>



<p>Fino a questo momento, invece, nessuno ha mai messo in dubbio il principio dell’equità fiscale “orizzontale”, non considerando adeguatamente la diversa rischiosità e livelli di maggiore/minore incertezza con cui stessi livelli del reddito sono raggiunti.</p>



<p>Senza questi o altri incentivi, a nostro avviso, è probabile che una gran parte dell’Italia continuerà a vivere per altri 30 anni con il “solito” sogno del “posto fisso”. E di questo il Paese certamente non beneficerà.</p>



<p>(1) Arthur Laffer, economista dell&#8217;University of Southern California, teorizzò l’esistenza di un livello del prelievo fiscale oltre il quale l&#8217;attività economica non è più conveniente e pertanto il gettito fiscale si riduce, anche a causa dell’aumento dell’elusione e dell’evasione fiscale.</p>
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		<title>Il campo stretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 15:53:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima del campo occorre discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l'impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare.</p>
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<p>Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E&#8217; un&#8217;antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, agitare il corpo sociale, solleticare paure, accarezzare speranze, assecondare umori.</p>



<p>Conte e il M5S hanno scelto di fare la parodia del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, ma quel PCI era una “cosa” seria, mentre questa è l&#8217;ennesima prova della tragedia che diventa farsa.</p>



<p>Draghi fa quel che può. Con non poca (e imprevista) ingenuità ha ribadito che non esiste altro Governo che con il M5S; ha assecondato alcune richieste del “movimento” indulgendo anche a qualche deriva demagogica e populista; ha mandato messaggi rassicuranti al mondo che conta, ma la decisione della maggioranza dei parlamentari pentacosi di non votare il c.d. “decreto aiuti” segna un punto di non ritorno nella vicenda di questo Governo. </p>



<p>Salvo ripensamenti che il solleone non favorisce mai, si va verso l&#8217;approvazione di una finanziaria che raffazzona il consenso un po&#8217; qua e un po&#8217; là, che mette in sicurezza il PNRR, che cerca di sostenere le imprese e le persone in difficoltà, ma, per dirla con linguaggio antico ma efficace, la sua spinta propulsiva è esaurita.</p>



<p>Il problema, però, è che non è esaurita la necessità dell&#8217;agenda Draghi, quella originale e vera, quella – per dirla col Premier – che accompagnava un&#8217;Italia a cui – da Berrettini agli europei, da Parisi ai Meneskin – sembrava essere tutto (prima della guerra…ahinoi..) a nostro favore.</p>



<p>Quella che vediamo oggi è la solita agenda dell&#8217;emergenza, quella che guarda a…ieri…al massimo a oggi, ma che non affronta nessuno dei nodi veri di un Paese che deve superare un gap importante con gli altri competitor/partner europei.</p>



<p>E allora il tema non è quanto dura il Governo (speriamo che duri almeno fino all&#8217;approvazione del bilancio, quindi a fine anno, ovviamente), ma verso cosa stiamo andando, qual è lo scenario politico che abbiamo di fronte, chi e come è in grado di superare la perenne emergenza.</p>



<p>Prima del “campo”, su cui ostinatamente si è cimentato in questi mesi il Segretario del PD Letta, occorre definire il “cosa” fare. Il “campo” dipende dal “cosa”, se no ricaschiamo in questo orrendo bipopulismo, una camicia di forza che ci impedisce di aggredire e sciogliere i nodi gordiani che attanagliano da alcuni decenni il sistema-Paese.</p>



<p>La prima cosa da dire – anche in riferimento agli incontri dei giorni scorsi con sindacati e M5S – è che non si esce più forti dalla pandemia dilatando ulteriormente la spesa pubblica. Alta inflazione=alti interessi=alto debito e= riduzione reale dei salari.</p>



<p>Come all&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e fino agli &#8217;90 dobbiamo evitare che quella tassa perversa sulla povera gente che è l&#8217;alta inflazione freni lo sviluppo e faccia perdere potere d&#8217;acquisto a stipendi e salari.</p>



<p>Come uscirne? Non certo favorendo ulteriori scostamenti di bilancio; al massimo ci è consentito di utilizzare le maggiori entrate da IVA e lotta all&#8217;evasione per ridurre il cuneo fiscale e rilanciare l&#8217;apparato produttivo.</p>



<p>Occorre essere convinti che per ridare centralità al lavoro e sconfiggere il precariato bisogna ridare centralità alle imprese. Lo Stato deve, con interventi normativi e incentivi efficaci (il superbonus ha drogato, non aiutato il sistema), favorire il passaggio di ricchezza dal risparmio privato agli investimenti. Bene la riduzione del cuneo fiscale se i risparmi sul costo del lavoro vanno nelle buste paga e negli investimenti, non se vanno solo nei profitti.</p>



<p>E&#8217; d&#8217;accordo il M5S su questo? E la sinistra? A quando una presa di coscienza vera che la spesa pubblica a “go go” non è la soluzione, neanche nell&#8217;emergenza pandemica, figuriamoci ora!</p>



<p>Sul piano energetico, una volta deciso – giustamente – di dire basta ai combustibili fossili dal 2035, abbiamo il coraggio di dire che le fonti rinnovabili non sono da sole in grado di rappresentare la svolta per la loro precarietà e discontinuità? Vogliamo parlare davvero di termovalorizzatori e riaprire (abbiamo 12/13 anni davanti) il tema del nucleare? O un referendum di 34 anni fa deve fermare il tempo a quando non c&#8217;erano né internet né i telefonini?</p>



<p>Il M5S dice no, il PD non si sa, ma si sa, ad esempio, che importanti esponenti del PD in una Regione industriale come la mia (Piemonte) hanno detto no al nucleare la settimana scorsa.</p>



<p>E riteniamo una sciagura – come credo io – o uno strumento utile scelte come quella su ILVA, ALITALIA? Anche qui, che dicono i possibili partner del “campo largo”?</p>



<p>Ancora troppi, poi, a sinistra si sentono alleggeriti rispetto al peso della cosiddetta “deriva liberista” che (sic!) avrebbe caratterizzato il centro sinistra negli anni passati e da cui sarebbero stati liberati grazie al dilatare senza limiti della spesa pubblica, non rendendosi conto che ciò che ha senso fare nell&#8217;emergenza diventa inaccettabile se perpetuato al di là del dovuto.</p>



<p>La realtà ci dice che oggi, se consideriamo il rapporto tra spesa pubblica e reddito, l&#8217;Italia è il Paese più “socialista” tra i grandi Paesi europei, non avendo però uno Stato efficiente come quello francese (per non parlare di quelli scandinavi).</p>



<p>Infine, come avveniva quando la politica era una cosa seria, senza una visione comune di politica estera nessuna coalizione può nascere e governare.</p>



<p>La posizione di Enrico Letta sull&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraìna è stata limpida. Chapeau! Ma non è tutto così dentro il campo largo da lui invocato. Permangono derive “terzaforziste” tra UE/Occidente da un lato e Russia dall&#8217;altro. Alcuni secredenti&nbsp; tessitori ritengono che l&#8217;Italia debba essere con la UE e con gli USA “ma…però..”; evocano La Pira e il suo ponte verso il Mediterraneo e l&#8217;Oriente, ma alla fine si ritrovano a scimmiottare Nasser, il Pandith Nehru e Indira Ghandi…nella migliore delle ipotesi.</p>



<p>Insomma, a pochi mesi dalle elezioni, assistiamo a una rincorsa alla spesa pubblica che assomiglia all&#8217;assalto alla diligenza dei conti di inizio anni &#8217;80 e ciò riguarda sia la destra sovranista e nazionalista, sempre più statalista e assistenzialista, se non altro perché sta ereditando i voti pentacosi al Sud, sia un pezzo della sinistra e dello stesso PD che in alcuni suoi esponenti, dopo il confronto di ieri con il M5S, rincorre questi ultimi su amenità come il reddito di cittadinanza (che va azzerato per ripensare totalmente sia le forme di sostegno al reddito sia le politiche attive del lavoro).</p>



<p>Prima del campo occorre, quindi, discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l&#8217;impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea (penso alla CDU, agli stessi Republicains, ai liberalconservatori scandinavi), per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S (l&#8217;intervento di Calenda al congresso di Articolo 1 è illuminante a questo proposito) e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare (V. ultimo Governo Prodi).</p>



<p>E se il campo dovesse essere per forza “largo”, in nome dell&#8217;ennesimo appello “contro la destra” e per la paura di perdere, allora ai liberal demcoratici non resterebbe che la strada della solitudine, già sperimentata in molte realtà alle ultime elezioni amministrative.</p>



<p>Una strada difficile quest&#8217;ultima, ma l&#8217;unica, se le condizioni dovessero permanere quelle attuali, che potrebbe mettere in difficoltà un bipolarismo inconcludente e gettare le basi di una rinnovata dialettica democratica, magari con un sistema proporzionale rafforzato, che metta al centro alcuni valori di fondo (Costituzione, diritti civili, Europa unita, scelta occidentale) e un programma serio e pragmatico di sviluppo del Paese, scevro da ogni deriva populista e demagogica.</p>
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		<title>Carlo Cottarelli: votare No vuol dire votare contro un modo di fare politica sbagliato, approssimativo, basato sugli slogan, basato sulla forma e non sulla sostanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2020 12:50:51 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/18/raco-cottarelli-votare-no-vuol-dire-votare-contro-un-modo-di-fare-politica-sbagliato-approssimativo-basato-sugli-slogan/">Carlo Cottarelli: votare No vuol dire votare contro un modo di fare politica sbagliato, approssimativo, basato sugli slogan, basato sulla forma e non sulla sostanza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Il suo nome è stato tra i più citati in questa lunga campagna referendaria perché, con l’Osservatorio per i conti pubblici italiani, ha fornito un paragone molto efficace per quantificare il risparmio ottenuto col taglio dei parlamentari: un caffè ogni anno per italiano. Come si è arrivati a questo conteggio?</strong><br>Basta vedere qual è il costo per parlamentare e sottrarre il costo che corrisponde alla riduzione del numero dei parlamentari. Bisogna soltanto tenere in conto il fatto che i parlamentari sul loro stipendio pagano le tasse per cui se si riduce la spesa degli stipendi ci sono anche meno entrate. Fa parte delle regole seguite dalla Ragioneria generale dello Stato per verificare quanto si influisce sull’indebitamento netto tagliando alcune spese. Il calcolo che viene fuori è di 57 milioni l’anno. Siccome gli italiani sono circa 60 milioni è meno di un euro all’anno. In realtà un caffè spesso costa più di un euro, per cui il risparmio è inferiore al costo di un caffe all’anno per italiano.</p>



<p><strong>Lei ha parlato di una riforma dannosa, del trionfo dell’apparenza sulla sostanza, delle cose fatte male su quelle fatte bene. Qual è il messaggio che passa?</strong><br>Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda la sostanza del provvedimento. Il secondo attiene all’opportunità di cambiare la Costituzione per una cosa che non è fondamentale. Sulla sostanza, non si capisce bene qual è lo scopo del provvedimento stesso. Se era quello di punire la casta per i suoi privilegi allora si poteva tagliare il costo per parlamentare riducendo gli stipendi, i costi aggiuntivi, i benefici. Ma non diminuire il numero dei parlamentari. Se lo scopo era semplicemente quello di tagliare il numero dei parlamentari , bisogna chiedersi se è stato adottato il modo migliore per farlo.</p>



<p><strong>In Italia ci sono troppi parlamentari?</strong><br>Se ci confrontiamo con gli altri paesi europei e teniamo conto del fatto che abbiamo due camere che fanno la stessa cosa, dalla nostra analisi viene fuori che abbiamo un po’ troppi parlamentari ma non tanti di più. Se li riducessimo al numero proposto, ne avremmo 230 in meno di quello che serve per far funzionare bene due camere. Non ci ha ordinato il medico di avere due camere, potevamo pure decidere di passare a un sistema monocamerale. Io stesso quando ho fatto il commissario per la revisione della spesa ho proposto di eliminare una camera, sia per ridurre il numero dei parlamentari che per semplificare il sistema di approvazione delle leggi. Se si vuole mantenere il vincolo di avere la Camera e il Senato che fanno più o meno le stesse cose, il numero proposto di parlamentari è un po’ scarso, con una difficoltà maggiore soprattutto per il Senato. Non bisogna sottovalutare poi i problemi legati alla rappresentanza a livello territoriale che di per sé sono abbastanza seri e diventano, ancora una volta, più pesanti per il Senato.</p>



<p><strong>E per quel che riguarda l’opportunità?</strong><br>Non si cambia la Costituzione e non si spende l’energia politica del Parlamento, con quattro votazioni e adesso un referendum, con tutti i litigi e le complicazioni che ne seguono, per una riforma di questo genere. Se votassimo Si valideremmo questo processo e incoraggeremmo il primo che si sveglia al mattino con un’idea del genere, capace di mettere in piedi una campagna mediatica ben organizzata, a fare un referendum perfettamente inutile. Votare No vuol dire votare No all’approssimazione, all’imprecisione, al fare le cose soltanto per forma e non per sostanza. E credo che questa seconda motivazione, di carattere più generale, sia tanto importante quanto le ragioni di sostanza che abbiamo esposto prima. Stiamo parlando del modo di fare politica in Italia. Vorare No vuol dire votare contro un modo di fare politica sbagliato, approssimativo, basato sugli slogan, basato sulla forma e non sulla sostanza.</p>



<p><strong>Se dovesse passare la riforma, basterebbero 266 deputati e 133 senatori per cambiare ogni parte della Costituzione in modo definitivo, senza che si possa neppure fare ricorso a un referendum, come in questo caso. Questo è un altro pericolo che è stato sottovalutato?</strong><br>Di sicuro le decisioni saranno nelle mani di un gruppo più ristretto di persone, con il rischio di avere certe aree del Paese non rappresentate. In realtà, invece di togliere i privilegi alla casta stiamo creando una casta ancora più ristretta e quindi ancora più casta.</p>



<p><strong>Sempre dai calcoli che lei ha fatto con l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, se solo facessimo ricorso al MES, in 10 anni avremmo un risparmio 7/9 volte superiore a quello che si ottiene con il taglio dei parlamentari. Perché non abbiamo ancora chiesto di utilizzare il MES?</strong><br>Si può mettere anche in un altro modo: con il risparmio del MES potremmo mantenere la Camera e il Senato nella formazione attuale per circa novant’anni. Tra 90 anni ci occupiamo di ridurre il numero dei deputati e dei senatori per risparmiare. Perché non prendiamo il MES? Chi è contro sostiene che il MES, in un modo o nell’altro, vuol dire austerità. Che poi è una bufala tecnica e politica, perché se l’Europa volesse metterci in difficoltà in questo momento non avrebbe di certo bisogno di passare per il MES. La sorveglianza rafforzata potrebbe essere decisa già oggi dalla Commissione Europea senza MES. La realtà è che dopo aver dipinto il MES come se fosse il male assoluto non si può riconoscere e ammettere che “Belzebù” è diventato improvvisamente buono.</p>



<p><strong>Si può ancora chiedere?</strong><br>Si può ancora prendere ma ho qualche dubbio che il M5S cambi idea su questa cosa: dovrebbero riconoscere di essersi sbagliati e in politica è difficile che qualcuno riconosca di essersi sbagliato. I regolamenti richiamati da chi contrasta il MES in realtà sono stati cambiati addirittura dal Parlamento Europeo. Solo i trattati non sono stati modificati e i trattati dicono che il MES fa prestiti con “strict conditionality”, con stretta condizionalità: ma la condizionalità può essere stretta senza che ci siano vincoli in termini di austerità. I prestiti alla Spagna in passato sono stati fatti dal MES senza alcun vincolo in termini di deficit o di debito pubblico, quindi senza austerità. L’unica cosa che si può contestare al MES è che è piccolo: solo 36 miliardi. Presto arriveranno i soldi del Recovery Fund che sono molti di più, ben 209 miliardi. Però perché non prendere questi 36 miliardi secondo me è ingiustificabile.</p>



<p><strong>Ha letto linee guida per la definizione del Piano italiano di ripresa e resilienza per accedere ai fondi previsti dal Recovery Fund? Cosa ne pensa?</strong><br>Ho trovato insoddisfacente che alcune cose essenziali siano viste come riforme che non saranno finanziate dal Recovery Fund e quindi non saranno sottoposte al meccanismo di sorveglianza europea sull’esecuzione ma andranno avanti in parallelo. Mi riferisco alla riforma della Pubblica Amministrazione, alla semplificazione e alla riforma della giustizia. È anche deludente, secondo me, che parlando di riforma della Pubblica Amministrazione si trascuri un tema che giudico fondamentale, quello della gestione del personale. Le cose nella Pubblica Amministrazione le fanno le persone e se non si cambia il modo di gestire le persone, premiando chi è bravo e non premiando chi non è bravo, è ben difficile che la PA possa funzionare avendo come obiettivo di fornire dei servizi migliori al pubblico.</p>



<p><strong>Lei è stato commissario per la revisione della spesa. Sembra essere una battaglia impossibile da portare a termine. Da quei tagli verrebbe il vero risparmio per il Paese, altro che riduzione dei parlamentari. Quali sono state le difficoltà che ha trovato?</strong><br>In realtà la spesa pubblica negli ultimi anni, dopo il 2010, non è certo esplosa in Italia. C’è stato un contenimento della spesa ma i tagli sono stati fatti in modo lineare, tagliando in maniera uguale sia le amministrazioni efficienti che quelle non efficienti. Poi ci sono i grandi temi: la spesa per le pensioni o quella per la difesa. Lì la difficoltà è puramente politica perché si vanno a toccare, anche in modo piccolo, una marea di persone. Infine c’è il tema delle priorità. Non si è data priorità all’aumento della spesa in alcuni settori essenziali, la pubblica istruzione prima di tutto e poi la sanità. Si parla invece di un ulteriore aumento della spesa per pensioni.</p>
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		<title>Arturo Parisi: chi è preoccupato per la Repubblica e per la crescita del populismo non può che votare No. Io voto No</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2020 13:03:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La storia delle riforme costituzionali in Italia ha fatto registrare una lunga serie di fallimenti. Tra qualche giorno potremo decidere sulla legge che riduce di oltre un terzo i parlamentari. Quali sono le sue impressioni sul dibattito che si è sviluppato?Se il quesito inscritto nella scheda di voto fosse leggibile come “volete voi ridurre il numero dei parlamentari?” se ne potrebbe e dovrebbe discutere. E per quel tanto che si&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/15/cuzzocrea-arturo-parisi-io-voto-no/">Arturo Parisi: chi è preoccupato per la Repubblica e per la crescita del populismo non può che votare No. Io voto No</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>La storia delle riforme costituzionali in Italia ha fatto registrare una lunga serie di fallimenti. Tra qualche giorno potremo decidere sulla legge che riduce di oltre un terzo i parlamentari. Quali sono le sue impressioni sul dibattito che si è sviluppato?</strong><br>Se il quesito inscritto nella scheda di voto fosse leggibile come “volete voi ridurre il numero dei parlamentari?” se ne potrebbe e dovrebbe discutere. E per quel tanto che si è discusso credendo che il quesito sia questo, dal dibattito ho avuto anche io motivi per riflettere e occasioni per imparare. Ma poiché il quesito al quale dobbiamo dare risposta non riguarda quali riforme noi vorremmo fare ma se confermiamo la proposta, imposta e celebrata dai 5S, non a caso, come “taglio delle poltrone”, consentitemi di ritenere fuori dal tempo ogni dibattito che si illuda di potere entrare nel merito. Non è il caso di perdersi in oziose comparazioni tra i costi e il numero di parlamentari rispetto alla popolazione dei diversi Paesi, suscettibili ognuna di obiezioni e contro obiezioni.</p>



<p><strong>Su cosa saremo chiamati a decidere?</strong><br>Tutti i referendum sono giudizi su precise iniziative politiche ognuna con una propria premessa politica e un obiettivo anch’esso politico. Ancor di più i referendum confermativi, che chiedono un voto di conferma su decisioni già prese dal Parlamento. Esattamente come quello presente. A meno che qualcuno non si senta di sostenere che la legge sottoposta a conferma è stata l’anno scorso trasfigurata dalla conversione in soli pochi giorni del Pd da tre No ad un Sì, per corrispondere alla prima condizione posta dai 5S al partito perché potesse sostituire nel governo la Lega che ne era di sua volontà da poco uscita, il referendum è, ripeto, nient’altro che un voto di conferma sulla iniziativa concordata dai 5S con la Lega nel famoso contratto di governo della primavera del 2018 e proposta, imposta e celebrata come “taglio delle poltrone”.</p>



<p><strong>Democrazia diretta vs democrazia pluralistica?</strong><br>Si tratta di una iniziativa che nasce come parte di un disegno più ampio, diretto a ridimensionare ulteriormente il ruolo del Parlamento e dei parlamentari in nome della democrazia diretta in contrapposizione ad una democrazia pluralistica fondata su un sistema di pesi e contrappesi garanti della libertà, dentro il quale la funzione del Parlamento è chiamata ad essere tanto forte quanto forti sono le altre istituzioni del sistema a cominciare dal Governo. Il disegno era stato affidato per la sua realizzazione non a caso al Ministro per la Democrazia diretta, e dentro di esso il taglio delle poltrone era solo una parte, essendo associato strettamente nella ispirazione alla introduzione del vincolo di mandato e del referendum propositivo. Un disegno diretto a trasferire il più possibile la funzione legislativa su soggetti esterni al Parlamento.</p>



<p><strong>Sarà un voto importante perciò quello di domenica 20 settembre</strong><br>La scelta di domenica, a mio parere, è tra una idea di democrazia fondata su un generico popolo titolare unico della pretesa d’imperio e sulla sua consultazione attraverso strutture extra-istituzionali, e un’altra idea di democrazia fondata su un pluralismo delle istituzioni al cui interno il Parlamento ha un ruolo insostituibile. Chi è per la prima idea voti Sì. Chi è per la seconda voti No. Io voto No. Per l’ispirazione che guidava l’iniziativa sottoposta al voto di conferma, prima ancora che per la formulazione della legge costituzionale che di essa è figlia.</p>



<p><strong>La riduzione dei parlamentari, non accompagnata da altre modifiche, che impatto avrà sugli equilibri disegnati dalla Carta costituzionale?</strong><br>Bisognerebbe conoscere le altre modifiche che alla vigilia del voto vedo moltiplicarsi, spesso in contraddizione tra loro, per distrarre gli elettori dal cuore della scelta, con l’argomento che propone il SÌ come il primo passo di un ignoto cammino riformatore, e la vittoria del NO come l’abbandono di ogni proposito di riforma. Per quanto apparentemente banale, l’unica cosa sicura è la riduzione del numero di parlamentari, come al momento sembra, nominati, sulla scia del Porcellum, per così dire “dall’alto”, e quindi scelti più di prima in base alla fedeltà e più di prima controllabili da chi li ha scelti. E, inevitabilmente, in rappresentanza di circoscrizioni più ampie, meno visibili ai cittadini rappresentati. </p>



<p><strong>Come giudica la scelta di accorpare il referendum costituzionale con le elezioni amministrative?</strong><br>Quanto al contenuto della scelta dell’elettore votante, causa di confusione tra appelli e pressioni diverse. E, quanto al risultato, inevitabilmente distorto dal diverso tasso di votanti nelle situazioni dove si vota solo per il referendum, rispetto a quelle dove sono previste anche altre consultazioni. </p>



<p><strong>Gli argomenti principali di chi sostiene il Sì sono sempre stati il risparmio di spesa pubblica e la lotta alla casta. Valgono una riforma costituzionale?</strong><br>Diciamo che l’unico obiettivo dichiarato dai promotori è più brutalmente la riduzione dei membri di una casta di intermediari di scarsa o nulla utilità, il cui costo è comunque ingiustificato ma, loro direbbero, fortunatamente riducibile in proporzione al numero di poltrone che si riesce a tagliare. Più se ne tagliano e meglio è. I 5Stelle si sono limitati ad un, diciamo timido, taglio del 36,5%. Ma ho letto che un esponente autorevole, come nel Pd è Bettini, dichiara che più o meno la metà dei parlamentari “non fa nulla”. Come a dire che lui ne avrebbe tagliato tranquillamente un altro 13,5%. Il problema chiama quindi in causa la funzione del Parlamento e l’utilità dei parlamentari. La verità è che lo svuotamento dell&#8217;attività parlamentare e la marginalizzazione del Parlamento è in corso da tempo. È questo il tema che sta dietro il taglio di quei seggi che i 5S propongono agli elettori come poltrone per parassiti. Un tema del quale si può dire tutto fuorché non sia un tema di primissimo rilievo costituzionale. Il fatto è che su questo tema i 5S interpretano, cavalcano e alimentano una linea ahimè coerente anche se disastrosa che si va sviluppando nel tempo all’insegna della lotta alla “casta” e che alla fine travolgerà gli stessi proponenti. Sono gli altri che pian piano si sono a loro accodati che dovrebbero porsi le domande che ora vengono poste ai cittadini. Quello che è sicuro è che il vento che gonfia le vele dell’attesa vittoria del Sì all’insegna del “meno sono meno rubano”, non si accontenterà certo di questo modesto risultato. </p>



<p><strong>Tutti i partiti principali sono schierati per il Sì. Se la riforma passa chi festeggia?</strong><br>In teoria dovrebbero festeggiare tutti, visto il 97% dei parlamentari che hanno votato la riforma in Parlamento. Ma soprattutto i 5S, gli unici titolari dell’impresa che, inseguendo il populismo crescente di suo, hanno costretto tutti gli altri ad inseguirli. Ad eccezione naturalmente dei pochi coraggiosi che attorno alla Bonino non hanno avuto paura di andare contro la corrente. La verità è che se vince il Sì i primi che perdono sono i populisti, ormai dentro di loro in buona parte pentiti. Più di tutti destinati a perdere quella che loro giustamente chiamano “la poltrona”.</p>



<p><strong>E se prevale il No?</strong><br>Se vince il No perde il populismo. O almeno si apre uno spiraglio alla speranza in una partenza nuova. Se mi facessi guidare da sentimenti meschini e dalla indignazione contro il trasformismo di questo primo scorcio di legislatura meriterebbero che votassi Sì. Il modo più sicuro per lasciarli nella trappola nella quale si sono infilati di propria iniziativa, e quindi per liberarsi del maggior numero di loro. Chi invece è preoccupato per la Repubblica e per la crescita del populismo non può che votare No. Io voto No.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/15/cuzzocrea-arturo-parisi-io-voto-no/">Arturo Parisi: chi è preoccupato per la Repubblica e per la crescita del populismo non può che votare No. Io voto No</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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