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	<title>Storia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Storia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Sant’Agata – La festa che non c&#8217;è. Il devoto catanese “mantiene il bacio”</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2023/02/11/giuffrida-santagata-festa-catania-bacio-3-5-febbraio-2023/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giuffrida]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2023 16:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[ACAF]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quest’anno, per la gioia e la commozione di tutti, la Santuzza è tornata per le vie della Sua città, tra i Suoi devoti, ed è stata una felicità immensa. Sono certa che tutti noi abbiamo desiderato ardentemente esserci, ma sono altresì certa che difficilmente dimenticheremo le immagini della “festa che non c’è stata” e di contro dell’amore che dura. Questo raccontano le immagini qui proposte, realizzate dai soci dell’Acaf (Associazione&#8230;</p>
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<p>Quest’anno, per la gioia e la commozione di tutti, la Santuzza è tornata per le vie della Sua città, tra i <em>Suoi</em> devoti, ed è stata una felicità immensa. Sono certa che tutti noi abbiamo desiderato ardentemente esserci, ma sono altresì certa che difficilmente dimenticheremo le immagini della “festa che non c’è stata” e di contro dell’amore che dura.</p>



<p>Questo raccontano le immagini qui proposte, realizzate dai soci dell’<a href="http://www.acaf.it/new/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Acaf</a> (Associazione Catanese Amatori Fotografia) tra il febbraio 2021 e il febbraio 2022, ovvero in piena pandemia, quando le restrizioni per Covid hanno indotto a cancellare gli eventi come la festa di Sant’Agata e non solo.  Le immagini raccontano del devoto catanese che “mantiene il bacio” (<em>M. Recalcati “Mantieni il bacio &#8211; Lezioni brevi sull&#8217;amore&#8221;, Feltrinelli</em>). </p>



<p>Perché in quei momenti bui in cui il futuro era un’incognita tutt’altro che luminosa, nei giorni dal 3 al 5 febbraio, il devoto catanese era lì; era nei luoghi della festa sebbene non ci fosse; era davanti ai cancelli chiusi della Cattedrale a pregare e lasciare in dono il fazzoletto; era presso gli altarini votivi con un piccolo cero; era nelle chiese ad omaggiare una candelora immobile; era lì con la sua giovanissima età, a volte, e un sorriso carico di speranza.</p>



<p>Il devoto catanese allora “manteneva il bacio”, ovvero dava prova del suo amore per la Santuzza, un amore che parla attraverso la sfida del tempo, io ci sarò qualunque cosa accada, e attraverso la cura del gesto d’amore, indosserò il saio, accenderò un cero, ti aspetterò dietro i cancelli serrati della <em>Tua</em> dimora. </p>



<p>Ed è così che ognuno di noi fotografando la “festa che non c’è”, non ha potuto fare a meno di raccontare piuttosto la festa che nonostante tutto si è manifestata attraverso la devozione incrollabile, la speranza, l’amore che dura. <strong>E da qui vogliamo ricominciare</strong>.</p>



<p>Clicca qui per visualizzare le fotografie della mostra:<br><a href="https://ilcaffeonline.it/2023/02/11/redazione-santagata-festa-catania-febbraio-mostra-acaf/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sant&#8217;Agata- la festa che non c&#8217;è</a></p>



<p></p>
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		<title>Ecco perché abbiamo camminato senza memoria</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2023/01/30/deluca-perche-abbiamo-camminato-senza-memoria-senatrice-segre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 13:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[27 gennaio]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Frank]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La senatrice a vita Liliana Segre si è lasciata sfuggire – lei, ottimista e coraggiosa come pochi in questa nostra Italia – un lieve lamento: “Fra qualche anno della Shoah non rimarrà che qualche riga appena nei libri di storia” perché già si brontola “basta con questi ebrei, che cosa noiosa!”. Desidereremmo tanto rassicurarla che così non sarà. E questo perché siamo solo all’inizio di questo capitolo storico tutto da&#8230;</p>
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]]></description>
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<p>La senatrice a vita <strong>Liliana Segre</strong> si è lasciata sfuggire – lei, ottimista e coraggiosa come pochi in questa nostra Italia – un lieve lamento: “<em>Fra qualche anno della Shoah non rimarrà che qualche riga appena nei libri di storia” perché già si brontola “basta con questi ebrei, che cosa noiosa!</em>”.</p>



<p>Desidereremmo tanto rassicurarla che così non sarà. E questo perché siamo solo all’inizio di questo capitolo storico tutto da leggere e studiare. Se solo interviene chi può mostrare una laurea in lettere, ma anche in filosofia e forse pure in storia, conseguita nei primi decenni del secolo scorso, candidamente e sia pure con scorno, confesserà: “E’ stato il mio caso che qualche riga ho letto, adesso e solo adesso ne so di più”. Se questo è accaduto al laureato, peggio ancora se l’è trascorsa il liceale o il ragazzo di terza media di primo grado per il semplice fatto che quel laureato è stato poi insegnante nelle due scuole. Da qui viene fuori il triste ritornello che in tanti, tantissimi, finiamo per snocciolare: “Con il programma di storia sono arrivato alle ‘cause dello scoppio della seconda guerra mondiale’, in terza media così come all’ultimo delle superiori”. Ed è detto tutto, quasi per dichiarare che c’è sempre qualcuno prima di me che ha un po’ della mia colpa. Allo scoppio della seconda guerra mondiale la conoscenza della storia si è inceppata nella mente di molti che oggi hanno età matura.</p>



<p>Norimberga 1946, Gerusalemme 1961, respiro europeo di storia per saperne di più, sono stati autentici tabù per libri di testo, riviste, giornali e televisione. <strong>Primo Levi </strong>con “<em>Se questo è un uomo</em>” è stato letto quasi in clandestinità perché pubblicato anche in clandestinità prima che apparire nei tipi della casa editrice Einaudi. </p>



<p>Siamo in tanti digiuni o a mezzo cervello in conoscenza di storia, materia scolastica che prima di andare in uggia agli studenti lo era agli insegnanti a loro volta studenti. E anche quei professori di storia e filosofia di liceo conoscevano bene il trucco di prolungarsi o sbrodolarsi in filosofia e tenersi avari di storia che, per essere raccontata agli studenti, doveva comunque essere almeno letta il giorno prima sul manuale di classe. Affidata alla sola cura degli studenti, leggete e poi interroghiamo? Un po’ come dire: “A voi lupi affido queste pecore!”. </p>



<p>Ed è avvenuto anche per questo che abbiamo camminato senza memoria, senza sapere chi ci ha preceduto, come e perché, per quali vie. Negli anni del dopoguerra abbiamo chinato la testa e ci siamo dedicati alla ricostruzione fino alle soglie del boom economico. Nessuno sguardo all’indietro, tutti protesi in avanti, tutti a ritenerci gli inventori di ogni cosa e di qualsiasi corso della storia a venire. Fino al punto di sbandierare nostalgie di fascismo, ignorandolo e pertanto fantasticandone gesta e urgenza di ripristino. Nessun racconto critico, nessun cenno alle leggi razziali e alla deriva razzistica. Quasi un silenzio tombale. Per non dire che a tanto fascismo si contrapponeva nei discorsi un antifascismo senza punteggiatura, senza citazioni, senza andare a vedere – e quindi senza conoscenza – se nello stesso album di famiglia c’erano parenti o congiunti che nei campi di concentramento erano caduti o se a quei campi di concentramento avevano accompagnato in divisa qualche altro.</p>



<p>Alla senatrice Segre vorremmo dire che oggi abbiamo altra consapevolezza, sappiamo almeno che il problema esiste, che tanti come lei hanno parlato e scritto e ci hanno fatto il gran dono di conoscere, afferrare il toro dell’ignoranza per le corna ed eseguire una ricerca anatomopatologica come mai prima era avvenuta. </p>



<p>A scuola, di questi giorni, si lavora sulla <strong>Shoah</strong> come mai era avvenuto nei decenni passati. I ragazzi mostrano empatia verso<strong> Anna Frank</strong> e vivono la loro condizione squisitamente affettuosa e ricca di tenerezza e di ascolto verso quelle donne e uomini – nonni per loro, padri per noi – che ci stanno insegnando la fecondità della memoria. Che non è solo recupero della loro storia. E’ anche recupero della nostra identità. Non sapevamo come era andata. Non sapevamo neanche chi siamo, che cos’è il bene e che cos’è il male, di che cosa è capace l’uomo che sognavamo di essere. E, adesso, se proprio vogliamo, qualcosa di più vero possiamo scoprire. E dire <strong>grazie.</strong></p>
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		<title>Meglio non andare oltre il sandalo</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/25/de-luca-toscani-sibiriu-condannato-fotografo-diffamazione-meglio-non-andare-oltre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2022 07:50:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non possiamo sapere se Oliviero Toscani, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “Ne supra crepidam sutor indicaret” e che in italiano traduciamo comunemente: “(ciabattino) non andare oltre la scarpa”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.&#8230;</p>
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<p>Non possiamo sapere se <strong>Oliviero Toscani</strong>, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “<em><strong>Ne supra crepidam sutor indicaret</strong></em>” e che in italiano traduciamo comunemente: “<em>(ciabattino) non andare oltre la scarpa</em>”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.</p>



<p>La storia del ciabattino (<strong>sutor</strong>) è più o meno questa.</p>



<p>C’era un artista greco, Apelle di Coo, il quale era solito esporre le sue opere in modo da poter trarre profitto dai commenti e dalle critiche dei passanti. Una volta, un ciabattino gli fece un appunto riguardo a come aveva rappresentato il sandalo (<strong>crepidam</strong>) di un personaggio. Apelle, dall’alto della sua fama ma anche della sua umiltà e avvedutezza metodologica, accolse la critica e passò al ritocco. Il ciabattino, inorgoglito di tale successo, il giorno dopo tornò all’attacco muovendo un’ulteriore critica, questa volta, al ginocchio. A tal punto Apelle lo gelò: hai parlato di sandalo e va bene, ti ho ascoltato; però adesso fermati, non andare oltre, lascia stare il ginocchio perché non è materia di tua competenza.</p>



<p>Oliviero Toscani, il 20 ottobre 2016 si trova a Vibo Valentia in occasione della mostra “<em>Razza umana</em>”, allestita nel complesso monumentale Valentianum. C’è calca intorno al personaggio. Si fa avanti <strong>Vittorio Sibiriu</strong>, anni 18, faccia pulita di studente, condotta impeccabile, figlio di un carabiniere. Il giovane chiede a Toscani una foto che li ritragga insieme. La risposta è un rifiuto netto. Sibiriu dichiara che l’artista lo ha “<em>additato come un potenziale mafioso, affermando che</em>” – lo è o non lo è (e questo Toscani non lo sa) – “<em>avrebbe benissimo potuto esserlo poiché anche Matteo Messina Denaro non ha la faccia da mafioso eppure lo è</em>”. </p>



<p>La storia finisce in tribunale perché Sibiriu non ha nessuna voglia né di ingoiare il torto subito e neanche quella di rassegnarsi a collezionare pregiudizi espressi con tale leggerezza. Il Tribunale di Vibo, dopo 6 anni condanna Toscani Oliverio a 8 mesi, al pagamento di una provvisionale di 3.000 Euro e alle spese giudiziarie.</p>



<p>Che Toscani sia un fotografo di fama lo sappiamo tutti e lo apprezziamo pure, ma quella volta, supponiamo, abbia voluto fare un po’ di più, come quel ciabattino: andare oltre le foto, fin dentro la vita delle persone, e siccome si trovava in <strong>Calabria</strong>, sarebbe stato un viaggio a vuoto non aver incontrato un mafioso o un presunto tale. E, presunto tale, poteva essere finanche quel Vittorio Sibiriu, il cui volto luccicante di studente diciottenne, poteva nasconderne uno. Sì, poteva trovarsi – il Toscani – come dinanzi a Messina Denaro – niente poco di meno – che mafioso non sembra, ma lo è.</p>



<p>E’ vero che il ciabattino si era spinto oltre, ma, onestamente, aveva fatto poca strada, dal sandalo al ginocchio, dalla calzatura all’ortopedia, dall’artigianato alla medicina. Toscani si è lanciato dall’esteriorità all’interiorità, dall’apparire all’essere, dalla presunzione d’innocenza (che a tutti appartiene) alla presunzione di mafiosità (che è tutta da provare). Insomma: Toscani fotografa uomini e cose o fa la Tac pure all’anima? E tanta paura s’è presa in terra calabra da vedere mafiosi anche dove non ce ne erano? A volte, si appannano non solo le lenti di una macchina, ma anche gli occhi di chi vi guarda dentro quando accade che su un’intera regione e sui suoi abitanti si spalmano aggettivi squalificativi come ghiottamente si fa con la marmellata sul pane: a tappeto.</p>



<p>No – avrà pensato in un attimo Toscani – finire in foto in compagnia di un presunto mafioso, questo mai. Un artista della macchina fotografica permetterselo non può. Un eccesso di difesa gli è costato una condanna. E glielo doveva dire proprio un tribunale che quel giovanotto non era e neanche poteva essere un soggetto pericoloso? Nel dubbio, resta l’ammonimento del pittore: <strong>meglio non andare oltre la scarpa.</strong></p>
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		<title>Storie che non finiscono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 08:47:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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		<category><![CDATA[dolore]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tomas Nevinson]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se una mattina, come ogni mattina, prepari il tè per la colazione.Se quella mattina il mare ti appare verticale e tanto ti riporta alla considerazione che sei tornata a casa e non c’è più il mare orizzontale della vacanza.Se la routine dei gesti che non hanno più bisogno di essere pensati ti rassicura.Se il profumo dei gelsomini non proviene più dalle notti stellate, ma dalla fumante tazza di tè.Se pregustando&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/22/roberti-storie-che-non-finiscono-javier-marias/">Storie che non finiscono</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Se</em> una mattina, come ogni mattina, prepari il tè per la colazione.<br><em>Se</em> quella mattina il mare ti appare verticale e tanto ti riporta alla considerazione che sei tornata a casa e non c’è più il mare orizzontale della vacanza.<br><em>Se</em> la routine dei gesti che non hanno più bisogno di essere pensati ti rassicura.<br><em>Se</em> il profumo dei gelsomini non proviene più dalle notti stellate, ma dalla fumante tazza di tè.<br><em>Se</em> pregustando la noia della quotidianità apri il tablet per leggere le ultime notizie e non ci puoi credere, ti blocchi.</p>



<p><em>È morto.</em></p>



<p>È morto lo scrittore spagnolo Javier Marías. Improvvisamente, per noi lettori che nulla sapevamo della breve polmonite assassina che lo ha ucciso. Non ci sono altri dettagli, non c’erano coccodrilli pronti, troppo in buona salute, troppo recente l’ultimo romanzo, l’ultimo premio, l’ultima intervista.</p>



<p>Cerchiamo, seguendo il suo suggerimento &#8211; “<em>quando una persona muore in modo inatteso cerchiamo di ricostruire quel che ha detto l’ultima volta che l’abbiamo visto come se potessimo salvarlo con questo</em>” &#8211; qual è stata l’ultima volta che lo abbiamo incontrato, pur sapendo che non riusciremo a salvarlo lo stesso.</p>



<p>La mia ultima volta è stata alcuni mesi fa, con la lettura di<em> Tomas Nevinson</em> pubblicato in Italia all’inizio di quest’anno. Ricordo, questo sì, di avere chiuso il libro con un gesto definitivo e già nostalgico. Mi ero detta, lo so perché lo avevo appuntato, &#8220;<em>com&#8217;è difficile lasciare andare un libro di Marías? È una vita, una storia che si chiude</em>.&#8221;<br>Era il 22 maggio.</p>



<p>Chi ama un autore, come ogni amato, non può fare a meno delle sue parole e della sua presenza. Allora lo segue, fa ricerche su Google per sapere se sta per uscire un nuovo romanzo, e quando finalmente – perché Marías non è uno scrittore a getto continuo &#8211; l’editore annuncia la prossima uscita, la prenota. Anche se sa che vetrine di librerie reali e online saranno tappezzate dell’opera.<br>Perché di Javier Marías stiamo parlando.</p>



<p><em>Che dire? Da dove cominciare? Che cosa ricordare? Che cosa omettere? Cosa nascondere? Cosa evidenziare?</em></p>



<p>Ci tocca procedere senza sapere bene come fare; così come faceva lui quando si accingeva a scrivere una storia. <em>“Non è che non sappia dove voglio andare, ma non conosco la strada da percorrere, comincio senza sapere molto di quello che racconterò, non cambio nulla dei miei romanzi, come non possiamo cambiare nulla del nostro passato.&#8221;</em></p>



<p>Possiamo cercare di salvarlo attraverso le sue storie, che si svelano attraverso ciò che accade e ciò che sarebbe potuto accadere, quello che è reale e quello che è mistero. Potremmo cercare di decifrare il tragico, l’imponderabile, gli enigmi della vita che mai si possono spiegare. Possiamo rassegnarci alle infinite letture che ogni evento e ogni persona nascondono. Possiamo tentare di capire il mondo nella sua indecifrabile complessità da un punto di vista etico, di fare del bene l’oggetto della narrazione anche se sappiamo che difficilmente potremmo raggiungerlo.</p>



<p>Oppure possiamo tentare la strada seguendo i suoi personaggi, quelli che per la lunga frequentazione (tre anni mediamente per completare un romanzo) diventavano suoi amici, persone sulle quali esercitava una capacità decisionale impossibile in qualsiasi altra circostanza o situazione. Uomini e donne ai quali affida una storia nella sofferta convinzione che non c’è nulla di certo, che quello che può proporre è solo un punto di vista e che anch’esso non è univoco. <em>Tomas Nevinson, Berta Isla</em>,<em> Julianin, Marta e Victor, Tupra</em>, <em>Pérez Nuix</em>, <em>Sir Peter Wheeler</em>, dall’inizio alla fine della narrazione si contraddicono di fronte ad eventi che potrebbero essere così come appaiono o esattamente al contrario. Li ritroviamo dietro una parete, una porta dove, casualmente o volutamente, finiscono per origliare una contrastante verità che propone una visione del tutto nuova o semplicemente interrogativa di fatti che sembravano certezze.</p>



<p>O ancora possiamo salvarlo lasciandoci ammaliare da una scrittura nella quale ci si perde come in un oceano senza rive o approdi. Un discorso fatto di un fraseggio colto, ricco di citazioni – su tutte quelle shakespeariane &#8211; di digressioni che affiancano la storia non sostituendosi ad essa ma divenendo a loro volta storia.<br>“<em>La mia intenzione, il mio desiderio, è che tutte le digressioni dei miei libri siano abbastanza interessanti in sé stesse da far soffermare il lettore</em>”, quelle digressioni che spesso servono a rompere una tensione narrativa altrimenti insostenibile, a riportare alla realtà la vita, già di suo inspiegabilmente tragica.<br>Ecco allora un fiorire di indicativi e condizionali, di presenti e passati prossimi e futuri anteriori che coniugano il grande mistero del <em>Tempo</em>, le ombre che in esso si nascondono, le maschere multiple che consegna ad ognuno di noi che tanto poco sappiamo di noi stessi.</p>



<p>Sorseggio il mio tè e penso che sì, forse queste sono strade praticabili per non perdere un autore che molto amiamo, e tuttavia so che ce ne deve essere ancora una, o tante, da cercare nei suoi libri che ora affiancati nello scaffale mi aspettano.<br>La storia non è finita.</p>



<p>Alcune storie non muoiono mai. </p>



<p><strong>Patologia:</strong> stati di sgomento, dolore, nostalgia.<br><strong>Terapia:</strong> leggere e rileggere e leggere e rileggere tutti i libri di Javier Marías, che non sono molti ma i necessari, lasciandosi aiutare da un buon tè per mandare giù il groppo in gola.</p>



<p></p>
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		<title>Cavernicoli, curricoli e grotte di Altamira</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/14/romeo-cavernicoli-curricoli-grotte-altamira/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Aurora Romeo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Sep 2022 15:32:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[altamira]]></category>
		<category><![CDATA[cantabria]]></category>
		<category><![CDATA[cavernicoli]]></category>
		<category><![CDATA[curricoli]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
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		<category><![CDATA[homo erectus]]></category>
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		<category><![CDATA[homo sapiens]]></category>
		<category><![CDATA[ominide]]></category>
		<category><![CDATA[pitture]]></category>
		<category><![CDATA[Progresso]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel dipanarsi della catena evoluzionistica dell’uomo, qual è esattamente l’anello cruciale che fa da discrimine fra ominide e umano? Nel comune immaginario iconografico probabilmente campeggia il diorama dell’australopiteco che scartoccia la sua colonna vertebrale, si solleva dalla quadrupede contemplazione del suolo disegnando una trionfale parabola ascendente. Homo erectus, homo habilis, homo ergaster… queste sono le etichette tassonomiche riportate da tutti i manuali scolastici per descrivere la gestazione della storia, fino&#8230;</p>
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<p>Nel dipanarsi della catena evoluzionistica dell’uomo, <em>qual è esattamente l’anello cruciale che fa da discrimine fra ominide e umano?</em></p>



<p>Nel comune immaginario iconografico probabilmente campeggia il diorama dell’australopiteco che scartoccia la sua colonna vertebrale, si solleva dalla quadrupede contemplazione del suolo disegnando una trionfale parabola ascendente.</p>



<p><em>Homo erectus</em>, <em>homo habilis</em>, <em>homo ergaster</em>… queste sono le etichette tassonomiche riportate da tutti i manuali scolastici per descrivere la gestazione della storia, fino approdare a lui: l’<em>homo sapiens</em> di cui noi illustri eredi porteremmo il pedigree genetico. </p>



<p>Eppure, ci sarà uno spartiacque.</p>



<p>Se dovessi indicare il momento del fatidico “<em>fiat</em>” lo vedrei nelle pitture rupestri di Altamira. Queste grotte della Cantabria recano stilizzate figure di animali, acerbi ghirigori, timbri di mani. Ma nello sbozzato naif dei graffiti c’è il segno di un passaggio. Lo scimmiesco primate, totalmente avviluppato nella sua <em>struggle for existence</em>, fa qualcosa del tutto sottratto alla logica dell’utile. Coprirsi, scaldarsi, nutrirsi, quanti quotidiani assilli nel suo quotidiano ambiente!<br>Eppure, non gli basta più cacciare il bisonte, lui vuole rappresentarlo.</p>



<p>Proiezione di un desiderio, di una premonizione, di un auspicio… non sapremo mai quali valenze sacrali o rituali affollavano la mente del disegnatore, ma sicuramente la scabra parete rocciosa diventa tela su cui far riverberare un’impellenza espressiva (urgenza inedita nella quotidiana girandola del cacciare-essere cacciato).</p>



<p>Il segno lasciato dal primitivo artista somiglia al gesto infantile di intingere la mano nel colore e tracciare un’impronta; primigenia traccia di esistere e non solo sopravvivere.</p>



<p>Non è dunque l’abilità di fabbricare strumenti, né la sofisticazione cognitiva dei suoi costrutti a identificare il nostro cavernicolo come uomo, ma proprio l’impellenza creativa di un qualcosa avulso alla pragmaticità dell’impiego; non sarebbe nemmeno la capacità del sentimento o l’ingegnosità del <em>problem solving</em> a costituire il tratto identificativo umano. </p>



<p>Esse sono infatti caratteristiche ugualmente presenti in diversa misura anche nell’animale, anzi, gli esperimenti di Köhler mostrano scimmie estremamente intuitive nell’escogitare soluzioni. Ciò che non compare in esse è l’afflato creativo. Tale vocazione si riscontra già nel bambino e nella fisiologica urgenza di estrinsecare fuori le chimere del dentro, non ancora ingabbiate in sovrastrutture sociali.</p>



<p>Nella società contemporanea, troppo spesso vengono bollate come “inutili” tutte le attività del pensiero non direttamente correlate a una concreta applicazione.<br><em>“A cosa serve?”</em><br>Questa domanda fa cadere la mannaia educativa nell’impostazione didattica di scuole e università, in nome di una strabica e regressiva ‘modernità’ di curricoli.</p>



<p>Le <em>magnifiche sorti e progressive</em> della contemporaneità si conformano ad una visione della cultura intesa come puro processo strumentale a un impiego pratico. Come un manuale dell’Ikea: il libro è funzionale alla realizzazione di qualcosa, non è visto nel suo intrinseco valore plasmante. Gli enti formativi millantano di preparare per il futuro giovani lavatori e non individui pensatori.</p>



<p>Ogni qual volta le discipline legate all’estrinsecazione del pensiero e dell’espressività vengono immolate sull’altare dell’utile, non facciamo altro che deodorare e incravattare l’australopiteco, che continua a dilagare in una società stemma del<em> know how</em>, ma che ormai paradossalmente <em>don’t know why.</em></p>
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		<title>Giuseppe Frazzetto: è il tempo dell&#8217;apocalisse estetica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2022 14:08:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[accademia di belle arti]]></category>
		<category><![CDATA[apocalisse]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[catania]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></category>
		<category><![CDATA[Estetica]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Frazzetto]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[nuovi media]]></category>
		<category><![CDATA[quodlibet]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 26 gennaio arriva in libreria Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica il nuovo libro del professor Giuseppe Frazzetto, critico e storico dell’arte, estetologo, esperto di nuovi media, edito per i tipi di Quodlibet. Chiara Tinnirello lo ha intervistato in anteprima e in esclusiva per ilcaffeonline.it Il volume ha il grande pregio di avviare una riflessione filosofico-estetologica che coniuga arte, media, filosofia, realtà virtuale e vita quotidiana in una prospettiva&#8230;</p>
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<p>Il 26 gennaio arriva in libreria <em><strong>Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica</strong></em> il nuovo libro del professor <strong>Giuseppe Frazzetto</strong>, critico e storico dell’arte, estetologo, esperto di nuovi media, edito per i tipi di <strong>Quodlibet</strong>. <strong><a href="https://ilcaffeonline.it/author/chiara-tinnirello/">Chiara Tinnirello</a></strong> lo ha intervistato in anteprima e in esclusiva per <strong>ilcaffeonline.it</strong></p>



<p>Il volume ha il grande pregio di avviare una riflessione filosofico-estetologica che coniuga arte, media, filosofia, realtà virtuale e vita quotidiana in una prospettiva unitaria. Oramai pochi libri ardiscono a tanto e Frazzetto riesce nell’impresa (invero già avviata nei suoi lavori precedenti) ideando anche un <em>gergo </em>peculiare che il lettore scoprirà e imparerà ad apprezzare per farsi strada nel territorio del nostro mondo attuale, altrove denominato postcontemporaneo dall’autore.<br>Ne viene fuori un libro specialistico, ma che parla a tutti raccontandoci le nostre manie, i nostri desideri, i nostri svaghi. Frazzetto ci presenta il nostro quotidiano con i suoi spazi fatti di presenze e di assenze, dice dei nostri gusti in fatto di arte e di tempo libero. Ognuno ritroverà qualcosa di se stesso e potrà ragionare sui propri modi di vita.</p>



<p><strong>Il suo libro presuppone un’estetica, per così dire, <em>espansa</em>: non si parla solo d’arte, ma anche di parecchie forme di intrattenimento, nonché di comportamenti quotidiani…</strong><br>Nel saggio prendo variamente in considerazione fenomeni come la gamification, la cerimonia del me/mondo, il nichilismo situazionale. Uno dei tentativi del saggio è fornire un quadro teorico di molte produzioni odierne (i videogiochi, la cosiddetta post-fotografia, i meme, gli NFT) nei loro rapporti con le elaborazioni “alte”, d’autore.</p>



<p><strong>Può darci una definizione dell’<em>apocalisse estetica</em> che evoca nel sottotitolo del volume?</strong><br>La nozione ha un certo numero di significati. Il più ovvio (ma forse il meno interessante) fa segno a un certo qual esaurirsi delle posizioni estetiche a noi familiari. Tale crisi caratterizza una fase di sconvolgimenti che da una ventina d’anni vado definendo “postcontemporanea”. Tutto viene estetizzato, e tutto implode in una sostanziale insignificanza, non soltanto estetica. La nozione di “apocalisse estetica” descrive inoltre un atteggiamento prevalente: la pretesa di esperienze in certo modo conclusive, totalizzanti sebbene effimere. Il paradosso è che tali esperienze vengono cercate come definitive e, allo stesso tempo, ci si aspetta una loro ripetizione in una continua frammentazione. In un passo del libro si dice che la regola di questo frammentarsi dell’esperienza estetica è «Facciamola finita. Ma poi facciamola finita ancora e ancora». Spero che lettrici e lettori possano poi scoprire le implicazioni ulteriori della nozione di “apocalisse estetica”.</p>



<p><strong>Trattandosi di un lavoro marcatamente multidisciplinare, ci potrebbe dire in poche battute quali sono i riferimenti culturali che più hanno contribuito allo sviluppo della sua riflessione?</strong><br>Multidisciplinare non significa eclettico, beninteso. Tento di proporre un punto di vista unitario, per quanto possibile, mettendo in rapporto elaborazioni estetiche, antropologiche, sociologiche. La grande tradizione del pensiero europeo da Warburg ad Agamben, da Benjamin a Jesi, da Simmel a Boltanski mi sembra proporre indicazioni inequivocabili. Ma mi permetta di ricordare i nomi di due amici oggi scomparsi, cioè Sgalambro e Barcellona, profondamente diversi ma accomunati dal rigore d’un pensiero fuori dagli schemi.</p>



<p><strong>Il suo libro evoca figure mitologiche ed è mitopoietico esso stesso nella costellazione di <em>figure</em> che lo popolano (ed esplicitamente nella <em>cornice</em> che lo contorna, penso al prologo/pausa). Può raccontarci della star del corteo, il Singolo <em>solo con le macchine</em>?</strong><br>In altri miei saggi mi sono concentrato sulle disavventure dell’utente-consumatore, il prosumer. Qui ovviamente ne discuto. Ma la figura principale è quella d’un essere umano occidentale, disintermediato, <em>solo con le macchine</em>, scaraventato in una dimensione vitale quasi insostenibile che ricorda quanto De Martino definiva “crisi della presenza”. Un’esperienza che sconta il ripetersi di ciò che Blumenberg attribuiva agli stadi iniziali dell’ominazione, ovvero il “permanente stare-in-attesa di cose fino a quel momento sconosciute”. L’esperienza specificamente apocalittica qui è quella d’una esasperata stanchezza rispetto a un mondo troppo pieno di segnali, tracce, sintomi. Il sospetto diviene la regola – il suo corollario alquanto disperato è la scommessa sull’affidabilità di interpretazioni disintermediate.</p>



<p><strong>Può descriverci il <em>Terzo stato estetico</em> nel quale, se ho ben inteso, ci troviamo a vivere?</strong><br>In sintesi, si tratta della situazione in cui ognuno è spinto a prodursi come soggettività estetica “fai da te”. Il Primo stato estetico è quello in cui alcune forme artistiche sono strettamente legate a un dato identitario collettivo (si pensi alle icone). Il Secondo stato estetico è quello a noi più familiare, là dove l’artista è delegato a produrre opere che propongono stili e interpretazioni del mondo e che sono soggette al giudizio di un “pubblico”. Quando pensiamo all’arte, di solito pensiamo appunto al Secondo stato. Invece, nel Terzo stato estetico non ci sono opere bensì comportamenti e immagini con cui “ci si mette in opera”, con uno specifico nichilismo situazionale individualistico. Un esempio evidente è la pratica dei selfie; ma quanto accade usualmente nei social network è una manifestazione del Terzo stato estetico.</p>



<p><strong>Nel suo libro riesce a proporre in modo chiarissimo argomentazioni assai complesse. Vuole parlarci della struttura del testo?</strong><br>Il libro è diviso in tre parti. La prima si concentra sulla rivisitazione della nozione di crisi della presenza e sul tentativo di riscattarla mediante quella che viene definita la cerimonia del me/mondo. Tale “cerimonia” si articola nel rapporto inedito con le immagini, nel loro configurarsi appunto come inesauribile catalogo del mondo (è l’argomento della seconda parte) e nello strutturarsi di narrazioni (argomento della terza parte) spesso destabilizzanti, in quanto frammentarie, non consequenziali, contraddistinte da inconsistenza dei caratteri e da finali multipli.</p>



<p>Giuseppe Frazzetto, <em><a href="https://www.quodlibet.it/libro/9788822907301" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica</a></em>, Quodlibet, Macerata 2022.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/01/nuvole-sul-grattacielo-frazzetto.jpeg" alt="Giuseppe Frazzetto Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica, Quodlibet" class="wp-image-3957" width="258" height="398" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/01/nuvole-sul-grattacielo-frazzetto.jpeg 516w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/01/nuvole-sul-grattacielo-frazzetto-195x300.jpeg 195w" sizes="(max-width: 258px) 100vw, 258px" /></figure>



<p><strong>Giuseppe Frazzetto</strong> insegna <strong>Stile, storia dell’arte e del costume</strong> presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Ha insegnato Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli studi di Catania. Tra le sue pubblicazioni più recenti: <em>Molte vite in multiversi. Nuovi media e arte quotidiana</em> (2010); <em>Epico Caotico. Videogiochi e altre mitologie tecnologiche </em>(2015); <em>Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione </em>(2017).</p>
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		<title>L’Aquila: a 12 anni dal sisma un’occasione persa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Radini Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2021 07:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[#patrimonioartistico]]></category>
		<category><![CDATA[Anastilosi]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Burocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Duomo]]></category>
		<category><![CDATA[Kihlgren]]></category>
		<category><![CDATA[L&#039;Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[Ricostruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Sisma]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ricostruzione totale del patrimonio artistico e culturale di un centro storico come quello de L’Aquila rappresenta un unicum nella storia del nostro Paese e come tale comporta una serie infinita, quanto evidente, di difficoltà di vario genere. Tuttavia, rispetto a molti altri territori colpiti da sisma, all’Aquila sono numerosi gli interventi di recupero e di messa in sicurezza andati a buon fine nonostante, camminando per le vie del centro&#8230;</p>
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<p>La ricostruzione totale del patrimonio artistico e culturale di un centro storico come quello de L’Aquila rappresenta un unicum nella storia del nostro Paese e come tale comporta una serie infinita, quanto evidente, di difficoltà di vario genere. Tuttavia, rispetto a molti altri territori colpiti da sisma, all’Aquila sono numerosi gli interventi di recupero e di messa in sicurezza andati a buon fine nonostante, camminando per le vie del centro storico, si abbia la percezione che ci sia ancora molto da fare.</p>



<p>La volontà di ricostruire L’Aquila seguendo la linea del restauro conservativo è certamente la più difficile da rispettare. In questo senso sospendere lo stato di emergenza nel 2012 non è stata una grande idea. Perché la burocrazia, con i suoi labirinti di competenze e la sua elefantiaca gestione, ha finito per paralizzare la già difficile opera di ripartenza. Costatare che, dopo 12 anni, la Cattedrale di San Massimo in Piazza Duomo abbia un progetto ancora in fase di verifica con una cupola coperta solo parzialmente e opere d’arte lasciate alle intemperie o che la Chiesa di Santa Maria Paganica, dichiarata monumento nazionale nel 1902, sia un cantiere immobile e pericolante è quantomeno molto triste.</p>



<p>La ricostruzione e il restauro non dovrebbero mai essere solo fini a se stessi. Per salvare i nostri borghi, l’identità nazionale e il patrimonio culturale che questi conservano, bisognerebbe intervenire preventivamente sulla falsariga di Kihlgren, l’imprenditore che a partire dal 1994 ha ristrutturato diversi edifici a Santo Stefano di Sessano, in Provincia de L’Aquila, con la tecnica dell’anastilosi, ovvero utilizzando materiali coevi e originali con l’aggiunta di minimi elementi neutri. Considerando che il sisma non ha creato danni alle abitazioni rilevate da Kihlgren mentre ha fatto crollare la torre medicea, restaurata negli anni ’30 con il cemento armato, una riflessione profonda sul tema è d’obbligo.</p>



<p>Ciò che dispiace più di tutto, dopo 12 anni, paradossalmente più della lentezza dei cantieri o dello stato di abbandono di alcune opere, è l’ennesima occasione persa. Perché è vero che non si possono prevedere i terremoti o evitare le calamità naturali ma è altrettanto vero che ciò che sta accadendo a L’Aquila dal 2009 merita di essere preso maggiormente in considerazione dalla comunità scientifica e politica nazionale e internazionale. Perché imparando dagli errori e dai successi di questi anni di cantiere aperto, le prossime emergenze vanno affrontate in maniera diversa. Il nostro Paese è un museo a cielo aperto, se non possiamo combattere la natura abbiamo almeno il dovere di mettere a frutto le esperienze.</p>
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		<title>Storia minima dei mercoledì</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/11/18/roberti-storia-minima-dei-mercoledi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2020 17:23:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Bose]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Preghiera]]></category>
		<category><![CDATA[Salmi]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mercoledì di un mese qualunque, di una settimana qualunque. Mercoledì senza storia. Teiera di giorni feriali, tè verde bevuto e ribevuto, soliti biscotti, soliti giornali online. Solito angolo strabico: un’occhiata al mare, una alle colline. Il solito Salterio di Bose accanto. Eppure qualcosa non torna in questo cliché abitudinario del giorno che inizia. Qualcosa manca. Rifaccio l’appello: mercoledì, tè, biscotti, giornali, Salterio. Routine. Tutti presenti. Bevo, inzuppo, guardo, leggo, sfoglio&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mercoledì di un mese qualunque, di una settimana qualunque. Mercoledì senza storia. Teiera di giorni feriali, tè verde bevuto e ribevuto, soliti biscotti, soliti giornali online. Solito angolo strabico: un’occhiata al mare, una alle colline. Il solito Salterio di Bose accanto. Eppure qualcosa non torna in questo cliché abitudinario del giorno che inizia. Qualcosa manca. Rifaccio l’appello: mercoledì, tè, biscotti, giornali, Salterio. Routine. Tutti presenti. Bevo, inzuppo, guardo, leggo, sfoglio e il tarlo continua a rodere nella mente. Un piccolo disagio. La tovaglietta ben spiegata, il vassoio lucidato. Finanche il volo della cinciallegra sul noce cattivo ripassa saltelli consumati. Silenzio.</p>



<p>Ecco quello che manca. Il campanello che rompe il silenzio. Fra la prima e la seconda tazza di tè lei non bussa.</p>



<p>Da tre, quattro anni lei bussa fra la prima e la seconda tazza di tè. Riconosco il tocco, esitante e nello stesso tempo insistente. Nel prolungarsi di quell’attimo in più, riconosco il suo timore di non ricevere risposta. Tutti i mercoledì io rispondo affacciandomi dal balcone, sia bello sia brutto il tempo, per un sentimento di condivisione con lei che, con gelo o afa, pioggia o sole, fra le 8 e le 8e30 bussa puntuale al mio portone.</p>



<p>“Buongioornooo&#8221; mi saluta con cadenza strascicata e non aggiunge altro, forse un accenno di sorriso. Quanti anni avrà? Un’età indefinibile tra i venti e i quaranta. Di corporatura piccola, non bella. D’inverno più infagottata che vestita, d’estate con lunghe e colorate gonne. È rom, vive in un accampamento, dice di un fratello ammalato, di qualche breve rientro in Romania, di una predilezione per la cioccolata e per i profumi. Questo è tutto quello che so, in realtà dovrei anche conoscere il nome, ma non sono riuscita a capirlo.</p>



<p>Io le chiedo dal balcone: <em>Come va?</em> Lei risponde con un&#8217;espressione a metà tra il sorriso e una smorfia. Io lancio le monete e mi mette a disagio, mi mortifica il fatto che debba chinarsi a raccoglierle. Mi riprometto ogni volta che il prossimo mercoledì scenderò giù al portone e gliele porgerò, per accorciare le distanze tra il dare e il ricevere, per essere alla stessa altezza, per guardarci negli occhi. Intanto lei si rialza e questa volta mi fa un aperto sorriso <em>Buona giornata</em>, dice, <em>Anche a te buona giornata</em>. Io chiudo il balcone, lei si avvia verso un altro portone. Non mi chiedo che fine faranno i miei spiccioli e gli altri che raccoglie, cosa c’è dietro, cosa non c’è, cosa non va. Troppo difficile o troppo facile sapere. Voglio solo pensare alla professionalità con cui svolge il suo lavoro, senza un giorno di congedo, di malattia, di vacanza. Precisa, affidabile, puntuale. Mi chiedo quanti lavoratori in Italia, e non solo, eseguono così rigorosamente le loro mansioni.</p>



<p>Scorrono i titoli di apertura dei giornali e sono tutti sul Covid. Numeri, percentuali, tassi in una disamina minuziosa. Cause e conseguenze. È forse tra le conseguenze che troverò la risposta a queste assenze che, solo ora me ne rendo conto, durano da più settimane? Forse le nuove regole non consentono più i suoi spostamenti, forse è in Romania e non può tornare in Italia, forse il fratello ammalato ha bisogno di assistenza, forse è positiva, forse è in un ospedale, forse senza respiro in una baracca. Forse devo cercarla tra i 731 morti di oggi?<br>Se per me, per tanti privilegiati come me, Covid significa tristezza di giorni difficili, solitudine, mancanza di vicinanze affettive, perdite dolorose e definitive, incertezza, paura. Cambiamento di stile di vita, complicazioni di ordinaria amministrazione, mascherine, distanziamenti, rinunce. Cosa significherà per l’innominata rom e per tutti gli altri innominati della terra?</p>



<p>Non mi va più il mio caldo tè, la teiera di ghisa, i biscotti, la routine, i titoli dei giornali, i mercoledì. Resta il Salterio di Bose, di Enzo Bianchi. Pregare è difficile, a volte quasi impossibile anche in questo tempo duro che potrebbe declinarne l’esigenza, la semplificazione. L’ultima spiaggia (Proviamo anche con Dio, non si sa mai, cantava la Vanoni). Eppure pregare a volte è l’unica via percorribile nei grandi inciampi della vita. Se solo sapessimo come si fa. Ecco, i Salmi sono quel come si fa. Trovano le parole. Ci danno il coraggio di pregare Dio per il possibile e l’impossibile, ci insegnano a invocarlo Padre o a imprecarlo per la sua distanza impassibile. Ci regalano espressioni di felicità di fronte al giorno che nasce, al cielo i monti il mare, di sgomento per la nostra vita effimera come un filo d’erba, un soffio, di liberazione dalle sofferenze della carne, della solitudine e della sconfitta. Sono il canto del re e dell’oppresso, del giusto e del malvagio, del fedele e del traditore. Dei nominati e degli sconosciuti della Storia e di questa storia minima fatta di mercoledì.</p>



<p>Patologia: stati di inquietudine<br>Terapia: rinunciare per alcuni mercoledì alla colazione e immergersi nella lettura dei Salmi.</p>
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		<title>Il meglio è nemico del bene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 10:59:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Churchill]]></category>
		<category><![CDATA[Conte]]></category>
		<category><![CDATA[Decreto aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Se il decreto aprile ha bisogno di più tempo per essere varato è perché contiene misure per un ammontare record di 55 mld di euro&#8221;. Lo ha detto il ministro dei rapporti con il Parlamento, Federico D&#8217;Incà, intervistato a Radio Anch&#8217;io. Sta probabilmente nel sostantivo “record” la chiave di lettura di tutti i pasticci di questo governo. Il presidente del Consiglio in modo particolare ha l’ansia della storia: &#8220;In questi&#8230;</p>
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<p>&#8220;Se il decreto aprile ha bisogno di più tempo per essere varato è perché contiene misure per un ammontare record di 55 mld di euro&#8221;. Lo ha detto il ministro dei rapporti con il Parlamento, Federico D&#8217;Incà, intervistato a Radio Anch&#8217;io. Sta probabilmente nel sostantivo “record” la chiave di lettura di tutti i pasticci di questo governo. Il presidente del Consiglio in modo particolare ha l’ansia della storia: &#8220;In questi giorni ho ripensato ad alcune vecchie letture, a Winston Churchill. Questa è la nostra “ora più buia”. Ma ce la faremo&#8221;, ha asserito il 9 marzo. “C&#8217;è un appuntamento con la Storia, l&#8217;Europa deve dimostrare di essere all&#8217;altezza di questa chiamata” ha tuonato il 28 marzo.</p>



<p>Se Conte e i suoi ministri avessero pensato un po’ meno alla storia (stiano sereni, ci sono già, purtroppo) e avessero prestato più attenzione alle richieste dei cittadini, delle famiglie e delle imprese, forse il decreto aprile, annunciato a marzo, avrebbe visto già la luce, magari in due o tre provvedimenti, per andare incontro al bisogno di liquidità degli italiani nel più breve tempo possibile e in modo tempestivo. Invece l’obiettivo è il decreto monstre, in modo che possa essere annunciato come il più grande, articolato, difficile, generoso, lungimirante e ricco di sempre. Forse si farà a maggio. Con la storia però non si pagano le bollette dei negozi rimasti chiusi. Ma per saperlo, oltre a inseguirla, bisognerebbe anche conoscerla. La storia.</p>
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