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	<title>Amore Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Amore Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Letterina di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2022 08:32:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Natale. L&#8217;albero luccica, i regali sono impacchettati, la stella di Natale stranamente non è appassita, la ghirlanda dà il benvenuto sulla porta, la tavola sbrilluccica di ori e argenti, c&#8217;è anche un delizioso profumino di cibo e ho aggiunto un tocco di rosso sul vestito. Ho ancora tutto il tempo per prepararmi un profumato Tè di Natale. La cannella, lo zenzero, la scorza di arancia diffondono tutto intorno il loro&#8230;</p>
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<p><strong>Natale. </strong>L&#8217;albero luccica, i regali sono impacchettati, la stella di Natale stranamente non è appassita, la ghirlanda dà il benvenuto sulla porta, la tavola sbrilluccica di ori e argenti, c&#8217;è anche un delizioso profumino di cibo e ho aggiunto un tocco di rosso sul vestito. Ho ancora tutto il tempo per prepararmi un profumato Tè di Natale. La cannella, lo zenzero, la scorza di arancia diffondono tutto intorno il loro inebriante aroma. Questa pausa in solitaria è proprio quello che ci vuole prima e dopo la grande attesa baraonda. </p>



<p>E allora da dove viene questa sensazione di mancanza? Cosa non ho preparato? Sollevo il piatto a capotavola. Ecco, manca la letterina di Natale. Bisogna scriverla, in fretta. Ma a chi?<br><strong>Cari Genitori?</strong><br>No, non si può più. Impossibile copiare dalla lavagna di II elementare: Cari Genitori, vi voglio tanto bene, perdonatemi i capricci e le disubbidienze, d&#8217;ora in avanti sarò più buona, il Bambino Gesù vi colmi di salute e ogni bene.<br>Ma lo sapeva suor Carolina, che scriveva col gesso bianco e la calligrafia infantile, che Michele aveva un padre ubriacone che la sera di Natale avrebbe mandato all&#8217;aria i piatti? Che Assuntina era tanto se festeggiava il cenone con una minestra? Che a Carmela erano i genitori a dover chiedere perdono per le disattenzioni, le mancanze, i rimproveri? Che Antonio ubbidiva a capo chino al padre che lo teneva in bottega tutto il pomeriggio e solo a notte riusciva a fare i compiti? Che Giuseppe, sua mamma la odiava per tutto il rossetto e il profumo con cui usciva di sera? E Matilde che i genitori non ricordava nemmeno più come erano fatti? Suor Carolina sapeva che non c&#8217;eravamo in classe solo io, Carmen, Paola, Alessandro, Katia, Francesco con le nostre letterine filigranate e il vestitino nuovo e i giocattoli pronti e nascosti nell&#8217;armadio, e i baci e le coperte rimboccate?</p>



<p>Allora meglio indirizzarla ai <strong>figli</strong>, da parte di noi, i Cari Genitori che siamo diventati?<br>Riusciremo noi genitori nella nostra letterina a proclamare che ci vogliamo bene? Ora che è tempo di consuntivi? Oppure compileremo lunghe liste nere? Tutte le volte che non abbiamo avuto tempo, tutte le volte che abbiamo fatto altro, tutte le volte che vi abbiamo detto sì perché era tanto più facile, e le altre che abbiamo detto no senza ascoltare, senza capire. Gli incoraggiamenti che non vi abbiamo dato, le strade che vi abbiamo troppo facilitato e quelle che vi abbiamo chiuso, le prove che abbiamo affrontato al vostro posto. Lo sforzo che non abbiamo fatto di ascoltare i vostri silenzi o i vostri sproloqui. La musica , i libri, i film, le mode, le battaglie, i cortei, le compagnie che non ci è sembrato valesse la pena di vivere con voi, fenomeni adolescenziali, come i brufoli: Passeranno, ci siamo detti. Ebbene sì, siamo stati un po&#8217; cattivelli, abbiamo fatto i nostri capricci e le nostre marachelle, abbiamo spesso disubbidito al nostro compito, ma vi vogliamo, e voluto, tutto il bene del mondo e oggi vi promettiamo di essere più attenti a quello che vi aspettate da noi, più vicini o più assenti secondo i vostri bisogni. Ora che anche voi siete genitori, siamo certi del vostro perdono.</p>



<p>Forse la cosa più facile è rivolgerci a voi, <strong>Cari nipoti</strong>.<br>Qui la letterina scorre liscia liscia. È un andirivieni di baci e abbracci, giochi e canzoncine, passeggiate nel parco, cartoni alla TV, Tik tok, messaggi e videochiamate su WhatsApp e faccine. Con leggerezza ritroviamo il tempo che non avevamo con i figli e insieme la pazienza, l&#8217;allegria, l&#8217;attenzione. Sarà che prima il tempo era lungo e ora tanto breve? Niente per cui chiedere perdono allora? Siete troppo piccoli per parlarvi del mondo che vi lasciamo? Dell&#8217;inquinamento della terra, delle corruzioni materiali e morali, delle guerre e delle violenze, delle discriminazioni di ogni genere, delle diseguaglianze ed egoismi? Della Bellezza che stiamo distruggendo? Siamo ancora in tempo a fare i buoni? Possiamo ancora augurarvi, con ragionevole ottimismo un futuro di salute pace e amore?</p>



<p><strong>Come è difficile stasera scrivere la letterina di Natale</strong>. Sarà perché ho perso l&#8217;esercizio. Perché non c&#8217;è una lavagna da cui copiare. Sarà perché non so a chi indirizzarla? Forse allora è meglio che la scriva a me.<br><strong>Cara Nada…</strong> ti voglio bene (?) , perdonami tutti gli sbagli, le mancanze, le disattenzioni, le viltà, le occasioni perse, gli occhi troppo chiusi o troppo aperti, le rinunce, gli sguardi e e le parole non dette. I sogni perduti. Ti ringrazio per tutto il bene e il bello, l&#8217;ordinario e lo straordinario, le presenze e le assenze, il dono sfaccettato della vita, tutto questo che ti è stato regalato e che hai costruito. Faccio ancora in tempo a diventare più buona? Certo, pregherò il bambino Gesù che mi faccia credere, almeno un po&#8217;, che &#8220;<strong>un meglio può ancora arrivare</strong>&#8220;.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: sensazione di una mancanza indefinita<br><strong>Terapia</strong>: un buon Tè di Natale molto aromatizzato e la lettura di una vecchia Letterina di Natale, se cercate bene la troverete di sicuro. Non importa chi ne sia l&#8217;autore.</p>
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		<title>Grazie, Nonni. E lunga vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Oct 2022 11:02:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo. Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con&#8230;</p>
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<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo.</p>



<p>Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con piccole e impercettibili insidie all’indirizzo di padre e madre fino a togliere il tappo alla propria malcelata intensione – perché così poi finisce – di colpire a fondo papà e mamma con i discorsi che lui sa, e che sono quelli che fanno male.</p>



<p>Intanto si registra un diverso guardare. Lo attivano e lo coltivano i nipotini. Appena fiutata l’aria, disseminano come mine piccole distrazioni. E vanno intorno con lo sguardo su chi comincia ad alzare i toni e su chi li subisce. I loro, sono sguardi di una tenerezza profonda. Con quegli sguardi vorrebbero sollevarli dal crinale in cui stanno (i nonni) per precipitare e con quegli sguardi li avvolgono e li proteggono perché non si facciano male.</p>



<p>Dicono che i nonni sono gli angeli custodi, in terra, dei nostri piccoli. Forse è il caso di aggiungere anche altro: i nipoti sono gli angeli custodi dei nonni. Che i nonni custodiscano i nipoti lo dicono gli adulti avveduti. Più difficile è riconoscere che i nipoti riescano a custodire i nonni. Quando scopriremo questa realtà, avremo fatto tombola perché quel giorno riusciremo finalmente ad invertire la marcia del nostro rapporto figli e padri. Perché è questo rapportarsi il vero problema da affrontare e risolvere.</p>



<p>Se i figli non conoscono o non hanno riflettuto abbastanza sulla vita dei loro padri, o se non hanno riflettuto a dovere sulla propria identità e sul proprio cammino di vita, difficilmente potranno stabilire con i loro padri rapporti sensati e pacifici, oltre che pacificatori. Fino a quando i padri vengono tenuti sotto processo con le accuse più strampalate perché i loro percorsi non sono stati mai letti e contestualizzati nella storia che fu, la conflittualità resterà permanente. Prendiamo ad esempio un figlio che ha studiato e un padre semianalfabeta. Il figlio fa lo spaccone e detesta il padre che è rimasto indietro. Non tiene conto, però, che un padre semianalfabeta insieme a mille altri del suo stesso rango ha avuto l’ingegno e la lungimiranza di mandare il pargoletto a scuola e anche all’università. Poteva non sostenerlo, mentre invece l’ha incoraggiato e pure vezzeggiato. Eppure, ancora si lamenta e rimprovera al genitore perché, al contempo, non l’ha fatto anche ricco. E se pure, l’ha fatto ricco, non è riuscito a farlo straricco. Probabilmente questo figlio deve ancora chiarire a sé stesso qual è il suo compito nella vita.</p>



<p>E poi, un figlio che ne sa – o quando mai si è interrogato – riguardo alla condizione esistenziale di suo padre che invecchia? Sa, per caso, che cosa significa non poter più lavorare, lui che si è sentito forte e valido fino a quando a provvedere ai bisogni suoi e della famiglia sono servite le sue mani? Forse ancora non lo sa, non l’ha neanche immaginato. O sa che cosa significa finire infermo o – come oggi si dice – allettato? Goffredo Parise ha scritto che quel padre “sente vergogna”, Ferdinando Camon “prova vergogna”.</p>



<p>E questo solo per dire dell’incomprensione di cui soffrono i nostri padri, nonni dei nostri figli. E questo solo per non aprire quell’altra pagina, quella degli errori (li dovremmo chiamare orrori), rappresentati da una malasanità che mortifica quotidianamente i nostri anziani, li spersonalizza, li guarda come mangia-farmaci a tradimento, dimenticando che sono stati loro a mettere in piedi un sistema che voleva essere sollievo per tutti e si mostra invece ingrato ai meno abbienti. E poi c’è l’altro gradino, quello che scende nel profondo dell’abisso. Sono gli anziani bancomat. E gli altri ancora: quelli lasciati a terra con la testa sanguinante perché il bancomat ha fatto scivolare 20 e non 50 euro come richiesto da un (si fa per dire) famigliare che ha solo avvertito il profumo di soldi bagnati col sudore della fronte degli altri.</p>



<p>Vivano a lungo i nostri nonni e continuino a custodire i nostri figli. Lo fanno gratis come gratis sono custoditi dai nipoti. E non solo con lo sguardo. Con cuore bambino.</p>
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		<title>Isabella Morra, il canto di una esistenza infelice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2022 11:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l'ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un'arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dobbiamo inerpicarci tra vicoli stretti e case di pietra addossate l&#8217;una all&#8217;altra per raggiungere il castello di Valsinni, antica Favale, al confine tra la Basilicata e la Calabria. Ci fa compagnia in questo luogo salvato dai rumori delle auto e delle TV accese, la voce del fiume Siri, del “torbido Siri&#8221;. </p>



<p>Se poi ci addentriamo tra le antiche mura del castello e ci affacciamo da una delle strette finestre contempleremo un paesaggio di creste alte, pendici ripide, e la valle nella quale il fiume scorre. La rocca tutta sembra quasi inghiottita, sprofondata nel paesaggio e nel silenzio.</p>



<p>Non ci sarà allora difficile immaginare la giovane Isabella dietro quella finestra, e non ci sarà difficile raccontare una vicenda che tante volte abbiamo già ascoltato, che riconosciamo nella solitudine di una vita, nella disperata speranza di un&#8217;evasione impossibile, nel lamento tutto interiore che sfocia infine in rime, nel vagheggiamento di un amore, reale o tutto da inventarsi.</p>



<p>La storia di Isabella Morra è lineare nel suo percorso, oggi potremmo sovrapporla a centinaia di vicende simili. Basterebbero poche righe su un giornale e una lettura non più di tanto curiosa in quanto sappiamo in partenza come vanno queste storie di donne uccise da un familiare. Non eccitano più la fantasia, giusto qualche particolare morboso.</p>



<p>Isabella è giovane, certo bella anche se non c&#8217;è nessun ritratto a confermarlo, aristocratica, colta, ammalata di solitudine. Vorrebbe leggere, viaggiare, conoscere. Disprezza la elementare visione di vita dei suoi fratelli, la sottomessa pavidità della madre, la rozzezza del volgo che la circonda, le vette aspre che imprigionano il castello. Invoca invano il ritorno del padre in esilio. Ricorre allora alla sola fuga possibile, un carteggio letterario con un ardito poeta, Diego Sandoval de Castro. Solo letterario? O in quelle lettere ricevute e spedite con sotterfugio si nasconde cifrato tra versi un ricambiato amore? Chi può dirlo. </p>



<p>Quel carteggio non è arrivato a noi, resta solo la testimonianza della moglie del fuggiasco Diego che diceva “che dicto don Diego havea festeggiato la sorella del dicto barone et fratelli&#8221; e che pertanto se l&#8217;era meritata una morte giunta a colpi di archibugio della quale furono assolti i “dicti fratelli&#8221;. Isabella non pianse l&#8217;amato o amico che fosse non perché non fosse addolorata da quella notizia, ma semplicemente perché lo aveva preceduto nella stessa sorte per mano degli stessi fratelli, lei non in un infido bosco ma nelle rassicuranti mura della casa natale. Solo i colpi di archibugio non furono sparati bastando, visto la familiarità delle persone deputate a difendere l&#8217;onore, un più casalingo coltello.</p>



<p>Caddero dalle sue mani le lettere incriminate? Si bagnarono del suo sangue? Fece in tempo Isabella a scrutare ancora una volta il lontano mare con le sue onde di speranza? Ricordò il suo Diego e, ci auguriamo, poté riassaporare momenti di amore? O non le restò che lo sgomento per visi e coltelli che credeva fratelli?</p>



<p>Storie antiche ma anche contemporanee di catene vere o solo interiori che legano la vita, e con la vita la gioia il presente il futuro, e che fatalmente conducono alla morte.</p>



<p>Povera baronessa di Carini: &#8220;Signuri patri chi venisti a fari? Signora figghia, vi vegnu ammazzari&#8221;, povera Francesca “ colomba dal disio chiamata”, povera spavalda Carmen, &#8220;Ah! Carmen! Mia Carmen adorata&#8221; e pertanto uccisa da don José. E povere Ornella Tina Silvia, e altre 100 solo in Italia nel 2021, la cui morte per mano di un familiare non è stata cantata da nessun poeta.</p>



<p>Isabella se la cantò da sola la sua infelice esistenza prendendo Petrarca come modello senza ridurlo tuttavia a uno sterile esercizio letterario, ma aggiungendovi una sensibilità tutta personale, una voce artistica distinguibile tra quelle delle altre poetesse del ‘500 per eleganza formale malgrado lei dichiarasse il suo stile “ruvido e frale&#8221;. I suoi versi non esprimono un dramma intimo, ma diventano paradigma umano e artistico di una dimensione ampia e condivisa del dolore. Non a caso molti critici le affiancano Leopardi.</p>



<p>Sono belli i pochi sonetti e le canzoni, soltanto 13 in tutto, che sono giunti a noi. Certo la poetessa ne scrisse molto di più, non le sarà mancato il tempo di intrecciare trame di parole su un ordito di interminabili vuote giornate e lunghi silenzi.</p>



<p>Non si lascia consolare nelle sue rime Isabella dal paesaggio che la circonda, dall&#8217;attesa del padre con cui condivideva cultura e affetto, dal desiderio di andare via, e pertanto grida la sua disperata speranza, il suo rifiuto di accettare la volgarità di persone e luoghi che la circondano, rivendicando una statura personale che con loro nulla ha a che fare. </p>



<p>Isabella è consapevole di trovarsi in una posizione culturale, spirituale, intellettuale al di sopra dell&#8217;antica Favale, di quello che Favale comporta, del suo tempo. Da questa estraneità deriva l&#8217;approdo ad una visione religiosa che caratterizza gli ultimi componimenti e che pare recare se non felicità almeno pace.</p>



<p>Sono versi coraggiosi i suoi, hanno l&#8217;impeto della rivolta e la forza di un elevato linguaggio poetico. Certo per questo furono pubblicati per la prima volta a pochi anni dalla sua morte.&nbsp; La giusta collocazione di Isabella Morra nella storia della letteratura però è dovuta soprattutto alla critica che ne fece Benedetto Croce alla quale seguirono molti studi e scritti e tra tanti, i lavori teatrali di Dacia Maraini e Andrè Pierre de Mandiargue. Infine l&#8217;istituzione di un Parco letterario a lei intitolato che produce molte e interessanti attività.</p>



<p class="has-text-align-left">Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l&#8217;ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un&#8217;arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>



<p class="has-text-align-center">“de&#8217; gravi affanni deporrò la salma, <br>e queste chiome cingerò d&#8217; alloro.”</p>
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		<title>Personalissime ricette</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/12/roberti-personalissime-ricette/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Oct 2021 19:53:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le prime cose che ho imparato a cucinare, penso mentre sorseggio un ottimo tè, sono state la crema, il brodo e il tè. Non che poi sia andata troppo avanti anche se, per necessità, ho avuto (ho ancora?) un rapporto stretto, intenso, prolungato con la cucina. Non è stato però &#8211; tranne che per i capolista &#8211; un rapporto d&#8217;amore, anche se l&#8217;ho fatto per amore. Sorseggio e medito che&#8230;</p>
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<p>Le prime cose che ho imparato a cucinare, penso mentre sorseggio un ottimo tè, sono state la crema, il brodo e il tè. Non che poi sia andata troppo avanti anche se, per necessità, ho avuto (ho ancora?) un rapporto stretto, intenso, prolungato con la cucina. Non è stato però &#8211; tranne che per i capolista &#8211; un rapporto d&#8217;amore, anche se l&#8217;ho fatto per amore.</p>



<p>Sorseggio e medito che tra poco dovrò andare in cucina, abbandonare la solitaria perfezione di questo crepuscolo che si offre nella quiete del mio balcone, per preparare una qualsivoglia cena che ogni volta assume l&#8217;aspetto di una sfida: tempo minimo, ingredienti semplici, aspetto e, non guasterebbe, sapore accattivante.</p>



<p>Mi convinco, a questo punto e a questo stadio di insofferenza, che bisognerebbe creare un movimento a sostegno di quelli come me, che non amano cucinare ma sono costretti a fare da mangiare, per altri soprattutto, ma anche per sé, ogni giorno, ogni tanto, sporadicamente.</p>



<p>Un movimento che ci disponga a fare lega. Parlare tra noi, certi di essere giustificati promossi valorizzati. Compresi. Chiarirci le idee non potendo chiarificare né il brodo, né il burro.</p>



<p>Partiamo, per essere pignoli, da una considerazione linguistica. Grande è la differenza tra cuoco/a e cuciniere/a. Cuoco, esperto nell’arte culinaria. Cuciniere, addetto alla preparazione dei cibi.</p>



<p>La prima categoria si dedica alla cucina con entusiasmo, ha delle specialità che la contraddistinguono, sperimenta ricette continuamente, trascorre molto del suo tempo davanti ai fornelli, possiede ricettari enciclopedie siti programmi e video da consultare, chiama per nome i migliori chef e i ristoranti Michelin, ha segreti culinari inviolabili, dispensa consigli e ricette (ma come li fa lei, nessuno), disprezza o invidia i menù degli altri, trionfa nelle sagre, nelle feste di beneficenza e soprattutto nelle feste comandate. È regina dei fornelli.</p>



<p>La seconda categoria rimanda al limite l’ingresso in cucina, non sa mai cosa preparare, e se lo sa non sa come si fa, possiede anche lei ricettari enciclopedie siti, ma purtroppo sono scritti in ostrogoto, è trasparente come il cristallo non nascondendo segreti, apprezza non solo i buoni piatti degli altri ma qualsiasi cosa commestibile purché l&#8217;abbia preparata qualcun altro, confonde i nomi degli chef e non disdegna tavole calde o fredde che siano e fast food, si abbuffa nelle feste comandate quando di regola è esclusa dalla cucina, ha delle ricette personali e… non aggiungo altro. Anche lei non si esime tuttavia dal dispensare consigli e ricette che naturalmente nessuno eseguirà mai. È la schiava dei fornelli.</p>



<p>E fermiamoci, noi cucinieri, per ora alla precisazione linguistica, non addentriamoci in storie, lamentele, recriminazioni o suggerimenti, scappatoie, defezioni. Che a questo punto non ci venga in mente di sfoggiare l&#8217;orgoglio di classe scrivendo una nostra personale storia della cucina.</p>



<p><strong>Patologia:</strong> fobia acuta nei confronti dei fornelli</p>



<p><strong>Terapia:</strong> preparatevi un tè anche se non è capolista delle vostre competenze e poi vi consiglio un libro che conforterà, infonderà coraggio, darà dignità alla vostra incompetenza: &#8220;<strong><em>Personalissime ricette</em></strong>&#8221; di <em>Nada Roberti</em>. Dite che non vale perché l&#8217;ho scritto io? Dite che non c&#8217;è peggior peccato che citare se stessi anche se è così gratificante? Ma in queste pagine non ci siamo già trovati d&#8217;accordo con <em><strong>George Bernard Shaw </strong></em>che &#8220;Tutto ciò che ci piace o è immorale o illegale o fa ingrassare&#8221;? Io vi assicuro che le mie ricette non vi faranno ingrassare.</p>
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		<title>Tempo di stelle cadenti?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/08/16/roberti-tempo-di-stelle-cadenti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2021 16:19:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hanno fatto appena in tempo, prima del decreto anti covid di ferragosto, a celebrare la notte delle stelle cadenti. ll bello di una casa che si affaccia sul mare è che la notte di San Lorenzo prendi un telo e te ne vai sulla spiaggia a cercare stelle cadenti. Sarà perché&#160; a noi, eterne ragazze,&#160; in quinta elementare ci facevano studiare la poesia San Lorenzo di Pascoli, sarà che siamo&#8230;</p>
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<p>Hanno fatto appena in tempo, prima del decreto anti covid di ferragosto, a celebrare la notte delle stelle cadenti.</p>



<p>ll bello di una casa che si affaccia sul mare è che la notte di San Lorenzo prendi un telo e te ne vai sulla spiaggia a cercare stelle cadenti. Sarà perché&nbsp; a noi, eterne ragazze,&nbsp; in quinta elementare ci facevano studiare la poesia San Lorenzo di Pascoli, sarà che siamo cresciute tra romanzi e film d&#8217;amore strappalacrime, sarà che il romanticismo nella nostra giovinezza era ancora di moda, sarà che, dobbiamo ammetterlo, cediamo a volte al pittoresco che scade nel kitsch, certo è che dopo avere invitato a seguirci nipoti adolescenti e bambini che hanno frettolosamente risposto no e ripreso i loro traffici sui telefonini, ci siamo ritrovate solo io e Gabriella, accompagnate da un bicchierone di tè freddo, sui teli a cercare stelle.&nbsp;</p>



<p>Ho detto sole?&nbsp;La nostra spiaggia libera che al mattino raccoglie uno sparuto drappello di ombrelloni di famiglie con bimbi o di arzilli gruppi di anziani, è incredibilmente popolata. Un popolo nuovo, sconosciuto e rintanato chissà dove durante il giorno.&nbsp;</p>



<p>Ci siamo fatte largo tra gruppi, falò, tavole imbandite e abbiamo conquistato in riva al mare un pezzetto di sabbia su cui stendere i teli. Abbiamo guardato i dintorni e non il cielo che scompariva tra un incerto orizzonte e una soffusa gradazione di blu. Accanto a noi un accampamento di ombrelloni sotto i quali troneggiano tavolinetti imbanditi illuminati da un faretto a led buono a rischiarare un intero stadio, più in là un gruppo di giovani prevalentemente maschile impegnatissimo a lanciare enormi lanterne in un getto continuo e ravvicinato.</p>



<p>Le lanterne si alzano, bisogna ammetterlo, suggestivamente nel cielo, si avviano verso le colline, a volte sul mare se il vento cambia. Qualcuna però non ce la fa e cade nelle vicinanze rischiando di incendiare erbe e arbusti. Il resto della spiaggia è occupato da falò. Qualcuno così grande da far supporre interi alberi sradicati, qualcun altro così modesto da sembrare un accendino. Comunque tutti godono del nutrito contorno di ragazzi che cantano, ballano, si abbracciano, ridono e mangiano. Il mare è&nbsp; tutto un tuffarsi, un emergere scintillanti dall&#8217;onda, un nuotare in gruppo, uno scomparire e riapparire nella schiuma.&nbsp;</p>



<p>La spiaggia è in fermento, come un mare in tempesta. Sovraccarica di suono e movimento. Gabri e io ci guardiamo intorno, incerte tra il compiacimento nel vedere tanta esuberante giovinezza e lo sgomento per la rottura di una magia consolidata.</p>



<p>Certo chi si trova qui sta festeggiando la notte di San Lorenzo, ma nessuno guarda il cielo che dal suo canto pare essersi ritratto. Per dispetto, vergogna, ripicca? O semplicemente perché si sente superfluo. Una inutile cupola a cui le luci e il baccano hanno spento tutto lo splendore, tutto &#8220;il gran pianto che nel concavo cielo scintilla&#8221;.</p>



<p>&#8220;Questi ragazzi hanno tanto sofferto i vari lockdown…”. &#8220;Sì, è così. Stanno sfogando l&#8217;immobilità, la solitudine, le negazioni”. &#8220;È come se si riappropriassero della loro corporeità. Come facessero un rito tribale di invocazione alla vita”. &#8220;Poi magari da domani riprenderanno a tenersi per mano, a sussurrare, a guardarsi in silenzio negli occhi”. &#8220;E anche a guardare il cielo”. &#8220;Si ricorderanno che in alto è pieno di sogni, uno per ogni stella che cade”.<br>&nbsp;<br>Dal gruppo delle fiaccole improvvisamente partono fuochi d&#8217;artificio. Il cielo si riempie di scintille, il mare le riflette. E così finalmente tutti siamo sommersi da una pioggia di stelle cadenti. Accontentiamoci di queste, visto i tempi.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: stati di adolescenziale romanticismo.<br><strong>Terapia</strong>: tè freddo da sorseggiare voluttuosamente sotto una volta, forse, stellata. <strong>Libro</strong>: cercate in soffitta lo scatolone dei vecchi libri e quaderni (chi ha avuto il coraggio di disfarsi di tutti?) e individuate il sussidiario di quinta elementare. Nella sezione Poesia vi salterà subito agli occhi San Lorenzo di Giovanni Pascoli. Fra tragedie di rondini e di uomini penserete a quel &#8220;gran pianto nel concavo cielo sfavilla&#8221; che l&#8217;allegria della giovinezza per una notte ha sconfitto.</p>
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		<title>Le luci degli altri</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/05/11/roberti-le-luci-degli-altri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 12:29:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a&#8230;</p>
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<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a sfinimento, nella necessità di fare comunque due passi, mi sono dedicata alle luci degli altri. Dapprima distrattamente e poi sempre più consapevolmente ho perfezionato un itinerario dalla finestra al balcone.</p>



<p>Finestra. Profilo ombrato delle colline attraversate da un tratto della vecchia statale illuminata da sporadici fanali. Deserta, ma se si ha la pazienza di soffermarsi qualche minuto dietro i vetri, si potranno vedere comparire i fari di una solitaria auto. Chi sfida il coprifuoco? Quale necessità o temerarietà è alla guida? Un&#8217;urgenza dolorosa, il coraggio cieco dell&#8217;amore, una bravata di incosciente età? O più semplicemente e meno romanticamente un rientro dal lavoro? </p>



<p>Intanto i fari si sono spenti dietro la curva. Abbassando lo sguardo non si può, anche se si volesse, non scontrarsi con un grosso cubo di cemento messo lì a deturpare il paesaggio. Tre piani di degrado urbanistico che non rispondono nemmeno al fabbisogno abitativo essendo quasi del tutto disabitati.</p>



<p>Un balcone illuminato al piano di mezzo, fino a notte fonda. Forse il geometra che ha progettato la casa espia tra insonnie e incubi il suo crimine. Poi proprio di fronte alla mia finestra quella di Giulia che combatte gli anni, la solitudine, la paura della notte che assale in eguale misura bimbi e vecchi, lasciando gli scurini aperti e la luce accesa finché quella del giorno non la sostituirà. </p>



<p>Un po&#8217; più in là la terrazza con vista sul mare che resta illuminata fino a tardi. L&#8217;epidemia ha reso abituale una presenza in altri tempi sporadica. Complici il pensionamento, i figli autonomi, la coppia ha abbandonato i ritmi, l&#8217;isolamento, le difficoltà, i contagi della città per reinventarsi una paesana vita rallentata. Bella o brutta, fredda o tiepida che sia la serata, loro non rinunciano alla vista a mare. Stanno uno accanto all&#8217;altro affacciati dalla ringhiera e guardano. Avanti o indietro, non so.</p>



<p>Faccio una deviazione verso la cucina e mi preparo una tisana &#8220;La giusta occasione per concedersi un momento di intimità e riflessione. Ottima contro l&#8217;ansia, concilia il sonno, aiuta a superare lo stress con un&#8217; attitudine più distesa e rilassata&#8221;. Perfetta, con quel tanto di ingannevole che la rende accettabile. È comunque proprio buona e con una tazza calda tra le mani posso affrontare luci che appaiono e scompaiono a ritmo del venticello che scuote i cipressi lì in fondo. </p>



<p>Ci siamo e non ci siamo, sembrano dire nel loro apparire e scomparire. Siamo presenti assenze. Siamo il passato che continuamente è oggi nei ricordi. Siamo i rimpianti, il perduto, i rimorsi. Siamo il bene che niente, nemmeno il tempo, può cancellare. Siamo domande senza o con troppe risposte. Siamo, come dice il Cantico, forti come la morte perché siamo amore.</p>



<p>E ora passiamo al balcone. Dai vetri del balcone lo sguardo si allarga su buona parte del paese. Qui le luci sono tante e perlopiù anonime. Bisogna esercitare la virtù del discernimento e inventarsi una nuova vista che non veda quel che è visibile e distingua invece l&#8217;invisibile. Un po&#8217; come la volpe del Piccolo Principe &#8220;non si vede bene che col cuore. L&#8217;essenziale è invisibile agli occhi&#8221;. Allora chiudo gli occhi per vedere la luce che non c&#8217;è al terzo piano di Viale Mannarino, n. 4. </p>



<p>La luce non c&#8217;è perché l&#8217;appartamento da quando lo abbiamo lasciato noi non è stato più abitato. È quindi ancora ricolmo dal chiasso di sei figli piccoli in scaletta di 10 anni, di Enzo e me che combattevamo la faticosa, ma allegra, ma spensierata, ma appagante, ma condivisa, ma esaltante, ma amorevole sfida di fare della nostra la più bella famiglia del mondo. Del nostro personale mondo s&#8217;intende. E gli anni di viale Mannarino hanno risposto: Sì, lo voglio facendo eco a quel primo Sì lo voglio da cui tutto è partito. Sì, ti accolgo nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nell&#8217;accordo e nel disaccordo,  nella fatica e nel riposo. Per sempre nella mia vita e oltre la mia vita. Come sigillo nel mio cuore.</p>



<p>Alcune luci si accendono altre si spengono. Accosto gli scurini e vado a letto.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: leggere forme di stress<br><strong>Terapia</strong>: della tisana si è già ampiamente detto. Per quanto riguarda il libro non vi aspettate &#8220;Le luci nelle case degli altri&#8221;, che pure ci starebbe, né &#8220;Doppio vetro &#8221; che ci starebbe ancora meglio per analogia di tema, in quanto, (i più attenti lo sanno ) ve l&#8217;ho già consigliato. Scegliete voi. Per questa sera chiudete la Tv, aprite un bel libro, ma non chiudete gli scurini. Le luci degli altri illumineranno pagine e pensieri.</p>
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		<title>Michele Marco Rossi: Intelletto d’amore (e altre bugie)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Amelia Angelici]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 17:24:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#cafechantant]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Camilleri]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/03/24/angelici-michele-marco-rossi-intelletto-amore-e-altre-bugie/">Michele Marco Rossi: Intelletto d’amore (e altre bugie)</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>In un periodo così difficile e in cui le prospettive di miglioramento tardano a concretizzarsi, il mondo artistico e musicale si trova costretto a cercare dei nuovi spunti di riflessione. La storia ci insegna che, anche nei momenti di estrema difficoltà, alcune tematiche non smettono di essere attuali, anzi permettono di vedere ancora più chiaramente attraverso le sfaccettature dell’animo umano. E forse è proprio in questa dimensione che il ruolo dell’artista non smette di essere attuale e necessario, anche in un momento in cui la produzione artistica per come la conoscevamo è costretta a fermarsi (teatri chiusi, concerti sospesi o rimandati).</p>



<p>Alcuni artisti vivono con particolare sensibilità il loro presente, cercano di muoversi in esso, di trovare sempre le nuove risorse che rispecchino il loro tempo, senza rimanere attaccati alle sicurezze di una tradizione consolidata. Michele Marco Rossi è ascrivibile sicuramente a questa categoria di artisti. Ha già più di cento prime esecuzioni assolute di nuova musica, alcuni dei compositori più affermati hanno scritto brani dedicati a lui e porta avanti una ricerca costante che va dal teatro strumentale, alla musica elettronica, all’improvvisazione.</p>



<p>Il suo nuovo programma da concerto – Intelletto d’amore (e altre bugie) – è costruito con la collaborazione di uno degli scrittori italiani più famosi nel mondo, scomparso da poco: Andrea Camilleri. Per conoscere meglio il lavoro di Rossi e in particolare quest’ultimo progetto, lo abbiamo intervistato.</p>



<p><strong>Raccontaci chi sei e in cosa consiste il tuo rapporto con la musica.</strong><br>Direi innanzitutto che sono violoncellista. Ho da poco superato i 30 anni, età per me segno di grandi cambiamenti in molte direzioni. La musica è una compagna di vita strana. Immensamente presente in ogni attimo dell’esistenza, assolutamente non relegata a uno specifico momento della giornata. Da fuori può dare l’idea di una compagna di libertà e di spensieratezza, ma in realtà il discorso credo che sia ben diverso.</p>



<p><strong>Cosa intendi per compagna di libertà?</strong><br>La libertà che ti dona è la possibilità di ricercarti e di cercare gli altri attraverso un mondo simbolico che non ha confini; questo però porta con sé responsabilità grandi e anche gravi se si vuole, sia verso gli altri direi, sicuramente verso se stessi. E nuove paure e coraggio, grandi fragilità, sicurezze sottili ma incrollabili. È un percorso che vive di una sincerità feroce verso ognuna delle contraddizioni che ci animano.</p>



<p><strong>Guardare il mondo attraverso la musica?</strong><br>Guardarsi e guardare agli altri attraverso la limpidezza del discorso musicale offre nuove risorse e nuove complessità, una sorta di habitat diverso fatto di regole, opportunità, dinamiche proprie. Un habitat che ormai è imprescindibile, da cui non potrei più separarmi. E in effetti se guardo indietro non mi ci sono separato mai, in un modo o nell’altro. È una fonte inesauribile, il luogo dell’ispirazione e delle cose più semplici, in un discorso profondamente umano.</p>



<p><strong>Com’è nato il progetto sull’amore con Andrea Camilleri?</strong><br>Da diversi anni fuggivo il tema dell’amore. Lavoravo sulle mie grandi passioni, su Shakespeare, Xenakis, la Mitologia, la musica assoluta. L’incontro con l’opera di Pier Paolo Pasolini ha segnato un punto di non ritorno: dovevo affrontare un tema banale e complesso come quello dell’amore. L’anniversario Dantesco mi ha dato la scintilla necessaria per elaborare questo discorso. Ho diviso l’amore in quattro “momenti”, come quattro fasi che si concentrassero sull’aspetto totalmente irrazionale, istintivo dell’amore: l’Amore Sacro, l’Amore Sesso, l’Amore Potere e l’Amore Colpa. Ora questo sarebbe un po’ lungo da raccontare nei dettagli…magari un’altra volta!</p>



<p><strong>E certamente lo faremo</strong><br>Queste “fasi” dell’amore mi parlavano di una zona profondamente irrazionale, quasi disumana del sentimento amoroso. Ho elaborato una struttura di brani da concerto, con commissioni di nuovi brani a compositori e con musiche antiche fino al Medioevo, che rispecchiassero queste fasi. Ma sentivo che non era sufficiente; avevo bisogno di una guida, di qualcuno che mi aiutasse a orientarmi in questo discorso.</p>



<p><strong>Così è arrivato Camilleri</strong><br>Poter conoscere Andrea Camilleri era allora solo un sogno, poterci lavorare insieme era vicino al delirio. Ho finito per fare entrambe le cose, e non potrò dimenticarlo mai.</p>



<p><strong>Come mai proprio Andrea Camilleri?</strong><br>Non poteva essere nessun altro. Vedevo i suoi interventi in cui parlava con una forza che mi scuoteva nel profondo. E questa forza si mischiava a un’ironia che era sintomo di una grande intelligenza, a un’umanità frutto di una profonda cultura…insomma, sentivo che era il momento giusto per cercare di conoscere Andrea Camilleri, è stata un’intuizione, una grande speranza.</p>



<p><strong>Cosa ti ha colpito del vostro incontro?</strong><br>Passare un pomeriggio con un grande scrittore cieco di novantatré anni a parlare d’amore è stata un’esperienza che porterò sempre con me. Porterò sempre con me Andrea Camilleri, soprattutto la profondità del suo rispetto per chiunque, per chi gli sedeva vicino, familiare o sconosciuto, parente o estraneo, coetaneo o con l’età di un suo possibile nipote. L’approccio umano e artistico che hanno quelli che mio padre chiama “i veri Grandi”. Con profonda emozione ho ricevuto la telefonata di Mariolina (una delle tre figlie di Camilleri) che da parte del Maestro mi invitava a conoscerlo nella sua abitazione. Sono entrato nella sua stanza, era seduto alla scrivania e mi aspettava. Quando mi ha sentito entrare, ha teso la mano nell’aria come a stringermela con un gesto energico, forte e accogliente.</p>



<p><strong>Le prime parole che ti ha rivolto quali sono state?</strong><br>“Allora, come posso aiutarla?”. Da lì è cominciata la nostra conversazione. Avremmo dovuto rivederci più avanti per registrare diverse sue letture di testi. “Dammi il tempo di finire il progetto su cui sto lavorando e di studiare per questo” &#8211; a più di 90 anni Camilleri era impegnato più di me (ride) -. Purtroppo quel primo incontro è stato anche l’ultimo, il Maestro è venuto a mancare poco dopo. Ma di quel pomeriggio serbo una registrazione preziosa, che è il cuore vivo del progetto sull’amore.</p>



<p><strong>In che modo questa registrazione inedita di Camilleri farà parte del concerto?</strong><br>Insieme a un mio caro compagno di avventure e splendido compositore Paolo Aralla, abbiamo selezionato e ritagliato degli estratti da quella registrazione. Aralla ha elaborato con l’elettronica le frequenze di quella registrazione, costruendo un incontro tra la voce di Camilleri e l’elaborazione musicale. In questo modo gli interventi di Camilleri faranno da guida nel concerto, intervallandosi con i brani per violoncello solo del programma. Il concerto è già stato programmato in diverse associazioni, che ringrazio sinceramente, ma aspetto che la situazione generale sia più definita per dare notizie concrete e ufficiali.</p>



<p><strong>Potremo dunque ascoltare nuovamente le parole di Andrea Camilleri anche se lui non è più con noi?</strong><br>Esattamente. Sono felice di questa possibilità per me e per chiunque fosse affezionato al Maestro Camilleri.</p>



<p><strong>Raccontaci del programma.</strong><br>Innanzitutto il programma sarà misto, dal Medioevo al Romanticismo, dalle canzoni antiche e moderne alla contemporaneità. Un vero percorso in più di mille anni di storia. E poi, ho una fiducia incrollabile nella musica, nei compositori, ma soprattutto nel pubblico.</p>



<p><strong>Ma chi è il pubblico?</strong><br>Il pubblico siamo noi! Il pubblico è ognuno di noi. L’abbonato è una persona – e non un biglietto pagato, una sedia occupata o due mani che possibilmente applaudono – che ha la forza e la determinazione di passare una serata ad ascoltare un concerto. Ti sembra poco?</p>



<p><strong>Decisamente no, soprattutto in questa fase storica.</strong><br>In un periodo culturale frenetico, in cui la televisione (i “social” per i più giovani) ha lo strapotere sulla comunicazione e sicuramente i concerti non sono al centro della vita culturale della società, in un momento in cui una larga disponibilità economica non è affatto scontata per le persone comuni, anzi semmai il contrario. In questo momento storico così difficile (per non parlare dell’emergenza sanitaria) una persona è disposta a uscire di casa magari dopo una giornata di lavoro o con la pioggia e il freddo o con cose in sospeso da fare, per spostarsi, pagare di tasca sua un biglietto o un abbonamento, e stare poi seduta un’ora e mezza in silenzio ad ascoltare della musica. E io dovrei cercare la strada più immediata per dare un’esibizione (e già questo termine non mi convince affatto) che possa incontrare un facile, superficiale quanto momentaneo consenso per me e una generica soddisfazione per quella persona? Non credo possa essere questo il momento musicale.</p>



<p><strong>Qual è?</strong><br>La musica è il momento del più profondo rispetto; anche nelle difficoltà, nelle incomprensioni. È il momento in cui l’altro ci dà fiducia e ci guarda per chi siamo, e nel farlo guarda anche se stesso. Si potrà essere sempre d’accordo? No, è normale. Ci si incontra, ci si confronta. Ma la fiducia e il rispetto tra chi suona e chi ascolta apre la strada a qualcosa di ben più profondo della semplice spettacolarizzazione dell’evento musicale, dell’affermazione personale, della pura spensieratezza da entrambi i lati. Se nel suonare hai portato te stesso e chi ti ascolta lo ha visto e ci si è posto accanto, allora c’è la sottile ma concreta possibilità che alla fine del concerto abbiate scambiato qualcosa di molto più concreto e forte, che tu e quella persona in quell’ora e mezza siate cresciuti insieme.</p>



<p><strong>Cosa porti con te quando suoni?</strong><br>I miei Maestri, tutti. Gli sono molto grato. Gli incontri che ho fatto, le letture, le riflessioni e le conversazioni. Il percorso di vita, sicuramente tutte le difficoltà e perché no anche quelle sicurezze che si sono trovate nel tempo. E ovviamente la vita privata. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/03/24/angelici-michele-marco-rossi-intelletto-amore-e-altre-bugie/">Michele Marco Rossi: Intelletto d’amore (e altre bugie)</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>I numeri di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2020 09:16:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Tè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È questo certamente l&#8217;anno dei numeri seguiti giornalmente con il fiato sospeso. Numeri condivisi così come lo sono il 24, 25, 26 e possiamo aggiungere 31, 1, 6 che facilmente si prestano come secondo addendo alla somma del Natale. Quelli che seguono sono numeri e calcoli del mio, come di ognuno,&#160;personale quaderno a quadretti. I primi che ho segnato &#8211; facendo qualche macchia, c’era il pennino, c’era l’inchiostro – erano 6&#8230;</p>
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<p>È questo certamente l&#8217;anno dei numeri seguiti giornalmente con il fiato sospeso. Numeri condivisi così come lo sono il 24, 25, 26 e possiamo aggiungere 31, 1, 6 che facilmente si prestano come secondo addendo alla somma del Natale. Quelli che seguono sono numeri e calcoli del mio, come di ognuno,&nbsp;personale quaderno a quadretti.</p>



<p>I primi che ho segnato &#8211; facendo qualche macchia, c’era il pennino, c’era l’inchiostro – erano 6 + 1 =7 (brava disse suor Carolina) 2 Mamma e Papà, 4 le mie sorelle e io, 1 Nonna. La casa si riscaldava con la stufa a legna e i bracieri e Nonna preparava le pastinache. Sotto il piatto di Papà c’era la mia letterina, copiata dalla lavagna, e Papà faceva le facce della sorpresa che gli riuscivano proprio bene perché si era allenato per molti anni con le letterine delle sorelle più grandi. </p>



<p>Poi sulla tavola sparecchiata dai dolci dai nomi appiccicosi di miele e cannella, turdilli, scalidde, pignolata che la novità forestiera del panettone sarebbe arrivata anni dopo con la moglie milanese di zio Marino, si apparecchiava la tombola con zii e prozii, cuginetti, parenti di I, II, III, IV e via di seguito grado. Zio Umberto che era cassiere della Banca di Napoli distribuiva a noi bambini mazzette di banconote di 1 lira tenute insieme dall’elastico.</p>



<p>Poi suor Carolina ci insegnò le sottrazioni, 7-1 = 6, anche allora mi mise Brava, con la penna rossa, ma io lo&nbsp;cancellai, non ero stata tanto brava da impedire a Nonna di mettere quel segno – fra lei e noi.</p>



<p>E fu la volta delle moltiplicazioni che erano molto più allegre. Quella volta non fu suor Carolina ad insegnarmele. Avevo incontrato un maestro molto più attraente e interessante. Insieme avevamo inventato anche un’operazione nuova, interscambiabile, 2 in 1 oppure 1 in 2 e vicino ci avevamo messo il segno dell’infinito perché eravamo giovani e credevamo che il tempo dell’amore non avesse fine. Cominciammo a moltiplicare e non fummo più 2 in 1, ma 8. L’ 8, credetemi, è un numero esponenziale per una tavolata natalizia, può diventare 15, 20, 24 e fermarsi solo quando un’altra sedia non riesci proprio più a incastrarla intorno a quella tavolata.</p>



<p>Poi fu questione di numeri di anni e addirittura di cambio di millennio che portarono a divisioni, i dividendi erano diventati troppo grossi, bisognava inserire dei divisori, tanti quanti i vari nuclei familiari di parenti e amici. A noi come risultato uscì 18 che apriva una parentesi (+ 1, confermato da un potente abbaiare) e su quello ci attestammo per molti anni.</p>



<p>Il 23 assurse a rango di data natalizia&nbsp;per essere il primo giorno buono per gli arrivi. Dall’Italia e dall’estero, in aereo treno auto, i figli dispersi durante l’arco dell’anno approdavano alla casa natia ognuno con il suo numero, 2, 5, 1, 3 per mescolarli e sommarli in spericolate addizioni.</p>



<p>Io la sera, a letto, sfinita e appagata, contavo sulle dita delle mani, ogni dito un numero, e poi quando le mie dita finivano aggiungevo quelle delle sue mani. Le intrecciavamo 11, 12, 15, 18 con l’avanzo di due… Chissà, forse il prossimo Natale, forse un nuovo incontro, forse una nuova cicogna…Bravi, 10+ sottolineava in rosso suor Carolina che insegnava a fare le addizioni e dopo le addizioni ci esercitiamo con le sottrazioni, diceva. E sottraemmo 18- 1= 17, ma Natale è tempo di miracoli, di nascita. Via quel segno &#8211; aggiungiamo + Francesco 17+ 1 e siamo di nuovo 18. Abbiamo fatto anche la prova. Esatto, alle somme non interessano le carte d&#8217;identità degli addendi.&nbsp;</p>



<p>Io la sera, a letto, più sfinita di una volta e meno appagata conto sulle dita delle mani e quando arrivo a 10 riprendo dal mio mignolo, 11, 12, 15…</p>



<p>E quest’anno? Quest’anno i calcoli ha deciso, nostro malgrado, di farli qualcun altro. Se pure con una certa fatica avrei continuato volentieri a farli io. Avrei messo diligentemente i numeri in colonna, man mano che un aereo o un treno o un’auto me li avesse consegnati. Ho segnato in capo al foglio a quadretti 1 e poi timidamente ho aggiunto +, ma forse avrei fatto meglio a mettere X.</p>



<p>Devo chiedere a suor Carolina come si svolgono le espressioni con l’incognita. L’aritmetica non&nbsp;mi&nbsp;è mai piaciuta molto, preferivo le fiabe e le poesie, ma per passare in seconda, dice suor Carolina, devi per forza imparare a fare tutti i calcoli.</p>



<p><strong>Patologia</strong> tendenza verso lievi forme di discalculia (prevedo molto traffico su Wikipedia)<br><strong>Terapia</strong> tè di Natale naturalmente, va bene qualsiasi marchio, sono tutti buoni, tutti profumati di cannella e poi un libro che è un quaderno, <strong>I quaderni di Barbara</strong> &#8211; Andersen &#8211; Il mondo dell&#8217;infanzia per ritrovare o scoprire il vecchio quaderno dalla copertina nera e le poesie da imparare a memoria. </p>
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