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	<title>Bettini Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Bettini Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Chi è in confusione?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 10:00:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ex Capogruppo del PD in Senato, Marcucci, leader dell&#8217;anima &#8220;liberale&#8221; del PD, (ex?) renziano di ferro, dice che i &#8220;5S sono in confusione&#8221; e che questo &#8220;rende difficile il dialogo con loro&#8221;. Ricapitolando: il M5S ha piazzato due assessori nella Giunta regionale del Lazio (Zingaretti), disinnescando così la candidatura dell&#8217;ex segretario del PD a Sindaco di Roma (non ci si può dividere sul Campidoglio e rimanere insieme a guidare la&#8230;</p>
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<p>L&#8217;ex Capogruppo del PD in Senato, Marcucci, leader dell&#8217;anima &#8220;liberale&#8221; del PD, (ex?) renziano di ferro, dice che i &#8220;5S sono in confusione&#8221; e che questo &#8220;rende difficile il dialogo con loro&#8221;.</p>



<p>Ricapitolando: il M5S ha piazzato due assessori nella Giunta regionale del Lazio (Zingaretti), disinnescando così la candidatura dell&#8217;ex segretario del PD a Sindaco di Roma (non ci si può dividere sul Campidoglio e rimanere insieme a guidare la Regione); ha messo Conte leader e Casaleggio alle corde archiviando il regno della sua &#8220;piattaforma Rousseau&#8221;; ha mantenuto tutti i ministri, compresi alcuni inguardabili, nel Governo Draghi; ha rispolverato e rilanciato la disastrosa Raggi che, stando ai sondaggi, va dritta al ballottaggio vanificando il corteggiamento di Letta (che, nonostante tutte queste amenità, continua a vedere solo &#8220;il patto strategico con il M5S e con Conte&#8221;). E questi sarebbero in confusione? Pensate cosa farebbero se fossero lucidi!</p>



<p>Ma quando la smettono dalle parti del Nazareno di considerare gli altri sempre o dei deficienti o degli incapaci o dei soggetti pericolosi? Che piaccia o no il M5S ha messo il PD alle corde nelle ultime settimane e, adesso, Letta sposta tutto &#8220;ai ballottaggi&#8221; e invece di puntare a Roma su Calenda, facendo capire ai grillini che un&#8217;alternativa al populismo sinistrorso c&#8217;è, lancia Gualtieri, chiudendosi nel fortino delle antiche certezze dei vari Bettini, Morassut, D&#8217;Alema.</p>



<p>Spero proprio che Calenda non si ritiri e che finisca questo perenne ricatto secondo cui, così facendo, &#8220;si fa un regalo alla destra&#8221; (quanti regali alla destra &#8211; storicamente &#8211; hanno fatto i tragici errori della sinistra?).</p>



<p>Se solo il PD riscoprisse un minimo dello &#8220;spirito&#8221; che ne ha determinato la nascita capirebbe che la via per battere la destra nazionalista e sovranista non è quella di assecondare il populismo o la sinistra d&#8217;antan fondandola sull&#8217;assistenzialismo e sullo statalismo (nel giro di un paio d&#8217;anni il nodo del debito pubblico tornerà a gravare sul Paese), ma basandola su un patto tra i produttori che liberi le energie delle imprese, del lavoro autonomo, delle professioni, represse da un sistema soffocante. </p>



<p>Ma quando capiranno i &#8220;capi&#8221; del PD che il lavoro non lo crea la politica, che bisogna combattere la povertà e non la ricchezza, che la &#8220;giustizia giusta&#8221; non tollera né giustizialismi né violazioni del rispetto del principio di presunzione d&#8217;innocenza, che la svolta green dell&#8217;economia è incompatibile con le battaglie del M5S e di parte del PD stesso e della sinistra contro eolico, solare termico, gasdotti, ecc., che la rivoluzione digitale esige la diffusione del 5G, che la scuola è fatta per gli alunni/studenti e non per gli insegnanti, che il merito è la condizione perché la PA produca servizi di qualità? </p>



<p>Queste battaglie non si possono fare con il M5S che è tutto un trionfo di &#8220;decrescita (in)felice&#8221;, appiattimento, assistenzialismo, immobilismo. Certo, senza il M5S e una sinistra costretta nei suoi vecchi recinti mentali, che non sa vedere chi sono i veri impoveriti dalla crisi finanziaria prima e dal Covid dopo, si può anche perdere la competizione contro questa destra. Ma non è proprio la storia del PCI che ci dimostra che anche dall&#8217;opposizione si può concorrere al Governo del Paese? </p>



<p>Prima, però, di dare per scontato che un&#8217;aggregazione diversa da quella con M5S e sinistra sia perdente per definizione, guardiamoci intorno. Sarebbe stata possibile l&#8217;esplosione dei Verdi in Germania se l&#8217;SPD si fosse alleata a sinistra con la LINKE invece che accettare la &#8220;grossa coalizione&#8221; con la CDU? </p>



<p>E Macron in Francia non è forse la risposta alla scomparsa del Partito Socialista e della profonda crisi della destra gollista? E credete che sia davvero possibile liquidare solo come pericoloso il successo a Madrid della popolare Ayuso senza riflettere sull&#8217; altrettanto inaccettabile, perché evanescente e populista, parabola di Podemos che adesso mette in difficoltà un PSOE che, pure, è molto più riformista del PD (si guardi solo a come ha gestito la finanza pubblica in questi anni)?</p>



<p>L&#8217;Italia ha bisogno di una proposta innovatrice e riformatrice. Di scomporre destra e sinistra e di una coalizione fondata su un diverso blocco sociale che veda al centro il ceto medio impoverito, riconverta i disoccupati con politiche attive del lavoro efficaci e non con meri sussidi (si riparta da Biagi ed Ichino), incoraggi gli investimenti privati produttivi. Occorre avere il cuore a sinistra e il volante (cioè il cervello) al centro. Solo così sconfiggeremo la destra, riformeremo l&#8217;Italia e davvero potremo dire di aver saputo coniugare le due eterne parole del progresso: Libertà e Giustizia sociale.</p>
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		<title>Conte, se è leader e uomo delle Istituzioni, garantisca a Draghi il SI del M5S e agevoli il lavoro di Mattarella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2021 08:35:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ora basta. Uno non vale uno. Per raggiungere il valore di Mario Draghi non basta la mediocre storia di tutti i parlamentari grillini sommati insieme. Il presidente della Repubblica, lo stesso Mattarella che il ministro Di Maio, mentre solidarizzava con i gilet gialli, voleva mettere in stato di accusa, ha convocato il più prestigioso e stimato italiano al mondo per porre riparo ai danni che l’incompetenza e l’antipolitica hanno procurato&#8230;</p>
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<p>Ora basta. Uno non vale uno. Per raggiungere il valore di Mario Draghi non basta la mediocre storia di tutti i parlamentari grillini sommati insieme. Il presidente della Repubblica, lo stesso Mattarella che il ministro Di Maio, mentre solidarizzava con i gilet gialli, voleva mettere in stato di accusa, ha convocato il più prestigioso e stimato italiano al mondo per porre riparo ai danni che l’incompetenza e l’antipolitica hanno procurato in questi anni al Paese. Per tutta risposta, mentre Mario Draghi accetta di mettersi al servizio dell’Italia, ci tocca assistere alle bizze di un gruppo di disorientati parlamentari, senza arte né parte, privi di passato e senza futuro, intenti solo a salvaguardare il proprio miracoloso stipendio.</p>



<p>Giuseppe Conte dimostri per una volta di meritare l’irripetibile privilegio regalatogli dalla sorte di guidare questa Nazione: abbandoni il fortino in cui si è rinchiuso, faccia un passo indietro e chieda ai senatori e ai deputati del Movimento Cinque Stelle di avere riguardo per il Presidente della Repubblica, di riconoscere il presidente del Consiglio incaricato, di portare rispetto all’Italia e agli italiani. Dimostri di essere diventato un uomo delle Istituzioni dopo quasi tre anni a Palazzo Chigi.</p>



<p>E il Partito Democratico rammenti che storia e che tradizione ha l’onere e l’onore di rappresentare. Nelle ore in cui i partiti politici italiani dimostrano tutta la propria debolezza, ricordi almeno di rappresentare gli eredi di De Gasperi e Togliatti, di Moro e Berlinguer, non di Casaleggio e Grillo. La facciano finita con la missione di voler trasformare il M5S da movimento anti sistema in partito democratico europeista. Ma stanno ascoltando, Bettini e Zingaretti, Orlando e Franceschini, le dichiarazioni di Grillo e Di Battista, di Crimi e Di Maio? Stanno osservando l’atteggiamento di Conte? Siamo oltre i limiti della decenza.</p>



<p>Venga accolto l’appello di Sergio Mattarella, le ragioni che lo hanno indotto a chiamare Draghi, dopo aver concesso ogni opportunità di andare avanti a Conte e alla sua sbrindellata maggioranza. Se al Quirinale ci fosse stato Napolitano li avrebbe già presi tutti a pedate (istituzionali, ma pedate). Non sono riusciti a raccattare dieci senatori, figurarsi se possono gestire 210 miliardi di fondi comunitari. Sarebbe stato utile e importante andare al voto solo per liberarsi della più miserabile rappresentanza parlamentare della storia repubblicana. Purtroppo non è possibile farlo, per le ragioni evidenziate da Sergio Mattarella.</p>



<p>Il Paese ha bisogno di un governo di donne e uomini competenti, capaci, dotati di esperienza e senso dello Stato. Si ponga subito fine a questa umiliante messinscena. Lo faccia Conte, stamani mattina. Al netto di sterili calcoli elettoralistici basati su sondaggi che già domani saranno carta straccia. Lo faccia in diretta Facebook, passeggiando per via del Corso, affacciato alla finestra di Palazzo Chigi, ma lo faccia. Dimostri di essere un leader, se lo è, prenda l’iniziativa e spenga il volume a questa banda di irresponsabili. Come Biden ha chiesto e ottenuto da Trump di fermare l’assalto al Campidoglio, Conte fermi l’assalto alle Istituzioni repubblicane dei suoi seguaci.</p>



<p>Solo così, telefonando a Draghi e garantendo un rapido e ordinato passaggio di consegne, potrà guadagnarsi il diritto a recitare ancora in futuro una parte da protagonista nella vita politica e istituzionale del Paese. Il suo assordante e complice silenzio non può essere più ammesso. Per questo giro ha perso. Esca di scena con dignità e onore. Ora tocca a Mario Draghi. Per il bene dell’Italia.</p>
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		<title>La sindrome di Stoccolma del PD e l’esigenza di un nuovo partito riformista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 12:52:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le regioni ricorrono al Tar contro il Governo. Le famiglie ricorrono al Tar contro le regioni. Il Governo ricorre al Consiglio di Stato contro le regioni che ricorrono al Tar. Un Paese scollato, avvitato, in perenne conflitto, in cui è venuta meno la fiducia nelle Istituzioni e nella comunità. Sono venuti meno i punti di riferimento, le certezze, il riconoscimento e il rispetto delle competenze, in una strisciante crisi di&#8230;</p>
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<p>Le regioni ricorrono al Tar contro il Governo. Le famiglie ricorrono al Tar contro le regioni. Il Governo ricorre al Consiglio di Stato contro le regioni che ricorrono al Tar. Un Paese scollato, avvitato, in perenne conflitto, in cui è venuta meno la fiducia nelle Istituzioni e nella comunità. Sono venuti meno i punti di riferimento, le certezze, il riconoscimento e il rispetto delle competenze, in una strisciante crisi di valori innescata da questo governo ma che affonda le proprie radici nelle riforme mancate o mal realizzate negli ultimi trent’anni. La riforma del 2016 avrebbe di molto migliorato il quadro ma è stata usata per combattere una battaglia personale, tanto da chi l’ha proposta quanto da chi l’ha bocciata. L’ennesima occasione mancata. Forse la più importante degli ultimi decenni.</p>



<p>I contrasti tra regioni e Governo non possono essere ricondotti a una banale quanto irresponsabile guerriglia politica tra i governatori di centrodestra e il governo giallo-rosso. L’impressione netta che si ricava da questo ricorrere continuo di tutti contro tutti è che il Governo non è mai stato capace di trasmettere fiducia e sicurezza. In ultimo, la confusione creata intorno ai criteri per determinare il colore delle regioni e l’assenza di un piano trasparente per le vaccinazioni ha generato un clima di sospetto e smarrimento tanto diffuso da coinvolgere ormai anche i giovanissimi.</p>



<p>E infatti il fallimento di questo Esecutivo si misura in modo particolare nella disfatta delle politiche per la scuola. Quella che doveva essere LA priorità, già da marzo 2020, è divenuta la Caporetto del Paese. La stessa ministra della Pubblica Istruzione ha parlato di fallimento della didattica a distanza. L’Italia pagherà per anni e forse per decenni la superficialità con cui il Conte due ha gestito l’istruzione durante la pandemia da Covid-19.</p>



<p>Per tutto questo risulta davvero incomprensibile la sindrome di Stoccolma che ha colpito il Partito Democratico, ispirato da Bettini, ormai prigioniero del M5S ma, soprattutto, di Giuseppe Conte. Pur di andare contro Matteo Renzi, che nella sua vita politica ne ha combinate più di Bertoldo ma che alla maggioranza &#8211; questa volta &#8211; ha posto problemi reali e cogenti, è stato trasformato l’attuale capo del Governo nell’unto del Signore, nel predestinato, insostituibile. Il perfetto contrario di quanto ha sempre praticato il PD, unico partito italiano di matrice non padronale, non personale, realmente scalabile.</p>



<p>La scena dei due senatori che hanno avuto la viltà di palesarsi soltanto a tempo scaduto, dopo che si era malamente chiusa anche la seconda chiama sulla fiducia al Conte bis, è una delle pagine più meste degli ultimi lustri della Repubblica.</p>



<p>Non si governa a qualunque costo, non si governa restando sotto scacco di un manipolo di senatori disperati, senza arte né parte. Non si governa il Paese con un movimento né con un premier che pur di restare al comando è disponibile a scendere a patti pure con Mastella e Ciampolillo.</p>



<p>Tra le elezioni, di fronte alle quali bisogna sempre porsi con rispetto, perché rappresentano comunque il volere dei cittadini, e l’arrocco al Conte la Qualunque ci sono diverse alternative che c’è il dovere di vagliare in modo responsabile, per consentire all’Italia di affrontare con dignità le sfide dei prossimi mesi.</p>



<p>Questo potrebbe altrimenti rappresentare davvero l’ultimo atto del PD, nato con Romano Prodi per unire i riformisti italiani e finito per federare, con Bettini e Di Maio, i demogrillini, che alla libertà preferiscono il dogma, alla competenza l’uniformità, allo sviluppo il sussidio, alla competizione l’inciucio di palazzo. Sempre di più al ribasso. La sua attuale dirigenza ha il dovere di rispettare la tradizione liberal-democratica che ha animato la creazione del Partito Democratico italiano. Ne va della dignità di una comunità.</p>



<p>L’alternativa è di rinunciare definitivamente alla propria missione fondante, abdicare alla propria vocazione maggioritaria che nulla c’entra con la richiesta di ottenere la maggioranza assoluta dei voti per poter governare da soli. Queste aspirazioni, queste richieste, nella storia antica e recente, sono appartenute ad altre tradizioni. Meno liberali e meno democratiche. Né tantomeno si combinano con la legge elettorale proporzionale, la più distante da quel Mattarellum che ha garantito governabilità e alternanza delle contrapposte coalizioni al governo del Paese.</p>



<p>L’alternativa è di abbandonare il PD all’irrilevanza culturale e politica cui verrà condotto dalla nascita del partito di Conte, già battezzato Italia 23, e costituire &#8211; come ha proposto uno dei nostri più apprezzati autori, Alessandro Maran &#8211; un partito riformista alternativo ai sovranisti e ai demogrillini, con un appello ad andare oltre le piccole identità e gli inutili personalismi. “In fondo &#8211; ha scritto Maran &#8211; uno statista supera il test cruciale della leadership (il criterio di Mosè) quando sposta la sua società da un ambiente che gli è familiare a un mondo che non ha mai conosciuto”. Quello, aggiungiamo noi, dei veri riformisti democratici e liberali.</p>
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		<title>Attendiamo il rimpasto. Non come la sentinella l’aurora, ma come a tavola il menù del giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 13:02:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I due giorni di dibattito parlamentare sulla fiducia al governo Conte 2 hanno occupato le cronache italiane, aperto interrogativi e, probabilmente, fornito poche risposte utili agli italiani per affrontare i prossimi mesi. Qualcuno ha provato ad argomentare che tutto ciò non rappresenti il Paese e le sue emergenze, ma niente è più reale delle forme in cui la democrazia manifesta il proprio stato. I discorsi parlamentari ascoltati, le repliche e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/20/cuzzocrea-attendiamo-il-rimpasto-come-a-tavola-il-menu-del-giorno/">Attendiamo il rimpasto. Non come la sentinella l’aurora, ma come a tavola il menù del giorno</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>I due giorni di dibattito parlamentare sulla fiducia al governo Conte 2 hanno occupato le cronache italiane, aperto interrogativi e, probabilmente, fornito poche risposte utili agli italiani per affrontare i prossimi mesi. Qualcuno ha provato ad argomentare che tutto ciò non rappresenti il Paese e le sue emergenze, ma niente è più reale delle forme in cui la democrazia manifesta il proprio stato.</p>



<p>I discorsi parlamentari ascoltati, le repliche e le dichiarazioni di voto, si sono susseguite in una ritualità a cui siamo abituati da decenni. Chi siede in Parlamento, oggi come nelle legislature precedenti, rappresenta lo “stato della Nazione”. Cambiamo leggi elettorali, modifichiamo collegi, inventiamo nomi nuovi per partiti vecchi, il risultato è sempre lo stesso: una rappresentazione del popolo e una classe dirigente diretta espressione, nel bene e nel male, dei proprietari della sovranità.</p>



<p>Le tre grandi novità politiche degli ultimi 30 anni, negli ultimi giorni hanno probabilmente perso l’identità che le contraddistingueva, segnando un passaggio verso un futuro pieno di interrogativi.</p>



<p>Forza Italia ha sancito la sua marginalità, abbandonando per irrilevanza il ruolo di argine alla prevalenza di sovranisti e nazionalisti nel centrodestra italiano. Dimostrazione evidente sono state le continue voci sulla fuga verso i lidi governativi di onorevoli e deputati, espresse in maniera solenne e simbolica dalla fiducia al governo di due esponenti rappresentativi degli ultimi anni, Polverini alla Camera e Rossi al Senato. Archiviata la promessa rivoluzione liberale, restano le dichiarazioni alla stampa di Tajani, che con i suoi categorici “è fuori da Forza Italia” faceva sorridere chi vede il partito berlusconiano incalzato nei consensi da Azione di Calenda.</p>



<p>Il Partito Democratico ha definitivamente abbandonato la propria vocazione maggioritaria. Nonostante le ragioni che hanno portato alla sua nascita siano ancora attuali e reali (come ha detto l’ex segretario Fassino in una recente intervista su queste pagine), non è più attuale il modo in cui la sua leadership eserciti l’aspirazione alla realizzazione di tali ragioni. In un’immagine continua di incapacità di dettare i temi e i tempi dell’agenda politica, in un continuo inseguire altri, l’adesione alla nuova legge elettorale proporzionale promessa da Conte segna la fine della capacità del Pd di guidare il cambiamento in Italia. </p>



<p>Unita con la riduzione dei seggi parlamentari, probabilmente, consentirà a Bersani ed altri di rientrare nel Pd che verrà. Il rischio è che non rientri l’elettorato che ha visto nel percorso dall’Ulivo al Pd la possibilità di modernizzare l’Italia. La sensazione è che gli elettori “nativi democratici” non siano in grado di definire una propria identità politica, perché lontani dagli schemi novecenteschi con cui Bettini e Zingaretti governano il partito e ne determinano il futuro. Nella vittoria di ieri rischia di annidarsi la sconfitta di domani.</p>



<p>Il Movimento 5 Stelle ha completato il suo itinerario di omologazione. Governo da soli, governo con la Lega, governo con il Pd, governo con chi ci sta. Partiti da no euro, no vax, no xylella, gilet gialli, impeachment a Mattarella, nella scatoletta di tonno ci sono finiti loro e stanno trascinando anche noi.</p>



<p>Ogni legislatura ha i suoi Ciampolillo, ogni crisi di governo ha i suoi protagonisti, impegnati in estenuanti – per “i cittadini a casa” se vogliamo usare la triste espressione del presidente Conte &#8211; acrobazie televisive. Attendiamo il rimpasto. Non come la sentinella l’aurora, ma come a tavola il menù del giorno.</p>
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		<title>Arrivano i responsabili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco De Fossis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jan 2021 18:07:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Arrivano i responsabilicon passo furtivo e plasticoli trovi nel Transatlanticosaranno veloci ed abili Arrivano i responsabiliCencelli risorge estaticoMastella il più carismaticoal Colle già accreditabili Arrivano i responsabilise Conte fa l’acrobaticoBettini fa il diplomaticonel Misto sono abbordabili Arrivano i responsabiliDi Maio lo vedo umbraticoSperanza sinallagmaticocampioni incommensurabili Arrivano i responsabiliio cerco, presto, un viaticomi sento meteoropaticoio non ce la faccio più</p>
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<p>Arrivano i responsabili<br>con passo furtivo e plastico<br>li trovi nel Transatlantico<br>saranno veloci ed abili</p>



<p>Arrivano i responsabili<br>Cencelli risorge estatico<br>Mastella il più carismatico<br>al Colle già accreditabili</p>



<p>Arrivano i responsabili<br>se Conte fa l’acrobatico<br>Bettini fa il diplomatico<br>nel Misto sono abbordabili</p>



<p>Arrivano i responsabili<br>Di Maio lo vedo umbratico<br>Speranza sinallagmatico<br>campioni incommensurabili</p>



<p>Arrivano i responsabili<br>io cerco, presto, un viatico<br>mi sento meteoropatico<br>io non ce la faccio più</p>
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		<title>Arturo Parisi: chi è preoccupato per la Repubblica e per la crescita del populismo non può che votare No. Io voto No</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/09/15/cuzzocrea-arturo-parisi-io-voto-no/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2020 13:03:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La storia delle riforme costituzionali in Italia ha fatto registrare una lunga serie di fallimenti. Tra qualche giorno potremo decidere sulla legge che riduce di oltre un terzo i parlamentari. Quali sono le sue impressioni sul dibattito che si è sviluppato?Se il quesito inscritto nella scheda di voto fosse leggibile come “volete voi ridurre il numero dei parlamentari?” se ne potrebbe e dovrebbe discutere. E per quel tanto che si&#8230;</p>
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<p><strong>La storia delle riforme costituzionali in Italia ha fatto registrare una lunga serie di fallimenti. Tra qualche giorno potremo decidere sulla legge che riduce di oltre un terzo i parlamentari. Quali sono le sue impressioni sul dibattito che si è sviluppato?</strong><br>Se il quesito inscritto nella scheda di voto fosse leggibile come “volete voi ridurre il numero dei parlamentari?” se ne potrebbe e dovrebbe discutere. E per quel tanto che si è discusso credendo che il quesito sia questo, dal dibattito ho avuto anche io motivi per riflettere e occasioni per imparare. Ma poiché il quesito al quale dobbiamo dare risposta non riguarda quali riforme noi vorremmo fare ma se confermiamo la proposta, imposta e celebrata dai 5S, non a caso, come “taglio delle poltrone”, consentitemi di ritenere fuori dal tempo ogni dibattito che si illuda di potere entrare nel merito. Non è il caso di perdersi in oziose comparazioni tra i costi e il numero di parlamentari rispetto alla popolazione dei diversi Paesi, suscettibili ognuna di obiezioni e contro obiezioni.</p>



<p><strong>Su cosa saremo chiamati a decidere?</strong><br>Tutti i referendum sono giudizi su precise iniziative politiche ognuna con una propria premessa politica e un obiettivo anch’esso politico. Ancor di più i referendum confermativi, che chiedono un voto di conferma su decisioni già prese dal Parlamento. Esattamente come quello presente. A meno che qualcuno non si senta di sostenere che la legge sottoposta a conferma è stata l’anno scorso trasfigurata dalla conversione in soli pochi giorni del Pd da tre No ad un Sì, per corrispondere alla prima condizione posta dai 5S al partito perché potesse sostituire nel governo la Lega che ne era di sua volontà da poco uscita, il referendum è, ripeto, nient’altro che un voto di conferma sulla iniziativa concordata dai 5S con la Lega nel famoso contratto di governo della primavera del 2018 e proposta, imposta e celebrata come “taglio delle poltrone”.</p>



<p><strong>Democrazia diretta vs democrazia pluralistica?</strong><br>Si tratta di una iniziativa che nasce come parte di un disegno più ampio, diretto a ridimensionare ulteriormente il ruolo del Parlamento e dei parlamentari in nome della democrazia diretta in contrapposizione ad una democrazia pluralistica fondata su un sistema di pesi e contrappesi garanti della libertà, dentro il quale la funzione del Parlamento è chiamata ad essere tanto forte quanto forti sono le altre istituzioni del sistema a cominciare dal Governo. Il disegno era stato affidato per la sua realizzazione non a caso al Ministro per la Democrazia diretta, e dentro di esso il taglio delle poltrone era solo una parte, essendo associato strettamente nella ispirazione alla introduzione del vincolo di mandato e del referendum propositivo. Un disegno diretto a trasferire il più possibile la funzione legislativa su soggetti esterni al Parlamento.</p>



<p><strong>Sarà un voto importante perciò quello di domenica 20 settembre</strong><br>La scelta di domenica, a mio parere, è tra una idea di democrazia fondata su un generico popolo titolare unico della pretesa d’imperio e sulla sua consultazione attraverso strutture extra-istituzionali, e un’altra idea di democrazia fondata su un pluralismo delle istituzioni al cui interno il Parlamento ha un ruolo insostituibile. Chi è per la prima idea voti Sì. Chi è per la seconda voti No. Io voto No. Per l’ispirazione che guidava l’iniziativa sottoposta al voto di conferma, prima ancora che per la formulazione della legge costituzionale che di essa è figlia.</p>



<p><strong>La riduzione dei parlamentari, non accompagnata da altre modifiche, che impatto avrà sugli equilibri disegnati dalla Carta costituzionale?</strong><br>Bisognerebbe conoscere le altre modifiche che alla vigilia del voto vedo moltiplicarsi, spesso in contraddizione tra loro, per distrarre gli elettori dal cuore della scelta, con l’argomento che propone il SÌ come il primo passo di un ignoto cammino riformatore, e la vittoria del NO come l’abbandono di ogni proposito di riforma. Per quanto apparentemente banale, l’unica cosa sicura è la riduzione del numero di parlamentari, come al momento sembra, nominati, sulla scia del Porcellum, per così dire “dall’alto”, e quindi scelti più di prima in base alla fedeltà e più di prima controllabili da chi li ha scelti. E, inevitabilmente, in rappresentanza di circoscrizioni più ampie, meno visibili ai cittadini rappresentati. </p>



<p><strong>Come giudica la scelta di accorpare il referendum costituzionale con le elezioni amministrative?</strong><br>Quanto al contenuto della scelta dell’elettore votante, causa di confusione tra appelli e pressioni diverse. E, quanto al risultato, inevitabilmente distorto dal diverso tasso di votanti nelle situazioni dove si vota solo per il referendum, rispetto a quelle dove sono previste anche altre consultazioni. </p>



<p><strong>Gli argomenti principali di chi sostiene il Sì sono sempre stati il risparmio di spesa pubblica e la lotta alla casta. Valgono una riforma costituzionale?</strong><br>Diciamo che l’unico obiettivo dichiarato dai promotori è più brutalmente la riduzione dei membri di una casta di intermediari di scarsa o nulla utilità, il cui costo è comunque ingiustificato ma, loro direbbero, fortunatamente riducibile in proporzione al numero di poltrone che si riesce a tagliare. Più se ne tagliano e meglio è. I 5Stelle si sono limitati ad un, diciamo timido, taglio del 36,5%. Ma ho letto che un esponente autorevole, come nel Pd è Bettini, dichiara che più o meno la metà dei parlamentari “non fa nulla”. Come a dire che lui ne avrebbe tagliato tranquillamente un altro 13,5%. Il problema chiama quindi in causa la funzione del Parlamento e l’utilità dei parlamentari. La verità è che lo svuotamento dell&#8217;attività parlamentare e la marginalizzazione del Parlamento è in corso da tempo. È questo il tema che sta dietro il taglio di quei seggi che i 5S propongono agli elettori come poltrone per parassiti. Un tema del quale si può dire tutto fuorché non sia un tema di primissimo rilievo costituzionale. Il fatto è che su questo tema i 5S interpretano, cavalcano e alimentano una linea ahimè coerente anche se disastrosa che si va sviluppando nel tempo all’insegna della lotta alla “casta” e che alla fine travolgerà gli stessi proponenti. Sono gli altri che pian piano si sono a loro accodati che dovrebbero porsi le domande che ora vengono poste ai cittadini. Quello che è sicuro è che il vento che gonfia le vele dell’attesa vittoria del Sì all’insegna del “meno sono meno rubano”, non si accontenterà certo di questo modesto risultato. </p>



<p><strong>Tutti i partiti principali sono schierati per il Sì. Se la riforma passa chi festeggia?</strong><br>In teoria dovrebbero festeggiare tutti, visto il 97% dei parlamentari che hanno votato la riforma in Parlamento. Ma soprattutto i 5S, gli unici titolari dell’impresa che, inseguendo il populismo crescente di suo, hanno costretto tutti gli altri ad inseguirli. Ad eccezione naturalmente dei pochi coraggiosi che attorno alla Bonino non hanno avuto paura di andare contro la corrente. La verità è che se vince il Sì i primi che perdono sono i populisti, ormai dentro di loro in buona parte pentiti. Più di tutti destinati a perdere quella che loro giustamente chiamano “la poltrona”.</p>



<p><strong>E se prevale il No?</strong><br>Se vince il No perde il populismo. O almeno si apre uno spiraglio alla speranza in una partenza nuova. Se mi facessi guidare da sentimenti meschini e dalla indignazione contro il trasformismo di questo primo scorcio di legislatura meriterebbero che votassi Sì. Il modo più sicuro per lasciarli nella trappola nella quale si sono infilati di propria iniziativa, e quindi per liberarsi del maggior numero di loro. Chi invece è preoccupato per la Repubblica e per la crescita del populismo non può che votare No. Io voto No.</p>
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		<title>Referendum: povera Costituzione. Viva la Costituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2020 08:48:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A voler dare per buone le percentuali di voto che le maggiori società di sondaggio affidano ai principali partiti politici italiani, non ci dovrebbe essere partita: al referendum costituzionale del 20/21 settembre il SI dovrebbe stravincere, ottenendo l’84,7% di preferenze a favore della riduzione del numero dei parlamentari. A tanto ammonta infatti la somma dei voti che in questo momento vengono accreditati ai partiti che si sono schierati per mantenere&#8230;</p>
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<p>A voler dare per buone le percentuali di voto che le maggiori società di sondaggio affidano ai principali partiti politici italiani, non ci dovrebbe essere partita: al referendum costituzionale del 20/21 settembre il SI dovrebbe stravincere, ottenendo l’84,7% di preferenze a favore della riduzione del numero dei parlamentari. A tanto ammonta infatti la somma dei voti che in questo momento vengono accreditati ai partiti che si sono schierati per mantenere il taglio: Lega 27,4%; PD 20,2%; Fratelli d’Italia 14,7%; M5S 14,5%; Forza Italia 5,8%; Italexit di Paragone 2,1%. Totale 84,7.</p>



<p>Il fronte del NO, a seguire questo ragionamento, dovrebbe fermarsi all’8,5%, così distribuito: Azione di Calenda 3%; Articolo1/MDP 2,8%; +Europa 1,3%; I Verdi 1,4 %. Totale 8,5. </p>



<p>In mezzo c’è il 3,2% di Renzi che, essendosi fulminato una volta, nel 2016, preferisce non maneggiare più le fila sottili che muovono un referendum costituzionale. Sbaglia, ma anche questa non è una novità. Il residuo 3,6%, distribuito tra partiti e movimenti minori, non si è espresso.</p>



<p>A questo giro molto più di Renzi sbagliano il PD, la Lega, Forza Italia e in parte la Meloni. Fratelli d’Italia sbaglia solo parzialmente perché, pur dando l’impressione di non condividere il taglio, lo ha sostenuto in modo compatto nelle quattro letture parlamentari, votando sempre SI. La chiarezza di ciò che dice (che si può non condividere) e la coerenza con la quale ha portato avanti le sue battaglie sono state la principale ragione della prodigiosa crescita di FdI negli ultimi anni.</p>



<p>Renzi invece sbaglia perché il NI è un atteggiamento che nessuno può mai aspettarsi da uno come lui che ha scalato, lancia in resta, ops, lanciafiamme in mano, il Partito Democratico sino a realizzare per la prima e unica volta la vocazione maggioritaria, antico obiettivo dei fondatori, Prodi in testa. Dopo essersi rovinosamente infilato nel 2016 in una situazione lose-lose, oggi spera di avere in mano quella win-win: trarre un qualche vantaggio comunque finirà il risultato referendario. Povera Costituzione.</p>



<p>A perdere sarà Forza Italia, non tanto perché non sia stata protagonista in passato di episodi che hanno forzato la Costituzione e le Istituzioni quanto perché non ha saputo capitalizzare il lavoro di molti senatori e alcuni deputati che sono stati tra i primi a credere nella battaglia di libertà avviata dalla Fondazione Luigi Einaudi, che ha promosso la raccolta di firme tra i parlamentari per indire il referendum. Senatori e deputati che ancora oggi difendono il NO, anche senza la copertura del partito e dei gruppi parlamentari. Povera Costituzione.</p>



<p>La débâcle sarà comunque del Partito Democratico perché, come ha spiegato il saggio Guido Bodrato, se prevale il SI vince il M5S, se prevale il NO perde il PD. Bettini, Zingaretti e Orlando, in un abbraccio mortale con il M5S, stanno sempre più indietreggiando in un vicolo cieco, nel quale il Partito Democratico non meritava di essere condotto. A 21 giorni dalla consultazione il PD non ha ancora scelto l’indicazione di voto e in attesa della direzione lancia messaggi in parte disperati e a tratti minacciosi agli alleati di governo. Uno di questi contiene la peggiore tra le argomentazioni messe in campo per difendere il SI, dopo aver votato NO per tre passaggi parlamentari, durante il governo Conte I, quando il M5S era al governo con la Lega di Salvini e il PD era ancora il partito di Bibbiano: al Nazareno accettano cioè di votare una modifica della Costituzione, inutile e dannosa, populista e qualunquista, e in cambio chiedono non di votare in prima lettura, entro la data del referendum, un pacchetto di riforme della Costituzione che preveda ad esempio il superamento del bicameralismo perfetto, la trasformazione del Senato in camera delle amministrazioni locali, l’indicazione del presidente del Consiglio e la sfiducia costruttiva. No, per compensare una pesantissima riforma della Costituzione Repubblicana, chiedono di votare una legge ordinaria, la legge elettorale, che potrebbe essere cambiata altre due volte, volendolo, sino a fine legislatura, a maggioranza semplice. Povera Costituzione.</p>



<p>E siccome il destino ama farsi beffe della storia, ad esprimersi per il NI, come Renzi, c’è Gustavo Zagrebelsky, il più accanito oppositore, nel 2016, della riforma costituzionale fatta votare e difesa in modo arrogante e confuso proprio da Renzi. Povera Costituzione.</p>



<p>Da oggi ilcaffeonline inizierà a trattare tutti i temi che sono alla base della campagna referendaria, ascoltando chi si esprime per il SI e chi sostiene il NO. Lo faremo in modo completo ma parziale, senza nascondere cioè la nostra convinzione che la vittoria del SI sarebbe un grosso errore che pagherebbero le Istituzioni e i cittadini italiani, per le ragioni che esporremo nei prossimi giorni. Povera Costituzione.</p>



<p>Nessun partito passerà indenne questo referendum. Come si può capire vivendo il territorio o frequentando i social: i cittadini elettori più riflessivi e meno avvelenati dal clima di odio e rancore che è stato seminato a piene mani nella società e nelle Istituzioni negli ultimi anni dal M5S in modo particolare, voteranno NO. Molti elettori di Forza Italia e della Lega voteranno NO, sia per convinzione personale che per convenienza politica: è un’occasione straordinaria per far cadere il governo e andare al voto a febbraio. Il popolo del PD voterà NO, basta leggere i commenti su Facebook e Twitter ai post di Bonaccini e Zingaretti. La ribellione alle decisioni del gruppo dirigente del partito è chiara e forte. Per ultimo è arrivato il NO di Romano Prodi, la cui opinione nel PD ancora fa Cassazione: nessuno potrà più dire, come ha fatto Martina, che il taglio dei parlamentari fa parte del DNA del partito. Le riforme fanno parte del DNA di quel partito che non c’è più, non il taglio lineare dei parlamentari in odio alla casta e in nome di un risparmio che non esiste. Povera Costituzione.</p>



<p>Una cosa è certa: il risultato finale non sarà 84,7 per il SI e 8,5 per il NO. Ora che finalmente c’è un po’ di spazio per la campagna elettorale, nonostante la grave scorrettezza di aver accorpato la consultazione referendaria con le elezioni amministrative, le ragioni del NO stanno conquistando posizioni in modo esponenziale. Tra gli analisti c’è chi più sobriamente parla di una forbice che si è ristretta a 20 punti (60 il Si – 40 il NO) e c’è chi vede già un testa a testa tra le due posizioni. Vedremo. Certamente, chi ha avuto il coraggio di difendere le ragioni del NO, anche davanti a una sconfitta, il 21 settembre dovrà capitalizzare al meglio il risultato raggiunto, partendo da lì per costruire qualcosa di nuovo. Al contrario di quello che non ha saputo fare Renzi nel 2016. Viva la Costituzione.</p>
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