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	<title>biblioterapia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>biblioterapia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Isabella Morra, il canto di una esistenza infelice</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/08/23/roberti-isabella-morra-il-canto-di-una-esistenza-infelice/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2022 11:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l'ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un'arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>
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<p>Dobbiamo inerpicarci tra vicoli stretti e case di pietra addossate l&#8217;una all&#8217;altra per raggiungere il castello di Valsinni, antica Favale, al confine tra la Basilicata e la Calabria. Ci fa compagnia in questo luogo salvato dai rumori delle auto e delle TV accese, la voce del fiume Siri, del “torbido Siri&#8221;. </p>



<p>Se poi ci addentriamo tra le antiche mura del castello e ci affacciamo da una delle strette finestre contempleremo un paesaggio di creste alte, pendici ripide, e la valle nella quale il fiume scorre. La rocca tutta sembra quasi inghiottita, sprofondata nel paesaggio e nel silenzio.</p>



<p>Non ci sarà allora difficile immaginare la giovane Isabella dietro quella finestra, e non ci sarà difficile raccontare una vicenda che tante volte abbiamo già ascoltato, che riconosciamo nella solitudine di una vita, nella disperata speranza di un&#8217;evasione impossibile, nel lamento tutto interiore che sfocia infine in rime, nel vagheggiamento di un amore, reale o tutto da inventarsi.</p>



<p>La storia di Isabella Morra è lineare nel suo percorso, oggi potremmo sovrapporla a centinaia di vicende simili. Basterebbero poche righe su un giornale e una lettura non più di tanto curiosa in quanto sappiamo in partenza come vanno queste storie di donne uccise da un familiare. Non eccitano più la fantasia, giusto qualche particolare morboso.</p>



<p>Isabella è giovane, certo bella anche se non c&#8217;è nessun ritratto a confermarlo, aristocratica, colta, ammalata di solitudine. Vorrebbe leggere, viaggiare, conoscere. Disprezza la elementare visione di vita dei suoi fratelli, la sottomessa pavidità della madre, la rozzezza del volgo che la circonda, le vette aspre che imprigionano il castello. Invoca invano il ritorno del padre in esilio. Ricorre allora alla sola fuga possibile, un carteggio letterario con un ardito poeta, Diego Sandoval de Castro. Solo letterario? O in quelle lettere ricevute e spedite con sotterfugio si nasconde cifrato tra versi un ricambiato amore? Chi può dirlo. </p>



<p>Quel carteggio non è arrivato a noi, resta solo la testimonianza della moglie del fuggiasco Diego che diceva “che dicto don Diego havea festeggiato la sorella del dicto barone et fratelli&#8221; e che pertanto se l&#8217;era meritata una morte giunta a colpi di archibugio della quale furono assolti i “dicti fratelli&#8221;. Isabella non pianse l&#8217;amato o amico che fosse non perché non fosse addolorata da quella notizia, ma semplicemente perché lo aveva preceduto nella stessa sorte per mano degli stessi fratelli, lei non in un infido bosco ma nelle rassicuranti mura della casa natale. Solo i colpi di archibugio non furono sparati bastando, visto la familiarità delle persone deputate a difendere l&#8217;onore, un più casalingo coltello.</p>



<p>Caddero dalle sue mani le lettere incriminate? Si bagnarono del suo sangue? Fece in tempo Isabella a scrutare ancora una volta il lontano mare con le sue onde di speranza? Ricordò il suo Diego e, ci auguriamo, poté riassaporare momenti di amore? O non le restò che lo sgomento per visi e coltelli che credeva fratelli?</p>



<p>Storie antiche ma anche contemporanee di catene vere o solo interiori che legano la vita, e con la vita la gioia il presente il futuro, e che fatalmente conducono alla morte.</p>



<p>Povera baronessa di Carini: &#8220;Signuri patri chi venisti a fari? Signora figghia, vi vegnu ammazzari&#8221;, povera Francesca “ colomba dal disio chiamata”, povera spavalda Carmen, &#8220;Ah! Carmen! Mia Carmen adorata&#8221; e pertanto uccisa da don José. E povere Ornella Tina Silvia, e altre 100 solo in Italia nel 2021, la cui morte per mano di un familiare non è stata cantata da nessun poeta.</p>



<p>Isabella se la cantò da sola la sua infelice esistenza prendendo Petrarca come modello senza ridurlo tuttavia a uno sterile esercizio letterario, ma aggiungendovi una sensibilità tutta personale, una voce artistica distinguibile tra quelle delle altre poetesse del ‘500 per eleganza formale malgrado lei dichiarasse il suo stile “ruvido e frale&#8221;. I suoi versi non esprimono un dramma intimo, ma diventano paradigma umano e artistico di una dimensione ampia e condivisa del dolore. Non a caso molti critici le affiancano Leopardi.</p>



<p>Sono belli i pochi sonetti e le canzoni, soltanto 13 in tutto, che sono giunti a noi. Certo la poetessa ne scrisse molto di più, non le sarà mancato il tempo di intrecciare trame di parole su un ordito di interminabili vuote giornate e lunghi silenzi.</p>



<p>Non si lascia consolare nelle sue rime Isabella dal paesaggio che la circonda, dall&#8217;attesa del padre con cui condivideva cultura e affetto, dal desiderio di andare via, e pertanto grida la sua disperata speranza, il suo rifiuto di accettare la volgarità di persone e luoghi che la circondano, rivendicando una statura personale che con loro nulla ha a che fare. </p>



<p>Isabella è consapevole di trovarsi in una posizione culturale, spirituale, intellettuale al di sopra dell&#8217;antica Favale, di quello che Favale comporta, del suo tempo. Da questa estraneità deriva l&#8217;approdo ad una visione religiosa che caratterizza gli ultimi componimenti e che pare recare se non felicità almeno pace.</p>



<p>Sono versi coraggiosi i suoi, hanno l&#8217;impeto della rivolta e la forza di un elevato linguaggio poetico. Certo per questo furono pubblicati per la prima volta a pochi anni dalla sua morte.&nbsp; La giusta collocazione di Isabella Morra nella storia della letteratura però è dovuta soprattutto alla critica che ne fece Benedetto Croce alla quale seguirono molti studi e scritti e tra tanti, i lavori teatrali di Dacia Maraini e Andrè Pierre de Mandiargue. Infine l&#8217;istituzione di un Parco letterario a lei intitolato che produce molte e interessanti attività.</p>



<p class="has-text-align-left">Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l&#8217;ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un&#8217;arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>



<p class="has-text-align-center">“de&#8217; gravi affanni deporrò la salma, <br>e queste chiome cingerò d&#8217; alloro.”</p>
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		<title>Tema: Primo giorno di scuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Sep 2021 08:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non si usa più, ma in un tempo lontano lontano fatto di grembiuli, fiocchi, cartelle e magari anche inchiostro e pennino, esisteva il tema Primo giorno di scuola che si concludeva alla fine dell&#8217;anno con l&#8217;immancabile Ultimo giorno di scuola.&#160; Suor Carolina , in quel Primo in assoluto giorno di scuola, ci fece trovare i banchi contrassegnati da un cartellino con i nostri nomi. Ci conosceva già tutti, e sì&#8230;</p>
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<p><br>Non si usa più, ma in un tempo lontano lontano fatto di grembiuli, fiocchi, cartelle e magari anche inchiostro e pennino, esisteva il tema <em>Primo giorno di scuola</em> che si concludeva alla fine dell&#8217;anno con l&#8217;immancabile<em> Ultimo giorno di scuola</em>.&nbsp;</p>



<p>Suor Carolina , in quel <em>Primo in assoluto</em> <em>giorno di scuola</em>, ci fece trovare i banchi contrassegnati da un cartellino con i nostri nomi. Ci conosceva già tutti, e sì che in 40 non eravamo certo una piccola classe. Conosceva le nostre altezze, i difetti di vista, le irrequietezze e pacatezze, le amicizie e le faide familiari. Le femminucce e i maschietti. </p>



<p>Pertanto io mi ritrovai in prima fila, un banco a tre con Katia (Caterina diceva severa suor Carolina) e Resì (Teresa come santa Teresa del Bambino Gesù, con ancora maggiore disapprovazione). Sul mio nome sospirava: quanta stravaganza! Non dico una santa ma neanche una beata a cui appellarsi. Ma mia madre la rassicurava che il secondo nome all&#8217;anagrafe risultava Giovanni Bosco (e qui era lei che vinceva in stravaganza) e la morte infantile della bambina-zia di cui portavo il nome, rimetteva con un sospiro e una lacrima le cose a posto.&nbsp;</p>



<p>Dopo la preghiera suor Carolina ci intimò di metterci seduti con le braccia conserte (posizione di attesa alla quale avremmo presto imparato ad aggiungere Mani in testa quando facevamo chiasso) e passò tra i banchi con un misterioso bottiglione nero con beccuccio da cui versava inchiostro ancora più nero nei piccoli calamai incastrati nei banchi. </p>



<p>&#8220;Copiate il vostro nome sulla prima pagina del quaderno a righe&#8221;, e fin qui anche se intimorite dall&#8217;impresa ci apprestavamo ad eseguire, ma tremavamo di terrore al severo. &#8220;E guai a chi fa una macchia!&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Dalla cartella di fibra che avevo ereditato dalla precedente Nadina, trassi fuori il quaderno a righe che si accoppiava con una triste copertina nera a quello a quadretti, la penna col pennino che intinsi nel calamaio e prima ancora di cercare di scrivere una N per altro tutta a svolazzi, lasciai cadere la mia prima macchia. Terrorizzata guardavo alternativamente l&#8217;informe figura che si allargava sul foglio e suor Carolina che, insediata nella cattedra, con una lunga bacchetta in mano raggiungeva i capi chini dei bambini più grandi, ripetutamente bocciati e sistemati nella fila dei somari.&nbsp;</p>



<p>Scoppiai a piangere silenziosamente mentre Katia che in classe dovevo chiamare Caterina, tentava invano di eliminare il corpo del reato con carta assorbente e gomma. Ma fu Resì, forse ispirata da quella Teresa che essendo amica del Bambino Gesù di fanciulli se ne intendeva, a risolvere la situazione strappando il famigerato primo foglio del quaderno a righi.&nbsp;</p>



<p>Alzai gli occhi e vidi suor Carolina che ci osservava e poi come nulla fosse posò accanto al suo trono come uno scettro la bacchetta e mettendo una mano in tasca venne verso noi, terrorizzate, e ci diede un pesciolino di liquirizia per uno.&nbsp;</p>



<p>P. S. Suor Carolina aveva spirito imprenditoriale e vendeva prima dell&#8217;inizio delle lezioni, a noi alunni pesciolini a 1 lira l&#8217;uno e manciate di ritagli delle ostie della Messa per 5 lire.&nbsp;Quel primo giorno di scuola Katia (Caterina), Resì (Teresa) e io Nada (Giovanni Bosco), usufruimmo grazie alla mia prima e non ultima macchia di una pesca miracolosa.</p>



<p><strong>Patologia: </strong>fenomeni di lieve panico</p>



<p><strong>Terapia: </strong>niente tè, provate la colazione con latte e biscotti (o pane), provate anche a sfogliare, o risfogliare, il libro<em> Cuore</em> di De Amicis. Suor Carolina e i suoi scolari non vi sembreranno più tanto alieni.</p>
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		<title>Il peso della farfalla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jul 2021 19:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un pomeriggio come tanti di un giorno come tanti. Mi preparo un tè quasi senza pensarci. Prendo senza scegliere la prima lattina nello scaffale. È una miscela di tè cinesi a foglia grande e olio di bergamotto che libera un profumo intenso e un gusto delicato. È adatto ad essere bevuto sia in occasioni ordinarie sia in occasioni straordinarie. Il nome lo prende dal secondo conte di Grey, Charles, che&#8230;</p>
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<p>Un pomeriggio come tanti di un giorno come tanti. Mi preparo un tè quasi senza pensarci. Prendo senza scegliere la prima lattina nello scaffale. È una miscela di tè cinesi a foglia grande e olio di bergamotto che libera un profumo intenso e un gusto delicato. È adatto ad essere bevuto sia in occasioni ordinarie sia in occasioni straordinarie. Il nome lo prende dal secondo conte di Grey, Charles, che ricevette in dono questo tè da un Mandarino cinese a cui, un giorno come tanti, casualmente, ma coraggiosamente aveva salvato la vita. Sorseggio il mio tè mentre sfoglio <em>Il peso della farfalla</em>, già letto a suo tempo, di Erri De Luca.</p>



<p>Rileggere?</p>



<p>Uno scaffale della mia libreria è occupato dai libri da rileggere. Ritornare sulle pagine sospese tra il ricordo e la dimenticanza. Procedere sul sicuro. È certo che non mi pentirò o annoierò o disapproverò. Intraprendere il sentiero conosciuto, privo di imprevisti, rassicurante. Conoscere la meta.</p>



<p>O scegliere un libro intonso e con esso l&#8217;avventura, il rischio, la sorpresa, l&#8217;incerto? La speranza. Vivere di passato o di futuro?</p>



<p>Forse non c&#8217;è poi tanta differenza tra il certo e l&#8217;incerto, tra il quotidiano e l&#8217;eccezione, tra la sequela e la rottura del tempo. Tra leggere e rileggere. Non siamo gli stessi quando riapriamo un libro letto. Non rileggeremo lo stesso libro. Prima e meglio di me qualcuno ha detto che non ci si bagna due volte nello stesso fiume.</p>



<p><em>Il peso della farfalla</em>, dunque.<br>Quanto pesa una farfalla? Può il peso di una farfalla essere determinante per la vita o per la morte di un uomo? Sì. Se quella farfalla è bianca, se sta, dalla primavera all’inverno, sul corno sinistro del re dei camosci a sigillarne la forza, la supremazia, la regalità.</p>



<p>La storia comincia in un mattino di novembre come tanti. (Tanti?) Ma il camoscio si svegliò stanco e seppe che quella era l’ultima stagione. Anche l’uomo si alzò e seppe di rasentare il termine. Era quello, nel tempo, il giorno fatale. Il re dei camosci lo intuì perché gli animali conoscono il presente e lo assoggettano. L&#8217;uomo no. L’uomo pensa al futuro che sempre gli sfugge, che mai è prevedibile. In quel giorno perfetto, all’uomo sembrò di essere il padrone degli eventi, ma non aveva calcolato il peso di piuma della farfalla bianca.</p>



<p>Raccontiamoci con questo tè e con questo libro, il quotidiano dei giorni: la necessità di mettere in fila ventiquattro ore; di ritrovare ogni mattina, nella lista del vivere, azioni e pensieri ripetitivi e sempre uguali; di compiere con piccola fedeltà il nostro dovere; di essere consapevoli di stare scrivendo una irrilevante storia. Ma raccontiamoci anche che questa occasione unica che è la vita è fatta di tempo e che il tempo si coniuga in giorni che nell’immediato appaiono ordinari, salvo a renderci conto più tardi di quanto fossero straordinari.</p>



<p>Raccontiamoci anche che le ventiquattro ore possono saltare ed esplodere in un evento inatteso. Che la lista delle consuetudini si può, ad un certo punto, spezzare con un’idea eccentrica, con un atto imprevisto. Che essere fedeli nel piccolo porta ad essere fedeli nel grande. Che senza di noi, senza la nostra irrilevante storia, non ci sarebbe Storia. Piccoli grandi uomini siamo, piccole grandi vite sono le nostre vite.</p>



<p>Forse siamo il re dei camosci e non lo sappiamo, o lo sappiamo e non ci importa. Forse ad ognuno di noi è già toccato, o toccherà nell’imprevedibile futuro, incontrare, in un giorno come tanti, quel camoscio. Sarà questione del caso, della fatalità, della scienza, di dio (ognuno metta la maiuscola dove crede) . Certo, quel che conta è che quel preciso giorno ci trovi con i bagagli pronti di ordinario e straordinario coraggio di vivere.</p>



<p><strong>Patologia:</strong> forme di lieve confusione temporale<br><strong>Terapia:</strong> naturalmente un buon tè Earl Grey, sia il nostro un giorno ordinario o straordinario.<br><strong>Libro:</strong> <em>Il peso della farfalla</em> di Erri De Luca, da leggere sfogliando le pagine con leggerezza, soffermandosi su passi, vocaboli, silenzi, quasi come un volare di farfalla.</p>
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		<title>Carta d&#8217;identità elettronica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 12:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il burocrate è cattivo.Il burocrate è come il lupo delle favole, vuole divorarti. Il burocrate è falso, ti blandisce per assaporarti con più gusto. Il burocrate ti tende trappole e tranelli. E quando credi di avercela comunque fatta sappi che ti sbagli. Il burocrate ha sempre e comunque un asso nella manica. La partita, la tua partita, è persa. E stai pur certo che non ci sarà una rivincita.Me ne&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il burocrate è cattivo.<br>Il burocrate è come il lupo delle favole, vuole divorarti. Il burocrate è falso, ti blandisce per assaporarti con più gusto. Il burocrate ti tende trappole e tranelli. E quando credi di avercela comunque fatta sappi che ti sbagli.</p>



<p>Il burocrate ha sempre e comunque un asso nella manica. La partita, la tua partita, è persa. E stai pur certo che non ci sarà una rivincita.<br>Me ne sono uscita con in mano NON una nuova, fiammante, moderna carta d&#8217;identità elettronica, ma con un foglio dattiloscritto. In alto cerchiato un codice.</p>



<p>&#8220;Le basterà fintanto che avrà la carta vera e propria&#8221;.<br>&#8220;Arriverà dove, quando?&#8221; chiedo al limite delle attese, dei sorrisi, della lucidità mentale. &#8220;All&#8217;indirizzo che ha dichiarato (e mi guarda dritto negli occhi, fatti miei se ho dichiarato il falso), tra alcuni giorni ( gesto con la mano troppo ampio per mettermi tranquilla). A meno che… &#8220;A meno che…&#8221;, ripeto speranzosa, &#8220;A meno che non voglia tornare personalmente a ritirarla presso questo ufficio&#8221;.</p>



<p>Il burocrate parla come un burocrate. Rabbrividisco.<br>&#8220;No, no, per raccomandata&#8221;. Stringo il foglietto in mano e riprendo, questa volta in discesa, la strada che ho percorso in salita per arrivare al Municipio. Camminare fa bene, ma dopo una prova come questa è addirittura rigenerante e peraltro lascia il tempo di ripercorre tutto l&#8217;arduo calvario che si è concluso con il codice Ca87…</p>



<p>La mia vecchia carta d&#8217;identità è scaduta durante il lockdown e pertanto è stato possibile rimandare il rinnovo. Era bella la mia carta, fatta tutta di carta con la firma a penna nera, il bel timbro dell&#8217;Italia, la foto di 10 anni fa, bella no (avete mai visto una foto formato tessera bella?), ma con i capelli ancora scuri (d&#8217;accordo solo in virtù della tinta, ma con evidente velleità di giovinezza) e quel vestitino che mi stava tanto bene.</p>



<p>Ne abbiamo fatto viaggi e certificazioni e identificazioni insieme in questi 10 anni. Sempre fedele nel suo scomparto del portafogli, sempre disponibile e affidabile. Chi più di lei conosceva con esattezza quello che mi rende persona e cittadina? Nascita, altezza, occhi, stato civile, professione e sapeva anche tacere sui &#8220;segni particolari&#8221;: Nessuno&#8221;.</p>



<p>E non diciamolo a nessuno che il profilo destro è meglio del sinistro e che il terzo dito del piede… una vera amica. Mi commuove il pensiero di averla abbandonata tra le mani dell&#8217;orco. &#8220;Potrei riaverla?&#8221; ho chiesto tanto speranzosa quanto ingenua. &#8220;No&#8221; e non c&#8217;è stata possibilità di ulteriore dibattito.</p>



<p>La preparazione alla richiesta della nuova carta è stata per me faticosa e lunga.<br>I) Informarsi della procedura (non per telefono, sì in presenza o online)<br>II) Versamento su bollettino bianco che la mia banca non prevede online, Posta no, file interminabili, tabacchino sì, ma non quello sotto casa, quello più lontano<br>III) Foto, previa visita al parrucchiere, a sapere che sarebbe stata visibile poi solo con una lente da ingrandimento avrei fatto uno sciampo in casa<br>IV) Municipio.</p>



<p>&#8220;Dovrei rinnovare la carta d&#8217;identità&#8221;.<br>&#8220;Ma deve fare un versamento, una foto&#8221;, dice con occhietti e sorrisetto maligni. &#8220;Fatto&#8221;. Uno a zero, e sono capace anch&#8217;io di sorrisetti maligni. &#8220;Questo bollettino non vale, ci vuole la ricevuta del tabacchino&#8221;. Doppio sorrisetto maligno. Ma io mi sono preparata ed ho in borsa una cartellina con tutte le ricevute e le carte fatte durante questi ultimi mesi, compresa la carta &#8220;Amici dei koala&#8221;, non si sa mai.</p>



<p>Tiro poi fuori prodigiosamente, come dalla borsa di Mary Poppins, tessera sanitaria, vecchia carta, codice fiscale e…<br>&#8220;Basta così&#8221;, mi dice restituendomi la foto dei nipotini a mare, la tessera Conad e la lista della spesa. Due a zero. Ma la partita non è finita.</p>



<p>&#8220;Ora le impronte digitali&#8221;. Faccio un veloce riepilogo delle ultime malefatte, ma a parte avere dichiarato a Silvia che il telefonino si era rotto e pertanto non avevo visto le sue 32 chiamate nelle ultime 8 ore, non mi pare di aver trasgredito a nulla: mascherina, distanziamento, vaccino, 30 secondi di insaponata, ecc. ecc. ecc.</p>



<p>&#8220;Il pollice destro&#8221;. E va beh, ma segue il secondo dito destro e poi quello sinistro. &#8220;E quello dopo, e quello dopo e quello dopo&#8221; ( ma non si studiano in prima elementare indice, medio anulare?).<br>Provo un leggero disagio ad essere trattata con più rigore di un killer professionista. Sono certa, forte delle serie criminali che mi hanno fatto compagnia in questo tempo di chiusura, che venga presa l&#8217;impronta di un solo dito, sia pur un non ben identificato primo o secondo o terzo.</p>



<p>Sono comunque riuscita ad evadere seppure pallida e sfinita dall&#8217;Ufficio Anagrafe e Stato Civile Aperto al pubblico nei giorni… E a questo punto LUI mi fa un cenno di richiamo. Mi si gela il sangue.<br>&#8220;Gradisce un caffè? Ne hanno portato uno in più.&#8221;<br>Non sarà il massimo del bon ton, ma chi l&#8217;avrebbe detto? Io no di sicuro. Il caffè è cattivo, tiepidino, dolce, lungo, ma lui, il burocrate, quanto è carino.</p>



<ul><li><strong>Patologia:</strong> stati di stress acuto.</li><li><strong>Terapia</strong>: lasciate stare il tè e la sua teina, qui ci vuole un caffè, possibilmente, ma non ve lo assicuro, forte, caldo, ristretto. Tornati a casa buttatevi sul divano e leggete qualsiasi cosa avete a portata di mano, è consentita anche la lista della spesa. Come già vi ho raccomandato un&#8217;altra volta, NON leggete <em>Bartleby lo scrivano</em> di Melville.</li></ul>
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		<title>La conta delle stanze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jun 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da ragazzina sognavo una stanza tutta mia. Ho sempre diviso la stanza con le mie sorelle. Camere tante per la verità in quanto mia madre amava i cambiamenti e le novità e pertanto non abbiamo mai avuto una fissa dimora. Sono nata nella casa dell&#8217;Immacolata, ma non nella stanza da letto dei miei genitori, come si usava allora, ma in una delle stanze da letto di Nonna, quella del 1948. Una&#8230;</p>
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<p>Da ragazzina sognavo una stanza tutta mia. Ho sempre diviso la stanza con le mie sorelle. Camere tante per la verità in quanto mia madre amava i cambiamenti e le novità e pertanto non abbiamo mai avuto una fissa dimora. Sono nata nella casa dell&#8217;Immacolata, ma non nella stanza da letto dei miei genitori, come si usava allora, ma in una delle stanze da letto di Nonna, quella del 1948. Una all&#8217;anno,  da quel 1918 quando nonno Cesare lasciò definitivamente la sua casa, il suo letto, la sua adorata moglie e quattro piccoli orfani. Mia Nonna lasciò in quello stesso giorno il bel letto d&#8217;ottone con il copriletto in seta con angeli e serti di fiori e fino al 1962 si coricò in uno spartano lettino di ferro, concedendosi solo il lusso di spostarlo ogni anno da una stanza all&#8217;altra. </p>



<p>Nulla fu più definitivo. Passai poi nella culla in camera da letto dei miei genitori da cui fui spodestata due anni dopo quando nacque Gabriella e pertanto mi spostai in un lettino nella stanzetta delle mie sorelle più grandi. Non feci in tempo ad abituarmi alla vista a mare e ai fiorellini rosa della tappezzeria che Mamma ci trasferì nella casa paterna del Cancello. Lì dormimmo i primi mesi, fintanto che si conclusero i lavori di ristrutturazione, con grande gioia e serenità delle mie notti (niente orchi ghiotti di bimbi né ladri dietro le finestre) in uno stanzone tutti insieme. </p>



<p>E poi ci fu una stanza con lettini ad incastro e con attitudine alle varianti di poster e librerie e specchi per i primi trucchi e poltroncine per le amiche, che assecondarono i cambiamenti dei nostri anni. In seguito fu un andare e venire tra l&#8217;Immacolata e il Cancello in una variante di stanze con vista a mare, a monte, a via Duomo, al soggiorno del dirimpettaio, ma con la costante della condivisione con le mie sorelle . </p>



<p>A 18 anni non divenni adulta (allora lo si diveniva a 21) ma con il tesserino di matricola in mano potevo pretendere una stanza tutta mia, se non altro per studiare. Mi aspettavano invece camere a 2, 4 o più letti nei collegi dove allegramente, mutevolmente, goliardicamente, vissi i miei anni di universitaria. Discussa la tesi, salutate le amiche di stanza dopo esserci giurate amicizia eterna o almeno incontri o in alternativa lettere frequenti o pigramente telefonate (e ora guardando vecchie foto cerco di ricordarmi i nomi) pensai che finalmente, tornata a casa, avrei avuto una stanza tutta per me. Ma la casa del Cancello esigeva una ennesima ristrutturazione e pertanto le mie sorelle e io ci adattammo in una sola stanza. </p>



<p>Seguirono due anni in cui Enzo e io desiderammo insieme una stanza tutta per noi, possibilmente con l&#8217;aggiunta di un soggiorno più servizi essenziali. E in quella prima casa di Milano, all&#8217;inizio del tutto sprovvista di mobili tranne un lettino condiviso,  stesi la coperta di seta con angeli e serti di fiori e costrinsi il destino a scrivere tutt&#8217;altra storia. </p>



<p>Le case cambiarono, le stanze cambiarono, i letti cambiarono, ma resistette la coperta di seta e la storia che ci raccontammo. Continuammo a desiderare una stanza tutta per noi, non tanto affollata. Meno culle ai lati del letto, meno ospiti nel lettone. Ce la prendemmo tuttavia allegramente, d&#8217;altronde eravamo stati noi a scrivere 6 capitoli inediti. Ogni tanto, è vero, invece di sognare ladri di bimbi e oscure trame, sognavo una stanza tutta mia dove leggere, scrivere, dormire una notte intera, mettere musica vera, chiacchierare con le mie sorelle, ricevere un&#8217;amica, bere una tazza di tè.  Fare nulla, ascoltare il silenzio. Ma per la verità furono sogni brevi, già dimenticati al mattino.</p>



<p> Poi cominciò la conta degli anni, soprattutto quelli passati. E la conta delle stanze vissute. Le sommavo, sottraevo moltiplicavo e dividevo, ma mai ne è risultata una tutta per me. Ora ho una sequela di stanze tutte mie e sogno una stanza da dividere. Con te.</p>



<ul><li><strong>Patologia</strong>: attitudine a fare sogni ad occhi aperti. </li><li><strong>Terapia</strong>: camomilla a posto del tè, non farà dormire lo stesso e pertanto sarete autorizzati a fare sogni ad occhi aperti. </li><li><strong>Libro:</strong> la scelta è quasi obbligatoria,&nbsp;<em>Una stanza tutta per sé&nbsp;&nbsp;</em>di Virginia Woolf. Le ragioni per cui Virginia Woolf desiderava una stanza tutta sua non erano logistiche come le mie, ma partivano da un&#8217;analisi lucida della condizione femminile. La sua è un&#8217;esigenza di indipendenza della donna in quanto donna. Nel libro che viene considerato un saggio sulla letteratura femminista l&#8217;autrice afferma &#8220;Una donna deve avere i soldi e una stanza tutta per sé per poter scrivere&#8221;. Giusto Virginia, a condizione che ci siano tante altre stanze da condividere.</li></ul>



<p></p>
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		<title>Le luci degli altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 12:29:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a sfinimento, nella necessità di fare comunque due passi, mi sono dedicata alle luci degli altri. Dapprima distrattamente e poi sempre più consapevolmente ho perfezionato un itinerario dalla finestra al balcone.</p>



<p>Finestra. Profilo ombrato delle colline attraversate da un tratto della vecchia statale illuminata da sporadici fanali. Deserta, ma se si ha la pazienza di soffermarsi qualche minuto dietro i vetri, si potranno vedere comparire i fari di una solitaria auto. Chi sfida il coprifuoco? Quale necessità o temerarietà è alla guida? Un&#8217;urgenza dolorosa, il coraggio cieco dell&#8217;amore, una bravata di incosciente età? O più semplicemente e meno romanticamente un rientro dal lavoro? </p>



<p>Intanto i fari si sono spenti dietro la curva. Abbassando lo sguardo non si può, anche se si volesse, non scontrarsi con un grosso cubo di cemento messo lì a deturpare il paesaggio. Tre piani di degrado urbanistico che non rispondono nemmeno al fabbisogno abitativo essendo quasi del tutto disabitati.</p>



<p>Un balcone illuminato al piano di mezzo, fino a notte fonda. Forse il geometra che ha progettato la casa espia tra insonnie e incubi il suo crimine. Poi proprio di fronte alla mia finestra quella di Giulia che combatte gli anni, la solitudine, la paura della notte che assale in eguale misura bimbi e vecchi, lasciando gli scurini aperti e la luce accesa finché quella del giorno non la sostituirà. </p>



<p>Un po&#8217; più in là la terrazza con vista sul mare che resta illuminata fino a tardi. L&#8217;epidemia ha reso abituale una presenza in altri tempi sporadica. Complici il pensionamento, i figli autonomi, la coppia ha abbandonato i ritmi, l&#8217;isolamento, le difficoltà, i contagi della città per reinventarsi una paesana vita rallentata. Bella o brutta, fredda o tiepida che sia la serata, loro non rinunciano alla vista a mare. Stanno uno accanto all&#8217;altro affacciati dalla ringhiera e guardano. Avanti o indietro, non so.</p>



<p>Faccio una deviazione verso la cucina e mi preparo una tisana &#8220;La giusta occasione per concedersi un momento di intimità e riflessione. Ottima contro l&#8217;ansia, concilia il sonno, aiuta a superare lo stress con un&#8217; attitudine più distesa e rilassata&#8221;. Perfetta, con quel tanto di ingannevole che la rende accettabile. È comunque proprio buona e con una tazza calda tra le mani posso affrontare luci che appaiono e scompaiono a ritmo del venticello che scuote i cipressi lì in fondo. </p>



<p>Ci siamo e non ci siamo, sembrano dire nel loro apparire e scomparire. Siamo presenti assenze. Siamo il passato che continuamente è oggi nei ricordi. Siamo i rimpianti, il perduto, i rimorsi. Siamo il bene che niente, nemmeno il tempo, può cancellare. Siamo domande senza o con troppe risposte. Siamo, come dice il Cantico, forti come la morte perché siamo amore.</p>



<p>E ora passiamo al balcone. Dai vetri del balcone lo sguardo si allarga su buona parte del paese. Qui le luci sono tante e perlopiù anonime. Bisogna esercitare la virtù del discernimento e inventarsi una nuova vista che non veda quel che è visibile e distingua invece l&#8217;invisibile. Un po&#8217; come la volpe del Piccolo Principe &#8220;non si vede bene che col cuore. L&#8217;essenziale è invisibile agli occhi&#8221;. Allora chiudo gli occhi per vedere la luce che non c&#8217;è al terzo piano di Viale Mannarino, n. 4. </p>



<p>La luce non c&#8217;è perché l&#8217;appartamento da quando lo abbiamo lasciato noi non è stato più abitato. È quindi ancora ricolmo dal chiasso di sei figli piccoli in scaletta di 10 anni, di Enzo e me che combattevamo la faticosa, ma allegra, ma spensierata, ma appagante, ma condivisa, ma esaltante, ma amorevole sfida di fare della nostra la più bella famiglia del mondo. Del nostro personale mondo s&#8217;intende. E gli anni di viale Mannarino hanno risposto: Sì, lo voglio facendo eco a quel primo Sì lo voglio da cui tutto è partito. Sì, ti accolgo nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nell&#8217;accordo e nel disaccordo,  nella fatica e nel riposo. Per sempre nella mia vita e oltre la mia vita. Come sigillo nel mio cuore.</p>



<p>Alcune luci si accendono altre si spengono. Accosto gli scurini e vado a letto.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: leggere forme di stress<br><strong>Terapia</strong>: della tisana si è già ampiamente detto. Per quanto riguarda il libro non vi aspettate &#8220;Le luci nelle case degli altri&#8221;, che pure ci starebbe, né &#8220;Doppio vetro &#8221; che ci starebbe ancora meglio per analogia di tema, in quanto, (i più attenti lo sanno ) ve l&#8217;ho già consigliato. Scegliete voi. Per questa sera chiudete la Tv, aprite un bel libro, ma non chiudete gli scurini. Le luci degli altri illumineranno pagine e pensieri.</p>
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		<title>Non ho l&#8217;età</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Apr 2021 07:52:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle chiamate di gruppo, con le mie amiche, che fanno da surrogato agli incontri in presenza, il &#8220;Tu l&#8217;hai fatto?&#8221; ha sostituito il &#8220;Come stai? Ciao, come va?&#8221; ed è l&#8217;unica volta che con rammarico riconosciamo di non essere abbastanza vecchie, ottantenni o ultra. All’inizio del piano vaccinale ho telefonato al mio medico di base per chiedere come dovevo procedere. Quanti anni ha? 73, Ma è una ragazza, stiamo vaccinando&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nelle chiamate di gruppo, con le mie amiche, che fanno da surrogato agli incontri <em>in presenza</em>, il <em>&#8220;Tu l&#8217;hai fatto?&#8221;</em> ha sostituito il <em>&#8220;Come stai? Ciao, come va?&#8221;</em> ed è l&#8217;unica volta che con rammarico riconosciamo di non essere abbastanza vecchie, ottantenni o ultra.</p>



<p>All’inizio del piano vaccinale ho telefonato al mio medico di base per chiedere come dovevo procedere. <em>Quanti anni ha? 73, Ma è una ragazza, stiamo vaccinando gli over 80.</em> Per mia fortuna (?) rientro però in una categoria di fragili e la prima dose l’ho fatta.</p>



<p><em>L’hai fatta? Fortunata te</em>, ribadisce Maria Teresa, che ha solo 76 anni e nessuna grave patologia presente o pregressa da sfoggiare. Chissà se valgono le coliche renali che ho avuto. Può darsi, e non hai il colesterolo e la pressione alta? Non contano, ci voleva una bella polmonite o un qualsiasi tumore. Peccato! Peccato!</p>



<p>Dopo il “Tu l’hai fatto?” seguito dall’affermativo, si dispiega il dibattito su <em>“Ma quale hai fatto?”</em> se dici <strong>Astrazeneca </strong>sei guardato con sufficienza, quasi un proletario della sanità, sei hai fatto <strong>Pfizer </strong>non c’è male, ma se hai fatto <strong>Moderna </strong>sei guardato con considerazione <em>“Quello del Presidente”</em>.</p>



<p>La terza è, tradotta in italiano aulico, <em>“C’era casino?”</em> La solita disorganizzazione, assembramento, fila, confusione. Sembrava di essere in Germania, ordine, disciplina, precisione al minuto. Solo una breve attesa, una fila distanziata, medici gentili. Piacevole, in tutto questo isolamento finalmente ci si ritrova con un po’ di gente, fai due chiacchiere nel quarto d’ora di osservazione. La solita burocrazia italiana.</p>



<p>E da qui sorge obbligatoria la domanda quarta <em>“Ma hai visto quanti moduli si devono compilare?”</em> Mi ci è voluta una serata. Io mi sono fatta aiutare dai nipotini che a sbarrare le caselle se ne intendono. Peggio di un esame. Per fortuna era tutto giusto.</p>



<p>La quinta, <em>“Hai avuto qualche reazione?”</em> Nessuna, tranne naturalmente il dolore al braccio. Io sono stata malissimo, febbre, nausea, capogiri. Io solo un giorno di debolezza. Io ancora non mi riprendo. Io non me ne sono nemmeno accorta. Per poco non morivo.</p>



<p>E giù una serie di dotte diagnosi <em>Dipende dal bagaglio genetico. È questione di suggestione. È differente secondo il tipo di vaccino. Incide andare soggetti ai raffreddori. È influenzata dalla latitudine. Nasce dalle difese immunitarie acquisite da piccoli. Da come ti trovi in quei giorni. Dall’essere vegani.</em> Resto del parere che se qualcosa può andare storto lo farà, chiosa Maria Teresa fanatica discepola di Murphy.</p>



<p>Segue la domanda provocatoria<em> &#8220;Ma voi ai furbetti che fareste?&#8221;</em> E qui dipende dagli umori, dallo sfinimento, dalla preparazione giuridica, dalla visione di vita, dalla fantasia, dal tempo che ci resta prima di preparare la cena.</p>



<p>Ma la domanda vera, con l’aggiunta di un sospiro, è sempre la stessa da più di un anno &#8220;Quando finirà?&#8221; Nell’attesa che finirà, perché finirà, mi faccio una bella tisana rilassante, così mi metto tranquilla in poltrona aspettando le reazioni che verranno o magari no, e per restare in tema rileggo un bel libro che, guarda caso, mi ha regalato un giovane medico, <strong>“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”</strong>, non fosse altro che per l’epigrafe “<em>Parlare delle malattie è un intrattenimento da Mille e una notte” (W. Osler)</em></p>



<p><strong>Patologia:</strong> lieve disturbo istrionico della personalità con tendenza a pretendere più cura degli altri.</p>



<p><strong>Terapia:</strong> personalissimo vaccino di fiducia sotto forma di tisana alle erbe rilassanti accompagnato dalla lettura dei numerosi casi clinici narrati da Oliver Sacks. Nel libro i pazienti si raccontano al loro medico e lui raccoglie queste storie non come casi clinici, ma come avventure, perché fra le tante avventure che la vita riserva c’è anche quella nel misterioso mondo della malattia.</p>
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		<title>Questione di indirizzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2021 14:52:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivevo diari, tanti diari che avendo seguito la mia evoluzione dall’infanzia all’adolescenza alla gioventù, si presentavano molto variegati, tranne nella prima pagina, quella d’inizio d’anno. Lì il copione, con le variabili legate al lessico alla sintassi allo stile alla scrittura, è identico nella sostanza: vertigine di fronte a tutti quei fogli bianchi che avrei riempito di un futuro sconosciuto e imprevedibile; rimpianto appena accennato, il passato essendo ancora allora limitato,&#8230;</p>
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<p>Scrivevo diari, tanti diari che avendo seguito la mia evoluzione dall’infanzia all’adolescenza alla gioventù, si presentavano molto variegati, tranne nella prima pagina, quella d’inizio d’anno. Lì il copione, con le variabili legate al lessico alla sintassi allo stile alla scrittura, è identico nella sostanza: vertigine di fronte a tutti quei fogli bianchi che avrei riempito di un futuro sconosciuto e imprevedibile; rimpianto appena accennato, il passato essendo ancora allora limitato, per l’anno trascorso; propositi per l’anno nuovo.</p>



<p>Ora ho davanti una pagina immacolata di Word e un anno nuovo appena cominciato. Questa volta la vertigine diventa un vero mancamento di fronte ad una sequela di giorni che sono pur sempre pagine bianche da riempire di un futuro sempre più sconosciuto, sempre meno prevedibile, decisamente incerto. Un rimpianto, malgrado tutto, per l’anno passato che oggi se non altro sappiamo come è passato e che tutto sommato diviene rassicurante per il solo fatto che è trascorso.</p>



<p>E i propositi? Beh, quelli si possono sempre fare non sono pericolosi come i progetti.</p>



<p>Vediamo un po’. Per schiarirmi le idee mi conviene prepararmi un tè, un buon tè, uno di quelli che ti fanno volare in alto con la mente. Fra le lattine schierate è lui il più alto, cresce a Darjeeling, alle pendici dell’Himalaya a più di 2000 m. di altitudine, è un tè blu dal nome accattivante liquido luminoso Ambre. Sembra di gustare aria pura, acqua cristallina e velluto di cielo. Un tè così non può che fare scaturire grandi propositi.</p>



<p>Potrei ripromettermi di non intervenire con buoni consigli nella vita dei miei figli, di non essere petulante, di collaborare ad educare e non solo viziare i miei nipoti, di essere più presente con le mie sorelle, con gli amici, di non entrare in letargo davanti al camino, di credere fermamente che ritornerò a viaggiare, di leggere fino in fondo l’Ulisse di Joyce, di preparare qualcosa per cena, di chiudere la TV quando ci sono <em>Quelli </em>ai talk show, di mandare al diavolo Luisa.</p>



<p>Decisamente questo tè è frizzante come l’aria dell’Himalaya, mi potrebbe far continuare all’infinito, tanto si sa che i propositi non si mantengono, lo si constaterà nell’ultima pagina, quella di fine anno.</p>



<p>Mi metto comoda e prendo in mano il libro che sto rileggendo e che ho destinato a questi pomeriggi tranquilli dopo le feste,<em> Diario d’inverno</em>. L’autore Paul Auster, ha, più o meno la mia età e nel libro la stessa urgenza di ripercorrere la propria vita, lo stesso sbalordimento di fronte ai propri anni e a quelli che restano. Lui si racconta tramite il corpo, legge la sua vita attraverso le cicatrici, i cambiamenti, i dolori e i piaceri fisici. Si narra elencando i 21 indirizzi in cui ha abitato, si rivolge a se stesso in seconda persona quasi a volere mantenere le giuste distanze per analizzare e capire. Ti piacerebbe sapere chi sei, si dice. Gli piacerebbe poter mettere indirizzi anche ai suoi amori, ai sapori di cibo, di sesso, di vista, gustati o disgustati negli anni, agli incontri, agli errori, fallimenti, successi. Alle parole, ai silenzi, alle angosce e alle certezze, al passato e al presente. E conclude dicendo che bisogna accettare di cambiare ancora indirizzo: Una porta si è chiusa. Un’altra si è aperta. Sei entrato nell’inverno della tua vita.</p>



<p>Guardo la copertina, l’intenso viso di Auster, gli occhi grandi, i capelli lunghi e grigi. Grigi? In realtà, solo ora mi viene in mente, in questi ultimi giorni due propositi li ho fatti: rinnovare colorandolo il mio guardaroba prevalentemente grigio e distruggere i miei diari. Chi dice che l&#8217;inverno della vita debba per forza essere noioso?</p>



<p><strong>Patologia:</strong> stati di vertigine e smarrimento</p>



<p><strong>Terapia:</strong> il miglior tè che possedete, da bere da una certa altezza, se non altro in piedi e <em>Diario d&#8217;inverno</em> di Paul Auster, da leggere solo se avete una certa età e una poltrona molto comoda.</p>
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		<title>Un Natale povero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Dec 2020 09:18:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un Natale povero, non misero o trascurato o raffazzonato. Un Natale povero non è per nulla semplice o sbrigativo. Richiede tempi lunghi di pensieri e scelte,  gioca a eliminare, e se ci pensiamo è molto più difficile togliere che aggiungere. Nell&#8217;abbondanza, di qualsiasi genere, si trova sempre qualcosa che ci va bene. Un vestito in un armadio zeppo, un cibo in un ricco buffet, un compagno in una classe, un&#8230;</p>
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<p>Un Natale povero, non misero o trascurato o raffazzonato. Un Natale povero non è per nulla semplice o sbrigativo. Richiede tempi lunghi di pensieri e scelte,  gioca a eliminare, e se ci pensiamo è molto più difficile togliere che aggiungere. Nell&#8217;abbondanza, di qualsiasi genere, si trova sempre qualcosa che ci va bene. Un vestito in un armadio zeppo, un cibo in un ricco buffet, un compagno in una classe, un film su Netflix, una poesia in una antologia, un quadro in una mostra, un paesaggio in un viaggio e mi fermo qui.</p>



<p>Un Natale povero è sobrio, semplice e intenso. Diverso,  secondo i dettami dell&#8217;imprevista e inimmaginabile pandemia, del Dpcm, dell&#8217;avvedutezza personale e collettiva. Dunque eliminare, ma cosa?</p>



<p>I primi tagli sono i più facili: la confusione, il chiasso, i distratti abbracci e baci, i regali obbligatori, i convitati insopportabili, l&#8217;affanno. A stretto giro segue lo sfarzo kitsch di luminarie a giorno da balconi e finestre, le tavolate dalle dubbie e sparigliate apparecchiature, il numero infinito di cibarie copiate dai video di stellati o sedicenti chef, la serie di sciarpe o portachiavi da destinare subito, mentalmente, ai prossimi ricicli. L&#8217; alternativa tra la Messa di mezzanotte e il più comico dei film di Natale, tanto a quell&#8217;ora e con gli alcolici che abbiamo bevuto, l&#8217;indomani non ricorderemo dove è caduta la scelta. </p>



<p>Eliminiamo la noia, la stanchezza, il peso,  e il prossimo anno alle Hawaii. Rottamiamo i finti sentimenti di bontà.  E per finire liberiamoci dalle lagne insulse, dal piagnucolio infantile, dall&#8217;incapacità di leggere i numeri, i dolori, le mancanze, le tragedie, gli eroismi della porta accanto di questo nostro tempo. Liberiamoci dal sentirci l&#8217;ombelico del mondo.  </p>



<p>E dopo le eliminazioni, salvare.</p>



<p>Salviamo gli affetti, siano conviventi, congiunti o distanti. Per fortuna l&#8217;andirivieni dell&#8217;amore non ha bisogno di aerei, treni, auto. Possiede corsie preferenziali dove si procede lentamente o velocemente, tanto si arriva sempre e c&#8217;è perfino un sentiero malinconicamente autunnale per quelli che non possiamo più vedere nemmeno in videochiamata.</p>



<p>Salviamo il presepe, l&#8217;albero, la ghirlanda, l&#8217;angioletto o quanto le nostre tradizioni o fantasie ci suggeriscono. Salviamo la processione, anche se di taglia xs, per portare il Bambinello e accettiamo che quest&#8217; anno non ne abbia 5 ma 50 anni chi avrà il privilegio di deporlo nella mangiatoia. E sulla tovaglia ricamata facciamo scorrere i piatti del nostro personalissimo ricettario natalizio, anche se l&#8217;effluvio del baccalà aleggerà per i giorni a venire. </p>



<p>Salviamo i doni, non regali, studiati, pensati in anticipo per non farci sorprendere da qualche ritardo di Amazon. Riscopriamo l&#8217;essenza profonda dei riti. Salviamo il silenzio con le sue voci, la musica che trasporta, i libri che ci mettono le ali.</p>



<p>Salviamo una preghiera, devozionale o laica a scelta, che ringrazi per la Luce che sempre e comunque torna dopo il buio. Salviamo i ricordi, il presente,  il futuro. </p>



<ol><li>E visto che abbiamo parlato di un Natale povero</li><li>Visto che abbiamo detto che povertà vuol dire eliminare</li><li>Visto che vogliamo portare come esempio Francesco che ha eliminato ad una ad una ogni veste ostentando il fulgore della nudità (subito coperta dai benpensanti che dell’autenticità della bellezza hanno spesso paura)</li><li>Visto che la povertà è nella sua accezione nobile, non in quella di bisogno, aspirazione alla libertà</li><li>Visto che se scelta, la povertà è rottura di schemi e proclamazione di un nuovo punto di vista </li><li>Visto che la povertà ha per unità di misura la bellezza (quella che salva il mondo) </li><li>Visto che impoverire alla fine significa arricchire</li><li>Visto tutti questi visto, <br>salvo il Natale povero di quest&#8217;anno e con lui la speranza. Ma non la speranza abusata di #andràtuttobene, di facili quanto labili buonismi, di promesse di marinaio, di castelli di carta, quella che vola sull&#8217;onda della paura e che si inabissa quando il pericolo personale scompare.<br>Salvo la speranza che questa nostra fragile e contraddittoria umanità saprà costruire insieme con l&#8217;impegno, la fatica, il coraggio, la generosità,  l&#8217;intelligenza del cuore. L&#8217;amore in una parola. <br>Quella che di un bambino in una mangiatoia ha fatto un dio.</li></ol>



<p><strong>Patologia:</strong> forme di infantile capricciosità</p>



<p><strong>Terapia: </strong>e se invece del tè una bella camomilla con valeriana che giova sia all&#8217;umore che a una probabile difficoltà di digestione? Non un libro, basta una sola poesia,  <em>Natale </em>di Giuseppe Ungaretti, da Allegria di naufragi.</p>
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		<title>Scotch, dado Knorr, Whatsapp</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2020 15:25:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mio zio Ott, ottantenne, non decantava, come spesso fanno i vecchi, a me allora diciottenne, i bei tempi passati, i Quelli sì che erano tempi. Diceva che male che si volesse pensare del progresso, lui lo avrebbe comunque salvato per due cose: lo scotch (inteso non come whisky ma come nastro adesivo) e il dado Knorr. Io in questa pandemia salvo in controtendenza, volando basso, come ironicamente faceva lui, la marea di&#8230;</p>
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<p>Mio zio Ott, ottantenne, non decantava, come spesso fanno i vecchi, a me allora diciottenne, i bei tempi passati, i Quelli sì che erano tempi. Diceva che male che si volesse pensare del progresso, lui lo avrebbe comunque salvato per due cose: lo scotch (inteso non come whisky ma come nastro adesivo) e il dado Knorr. Io in questa pandemia salvo in controtendenza, volando basso, come ironicamente faceva lui, la marea di video, vignette, link di cui siamo inondati se solo abbiamo un giorno per noia, curiosità, sfinimento, aperto un accesso a facebook o a whatsapp o instagram. Tiktok no, che a tutto c&#8217;è un limite. </p>



<p>E’ vero che la parodia di Conte che legge l’ultimo Dpcm prima l’hai vista su facebook, poi te li inviavano i gruppi e i singoli di whatsapp,  in seguito la ritrovi facendo un giro su Instagram, infine i nipoti te la riprongono su tiktok, e se arrivi alle rubriche di coda dei giornali online, eccola come nuova. E’ vero che la battuta che finisce con la parola c* seguita da asterischi di numero variabile secondo il riferimento (avete notato quante sconcezze cominciano con c?) ti arriva anche dall’amica dotta e raffinata, che chi se lo immaginava, dopo avere fatto il percorso di rito. E’ vero che finisci col rispondere automaticamente, senza nemmeno più aprire, con due o tre faccine sganasciate dal ridere giusto per non essere sgarbata. E’ vero che hanno finito con inoltrarti quello che a tua volta avevi inoltrato. Ma tant’è, siamo chiusi in casa e almeno dalle 18 in poi qualcosa dobbiamo fare per arrivare a un orario decente per aprire la TV che fa un solo programma “Tutto il detto e il contraddetto sul Coronavirus”.</p>



<p>Eppure, nel vasto oceano del web, poeticamente, la rete fa a volte pesche miracolose. Lui 81 anni sotto la finestra dell’ospedale dove lei è ricoverata. Tempo di covid e la coppia che Dio aveva unito a vita e che nemmeno le varie vicissitudini della stessa vita erano riuscite a dividere, deve brutalmente separarsi. Lei in ospedale, lui a casa. Regole perentorie e salutari non consentono visite. Telefonini o video chiamate sono forse fuori dalla portata della coppia. Nella solitudine di una tavola o di un letto spogli di un posto, lui per farsi compagnia si racconta la vecchia storia e comincia dall’inizio, da quando erano costretti a rubare sguardi, incontri, baci (altro no, quello dopo la benedizione del prete) inventando infiniti stratagemmi. Lui è ancora agile, se non di gambe di pensiero e ancora una volta trova una soluzione</p>



<p>Lo vedo, nel video, seduto su una sedia, nel cortile interno dell’ospedale, sotto la sua finestra. La fisarmonica. La musica sale. Si spalancano alcune finestre e compare qualche volto dietro le mascherine. Pochi in realtà e certo non il suo che lo avremmo riconosciuto dai baci lanciati e da qualche lacrima che si sarebbe mescolata alle note. Non sappiamo se lei è soltanto troppo febbricitante per alzarsi o se è attaccata a un filo di ossigeno o se è intubata. Ma sappiamo di certo che sta ascoltando e respirando finalmente con leggerezza al ritmo del polmone della fisarmonica che si allarga e si chiude. Anche lui respira il respiro della fisarmonica e vada come deve andare stanno facendo ancora una volta la stessa cosa insieme. </p>



<p>Olga e Vincenzo, 83 e 82 gli&nbsp;anni, 63 gli anni di matrimonio, e solo un’ora di&nbsp;distanza per morire. Lo stesso ospedale Covid, ma due camere separate. Lei ha chiesto la giacca del marito e l’ha infilata nel letto accanto a sé. Lui si trasferisce nella giacca. Quella giacca che avevano scelto insieme all’OVS (sembra di buona qualità e non è neanche tanto cara),&nbsp;&nbsp;che lei avrà riposto chissà quante volte nell’armadio, che lui avrà portato in lavanderia, che lei avrà tenuto sottobraccio nelle passeggiate. Che ha fatto una buona riuscita, veramente una buona giacca.</p>



<p>Una RSA che ha tante camere quante le solitudini, se ne inventa una di più. Ma è proprio necessaria ora che molti degli ospiti, a braccetto del Covid, traslocano? Che ci fa una stanza con tendaggi di plastica e guanti?  Abbracci. Stanza degli abbracci, buono a sapersi per architetti e agenti immobiliari.</p>



<p>Una ragazza si inventa il mestiere di sentinella e vigila dal tettuccio dell&#8217;auto su una finestra chiusa dell&#8217;ospedale. &#8220;Sentinella, dimmi quanto resta della notte?&#8221; No, non si stancherà la nostra impavida vedetta &#8220;Viene il mattino, poi anche la notte&#8230;&#8221; e lei sul tettuccio ad aspettare che l&#8217;alba le consenta di intravedere dietro i vetri quel familiare volto.</p>



<p>I bei tempi andati sono andati e il progresso si sa è piastrellato di trabocchetti, però oltre allo scotch, al dado Knorr, io oggi li salvo i bistrattati social.</p>



<p>Patologia: difficoltà nelle valutazioni temporali.</p>



<p>Terapia: no, non ho dimenticato il tè che conviene sorseggiare lentamente mentre compulsivamente si passa da un social all&#8217;altro.<br></p>



<p>Per quanto riguarda il libro consiglio The Game di Alessandro Baricco. Attenersi al bugiardino: non assumere se si è allergici al digitale; dosaggio, almeno un capitolo alla volta e all&#8217;occorrenza ripetere la dose; avvertenze, rivolgersi a figli e nipoti per evitare effetti collaterali di tipo confusionale; reazioni, potrebbe creare dipendenza digitale; rivolgersi all&#8217;autore o all&#8217;editore con lettere di apprezzamento se si presentano reazioni euforiche.</p>
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