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	<title>Bruxelles Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Bruxelles Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Energia: l’Europa (e soprattutto l’Italia) deve compiere una scelta audace e decisa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2022 17:28:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mancano pochi giorni alla fine di gennaio, data cruciale per la Commissione&#160;europea&#160;che dovrebbe, salvo ulteriori rinvii, pubblicare il testo definitivo della tassonomia verde. A seguire, l’iter legislativo prevede all’incirca sei mesi di consultazioni della classificazione delle fonti energetiche etichettate come green e, di fatto, il provvedimento non entrerà in vigore prima dell’estate. La situazione è davvero caotica, da mesi infatti molti stati dell’Unione procrastinano queste scelte fondamentali fornendo dossier poco&#8230;</p>
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<p>Mancano pochi giorni alla fine di gennaio, data cruciale per la Commissione&nbsp;europea&nbsp;che dovrebbe, salvo ulteriori rinvii, pubblicare il testo definitivo della tassonomia verde. A seguire, l’iter legislativo prevede all’incirca sei mesi di consultazioni della classificazione delle fonti energetiche etichettate come green e, di fatto, il provvedimento non entrerà in vigore prima dell’estate.</p>



<p>La situazione è davvero caotica, da mesi infatti molti stati dell’Unione procrastinano queste scelte fondamentali fornendo dossier poco chiari, cambiando in corsa parametri e criteri scientifici, rimandando la data di scadenza.</p>



<p>La&nbsp;tassonomia&nbsp;dell&#8217;Unione Europea è un documento essenziale che&nbsp;farà da guida per gli investimenti privati nel settore energetico – investimenti necessari per raggiungere gli obiettivi del Green Deal 2030 e la neutralità climatica nel 2050. Il grande punto interrogativo, ancora irrisolto, è l’inclusione o meno di gas naturale e nucleare nella tassonomia verde.</p>



<p>A Bruxelles si è già giunti alla conclusione che entrambi vadano considerati come fonti energetiche in grado di facilitare la transizione ecologica. Il nodo da sciogliere sono i criteri indicati dalla Commissione per ottenere l’etichetta di “sostenibile” – i parametri assegnati sono troppo rigidi e vincolanti, tant’è che anche alcuni progetti ora in fase conclusiva rischierebbero di non rispettare i nuovi livelli prefissati dall’Unione.</p>



<p>Tralasciando gli aspetti più tecnici, in Europa si è riacceso il dibattito sul nucleare, alimentato anche dalla crisi energetica in corso. La principale diatriba è proprio quella tra Francia, lo Stato europeo che più trae benefici dalla tecnologia nucleare, e Germania, che assieme ad Austria e Spagna è contraria all’inserimento dell’atomo nella tassonomia green. Il fronte anti-nucleare è fermo sull’idea che la tecnologia sia dannosa, pericolosa. Dall’altro lato, vi sono paesi che difendono il mix energetico per la transizione e anzi, si impegnano a modernizzare i reattori esistenti e costruirne di ultima generazione per fronteggiare il fabbisogno energetico crescente.</p>



<p>E l’Italia? Da ormai qualche mese l’aumento del costo del gas ed energia elettrica ha spinto numerose personalità, politiche e non solo, ad evocare un ritorno del nucleare in Italia, promosso in primis anche dal Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani che, in più occasioni, ha ribadito come il nucleare di quarta generazione possa portare benefici non solo energetici ma anche economici.</p>



<p>Eppure, in Italia vige un monopolio dell’opinione pubblica riguardo i mezzi con cui realizzare la svolta green. C’è molta ipocrisia nel pensare che pannelli solari e pale eoliche possano garantire il fabbisogno energetico di cui abbiamo bisogno. Necessiteremo sempre più di energia e per restare in linea con i target europei saranno necessari dei radicali cambiamenti. Di fatto, dati alla mano, le due fonti che garantiranno un abbassamento drastico di emissioni CO2 e inquinamento sono proprio gas naturale e nucleare, quest’ultimo ormai divenuto un tabù nel nostro paese.</p>



<p>Nell’immediato, a causa della crisi pandemica e della crescente domanda globale di energia, l’aumento dei prezzi europei del gas è un problema che deve essere risolto ma Nord Stream 2, opera terminata, resta ancora inattiva. I due gasdotti, se funzionanti, raddoppierebbero l’importazione di gas naturale in Europa. È vero, vi sono controindicazioni politiche, specialmente nelle ultime ore con la tensione in Ucraina che aumenta, ma aprire un dialogo costruttivo con Putin sarebbe negli interessi europei. Volente o nolente, non possiamo fare a meno dal gas russo. Tutte le altre alternative sono inverosimili.</p>



<p>Guardando invece a prospettive a lungo termine, il nucleare è il futuro dell’energia. Cina e India già hanno iniziato questo percorso – attualmente vi sono 55 reattori in costruzione e 109 pianificati, la maggior parte di essi si trova in questi due paesi.</p>



<p>In Italia non abbiamo centrali, ma sfruttiamo il nucleare. Consumiamo e non produciamo. In un’ottica di strategia energetica, la diversificazione è la prima regola. È fondamentale che il nostro paese si applichi a favorire un mix energetico, aprendo anche ad investimenti sul nucleare di ultima generazione. Non partecipare a questa sfida tecnologica ed energetica significa perdere indipendenza e autonomia. Questo vale per l’Italia ma anche, naturalmente, per la nostra Unione.</p>



<p>Non avremo mai un’Europa padrona del proprio destino, autonoma nelle scelte produttive e strategiche, se prima non possiede il carburante necessario per accendere il suo motore.</p>



<p>In una causa comune come quella della lotta al cambiamento climatico è fondamentale avere una visione a lungo termine, non miope, ed essere protagonisti nell’innovazione tecnologica.</p>
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		<title>Votate Draghi. E a non rivederci più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 20:08:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale. Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in&#8230;</p>
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<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale.</p>



<p>Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in una tradizione ciò che, nella sua convinzione, deve restare una eccezione. Perché se è vero che la Costituzione non vieta la rielezione del presidente uscente, la consuetudine lo considera un fatto eccezionale.</p>



<p>La politica non è certamente la narrativa con la quale il centro destra sta provando ad accompagnare il fallimento di Berlusconi. Il presidente di Forza Italia non è riuscito a trovare abbastanza voti in Parlamento per garantire la sua elezione a Capo dello Stato al netto della prevedibile percentuale di franchi tiratori interni.</p>



<p>Il racconto di avere i voti ma di rinunciarci per non dividere il Paese va in conflitto non solo con l’evidenza dei fatti (la mancanza dei voti), con la storia di un uomo che nel bene e nel male è stato l’incarnazione della divisione, del bipolarismo. Ma anche con la mitologia del Cavaliere che si esalta e si eccita davanti alle sfide impossibili. Anche per quelle.</p>



<p>Il centro destra ne esce indebolito da questo tira e molla del suo vecchio leader. “Ora che con senso di responsabilità abbiamo ritirato il nome divisivo ma vincente di Berlusconi, la sinistra non ponga più veti” è una pezza peggiore del buco.</p>



<p>Quello che si ricava da questo racconto è l’immagine di una coalizione non solo divisa sulla prospettiva di portare a termine la legislatura o di andare a voto anticipato, ma priva di figure adeguate non solo a guidare le grandi città ma anche, a livello centrale, a rappresentare l’unità e il prestigio di un Paese ancorato alle sue tradizioni europeiste e atlantiste.</p>



<p>Di chi è la responsabilità? Certamente di Berlusconi, che per più di vent’anni ha soffocato ogni tentativo, da lui stesso a volte accennato, di formare un partito che potesse sopravvivergli, uno o più leader che potessero continuare la sua azione politica. La responsabilità è degli altri partiti di destra, che non hanno perso occasione per bearsi di una crescita effimera perché basata sulla tentazione di titillare i peggiori istinti di intolleranza e divisione che covano nella pancia del Paese, soprattutto in tempi di crisi.</p>



<p>Il rischio più serio, a questo punto, è di bruciare la figura di Mario Draghi, la personalità italiana più stimata al mondo. Già il centro destra ha chiarito che non voterà Draghi come Capo dello Stato, affiancandosi alla posizione del M5S, che ha cambiato idea almeno settanta volte negli ultimi trenta giorni e in trentamila occasioni dall’inizio di questa legislatura. La peggiore sciagura politica della storia della Repubblica.</p>



<p>Vedremo quali saranno le proposte di alto profilo che il centro destra garantisce di proporre entro le prossime ore. Aspettiamo con ansia e rispetto per quello che potrebbe essere il nuovo Capo dello Stato. Non è nostra consuetudine attaccare le Istituzioni, financo quelle immaginarie. I gilet gialli li teniamo in macchina, come prevede la legge. Senza pentimento.</p>



<p>Crediamo fortemente nel laico spirito costituzionale che guiderà con sapienza la scelta dei mille grandi elettori. Ai quali ci permettiamo di ricordare che la credibilità conquistata dall’Italia a livello mondiale nell’ultimo anno non è merito di un governo tutto sommato modesto (tranne Colao, Cartabia e pochi altri) ma porta chiaramente i nomi e i cognomi di Mario Draghi e Sergio Mattarella.</p>



<p>Senza il prezioso lavoro svolto a Bruxelles da loro e da poche altre figure, non avremmo ottenuto il via libera alla prima anticipazione del PNRR. Deragliando da questa via nulla è scontato per il futuro. A partire dalle riforme necessarie per ottenere le prossime tranche del Piano Nazionale di Ripresa.</p>



<p>Basterà a convincere i furbetti del vitalizio e quelli di un posto al governo a non buttare tutto al macero per la difesa del proprio particolarissimo interesse?</p>



<p>Per non rischiare, mettiamola meglio così: non fatelo per l’Italia, non per l’Europa e neppure per i vostri figli. Fatelo per le vostre indennità e per i vostri incarichi da proteggere sino a fine legislatura. Garantite i prossimi sette anni di credibilità all’Italia votando Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica. E a non rivederci più.</p>
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		<title>Nulla sarà come prima. Draghi non aspetti il risultato di Rousseau</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Feb 2021 14:50:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se, come pare, Fratelli d’Italia resterà fuori dal governo Draghi, sarà l’unico partito a non aver partecipato a nessuno dei tre governi di questa legislatura, caratterizzata da elezioni che non hanno decretato alcun vero vincitore. Tanto da consentire la formazione di tre esecutivi sostenuti da maggioranze tanto diverse quanto impensabili prima della loro creazione. Quanto pagherà la coerenza della Meloni lo vedremo quando si tornerà alle urne. Il resto dei&#8230;</p>
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<p>Se, come pare, Fratelli d’Italia resterà fuori dal governo Draghi, sarà l’unico partito a non aver partecipato a nessuno dei tre governi di questa legislatura, caratterizzata da elezioni che non hanno decretato alcun vero vincitore. Tanto da consentire la formazione di tre esecutivi sostenuti da maggioranze tanto diverse quanto impensabili prima della loro creazione.</p>



<p>Quanto pagherà la coerenza della Meloni lo vedremo quando si tornerà alle urne. Il resto dei partiti e dei leader politici, da inizio legislatura a oggi si sono cimentati in piroette e volteggi degni del Cirque du Soleil.</p>



<p>Questo giornale, da sempre schierato contro qualunque forma di populismo, non ha risparmiato critiche al M5S, al PD e a Giuseppe Conte, che si è mosso come un elefante tra i cristalli delle nostre Istituzioni. Né le ha mandate a dire, a suo tempo, alla Lega e al suo leader Matteo Salvini. Ma oggi ci troviamo davanti a un potenziale cambiamento di lunga durata del nostro sistema politico. Non capirlo sarebbe da irresponsabili e da stolti.</p>



<p>Il presidente della Repubblica è stato chiaro dopo il fallimento dell’esplorazione affidata a Roberto Fico: “Avverto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”.</p>



<p>L’ostinazione con la quale l’ex maggioranza M5S-PD-LEU si ostina a chiedere un governo politico, inteso come appendice allargata del Conte due, è pari solo alla cocciutaggine con la quale hanno provato a imporre un Conte ter, senza Italia Viva e con i responsabili raccattati da Clemente Mastella. Appare inoltre profondamente irrispettoso nei confronti dell’appello rivolto da Sergio Mattarella.</p>



<p>Poco ci importa di quel che farà il M5S, destinato a chiudere la propria deleteria parabola politica con la fine di questa legislatura. Molto di più ci preme che questo cambiamento, questa opportunità sia compresa e colta da chi dovrà rappresentare il campo progressista e quello conservatore in Italia nei prossimi anni.</p>



<p>Nessuno può continuare a porre veti o rivendicare false primogeniture. Tutti, ma proprio tutti, stanno facendo il contrario di quanto sostenuto fino a una settimana fa, che per nulla combaciava con ciò che ogni partito dichiarava solo il mese passato o durante la campagna elettorale del 2018.</p>



<p>L’Italia potrà solo trarre beneficio da una Lega pronta finalmente a divenire forza di governo moderata, europeista e atlantista. Le conseguenze di questa svolta saranno avvertite a Bruxelles e in tutta Europa. Il risultato delle presidenziali americane a questo fine è stato determinante e restiamo ancora sorpresi che a Conte e Di Maio risultasse indifferente la vittoria di Biden o di Trump.</p>



<p>Il PD ha l’occasione per tornare a essere il partito laburista a vocazione maggioritaria, affrancandosi dalla scia qualunquista del M5S. Che il gruppo dirigente democratico si ostini a non comprendere il livello della sfida che abbiamo davanti è francamente inspiegabile.</p>



<p>Nulla sarà come prima. L’auspicio è che il cambiamento possa avviarsi già mercoledì sera, quando Mario Draghi finirà il secondo giro di consultazione. Sarebbe un segnale importante se salisse immediatamente al Quirinale a sciogliere la riserva, senza attendere l’esito, scontato quanto inutile, del voto su quella burla che è sempre stata la piattaforma Rousseau.</p>
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		<title>Roberto D&#8217;Alimonte: l’Italicum garantisce stabilità e rappresentatività. Basta leggi elettorali a maggioranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Feb 2021 17:28:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Presidente della Repubblica ha conferito a Mario Draghi l’incarico per formare il nuovo governo. È la personalità italiana forse più importante al mondo, l’ultima carta da giocare. È una scelta che fa da spartiacque nella storia della politica italiana?Se guardiamo alla storia recente credo proprio di sì. Il ricorso a Draghi mi sembra veramente una carta da ultima spiaggia e spero che la nostra classe politica se ne renda&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/02/05/raco-dalimonte-basta-leggi-elettorali-a-maggioranza/">Roberto D&#8217;Alimonte: l’Italicum garantisce stabilità e rappresentatività. Basta leggi elettorali a maggioranza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Il Presidente della Repubblica ha conferito a Mario Draghi l’incarico per formare il nuovo governo. È la personalità italiana forse più importante al mondo, l’ultima carta da giocare. È una scelta che fa da spartiacque nella storia della politica italiana?</strong><br>Se guardiamo alla storia recente credo proprio di sì. Il ricorso a Draghi mi sembra veramente una carta da ultima spiaggia e spero che la nostra classe politica se ne renda conto. Noi abbiamo un problema di credibilità in Europa in questo momento. Nel bel mezzo di una pandemia, con un piano di rilancio da presentare a Bruxelles, abbiamo fatto una crisi di governo. Se Draghi riuscisse a fare il suo governo sono certo che recupereremmo almeno una parte della credibilità che abbiamo perduto, quindi è un momento molto importante.</p>



<p><strong>Lei ha dei dubbi sul fatto che Draghi possa riuscirci?</strong><br>Avrò dubbi fino a che non vedrò nero su bianco. Devo ancora capire quali saranno i partiti disposti ad appoggiare il governo. Mi pare che si stia prendendo atto che questa è veramente una carta da non sprecare e quindi sono un po’ più ottimista di quanto non fossi nei giorni scorsi. Non penso che Draghi voglia fare un governo con la maggioranza del Conte II ma con una maggioranza più ampia, che vuol dire coinvolgere almeno una parte consistente della destra. Ancora non abbiamo segnali chiari in tal senso.</p>



<p><strong>Si parte dai nomi o dai programmi?</strong><br>In questo caso credo che Draghi voglia partire dal programma. Uno dei punti più importanti da chiarire in questa vicenda sarà capire quanto spazio di manovra i partiti lasceranno a Draghi, cioè che cosa gli faranno veramente fare. Cercheranno di imporre dei paletti, gli legheranno le mani sul programma e sui nomi? Siamo terra incognita: hic sunt leones. Vedremo nelle prossime ore, nei prossimi giorni, come si muoverà il presidente incaricato.</p>



<p><strong>Giuseppe Conte lascia il governo con una popolarità molto alta: un suo sondaggio accredita una sua lista potenziale al 16%. Come è riuscito a ottenere questa fiducia dagli italiani?</strong><br>Perché anche in Italia c’è quell’effetto di raccogliersi intorno al leader in tempi di crisi. Nel mezzo di questa pandemia Conte ha saputo muoversi, ha saputo trasmettere un’immagine di persona competente anche perché dalla sua ha il vantaggio di non essere uomo di partito. Si è più presentato come mediatore, come ponte tra Pd e M5S, e questo suo profilo apartitico lo avvantaggia. In ogni caso il sedici per cento di intenzioni di voto a suo favore va inteso come disponibilità, come potenzialità. Tra quel sedici per cento e i voti che una lista Conte prenderebbe c’è una bella distanza.</p>



<p><strong>Potenzialità che riuscirà a mantenere se le elezioni saranno tra più di un anno?</strong><br>Non si possono fare previsioni perché il risultato elettorale, alla fine, è funzione di tante variabili, legge elettorale compresa. Visto che parliamo di Conte, però, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che sarà importante il ruolo di Conte all’indomani dell’insediamento del governo Draghi. Dicevamo del sedici per cento potenziale. È chiaro che se Conte, una volta abbandonato il ruolo di premier, tenesse un profilo molto basso, perché emarginato dalle vicende politiche, quel numero si tradurrebbe in una percentuale non altrettanto significativa. Molti lo dimenticherebbero, tra un anno. Che cosa farà Conte dopo la formazione del governo Draghi? Questa è una domanda importante.</p>



<p><strong>Molti pensano che dietro l’opposizione a Draghi di molti senatori del Movimento ci sia proprio Giuseppe Conte.</strong><br>Non sono un insider e non lo posso dire. È un’ipotesi plausibile ma faccio fatica a pensare che Conte assuma una posizione ostile alla nascita di un governo Draghi: non credo che se lo possa permettere. Però mi domando se magari Conte non si avvicinerà di più al Movimento. La domanda è sempre che cosa farà Conte e le risposte possono essere diverse. Una è la sua lista personale o un suo gruppo parlamentare, e non credo che questa sarà la strada. Secondo me è più plausibile che si avvicini al M5S.</p>



<p><strong>E ne assuma la guida?</strong><br>Potrebbe anche, sebbene appaia paradossale, assumerne la guida ed essere garante dell’unità del Movimento in questa fase così delicata. Ricordiamoci che il M5S ha avuto terreno fertile per il suo lancio durante il governo Monti, che era governo tecnico. Il fatto che fosse percepito come oppositore del governo dell’establishment gli rende difficile appoggiare oggi un altro governo tecnico, guidato da una persona che viene vista da tanti come membro dell’establishment europeo al pari di Monti. È quindi un momento molto delicato per il Movimento, e Draghi difficilmente potrà riuscire a fare un governo senza l’appoggio di una sua parte consistente, soprattutto se Salvini e Meloni dovessero continuare a mantenere le distanze. Sarà molto interessante nei prossimi giorni vedere come evolverà il Movimento e quale sarà il ruolo di Conte in questa evoluzione.</p>



<p><strong>Secondo un suo recendo sondaggio gli italiani vorrebbero a livello nazionale una legge elettorale simile a quella dei sindaci.</strong><br>Mi piace citare il dato secondo cui il 73% degli intervistati, cioè 3 su 4, sarebbero favorevoli ad applicare a livello nazionale il sistema di elezione dei sindaci nei comuni sopra i quindicimila abitanti. È il sistema in cui il sindaco viene eletto direttamente. Nel caso in cui nessuno dei candidati ottenga al primo turno il cinquanta per cento dei voti, i due più votati vanno al ballottaggio e il vincente diventa sindaco. Inoltre, al sindaco viene garantito nel novanta per cento dei casi la maggioranza assoluta dei seggi in Consiglio.</p>



<p><strong>Perché agli italiani piace?</strong><br>Perché capiscono che il loro voto serve a scegliere il governo del comune e, con un sistema leggermente diverso, il governo delle regioni. È un sistema chiaro in cui il voto degli elettori serve non soltanto per scegliere i candidati dei partiti, ma per scegliere chi governa. In un tempo come il nostro, in cui le ideologie sono morte, in cui i partiti sono morti o moribondi, gli elettori guardano ai leader. La personalizzazione della politica è ormai un elemento fondante, non rimovibile del quadro politico attuale. In questo contesto agli elettori piace scegliere il leader che li dovrà governare.</p>



<p><strong>Piace anche lei?</strong><br>Sì, piace anche a me perché ritengo che noi non arresteremo il declino di questo Paese fino a quando non prenderemo per le corna il problema della stabilità degli esecutivi. Soprattutto con quel quadro, che ho descritto, di un sistema partitico senza ideologie, senza partiti veri. Noi abbiamo stabilizzato i governi comunali e regionali. Ricordate quanto duravano sindaci e presidenti delle giunte regionali prima delle riforme degli anni ’90? Duravamo nulla. Come si fa a governare quando si ha di fronte un orizzonte temporale di dodici o quattordici mesi? Noi dobbiamo mettere in condizione gli eletti di avere un tempo davanti per fare le cose che dicono di voler fare. Dopodiché saranno veramente responsabili, li potremo giudicare come facciamo con i sindaci e i presidenti delle giunte. La stabilità è importante.</p>



<p><strong>Non sembra essere questo il primo obiettivo in Italia.</strong><br>In questo Paese abbiamo fino ad oggi privilegiato la rappresentatività, il pluralismo, la frammentazione. Oggi non ce lo possiamo più permettere. Abbiamo bisogno di leggi elettorali che favoriscano la stabilizzazione dei governi nazionali così come abbiamo fatto a livello comunale e regionale.</p>



<p><strong>La Costituzione non permette di eleggere direttamente il capo del governo e, mi corregga se sbaglio, non sono molti nel mondo i casi in cui viene eletto direttamente il capo del governo.</strong><br>Infatti io non sono d’accordo all’applicazione della legge elettorale relativa ai sindaci così com’è. Dobbiamo mantenere un Presidente della Repubblica super partes. Però possiamo eleggere “direttamente” il capo del governo. Distinguerei a tal proposito tra un’elezione diretta con e senza virgolette del capo del governo. Lei fa riferimento a un’elezione diretta senza virgolette, io invece penso che possiamo eleggere direttamente, ma con virgolette, un Presidente del Consiglio dando un sistema elettorale, bocciato dalla Corte, che si chiama Italicum. Un maggioritario di lista che si può riprendere perché la stessa Corte ha lasciato aperta la porta, indicando le modifiche che lo renderebbero costituzionale.</p>



<p><strong>Lei viene considerato il padre dell’Italicum.</strong><br>Io mi consideravo lo zio, ma Renzi non ha apprezzato la battuta. Il padre era lui.</p>



<p><strong>Come funzionava?</strong><br>Le dico come funzionava l’Italicum 1.0, quello a cui ho lavorato io. Uno dei problemi che lo rese incostituzionale fu la successiva modifica, approvata quando io ero già stato scaricato. Era anzitutto un sistema proporzionale, che ai partiti piace più del maggioritario, in cui i partiti sceglievano se presentarsi o meno in coalizione, e naturalmente tutti avrebbero scelto la coalizione. La coalizione che raggiungeva il 40% dei voti al primo turno aveva il 54% dei seggi, e i perdenti si dividevano il restante. Se nessuna arrivava al 40% al primo turno, le due più quotate andavano al secondo turno. Un sistema chiaro, come quello dei sindaci, con un ballottaggio come quello dei sindaci.</p>



<p><strong>Che cosa realizziamo con un sistema simile?</strong><br>Intanto che gli elettori scelgono chi vince ma al tempo stesso, a differenza di quanto accade in Francia, realizziamo la rappresentatività perché i perdenti si dividono il 46% dei seggi e non restano senza niente, come accadde in Francia per la Le Pen. L’Italicum è quindi un punto di equilibrio tra questi due valori importanti: stabilità e rappresentatività.</p>



<p><strong>Il fatto che ci sia stata la riduzione lineare dei parlamentari non influisce sull’impianto dell’Italicum?</strong><br>I numeri saranno inferiori, ma l’impianto non cambia. Quello che servirebbe invece, indipendentemente dall’Italicum, se vogliamo introdurre sistemi maggioritari di lista, è il superamento del bicameralismo paritario. Questa è un’altra delle riforme che secondo me dovrebbe entrare nel programma a cui Draghi si appresta a lavorare.</p>



<p><strong>Noi siamo rimasti l’unico Paese in Europa dove due Camere hanno esattamente gli stessi poteri?</strong><br>Gli unici, e non ha senso. Dobbiamo creare una Camera delle regioni. Il Senato deve diventare la Camera delle regioni. La pandemia ha dimostrato di nuovo la necessità di un rapporto più organico tra Stato e regioni. È una delle riforme più urgenti da fare, insieme a quella della giustizia e della pubblica amministrazione, che pare entreranno nel Recovery Plan. Anche la differenziazione delle Camere e la revisione del Titolo Quinto dovrebbero entrare nel piano di rilancio. Una volta realizzata la differenziazione delle Camere, diventerebbe molto più semplice introdurre anche un sistema maggioritario di lista nell’unica Camera chiamata a dare la fiducia, la Camera dei Deputati.</p>



<p><strong>Si tratta delle riforme del 2016 bocciate dal referendum, votato più contro la persona Renzi che contro le riforme.</strong><br>Esattamente. Con quel referendum gli italiani hanno bocciato un uomo, Renzi, non l’idea della riforma. In tutti i sondaggi che ho fatto prima del voto, quando chiedevo il gradimento delle singole misure contenute nel disegno complessivo &#8211; trasformazione del Senato in Camera delle regioni, abolizione del CNEL, revisione del Titolo Quinto ma anche rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio &#8211; le risposte erano tutte positive. Quando chiedevo come avrebbero votato la risposta era NO. Era un voto contro la persona Renzi non contro l’idea delle riforme costituzionali, di cui abbiamo bisogno.</p>



<p><strong>Come sottrarre la legge elettorale dalle convenienze di ogni maggioranza?</strong><br>Questo è lo scandalo italiano. Non esiste paese occidentale che abbia visto tante riforme elettorali negli ultimi vent’anni come l’Italia. Il tabù che le regole del gioco non possono essere approvate a maggioranza è stato rotto dalla coalizione del centrosinistra nel 2001 quando ha fatto da sola la riforma del Titolo Quinto. Berlusconi ne ha approfittato perché nel 2005 ha riformato la legge Mattarella con la sola maggioranza di cui disponeva. È scandaloso che le regole del gioco vengano decise, di volta in volta, dalla maggioranza del momento.</p>



<p><strong>Come si fa negli altri paesi?</strong><br>In altri paesi il problema viene risolto facendo leva sulla cultura politica in cui le regole del gioco, anche se non costituzionalizzate, vengono decise da un’ampia maggioranza e non da maggioranze contingenti, limitate, elettorali. Anche in Italia dobbiamo smettere di fare regole elettorali a maggioranza. In Parlamento giace un progetto di riforma elettorale di ritorno al proporzionale: vediamo cosa ne penserà Draghi. Anche in questo caso l’idea è di approvarlo a maggioranza. Un nuovo errore. Persistiamo negli errori.</p>



<p><strong>Tutti sono convinti che al centro ci sia un enorme vuoto, la famosa prateria che tutti vorrebbero occupare. Esiste davvero questo spazio politico?</strong><br>Noi viviamo in un momento di grandissima fluidità elettorale, di grande volatilità. Quando facciamo delle rilevazioni sull’autocollocazione degli italiani sull’asse sinistra/destra, ancora oggi la maggioranza dei cittadini non si colloca alle estreme ma in un’area di centro, più o meno vasta. L’area di centro c’è, è l’offerta politica a essere inadeguata.</p>



<p><strong>Si sta tornando verso il bipolarismo?</strong><br>Io vedo chiara la tendenza verso un ritorno al bipolarismo. I Cinque Stelle, ad esempio, non usano più dire di non essere né di destra, né di sinistra: si sono ormai rassegnati a considerarsi parte di uno schieramento, quello di centrosinistra. L’effetto del governo Draghi invece potrebbe essere quello di una depolarizzazione e quindi di una rivalutazione dell’area moderata che c’è ma non si vede.</p>



<p><strong>Perché manca il leader, il federatole?</strong><br>Mancano leader moderati credibili, un’offerta moderata credibile.</p>



<p><strong>I sondaggi registrano una grande volatilità dei sentimenti degli italiani. Ma a parte le inquietudini dell’istante, quali sono i dati permanenti della realtà italiana?</strong><br>Torniamo alla fluidità delle opinioni, alla mancanza di ancore ideologiche e valoriali. Non ci sono più appartenenze. Viviamo in una società politica liquida. Al suo interno però ci sono ancora segmenti stabili, ci sono orientamenti di una parte dell’elettorato che sono fissi. L’elettorato della Meloni, ad esempio, è formato da una parte consistente di elettori con un passato legato ai valori che Alleanza Nazionale rappresentava: legge, ordine, Patria, famiglia, religione, Nazione. C’è una parte di elettorato che ha ancora delle ancore. Così a sinistra sui temi dell’emigrazione, dei diritti della persona, unioni gay, adozioni.</p>



<p><strong>Non è tutta una melassa quindi.</strong><br>No, ma la platea di persone spaesate, disorientate, disponibili a spostarsi da una parte o dall’altra in base ai leader e all’offerta, rispetto a trenta o quarant’anni fa si è ampliata notevolmente.</p>



<p><strong>Con il sistema di voto attuale cosa accadrebbe in caso di ritorno alle urne?</strong><br>Se il voto fosse con il sistema elettorale attuale, il Rosatellum, il centrodestra sarebbe in vantaggio rispetto al centrosinistra. Se prendiamo la media dei sondaggi della settimana scorsa e sommiamo tutti i partiti di centrosinistra e tutti i partiti di centrodestra, le due somme sono quasi equivalenti. Non c’è un grande distacco in termini di voti. Il centrosinistra però è molto più frammentato e diviso rispetto al centrodestra. Con un sistema elettorale in cui un terzo dei seggi viene assegnato con collegi uninominali, la frammentazione del centrosinistra creerà dei problemi alla coalizione.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Nei collegi uninominali la somma dei vari segmenti elettorali della coalizione diviene determinante. In una coalizione divisa questo risultato è più incerto. Secondo me questo avvantaggia il centrodestra. Non è un caso infatti che la legge elettorale in gestazione in Parlamento sia un proporzionale che elimina i collegi uninominali, per cui ogni partito presenta la sua lista e i suoi candidati, va per conto suo e poi si vedrà.</p>



<p><strong>Dopo il voto che succede?</strong><br>L’ingovernabilità.</p>



<p><strong>Un paradosso.</strong><br>Il paradosso è che nel momento in cui si apre una crisi per volontà di un piccolo partito, che vale meno del 3%, il presidente del Consiglio uscente proponga un sistema elettorale proporzionale, che non farebbe altro che perpetuare il potere di ricatto dei piccoli. Solo in Italia possono succedere queste cose.</p>



<p><strong>Perché i partiti e i leader politici possono permettersi di smentire le loro posizioni in modo così veloce? Perché possono permettersi tanta incoerenza?</strong><br>Perché gli elettori glielo consentono e questo fa parte del degrado della cultura politica cui abbiamo assistito, in particolare negli ultimi 25 anni. Succede poi che gli elettori, a un certo punto, in certi momenti, si arrabbiano e votano per un partito, come il M5S, che alla sua prima tornata elettorale ha conquistato la maggioranza relativa dei voti. Gli elettori prima tollerano e poi si arrabbiano ed esprimono la propria delusione votando una offerta politica “anti”. Per poi tornare a comportamenti di tolleranza e compiacenza. Tutto questo fa parte del degrado della cultura politica degli ultimi 25 anni.</p>



<p><strong>È l’effetto della mancanza dei partiti?</strong><br>I partiti in una democrazia sono importanti. Oggi non abbiamo più partiti veri e quindi non abbiamo più appartenenze, ancore.</p>



<p><strong>Potrebbe essere di aiuto una buona legge elettorale?</strong><br>Io sono molto pessimista, non credo che la legge elettorale possa fare dei miracoli. Può cercare di mitigare certi fenomeni ma non può fare miracoli. È un processo di lunga lena. Credo che la personalizzazione e la leaderizzazione della politica sia un fenomeno destinato a durare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/02/05/raco-dalimonte-basta-leggi-elettorali-a-maggioranza/">Roberto D&#8217;Alimonte: l’Italicum garantisce stabilità e rappresentatività. Basta leggi elettorali a maggioranza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Romano Prodi: l’augurio è di trovare la coesione necessaria per presentarci di nuovo come un Paese. Appena sarà il mio turno farò il vaccino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jan 2021 12:31:15 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/01/raco-prodi-trovare-coesione-necessaria-per-presentarci-di-nuovo-come-un-paese/">Romano Prodi: l’augurio è di trovare la coesione necessaria per presentarci di nuovo come un Paese. Appena sarà il mio turno farò il vaccino</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>L’UE e il Regno Unito hanno sottoscritto un accordo, affatto scontato, che andrà perfezionato nel tempo. Il modo migliore per chiudere una separazione comunque molto dolorosa?</strong><br>È un modo decente. La Brexit con rottura totale sarebbe stata indecente. Ma è pur sempre una rottura anche perché, se da un lato si è conservato uno degli aspetti più importanti, vale a dire il commercio, d’altro canto il distacco c’è, rimane, e ha carattere del tutto irrazionale. Da Presidente della Commissione ho sempre avuto a che fare con l’eccezione britannica, con la sua intrinseca diversità. La cifra era: noi non siamo stati mai comandati da nessuno, non vogliamo esser comandati da Bruxelles. E ho sempre sentito tutto questo come un richiamo del passato. Io credo che sia un fatto negativo. Non sarà tragico perché in fondo abbiamo salvato alcune cose, ma ci rimetteremo negli scambi culturali, nella ricerca, nell’immigrazione e in tutti questi aspetti che erano così importanti perché la Gran Bretagna è un grande Paese. Ci rimetteremo anche nella difesa perché il loro era il più efficiente esercito europeo.</p>



<p><strong>Che cosa pensa della sospensione del programma Erasmus?</strong><br>Questa è la classica stupidità. Quando la politica si ferma sui fatti simbolici è stupida, e in questo caso l’abolizione dell’Erasmus è il simbolo di voler staccare la propria gioventù da quella europea. Ma non ci guadagna niente la Gran Bretagna. Ci guadagnava molto dall’Erasmus, spendeva poco e niente. È solo la rivendicazione di essere diversi, di non volere avere rapporti con nessuno. Queste cose andranno avanti fino a quando fra venti o venticinque anni, purtroppo io non ci sarò più, la Gran Bretagna rientrerà nell’Unione Europea. Sarà com’è stato l’altra volta: fondarono l’EFTA, l’unione doganale, con i Paesi del Nord. Poi videro che ci rimettevano e in un giorno solo sono entrati in Europa. Arriverà anche quel giorno lì.</p>



<p><strong>Continui ad allenarsi, professore, così ci sarà anche quel giorno.</strong><br>Sono arrivato pochi mesi fa alla durata della vita media del maschio. Se fossi femmina avrei statisticamente più anni di vita davanti, ma essendo maschio ritengo che sia arrivato il punto di svolta.</p>



<p><strong>Tra 20 giorni si insedierà Biden. Come cambieranno i rapporti con l’Europa e la Cina?</strong><br>Tante cose sono già cambiate in quest’intervallo. In linea di massima rimane l’ostilità americana nei confronti della Cina. Democratici e Repubblicani vedono egualmente la Cina come il grande concorrente. È ormai diventata concorrenza imperiale, e la concorrenza imperiale non perdona mai. Però son cambiate alcune cose in poche settimane. Gli americani erano partiti con un accordo commerciale con tutti i paesi del Pacifico esclusa la Cina. Trump ha rotto quell’accordo, la Cina ha fatto lei l’accordo che avrebbero dovuto fare gli Stati Uniti. Ancora con dei buchi neri, delle incertezze, ma in definitiva hanno creato un’area commerciale che è quasi un terzo del commercio mondiale. È un fatto nuovo. Fra nemici politici, ma che capiscono che la corsa alla dimensione economica è andata talmente avanti che non può essere ignorata. Si odiano politicamente, sono nemici, ma contrattano fra di loro e investono reciprocamente.</p>



<p><strong>E poi? L’Europa?</strong><br>In secondo luogo si sta forse concludendo un certo accordo europeo con la Cina sugli investimenti reciproci. Questo comporterà, se andrà in porto, alcuni cambiamenti riguardo ai fatti economici, come il riconoscimento dei brevetti, certi vincoli sul lavoro giovanile, l’ecologia. L’accordo mette assieme alcune norme che abbassano le tensioni. Questi sono gli avvenimenti di questi giorni. Su questo si innesta un cambiamento americano nei confronti dell’Europa. L’Europa sarà ancora vista in molti casi come concorrente, specie quando si tratta delle grandi società legate a internet, da Google ad Apple ad Amazon, dove l’interesse americano sarà ancora fortissimo. Ma su tante altre controversie, come Airbus o Boeing, ci sarà un avvicinamento all’Europa, anche perché è utile politicamente e militarmente.</p>



<p><strong>Cosa prevede?</strong><br>E allora, di fronte a tutto questo cambiamento, prevedo Stati Uniti e Cina ancora in forte tensione, un più stretto rapporto tra Europa e Stati Uniti, ma con l’Europa un po’ più libera di “ballare” dal punto di vista economico con la Cina. Anche perché è evento di questi giorni la constatazione che l’Europa commerci più con la Cina che con gli Stati Uniti. Questo è un fatto solo quantitativo ma che costituisce una rivoluzione intellettuale impressionante. Mettendo assieme tutti questi eventi, anche se sono ancora in fieri, io prevedo una maggior libertà d’azione per l’Europa a fronte di uno scontro ancora aspro tra USA e Cina. Questo ci conferirebbe anche la possibilità di svolgere un po’ il ruolo di arbitro in tante controversie mondiali, ma a condizione che ci sia una politica europea, e questo è un altro discorso.</p>



<p><strong>Nonostante la sconfitta, Trump ha avuto molti consensi. C’è una inquietudine che induce la classe media, in Europa come in America, a dare fiducia ai populisti?</strong><br>No, sono cose diverse. I populisti sono sì forti e importanti, ma non sono in ascesa. Non solo perché Trump non ha vinto ma perché, alle elezioni europee avrebbero dovuto fare sfracelli e così non è stato. Poi, oggi, Polonia e Ungheria hanno dovuto in qualche modo cedere. Quindi restano importanti ma certo non in ascesa. Quanto a Trump, che ha certamente avuto una valanga di voti, ricordiamoci però che è un presidente in carica che perde, e un presidente in carica che perde è sempre un evento, non una cosa normale. Poi il consenso di Trump è fatto di tante cose: non solo populismo, ma “America first”. È l’impero americano, di chi dice: faremo di tutto per essere i primi nel mondo. E questo ha un fascino incredibile, dappertutto. Io ho avuto la fortuna di insegnare in Cina e negli Stati Uniti fino a pochi anni fa e nello stesso periodo di tempo. I ragazzi avevano la stessa mentalità imperiale. L’impero è un’infezione irresistibile, altro che Covid! In questo senso c’è bisogno dell’Europa per calmare queste cose. Ripeto: quello che vedo negli Stati Uniti è solo in parte populismo. Se Trump fosse stato un po’ più intelligente politicamente e avesse puntato soltanto su “America first” e non su “American alone”, sarebbe ancora presidente.</p>



<p><strong>Sotto la sua presidenza l’Europa ha portato a compimento, tra le altre riforme, l’allargamento dell’Unione a Est. Si tratta dei Paesi che di più oggi stanno ostacolando le politiche comunitarie. Fu un errore?</strong><br>Non solo non ritengo sia stato un errore, vedendo come sono andate le cose in Ucraina: pensi se la Polonia fosse al posto dell’Ucraina. Anzi, penso non in modo provocatorio che bisogna continuare l’allargamento con i Paesi dell’ex Jugoslavia e con l’Albania. In fretta, chiudere i confini dell’Europa, definirli, riformare le istituzioni europee e avere un’Europa che comprenda tutta la cultura europea. Adesso non abbiamo nemmeno più il problema della Turchia, il caso con la Turchia è chiuso. La storia, la storia passa una volta sola. Poi è verissimo che i Paesi dell’Est hanno mille grane, però diciamoci anche la verità: io ho fatto il presidente della Commissione europea sia a quindici che a venticinque, e i problemi erano uguali. Come ho detto, avevo solo il problema della Gran Bretagna. Quelli avevano un’idea diversa, una politica diversa. Polonia e Ungheria, che stanno davvero violando ogni diritto, alla fine hanno dovuto cedere. Alla fine vedono che il loro futuro è l’Europa. Quindi vedrà, cambieranno governo e adagio adagio si avrà un’omogeneità anche con loro.</p>



<p><strong>Il problema è la storia?</strong><br>Il problema è definire i confini, che cosa siamo. Poi il passo successivo è la costruzione dell’”anello degli amici”, che io proposi nel 2002 ma venne bocciato dalla Commissione europea. Basta pensare che l’Europa non può allargarsi da questi confini. Con i Paesi che ci stanno intorno, dalla Bielorussia al Marocco, passando per Israele e Siria, si possono fare rapporti bilaterali speciali in modo da assicurarci questo anello degli amici. L’Europa avrà un significato diverso nel mondo, e non è illusione perché è interesse loro e interesse nostro. Ci metteremo cinquant’anni? E mettiamoci cinquant’anni a fare questi rapporti, ma costruiamo attorno a noi una situazione di sicurezza. Ma non vede che adesso in Libia, che è attaccata alla Sicilia, comandano la Russia e la Turchia? Ma le sembra logico? Ma dove siamo andati a finire? Che la Turchia ha il prodotto nazionale della Spagna, è lontana e comanda nel Mediterraneo?</p>



<p><strong>C’è stato un momento in cui lei stava per essere nominato alto rappresentante in Libia, lo chiedevano venticinque Paesi africani. Quello era un momento straordinario, storico, per cui l’Italia poteva avere un ruolo determinante.</strong><br>Venticinque Paesi africani lo chiesero al segretario dell’Onu, quando Gheddafi era ancora in vita e dunque si poteva ancora salvare la situazione. Il segretario dell’Onu disse che ci avrebbe pensato e poi non se ne fece nulla. C’è stato evidentemente qualcuno che si è opposto.</p>



<p><strong>In Italia?</strong><br>Berlusconi, poi qualcuno dice anche gli americani, non lo so. Io penso che fosse casa europea. Poi la cosa si ripeté anche dopo, con il governo Renzi. Io andai da lui, unica volta in cui mi recai a Palazzo Chigi, per dirgli che ricevevo queste richieste e ribadire che fossi a disposizione. Ora, può darsi che tutti questi avessero le loro ragioni, ma il problema è che dobbiamo far capire che il Mediterraneo è vitale non solo per noi ma per tutta l’Europa. L’allargamento ci ha in qualche modo definito il rapporto verso Est. Il problema adesso è il Sud, e allora noi con Francia, Spagna, Grecia, Cipro, Malta, dobbiamo fare un blocco Mediterraneo, ma non sciovinista, per dire: guardate che la frontiera debole dell’Europa è il Mediterraneo. Poi questo è anche un problema del nostro Mezzogiorno: l’idea che il nostro Mezzogiorno possa crescere senza avere di fronte dei Paesi in sviluppo è un’idea che non ha senso. Di fronte al niente non ci si sviluppa. Sono anni che propongo una cosa innocente ma anche importante: facciamo delle Università miste.</p>



<p><strong>Lei aveva proposto un Erasmus mediterraneo misto, italo-africano.</strong><br>Soprattutto nelle città miste. Adesso ci sono Università europee in Africa. È bellissimo, ma non è questo che dobbiamo avere. Io penso a delle città come Catania o Napoli, Tripoli, Cairo, Barcellona, Rabat, in cui si abbiano tanti professori del Nord del Mediterraneo quanti del Sud, tanti studenti del Nord quanti del Sud, e gli studenti devono fare tanti anni nel Nord quanti nel Sud. Se noi facciamo queste cose ricostruiamo il Mediterraneo. Centodieci anni fa nel Sud del Mediterraneo c’erano centinaia di migliaia di italiani e quanto alla lingua, dice Byron in un suo passaggio, “si parla inglese, ma la vera lingua è il napoletano-siciliano-arabo”, questo bel misto di linguaggio. Ecco, la nuova comunità del Mediterraneo non la possono fare i piccoli commercianti o i pescatori. La devono fare gli studenti, i ragazzi, che creano nuove attività comuni nel tempo. Però noi del Sud Europa non abbiamo ancora l’unità e la capacità di fare queste proposte, che il Nord adesso accetterebbe perché anche loro hanno paura delle frontiere del Sud.</p>



<p><strong>Potrebbe essere il momento giusto?</strong><br>Dovrebbe essere il momento giusto.</p>



<p><strong>L’Italia è in ritardo nella compilazione del programma nazionale di investimento dei fondi del Next Generation EU. Sembra esserci molta preoccupazione a Bruxelles. Rischiamo di fallire questa opportunità?</strong><br>Lei mi fa la domanda e io le rispondo Sì. Rischiamo. Siamo ancora a tempo, per carità, ma il Next Generation deve essere qualcosa per il futuro, qualcosa di nuovo, deve avere una missione dietro per un Paese. Guardi che è stato molto faticoso farlo, il Next Generation, perché i cosiddetti Paesi frugali non sono stati contentissimi e sono lì pronti a guardare se noi adempiamo alle norme. Guardi che ci sono quaranta pagine di norme, di un dettaglio unico, e se non si fanno i passi lì previsti i soldi non arrivano. Noi si agisce come se invece fossimo “liberi tutti”: un po’ di soldi qui, un po’ di soldi là. Ma il pensiero sulle novità su cui si deve fondare il nostro sviluppo non c’è. Tutti sono convinti, io prima di tutti, che in futuro riusciremo a pagare il nostro debito solo se ci svilupperemo con un ritmo molto forte. Il debito si paga solo in due modi: con una inflazione massacrante, galoppante o con la crescita. L’inflazione non la auguro a nessuno. La crescita l’unico strumento che abbiamo in mano.</p>



<p><strong>Quindi deve finire la politica dei bonus?</strong><br>In una primissima fase, di fronte a gente che si è impoverita, io lo capivo il bonus. Però bisognerebbe controllare a chi si è dato. E poi non si può cambiare lo schema ogni settimana. Noi abbiamo adesso bisogno di alcuni indirizzi precisi, come ci chiede l&#8217;Europa, che contengano il messaggio del tasso di sviluppo che ci sarà in futuro, delle conseguenze economiche. Altrimenti, ripeto, i soldi non arriveranno. Punto.&nbsp;</p>



<p><strong>È davvero l’ultima chiamata che hanno le nostre Istituzioni?</strong><br>Si, l’ultima chiamata. E la abbiamo ancora perché c&#8217;è stato, come si prevedeva, un po&#8217; di ritardo nelle stesse norme europee. Ma gli altri Paesi li hanno già presentati. Mi sono guardato tutto il piano francese e c&#8217;era scritto tutto: &#8220;bisogna far questo, ci vogliono tanti mesi, l’autorità delegata è questa, l&#8217;avanzamento del progetto sarà verificato così&#8221;. Direi basta, bisogna fare le cose. E far presto.&nbsp;</p>



<p><strong>Molti governi, compreso il nostro, per affrontare la crisi, hanno fatto entrare lo Stato nel capitale di molte imprese in difficoltà. Pensa che sia un intervento provvisorio o che durerà nel tempo?</strong><br>La storia economica ci insegna che ogni crisi vede l&#8217;aumento dell&#8217;intervento dello Stato. Non c&#8217;è nessuna eccezione. Nel &#8217;29 si è usciti solo con l&#8217;intervento dello Stato. Anche nell&#8217;ultima crisi finanziaria, se non ci fosse stato un riaggiustamento pubblico della Banca Centrale Europea non si usciva dalla crisi. Quando il mercato si inceppa, ci vuole dell&#8217;olio per far riprendere la corsa. Quindi smettiamola con la dietrologia e con le dottrine e&nbsp;vediamo le cose in pratica. Non si avrà una nuova IRI, la proprietà pubblica come un tempo, perché il mercato è diventato globale e i confini nazionali, dal punto di vista dell&#8217;economia, sono molto caduti. Però il sostegno pubblico c&#8217;è ovunque. Negli Stati Uniti si discute in questi giorni la dimensione quantitativa della misura, ma sul fatto che ci sia il dubbio non viene a nessuno. Anche in Italia la Cassa Depositi e Prestiti ha un suo ruolo, ma non è più lo Stato che ha la maggioranza e dirige l&#8217;economia, ma che interviene, aiuta nel capitale e naturalmente, è chiaro, tiene quel fiore di minoranza per cui si difende un certo interesse nazionale dato che sono state poste delle risorse nazionali.</p>



<p><strong>La presenza dello Stato, in questo momento, è insomma inevitabile.</strong><br>Io sono convintissimo che qualche segno di partecipazione pubblica sia indispensabile per difendere gli interessi nazionali. La chiamo &#8220;la strategia francese&#8221;. La Francia, che ha un&#8217;industria più debole della nostra, è infinitamente più potente di noi perché ha fatto una politica di grandi imprese con l&#8217;aiuto e la protezione dello Stato. Nella futura FCA-PSA, Stellantis, come è stata chiamata – che poi in un mondo che diventa sempre più cinese-anglosassone i nomi diventano sempre più latini &#8211; l’azionista maggiore è la famiglia Agnelli ma secondo lei comanda più lo Stato francese o la famiglia Agnelli? Comanda di più lo Stato francese e infatti il Consiglio di Amministrazione è in maggioranza francese. Questa è la vita. Allora, di fronte a questi equilibri, una presenza dello Stato ha un suo ruolo. Ma non lo Stato gestore.</p>



<p><strong>Quest’anno si è tenuto un referendum costituzionale promosso dalla Fondazione Einaudi sulla riduzione lineare dei parlamentari. La riforma è passata al contrario di quanto è accaduto in passato con i tentativi di operare modifiche più profonde della Costituzione. Che segnale possiamo trarre?</strong><br>Io sono convintissimo che questi interventi parziali siano dannosi. Alla riduzione dei parlamentari bisognava arrivarci ma bisognava farlo insieme alla legge elettorale, ai rapporti con le regioni, alla ricomposizione dello Stato. Prendiamola così, com&#8217;è venuta, ma lo Stato rimane con i difetti che aveva prima. Non è che la riduzione dei parlamentari migliori la situazione, io non vedo miglioramenti. Un po&#8217; di riduzione di spesa ma di fronte alla spesa di questi giorni siamo veramente di fronte non ai centesimi, ma ai millesimi. Invece noi avevamo bisogno di un cambiamento radicale della struttura dello Stato e dei modi di decidere.</p>



<p><strong>Cosa pensa a proposito della legge elettorale proporzionale voluta dalla maggioranza?</strong><br>Non l’ho mai nascosto, lo dico da 40 anni: io sono per il sistema maggioritario. E infatti, quando fondammo l&#8217;Ulivo c&#8217;era una legge fortemente maggioritaria. C&#8217;è bisogno di stabilità all&#8217;interno di un Paese, altrimenti non si ha alcun ruolo a livello internazionale. Lo ripeto sempre, anche a costo di risultare noioso. Quando diventai Presidente del Consiglio, una bella vittoria elettorale dopo una campagna elettorale difficile, come prima visita andai a trovare il Cancelliere tedesco. Fu un bel colloquio e nacque un&#8217;amicizia, nonostante le diversità politiche. Tanto è vero che il colloquio doveva durare 40 minuti ma si protrasse per due ore. Poi mi accompagnò all&#8217;elicottero, attraversando il giardino della Cancelleria, che allora era a Bonn, e mi disse: &#8220;che bello Romano, abbiamo proprio fatto una bella discussione! Chi viene la prossima volta?&#8221;. Ma lei si rende conto cos’è un Paese in cui tutto è di passaggio? Questo non è la politica. Sono memorie personali, ma sono utili per capire dove deve andare il sistema.&nbsp; Tutti adesso vogliono il proporzionale. Fatti loro. Io ripeto: con il proporzionale il Paese non si salva, con il maggioritario, forse.</p>



<p><strong>Perché in Italia non si riesce a formare un partito che rappresenti la tradizione liberale?</strong><br>È la complessità del voto della democrazia. Il voto popolare ha bisogno di tante radici locali, ha bisogno di emozioni, non è mica solo un fatto intellettuale. In Italia la democrazia liberale ha dato un grande contributo ma sempre minoritario perché non aveva come il mondo cattolico o il mondo social-comunista delle radici diffuse nel territorio. Quando si va a votare sono queste poi che contano. Ciò non toglie che abbiano invece influenzato queste radici e che le abbiano fatte evolvere verso un concetto di democrazia matura, quindi il contributo è stato lo stesso. Quando vede l’enorme e improvviso successo dei 5 Stelle, si chiede: chi è l’ideologo dei 5 Stelle? Grillo ne ha fatto una bandiera ma non c&#8217;è certo il discorso o il pensiero di Einaudi sotto. Hanno un successo colossale perché prendono un’emozione, quello che un tempo hanno fatto le parrocchie, le sedi locali dei partiti lo fa in modo frammentato la rete. È questo il problema forte della realtà di oggi. Però, ripeto, non confondiamo il successo al voto con l&#8217;influenza di lungo periodo che secondo me, nel mondo democratico e liberale italiano c&#8217;è stata, c&#8217;è stata fortemente. Quando io ho creato l&#8217;Ulivo ho voluto che ci fossero insieme a me delle forze liberali. Ci sono state e sono state molto efficaci. Il numero era quello che era ma le ritenevo parte delle radici italiane.&nbsp;</p>



<p><strong>Il M5S ha raccolto molto consenso spaccando il Paese, spargendo astio e rancore tra i cittadini, insinuando dubbi sul valore della della conoscenza. Le conseguenze le vediamo in questi giorni, con milioni di cittadini che non vogliono vaccinarsi contro il Covid per timore di essere ingannati dalla scienza e dalla politica.</strong><br>Sto studiando questo problema e devo ammettere che non è solo un caso italiano. Credo che i 5S vi abbiano contribuito con la destrutturazione del sistema, però vedo che anche in Francia questo movimento è andato molto avanti. Io credo che tornerà indietro quando arriverà il momento della responsabilità personale. Queste follie durano finché uno non ha dei parenti o degli amici che vengono infettati, finché non si prova il dolore. C&#8217;è un problema che è più complesso del dato politico. Io ho visto morire per la poliomielite, miei amici hanno portato la paralisi tutta la vita. Eppure anche allora c&#8217;era una fortissima polemica contro i vaccini. Un po&#8217; più ristretta come numero ma fortissima anche a quei tempi. Quando si è visto cosa succedeva e si è capito che il vaccino era efficacie, tutto è finito. Perché la diffidenza è nel cuore della gente. L&#8217;aspetto politico l&#8217;ha solo aumentata, ma purtroppo l&#8217;istinto anti-scientifico ce l&#8217;abbiamo profondamente. Alla sua domanda rispondo così: certamente lo hanno aggravato e lo hanno ampliato ma è qualcosa di molto più profondo con cui la nostra società deve avere a che fare e che spesso è collegato con la sfiducia per alcune colpe della società, legate a truffe e sfruttamenti subiti. Si finisce per mettere tutto in un fascio e ne deriva l&#8217;anti-scientismo cui assistiamo oggi. Un atteggiamento da demolire con comportamenti corretti, dimostrando con i fatti, come è stato con la poliomielite, che questi vaccini rappresentano il progresso. Serve democrazia e pazienza. Democrazia e pazienza.</p>



<p><strong>Quando sarà il suo turno, si vaccinerà?</strong><br>Certo, mi vaccinerò e spero che accada abbastanza presto. Anche perché io ho più di ottanta anni. Appena potrò lo farò. Se ci fosse stato lo avrei già fatto.</p>



<p><strong>Lei non ha mai lasciato il rapporto con i suoi studenti. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha dichiarato a questa rubrica che a causa della pandemia rischiamo di bucare una o più generazioni di sportivi. È lo stesso rischio che corriamo con una generazione di nostri giovani?</strong><br>La ringrazio per aver richiamato la mia attività di insegnante. Ancora oggi insegno Economia alla John Hopkins University. Io sono molto preoccupato per questo salto di anno scolastico. In rete non si raggiungono tutti ma poi non c’è la formazione: a scuola non solo si impara ma si “pascola”. E questo conta più di qualunque cosa. Dobbiamo fare di tutto per poter tornare a scuola in sicurezza, altrimenti quello che dice Malagò diviene inevitabile.</p>



<p><strong>Vogliamo fare un augurio agli italiani per il nuovo anno?</strong><br>Un augurio che non dipende da noi: speriamo che il mondo vada un po’ meglio che non in questo 2020. Un augurio che invece dipende da noi: troviamo quel minimo di coesione per capire che abbiamo provvisoriamente le risorse per cambiare il nostro cammino di sviluppo, per ridarci un futuro. L’augurio è di trovare questo minimo di coesione per presentarci di nuovo come un Paese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/01/raco-prodi-trovare-coesione-necessaria-per-presentarci-di-nuovo-come-un-paese/">Romano Prodi: l’augurio è di trovare la coesione necessaria per presentarci di nuovo come un Paese. Appena sarà il mio turno farò il vaccino</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Brexit: un accordo vivo e dinamico, tra sovranità e integrazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2020 14:04:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sovranità o integrazione? Brexit è sempre stato questo: una scelta tra la libertà britannica di scostarsi dalle regole europee, e la profondità dell’accesso al mercato unico. Se la prima aumenta, la seconda diminuisce. Una logica semplice e inevitabile, che ha scandito i quattro anni e mezzo dal referendum del 2016. Johnson ha preferito la prima alla seconda.&#160; Per come si sono svolte le negoziazioni – in tempi record, in mezzo&#8230;</p>
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<p>Sovranità o integrazione? Brexit è sempre stato questo: una scelta tra la libertà britannica di scostarsi dalle regole europee, e la profondità dell’accesso al mercato unico. Se la prima aumenta, la seconda diminuisce. Una logica semplice e inevitabile, che ha scandito i quattro anni e mezzo dal referendum del 2016. Johnson ha preferito la prima alla seconda.&nbsp;</p>



<p>Per come si sono svolte le negoziazioni – in tempi record, in mezzo a una pandemia e in un clima non sempre improntato alla fiducia – non era scontato evitare un no deal. Avere un accordo era fondamentale innanzitutto per offrire un quadro di cooperazione più largo, decisivo per applicare con efficacia il protocollo sull’Irlanda del Nord e, così, preservare il processo di pace.</p>



<p>L’accordo è inedito, come la situazione stessa. Se di norma si parte da una minore integrazione e si cerca di convergere verso una maggiore, in questo caso si fa il contrario. Anche questa la ragione di un testo così lungo e dettagliato: le oltre 1200 pagine svelano un’architettura istituzionale complessa, che crea strutture e incentivi per gestire la divergenza.</p>



<p>Di conseguenza, l’accordo varia in base alla prospettiva con cui lo si guarda. Non è un “normale” trattato con un paese terzo, perché tiene in considerazione una storia di 47 anni di partecipazione al mercato unico.&nbsp;Al tempo stesso, però, e non poteva essere altrimenti, offre al Regno Unito condizioni molto meno vantaggiose rispetto a quelle di uno stato membro, per l’UE una condizione imprescindibile.</p>



<p>Nonostante l’accordo, allora, saranno reintrodotti controlli, procedure, burocrazia, con ripercussioni negative su entrambe le sponde della Manica. Ne sono simbolo anche la decisione britannica di restare fuori dal programma Erasmus, o di non prevedere una cooperazione in materia di sicurezza esterna, proprio quando per l&#8217;UE è imperativo diventare un attore geopolitico.&nbsp;Particolarmente rappresentativo degli svantaggi per il Regno Unito è il caso dei servizi: grazie al mercato unico, dal 2005 Londra ha un surplus commerciale con l’UE, ma l’accordo fa poco per facilitare questo tipo di scambi.</p>



<p>Prospettiva interessante, poi, è quella temporale. Vista la necessità di gestire la divergenza, si tratta di un accordo vivo e dinamico. Il testo va visto come un quadro di riferimento all’interno del quale la nuova relazione tra Regno Unito e UE potrà evolvere. Per le merci, si parte oggi da una situazione di accesso libero al mercato unico e senza quote commerciali. Si lascia, poi, spazio per rafforzare il rapporto – ad esempio, il prossimo anno il Regno Unito potrà decidere se legare il proprio sistema di carbon pricing a quello europeo – oppure per allentarlo ancora di più, attraverso “interruttori” che innalzeranno barriere commerciali in caso di comprovata competizione sleale.&nbsp;</p>



<p>Perciò, dare oggi un giudizio completo è prematuro; l’accordo prenderà la forma che le parti vorranno dargli. Bisognerà soprattutto attendere l’adattamento degli attori economici e vedere come le catene del valore reagiranno ai nuovi costi e procedure. E soprattutto, nodo della questione, sarà se e come il Regno Unito tenterà di fare concorrenza normativa all’UE.</p>



<p>Johnson, infatti, ha formalmente ottenuto la libertà di divergere, ma questo ha un prezzo. Come detto, sono state inserite delle tutele per sanzionare un utilizzo della sovranità britannica nocivo per Bruxelles. Tra queste, il cosiddetto meccanismo di ribilanciamento permetterà di applicare contromisure commerciali qualora la divergenza normativa di una parte comporti una distorsione della competizione commerciale a discapito dell’altra. Per il dettaglio e il modo in cui è stato scritto, ci si aspetta che questo meccanismo non sarà lasciato inutilizzato.</p>



<p>Lo scambio tra sovranità (formale) e integrazione è ben rappresentato anche dalla questione della pesca, di forte valenza politica per il governo di Johnson. Entro il 2026, il Regno Unito recupererà dall’UE il 25% delle quote di pescato e dopo quella data avrà la libertà di escludere i vascelli europei dalle sue acque territoriali. Se lo farà, l’UE potrà precludere a Londra l’accesso al mercato europeo, vitale per vendere il pescato.</p>



<p>La scelta di Johnson e la filosofia dell’intero accordo confermano una lezione chiave del tempo in cui viviamo: la sovranità non dovrebbe essere fine a se stessa, ma strumento per il benessere di una comunità. E se il tempo aiuterà a dare forma alla nuova relazione tra l’isola e il continente, la geografia delle interdipendenze non lascia scampo: Dover sarà sempre a poche decine di chilometri da Calais.</p>
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		<title>Europa: il veto è caduto, ma il re è nudo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Dec 2020 11:28:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quasi mille giorni dopo la prima proposta della Commissione e circa trecento dopo lo scoppio della pandemia in Italia, sono stati raggiunti due accordi storici per l’Europa: il primo bilancio pluriennale dell’epoca post Brexit e&#160;Next Generation EU. Un cammino faticoso, ma senza dubbio con risultati inaspettati su cui pochi avrebbero scommesso.&#160;Con&#160;Next Generation EU, Bruxelles ha finalmente varcato il Rubicone nel suo modo di affrontare le crisi. Con l’accordo sul nuovo&#8230;</p>
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<p>Quasi mille giorni dopo la prima proposta della Commissione e circa trecento dopo lo scoppio della pandemia in Italia, sono stati raggiunti due accordi storici per l’Europa: il primo bilancio pluriennale dell’epoca post Brexit e&nbsp;Next Generation EU. Un cammino faticoso, ma senza dubbio con risultati inaspettati su cui pochi avrebbero scommesso.<br>&nbsp;<br>Con&nbsp;Next Generation EU, Bruxelles ha finalmente varcato il Rubicone nel suo modo di affrontare le crisi. Con l’accordo sul nuovo budget, l’Unione ha compiuto un primo importante passo in avanti verso una maggiore tutela dello stato di diritto. Proprio su questo punto si erano arenati i negoziati, con il veto di Polonia e Ungheria.</p>



<p>Un veto che, bloccando l’intero pacchetto di rilancio, ha per la prima volta portato al centro del dibattito europeo una patologia irrisolta, fino ad ora rimasta ai margini: una divergenza sui valori fondamentali dell’UE e la mancanza di un quadro europeo per gestirla. <br> <br>Nonostante la soddisfazione per i risultati raggiunti, allora, sarebbe un errore considerare risolta la questione. Il veto è caduto, ma il re è nudo; e non si può più fingere il contrario. Non è possibile anche alla luce del grande sforzo dell’UE di raggiungere un’autonomia strategica, per tutelare i suoi interessi e i suoi valori. Come si può, infatti, pensare di essere efficaci nel proteggere i nostri principi fondamentali nella competizione globale, se non esistono nemmeno tutele appropriate all’interno dell’Unione? <br> <br>L’attenzione, forse, dovrebbe spostarsi su come creare tali tutele. Ciò può avvenire solo attraverso una <a href="https://open.luiss.it/2020/11/26/unione-europea-e-valori-fondamentali-approfittare-della-crisi-per-un-salto-in-avanti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">riforma dei trattati</a>, che crei un quadro normativo coerente con sanzioni effettivamente applicabili. In molti casi, questa consapevolezza è diventata una comoda scusa per tenere nel cassetto un argomento politicamente scomodo per gli stati membri.<br> <br>Le ultime vicende hanno creato una finestra politica per agire, in attesa di una riforma più strutturale. Alcuni paesi, attraverso una cooperazione rafforzata, potrebbero dotarsi di un sistema provvisorio per tenere i valori al centro del dibattito. Questa coalizione di volenterosi – magari guidata dai nordici, molto attenti alla questione – potrebbe decidere di sottoporsi volontariamente ad un meccanismo europeo di monitoraggio riferito a tutti i valori fondamentali enunciati nell’art. 2 TUE. <br> <br>Accettare di rendere queste valutazioni pubbliche creerebbe un effetto reputazione, particolarmente efficace in questo caso. Infatti, compiendo un deciso passo in avanti, il gruppo di “virtuosi” – in questo caso una definizione appropriata, a differenza della retorica fuorviante che da anni caratterizza il dibattito tra debitori e creditori nell’Eurozona – metterebbe pressione non solo a quei paesi più palesemente in violazione, ma anche a quelli che predicano bene, ma, nella sostanza, conservano comportamenti ambigui. Non solo; un monitoraggio trasparente e istituzionalizzato consentirebbe anche un dialogo costante tra istituzioni e paesi membri. <br> <br>Realizzare una simile cooperazione non è scontato: i valori sono tra i temi più delicati, specialmente in una fase in cui la politica è dominata da questioni identitarie. Eppure, le ultime vicende hanno confermato l’inadeguatezza strutturale dell’Unione nel far rispettare i suoi principi fondanti non è più sostenibile. Bisogna agire. Anche perché, se la storia europea recente ha qualche lezione da offrire, guardare dall&#8217;altra parte non fa che peggiorare le cose.</p>
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		<title>Brexit: lo strano caso dei “liberisti-statalisti”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2020 10:33:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
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<p>Che stiamo vivendo un cambiamento d’epoca è ormai indubbio. Allora, può capitare di vedere che il paese e il partito che con Margaret Thatcher hanno animato e promosso più di ogni altro il liberismo economico, pretendano di avere le mani libere di intervenire nella propria economia niente meno che attraverso gli aiuti di stato, minacciando di cambiare unilateralmente il trattato di recesso dall’UE ratificato meno di un anno fa. Una mossa senza precedenti, non a caso stigmatizzata, fin dai primi retroscena circolati ieri, dai vertici dell’Unione, Ursula von der Leyen in primis.</p>



<p>E’ l’ultimo colpo di scena della vicenda Brexit, che ieri ha mandato in agitazione Bruxelles e le capitali europee in vista della ripresa, oggi, dei negoziati per cercare di arrivare ad un accordo sulla futura relazione commerciale tra UE e Regno Unito. E a giudicare dalle ultime mosse britanniche, rafforzate ieri dalle parole del Premier Boris Johnson, la possibilità di un’uscita senza accordo è tutt’altro che inesistente; scenario ambito dai sostenitori di un pieno recupero della sovranità.</p>



<p>Sarebbe un grave errore liquidare strategie e ambizioni di Johnson come una mera deriva populista. A Downing Street c’è la consapevolezza che il distacco dall’UE comporterà un costo nell’immediato, ma ciò è accettato come il prezzo del cambiamento. Un disegno rischioso, perché tra i tanti effetti collaterali potrebbe finire il già fragile processo di pace in Irlanda del Nord. Rischioso, ma necessario secondo gli ideologi della Hard Brexit, vista la posta in gioco: ridare al Regno Unito – più precisamente, all’Inghilterra – un ruolo globale.</p>



<p>Come? Attraverso un regime di scambi commerciali con tutto il mondo e creando un ambiente estremamente favorevole alle imprese. E se ai tempi dell’Impero a trainare l’economia era lo scambio di merci, oggi sono capitali finanziari e nuove tecnologie. Mentre in ambito finanziario il Regno Unito può già vantare un’ottima posizione nell’arena competitiva globale grazie alla City, non si può dire lo stesso per quello tecnologico. Ambito, questo, in cui anche il Regno Unito soffre dell’ormai noto male europeo della mancanza di Big Tech di bandiera.</p>



<p>Qui capiamo la centralità degli aiuti di stato nei negoziati. Secondo alcuni commentatori, infatti, l’ossessione sull’indipendenza di Londra sugli aiuti di stato sarebbe giustificata anche dalla necessità di costruire una leadership tecnologica attraverso politiche industriali particolarmente interventiste per colmare il ritardo accumulato. Qualcosa di incompatibile con un legame troppo stretto con la politica europea di concorrenza, annoverata, tra l’altro, tra le ragioni del ritardo tecnologico.</p>



<p>Ancora una volta Brexit offre uno spunto di riflessione sulle questioni chiave di questa fase storica. Cambia il mondo, cambiano le necessità e, con essi, si fa sempre più urgente un ri-orientamento del ruolo dello Stato, per essere all’altezza delle nuove sfide. Così, si apre una nuova competizione anche tra forze politiche e tra modelli statali, su chi sarà il migliore interprete delle evoluzioni in atto. E l’Europa non può stare a guardare.</p>
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