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	<title>calabria Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>calabria Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>La lira in epoca storica: uno strumento fantasma?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Amedeo Fera]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Dec 2022 07:57:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La motivazione della presenza della lira (o meglio delle lire) in Calabria costituisce un enigma di difficilissima risoluzione, su cui, probabilmente, possono essere fatte solo delle ipotesi. Questo strumento è stato rilevato esclusivamente in contesti rurali (sebbene esista qualche testimonianza del suo uso in contesti più urbani) e, nel momento in cui diventa oggetto della ricerca etnomusicologica, la sua area di diffusione in Calabria è ristretta a due piccole zone&#8230;</p>
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<p>La motivazione della presenza della lira (o meglio delle lire) in Calabria costituisce un enigma di difficilissima risoluzione, su cui, probabilmente, possono essere fatte solo delle ipotesi. Questo strumento è stato rilevato esclusivamente in contesti rurali (sebbene esista qualche testimonianza del suo uso in contesti più urbani) e, nel momento in cui diventa oggetto della ricerca etnomusicologica, la sua area di diffusione in Calabria è ristretta a due piccole zone della parte centro-meridionale della regione. In&nbsp; una di queste (quella del monte Poro in provincia di Vibo Valentia), la lira era presente solo nella memoria ma non nell&#8217;uso mentre nell&#8217;area ionica del sidernese era suonata da qualche anziano ma pressoché scomparsa dalla vita musicale dell&#8217;area.&nbsp;</p>



<p><strong>La lira viene&nbsp; considerata un&#8217;eredità della cultura ellenica</strong> della regione e collegata alla famiglia più ampia delle lire del mediterraneo orientale con cui condivide le caratteristiche principali: forma a pera, assenza di tastiera e capotasto, cavigliere con piroli a inserimento sagittale.</p>



<p><strong>L&#8217;arrivo di questo strumento in Calabria è ancora oggetto di dibattito</strong>. Le due ipotesi principali suppongono da un lato la comparsa dello strumento come conseguenza dell&#8217;occupazione bizantina (è&nbsp; l&#8217;ipotesi che fa Goffredo Plastino, leggi&nbsp;<a href="http://www.anticabibliotecarossanese.it/wp-content/uploads/2018/01/Plastino-Goffredo.-Sull_origine_della_lira_calabrese..pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>&nbsp;un suo articolo) e dall&#8217;altro l&#8217;arrivo della lira insieme alle ondate di profughi provenienti dalla Grecia in seguito alle varie fasi dell&#8217;occupazione ottomana (leggi&nbsp;<a href="https://www.academia.edu/45134852/Lire_migranti_Etnografia_e_immaginazione_sulle_origini_storiche_della_lira_in_Calabria?fbclid=IwAR1nZisZv_9oTRVMzo9KrDqto8_YLR51WG0xEtlaKu8LqAz4j9hAOR60_V4" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>&nbsp;un articolo di Ettore Castagna su questo tema). In un caso quindi si tratterebbe di un&#8217;eredità altomedievale e relativamente autoctona, mentre nel secondo caso viene interpretata come un&#8217;acquisizione più recente e alloctona. Sebbene il termine lira compaia in vari documenti tra medioevo e rinascimento, non esistono però testimonianze iconografiche che possano comprovare la presenza di questo specifico strumento nel Meridione se non alcuni sparuti esempi di raffigurazioni pittoriche che sono solo vagamente riconducibili alla lira (ad esempio gli affreschi nella cappella Palatina di Palermo e la ribeca raffigurata nell&#8217;Assunzione cinquecentesca di Antonio il Panormita custodita a Palazzo Abatellis a Palermo).&nbsp;</p>



<p><strong>Si tratta quindi di un fantasma?</strong> Purtroppo ancora non è stata fatta una ricerca estensiva alla ricerca di fonti iconografiche che possano permettere una ricostruzione dello strumento in epoche anteriori alla metà del &#8216;700 (epoca di costruzione del più antico esemplare pervenutoci). Inoltre le catastrofi naturali e le dispersioni di archivi non agevolano la ricostruzione della storia più antica della lira in Calabria. In questo senso però, occorre porre una questione in merito alla cosiddetta prassi storicamente informata. Posto che uno strumento come la lira potrebbe aver avuto un ruolo molto simile a quello della ribeca con cui condivide diverse caratteristiche (in sostanza la ribeca aggiunge alla lira una tastiera e un capotasto, ma per il resto si tratta dello stesso strumento), nel momento in cui si esegua musica rinascimentale o barocca proveniente dall&#8217;area calabrese, sarebbe più corretto attenersi agli studi musicologici correnti (che però si riferiscono ad altri contesti geografici) o partire anche dal dato etnomusicologico utilizzando questo strumento come una forma locale di ribeca?</p>



<p>Nel video che segue una coppia di ribeche esegue musica barocca (vedi <a href="https://youtu.be/FYUdGi275FA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>). Lo strumento era considerato (in un&#8217;ottica evoluzionista) uno strumento medievale, per cui non utilizzato per suonare musiche del rinascimento e del barocco. Questo pregiudizio non ha permesso di includere nella prassi esecutiva di alcuni repertori questo strumento, contraddicendo anche le evidenze documentarie e iconografiche. Non sarebbe il caso di ripensare anche la lira calabrese da questo punto di vista, svincolandolo dal fatto che esso ci sia pervenuto come strumento popolare e ripensandone ruolo e funzioni nel repertorio della musica antica?&nbsp;</p>
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		<title>Meglio non andare oltre il sandalo</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/25/de-luca-toscani-sibiriu-condannato-fotografo-diffamazione-meglio-non-andare-oltre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2022 07:50:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non possiamo sapere se Oliviero Toscani, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “Ne supra crepidam sutor indicaret” e che in italiano traduciamo comunemente: “(ciabattino) non andare oltre la scarpa”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.&#8230;</p>
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<p>Non possiamo sapere se <strong>Oliviero Toscani</strong>, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “<em><strong>Ne supra crepidam sutor indicaret</strong></em>” e che in italiano traduciamo comunemente: “<em>(ciabattino) non andare oltre la scarpa</em>”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.</p>



<p>La storia del ciabattino (<strong>sutor</strong>) è più o meno questa.</p>



<p>C’era un artista greco, Apelle di Coo, il quale era solito esporre le sue opere in modo da poter trarre profitto dai commenti e dalle critiche dei passanti. Una volta, un ciabattino gli fece un appunto riguardo a come aveva rappresentato il sandalo (<strong>crepidam</strong>) di un personaggio. Apelle, dall’alto della sua fama ma anche della sua umiltà e avvedutezza metodologica, accolse la critica e passò al ritocco. Il ciabattino, inorgoglito di tale successo, il giorno dopo tornò all’attacco muovendo un’ulteriore critica, questa volta, al ginocchio. A tal punto Apelle lo gelò: hai parlato di sandalo e va bene, ti ho ascoltato; però adesso fermati, non andare oltre, lascia stare il ginocchio perché non è materia di tua competenza.</p>



<p>Oliviero Toscani, il 20 ottobre 2016 si trova a Vibo Valentia in occasione della mostra “<em>Razza umana</em>”, allestita nel complesso monumentale Valentianum. C’è calca intorno al personaggio. Si fa avanti <strong>Vittorio Sibiriu</strong>, anni 18, faccia pulita di studente, condotta impeccabile, figlio di un carabiniere. Il giovane chiede a Toscani una foto che li ritragga insieme. La risposta è un rifiuto netto. Sibiriu dichiara che l’artista lo ha “<em>additato come un potenziale mafioso, affermando che</em>” – lo è o non lo è (e questo Toscani non lo sa) – “<em>avrebbe benissimo potuto esserlo poiché anche Matteo Messina Denaro non ha la faccia da mafioso eppure lo è</em>”. </p>



<p>La storia finisce in tribunale perché Sibiriu non ha nessuna voglia né di ingoiare il torto subito e neanche quella di rassegnarsi a collezionare pregiudizi espressi con tale leggerezza. Il Tribunale di Vibo, dopo 6 anni condanna Toscani Oliverio a 8 mesi, al pagamento di una provvisionale di 3.000 Euro e alle spese giudiziarie.</p>



<p>Che Toscani sia un fotografo di fama lo sappiamo tutti e lo apprezziamo pure, ma quella volta, supponiamo, abbia voluto fare un po’ di più, come quel ciabattino: andare oltre le foto, fin dentro la vita delle persone, e siccome si trovava in <strong>Calabria</strong>, sarebbe stato un viaggio a vuoto non aver incontrato un mafioso o un presunto tale. E, presunto tale, poteva essere finanche quel Vittorio Sibiriu, il cui volto luccicante di studente diciottenne, poteva nasconderne uno. Sì, poteva trovarsi – il Toscani – come dinanzi a Messina Denaro – niente poco di meno – che mafioso non sembra, ma lo è.</p>



<p>E’ vero che il ciabattino si era spinto oltre, ma, onestamente, aveva fatto poca strada, dal sandalo al ginocchio, dalla calzatura all’ortopedia, dall’artigianato alla medicina. Toscani si è lanciato dall’esteriorità all’interiorità, dall’apparire all’essere, dalla presunzione d’innocenza (che a tutti appartiene) alla presunzione di mafiosità (che è tutta da provare). Insomma: Toscani fotografa uomini e cose o fa la Tac pure all’anima? E tanta paura s’è presa in terra calabra da vedere mafiosi anche dove non ce ne erano? A volte, si appannano non solo le lenti di una macchina, ma anche gli occhi di chi vi guarda dentro quando accade che su un’intera regione e sui suoi abitanti si spalmano aggettivi squalificativi come ghiottamente si fa con la marmellata sul pane: a tappeto.</p>



<p>No – avrà pensato in un attimo Toscani – finire in foto in compagnia di un presunto mafioso, questo mai. Un artista della macchina fotografica permetterselo non può. Un eccesso di difesa gli è costato una condanna. E glielo doveva dire proprio un tribunale che quel giovanotto non era e neanche poteva essere un soggetto pericoloso? Nel dubbio, resta l’ammonimento del pittore: <strong>meglio non andare oltre la scarpa.</strong></p>
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		<title>Non fate troppi pettegolezzi</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/24/roberti-non-fate-troppi-pettegolezzi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 08:13:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il Pavese Festival.Festival dedicato da 22 anni a Cesare Pavese, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata. A Santo&#8230;</p>
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<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il <strong>Pavese Festival</strong>.<br>Festival dedicato da 22 anni a <strong>Cesare Pavese</strong>, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata.</p>



<p>A Santo Stefano Belbo, ai margini delle Langhe, paese natale dello scrittore, si sono svolti gli eventi dei primi cinque giorni, il sesto e ultimo a Brancaleone, in una commistione di letteratura, musica, arte, teatro splendidamente interpretata da qualificati ospiti.<br>Filo conduttore è stata la figura femminile cercata ma mai raggiunta dallo scrittore.</p>



<p>“<em>La donna per Pavese è parola. Una parola che è ricerca, dialogo, scoperta, ricordo, introspezione, fanciullezza, verità: poesia</em>” .</p>



<p>Noi ci lasceremo guidare dalla scritta che, come un tatuaggio, compare nell’acquerello che fa da locandina, di Paolo Galetto. Tutto in bianco e nero, ma segnato da sparsi petali rossi, quasi una festa o forse ferita sanguinante: “<em>Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto</em>”.</p>



<p>La <strong>terra</strong> e la <strong>donna</strong>, due temi che si intrecciano e si respingono nell’opera di Pavese. La nostalgia, la mancanza, il desiderio, la perdita dell’una e dell’altra incideranno profondamente nella sua vita e nella sua arte.</p>



<p>La Donna continuamente inseguita in vaghe figure femminili.<br>La ballerina che lo lascerà ad aspettarla sotto la pioggia e che De Gregori canterà in Alice (E Cesare perduto nella pioggia/sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina).<br>La voce rauca e fresca di Tina militante comunista.<br>Fernanda Pivano e la comune passione per la letteratura americana.<br>Elena amore di necessità.<br>La selvatica Concia bella come una capra nel tempo del confino.<br>Bianca con la quale tenterà la scrittura di un libro a due mani.<br>Costance l’allodola e quegli occhi che rivedrà nella stanza d’albergo a Torino dove darà fine alla sua vita. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.</p>



<p>La figura femminile è costantemente presente nell’itinerario personale e artistico di Pavese.<br>La racconterà soprattutto nei versi, in quell’incedere narrativo di righe lunghe costrette dal ritmo attraverso la parola, unica realtà. Donna mito di una fanciullezza felice e perduta che si identifica nel paesaggio delle langhe e in contrasto con la donna-compagna riconosciuta nei percorsi metropolitani di Torino. Ma sia l’una o sia l’altra, quello che è certo è che né l’uomo né il poeta riusciranno mai a raggiungerla. Non incontrerà nella sua strada quotidiana quella donna che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa e non riuscirà nei suoi scritti a darle del tutto voce con parole inghiottite.<br><strong>Sei buia. Per te l’alba è silenzio.</strong><br>La Terra, che nelle prime poesie è raccontata più che cantata nella realtà delle colline o in contrappunto nella squallida visione delle periferie di Torino, è fondamentalmente la geografia della propria solitudine, dell’inadeguatezza a condividere spazi e circostanze e rapporti con gli altri.<br>Nella vita e nel mondo, la condizione di Pavese è quella dell’espatriato che continuamente e ripetutamente cerca di tornare. Ma anche quando la ricerca lo riporterà, come Anguilla de <strong>La luna e i falò,</strong> nel suo paese di origine dovrà constatare che in realtà non si torna mai al passato, al tempo inesorabilmente andato, agli eventi che ormai parlano lingue sconosciute: “<em>Un paese ci vuole…vuol dire non essere soli…nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti</em>”.<br>Sì, i falò si accendono ancora, ma per divorare con le loro fiamme quel che mai più ritornerà.<br>Il mito della fanciullezza con il suo bagaglio di ingenue felicità, di speranze che volano alte, di certezze si è concluso.<br>Si accendono nuovi falò che distruggono, divampano dolore, illuminano sinistramente tragedie.<br>Non resta che la sconfitta.<br>Non resta che guardare dalla finestra di quella cameretta al primo piano di un paese, Brancaleone, che per lui resterà sempre un paese straniero.<br>No, non troverà pace né tra quei muri né nel Bar Roma, dove legge quotidianamente il giornale, né sullo scoglio dal quale guarda senza vedere un inutile mare.</p>



<p>Ancora oggi andando a Brancaleone si può visitare la casa, la stanza in cui visse, il lettuccio stretto, la scrivania che è solo uno sbilenco tavolo, l’avara lampada e la finestra che racconta la “<em>monotonia di un paesaggio sempre uguale”.</em><br>Da quella finestra &#8211; quarta parete della sua prigione &#8211; Pavese fisserà i binari. Quegli stessi binari sui quali si è fermata la littorina con la quale è giunto insieme a due valigie cariche di libri. Su quelle linee parallele scorreranno le nostalgie di un paese diverso e lontano, di una vita condivisa di amore e di impegno mentre le ore scorrono nel tedio, sempre uguali.<br>“<em>Acchiappo mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare (che d’altronde è una gran vaccata), giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, serbo un’inutile castità.</em>”<br>No, il confinato non avrà voglia di incontrare veramente né il paese né i suoi abitanti. Un rapporto tra lui e i brancaleonesi superficiale e di condiviso rispetto. Un accennato interesse verso la letteratura orale e le tradizioni popolari, un amore di necessità e una fantasia erotica. Una lettura della Calabria, tuttavia, fuori da ogni retorica.</p>



<p>E forse tra le note di quel <em>on the road</em> musicale di Omar Pedrini, che ha concluso il Festival nella struggente malinconia di una notte calabrese, ci sembrerà di riconoscere l&#8217;ombra di un uomo solo, con la pipa e gli occhiali, che ancora cerca un senso a una vita vuota che nemmeno il profumo dei gelsomini, la dotta lentezza delle tartarughe e il vento diviso dal vicino Capo Spartivento e un mare di verdi e di azzurri, sono riusciti a regalargli.</p>



<p>A Brancaleone Pavese conferma di non essere in grado di imparare il mestiere di vivere, che la sua è la condizione di una straziante solitudine, che l’unico mestiere che conosce, quel vizio assurdo vissuto quasi come un dovere, corteggiato più di un amore, idolatrato e temuto, è quello di morire.</p>



<p>Lui che aveva dichiarato di non avere più parole, riuscirà a scovarne una manciata da scrivere con mano ferma su un foglio lasciato su un anonimo comodino di un&#8217;anonima stanza d&#8217;albergo:</p>



<p> “<em><strong>Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.</strong></em>&#8220;<br></p>
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		<title>Camini e la lira, recupero e ricontestualizzazione di uno strumento della tradizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ippolito Gualtieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Oct 2022 13:58:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Camini è un piccolo paese dell’entroterra ionico della Calabria meridionale. Il borgo è situato nell’area conosciuta come Locride; zona storicamente interessata dalla fioritura del monachesimo orientale che, almeno fino alla metà del XVII secolo, è stato presente con numerosi insediamenti eremitici e monastici. Un monumento come la Cattolica di Stilo, piccolo gioiello dell’arte bizantina, è diventato un simbolo regionale, quello che forse più di tutti testimonia la presenza viva della&#8230;</p>
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<p><strong>Camini</strong> è un piccolo paese dell’entroterra ionico della Calabria meridionale. Il borgo è situato nell’area conosciuta come Locride; zona storicamente interessata dalla fioritura del monachesimo orientale che, almeno fino alla metà del XVII secolo, è stato presente con numerosi insediamenti eremitici e monastici. Un monumento come la <strong>Cattolica di Stilo</strong>, piccolo gioiello dell’arte bizantina, è diventato un simbolo regionale, quello che forse più di tutti testimonia la presenza viva della grecità in Calabria.</p>



<p>Non si deve però pensare che questa grande eredità del passato sia un’ipoteca sul futuro di quest’area, ma al contrario bisognerebbe basare proprio sul messaggio che queste testimonianze storiche ci lanciano, la strategia per immaginare il futuro di questi luoghi. Proprio la Cattolica, con la sua sovrapposizione di stili architettonici e artistici, e le tracce delle civiltà che vi sono passate, parla di un passato in cui questi luoghi furono un crocevia, più che una sperduta periferia d’Europa.</p>



<p>Si può dire che Camini ha raccolto questo messaggio di interculturalità ed è ritornato ad essere un crocevia attraverso i progetti di accoglienza, che hanno dato nuova linfa ad un paese vittima dello spopolamento.</p>



<p>Diverse botteghe artigianali sono state avviate. Tra queste, un atelier di liuteria dedicato alla costruzione della lira, uno strumento che è stato storicamente presente in quest’area e che testimonia anch’esso dell’esistenza di una koinè culturale del Mediterraneo. Lo stesso strumento è infatti presente in una vasta area del <em>mare nostrum</em> compresa tra la Calabria e la Turchia.</p>



<p>In quest’ottica, nel 2022 è stato avviato il progetto: <strong><em>I cammini della Lira</em></strong>, in collaborazione tra l’amministrazione comunale e una vasta rete associativa, coordinata da <strong>AreaSud</strong> e dal <strong>Consorzio Musicisti Calabresi</strong>.</p>



<p>L’iniziativa ha lo scopo ambizioso di far dialogare la tradizione musicale legata alla lira in Calabria con le altre lire del mediterraneo. Il primo passo di questo progetto ha visto protagonisti i musicisti calabresi in un incontro con Nagme Yarkin e Murat Yerden, rispettivamente musicista e liutaio tra gli interpreti riconosciuti di questo strumento in Turchia.</p>



<p>Il progetto prosegue il 22 ottobre 2022, con un laboratorio didattico, una lezione e un concerto, dedicati ai giovani delle scuole del territorio e che vedrà alternarsi il liutaio <strong>Vincenzo Piazzetta</strong>, il musicista e ricercatore <strong>Amedeo Fera</strong> e il <strong>Quartetto Areasud</strong>, uno dei gruppi più impegnati nella ricerca di una relazione tra il suono della tradizione e la contemporaneità e che con il CD Musica Lievemente Tradizionale sta portando il suono, antico e moderno al tempo stesso, della chitarra battente, della zampogna e degli altri strumenti della tradizione sui palchi italiani e internazionali.<br>Alla voce e alla chitarra battente di <strong>Maurizio Cuzzocrea</strong>, si uniscono le percussioni di <strong>Mario Gulisano</strong>, i fiati etnici di<strong> Franco Barbanera</strong> e il basso di <strong>Giampiero Cannata</strong>, con la partecipazione straordinaria dei due esperti di lira Amedeo Fera e Vincenzo Piazzetta.</p>
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		<title>Isabella Morra, il canto di una esistenza infelice</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/08/23/roberti-isabella-morra-il-canto-di-una-esistenza-infelice/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2022 11:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l'ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un'arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>
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<p>Dobbiamo inerpicarci tra vicoli stretti e case di pietra addossate l&#8217;una all&#8217;altra per raggiungere il castello di Valsinni, antica Favale, al confine tra la Basilicata e la Calabria. Ci fa compagnia in questo luogo salvato dai rumori delle auto e delle TV accese, la voce del fiume Siri, del “torbido Siri&#8221;. </p>



<p>Se poi ci addentriamo tra le antiche mura del castello e ci affacciamo da una delle strette finestre contempleremo un paesaggio di creste alte, pendici ripide, e la valle nella quale il fiume scorre. La rocca tutta sembra quasi inghiottita, sprofondata nel paesaggio e nel silenzio.</p>



<p>Non ci sarà allora difficile immaginare la giovane Isabella dietro quella finestra, e non ci sarà difficile raccontare una vicenda che tante volte abbiamo già ascoltato, che riconosciamo nella solitudine di una vita, nella disperata speranza di un&#8217;evasione impossibile, nel lamento tutto interiore che sfocia infine in rime, nel vagheggiamento di un amore, reale o tutto da inventarsi.</p>



<p>La storia di Isabella Morra è lineare nel suo percorso, oggi potremmo sovrapporla a centinaia di vicende simili. Basterebbero poche righe su un giornale e una lettura non più di tanto curiosa in quanto sappiamo in partenza come vanno queste storie di donne uccise da un familiare. Non eccitano più la fantasia, giusto qualche particolare morboso.</p>



<p>Isabella è giovane, certo bella anche se non c&#8217;è nessun ritratto a confermarlo, aristocratica, colta, ammalata di solitudine. Vorrebbe leggere, viaggiare, conoscere. Disprezza la elementare visione di vita dei suoi fratelli, la sottomessa pavidità della madre, la rozzezza del volgo che la circonda, le vette aspre che imprigionano il castello. Invoca invano il ritorno del padre in esilio. Ricorre allora alla sola fuga possibile, un carteggio letterario con un ardito poeta, Diego Sandoval de Castro. Solo letterario? O in quelle lettere ricevute e spedite con sotterfugio si nasconde cifrato tra versi un ricambiato amore? Chi può dirlo. </p>



<p>Quel carteggio non è arrivato a noi, resta solo la testimonianza della moglie del fuggiasco Diego che diceva “che dicto don Diego havea festeggiato la sorella del dicto barone et fratelli&#8221; e che pertanto se l&#8217;era meritata una morte giunta a colpi di archibugio della quale furono assolti i “dicti fratelli&#8221;. Isabella non pianse l&#8217;amato o amico che fosse non perché non fosse addolorata da quella notizia, ma semplicemente perché lo aveva preceduto nella stessa sorte per mano degli stessi fratelli, lei non in un infido bosco ma nelle rassicuranti mura della casa natale. Solo i colpi di archibugio non furono sparati bastando, visto la familiarità delle persone deputate a difendere l&#8217;onore, un più casalingo coltello.</p>



<p>Caddero dalle sue mani le lettere incriminate? Si bagnarono del suo sangue? Fece in tempo Isabella a scrutare ancora una volta il lontano mare con le sue onde di speranza? Ricordò il suo Diego e, ci auguriamo, poté riassaporare momenti di amore? O non le restò che lo sgomento per visi e coltelli che credeva fratelli?</p>



<p>Storie antiche ma anche contemporanee di catene vere o solo interiori che legano la vita, e con la vita la gioia il presente il futuro, e che fatalmente conducono alla morte.</p>



<p>Povera baronessa di Carini: &#8220;Signuri patri chi venisti a fari? Signora figghia, vi vegnu ammazzari&#8221;, povera Francesca “ colomba dal disio chiamata”, povera spavalda Carmen, &#8220;Ah! Carmen! Mia Carmen adorata&#8221; e pertanto uccisa da don José. E povere Ornella Tina Silvia, e altre 100 solo in Italia nel 2021, la cui morte per mano di un familiare non è stata cantata da nessun poeta.</p>



<p>Isabella se la cantò da sola la sua infelice esistenza prendendo Petrarca come modello senza ridurlo tuttavia a uno sterile esercizio letterario, ma aggiungendovi una sensibilità tutta personale, una voce artistica distinguibile tra quelle delle altre poetesse del ‘500 per eleganza formale malgrado lei dichiarasse il suo stile “ruvido e frale&#8221;. I suoi versi non esprimono un dramma intimo, ma diventano paradigma umano e artistico di una dimensione ampia e condivisa del dolore. Non a caso molti critici le affiancano Leopardi.</p>



<p>Sono belli i pochi sonetti e le canzoni, soltanto 13 in tutto, che sono giunti a noi. Certo la poetessa ne scrisse molto di più, non le sarà mancato il tempo di intrecciare trame di parole su un ordito di interminabili vuote giornate e lunghi silenzi.</p>



<p>Non si lascia consolare nelle sue rime Isabella dal paesaggio che la circonda, dall&#8217;attesa del padre con cui condivideva cultura e affetto, dal desiderio di andare via, e pertanto grida la sua disperata speranza, il suo rifiuto di accettare la volgarità di persone e luoghi che la circondano, rivendicando una statura personale che con loro nulla ha a che fare. </p>



<p>Isabella è consapevole di trovarsi in una posizione culturale, spirituale, intellettuale al di sopra dell&#8217;antica Favale, di quello che Favale comporta, del suo tempo. Da questa estraneità deriva l&#8217;approdo ad una visione religiosa che caratterizza gli ultimi componimenti e che pare recare se non felicità almeno pace.</p>



<p>Sono versi coraggiosi i suoi, hanno l&#8217;impeto della rivolta e la forza di un elevato linguaggio poetico. Certo per questo furono pubblicati per la prima volta a pochi anni dalla sua morte.&nbsp; La giusta collocazione di Isabella Morra nella storia della letteratura però è dovuta soprattutto alla critica che ne fece Benedetto Croce alla quale seguirono molti studi e scritti e tra tanti, i lavori teatrali di Dacia Maraini e Andrè Pierre de Mandiargue. Infine l&#8217;istituzione di un Parco letterario a lei intitolato che produce molte e interessanti attività.</p>



<p class="has-text-align-left">Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l&#8217;ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un&#8217;arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>



<p class="has-text-align-center">“de&#8217; gravi affanni deporrò la salma, <br>e queste chiome cingerò d&#8217; alloro.”</p>
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		<title>Nando Pagnoncelli: c’è una domanda di maggiore concordia e coesione</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/15/raco-nando-pagnoncelli-domanda-di-maggiore-concordia-e-coesione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 20:44:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro&#8230;</p>
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<p><strong>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?</strong><br>È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro vita. Poi molto spesso conoscono direttamente i candidati a sindaco, almeno nei centri piccoli e medi. Inoltre il Covid ci aveva mostrato, in occasione delle regionali dello scorso anno, un grande legame tra i cittadini e l’amministrazione che durante l’emergenza è risultato essere l’ente più prossimo, ossia la regione, quello che è intervenuto per fronteggiare la pandemia. C’erano stati voti con percentuali elevatissime, come in Veneto o in Campania. Tutto ciò ha reso sorprendente il dato di astensione.</p>



<p><strong>Che spiegazione vi siete dati?</strong><br>Io penso che ci sia stato il concorso di una pluralità di fattori. Il primo è legato al fatto che il clima con il governo Draghi è molto cambiato: la presenza di un governo sostenuto da forze tra loro avverse ha fortemente ridotto l’interesse per il dibattito, come se l’attenzione fosse più rivolta alle iniziative del governo: la campagna vaccinale, la situazione economica, il PNRR. Un certo tipo di conflittualità politica ha quindi fatto meno presa, e sappiamo che questa conflittualità mobilita gli elettorati.</p>



<p><strong>L’astensionismo ha capito tutti allo stesso modo</strong>?<br>No. Infatti un secondo aspetto è legato al fatto che questo astensionismo è stato asimmetrico, ha cioè colpito più il centrodestra che il centrosinistra, e questo significa che probabilmente c’è stato un problema di candidature. Inoltre sappiamo che il centrodestra, che nei sondaggi nazionali si mantiene comunque con il tasso d’intenzioni di voto più alto, ha fatto fatica ad individuare candidati convincenti, e molto spesso le ha individuate a ridosso della campagna, con la conseguenza che erano candidati con meno tempo per farsi conoscere ed illustrare i propri programmi.</p>



<p><strong>Dove il centrodestra ha individuato per tempo un candidato noto infatti, cioè in</strong> <strong>Calabria, ha vinto.</strong><br>Sì, inoltre era un candidato con un profilo più moderato rispetto ad altri che, viceversa, erano stati proposti da forze meno moderate. Stesso ragionamento può valere per Torino, dove Damilano, che va al ballottaggio con un buon risultato, ha un profilo più moderato ed è stato scelto per tempo. Un ultimo elemento che forse ha inciso è che quando un elettore è convinto che il proprio candidato sia destinato alla sconfitta, è meno motivato ad andare a votare. Così, questa asimmetria ha fatto sì, come a Milano per esempio, che una parte di elettorato di centrodestra, immaginando una sconfitta, non fosse particolarmente determinato ad andare a votare.</p>



<p><strong>I dati che dicono?</strong><br>Complessivamente abbiamo avuto un arretramento di sette punti percentuali nella partecipazione al voto, e questo è un dato che deve far riflettere non soltanto perché il voto è l’espressione della partecipazione dei cittadini alla vita del Paese, ma perché anche coloro che si sono affermati con percentuali elevate, ma in un contesto in cui l’astensionismo era altrettanto elevato, devono fare i conti con la realtà che solo una parte minoritaria ha votato per loro.</p>



<p><strong>Un problema di rappresentanza?</strong><br>Precisamente. C’è anche un problema di di rapporto del sindaco con i cittadini, che non sono soltanto quelli che non lo hanno votato, ma sono anche la gran massa degli astenuti. Se a Milano ha votato meno di un milanese su due, e Sala ha avuto un’ampia affermazione, questa affermazione è avvenuta con il voto di un milanese su quatto. Vuol dire che quando lui dovrà prendere delle decisioni dovrà fare i conti anche con i tre su quattro che non lo hanno votato, e questo ovviamente può creare delle complessità nell’amministrazione.</p>



<p><strong>Anno dopo anno nuovi giovani sono chiamati per la prima al voto, e l’astensionismo aumenta elezione dopo le elezione. C’è una relazione tra queste due circostanze?</strong><br>Lei tocca un argomento molto importante, perché ci sono più ragioni dietro quello che osserva. Da una parte i giovani non sono particolarmente attratti dalla politica, anzitutto perché ritengono che si faccia poco per loro. Possiamo pensare non soltanto agli aspetti occupazionali, ma a tutti i processi di autonomia dei ragazzi. Noi sappiamo che tra i diciotto e i venticinque anni, due ragazzi su tre vivono ancora nella famiglia di origine. La politica, dal canto suo, sebbene ne abbia parlato sempre molto, ha fatto veramente molto poco per loro. Non voglio generalizzare, ma è il gruppo demograficamente meno consistente, e la politica rivolge la propria attenzione ai gruppi più numerosi, quelli degli adulti, dei maturi e degli anziani, che hanno esigenze talvolta contrapposte a quelle dei giovani.</p>



<p><strong>Ma i giovani sembrano interessati?</strong><br>I giovani rivolgono oggi al voto una minore importanza rispetto a quanto facessero i giovani nelle passate generazioni, quando il voto costituiva il passaggio all’età adulta. Oggi i passaggi da un’età all’altra sono molto più sfumati, mentre per noi boomers quello del voto era uno dei momenti e dei comportamenti significativamente più importanti. Aggiungerei che in generale c’è un distacco maggiore dalla politica, con la conseguenza che questa costituisce un frammento dell’identità individuale, mentre una volta era totalizzante, caratterizzava i comportamenti, le scelte, il vestiario perfino. Ora non è più così.</p>



<p><strong>Qual è la sua esperienza?</strong><br>Io insegno alla Cattolica dal 2004, e ogni anno lavoriamo sistematicamente su aspetti come questi, l’attenzione per la politica e via dicendo. Ricordo che nel 2016, tre settimane prima del voto di Milano, chiesi alla sessantina di studenti che frequentavano: “ragazzi, ma quando si vota qui a Milano?”. Su sessanta studenti di laurea magistrale in Scienze politiche, nessuno sapeva rispondere. A quel punto rilancio la domanda: “ragazzi su, non vi do il voto. C’è un gladiatore che con coraggio e sprezzo del pericolo mi dice quando si vota?”. Rispose timidamente una ragazza, e indicò la data sbagliata.</p>



<p><strong>Che riflessione ne ha tratto?</strong><br>Non che questi ragazzi fossero completamente digiuni di politica, studiavano Scienze politiche, e quindi dovevano per forza avere sensibilità e nozioni sull’argomento, ma allo steso tempo evidentemente ne erano distanti, si accostavano alle elezioni solo negli ultimi giorni. Questo la dice lunga sul fatto che c’è un’esigenza di recuperare il rapporto con i giovani, per far loro capire il valore della politica e per avvicinarli di più ad essa. Il che non significa pretendere necessariamente la partecipazione diretta come ad esempio l’impegno in una candidatura, ma un minimo di interesse e di attenzione per quello che li circonda.</p>



<p><strong>Il voto ai sedicenni, che è proposta avanzata da alcune parti politiche, potrebbe essere uno strumento per contrastare questa disaffezione?</strong><br>Da quello che abbiamo visto noi no, la grande maggioranza ritiene che non sia opportuno dare il voto ai sedicenni. Perché il mondo adulto ritiene che i giovani a sedici anni non siano sufficientemente preparati per poter esprimere un voto. La cosa che mi ha stupito di più è che anche tra i giovani tra i diciotto e i ventiquattro anni abbiamo una percentuale di contrarietà: anche loro ritengono i loro quasi coetanei meno preparati. Però il tema è molto importante perché, a fronte del calo demografico si pone un problema di rappresentanza anche delle classi giovanili.</p>



<p><strong>Come si risolve?</strong><br>Ci è stato chiesto di fare progetti di ricerca demoscopici per verificare per esempio l’idea del voto doppio, nel senso che il voto dei giovani conterebbe numericamente il doppio del voto degli appartenenti ad altre classi anagrafiche, oppure il voto alle famiglie con figli minorenni conterebbe il doppio, in modo da poter garantire loro una rappresentatività maggiore. È chiaro che sono temi molto complessi e costituzionalmente tutti da discutere, ma la questione della rappresentatività e della partecipazione dei giovani sono certamente questioni molto rilevante.</p>



<p><strong>La gente in piazza contro il green pass era tanta, fino al punto che perfino le forze dell’ordine sono </strong>f<strong>orse state colte di sorpresa. Voi avevate avvertito questa intenzione di manifestare il disagio direttamente partecipando in questi numeri ad iniziative di piazza?</strong><br>La vicenda cui abbiamo assistito non va minimamente sottovalutata, però nelle città diverse da Roma e Milano la partecipazione è stata davvero molto esigua. A Roma poi la connotazione politica era molto forte: gli episodi erano legati non tanto alla maggioranza dei no-green pass ma ad infiltrazioni che con questo avevano poco a che fare. Quello che abbiamo dai dati, e che sistematicamente misuriamo, è che c’è una larga maggioranza, dei due terzi, di italiani che sono favorevoli alla misura del green pass. Poi c’è un 18% che ritiene che sia una misura eccessiva, ed un 16% che non si ritiene in grado di esprimere un parere. È interessante correlare questi dati con altri, secondo cui hanno avuto la somministrazione di almeno una dose di vaccino oltre l’82% degli ultradodicenni; tra quelli che non si sono vaccinati c’è un 2% che dice che lo farà appena possibile, un 8% per cento che dice che non si vaccinerà mai e poi un restante 8% che esprime timori.</p>



<p><strong>In sintesi?</strong><br>L’esprimere timori difficilmente si traduce in una manifestazione di piazza, ancora meno in una manifestazione violenta di piazza. Sono persone magari con scolarità più bassa, o con età elevata, che temono che il vaccino possa dar loro dei problemi. Non dimentichiamoci che la preoccupazione per i contagi è ancora presente nel Paese, e questo spiega perché la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole alle misure che in qualche modo possono contenere una ripresa dei contagi. Quindi distinguiamo i piani: la manifestazione di Roma ha avuto chiare connotazioni politiche, mentre in città minori le manifestazioni non sono certo state di massa.</p>



<p><strong>Voi avete avvertito nei vostri sondaggi che cresce la forza, se cresce, di questi movimenti neofascisti?</strong><br>No, non abbiamo colto questi elementi. Devo dire però che le ricerche potrebbero non cogliere fino in fondo fenomeni come questo, perché potrebbe darsi che quello che noi chiamiamo “desiderabilità sociale” induca alcune persone, che in realtà sarebbero favorevoli a tali movimenti, a non dichiararlo nei sondaggi. Quindi è possibile che i sondaggi sottovalutino la portata di questi fenomeni. Devo però anche dire che in situazioni di emergenza come quelle che stiamo vivendo, nel Paese storicamente prevale l’idea che si debba essere un pochino più coesi, e quindi forze di quel genere possono sì fare riferimento a quei ceti insoddisfatti o che vivono situazioni di maggiore disagio, però è tendenzialmente difficile che la soluzione violenta trovi terreno molto fertile nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Secondo lei quello che è successo a Roma avrà </strong>i<strong>nfluenza sui ballottaggi?</strong><br>L’impressione che abbiamo noi è che un po’ d’influenza possano averla perché, come dicevo, prevale uno spirito un po’ più di coesione e concordia, e quindi manifestazioni di questo tipo potrebbero penalizzare le forze che non ne hanno preso le distanze in modo molto netto. Insisto sul fatto che viviamo una stagione davvero molto particolare.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>L’impressione che spesso abbiamo facendo ricerca è che ci sia una distonia crescente tra il clima sociale e il modo di fare politica, che tende a essere una coazione a ripetere. Forse bisognerebbe considerare che il Covid ha modificato molti aspetti della vita dei cittadini, delle imprese, delle Istituzioni e dei corpi intermedi, e quindi bisognerebbe interpretare questo cambiamento di clima in modo un po’ più propositivo, provando ad abbandonare modalità di azione politica che forse funzionavano prima del Covid, ma oggi non più. Oggi c’è una domanda di maggiore concordia e di maggiore coesione.</p>
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		<title>Scuola, quando una festa senza pensieri guastafeste?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2021 14:26:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dal mondo della scuola arrivano fin sotto l’ombrellone almeno tre notizie. Due non sono proprio liete, e la terza, che invece è bella, sarebbe bellissima se riuscisse a mettere in fuga la prima e la seconda. Partiamo dalla bella perché noi all’ottimismo vogliamo più bene di quanto lui ce ne voglia. E, pertanto, guardiamo i voti della maturità 2021. In Italia hanno ottenuto il diploma di scuola media secondaria con&#8230;</p>
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<p>Dal mondo della scuola arrivano fin sotto l’ombrellone almeno tre notizie. Due non sono proprio liete, e la terza, che invece è bella, sarebbe bellissima se riuscisse a mettere in fuga la prima e la seconda.</p>



<p>Partiamo dalla bella perché noi all’ottimismo vogliamo più bene di quanto lui ce ne voglia. E, pertanto, guardiamo i voti della maturità 2021. In Italia hanno ottenuto il diploma di scuola media secondaria con 100 e lode 15.353 studenti, ovvero il 3,1 per cento dei candidati, nel 2020 erano stati il 2,6 e nel 2019 l’1,5. Il progresso c’è e si legge.</p>



<p>In Calabria hanno conseguito la maturità con voto 100 il 17,5 per cento dei candidati, mentre il 4,4 ha portato a casa anche la lode. I lodati sono la bellezza di 812.</p>



<p>Ci potessimo fermare qui staremmo bene tutti e le nostre labbra si aprirebbero al sorriso. A farci aggrottare le ciglia c’è, però, la valutazione della cosiddetta didattica a distanza (la dad) che certamente ha svolto la sua lodevole funzione vicaria, ma non ha – e non poteva – sostituire in pieno l’efficacia della scuola in presenza. La quale aveva già di suo asperità e difficoltà segnalate di anno in anno. La Dad è arrivata tardi per molti alunni, ha evidenziato penuria di attrezzi poi rimpiazzati e ha dovuto fare i conti con la Rete birichina e latitante in molti contesti.</p>



<p>Siamo adesso in grado di fare un bilancio di senso compiuto per gli anni scolastici 2020 e 2021? E’ impossibile sia pure affrontarne uno schizzo. Sapremo qualcosa alla riapertura in presenza quando avremo libri penne e fogli bianchi sotto gli occhi.</p>



<p>Se per gli effetti della Dad dovremo aspettare sperando di non incappare in sorprese sgradevoli, per un’altra fonte – che sarebbe l’Invalsi – non dobbiamo perdere tempo per riflettere sui dati che ci ha fornito dopo l’esame degli elaborati di 2 milioni di studenti. Dice l’Invalsi: 4 ragazzi su 10 (il 39 per cento) delle nostre scuole medie non raggiungono risultati adeguati in italiano e il 45 per cento non lo raggiungono in matematica. Alle medie secondarie le percentuali stanno così: il 44 per cento dei nostri ragazzi litigano di brutto con l’italiano e il 51 per cento con la matematica. E segue l’odiosa postilla “al Sud le cose stanno peggio”.</p>



<p>Se mettiamo insieme le tre notizie saprebbe qualcuno farsi una sia pur pallida idea di quel che bolle in pentola nella nostra scuola? Una specie di rompicapo.</p>



<p>Nel frattempo qualcosa sappiamo: che ai ragazzi piacciono le pagelle con bei voti che piacciono anche ai genitori che piacciono anche agli insegnanti che piacciono anche ai dirigenti scolastici e ai sovrintendenti e ai presidenti di regione. E ciascuno di costoro cui i bei voti piacciono ha le sue buone ragioni: il ragazzo, perché ce l’ho fatta; i genitori perché mio figlio è bravo e soprattutto non lo è meno degli altri; gli insegnanti perché con la bravura dei ragazzi evidenziano la loro; i dirigenti perché il loro istituto è eccellente; il sovrintendente perché la regione si sta riscattando e il presidente di regione perché la buona politica scolastica dà i suoi frutti.</p>



<p>Andiamo alla lettera che scrissero qualche anno fa alcuni intellettuali al Presidente del Consiglio, al Ministro dell’istruzione e al Parlamento. Leggiamo: “Alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente”. A questo si aggiunga il parere di alcuni docenti universitari: “I nostri studenti presentano carenze linguistiche (grammatica, sintassi e lessico) con errori appena tollerabili in terza elementare”. E infine c’è Tullio De Mauro (7 anni orsono): “Solo un po’ meno di un terzo della popolazione italiana ha i livelli di comprensione della scrittura e del calcolo ritenuti necessari per orientarsi nella vita di una società moderna”.</p>



<p>Buona festa a tutti. A ciascuno il suo 100 e 100 e lode, senza prevalere. Ma a quando una festa senza pensieri guastafeste?</p>
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		<title>Riprendiamoci la vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jul 2021 07:52:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono. C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare&#8230;</p>
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<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono.</p>



<p>C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare festa, di comunicare. Un netto comando ha spento l’interruttore generale di quei segnali che tutti solevamo scambiarci: abbracci, baci, sorrisi, lo stare gli uni accanto agli altri con una prossimità che per noi è parlarsi più con il corpo che con le parole.</p>



<p>Luglio e agosto verranno a restituirci buona parte del patrimonio a noi caro, sia pure con quegli accorgimenti doverosi perché tutti sappiamo che il pericolo non è stato scongiurato del tutto.</p>



<p>Ma almeno tornano i volti, le bocche e i sorrisi. Tornano, prima ancora, le persone: padri e figli di quelle generazioni di ceppo calabrese che vivono altrove, e così avremo nonni restituiti agli occhi dei nipoti e nipoti che faranno la contentezza dei nonni.</p>



<p>In pratica, una vita più piena e più vera. Appunto quella di cui sentiamo tutti un gran bisogno perché è triste e avvilente una vita a metà. Questa estate andrà tutta sotto l’insegna del recupero, almeno ce lo auguriamo. Non dovesse esserci, saremmo costretti a dover registrare una grave perdita di umanità. Non si tratterebbe più di soldi, di ammanchi o di bocciature per i bilanci familiari o di impresa, ma di una vera e propria sterzata, una specie di deviazione del nostro essere più profondo e originale. Si può dire: una mutazione antropologica? Dovremmo chiedere il permesso agli studiosi. </p>



<p>Nel frattempo ciascuno di noi può parlare di sé stesso e, da un breve esame dei propri comportamenti, dedurre quanto e in che modo questa pandemia, con la sua dittatura precauzionale, ha limitato vita, abitudini, emozioni. I ragazzi sembrano più taciturni, gli anziani parlano poco e quelle poche parole obbligate le pronunciano urlando per effetto di quella mascherina che le fa ritornare in bocca come sassi odiosi.</p>



<p>Basta un virus e la nostra umanità è messa in forse, se non proprio in fuga. Desidereremmo dirci altro in questa estate come sempre ci siamo detto e ripetuto opinioni e confronti riguardo alla politica, al progredire del Sud, al suo trovarsi puntualmente indietro su tutto. L’estate è sempre stata per noi il tempo dell’approfondimento: le notizie apprese altrove durante tutto un anno richiedevano un esame dal vivo, fatto di mille e un “perché”: perché non funziona la burocrazia, perché non funziona la sanità, perché il mare è sporco e l’immondizia la trovi ovunque? </p>



<p>Questa estate metterebbe all’ordine del giorno una questione obbligatoria: per chi vota la Calabria o che tipo di governo vorrà darsi. E’ l’incertezza che regna sovrana, per cui temiamo che la domanda non troverà spazio neanche sotto l’ombrellone, tanta e profonda è la sua vacuità.</p>



<p>Non è qualunquismo, forse è timore per la marginalità della posta in gioco, se prevediamo che la questione appassionerà pochi. Non è tema cocente. Altri problemi scottano più della sabbia. Si tratta di ritrovare, per prima cosa, noi stessi. Un po’ dopo: che cosa vogliamo fare da grandi. E un po’ prima, se realmente vogliamo fare sul serio.</p>



<p>Per non perdere una buona occasione: facciamoci una bella estate per riprenderci noi stessi. A settembre faremo vendemmia.</p>
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		<title>I vaccini di Figliuolo</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/03/31/de-luca-i-vaccini-di-figliuolo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Mar 2021 19:22:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una costante nella storia calabrese: per capire come è fatta la Calabria e i suoi abitanti è oltremodo utile guardare a ciò che accade quando personalità eminenti vengono in visita per qualsivoglia esigenza. L’altro giorno sono approdati in suolo calabro, il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid19 e Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile. Il generale Figliuolo, per il suo alto e prestigioso curriculum, ha certamente&#8230;</p>
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<p>C’è una costante nella storia calabrese: per capire come è fatta la Calabria e i suoi abitanti è oltremodo utile guardare a ciò che accade quando personalità eminenti vengono in visita per qualsivoglia esigenza.</p>



<p>L’altro giorno sono approdati in suolo calabro, il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid19 e Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.</p>



<p>Il generale Figliuolo, per il suo alto e prestigioso curriculum, ha certamente l’arte di saper conoscere uomini e cose. Tenendosi alla larga da impiccioni e giornalisti, ha detto la sua: “Ci stiamo organizzando bene per gli hub vaccinali, ma sono già contento per come si muove la Calabria, ieri ha somministrato 7.000 dosi, in linea con il piano vaccinale”.</p>



<p>Più ottimista ancora Fabrizio Curcio: “La Calabria è in fase di regolare inserimento delle richieste del sistema di prenotazione definito con Poste, è la prima regione che si è messa in rete e i problemi si stanno risolvendo”.</p>



<p>Abbiamo provato a soffermarci su queste espressioni e la prima cosa che ci viene da dire è un ringraziamento, davvero a tutti. Poi, però, ci si sono palesati alcuni dubbi.</p>



<p>“Ci stiamo organizzando” risulta espressione aperta. A noi richiama un tempo non definito che, alle nostre latitudini, equivale a qualcosa di “non si sa fino a quando”. Né ci ha confortato il Commissario Curcio che a tal proposito ha aggiunto: “Stiamo mettendo insieme le valutazioni della politica nazionale con le esigenze del territorio. La Conferenza delle Regioni ha dato l’ok a un documento congiunto che fornisce indicazioni utili per la costituzione di hub con condizioni particolari. Dobbiamo trasmettere un lavoro di insieme”.</p>



<p>Abbiamo capito bene che se questi hub verranno, ci vorrà un tempo che non è da qui al più presto e forse tutto avverrà sul tardi? Speriamo di no.</p>



<p>“… ma sono già contento per come si muove la Calabria…”. Della contentezza del Generale siamo contenti anche noi.</p>



<p>“… ieri (la Calabria) ha somministrato 7.000 dosi”. Qui c’è sorto un dubbio atroce, ma non per le parole del Generale. Per un altro motivo. I calabresi siamo un tantino bugiardelli. Quando ci mostriamo all’esterno desideriamo spericolatamente fare bella figura. E il generale Figliuolo che è nato a Potenza qualcosa dovrebbe pur sapere.</p>



<p>Fra l’altro abbiamo un precedente storico finito nella letteratura politica: “le vacche di Fanfani”. Cosa sono? Per i più giovani: sono quelle vacche trasportate dalla località silana (dove Fanfani le aveva potute ammirare) nell’altra dove il Presidente si sarebbe affacciato. Per dare prova al Presidente del Consiglio quanta ricchezza aveva prodotto l’Opera Sila, un carrozzone spendaccione e pelandrone. Fanfani sgamò l’incauta manovra e per premio spedì a casa un po’ di gente.</p>



<p>Generale Figliuolo, perdoni la nostra impertinenza: le rincrescerebbe controllare di persona quella cifra e accostarla a quella dei giorni precedenti e seguenti? </p>



<p>Per un motivo elementare: serve dare una risposta a noi che soffriamo per l’eccessiva divaricazione che viviamo tra ordinario e straordinario, tra quello che sappiamo fare sotto gli occhi di un vigilante e quello che invece facciamo sotto gli occhi dei cittadini che vigilanti non siamo quasi per niente e della stessa stoffa dei capi certamente sì ogni qualvolta viene il nostro turno. Che sempre ci lamentiamo quando parliamo tra noi e poco sinceri quando ci troviamo in presenza dei governanti.</p>



<p>Del resto la Calabria, così com’è non l’abbiamo raccontata mai, neanche a Roma, neanche in Parlamento. Le “vacche di Fanfani” è un’etichetta che storicamente ce la portiamo al bavero della giacca. Fanfani, quella volta, ce la strappò, forse perché gliene aveva parlato il nonno materno che, appunto, era calabrese.</p>



<p>Stesso invito al Commissario Curcio: essere “la prima regione” che si è messa in rete ci lusinga oltremodo, costituirebbe il primo primato (oltre alle bellezze di mare e monti, sempre decantato) virtuoso per noi che sempre al primo testardamente ci piazziamo quando cambia il titolo della classifica.</p>



<p>Generale Figliuolo e Commissario Curcio, per favore, fateci sognare. Se trovate uno scampolo di tempo, dateci conferma che le cose stanno proprio così come avete dichiarato. E non perché manchiamo di fiducia in voi. E’ solo perché, prima del vostro arrivo e un po’ anche dopo, scarseggia quella che nutriamo in noi stessi.</p>



<p>about:blankCambia tipo o stile del bloccoCambia l&#8217;allineamento del testoAggiungi titoloI vaccini di Figliuolo</p>



<p id="block-db579bf6-b09c-4fe5-8eb8-c5166afd8cf6">C’è una costante nella storia calabrese: per capire come è fatta la Calabria e i suoi abitanti è oltremodo utile guardare a ciò che accade quando personalità eminenti vengono in visita per qualsivoglia esigenza.</p>



<p id="block-5c1e44cd-3d16-496b-b093-520cd73815a6">L’altro giorno sono approdati in suolo calabro, il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid19 e Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.</p>



<p id="block-435cc991-94a7-40a0-8917-2dc8364731d2">Il generale Figliuolo, per il suo alto e prestigioso curriculum, ha certamente l’arte di saper conoscere uomini e cose. Tenendosi alla larga da impiccioni e giornalisti, ha detto la sua: “Ci stiamo organizzando bene per gli hub vaccinali, ma sono già contento per come si muove la Calabria, ieri ha somministrato 7.000 dosi, in linea con il piano vaccinale”.</p>



<p id="block-4dbb146b-3899-451e-856f-9c07e97944d5">Più ottimista ancora Fabrizio Curcio: “La Calabria è in fase di regolare inserimento delle richieste del sistema di prenotazione definito con Poste, è la prima regione che si è messa in rete e i problemi si stanno risolvendo”.</p>



<p id="block-7d8ff511-f9ea-4a96-87aa-d6b09ea0e56c">Abbiamo provato a soffermarci su queste espressioni e la prima cosa che ci viene da dire è un ringraziamento, davvero a tutti. Poi, però, ci si sono palesati alcuni dubbi.</p>



<p id="block-0e459392-6a5a-4aea-a450-4ce52e8cde89">“Ci stiamo organizzando” risulta espressione aperta. A noi richiama un tempo non definito che, alle nostre latitudini, equivale a qualcosa di “non si sa fino a quando”. Né ci ha confortato il Commissario Curcio che a tal proposito ha aggiunto: “Stiamo mettendo insieme le valutazioni della politica nazionale con le esigenze del territorio. La Conferenza delle Regioni ha dato l’ok a un documento congiunto che fornisce indicazioni utili per la costituzione di hub con condizioni particolari. Dobbiamo trasmettere un lavoro di insieme”.</p>



<p id="block-f1cfcf8b-8311-40ac-9f20-42acdc7779dd">Abbiamo capito bene che se questi hub verranno, ci vorrà un tempo che non è da qui al più presto e forse tutto avverrà sul tardi? Speriamo di no.</p>



<p id="block-6ebd7b3c-96b9-400c-9dbc-6a5aae422757">“… ma sono già contento per come si muove la Calabria…”. Della contentezza del Generale siamo contenti anche noi.</p>



<p id="block-e0e6dca2-92ab-4184-ba43-9279fc34a18b">“… ieri (la Calabria) ha somministrato 7.000 dosi”. Qui c’è sorto un dubbio atroce, ma non per le parole del Generale. Per un altro motivo. I calabresi siamo un tantino bugiardelli. Quando ci mostriamo all’esterno desideriamo spericolatamente fare bella figura. E il generale Figliuolo che è nato a Potenza qualcosa dovrebbe pur sapere.</p>



<p id="block-c047f7d8-bb06-429e-a189-b2621d3d35ad">Fra l’altro abbiamo un precedente storico finito nella letteratura politica: “le vacche di Fanfani”. Cosa sono? Per i più giovani: sono quelle vacche trasportate dalla località silana (dove Fanfani le aveva potute ammirare) nell’altra dove il Presidente si sarebbe affacciato. Per dare prova al Presidente del Consiglio quanta ricchezza aveva prodotto l’Opera Sila, un carrozzone spendaccione e pelandrone. Fanfani sgamò l’incauta manovra e per premio spedì a casa un po’ di gente.</p>



<p id="block-ae2f6854-2391-4aff-9f60-b71ab93d8751">Generale Figliuolo, perdoni la nostra impertinenza: le rincrescerebbe controllare di persona quella cifra e accostarla a quella dei giorni precedenti e seguenti?</p>



<p id="block-48f97777-cf99-410a-a678-2f83aa7f6b08">Per un motivo elementare: serve dare una risposta a noi che soffriamo per l’eccessiva divaricazione che viviamo tra ordinario e straordinario, tra quello che sappiamo fare sotto gli occhi di un vigilante e quello che invece facciamo sotto gli occhi dei cittadini che vigilanti non siamo quasi per niente e della stessa stoffa dei capi certamente sì ogni qualvolta viene il nostro turno. Che sempre ci lamentiamo quando parliamo tra noi e poco sinceri quando ci troviamo in presenza dei governanti.</p>



<p id="block-808ef441-427f-400f-b218-0ec29a04a0bb">Del resto la Calabria, così com’è non l’abbiamo raccontata mai, neanche a Roma, neanche in Parlamento. Le “vacche di Fanfani” è un’etichetta che storicamente ce la portiamo al bavero della giacca. Fanfani, quella volta, ce la strappò, forse perché gliene aveva parlato il nonno materno che, appunto, era calabrese.</p>



<p id="block-58b34180-8297-4cdb-a6ae-1fa74a878fde">Stesso invito al Commissario Curcio: essere “la prima regione” che si è messa in rete ci lusinga oltremodo, costituirebbe il primo primato (oltre alle bellezze di mare e monti, sempre decantato) virtuoso per noi che sempre al primo testardamente ci piazziamo quando cambia il titolo della classifica.</p>



<p id="block-c5807f2d-dd1b-47b7-bca7-8d30aa4c195f">Generale Figliuolo e Commissario Curcio, per favore, fateci sognare. Se trovate uno scampolo di tempo, dateci conferma che le cose stanno proprio così come avete dichiarato. E non perché manchiamo di fiducia in voi. E’ solo perché, prima del vostro arrivo e un po’ anche dopo, scarseggia quella che nutriamo in noi stessi.</p>



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<p>Frase chiave<a href="https://yoa.st/focus-keyword?php_version=7.2&amp;platform=wordpress&amp;platform_version=5.7&amp;software=free&amp;software_version=16.0.2&amp;days_active=30plus&amp;user_language=it_IT" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Aiuto nella scelta della frase chiave perfetta(Si apre in una nuova scheda del browser)</a><a href="https://oauth.semrush.com/oauth2/authorize?ref=1513012826&amp;client_id=yoast&amp;redirect_uri=https%3A%2F%2Foauth.semrush.com%2Foauth2%2Fyoast%2Fsuccess&amp;response_type=code&amp;scope=user.id">Ottieni le frasi chiave correlate(Si apre in una nuova finestra del browser)</a>Anteprima come:Risultato per i dispositivi mobiliRisultato per il desktopAnteprima dell&#8217;URL:<img decoding="async" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/04/cropped-avatar-ilcaffeonline.png" alt="">ilcaffeonline.it › 2021 › 03 › 31 › de-luca-i-vaccini-di-figliuoloAnteprima del titolo SEO:I vaccini di Figliuolo &#8211; ilcaffeonlineAnteprima della meta descrizione:</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/03/ilcaffeonline-figliuolo-curcio.jpg" alt=""/></figure>



<p>Mar 31, 2021 ⋅ Generale Figliuolo e Commissario Curcio, per favore, fateci sognare. Se trovate uno scampolo di tempo, dateci conferma che le cose stanno proprio così &#8230;Titolo SEOTitolo Pagina Separatore Titolo del sito Titolo del sitoTitoloCategoria primariaSeparatoreSlug</p>
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		<title>Mašcarina</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/12/23/de-fossis-mascarina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco De Fossis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2020 21:36:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
		<category><![CDATA[calabria]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[De Fossis]]></category>
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		<category><![CDATA[Vaccino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Compà, si vida ca si nu chiachiellupicchì, sta’ a sent’ a mmia ca sugnu spìertu,mi šcantu chi daveru è allu cervìelluca t’ha pigliatu u virus, sugnu cìertu. Minta la mašcarina e sta ara casae fatti lu vaccinu; no lu voj!’un fa’ ciutìe, sinnò vena e ti vasa’a vecchia ca ricoglia a tutti noi</p>
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<p>Compà, si vida ca si nu chiachiellu<br>picchì, sta’ a sent’ a mmia ca sugnu spìertu,<br>mi šcantu chi daveru è allu cervìellu<br>ca t’ha pigliatu u virus, sugnu cìertu.</p>



<p>Minta la mašcarina e sta ara casa<br>e fatti lu vaccinu; no lu voj!<br>’un fa’ ciutìe, sinnò vena e ti vasa<br>’a vecchia ca ricoglia a tutti noi</p>
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