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	<title>Calenda Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Se si vuole governare, si governa dal centro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2022 17:59:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” - come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda - bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi.</p>



<p>Per noi che avevamo promosso l’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica (ed avevamo organizzato addirittura una “maratona riformista” per spiegarne le ragioni: <a href="https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/</a>) la nascita di un Terzo polo con queste caratteristiche è una buona notizia.</p>



<p>In Parlamento sarà rappresentata “una componente liberal riformista ed europeista capace, si vedrà in che misura, di condizionare scelte e inclinazioni politiche in un paese – il nostro – che ha sempre fatto scarso uso di idee liberali e nel quale nuove forme di corporativismo autarchico e di massimalismo socialisteggiante attraversano sia il centrodestra sia il centrosinistra” (<a href="https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/</a>). Il che di questi tempi non è poco.</p>



<p>Naturalmente, c’è da augurarsi che non si tratti soltanto di un’alleanza elettorale o di una tregua temporanea tra Matteo Renzi e Carlo Calenda in mancanza di alternative, ma che al contrario sia “il primo passo verso la costruzione di un partito liberlademocratico europeo e atlantico in grado di offrire un’alternativa di governo alla confusione programmatica del Pd e al neo, ex, post fascismo di Fratelli d’Italia e Lega” (<a href="https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/</a>). E ora tocca proprio a Renzi e Calenda dimostrare di saper costruire, a partire da questa alleanza, “qualcosa di nuovo, non solo tattico”.</p>



<p>A ben guardare, quello che è stato subito bollato come il “tradimento di Calenda” era nelle cose. Lo dico terra-terra: il Partito democratico non può diventare una sinistra moderna perché la sua gestione non è davvero contendibile, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidarlo. Questo è il problema. E prima o poi bisognerà farsene una ragione.</p>



<p>Lo ha spiegato meglio di me Michele Salvati sul Corriere della Sera (<a href="https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso</a>). Secondo Salvati quel che è avvenuto è appunto “un altro segnale di un antico difetto di costruzione del Pd”, che “non è riuscito a creare un senso di comunità, di appartenenza e di identità forte quanto è necessario a consentire la convivenza di inevitabili differenza di opinione. Non è riuscito a creare una identità nuova, di sinistra liberale, e dunque diversa da quella delle forze politiche che confluirono nella formazione del partito: questo era l’auspicio con quale in tanti accompagnammo l’iniziativa di Veltroni” (c’ero e posso confermarlo). </p>



<p>E non c’è riuscito perché le forze contrarie ad un indirizzo di sinistra liberale “sono così ingranate negli equilibri interni del Pd” che prendere quella strada, procedere cioè in direzione di una sinistra liberale, non è possibile. Calenda, sottolinea Salvati, chiedeva infatti molto di più di “un accordo tecnico”: aveva in mente una “alleanza politica” e dunque “scelte che non smentissero in maniera plateale la credibilità di una coalizione politica”. Ma, come il coraggio, una identità di sinistra liberale, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.</p>



<p>Messe così le cose, Calenda non poteva che imitare Guido Cavalcanti e, con un salto, andarsene. Mi è tornato infatti in mente il salto del poeta Cavalcanti, protagonista di un episodio del Decameron di Boccaccio. Per Italo Calvino, che sceglie l’agile salto improvviso del poeta-filosofo come “un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio”, nulla illustra meglio la sua idea che una necessaria leggerezza deve sapersi iscrivere nella vita e nella letteratura: “Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: &#8211; Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.</p>



<p>Ma vengo ad un esempio dei nostri giorni. Per l’ala più radicale dei democratici americani, il senatore Joe Manchin del West Virginia è un rinnegato, la quinta colonna dei repubblicani, un mostro anti-ambiente al soldo delle compagnie di carbone, petrolio e gas. Insomma, peggio di Calenda e di Renzi messi insieme.</p>



<p>Si sa che al Senato i democratici e i repubblicani controllano 50 seggi a testa. Certo, la maggioranza ce l’hanno i democratici perché in caso di pareggio può votare anche la vicepresidente Kamala Harris. Ma serve il voto di tutti i senatori del partito, compreso Manchin.</p>



<p>Joe Manchin ha 74 anni, è in carica dal 2010 ed è considerato il più conservatore fra i senatori democratici. Da anni insiste sul fatto che le principali riforme devono essere concordate fra i membri di entrambi i partiti. Ma non è così facile. Gli analisti sottolineano da tempo la “polarizzazione” della politica americana e i due partiti incarnano ormai uno scontro aspro e inconciliabile fra due visioni del mondo incompatibili, che mette in discussione le normali regole democratiche. Lo stesso Trump è solo il sintomo più evidente della frattura profonda che attraversa il paese, che si è ampliata fino a diventare una minaccia per la stabilità democratica che generazioni di americani avevano dato per scontata.</p>



<p>Eppure, come ha sottolineato nei giorni scorsi Fareed Zakaria (<a href="https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take</a>), sembra proprio che, in barba ai media e sfidando l’incredulità degli esperti, Joe Biden stia riuscendo nell’impresa di “governare dal centro”, come aveva promesso in campagna elettorale (e a dire il vero fin dalla competizione tra l’ala “moderata” e quella di “sinistra”, che ha caratterizzato le primarie democratiche e ha segnato la fine, in questa stagione, del tentativo del leader radicale Bernie Sanders di spostare l’asse del partito a sinistra, su posizioni che anche in passato non hanno mai portato alla Casa bianca il partito dell’asinello).</p>



<p>Le prove si stanno accumulando. Il compromesso raggiunto al Senato tra il leader della maggioranza Charles E. Schumer e Joe Manchin è passato (con il sostegno dell’altra pecora nera della famiglia, la senatrice Kyrsten Sinema, fermamente posizionata nell&#8217;ala più a destra del partito) ed ora attende il via libera della Camera controllata dai democratici. Si tratta del più grande investimento federale in energia pulita mai realizzato negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, del più grande pacchetto di riduzione del disavanzo in un decennio (secondo il Congressional Budget Office ridurrà di deficit di oltre 300 miliardi di dollari in una decina d’anni). </p>



<p>L&#8217;accordo si aggiunge al Chips and Science Act, che prevede enormi investimenti nella ricerca di base e nelle tecnologie essenziali (e un investimento senza precedenti per aumentare la produzione di semiconduttori e affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento); al primo intervento legislativo bipartisan sul controllo delle armi e al progetto di legge sulle infrastrutture da trilioni di dollari: una delle (mancate) promesse elettorali di Donald Trump.</p>



<p>Non per caso, J. Bradford DeLong, su Project Syndicate, ha parlato di una “estate dell’amore”, sul piano legislativo, per Biden: “Presi insieme questi provvedimenti sono più che sufficienti per capovolgere la narrazione relativa ai primi due anni in carica di Biden. Improvvisamente, i risultati legislativi dell&#8217;amministrazione sono passati da &#8216;deludenti&#8217; a ‘oltre ogni aspettativa’”.</p>



<p>Insomma, Biden sta dimostrando che si può “governare dal centro”. Non come prima, ovviamente. Zakaria ricorda che quando, negli anni &#8217;80 e ’90, il Congresso discuteva grandi progetti di legge bipartisan sulla Social Security, per riformare le tasse, aiutare gli americani con disabilità o ridurre l&#8217;inquinamento atmosferico, gli autori dei progetti di legge venivano acclamati dai media e all&#8217;interno dei loro stessi partiti. Oggi invece non si fa che ripetere che non bisogna scendere a compromessi; e resistere al “nemico” permette di raccogliere più fondi e guadagnare il sostengo degli elementi più radicali del proprio schieramento.</p>



<p>Infatti, nei primi anni del 2000 un grande sforzo bipartisan per affrontare la riforma dell’immigrazione si è arenato sotto i colpi degli estremisti di entrambe le parti. Il Dream Act, racconta il giornalista americano, era sostenuto da due senatori lontani ideologicamente, che tuttavia erano anche buoni amici: il democratico Edward Kennedy e il repubblicano Orrin G. Hatch. Erano tra i membri più anziani del Senato e incarnavano un vecchio modo di fare politica non più in sintonia con i tempi. La rivoluzione di Gingrich degli anni &#8217;90 ha infatti cambiato il Partito repubblicano e la stessa Washington. E da allora il compromesso è considerato un tradimento.</p>



<p>Cercando di far rivivere quel vecchio modo di far politica e di governare, Biden sta andando controcorrente. Ma sorprendentemente, a piccoli (significativi) passi, sembra riuscirci. Il che rappresenterebbe davvero una rivoluzione in grado di cambiare la struttura degli incentivi e ridurre la tossicità a Washington.</p>



<p>Per i democratici americani c’è, inoltre, un reale spazio di crescita. Perché sono in una posizione migliore dei repubblicani per diventare un grande tent party. Come ha dimostrato uno studio di Brookings, nel 2020 “la vittoria di Biden è arrivata dai sobborghi” e quegli elettori sono verosimilmente più moderati e centristi rispetto alla base democratica. Gli elettori suburbani sembrano essere sempre più distanti dalle posizioni repubblicane su questioni come l&#8217;aborto e le armi. E sull’onda del ribaltamento della storica sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema, i sondaggi in vista delle elezioni di medio termine che prima favorivano i repubblicani sembrano ora indicare un pareggio.</p>



<p>Ma (e veniamo al punto che riguarda anche noi) essere un grande tent party, un partito pigliatutto, è difficile. Significa avere a che fare anche con persone con cui sei profondamente in disaccordo. Ma, spiega Zakaria, in un paese grande e diversificato con oltre 330 milioni di persone, è l&#8217;unico modo per governare. Alcuni dei più grandi successi dei democratici si sono concretizzati con quello spirito. Franklin D. Roosevelt ha rinviato l’intervento sui diritti civili per poter approvare il New Deal. Lyndon B. Johnson ha arruolato il sud segregazionista per sostenere gran parte della sua legislazione sulla Great Society. Bill Clinton dovette governare principalmente con un Congresso controllato dai repubblicani. E anche quando Barack Obama aveva la maggioranza al Congresso, ha scelto di dare la priorità all&#8217;assistenza sanitaria universale rispetto a molte altre importanti questioni sociali, incluso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A volte, inoltre, il compromesso può portare a risultati migliori. Ad esempio, spiega il columnist, il disegno di legge sull&#8217;immigrazione era un progetto migliore di quello che entrambe le parti avrebbero approvato in modo autonomo perché teneva conto delle preoccupazioni legittime e delle argomentazioni valide di entrambe le parti.</p>



<p>Senza contare che alcuni degli argomenti di Manchin erano fondati: “Sul clima, il suo punto di vista secondo cui non dovremmo porre fine definitivamente all’uso dei combustibili fossili prima di avere abbastanza tecnologie verdi su larga scala per sostituirli può darsi sia un atteggiamento interessato del senatore del West Virginia, ma è anche una lettura accurata di dove ci troviamo oggi”.</p>



<p>Oltretutto, è la sua risolutezza che dovrebbe sorprendere. Non sarebbe male tenere a mente infatti che Manchin rappresenta uno Stato che Trump, nel 2020, ha vinto con circa 40 punti di distacco. Bisogna pensare a Manchin come a una cartina di tornasole, dice Zakaria. Se i democratici sono in grado di tenere Manchin con loro, per definizione stanno costruendo un grande tent party, che potrebbe comprendere la maggioranza degli americani.</p>



<p>Del resto, anche il Pd di casa nostra nasce (ricordate?) sul presupposto che il centrosinistra, anziché limitarsi unicamente ad allargare l’alleanza mettendo insieme sigle e partiti, doveva puntare a conquistare nuovi elettori ed ampliare l’area del radicamento, scommettendo sul fatto che le propensioni degli elettori potevano mutare. Ma siamo sempre lì: per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è il ritorno alle antiche certezze, ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni.</p>



<p>Se i democratici di casa nostra non sono in grado di tenere con loro neppure Calenda e Renzi, come possono costruire una big tent aperta alla maggioranza degli italiani? Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” &#8211; come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda &#8211; bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.<br>Buon Ferragosto!</p>
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		<title>Il campo stretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 15:53:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima del campo occorre discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l'impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E&#8217; un&#8217;antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, agitare il corpo sociale, solleticare paure, accarezzare speranze, assecondare umori.</p>



<p>Conte e il M5S hanno scelto di fare la parodia del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, ma quel PCI era una “cosa” seria, mentre questa è l&#8217;ennesima prova della tragedia che diventa farsa.</p>



<p>Draghi fa quel che può. Con non poca (e imprevista) ingenuità ha ribadito che non esiste altro Governo che con il M5S; ha assecondato alcune richieste del “movimento” indulgendo anche a qualche deriva demagogica e populista; ha mandato messaggi rassicuranti al mondo che conta, ma la decisione della maggioranza dei parlamentari pentacosi di non votare il c.d. “decreto aiuti” segna un punto di non ritorno nella vicenda di questo Governo. </p>



<p>Salvo ripensamenti che il solleone non favorisce mai, si va verso l&#8217;approvazione di una finanziaria che raffazzona il consenso un po&#8217; qua e un po&#8217; là, che mette in sicurezza il PNRR, che cerca di sostenere le imprese e le persone in difficoltà, ma, per dirla con linguaggio antico ma efficace, la sua spinta propulsiva è esaurita.</p>



<p>Il problema, però, è che non è esaurita la necessità dell&#8217;agenda Draghi, quella originale e vera, quella – per dirla col Premier – che accompagnava un&#8217;Italia a cui – da Berrettini agli europei, da Parisi ai Meneskin – sembrava essere tutto (prima della guerra…ahinoi..) a nostro favore.</p>



<p>Quella che vediamo oggi è la solita agenda dell&#8217;emergenza, quella che guarda a…ieri…al massimo a oggi, ma che non affronta nessuno dei nodi veri di un Paese che deve superare un gap importante con gli altri competitor/partner europei.</p>



<p>E allora il tema non è quanto dura il Governo (speriamo che duri almeno fino all&#8217;approvazione del bilancio, quindi a fine anno, ovviamente), ma verso cosa stiamo andando, qual è lo scenario politico che abbiamo di fronte, chi e come è in grado di superare la perenne emergenza.</p>



<p>Prima del “campo”, su cui ostinatamente si è cimentato in questi mesi il Segretario del PD Letta, occorre definire il “cosa” fare. Il “campo” dipende dal “cosa”, se no ricaschiamo in questo orrendo bipopulismo, una camicia di forza che ci impedisce di aggredire e sciogliere i nodi gordiani che attanagliano da alcuni decenni il sistema-Paese.</p>



<p>La prima cosa da dire – anche in riferimento agli incontri dei giorni scorsi con sindacati e M5S – è che non si esce più forti dalla pandemia dilatando ulteriormente la spesa pubblica. Alta inflazione=alti interessi=alto debito e= riduzione reale dei salari.</p>



<p>Come all&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e fino agli &#8217;90 dobbiamo evitare che quella tassa perversa sulla povera gente che è l&#8217;alta inflazione freni lo sviluppo e faccia perdere potere d&#8217;acquisto a stipendi e salari.</p>



<p>Come uscirne? Non certo favorendo ulteriori scostamenti di bilancio; al massimo ci è consentito di utilizzare le maggiori entrate da IVA e lotta all&#8217;evasione per ridurre il cuneo fiscale e rilanciare l&#8217;apparato produttivo.</p>



<p>Occorre essere convinti che per ridare centralità al lavoro e sconfiggere il precariato bisogna ridare centralità alle imprese. Lo Stato deve, con interventi normativi e incentivi efficaci (il superbonus ha drogato, non aiutato il sistema), favorire il passaggio di ricchezza dal risparmio privato agli investimenti. Bene la riduzione del cuneo fiscale se i risparmi sul costo del lavoro vanno nelle buste paga e negli investimenti, non se vanno solo nei profitti.</p>



<p>E&#8217; d&#8217;accordo il M5S su questo? E la sinistra? A quando una presa di coscienza vera che la spesa pubblica a “go go” non è la soluzione, neanche nell&#8217;emergenza pandemica, figuriamoci ora!</p>



<p>Sul piano energetico, una volta deciso – giustamente – di dire basta ai combustibili fossili dal 2035, abbiamo il coraggio di dire che le fonti rinnovabili non sono da sole in grado di rappresentare la svolta per la loro precarietà e discontinuità? Vogliamo parlare davvero di termovalorizzatori e riaprire (abbiamo 12/13 anni davanti) il tema del nucleare? O un referendum di 34 anni fa deve fermare il tempo a quando non c&#8217;erano né internet né i telefonini?</p>



<p>Il M5S dice no, il PD non si sa, ma si sa, ad esempio, che importanti esponenti del PD in una Regione industriale come la mia (Piemonte) hanno detto no al nucleare la settimana scorsa.</p>



<p>E riteniamo una sciagura – come credo io – o uno strumento utile scelte come quella su ILVA, ALITALIA? Anche qui, che dicono i possibili partner del “campo largo”?</p>



<p>Ancora troppi, poi, a sinistra si sentono alleggeriti rispetto al peso della cosiddetta “deriva liberista” che (sic!) avrebbe caratterizzato il centro sinistra negli anni passati e da cui sarebbero stati liberati grazie al dilatare senza limiti della spesa pubblica, non rendendosi conto che ciò che ha senso fare nell&#8217;emergenza diventa inaccettabile se perpetuato al di là del dovuto.</p>



<p>La realtà ci dice che oggi, se consideriamo il rapporto tra spesa pubblica e reddito, l&#8217;Italia è il Paese più “socialista” tra i grandi Paesi europei, non avendo però uno Stato efficiente come quello francese (per non parlare di quelli scandinavi).</p>



<p>Infine, come avveniva quando la politica era una cosa seria, senza una visione comune di politica estera nessuna coalizione può nascere e governare.</p>



<p>La posizione di Enrico Letta sull&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraìna è stata limpida. Chapeau! Ma non è tutto così dentro il campo largo da lui invocato. Permangono derive “terzaforziste” tra UE/Occidente da un lato e Russia dall&#8217;altro. Alcuni secredenti&nbsp; tessitori ritengono che l&#8217;Italia debba essere con la UE e con gli USA “ma…però..”; evocano La Pira e il suo ponte verso il Mediterraneo e l&#8217;Oriente, ma alla fine si ritrovano a scimmiottare Nasser, il Pandith Nehru e Indira Ghandi…nella migliore delle ipotesi.</p>



<p>Insomma, a pochi mesi dalle elezioni, assistiamo a una rincorsa alla spesa pubblica che assomiglia all&#8217;assalto alla diligenza dei conti di inizio anni &#8217;80 e ciò riguarda sia la destra sovranista e nazionalista, sempre più statalista e assistenzialista, se non altro perché sta ereditando i voti pentacosi al Sud, sia un pezzo della sinistra e dello stesso PD che in alcuni suoi esponenti, dopo il confronto di ieri con il M5S, rincorre questi ultimi su amenità come il reddito di cittadinanza (che va azzerato per ripensare totalmente sia le forme di sostegno al reddito sia le politiche attive del lavoro).</p>



<p>Prima del campo occorre, quindi, discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l&#8217;impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea (penso alla CDU, agli stessi Republicains, ai liberalconservatori scandinavi), per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S (l&#8217;intervento di Calenda al congresso di Articolo 1 è illuminante a questo proposito) e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare (V. ultimo Governo Prodi).</p>



<p>E se il campo dovesse essere per forza “largo”, in nome dell&#8217;ennesimo appello “contro la destra” e per la paura di perdere, allora ai liberal demcoratici non resterebbe che la strada della solitudine, già sperimentata in molte realtà alle ultime elezioni amministrative.</p>



<p>Una strada difficile quest&#8217;ultima, ma l&#8217;unica, se le condizioni dovessero permanere quelle attuali, che potrebbe mettere in difficoltà un bipolarismo inconcludente e gettare le basi di una rinnovata dialettica democratica, magari con un sistema proporzionale rafforzato, che metta al centro alcuni valori di fondo (Costituzione, diritti civili, Europa unita, scelta occidentale) e un programma serio e pragmatico di sviluppo del Paese, scevro da ogni deriva populista e demagogica.</p>
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		<title>Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2021 16:30:41 +0000</pubDate>
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<p><strong>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?</strong><br>Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per spuntare qualche cosa di bandiera. Poi ci sarà l’implementazione del Recovery Plan, poi il panettone, buon Natale, brindisi di capodanno e si riparte. Arriva la befana e d’improvviso a febbraio ci si trova a fare i conti con l’elezione del Presidente della Repubblica.</p>



<p><strong>Pero?</strong><br>Siccome non siamo soli al mondo succedono cose anche fuori dai nostri confini, cose che ci riguardano. Da Berlino dicono che verso la fine dell’anno ci sarà il nuovo governo tedesco e in Francia accelererà contemporaneamente il quadro per le presidenziali del 2022, dove c’è Macron che è al tempo stesso un partner e un competitor di Draghi in Europa.</p>



<p><strong>In febbraio da noi che succede?</strong><br>Si deciderà lo snodo della legislatura, e cioè se Draghi andrà al Quirinale o resterà a Palazzo Chigi. Nel caso in cui andasse al Quirinale potrebbe anche esserci un patto di legislatura su un premier di transizione fino al 2023, scadenza naturale della legislatura dopo la quale si va a votare per un nuovo Parlamento. Aggiungo che questa visione sarebbe rafforzata dal fatto che un Presidente che sciolga il Parlamento che lo ha appena eletto striderebbe un po’ sotto il profilo istituzionale.</p>



<p><strong>Se si va avanti non è più probabile allora che Draghi resti al suo posto?</strong><br>È una possibilità molto grande, ma non si può escludere che vada al Quirinale, essendo la presidenza una carica asimmetrica, della durata di sette anni, accompagnata da vantaggi importanti, perché anche in quella posizione, sebbene con forza minore, può rassicurare i mercati e mantenere relazioni transatlantiche ed europee. Il vero punto è che Draghi è diventato in poco tempo il perno del sistema e che l’elemento lampante dopo i ballottaggi è che la destra ha fatto splash, la sinistra ha vinto, ma le elezioni politiche sono un altro film.</p>



<p><strong>Di queste elezioni amministrative si è detto che protagonista sia stata l’astensione.</strong><br>Il fenomeno si inscrive in una tendenza occidentale, quindi niente di nuovo sotto un certo punto di vista. Per l’Italia sicuramente è un segnale preoccupante, perché quelli sono quasi tutti voti populisti, quelli che di volta in volta vanno in immersione e poi riemergono. Non hanno votato a destra e non hanno votato per i Cinque stelle. Hanno votato poco per la sinistra e sono lì, in attesa di un nuovo pifferaio o di un uomo nuovo che si presenti alle urne e li convinca ad andare a votare. Per il momento aspettano.</p>



<p><strong>Chi sono?</strong><br>Tra loro ci sono molti disillusi che comprendono la politica, ma molti altri sono elettori di carattere volubile. Anche giustamente, nel senso che cambiano facilmente opinione, inseguono l’idea del momento, portano su delle meteore come il M5S e poi le affondano. Quel che è successo a Roma è abbastanza evidente.</p>



<p><strong>Perché il centrodestra ha sbagliato tutti i candidati?</strong><br>Ha perso in una maniera rovinosa. Ha sbagliato per posizionamento politico. Siamo di fronte ad un buffo paradosso, quello per cui due partiti che bene o male fanno il 40% dell’elettorato, di fronte ad oltre l’82% di popolazione over dodici anni vaccinata, si mettono con una minoranza di pochissime persone. Dal punto di vista politico è un suicidio, dal punto di vista logico-mentale è preoccupante, anche qualcosa di più, perché non trova riscontro: nessun politico insegue una minoranza rumorosa che non ha voti.</p>



<p><strong>Una ragione ci sarà.</strong><br>Hanno fatto harakiri e non si capisce perché se non per una lotta interna e per il fatto che evidentemente stanno molto sui social e non vedono più la realtà o almeno non l’hanno vista in questo frangente. Non è solo questione di avere sbagliato i candidati, soprattutto a Roma, con responsabilità qui preponderante della Meloni, ma c’è di più: si tratta di non aver saputo leggere la contemporaneità. Devo essere sincero: ho qualche dubbio che sappiano leggerla anche per il prossimo futuro, perché continuano a battere su questo ferro.</p>



<p><strong>Enrico Letta sta facendo un gran lavoro di riorganizzazione, e soprattutto adesso il centrosinistra ha un leader, un candidato alla presidenza del Consiglio.</strong><br>Letta ha avuto ragione. In politica conta quando vinci. E naturalmente anche quando perdi. Il risultato di mezzo non conta nulla. Letta ha vinto, ha corso per le suppletive a Siena, dove non era così facile, e ha vinto. Ha mostrato coraggio, al contrario di Conte che ha evitato accuratamente di andare a candidarsi a Primavalle perché avrebbe perso, e non ha quindi il tocco magico che racconta, anzi. Poi Letta ha adottato una saggia tecnica del sommergibile. </p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>Ogni tanto saliva a quota periscopica per controllare che cosa facesse la destra, e quel che faceva era il peggio possibile, quindi si inabissava nuovamente facendo una politica rassicurante. Sulla scia di Draghi, finalmente, dopo un periodo di sbandamento del Pd che s’era messo in testa che Draghi non andasse bene, non si sa per quale arcano motivo. In tutto questo Letta ha avuto ragione e sarà lui il candidato premier. Punto.</p>



<p><strong>Ora si tratta di fare la coalizione.</strong><br>Con la coalizione ha un problema, perché il partner è in caduta libera: Conte non ha nessun appeal altrimenti avrebbe già ottenuto un risultato, avrebbe già catalizzato un importante bagaglio di voti. Invece l’esempio di Napoli lo smentisce: in pieno territorio di reddito di cittadinanza i Cinque stelle non sono stati determinanti per la vittoria di Manfredi, dove il Pd avrebbe vinto da solo al primo turno comunque con gli altri alleati. La debolezza dei Cinque stelle è dunque un problema per Letta. Dopodiché dall’altra parte c’è un cumulo di macerie.</p>



<p><strong>Al centro si è sempre parlato di una grande prateria che però nessuno riesce a conquistare. In Germania il Partito liberale ha preso l’11,5% e farà il governo insieme a Verdi e Socialisti.</strong><br>La prospettiva è quella, 11-12%. Scelta Civica che cos’era? Era quel numero. Io penso che l’area dei liberali, dei centristi sia quella. A meno che, ma non è in agenda, ci sia un pezzo da novanta come Draghi. Ma siamo alla fantapolitica.</p>



<p><strong>Il problema è che finora nessuno è riuscito a federare tutte queste piccole realtà. C’è riuscito Monti e adesso non si vede chi possa farlo.</strong><br>Nessuno di questi, perché sono troppi galli in un pollaio. Ci vorrebbe uno sforzo molto grande. C’è Calenda che si è mosso bene, è bravo, ma ha un suo ego. Ha la forza anche di fare un passo indietro? Qui non è questione di fare due passi avanti. Lui li ha fatti e li ha fatti bene ma ha la capacità di tornare un po’ indietro, di lasciare un po’ di spazio agli altri? Poi c’è Renzi, che è abilissimo. Voti pochi, ma quelli che ha li usa come se fossero quelli di una maggioranza. E poi ci sono tutti gli altri, grandi o piccoli, ma metterli insieme è molto difficile</p>



<p><strong>Potrebbe farlo Letta?</strong><br>Potrebbe perché guida un partito medio che ha bisogno di federare. Lo potrà fare in una prospettiva liberale? In una prospettiva riformista ha un problema coi cinque stelle. Allora che fai? Ti tieni i Cinque stelle e poi anche Calenda e Renzi? Impossibile. Poi non sappiamo che legge elettorale ci sarà. </p>



<p><strong>Bella grana questa.</strong><br>Il centrodestra ha appena rifiutato il proporzionale. Ma il proporzionale in questo – mi si passi il temine tecnico &#8211; casino, è la scelta più naturale. Siamo di fronte allo sfarinamento del quadro politico e non penso si arriverà con queste coalizioni al 2023. Succederà molto probabilmente qualcos’altro. È tutto in sviluppo, ma si intravedono alcune linee. I gruppi parlamentari non coincidono già più da tempo alle coalizioni.</p>



<p><strong>Ci sono anche gruppi parlamentari che non corrispondono alla guida dei partiti.</strong><br>Se è per quello ci sono gruppi parlamentari che non corrispondono nemmeno alla politica.</p>



<p><strong>Prima o poi si andrà al rinnovo di questo Parlamento, e con numeri radicalmente diversi per via dell’esito del referendum sulla riduzione dei parlamentari. Che cosa c’è da aspettarsi?</strong><br>Io ho un grande timore, che alle politiche venga fuori un risultato disastroso, senza nessun vincitore. Il Parlamento diverrebbe così iperbalcanizzato ma al tempo stesso ridotto, quindi con margini di manovra e aggiustamento inferiori. Quella che secondo molti era un difetto, cioè l’elevato numero di parlamentari, in un sistema caotico ad altissima entropia come quello italiano, funzionava. C’era il suk, per essere molto chiari, e questo compensava le difficoltà. Adesso, con meno parlamentari, sarà più difficile mettere a posto i “Lego” della politica. Temo una situazione in cui non si riesca più a trovare il bandolo della matassa. Ecco perché abbiamo bisogno di Draghi.</p>



<p><strong>Ma a questo punto non sarebbe meglio tenero fuori dal Quirinale?</strong><br>Se c’è Draghi al Quirinale, diventa il king maker del governo, se è fuori dal Quirinale diventa la soluzione per mettere insieme un governo. Quindi di diritto o di rovescio, Draghi rappresenta la soluzione. Questo dice però anche quanto siamo messi male, perché siamo di nuovo all’uomo della salvezza. In questo caso la figura è eccezionale e si ritrova in uno stato d’eccezione. Dobbiamo sperare nello stellone, in un colpo di fortuna per cui gli elettori vanno a votare per qualcuno e questo qualcuno governa. Chiunque sia, sono ampiamente agnostico su questo. Però ci vuole un segnale di chiarezza.</p>
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		<title>E se il prode marmista velletrano&#8230; fosse un elettore di Calenda?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco De Fossis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jun 2021 08:53:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I giorni a Roma si fan cupi e tetrie c’è chi vuol portarsi per cimeliola targa proveniente da Velletriche porta forte inciso il nome Azelio. Sarà perché ne vuole aver ricordo,sarà per la tendenza nei sondaggi,o forse perché in fuga sul raccordohan visto circolar Virginia Raggi. E se il prode marmista velletrano,coinvolto in questa misera faccenda,non fosse lui davvero un artigiano? Se fosse la notizia assai tremenda,in questo memorabile baccano…Se&#8230;</p>
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<p>I giorni a Roma si fan cupi e tetri<br>e c’è chi vuol portarsi per cimelio<br>la targa proveniente da Velletri<br>che porta forte inciso il nome Azelio.</p>



<p>Sarà perché ne vuole aver ricordo,<br>sarà per la tendenza nei sondaggi,<br>o forse perché in fuga sul raccordo<br>han visto circolar Virginia Raggi.</p>



<p>E se il prode marmista velletrano,<br>coinvolto in questa misera faccenda,<br>non fosse lui davvero un artigiano?</p>



<p>Se fosse la notizia assai tremenda,<br>in questo memorabile baccano…<br>Se fosse un elettore di Calenda?</p>
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		<title>Chi è in confusione?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/05/11/susta-chi-e-in-confusione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 10:00:29 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/05/11/susta-chi-e-in-confusione/">Chi è in confusione?</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>L&#8217;ex Capogruppo del PD in Senato, Marcucci, leader dell&#8217;anima &#8220;liberale&#8221; del PD, (ex?) renziano di ferro, dice che i &#8220;5S sono in confusione&#8221; e che questo &#8220;rende difficile il dialogo con loro&#8221;.</p>



<p>Ricapitolando: il M5S ha piazzato due assessori nella Giunta regionale del Lazio (Zingaretti), disinnescando così la candidatura dell&#8217;ex segretario del PD a Sindaco di Roma (non ci si può dividere sul Campidoglio e rimanere insieme a guidare la Regione); ha messo Conte leader e Casaleggio alle corde archiviando il regno della sua &#8220;piattaforma Rousseau&#8221;; ha mantenuto tutti i ministri, compresi alcuni inguardabili, nel Governo Draghi; ha rispolverato e rilanciato la disastrosa Raggi che, stando ai sondaggi, va dritta al ballottaggio vanificando il corteggiamento di Letta (che, nonostante tutte queste amenità, continua a vedere solo &#8220;il patto strategico con il M5S e con Conte&#8221;). E questi sarebbero in confusione? Pensate cosa farebbero se fossero lucidi!</p>



<p>Ma quando la smettono dalle parti del Nazareno di considerare gli altri sempre o dei deficienti o degli incapaci o dei soggetti pericolosi? Che piaccia o no il M5S ha messo il PD alle corde nelle ultime settimane e, adesso, Letta sposta tutto &#8220;ai ballottaggi&#8221; e invece di puntare a Roma su Calenda, facendo capire ai grillini che un&#8217;alternativa al populismo sinistrorso c&#8217;è, lancia Gualtieri, chiudendosi nel fortino delle antiche certezze dei vari Bettini, Morassut, D&#8217;Alema.</p>



<p>Spero proprio che Calenda non si ritiri e che finisca questo perenne ricatto secondo cui, così facendo, &#8220;si fa un regalo alla destra&#8221; (quanti regali alla destra &#8211; storicamente &#8211; hanno fatto i tragici errori della sinistra?).</p>



<p>Se solo il PD riscoprisse un minimo dello &#8220;spirito&#8221; che ne ha determinato la nascita capirebbe che la via per battere la destra nazionalista e sovranista non è quella di assecondare il populismo o la sinistra d&#8217;antan fondandola sull&#8217;assistenzialismo e sullo statalismo (nel giro di un paio d&#8217;anni il nodo del debito pubblico tornerà a gravare sul Paese), ma basandola su un patto tra i produttori che liberi le energie delle imprese, del lavoro autonomo, delle professioni, represse da un sistema soffocante. </p>



<p>Ma quando capiranno i &#8220;capi&#8221; del PD che il lavoro non lo crea la politica, che bisogna combattere la povertà e non la ricchezza, che la &#8220;giustizia giusta&#8221; non tollera né giustizialismi né violazioni del rispetto del principio di presunzione d&#8217;innocenza, che la svolta green dell&#8217;economia è incompatibile con le battaglie del M5S e di parte del PD stesso e della sinistra contro eolico, solare termico, gasdotti, ecc., che la rivoluzione digitale esige la diffusione del 5G, che la scuola è fatta per gli alunni/studenti e non per gli insegnanti, che il merito è la condizione perché la PA produca servizi di qualità? </p>



<p>Queste battaglie non si possono fare con il M5S che è tutto un trionfo di &#8220;decrescita (in)felice&#8221;, appiattimento, assistenzialismo, immobilismo. Certo, senza il M5S e una sinistra costretta nei suoi vecchi recinti mentali, che non sa vedere chi sono i veri impoveriti dalla crisi finanziaria prima e dal Covid dopo, si può anche perdere la competizione contro questa destra. Ma non è proprio la storia del PCI che ci dimostra che anche dall&#8217;opposizione si può concorrere al Governo del Paese? </p>



<p>Prima, però, di dare per scontato che un&#8217;aggregazione diversa da quella con M5S e sinistra sia perdente per definizione, guardiamoci intorno. Sarebbe stata possibile l&#8217;esplosione dei Verdi in Germania se l&#8217;SPD si fosse alleata a sinistra con la LINKE invece che accettare la &#8220;grossa coalizione&#8221; con la CDU? </p>



<p>E Macron in Francia non è forse la risposta alla scomparsa del Partito Socialista e della profonda crisi della destra gollista? E credete che sia davvero possibile liquidare solo come pericoloso il successo a Madrid della popolare Ayuso senza riflettere sull&#8217; altrettanto inaccettabile, perché evanescente e populista, parabola di Podemos che adesso mette in difficoltà un PSOE che, pure, è molto più riformista del PD (si guardi solo a come ha gestito la finanza pubblica in questi anni)?</p>



<p>L&#8217;Italia ha bisogno di una proposta innovatrice e riformatrice. Di scomporre destra e sinistra e di una coalizione fondata su un diverso blocco sociale che veda al centro il ceto medio impoverito, riconverta i disoccupati con politiche attive del lavoro efficaci e non con meri sussidi (si riparta da Biagi ed Ichino), incoraggi gli investimenti privati produttivi. Occorre avere il cuore a sinistra e il volante (cioè il cervello) al centro. Solo così sconfiggeremo la destra, riformeremo l&#8217;Italia e davvero potremo dire di aver saputo coniugare le due eterne parole del progresso: Libertà e Giustizia sociale.</p>
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		<title>Attendiamo il rimpasto. Non come la sentinella l’aurora, ma come a tavola il menù del giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 13:02:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I due giorni di dibattito parlamentare sulla fiducia al governo Conte 2 hanno occupato le cronache italiane, aperto interrogativi e, probabilmente, fornito poche risposte utili agli italiani per affrontare i prossimi mesi. Qualcuno ha provato ad argomentare che tutto ciò non rappresenti il Paese e le sue emergenze, ma niente è più reale delle forme in cui la democrazia manifesta il proprio stato. I discorsi parlamentari ascoltati, le repliche e&#8230;</p>
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<p>I due giorni di dibattito parlamentare sulla fiducia al governo Conte 2 hanno occupato le cronache italiane, aperto interrogativi e, probabilmente, fornito poche risposte utili agli italiani per affrontare i prossimi mesi. Qualcuno ha provato ad argomentare che tutto ciò non rappresenti il Paese e le sue emergenze, ma niente è più reale delle forme in cui la democrazia manifesta il proprio stato.</p>



<p>I discorsi parlamentari ascoltati, le repliche e le dichiarazioni di voto, si sono susseguite in una ritualità a cui siamo abituati da decenni. Chi siede in Parlamento, oggi come nelle legislature precedenti, rappresenta lo “stato della Nazione”. Cambiamo leggi elettorali, modifichiamo collegi, inventiamo nomi nuovi per partiti vecchi, il risultato è sempre lo stesso: una rappresentazione del popolo e una classe dirigente diretta espressione, nel bene e nel male, dei proprietari della sovranità.</p>



<p>Le tre grandi novità politiche degli ultimi 30 anni, negli ultimi giorni hanno probabilmente perso l’identità che le contraddistingueva, segnando un passaggio verso un futuro pieno di interrogativi.</p>



<p>Forza Italia ha sancito la sua marginalità, abbandonando per irrilevanza il ruolo di argine alla prevalenza di sovranisti e nazionalisti nel centrodestra italiano. Dimostrazione evidente sono state le continue voci sulla fuga verso i lidi governativi di onorevoli e deputati, espresse in maniera solenne e simbolica dalla fiducia al governo di due esponenti rappresentativi degli ultimi anni, Polverini alla Camera e Rossi al Senato. Archiviata la promessa rivoluzione liberale, restano le dichiarazioni alla stampa di Tajani, che con i suoi categorici “è fuori da Forza Italia” faceva sorridere chi vede il partito berlusconiano incalzato nei consensi da Azione di Calenda.</p>



<p>Il Partito Democratico ha definitivamente abbandonato la propria vocazione maggioritaria. Nonostante le ragioni che hanno portato alla sua nascita siano ancora attuali e reali (come ha detto l’ex segretario Fassino in una recente intervista su queste pagine), non è più attuale il modo in cui la sua leadership eserciti l’aspirazione alla realizzazione di tali ragioni. In un’immagine continua di incapacità di dettare i temi e i tempi dell’agenda politica, in un continuo inseguire altri, l’adesione alla nuova legge elettorale proporzionale promessa da Conte segna la fine della capacità del Pd di guidare il cambiamento in Italia. </p>



<p>Unita con la riduzione dei seggi parlamentari, probabilmente, consentirà a Bersani ed altri di rientrare nel Pd che verrà. Il rischio è che non rientri l’elettorato che ha visto nel percorso dall’Ulivo al Pd la possibilità di modernizzare l’Italia. La sensazione è che gli elettori “nativi democratici” non siano in grado di definire una propria identità politica, perché lontani dagli schemi novecenteschi con cui Bettini e Zingaretti governano il partito e ne determinano il futuro. Nella vittoria di ieri rischia di annidarsi la sconfitta di domani.</p>



<p>Il Movimento 5 Stelle ha completato il suo itinerario di omologazione. Governo da soli, governo con la Lega, governo con il Pd, governo con chi ci sta. Partiti da no euro, no vax, no xylella, gilet gialli, impeachment a Mattarella, nella scatoletta di tonno ci sono finiti loro e stanno trascinando anche noi.</p>



<p>Ogni legislatura ha i suoi Ciampolillo, ogni crisi di governo ha i suoi protagonisti, impegnati in estenuanti – per “i cittadini a casa” se vogliamo usare la triste espressione del presidente Conte &#8211; acrobazie televisive. Attendiamo il rimpasto. Non come la sentinella l’aurora, ma come a tavola il menù del giorno.</p>
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		<title>Piero Fassino: dopo 13 anni le ragioni che ci portarono a fondare il PD sono più che mai valide. Nessuno ha cacciato Renzi e Calenda dal partito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 12:44:23 +0000</pubDate>
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<p><strong>Presidente Fassino, oggi sono tredici anni dalla fondazione del Pd. In quel momento lei era segretario dei DS. Ci ricorda come si è arrivati a quella scelta?</strong><br>Il processo di costruzione del Pd affonda le proprie radici nell’Ulivo, nato a metà degli anni ’90, prima come lista per elezioni comunali e poi consolidatosi, tra il ’95 e il ’96, come coalizione nazionale delle forze politiche di centrosinistra con la leadership di Romano Prodi. Un’esperienza complessa destinata ad attraversare diverse stagioni. La prima fu quella, tra il ‘96 e il 2001, dei governi guidati da Prodi, D’Alema e Amato. Una stagione fu molto proficua per il Paese, ma che manifestò da subito il limite strutturale dell’Ulivo: essere una coalizione larga composta da una molteplicità di forze e per questo fragile nella sua coesione.<br> <br><strong>Finita quell’esperienza quale fu il percorso?</strong><br>Dopo le elezioni del 2001, che videro il successo del centro destra guidato da Berlusconi, alcune forze che facevano parte dell’Ulivo ne ritennero esaurito il corso, mentre le forze principali, in primis DS e Margherita, decisero di proseguire il cammino comune. Per rilanciare il percorso si lavorò in primo luogo a tener viva quell’esperienza nelle elezioni locali. Poi nel 2004, in occasione delle elezioni europee, si diede vita alla lista “Uniti nell’Ulivo” che ebbe un successo elettorale &#8211; tuttora misconosciuto &#8211; raccogliendo  il 31,5% dei voti e affermandosi come prima lista elettorale italiana. L’esperienza prosegui alle elezioni regionali del 2005, dove ci si presentò come Ulivo nella metà delle regioni, mentre nelle altre DS e Margherita presentarono liste distinte. Il risultato fu molto positivo dove ci presentammo uniti, mentre nelle regioni in cui ci si presentò distinti ebbero un buon esito i DS, ma fu infelice per la Margherita.<br> <br><strong>Questo rappresentò un passaggio cruciale.</strong><br>Si, perché aprì nella Margherita una discussione sull’opportunità o meno di proseguire nella direzione inaugurata dall’Ulivo. La discussione fu risolta positivamente con la decisione di lavorare ad una coalizione larga che recuperasse tutte le forze politiche di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2006, alle quali ci si presentò con la coalizione dell’Unione che vinse le elezioni e diede vita al secondo governo Prodi. Quella nuova esperienza di governo confermò tuttavia il limite palesatosi già tra il ‘96 e il 2001 e cioè che una coalizione più è larga più rischia di essere fragile. Pensi che il secondo governo Prodi era sostenuto da diciassette gruppi parlamentari, tredici dei quali con meno di dieci membri.<br> <br><strong>Fu il grande limite del secondo governo Prodi</strong>.<br>Esattamente. Quel governo cadde dopo due anni, nel 2008, più per la fragilità interna che non per la pressione delle opposizioni. Ma già dall’autunno 2006 si era avviato il processo di trasformazione della coalizione in un vero e proprio partito. Questo processo prese un anno, e il 14 ottobre del 2007 si arrivò a fondare il Partito Democratico con le primarie, esperienza che avevamo già sperimentato con il primo Ulivo e che era il modo per dare una grande legittimazione democratica e popolare al partito. Parteciparono oltre quattro milioni di cittadini, che investirono Walter Veltroni come primo segretario del PD.<br> <br><strong>Il Partito Democratico nasce a vocazione maggioritaria e vince tutte le volte in cui conferma tale inclinazione, mentre mostra i suoi limiti quando questa ispirazione viene smarrita.</strong><br>In questo bisogna intendersi. Vocazione maggioritaria non significa solitudine maggioritaria. Non significa voler essere un solo partito grande che fa terra bruciata di ogni altro partito. Questa non è la vocazione maggioritaria, e nessuno nel PD l’ha mai predicata. Vocazione maggioritaria significa essere un partito di largo insediamento elettorale che, in virtù di tale radicamento, è poi capace di esprimere una capacità coalizionale con forze minori. Per fare un esempio, la Democrazia Cristiana di Kohl e Merkel è un partito a vocazione maggioritaria, ma non ha mai guidato la Germania da sola. Si tratta di un partito dal quale non si può prescindere per formare un governo, ma che ha la capacità di coalizzare e guidare altre forze. Chiaramente in tredici anni tale capacità nel Pd ha conosciuto stagioni diverse.<br> <br><strong>Quello attuale è un momento in cui sembra che la vocazione maggioritaria non sia la prima spinta del PD.</strong><br>Penso che i risultati elettorali degli ultimi quindici giorni, con la vittoria in Toscana, Puglia e Campania, e il successo netto in tutti i capoluoghi che sono andati al voto, confermino che il Pd può essere un partito a vocazione maggioritaria. Voglio però aggiungere una considerazione.<br> <br><strong>Ci dica.</strong><br>Quando si fa un anniversario si fanno i bilanci. La domanda è se dopo tredici anni le ragioni che hanno portato a dare vita al PD siano confermate o siano venute meno. Io dico che quelle ragioni sono tutte pienamente attuali. Noi lo fondammo con quattro principali ragioni. La prima fu il proposito di dar vita ad un partito che unisse le grandi tradizioni riformiste, popolari e democratiche del Paese stante che con la caduta del muro di Berlino si rimuoveva l’ostacolo che aveva fino ad allora impedito a quelle forze di incontrarsi e riconoscersi. Oggi questa ragione è ancora più valida: nessuno trarrebbe vantaggio dal tornare ai DS e alla Margherita.<br>Seconda ragione fu dar vita ad una forza politica che mettesse mano ad un progetto di riforma e modernizzazione del Paese, rimuovendo quegli ostacoli strutturali che gli avevano impedito di crescere al pari di altri Paesi. Questa ragione è ancora viva, soprattutto nel momento in cui siamo chiamati a fare i conti con Covid-19 e c’è l’esigenza di un grande rilancio e quindi di un grande partito che lo guidi.<br>Terza ragione fu la necessità di avere un partito abbastanza forte da mettere in campo la riforma del sistema politico e istituzionale terremotato dalle vicende di Tangentopoli. Abbiamo tentato di farlo e in parte ci siamo riusciti, cambiando la legge per le elezioni comunali, per quelle regionali e per quelle nazionali, e trasferendo moltissime competenze alle regioni. Questa riforma pero è rimasta incompiuta nel momento in cui i cittadini hanno bocciato la riforma Renzi. La necessità resta tuttavia in piedi, tant’è vero che, dopo la riduzione del numero di parlamentari, abbiamo ricominciato a discutere di legge elettorale e di riforme costituzionali.<br>Infine una quarta ragione, che è stata spesso sottovalutata. Noi facemmo quella svolta perché intuimmo che nei grandi mutamenti intervenuti dopo la caduta del muro di Berlino, c’era anche la necessità di una rifondazione delle forze democratiche e progressiste d’Europa. Quando andai in giro per l’Europa a spiegare perché facevamo il Partito Democratico alcuni compresero, mentre altri guardarono con diffidenza. Oggi quella esigenza è pressante e all’ordine del giorno in tutta Europa.<br> <br><strong>Il 2020 come il 2007 quindi.</strong><br>Consideri ciò che è accaduto in questi anni alle forze socialiste e progressiste europee: tutte hanno dovuto fare i conti con sconfitte elettorali e l’emergere di movimenti populisti e neonazionalisti con largo seguito elettorale. E oggi tutte le forze progressiste e democratiche si pongono il problema di un profondo rinnovamento culturale e politico per tornare ad esercitare quell’egemonia che a lungo hanno espresso in Europa. Tutte le ragioni per cui fu fondato il Partito Democratico, sono dunque più vive oggi di quanto lo fossero nel 2007.<br> <br><strong>Perché, allora, c’è un così evidente disagio nelle componenti più liberali, quelle più vicine alla Margherita, che non si sentono a proprio agio nel PD di oggi? Del resto il PD non supera il 21-22 per cento. Il massimo fu raggiunto proprio da Renzi, capace di condurlo al 40%.</strong><br>Quel quaranta per cento però è evaporato, e bisogna fare i conti con questo. Non si sono persi quei voti, come spesso dice Renzi, perché c’era il fuoco amico: quando passi dal quaranta al diciotto per cento vuol dire che è cambiato qualcosa nel corpo elettorale. Il PD vive le stesse difficoltà di tutte le altre forze progressiste. C’è Trump in America, la Brexit ha vinto in Inghilterra, in molti paesi europei c’è stata un’ondata populista e nazionalistica che solo ora sembra cominciare ad attenuarsi. Il PD, che viene quotidianamente descritto in crisi dalla stampa italiana, è uno dei primi tre partiti progressisti europei per consenso elettorale. In questo momento il consenso del PD è maggiore di quello della SPD tedesca, del PS francese, della socialdemocrazia austriaca. Proprio gli ultimi risultati elettorali dimostrano intanto che la destra può essere sconfitta, e poi che se c’è una forza in Italia che può farlo, guidando uno schieramento largo, è il PD. <br> <br><strong>Lei auspica che ci sia il ritorno nel Partito democratico di chi ha seguito Renzi o Calenda?</strong><br>Dipende da loro. Io sono molto franco. Renzi, per personalità e carattere, non sta in un partito se non lo comanda. Legittimo. Avendo perso la guida del PD ha pensato di farsi un partito proprio. Legittimo anche questo. Sta nella coalizione di centrosinistra, ma è lui che ha lasciato il PD, non è stato il PD a chiedergli di andarsene. Anche Calenda, che io considero un politico capace, carismatico, un ottimo ministro, è stato eletto nelle liste del PD. Poi ha deciso di lasciarlo, di fondare un suo movimento, sta nella coalizione di centrosinistra, ma nessuno gli ha chiesto di andarsene. E francamente non c’è alcuna scelta politica di contenuto su cui Renzi o Calenda esprimano posizioni diverse da quelle che formula il PD.<br> <br><strong>Perché sono fuori allora?</strong><br>Non per il programma. Eravamo tutti d’accordo nel fare la Tav e la Tap e una certa riforma della scuola. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il reddito di cittadinanza così non funziona. Siamo tutti d’accordo nell’uso da fare delle risorse del Recovery Fund. Il punto di diversità è, per una fase, l’alleanza col M5S. Sappiamo tutti che si è trattato di un’alleanza di necessità per sbarrare la strada al rischio che la destra potesse prendere in mano le redini del Paese, ed è stata una scelta lungimirante come dimostrano i risultati elettorali di queste elezioni, che registrano un arretramento secco della Lega e di Forza Italia, che l’incremento di Fratelli d’Italia non compensa. Se noi saremo in grado di governare bene, questo recupero di fiducia può crescere, a beneficio del PD e degli altri partiti del centrosinistra, comprese Italia Viva e Azione.<br> <br><strong>Lei immagina, guardando alle prossime politiche, un centrosinistra formato dal Pd e da queste forze che hanno costituito storicamente il centrosinistra, oppure un’alleanza con il M5S?</strong><br>Il problema non è disegnare alleanze a tavolino, ma seguire i processi politici. Intanto nei Cinque stelle si è aperta una discussione: un partito nato come movimento e con una identità antagonistica quando ha dovuto fare i conti con responsabilità di governo, ha dovuto attenuare quella identità. Quando ha provato a mantenerla la scelta non è stata premiata dagli elettori: se vuole essere forza di governo, deve accettare di dover fare i conti con la concretezza delle soluzioni e con la necessità di alleanze. C’è un’evoluzione di identità al loro interno. Quando Grillo dice che non possono più essere quelli del “vaffa”, dice che c’è bisogno di una maturazione politica che acquisisca cultura di governo e disponibilità ad alleanze. Che cosa produrrà questa discussione nei 5S lo vedremo nei prossimi mesi.<br> <br><strong>La decisione di votare Si al referendum costituzionale è stata molto sofferta, perché il PD aveva votato contro per tre volte. La base del partito, insieme ai fondatori, si è espressa per il No. Lei crede che sia stata una scelta obbligata o giusta?</strong><br>È stata una scelta obbligata perché si trattava di onorare un accordo. Non nego che quella scelta aveva un profilo demagogico che spiega perché una parte di elettori non l’ha sostenuta. Può tuttavia diventare una scelta utile è accettabile se è il primo innesco di un percorso di riforma che va ripreso. La riduzione del numero dei parlamentari è stata sempre sostenuta dai partiti di sinistra insieme al superamento del bicameralismo paritario.<br> <br><strong>Ma non una riduzione lineare.</strong><br>E&#8217; il motivo per cui diciamo che questo provvedimento può essere utile se si procede con una riforma che superi il bicameralismo paritario e ridefinisca i rapporti tra Stato e regioni, come anche l’emergenza Covid ha dimostrato essere necessario.<br> <br><strong>Non è un azzardo troppo grosso quello di mettere mano alla Costituzione così, nella mera speranza che questo costituisca un grimaldello per le riforme successive?</strong><br>La politica è fatta anche di rischio, come la vita. Non è tutto scritto in partenza. Pensi a quando Berlinguer disse che si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della Nato. Non era un rischio, per il segretario di un partito che per decenni non si era identificato in quel campo politico internazionale? Pensi a Togliatti che convinse il suo partito a votare l’articolo 7 della Costituzione, che riconosce il Concordato. Non era un rischio? Pensi a Moro e Berlinguer che tessono il compromesso storico mentre infuriava l’assalto terroristico alla democrazia. E quando Occhetto annunciò che l’esperienza del PCI era esaurita e bisognava traghettare quella storia in un partito nuovo? Anche li non si ebbe paura di rischiare. E quando abbiamo fatto il Partito Democratico non abbiamo rischiato?<br> <br><strong>Erano tutte scommesse politiche, non si cambiava la Costituzione.</strong><br>Come tutti i democratici credo che la Costituzione sia il fondamento della Repubblica, ma non è un monumento di marmo. Nella prima parte della Costituzione si stabiliscono principi e valori su cui è fondata la democrazia italiana. Sono valori che non mutano con il decorrere del tempo, “attraversano la storia” e sono immutabili. Poi c’è la seconda parte della Costituzione, l’organizzazione dello Stato, che è sottoposta all’evoluzione del Paese, della società e delle stesse Istituzioni. Ed è giusto modificare ciò che va aggiornato.<br>Le faccio un esempio legato alla mia esperienza di Presidente della Commissione Esteri. In Costituzione è previsto all’articolo 80 che tutti i trattati internazionali firmati dal Governo debbano essere ratificati dal Parlamento con voto in Aula. Quando i costituenti scrissero quella norma avevano in mente la tragedia dell’accordo Roma-Berlino-Tokio. Ma oggi noi viviamo un tempo di internazionalizzazione in cui tutti i governi sottoscrivono ogni settimana accordi di natura tecnica di ogni genere, come quelli per evitare la doppia imposizione fiscale, per il riconoscimento dei titoli di studio, per la cooperazione culturale o sanitaria. Le pare ragionevole che si debba continuare ad approvare questi accordi, a contenuto tecnico e su cui nessuno eccepisce, facendone discutere seicento deputati e poi a trecento senatori? Quell’articolo è datato. Oggi potremmo modificarlo dicendo che gli accordi possono essere ratificati in Commissione salvo che un certo numero di deputati ne chieda la discussione in Aula per la presenza di questioni politiche delicate. Quando abbiamo modificato il titolo V trasferendo nuove competenze alle Regioni abbiamo modificato la Costituzione per adeguare gli assetti istituzionali alla società italiana di oggi. Allo stesso modo,  quando abbiamo abolito la disposizione finale che impediva ai Savoia di entrare in Italia, abbiamo preso atto che quella norma non aveva più utilità in un Paese in cui nessuno aveva nostalgia della monarchia. Insomma, modificare le parti organizzative della Costituzione è il modo per mantenere un rapprto di sintonia con il Paese.<br> <br><strong>Secondo lei la strada per la modifica della Costituzione è quella dei piccoli passi e non delle grandi riforme?</strong><br>Sì. Sono preferibili modifiche puntuali come negli esempi che le ho fatto. Dico ex post, ma lo dissi già allora, che se avessimo distinto la riforma Renzi in cinque quesiti, almeno tre sarebbero passati: l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario. Per gli altri si sarebbe visto, ma non sarebbe stato né una sconfitta, né un successo, né per chi aveva votato sì né per chi aveva votato no. Sono meglio riforme puntuali, singole, che non un cambiamento globale.<br> <br><strong>Il Mattarellum è la legge elettorale che ha funzionato meglio. Concorda?</strong><br>Vero. Infatti io sono favorevole a riprenderla.<br> <br><strong>Invece verso che cosa si va?</strong><br>Non è ancora chiaro. Io penso che ci siano due temi da affrontare. Il primo è quello di restituire agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti. Una delle ragioni per cui si è indebolito fortemente il rapporto tra cittadini e Istituzioni è aver tolto agli elettori la possibilità di scegliere gli eletti, con le liste bloccate. Su quell’indebolimento è passata anche la delegittimazione dei partiti. Il secondo è quello di produrre risultati elettorali che consentano governi stabili. Entrambe le questioni si possono risolvere con diversi sistemi elettorali. Personalmente sono favorevole da sempre al maggioritario con doppio turno di collegio, alla francese. Se non si può fare questo, guardo con favore al Mattarellum, che tiene insieme due dimensioni: la quota maggioritaria che consente di avere certezza di governabilità e la possibilità per l’elettore di scegliere l’eletto e la parte di proporzionale, finalizzata a garantire la rappresentatività.<br> <br><strong>Pero?</strong><br>Però so anche, per esperienza, che la legge elettorale rappresenta la regola del gioco democratico, e le regole del gioco si definiscono con il concorso di tutti i giocatori, quindi in Parlamento si deve cercare sempre l’accordo più largo. Non considero positive le leggi elettorali votate dalla sola maggioranza, qualsiasi sia la maggioranza. Se è possibile il Mattarellum, facciamolo. Se non è possibile, andiamo verso un sistema più proporzionale, ma sempre curando la governabilità e la scelta degli elettori. Per esempio la soglia del cinque per cento è un argine alla fragilità della coalizione.<br> <br><strong>Il referendum ha dimostrato che i cittadini hanno ancora un forte risentimento verso i politici, ma nel contempo hanno voglia di partecipare al processo decisionale. È una richiesta che va ascoltata.</strong><br>Nel libro che ho scritto nel 2017 per il decennale del Pd &#8211; “PD Davvero” &#8211; ho affrontato  anche questo tema. Siamo di fronte in tutto il mondo ad una crisi della democrazia rappresentativa parlamentare del Novecento, quella in cui siamo cresciuti e tuttora viviamo. Questa forma di rappresentanza, fondata sul suffragio universale, è indispensabile e ineliminabile. Tuttavia appare ai cittadini insufficiente per garantire una loro partecipazione. Ne è una riprova il fatto che oggi, quando si arriva al voto al termine della legislatura, nella stragrande maggioranza dei Paesi gli elettori votano per chi è stato all’opposizione, anche se chi ha governato lo ha fatto bene. Certo che si voti indipendentemente da come si è governato è un controsenso. Però questo indica che l’elettore vota per l’opposizione perché non si sente rappresentato e sente lontano chi decide. Se vogliamo uscire da questo scenario dobbiamo evitare che gli elettori siano chiamati a dire la loro solo una volta ogni quattro o cinque anni, perché altrimenti vota contro chi governa in quel momento e basta.<br> <br><strong>Come fare?</strong><br>Occorre individuare, tra un’elezione generale e l’altra, delle forme che consentano ai cittadini di dire la propria, utilizzando forme che diano sostanza alla democrazia deliberativa, che siano cioè capaci di chiamare i cittadini a concorrere alla decisione. Questo è un terreno di innovazione culturale. Se si guarda alle forme con cui è stato organizzato il rapporto tra potere e cittadini, si vedrà che in ogni secolo quelle forme sono cambiate. Non c’è secolo in cui quel rapporto risulti uguale a quello del secolo precedente. Noi siamo in un’epoca che continua a vivere con le forme della rappresentatività politica del secolo precedente. Ed è una contraddizione che registriamo ogni giorno, ad esempio nella forbice tra la velocità con la quale vive la società e la lentezza della decisione politica. La decisione ha una sua procedura che non vive e non può vivere nell’istante, ma la necessità di modificare la procedura per avvicinarsi ai tempi rapidi della società c’è. Ecco, per esempio, perché ha un senso superare il bicameralismo paritario, perché allunga i tempi della decisione e allarga quella forbice. Per recuperare credibilità occorre avvicinare il tempo delle Istituzioni a quello della società.<br> <br><strong>Parliamo di politica estera. L’impressione è che in questo momento l’Italia non riesca a esprimere posizioni coerenti.</strong><br>Io penso che l’Italia abbia un grande problema ed è la rappresentazione mediatica che viene data ogni giorno agli italiani. Mi spieghi per quale ragione per il Financial Times e il New York Times l’Italia è stato un Paese che ha governato bene l’emergenza Covid, mentre per i nostri giornali da cinque-sei mesi si descrive una situazione di confusione e caos. Io non trovo spiegazione. Non me la prendo con la stampa, ma pongo un problema democratico e so di dire una cosa impopolare: come si rappresenta il Paese all’opinione pubblica?<br> <br><strong>Ma noi abbiamo un presidente del Consiglio che giudica indifferente la vittoria di Biden o Trump.</strong><br>Avevamo un governo gialloverde che ci aveva portato ai margini dell’Europa. L’attuale governo ha riportato l’Italia al centro dell’Europa. Questa è una scelta politica forte, che facciamo vivere tutti i giorni. Siamo impegnati in politica estera su dossier importanti in modo attivo. L’allargamento dell’Unione ai Balcani, ad esempio, è per noi un dossier decisivo, perché i Balcani sono alle porte di casa. Su questo dossier esercitiamo un importante ruolo a Bruxelles e nella regione. Siamo impegnati ad affrontare le tante crisi del Mediterraneo, perché è la prima volta che tutto lo scacchiere mediorientale e Mediterraneo, dallo stretto di Hormuz allo stretto di Gibilterra, vive una sequela continua di crisi, guerre e instabilità: l’Iran, la fragilità dell’Iraq, la guerra civile in Siria, la guerra civile in Yemen, l’instabilità del Libano, la guerra in Libia, l’instabilità in Algeria e in Tunisia, i terroristi nella regione sub-Sahariana, il corno d’Africa. Noi tutti i giorni ci misuriamo con un contesto drammatico dove non vedo altri Paesi che riescono ad esercitare chissà quale ruolo. Prova ne sia la Francia, che cerca di esercitare un certo ruolo, ma anch’essa registra difficolta a incidere. La realtà è che l’Italia concorre con la sua azione alle scelte che l’Unione europea deve fare, sapendo che anche lo scenario internazionale in questi anni è stato terremotato perché Trump ha messo in discussione il sistema multilaterale di governance della globalizzazione, un processo che ha messo in difficoltà tutti. Ma non è vero che noi siamo assenti, silenziosi o remissivi. Cerchiamo di fare la nostra parte in un contesto obiettivamente complicato e difficile. Facendo politica estera da tantissimi anni, sa cosa mi colpisce sempre? Che c’è una considerazione dell’Italia nel mondo più forte di quella che gli italiani hanno di sé. Forse sarebbe tempo che l’Italia fosse più consapevole di sé.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/10/14/raco-fassino-ragioni-fondative-pd-sempre-valide/">Piero Fassino: dopo 13 anni le ragioni che ci portarono a fondare il PD sono più che mai valide. Nessuno ha cacciato Renzi e Calenda dal partito</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Referendum: povera Costituzione. Viva la Costituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2020 08:48:47 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/08/29/raco-referendum-povera-costituzione-viva-la-costituzione/">Referendum: povera Costituzione. Viva la Costituzione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>A voler dare per buone le percentuali di voto che le maggiori società di sondaggio affidano ai principali partiti politici italiani, non ci dovrebbe essere partita: al referendum costituzionale del 20/21 settembre il SI dovrebbe stravincere, ottenendo l’84,7% di preferenze a favore della riduzione del numero dei parlamentari. A tanto ammonta infatti la somma dei voti che in questo momento vengono accreditati ai partiti che si sono schierati per mantenere il taglio: Lega 27,4%; PD 20,2%; Fratelli d’Italia 14,7%; M5S 14,5%; Forza Italia 5,8%; Italexit di Paragone 2,1%. Totale 84,7.</p>



<p>Il fronte del NO, a seguire questo ragionamento, dovrebbe fermarsi all’8,5%, così distribuito: Azione di Calenda 3%; Articolo1/MDP 2,8%; +Europa 1,3%; I Verdi 1,4 %. Totale 8,5. </p>



<p>In mezzo c’è il 3,2% di Renzi che, essendosi fulminato una volta, nel 2016, preferisce non maneggiare più le fila sottili che muovono un referendum costituzionale. Sbaglia, ma anche questa non è una novità. Il residuo 3,6%, distribuito tra partiti e movimenti minori, non si è espresso.</p>



<p>A questo giro molto più di Renzi sbagliano il PD, la Lega, Forza Italia e in parte la Meloni. Fratelli d’Italia sbaglia solo parzialmente perché, pur dando l’impressione di non condividere il taglio, lo ha sostenuto in modo compatto nelle quattro letture parlamentari, votando sempre SI. La chiarezza di ciò che dice (che si può non condividere) e la coerenza con la quale ha portato avanti le sue battaglie sono state la principale ragione della prodigiosa crescita di FdI negli ultimi anni.</p>



<p>Renzi invece sbaglia perché il NI è un atteggiamento che nessuno può mai aspettarsi da uno come lui che ha scalato, lancia in resta, ops, lanciafiamme in mano, il Partito Democratico sino a realizzare per la prima e unica volta la vocazione maggioritaria, antico obiettivo dei fondatori, Prodi in testa. Dopo essersi rovinosamente infilato nel 2016 in una situazione lose-lose, oggi spera di avere in mano quella win-win: trarre un qualche vantaggio comunque finirà il risultato referendario. Povera Costituzione.</p>



<p>A perdere sarà Forza Italia, non tanto perché non sia stata protagonista in passato di episodi che hanno forzato la Costituzione e le Istituzioni quanto perché non ha saputo capitalizzare il lavoro di molti senatori e alcuni deputati che sono stati tra i primi a credere nella battaglia di libertà avviata dalla Fondazione Luigi Einaudi, che ha promosso la raccolta di firme tra i parlamentari per indire il referendum. Senatori e deputati che ancora oggi difendono il NO, anche senza la copertura del partito e dei gruppi parlamentari. Povera Costituzione.</p>



<p>La débâcle sarà comunque del Partito Democratico perché, come ha spiegato il saggio Guido Bodrato, se prevale il SI vince il M5S, se prevale il NO perde il PD. Bettini, Zingaretti e Orlando, in un abbraccio mortale con il M5S, stanno sempre più indietreggiando in un vicolo cieco, nel quale il Partito Democratico non meritava di essere condotto. A 21 giorni dalla consultazione il PD non ha ancora scelto l’indicazione di voto e in attesa della direzione lancia messaggi in parte disperati e a tratti minacciosi agli alleati di governo. Uno di questi contiene la peggiore tra le argomentazioni messe in campo per difendere il SI, dopo aver votato NO per tre passaggi parlamentari, durante il governo Conte I, quando il M5S era al governo con la Lega di Salvini e il PD era ancora il partito di Bibbiano: al Nazareno accettano cioè di votare una modifica della Costituzione, inutile e dannosa, populista e qualunquista, e in cambio chiedono non di votare in prima lettura, entro la data del referendum, un pacchetto di riforme della Costituzione che preveda ad esempio il superamento del bicameralismo perfetto, la trasformazione del Senato in camera delle amministrazioni locali, l’indicazione del presidente del Consiglio e la sfiducia costruttiva. No, per compensare una pesantissima riforma della Costituzione Repubblicana, chiedono di votare una legge ordinaria, la legge elettorale, che potrebbe essere cambiata altre due volte, volendolo, sino a fine legislatura, a maggioranza semplice. Povera Costituzione.</p>



<p>E siccome il destino ama farsi beffe della storia, ad esprimersi per il NI, come Renzi, c’è Gustavo Zagrebelsky, il più accanito oppositore, nel 2016, della riforma costituzionale fatta votare e difesa in modo arrogante e confuso proprio da Renzi. Povera Costituzione.</p>



<p>Da oggi ilcaffeonline inizierà a trattare tutti i temi che sono alla base della campagna referendaria, ascoltando chi si esprime per il SI e chi sostiene il NO. Lo faremo in modo completo ma parziale, senza nascondere cioè la nostra convinzione che la vittoria del SI sarebbe un grosso errore che pagherebbero le Istituzioni e i cittadini italiani, per le ragioni che esporremo nei prossimi giorni. Povera Costituzione.</p>



<p>Nessun partito passerà indenne questo referendum. Come si può capire vivendo il territorio o frequentando i social: i cittadini elettori più riflessivi e meno avvelenati dal clima di odio e rancore che è stato seminato a piene mani nella società e nelle Istituzioni negli ultimi anni dal M5S in modo particolare, voteranno NO. Molti elettori di Forza Italia e della Lega voteranno NO, sia per convinzione personale che per convenienza politica: è un’occasione straordinaria per far cadere il governo e andare al voto a febbraio. Il popolo del PD voterà NO, basta leggere i commenti su Facebook e Twitter ai post di Bonaccini e Zingaretti. La ribellione alle decisioni del gruppo dirigente del partito è chiara e forte. Per ultimo è arrivato il NO di Romano Prodi, la cui opinione nel PD ancora fa Cassazione: nessuno potrà più dire, come ha fatto Martina, che il taglio dei parlamentari fa parte del DNA del partito. Le riforme fanno parte del DNA di quel partito che non c’è più, non il taglio lineare dei parlamentari in odio alla casta e in nome di un risparmio che non esiste. Povera Costituzione.</p>



<p>Una cosa è certa: il risultato finale non sarà 84,7 per il SI e 8,5 per il NO. Ora che finalmente c’è un po’ di spazio per la campagna elettorale, nonostante la grave scorrettezza di aver accorpato la consultazione referendaria con le elezioni amministrative, le ragioni del NO stanno conquistando posizioni in modo esponenziale. Tra gli analisti c’è chi più sobriamente parla di una forbice che si è ristretta a 20 punti (60 il Si – 40 il NO) e c’è chi vede già un testa a testa tra le due posizioni. Vedremo. Certamente, chi ha avuto il coraggio di difendere le ragioni del NO, anche davanti a una sconfitta, il 21 settembre dovrà capitalizzare al meglio il risultato raggiunto, partendo da lì per costruire qualcosa di nuovo. Al contrario di quello che non ha saputo fare Renzi nel 2016. Viva la Costituzione.</p>
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