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	<title>distanziamento Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>distanziamento Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>La solitudine del covid: bastano gli occhi per dire “fermati, stiamo vicini”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danilo Ferrari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 10:58:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto resta sospeso. Ogni giorno apro gli occhi e faccio un profondo respiro (due delle poche cose per le quali non ho bisogno di aiuto!) e qui finiscono le certezze, tutto il resto dipende da dati, bollettini, curve. E dire che fino a solo pochi mesi fa le uniche curve che mi interessavano erano altre! Oggi sono ossessionato dall’aumento delle curve dei contagi, in quanto da questi numeri dipende il&#8230;</p>
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<p>Tutto resta sospeso. Ogni giorno apro gli occhi e faccio un profondo respiro (due delle poche cose per le quali non ho bisogno di aiuto!) e qui finiscono le certezze, tutto il resto dipende da dati, bollettini, curve. E dire che fino a solo pochi mesi fa le uniche curve che mi interessavano erano altre! Oggi sono ossessionato dall’aumento delle curve dei contagi, in quanto da questi numeri dipende il grado di libertà che ci sarà concesso.</p>



<p>Eppure, basterebbe seguire poche semplici regole. L’errore sta nel pensare che a non seguirle siano “gli altri”, questa generica massa indistinta, senza farsi assalire dal dubbio che questi ”altri” altro non è che noi. Intanto dei comportamenti superficiali dobbiamo subirne le conseguenze. Magari questa condizione avrà pure un lato positivo, come dice un mio amico, ma intanto la nostra libertà ne risente.</p>



<p>Io amo passeggiare all’aria aperta con il sole in faccia, mi piace osservare le espressioni della gente che incrocio per strada. Tutto questo, per il momento, resta sospeso. Manca anche la certezza della quantità di tempo che ancora dovrà trascorrere per arrivare alla parola “fine”. </p>



<p>Sarà che sono particolarmente sensibile! Fatto sta che uno dei miei pensieri più ricorrenti va a chi affronta questa incertezza da solo, a chi sa di non trovare a casa una mano che lo sorregga. Mi chiedo anche cosa potrebbe mettere fine a questa solitudine. Forse basterebbe la richiesta di un abbraccio, che neanche una mascherina può nascondere, perché gli occhi bastano per gridare “fermati, stiamo vicini”.</p>
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		<title>Per&#8230;plessi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2020 12:24:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scuola è morta, viva la scuola! I docenti di ruolo hanno ricominciato a riunirsi anche in presenza nei vari plessi scolastici, ma soprattutto hanno spostato, in questi giorni, centinaia di banchi. L’idea originale di distanziamento, molto più severa di quella attuale, prevedeva un piccolo numero di studenti per classe, con turnazioni e riduzioni significative di orario. Anche se questo è parzialmente mantenuto alle scuole superiori, per tutti gli altri&#8230;</p>
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<p>La scuola è morta, viva la scuola! I docenti di ruolo hanno ricominciato a riunirsi anche in presenza nei vari plessi scolastici, ma soprattutto hanno spostato, in questi giorni, centinaia di banchi. L’idea originale di distanziamento, molto più severa di quella attuale, prevedeva un piccolo numero di studenti per classe, con turnazioni e riduzioni significative di orario. Anche se questo è parzialmente mantenuto alle scuole superiori, per tutti gli altri ragazzi, dall’infanzia al primo grado (le medie, per intenderci) alla fine si è arrivati a ricollocare fino a 25 studenti per aula, che, sommati a uno o due docenti – se c’è un alunno diversamente abile nel gruppo &#8211; indica un vero e proprio assembramento, di 27 persone in una stanza. Ci dicono allora che potremo aprire le finestre: a quel punto, alzo gli occhi e ricordo che, quando hai a che fare con adolescenti, ormoni e sneakers, le finestre non le chiudi mai comunque, nemmeno con la tormenta di neve, già da ben prima del covid e delle mascherine.</p>



<p>A proposito di mascherine.. i ragazzi dovranno usarle negli spostamenti, ma non quando sono seduti ai banchi. Come si sa, uno starnuto ha un raggio di circa 5 metri, quindi il fatto che i ragazzi siano seduti, ovviamente non li esimerebbe dal tenere le mascherine, ma in questo paese con tante mamme miopi, si pensa prima a non contrariare il pupo che “non sopporta la mascherina per tanto tempo”, che a tutelarne la salute. (Se il suddetto pupo, fra qualche anno, studierà da infermiere o farà il saldatore, terrà sul volto la mascherina per ben più di circa 4 ore filate al giorno &#8211; 5 moduli da 50 minuti &#8211; ma si dovrebbe essere certi che ci arrivi in salute a quell’età.)</p>



<p>Dicevamo.. docenti “di ruolo”. Sì perché ad oggi, nonostante le rocambolesche promesse politiche, non esiste ancora una linea guida aggiornata, per chiamare al lavoro lo sterminato numero di insegnanti mai assunti (il 40 % del totale), che, per l’ansia, ha smesso di dormire a giugno, quando è stato sistematicamente licenziato, con buona pace di affitto, spesa e bollette, e verrà sistematicamente richiamato come precario, nelle prossime settimane. Costoro, ovviamente, attualmente non possono neanche accedere allo screening dei test sierologici.</p>



<p>A questo proposito, più del virus, ai docenti, negli ultimi mesi ha fatto male l’attacco mediatico. Intendiamoci, siamo abituati che, sotto elezioni, a tutti gli schieramenti fa comodo trovare qualcuno da far odiare e quindi gettare fango sulla nostra categoria, perché ciò crea simpatie in molti elettori con ehm.. qualche pregiudizio (i docenti cattivoni che lavorano 7 mesi all’anno e, magari, neanche quelli, con il covid!).</p>



<p>Curiosamente, la maggioranza dei genitori ha provato in quarantena, sulla propria pelle, l’enorme difficoltà di aiutare un ragazzino a rimanere concentrato e a comprendere ed applicare dei concetti, ma, lungi dall’apprezzare, per logica conseguenza, la professionalità degli insegnanti, in alcuni casi, li ha irrazionalmente odiati, perché la chiusura delle scuole ha generato questa fatica. Queste persone, hanno creduto ad ogni sciocchezza pubblicata sui docenti, non ultimo il rifiuto generalizzato dei test sierologici.</p>



<p>In realtà, per lo più, i docenti che hanno potuto, si sono sottoposti al test, solo che il suddetto 40% di precari… non ne ha avuto possibilità. E, concludo, tutti noi prof siamo felicissimi di rivedere i ragazzi fisicamente all’interno dei plessi e delle aule, solo che avremmo preferito farlo in maggiore sicurezza, proprio perché sì, noi, anche più dei genitori, paventiamo un ritorno alla d.a.d., che è un modo di far lezione, ma non di fare SCUOLA.</p>
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		<title>Emilia Romagna Festival: 20 anni di attività</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 09:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’Emilia Romagna Festival è rivolto al territorio, fatto per il territorio e per la comunità che lo vive. È un festival molto variegato che ha una scelta di programmi che vanno dalla musica antica alla contemporanea, dal jazz alla etnica, fino ad arrivare alle commissioni, ossia ai testi che vengono commissionati ai compositori appositamente per il festival: questa è sicuramente una caratteristica che lo rende unico nel panorama artistico italiano.&#8230;</p>
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<p>L’Emilia Romagna Festival è rivolto al territorio, fatto per il territorio e per la comunità che lo vive. È un festival molto variegato che ha una scelta di programmi che vanno dalla musica antica alla contemporanea, dal jazz alla etnica, fino ad arrivare alle commissioni, ossia ai testi che vengono commissionati ai compositori appositamente per il festival: questa è sicuramente una caratteristica che lo rende unico nel panorama artistico italiano. È un festival d’area che porta la musica in ogni luogo: in chiese, teatri, rocche, cortili, borghi, luoghi all’aperto e luoghi speciali e inconsueti come i campi di grano. Si svolge in più province della regione Emilia Romagna e in particolare in un triangolo che si trova tra Bologna, Rimini e l’Abbazia di Pomposa, luogo quest’ultimo situato nel Ferrarese vicino al mare e ancora più magico per la musica classica se si pensa al fatto che vi ha vissuto il monaco Guido d&#8217;Arezzo, l’inventore delle note musicali.</p>



<p>L’Emilia Romagna Festival, in questo anno del tutto particolare per l’intero paese, festeggia il suo ventennale e per l’occasione ilcaffeonline ha intervistato il Direttore Artistico Massimo Marcelli.</p>



<p><strong>Il vostro Festival focalizza da sempre l’attenzione su due punti forti: gli artisti e le location. Quest’anno riuscirete a mantenere alta l’offerta qualitativa di entrambi gli aspetti?</strong><br>Assolutamente sì, celebreremo i nostri 20 anni di attività con un programma bellissimo e siamo ansiosi di cominciare. Ci saranno meno artisti stranieri per ovvie ragioni di difficoltà nei viaggi ma non rinunceremo a stelle internazionali che vivono in Europa in paesi abbastanza vicini all’Italia e per questo avranno meno difficoltà rispetto ad altri a raggiungerci. Abbiamo rispettato con cura tutte le indicazioni da seguire e per prudenza e per a avere il tempo di attrezzarci e fare un programma su misura per l’emergenza abbiamo deciso di posticipare l’apertura rispetto al solito calendario. Inaugureremo il 26 luglio a Forlì nell’Arena di San Domenico in un luogo preparato appositamente per gli spettacoli di quest’anno. Ci saranno ottimi services che forniranno strutture, palchi e sedie distanziate, ci sarà personale che si farà cura dell’accesso e dell’uscita e i palchi saranno più grandi del solito per far mantenere le distanze di sicurezza ai musicisti. Quest’anno eviteremo chiaramente i luoghi chiusi come le chiese e i teatri e ci concentreremo su luoghi all’aperto d’interesse storico e di grande fascino. Nei momenti di crisi bisogna mettersi in discussione e cercare di cogliere le opportunità per migliorarsi. La gente ci chiede quando cominciamo, siamo marcati stretti da persone desiderose di esserci e sentiamo il loro affetto. Sono fermamente convinto che manterremo l’offerta qualitativa alta.</p>



<p><strong>E per tutti coloro che a causa dell’emergenza Coronavirus non potranno raggiungervi o avranno timore a farlo?</strong><br>Il nostro pubblico che va dai giovani agli anziani è locale ma anche turistico e internazionale. C’è una parte turistica che arriva dalla costa e una parte più appassionata agli eventi culturali che viaggia verso le colline, c’è chi parte anche da lontano per seguire un’artista o partecipare ad uno specifico evento. Per chi quest’anno non potrà raggiungerci ci sarà un’importante novità: lo spettacolo inziale e alcune perle del programma verranno diffuse in streaming tramite il Ministero degli Esteri in tutte le ambasciate e gli istituti di cultura del mondo. Sarà un bel biglietto da visita che rappresenta un caso unico in tutta Europa attraverso il quale l’Italia farà conoscere le proprie realtà e manifestazioni culturali.</p>



<p><strong>Quale sarà la musica che caratterizzerà il festival del 2020?</strong><br>Sarà un festival dedicato al bel suono italiano e ai suoi artisti, parleremo di tutti gli aspetti della musica, di quella musica bella che va dall’antico al contemporaneo. La nostra inaugurazione racchiude proprio questo pensiero: celebreremo Giuseppe Tartini di cui sono i passati 250 dalla scomparsa e suoneremo un pezzo nuovo scritto da Michael Nyman, dedicato a me e alla memoria di Ezio Bosso che era suo vicino di casa a Londra, un’amicizia celebrata dall’antico e dal nuovo.</p>



<p><strong>Quale politica dei prezzi adotterete in un anno così difficile per l’economia delle famiglie?</strong><br>La politica dei prezzi sarà bassa come sempre anche e soprattutto quest’anno perché purtroppo ci saranno numerose famiglie in difficoltà. Il nostro non è mai stato volutamente un festival da tappeto rosso, abbiamo sempre cercato di trovare sponsor per offrire i biglietti e incoraggiato giovani e studenti spianando loro la strada e offrendo le migliori condizioni possibili per facilitare l’accesso ai concerti. Non si tratta solo di divertimento ma anche e soprattutto di educazione.</p>
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		<title>Linee guida per il rientro a scuola: rispondere per le rime</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 08:27:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Pochi giorni fa sono finalmente state pubblicate le linee guida ministeriali per il rientro degli studenti a settembre. Per riuscire a lavorare nella scuola, si attinge ad ogni riserva di positività, quindi partirò da due parole che leggo molto volentieri, nelle 54 facciate del pamphlet: presenza e valorizzazione. A quasi 45 anni, cioè a metà strada fra i docenti più giovani, buttati con poca esperienza nell’anno scolastico più difficile dai&#8230;</p>
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<p>Pochi giorni fa sono finalmente state pubblicate le linee guida ministeriali per il rientro degli studenti a settembre. Per riuscire a lavorare nella scuola, si attinge ad ogni riserva di positività, quindi partirò da due parole che leggo molto volentieri, nelle 54 facciate del pamphlet: presenza e valorizzazione.</p>



<p>A quasi 45 anni, cioè a metà strada fra i docenti più giovani, buttati con poca esperienza nell’anno scolastico più difficile dai tempi delle guerre, e quelli vicini alla pensione, alla disperata scoperta della tecnologia, ritengo di aver saputo erogare una discreta dad, ma sono certa che la presenza fisica a scuola, sia una condizione irrinunciabile, perché essa è fatta di persone – non account! &#8211; banchi, palloni e gessetti. Valorizzazione è, o dovrebbe essere, la parola più preziosa per un educatore: perché ogni ragazzo è diverso, con tutte le sue imperfezioni, ma, soprattutto con tutti i suoi talenti da far fiorire. E, questo, in generale, deve allargarsi alle classi, ai plessi, agli istituti, pieni delle persone di cui sopra. Ma queste linee guida contengono anche molti concetti discutibili, che, lungi dal chiarire, mi pare portino altre incertezze.</p>



<p>Ad esempio: avete mail provato ad attuare anche un piccolo intervento a casa vostra, che so, rifare un bagno, con tutta la burocrazia e i costi e i tempi, mai veramente preventivabili? Bene nella pubblicazione, così tanto tardiva, si accenna ai possibili lavori da fare negli edifici scolastici. Certo fra luglio e agosto, nel mondo reale, sarà molto probabile che si appaltino le progettazioni, si ottengano i permessi, si bandino le ditte, si strutturino impalcature o impiantistica per decine di metri di cubatura.. come no. Ma chi vogliamo prendere in giro?</p>



<p>Questa parte delle linee guida è uno specchietto per le allodole, onde poter affermare che si è fatto di tutto per ammodernare e mettere in sicurezza le scuole, ma ciò è poi risultato inattuabile per ragioni indipendente dalla volontà istituzionale. Mettere &#8211; letteralmente – in cantiere queste opere negli scorsi mesi di chiusura delle scuole? Nooooo troppo logico. Farò un esempio che ho trovato esilarante. Prendetevi il tempo di andare a cercare, fra quelle pagine, le voci “persiane” e “infissi”, per rifare tre semplici finestre. Se in una, volete sostituire una parte della persiane, dovrete riferirvi alla “manutenzione interna”, se però, nella finestra a fianco, dovete cambiare tutta la persiana, seguirete l’iter per “manutenzione ordinaria”; nella terza è rotto l’infisso? Quello fa tutt’altra procedura, ossia “manutenzione straordinaria”. Moltiplicate per ogni finestra scolastica italica, che potrebbe dover essere sistemata, e fatevi qualche domanda sulla coerenza del concetto di “semplificazione burocratica”.</p>



<p>Passiamo alla geniale idea di non misurare la temperatura agli studenti, affidandosi al buon senso delle famiglie (spesso impossibilitate a perdere giorni di lavoro e che quindi mollano creature catarrose negli atri, ad ogni campanella). Poche righe dopo, si legge che la scuola deve gestire “le sintomatologie e la febbre” con l’immediato isolamento del malato. Ora dirò un’altra ovvietà: come verifico la febbre senza misurarla? Come diagnostico una “sintomatologia” senza essere medico? Migliaia di euro spesi per consulenti ministeriali e ne escono queste contraddizioni?!</p>



<p>Due cose, solo due, volevamo sapere e questi stuoli di pediatri, pedagoghi e psicologi non ce le hanno dette: 1) come convincere i ragazzini a non toccarsi fra loro (a 6 anni per delle ragioni, a 15.. per altre) 2) come assicurarci di non richiuderci a breve in quarantena, quando ci sarà un banalissimo colpo di tosse in un’aula. Infatti non compare in nessunissimo punto delle 54 pagine, se allora dovremo mettere in quarantena chi, al momento del colpo di tosse, si trova nella classe o nel piano o in tutto l’istituto! In pratica, non c’è alcuna indicazione sul più ovvio dei quesiti: dobbiamo chiudere, se qualcuno sta male? Questo naturalmente i consulenti &#8211; che guadagnano molto più dei docenti, al pari di equipollenti lauree – non lo scrivono. E si sa che alle domande, rispondere è cortesia. In questo caso ci hanno risposto per le rime, intendo le burocratiche rime buccali da distanziare un metro. Certo, se convinci milioni di ragazzini a stare fermi, immobili e seduti.</p>
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		<title>Tornare in teatro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danilo Ferrari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2020 16:11:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#ilsorpasso]]></category>
		<category><![CDATA[distanziamento]]></category>
		<category><![CDATA[Lockdown]]></category>
		<category><![CDATA[Nèon Teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si apra il sipario. Il pubblico decide di recarsi a teatro spinto dal desiderio di vedere, gustare, provare nuove emozioni, da conservare anche dopo la chiusura del sipario. Oggi come ieri, vivere comporta affrontare continue sfide, lottare per raggiungere ambiziosi obiettivi o semplicemente per non soccombere alla ordinarietà, uno degli  spazi in cui la mente e il corpo possono stare fermi e ricaricarsi  è il teatro, stare seduto ma dimenticarsi&#8230;</p>
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<p>Si apra il sipario. Il pubblico decide di recarsi a teatro spinto dal desiderio di vedere, gustare, provare nuove emozioni, da conservare anche dopo la chiusura del sipario. Oggi come ieri, vivere comporta affrontare continue sfide, lottare per raggiungere ambiziosi obiettivi o semplicemente per non soccombere alla ordinarietà, uno degli  spazi in cui la mente e il corpo possono stare fermi e ricaricarsi  è il teatro, stare seduto ma dimenticarsi di esserlo, volare con le emozioni.</p>



<p>Ma il “rito” comincia ancora prima, scegliere, andare, sperare di non aver rinunciato inutilmente al comodo divano. Poi arrivati, aspettare nel foyer che lo spettacolo cominci, intanto ritrovare visi conosciuti con cui scambiare quattro chiacchiere, azione tanto naturale da non essere mai stata oggetto di profonde riflessioni. La semplicità dell’incontro messa a soqquadro dall’unico evento che lo poteva minare: il distanziamento, parola che tutti abbiamo dovuto conoscere come lockdown, pareti che ci si stringono attorno fino al punto da isolarci nelle nostre case.</p>



<p>Ed in tutto questo dove si colloca il teatro? Il teatro è accoglienza, porte aperte per chi vuole entrare, condivisione fra gli attori e tra gli attori ed il pubblico, non riesco ad immaginare una platea fatta da pochi spettatori e tante poltrone inanimate, si perde la vera essenza della comunicazione tra corpi, senza barriere e la distanza è una barriera insormontabile, secondo le leggi della prossemica, le distanze che quotidianamente stabiliamo sono un preciso indice del tipo di rapporto che stiamo intrattenendo con l’interlocutore, ci parlano del nostro disagio o del nostro benessere, della disponibilità o della chiusura, della nostra manifestazione di fiducia o di sfiducia, questo è quello che naturalmente facciamo, anche se non sappiamo che si chiama prossemica.</p>



<p>Posso anche immaginare un nuovo modo di fare teatro, posso anche sforzarmi di credere che poco pubblico non significhi fallimento, ma quello che mi riesce più difficile da capire è che tipo di teatro potrei fare io, senza avere alle spalle una intera compagnia teatrale che pensa ed agisce come un unico corpo, dove le abilità e le disabilità, mescolandosi, creano meraviglia.</p>



<p>Ma la verità è una sola, solo quando le mie ruote scivoleranno sul palcoscenico saprò dirvi se il mio cuore gioirà!</p>
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		<title>L&#8217;acquario scolastico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 16:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In principio fu la geniale proposta di raddoppiare le ore di docenza – per lo stesso lauto stipendio ovviamente – in modo che le classi fossero sdoppiate fra mattina e pomeriggio. Perché, per distanziare gli studenti, promiscui untori di Covid, a settembre, l’idea brillante era di farlo a costo zero, tanto, com’è noto, gli insegnanti hanno un sacco di tempo libero per fare volontariato. Poi c’è stata l’illuminante pensata di&#8230;</p>
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<p>In principio fu la geniale proposta di raddoppiare le ore di docenza – per lo stesso lauto stipendio ovviamente – in modo che le classi fossero sdoppiate fra mattina e pomeriggio. Perché, per distanziare gli studenti, promiscui untori di Covid, a settembre, l’idea brillante era di farlo a costo zero, tanto, com’è noto, gli insegnanti hanno un sacco di tempo libero per fare volontariato.</p>



<p>Poi c’è stata l’illuminante pensata di ridurre le ore di lezione a 40 minuti, così da far turnare piccoli gruppi di ragazzi nelle aule. A questa saggia invenzione si accompagnava il pedagogo di turno che, con l’aria di chi la sa lunga, aggiungeva che tanto gli alunni hanno al massimo 30 minuti di concentrazione continuativa. Naturalmente il suddetto pedagogo non ha mai lavorato a scuola in vita sua, perché qualunque insegnante, dalla prima elementare alla Maturità, sa che, in un normale modulo di lezione di 55 minuti, si spiega per 15, 20 minuti al massimo, date le incombenze di registro, assenze, circolari, richiami… (e sempre che non si perda tempo con le connessioni ballerine degli appalti al risparmio delle scuole italiane, altrimenti tutte queste azioni vanno raddoppiate: prima si appuntano sulla carta e solo dopo, se e quando tutto funziona, si possono inserire nelle piattaforme digitali).</p>



<p>Recentemente la Ministra ha consigliato di sostituire le mascherine, con le visiere di plastica trasparente, perché ciò, a suo parere, permette finalmente di guardarsi negli occhi. Ora, a parte il fatto che una visiera costa 5 euro e non 60 centesimi, e che bisogna capire se l’efficacia sia la medesima, ma &#8211; mi chiedo &#8211; come indosserà costei la mascherina, se pensa che questa le ostacoli la vista? La cosa interessante è lo scambio concettuale, per cui gli studenti si trasformerebbero in piccoli sub, all’interno degli edifici di lavoro, mentre nelle spiagge, si pensa di erigere divisori da ufficio: il mondo alla rovescia!</p>



<p>A proposito di questo ipotetico uso del plasticoso divisore (che non è il massimo, ma che sarà comune, probabilmente&#8230;) l’ultima trovata è di installarli fra i banchi, con l’ennesima metamorfosi: i miei studenti sub, ora diverrebbero&#8230; pesci nell’acquario. Avete presente quei film americani anni ‘80, con le distese di impiegati separati dalle paretine di plastica? Ecco le aule dovrebbero diventare così: con decine di bambini che sembrano pesci rossi o… ciliegie sotto spirito.<br>(Com’è noto, neppure le minacce di morte riuscirono ad impedire alle quattordicenne Giulietta e al sedicenne Romeo, di toccarsi abbondantemente, e dubito che schermare i ragazzi abbia una qualche reale efficacia.)</p>



<p>In ogni caso, già immagino che si possa obiettare a questo mio articolo, che io smonto tutte queste belle soluzioni, ma non propongo nulla. Ebbene, io voglio rendermi utile: siccome insegno arte, immagino che dovrò progettare delle unità d’apprendimento, in cui spiego le tecniche di incisione e bassorilievo. Perché è ovvio che, già dopo pochi minuti che i ragazzi saranno circondati dal plexiglass, inizieranno a… decorarlo artisticamente con illustrazioni… ehm anatomiche, e sculture di chewingum appiccicato.<br>E, per una volta, non mi passerà per la mente di sanzionarli.</p>
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		<title>L&#8217;Alkantara Fest e l&#8217;urgenza di ricominciare dall&#8217;arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pafumi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2020 16:41:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#cafechantant]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alkantara Fest, festival internazionale di musica folk, nasce nel 2004 nell’area nord-orientale siciliana attraversata dal fiume Alcantara. Da questo la manifestazione prende il nome e lo spirito stesso; vuole rappresentare un’energia che, nascendo dalle pendici dell’Etna, simbolo di esplosione creativa, ambisce a raggiungere il mare e così l’Europa. Per 15 edizioni il festival ha visto avvicendarsi artisti di provenienza internazionale e locale che hanno offerto la tradizione musicale dei loro&#8230;</p>
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<p>Alkantara Fest, festival internazionale di musica folk, nasce nel 2004 nell’area nord-orientale siciliana attraversata dal fiume Alcantara. Da questo la manifestazione prende il nome e lo spirito stesso; vuole rappresentare un’energia che, nascendo dalle pendici dell’Etna, simbolo di esplosione creativa, ambisce a raggiungere il mare e così l’Europa. Per 15 edizioni il festival ha visto avvicendarsi artisti di provenienza internazionale e locale che hanno offerto la tradizione musicale dei loro paesi di origine. Occasione di confronto e valorizzazione del territorio, conferma la Sicilia come perfetto luogo di scambio culturale, atto ad accogliere diverse esperienze e tradizioni, così come la storia straordinaria di questa isola insegna.<br>ilcaffeonline ha intervistato Mario Gulisano, direttore artistico, ideatore e promotore del festival.</p>



<p><strong>L’identità “glocal” (global e local) dell’Alkantara Fest costituisce un unicum della realtà culturale siciliana. Come vi accoglie il territorio?</strong><br><em>Territorio</em> è un concetto molto astratto. Andrebbe ridefinito il suo ambito. Dopo 16 anni di Alkantara fest, in cui abbiamo cambiato più volte pelle, spazi, formula e location, assecondando i gusti delle piazze, delle amministrazioni, dei sindaci e delle mode di turno, in cui il territorio era indefinito, vago e qualunque, abbiamo finalmente deciso di appropriarci del territorio, di definirne i confini, di identificarci con un luogo e uno spazio in cui il pubblico avrebbe scelto di venire a trovarci. Da qualche anno, stiamo rifondando lo spirito identitario di una piccola comunità, Pisano, nel comune di Zafferana Etnea in provincia di Catania, dove, superata l’iniziale diffidenza, il festival sta guadagnando fiducia e consensi, come un seme che ha sapientemente aspettato il suo tempo per germogliare, e adesso sbuca dalla terra per affrontare una nuova vita.</p>



<p><strong>L’Alkantara Fest è una manifestazione di respiro internazionale, come ne sostenete l’intera organizzazione?</strong><br>Alkantara fest è diventata una delle manifestazioni principali della nostra programmazione, pertanto le è riservata un’attenzione particolare all’interno del nostro calendario annuale, con un certo impiego di risorse già in sede preventiva. Al momento è sostenuta attraverso diverse strategie che intercettano fondi provenienti da più risorse. Innanzitutto l’intervento dell’Assessorato Regionale del Turismo e Spettacolo e del MiBACT, con contributi a valere su bandi appositamente predisposti. Gli incassi da botteghino e gli abbonamenti sostengono parte dei costi, soprattutto le spese di ospitalità degli artisti. Anche il Comune di Zafferana Etnea, che ha imparato nel tempo ad apprezzare il nostro lavoro, concede un contributo che va a finanziare la serata di apertura.</p>



<p><strong>L’incontro tra i giovani e le esperienze musicali legate alla tradizione, raggiunge l’obbiettivo, da parte di questi, di riappropriarsi della propria identità?</strong><br>Io non amo considerare la tradizione come qualcosa di immutabile nel tempo, semmai come una marea che si trasforma ogni istante sotto l’influsso delle correnti. In Sicilia la tradizione esprime al massimo questo concetto, al punto da non avere quasi un’identità precisa di stile, se si eccettua l’uso della lingua siciliana che l’accomuna. Ciò che cerchiamo di fare con Alkantara fest è offrire una <em>fotografia </em>allo spettatore con segmenti di altre tradizioni, principalmente europee, per come si sono cristallizzate e vengono rappresentate dagli artisti da noi invitati, e creare così un’occasione di confronto; è proprio da questo che nascono la spinta e lo stimolo verso la conoscenza. I giovani sono i destinatari per eccellenza di questo lavoro, poiché naturalmente dotati di curiosità e intraprendenza; non credo che debbano riappropriarsi della propria identità. Dovrebbero semmai permettere alla loro espressività di venire fuori, diventando essa stessa una nuova identità, al passo coi tempi, e facendosi stimolare da ciò che succede loro intorno. E noi vogliamo stare loro intorno.</p>



<p><strong>L’Alkantara Fest quest’anno dovrebbe dar vita alla sua XVI edizione. Le restrizioni che ci vengono imposte dal momento che stiamo vivendo non sono poche, state valutando la possibilità dell’incontro virtuale con il pubblico attraverso le piattaforme streaming?</strong><br>Non credo molto nel fatto che lo streaming possa sostituire lo spettacolo dal vivo. È vero che ultimamente il web è stato utile per avvicinare la gente e non far perdere il contatto con la musica e gli artisti, ma è importante considerarlo come uno stato di necessità. Alkantara fest non può prescindere dall’aggregazione, dal contatto, dalla danza, dalla chiacchera, dalla spensieratezza. La musica è un evento sociale, impossibile da veicolare in assenza dell’altro. Che non può essere virtuale. Pertanto, qualora dovessero perdurare le attuali restrizioni alla mobilità internazionale o inasprirsi le misure di distanziamento sociale, sarà molto difficile poter realizzare il festival per come è nelle nostre intenzioni, poiché non vorremmo distruggerne il senso.</p>



<p><strong>Ethno Sicily, momento dell’Alkantara Fest, prevede sessioni di didattica musicale attraverso il confronto di trenta giovani musicisti provenienti da tutto il mondo. Potrà prendere corpo attraverso le modalità di didattica digitale?</strong><br>Non penso. Ethno Sicily è un’occasione unica per i giovani musicisti di realizzare un workshop di musica folk residenziale della durata di una settimana che culmina nella performance finale. L’iniziativa, in collaborazione con la Jeunesses Musicales International di Bruxelles, di cui siamo membri dal 2019, contribuisce anch’essa a ringiovanire l’utenza e a diffondere il messaggio del festival per il mondo, perché i partecipanti, che hanno l’occasione di visitare il territorio e godere della bellezze naturali dell’Etna e del mare circostanti, veicoleranno il messaggio di Alkantara fest all’interno del network internazionale Ethno e ne garantiranno ampia circolazione e partecipazione anche alle future edizioni. In mancanza di libertà di movimenti fra stati, limitazioni di spazio e distanziamento sociale, non esiste Ethno.</p>



<p><strong>L’emergenza sanitaria dettata dalla pandemia ci sta abituando all’isolamento, alla chiusura dei confini non solo tra nazioni ma anche tra persone. Un’esperienza come quella dell’Alkantara Fest può rappresentare uno stimolo a opporsi a ciò che rischia di diventare un nuovo stile di vita?</strong><br>Io ne sono profondamente convinto. È ciò per cui lavoriamo anche adesso, e ciò che mi auguro possa accadere alla fine di tutto. È dall’arte e dalla cultura che dovremmo tutti provare a ripartire. Sparita la cultura, che è ciò che ci rende esseri umani, spariremo pure noi, o comunque si impoverirà drasticamente il livello di umanità del nostro Paese. È il momento di ripartire dalle realtà locali, di creare bellezza a partire dalle comunità, di guardarci in faccia, fare le squadre e rimettere palla al centro. Ma dobbiamo ripartire più sani, più motivati, più sinceri, più veri… più artisti. E poi ricostruiremo il dialogo, fatto di istanze e necessità, a cui l’arte ha da sempre cercato di dare voce, di fornire una risposta. I giovani saranno al centro di questo processo, perché a loro appartiene il mondo. Simbolicamente, anche se dolorosamente, l’epidemia, questo momento di passaggio, ci sta comunicando questo messaggio, e noi abbiamo il dovere di ascoltarlo. Ed è così che Alkantara fest vive questo momento, con i piedi radicati nel passato e lo sguardo rivolto al futuro.</p>
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		<title>Gli insoliti 50 anni del Santarcangelo Festival</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/05/21/provinciali-santarcangelo-festival/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2020 09:34:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Festival di Santarcangelo è il più antico festival di arti multidisciplinari d’Italia, nasce nel 1971 ed è un festival di portata internazionale realizzato a Santarcangelo di Romagna, piccolo paese di ventiduemila abitanti a 10 km da Rimini. Oltre a mettere in scena tradizionali esibizioni di danza, teatro e musica, si dedica alle arti contemporanee e anche ai fuori formato, sperimentando così tipologie e forme di spettacolo che difficilmente trovano&#8230;</p>
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<p>Il Festival di Santarcangelo è il più antico festival di arti multidisciplinari d’Italia, nasce nel 1971 ed è un festival di portata internazionale realizzato a Santarcangelo di Romagna, piccolo paese di ventiduemila abitanti a 10 km da Rimini. Oltre a mettere in scena tradizionali esibizioni di danza, teatro e musica, si dedica alle arti contemporanee e anche ai fuori formato, sperimentando così tipologie e forme di spettacolo che difficilmente trovano spazio in stagioni teatrali. La principale peculiarità è quella di essere realizzato in spazi riconvertiti che normalmente durante l’anno hanno altri utilizzi e vengono poi riadattati per la manifestazione.</p>



<p>ilcaffeonline ha intervistato Roberto Naccari, Direttore Generale del Santarcangelo Festival, per sapere se ci sarà e come sarà il festival in conseguenza alle norme indotte dal coronavirus.</p>



<p><strong>Come state pensando la riorganizzazione del festival? Sarà lo stesso che avevate pensato prima dell’arrivo del Covid-19?</strong><br>Il nostro festival era in programma nel mese di luglio, dall’11 al 19. Abbiamo realizzato da subito due cose: la parte internazionale del programma, che ha un peso importante e che riguarda metà della nostra proposta &#8211; il 50 % è realizzato da operatori internazionali -, non sarà possibile attuarla, dall’altra che il nostro limite rispetto all’ipotesi di slittamento è quello estivo.<br>Il nostro è un festival che generalmente va in scena a luglio perché gran parte degli spazi che utilizziamo, come le scuole, sono liberi in quel periodo. Per questo stiamo lavorando sull’ipotesi di un festival più breve: 5 giorni a cospetto di 11 e uno slittamento delle date che può protrarsi al massimo fino all’ultima settimana di agosto. Stiamo pensando ad un festival a tappe senza ipotesi di annullamento, ce la sentiamo di gestire l’evento rispettando dinamiche di distanze per il pubblico, abbiamo spazi molto ampi e possibilità di fare performance all’aperto. La portata sarà comunque più limitata del solito, normalmente in 10 giorni facciamo complessivamente 150 repliche di 40 spettacoli, questo non sarà possibile. Ci scorderemo anche il mix di spazi al chiuso. Faremo quella parte di festival che è realizzabile con le regole del gioco e la collaborazione di artisti disponibili a ripensare il loro lavoro in una mutazione degli spazi e degli strumenti.<br>Non sarà una diminuzione del programma, ma una reinterpretazione del tempo che siamo costretti a vivere: l’impossibilità di stare vicini e la limitazione di movimento. Sarebbe impossibile fare il festival ignorando che siamo nel 2020 e che siamo in questa situazione che ha stravolto le nostre vite e che avrà un forte impatto sul nostro futuro. Non è una necessità indotta solo dalla situazione ma anche dalla mission del Santarcangelo Festival che si è sempre contraddistinto da forti contenuti politici e attuali. Non sarà quindi soltanto una riprogrammazione indotta dall’emergenza ma anche un&#8217;esigenza per raccontare il mondo che è cambiato e il tempo che ci è dato di vivere.</p>



<p><strong>Quali sono le principali problematiche che state vivendo?</strong><br>Le problematiche rispetto alla ripresa sono tante e di tanti livelli. Chiaramente non tutto quello che era pensato per il programma sarà realizzabile negli spazi all’aperto, per questo vorremo avere la possibilità di individuare tra l’autunno e l’inverno un periodo per realizzare comunque quello che deve necessariamente essere sospeso ora. L’aggravante è che quest’anno festeggiamo il cinquantennale della manifestazione, evento sul quale lavoravamo da due anni.<br>Inoltre se tutto il mondo della musica sconta il problema dell’assembramento degli artisti sui palchi, noi con un festival multidisciplinare avremo numeri più contenuti, ma problematiche che riguardano il contatto più forti. Non è pensabile danzare e fare teatro senza che ci si avvicini, a meno che non vogliono farci fare un festival di solo monologhi! Cercheremo per questo di capire se ci saranno delle eccezioni, come già stanno facendo con il mondo dello sport.</p>



<p><strong>Data la posizione strategica di cui godete, il vostro pubblico unito ai turisti crea un grande indotto di persone che quest’anno probabilmente non ci saranno. Quale sarà l’impatto economico che scatenerà questa assenza?</strong><br>L’impatto sarà fortissimo. Il pubblico che generalmente ci segue è composto di 12mila spettatori paganti più altri gratuiti. Il festival ha una grande storicità, è frequentatissimo da un pubblico affezionato e ha la particolare caratteristica storica di mescolare un pubblico specializzato con un pubblico occasionale, che non viene per uno spettacolo specifico, ma per respirare l’atmosfera del festival che nel corso della giornata ha respiri lunghi.<br>Tante persone che generalmente vengono quest’anno non ci saranno, sarà una grande mancanza per noi e per il turismo. Il nostro festival tra gli artisti, gli operatori e il pubblico riempie e satura tutte le attività ricettive del territorio e generalmente per far fronte a questo sovraccarico della parte alberghiera, gestiamo anche un campeggio locale e creiamo foresterie all’interno di scuole e locali.<br>Siamo a pochi km dal comprensorio turistico della riviera adriatica in un paese dell’entroterra completamente in piano, facile da raggiungere e anche per questo abbiamo sempre avuto grandi flussi dalla costa.</p>



<p><strong>Come pensate di fare fronte a queste mancanze? Lo Stato è una figura vicino in questo momento? E gli sponsor invece?</strong><br>Il buon finanziamento pubblico che abbiamo sarà l’ unico modo di continuare ad organizzare e pensare il festival. Le indicazioni che arrivano da parte del ministero sono positive, restiamo quindi in attesa. L’amministrazione pubblica locale e territoriale ci ha sempre dato un sostegno continuativo, lo stesso vale per la nostra regione che già in tempi di crisi ha aumentato il finanziamento destinato alla cultura. Possiamo quindi continuare a puntare sul finanziamento pubblico, sul piano privato invece e quindi sugli sponsor resta un grandissimo interrogativo, non si può in questo momento chiedere soldi ad aziende che stanno già in sofferenza, anzi forse dovremmo restituirli noi. Anche sul fronte degli incassi ci sarà una forte contrazione, non solo per la cassa del festival ma per tutte le attività collaterali che gestiamo e per tutti gli artisti che sono stati già contrattualizzati e che devono avere quindi la possibilità di tornare a lavorare.</p>
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