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	<title>Elezioni Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Elezioni Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Guida per idioti alle elezioni politiche</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/16/delle-pagine-guida-per-idioti-alle-elezioni-politiche/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2022 13:13:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare una guida alle elezioni per idioti, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti. Abbiamo una coalizione di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di centrosinistra (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una liberale (Calenda e Renzi) ed infine i Cinquestelle da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “Il partito&#8230;</p>
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<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare <strong>una guida alle elezioni per idioti</strong>, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti.</p>



<p>Abbiamo una coalizione di <em><strong>centrodestra</strong></em> (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di<strong> <em>centrosinistra</em></strong> (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una <strong><em>liberale</em> </strong>(Calenda e Renzi) ed infine i <em><strong>Cinquestelle</strong></em> da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “<em>Il partito della follia creativa</em>” del dottor Cirillo, da anni ilare presenza nelle elezioni romane.</p>



<p>Non parliamo di proposte specifiche, bensì di un’impostazione generale. In particolare, evitiamo qualunque riferimento ai rapporti con la UE, con la NATO, la guerra in Ucraina e il debito pubblico, perché su questi temi, semplicemente, non c’è alcuna possibilità di scelta.</p>



<p>I <strong>tre partiti di destra</strong>, nonostante qualche divisione non banale, condividono una chiara impostazione ideologica, una <strong>nostalgica visione di un piccolo mondo antico</strong> in cui ci si conosceva tutti, ognuno aveva un lavoro, c’erano pochi stranieri, l’Europa era lontana e la vita scorreva tra la sagra dei tortelli e la messa della domenica, un mondo alla Pane, amore e fantasia. Le donne restavano a casa a cucinare le eccellenze culinarie che il mondo ancora non ci invidiava, facevano figli e non abortivano, se non di nascosto. </p>



<p>Si rubava, anche, ma di nascosto; non si pagavano le tasse, ma di nascosto; c’erano anche gli omosessuali, che non andavano in giro a fare i “pride”. E a chi osava, c’era l’arma letale del pettegolezzo, punto di partenza per l’ostracismo sociale, pena peggiore del carcere. Si andava nelle case chiuse, all’aperto e senza sensi di colpa, raccontando barzellette contro le mogli. Il futuro che ci offre il centrodestra, in altre parole, è il ritorno ad una società in cui il maschio bianco etero è ai vertici e la cultura ne celebra le fanfaronate, dai bordelli alle sgommate in tangenziale.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Povia, “Luca era gay”</p>



<p>Nel <strong>lato sinistro</strong> non mancano proposte interessanti, come la scuola dell’infanzia obbligatoria, la reintroduzione dell’imposta di successione, il salario minimo e lo <em>ius scholae</em>, ma si avverte che sono estemporanee, fatte per accontentare una delle molteplici lobby che si alligna nel sottobosco della società civile, senza una riflessione complessiva sulla società futura. Secondo la sinistra, i prossimi decenni dovranno essere, per forza, multietnici, gender, ecologici, meritocratici, sostenibili ed equi, ma non ci dice come questo Sol dell’Avvenire dovrebbe essere realizzato. </p>



<p>In realtà la politica del PD è una forma molto italica di conservatorismo progressista,<strong> fare il minimo indispensabile</strong> perché ogni decisione rischia, in primo luogo, di spaccare il partito, poi di essere bloccata da un TAR o da un sindaco o da una protesta di piazza. La sinistra ha rinunciato completamente all’idea di governare i complessi processi in corso in Italia, se non affidandosi all’Europa, madre salvifica ma non sempre benigna.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: &#8220;Bella Ciao&#8221; (a bassa voce per non dare fastidio)</p>



<p>Passando ai <strong>Cinquestelle</strong>, la visione di Italia che Conte sta cercando in modo piuttosto annaspante di vendere al paese è quella dell’unica vera sinistra attenta ai bisogni della gente. Su questo, le credenziali di Conte sono interessanti, vedi reddito di cittadinanza. I Cinquestelle propongono sostanzialmente una società in cui uno Stato paternalista si fa carico di ogni problema, con un ampio allargamento dei cordoni delle borse, ma che non ha alcuna idea di come riorganizzare la società e l’economia nel suo complesso, senza grandi slanci, con un rinnegamento degli ideali più interessanti di rifondazione della politica lanciati dai Cinquestelle degli inizi. In altre parole, un traccheggiamento a vista, salvo intese.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Francesco Guccini, &#8220;La locomotiva&#8221;</p>



<p>Venendo al <strong>quarto polo</strong>, i due ragazzi terribili, Calenda e Renzi, sembrano gli unici con il coraggio di una visione davvero rivoluzionaria del futuro: individuo, impresa, liberalismo estremo, meritocrazia, Draghi ed Europa. Non è chiaro come tutto questo possa essere realizzato in una società invecchiata (male) come quella italiana, tenuta ignorante dal terrore televisivo, mentre i giovani, quei pochi che non sono fuggiti all’estero, sperano di fare fortuna con Tik-Tok. Tuttavia, i due rinascimentali propongono forse l’unica agenda per un radicale cambiamento dell’Italia, peccato che, come i bravissimi Maneskin, piacciano solo ai cinquantenni che credono di avere ancora vent’anni.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Madonna, &#8220;Like a Virgin&#8221;</p>



<p>Un’ulteriore scelta è l’<strong>astensione</strong>. Il rifiuto di partecipare al più importante appuntamento elettorale della vita pubblica è un fatto grave ma non può essere negato. Chi si astiene coscientemente non intende legittimare un sistema che ha tolto ai cittadini la libertà di scegliere i propri rappresentanti e governanti. </p>



<p>Ciò grazie ad una legge elettorale assurda, che premia le accozzaglie e accentra ogni potere nelle mani dei segretari di partito i quali, comunque, non sono in grado da anni di prendere alcuna  decisione che non siano le questioni identitarie, fuffa solo per chi non soffre le discriminazioni (vedi decreti sicurezza contro gli immigrati, le restrizioni all’aborto contro le donne, l’ideologia della famiglia tradizionale imposta ad un paese arcobaleno da cinquant’anni).</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: La Rappresentante di Lista, &#8220;Ciao ciao&#8221;</p>



<p>Ecco, queste sono le scelte a disposizione degli italiani e delle italiane. Potenzialmente, andiamo dalla restaurazione dell’<em>ancien régime</em> alla repubblica socialista, con mille sfumature dal nero al rosso. <strong>E</strong> <strong>tanto grigio, colore del fumo</strong>.</p>



<p>In realtà, c’è ben poco da scegliere. La politica economico-finanziaria, che ci piaccia o no, è decisa dai mercati finanziari internazionali, su cui la Commissione europea non comanda. Di politica estera non parliamo perché non l’abbiamo dai tempi di Andreotti. I clandestini continueranno ad arrivare con o senza blocco navale. Con la cultura non si mangia. Gli unici possibili e sostanziabili cambiamenti sono nei diritti sociali, ovvero in quelli che più fanno male quando si perdono. Questi sono essenzialmente i diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, la sanità pubblica e la libertà di decidere del proprio corpo, che siano l’aborto o il fine vita. </p>



<p>Le diverse coalizioni hanno già mostrato nei fatti cosa faranno o non faranno su ciascuno di questi temi, ma lascio a ciascuno e ciascuna di voi il compito di informarsi e di scegliere, per una volta, con consapevolezza.</p>



<p>Non dovrebbe essere difficile.</p>
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		<title>Sull&#8217;età della nostra Repubblica, sui recenti spauracchi elettorali, su una futura politica di sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Aug 2022 10:24:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell'alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un'emerita cantonata, loro che inglobarono, all'indomani dell'odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all'indomani della più drammatica pagina di storia dell'Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>
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<p>Se fosse una donna o un uomo le si attribuirebbe ciò che si dice un&#8217;incipiente vecchiaia. Eppure, giovanissima, non regge il confronto con i fasti di Atene o di Roma, né potremo paragonarla alla ultramillenaria Venezia. Dunque, con i suoi settantasei anni, sebbene avanti negli anni, è poco più che un&#8217;adolescente.<br> <br>Se penso ai tentati colpi di stato, agli anni di piombo, alla strategia della tensione, alle stragi, all&#8217;innumerevole sequenza di morti che le mafie e il terrorismo hanno lasciato sul campo nel secondo novecento, lo spauracchio agitato in questi giorni da certa parte giornalistica e opinionistica nella prospettiva di un prossimo governo di destra, appare come un futile trastullo di bambini.</p>



<p>Nel sistema costituzionale italiano, fatto di pesi e contrappesi, c&#8217;è una cosa, vivaddio!, che si chiama &#8216;democrazia dell&#8217;alternanza&#8217;, ed è non solo lecito ma auspicabile che a una fase di governo ne segua un&#8217;altra di diverso segno.</p>



<p>Certo, sarebbe bello godere di una classe politica intellettualmente onesta, di scuola e dottrina, qualcosa di cui vantarsi nel consesso internazionale, concretamente risolutiva dei problemi del paese, ma se così non è bisognerà pure rassegnarsi alla sconcertante sequela di ignorantoni presuntuosi e arroganti che si presenta alle elezioni da trent&#8217;anni a questa parte. E dico una &#8216;classe politica&#8217; per non tirare dentro alcune singole personalità che invece eccellono, come perle tra i porci, nel confuso panorama dei governi della seconda Repubblica.<br> <br>Sarebbe bello e sarebbe anche giusto, considerato che la fase d&#8217;incubazione della civiltà repubblicana è passata da un pezzo e finalmente bisognerebbe raccogliere i frutti di tanto sacrificio. Invece dobbiamo accontentarci del giacobinismo di facciata delle già ex &#8216;nuove leve&#8217;, degli incontri negli autogrill con l&#8217;agente segreto in pensione, dei comunicati al popolo sullo sfondo ben studiato di rosari, santini e Marie Vergini, e quasi sorridiamo alle imprese di inizio secolo, quando fiorivano le orgette nel castello incantato del cavaliere plenipotenziario.<br>Ma tant&#8217;è, questa è l&#8217;Italia.<br> <br>Ora, il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell&#8217;alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un&#8217;emerita cantonata, loro che inglobarono, all&#8217;indomani dell&#8217;odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all&#8217;indomani della più drammatica pagina di storia dell&#8217;Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>



<p>Suvvia, siamo seri, e se dovessimo perdere le prossime elezioni, lavoriamo sodo all&#8217;opposizione, per costruire una valida alternativa di sinistra, che assomigli il meno possibile all&#8217;imbarazzante pastrocchio in cui fino ad ora ci siamo crogiolati. E non dimentichiamo un fondamentale, come nel calcio: le politiche di sinistra si fanno a diretto contatto col popolo, in costante ascolto e dialogo con esso, non dalle torri d&#8217;avorio delle segreterie politiche, né dalle torbide leve dei patronati e delle consorterie locali.</p>



<p>Voi direte, ma questa prerogativa è anche delle destre, populiste per antonomasia. No, non in quel senso. Per un militante di sinistra &#8211; ma anche per un moderno cattolico, a ben pensarci &#8211; &#8216;col popolo&#8217; significa &#8216;con tutti i popoli&#8217;, con tutte le confessioni religiose, con tutti i generi umani, con tutti gli esseri viventi. Con tutti, lasciando alla demagogia catto-fascista, catto-nazionalista, catto-leghista e chi più ne ha più ne metta, il nobile compito di immaginare un mondo fatto di soli bianchi, di soli cristiani, di soli italiani, di soli … appunto &#8216;soli&#8217;.</p>



<p>E non dimentichiamo un dolo che tutti, proprio tutti ci accomuna: siamo borghesi, e se non lo siamo lo diventeremo in capo a una generazione politica, talvolta anche in minor tempo, Di Maio docet. Da una tale prospettiva quasi nessuno si salva e dunque, quasi nessuno dovrebbe avere diritto di eleggibilità a sinistra, a meno che non ci si rivesta, come una rinuncia ai beni, dei panni che eravamo soliti portare.</p>
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		<title>Enzo Amendola: delineare una forma sempre più ambiziosa di Unione Europea. L’Ucraina ha diritto alla resistenza in base alla Carta dell’ONU</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/05/28/raco-enzo-amendola-delineare-una-forma-sempre-piu-ambiziosa-di-unione-europea-ucraina-ha-diritto-alla-resistenza-in-base-alla-carta-onu/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 May 2022 09:19:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Noi sappiamo che il prolungarsi della guerra produce atrocità e vittime civili, e la politica non è ciò che segue allo sforzo bellico ma è ciò che è negato dallo sforzo bellico, e quindi la priorità che volgiamo affermare è quella di riaprire, in qualunque forma e in qualunque luogo, termini anche che portino al dialogo tra le parti. Ovviamente la precondizione è il cessate il fuoco, ma dalla Russia non arrivano ancora risposte adeguate su questo.</p>
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<p><strong>Uno spiraglio a una guerra devastante nel cuore dell’Europa viene proprio da una proposta di pace avanzata dall’Italia. Quali sono, per quello che è possibile dire, i termini di questa proposta?</strong><br>Noi affermiamo un bisogno. Che la politica e il negoziato abbiano una forza superiore alle atrocità di ciò che si va compiendo, e quindi testardamente cerchiamo di indicare i possibili termini per la riapertura del negoziato. Stessa cosa fa l’Italia con i propri alleati, poiché è evidente che come Unione siamo uniti nella difesa del popolo e delle Istituzioni ucraine, per il diritto alla sovranità che la Carta dell’ONU le riconosce, dandole la facoltà di resistere all’invasore. Noi sappiamo che il prolungarsi della guerra produce atrocità e vittime civili, e la politica non è ciò che segue allo sforzo bellico ma è ciò che è negato dallo sforzo bellico, e quindi la priorità che volgiamo affermare è quella di riaprire, in qualunque forma e in qualunque luogo, termini anche che portino al dialogo tra le parti. Ovviamente la precondizione è il cessate il fuoco, ma dalla Russia non arrivano ancora risposte adeguate su questo.</p>



<p><strong>E’ giusto parlare di pace, come l’Italia e l’Europa fanno dal primo giorno di guerra, ma è corretto precisare che la resistenza dell’Ucraina è una resistenza per la democrazia e la libertà. In fondo gli ucraini stanno difendendo i nostri principi e valori fondamentali.</strong><br>L’Ucraina ha diritto alla resistenza in base alla Carta dell’ONU. È un Paese sovrano, libero, con&nbsp;Istituzioni proprie, che si può poi discutere quanto siano fragili. Ma è un diritto sancito che un Paese pacifico, che non ha offeso i suoi Paesi confinanti, che non ha dichiarato nessuno sforzo bellico, possa difendersi. Quello che ha portato la UE a sostenere Zelensky sta nel fatto che il popolo ucraino è legato a questo, alla salvaguardia del diritto internazionale. E poi perché il nostro vicino russo, con cui ci sono rapporti commerciali e culturali, scambi che nel corso degli ultimi decenni si sono rafforzati, ha violato le regole della convivenza pacifica. Il nostro sostegno alla resistenza ucraina è il sostegno a un diritto a scegliere il proprio futuro, la propria traiettoria. Questo non poteva vederci voltati dall’altra parte ad attendere gli esiti dell’invasione militare. Tra l’altro l’Ucraina ha con la Russia un rapporto che va al fondamento stesso del Stato russo, si tratta di secoli di commistione non solo di lingua ma di legami culturali, religiosi, di scambi commerciali: questa è una guerra fratricida che ha portato il popolo ucraino in armi a difendere i propri diritti, rompendo quindi anche dei legami storici. Per tutte queste ragioni l’UE ha la responsabilità politica di far cessare il conflitto, di difendere il diritto negoziale ucraino e soprattutto di difendere un popolo che è stato violentato dalle armi russe.</p>



<p><strong>La Francia sembra aver gelato le richieste dell’Ucraina di entrare rapidamente nell’Unione Europea, parlando di un processo che potrebbe durare 15 o 20 anni. La soluzione potrebbe essere la Confederazione Europea proposta dal segretario del Partito democratico, Enrico Letta?</strong><br>A norma dei Trattati il processo di integrazione di un candidato avviene con tempi purtroppo lunghi, e la burocrazia è dovuta a dei processi di riforma, di adeguamento della legislazione nazionale a quella europea. Ma noi sappiamo che siamo a un tornante della storia in cui non può prevalere soltanto la procedura ma deve valere anche il sentimento politico, innanzitutto verso i Balcani occidentali, che sono parte della comunità europea, poi dell’Ucraina e degli altri paesi che potrebbero rischiare la stessa sorte. Per queste ragioni Enrico Letta ha parlato di una Confederazione, cioè di uno spazio politico che faciliti l’allargamento dei membri dell’UE. Ma lo stesso Macron il 9 maggio ha parlato di una comunità politica europea, quindi di uno spazio similare a quello indicato da Letta. Bisognerà, da qui al 23 giugno, quando la Commissione europea proporrà una strada, ragionare non soltanto di procedure ma anche di visione di un’Europa del futuro, che sarà certamente più grande ma che dovrà essere anche più unita.</p>



<p><strong>L’Europa in due anni ha fatto passi da gigante: la condivisione del debito per affrontare la crisi derivante dal diffondersi del Covid e poi una forte unione per attivare pacchetti di sanzioni sempre più duri contro la Russia, resasi colpevole di aver aggredito uno stato libero e sovrano. Cosa manca a questo punto all’Europa per essere considerata una potenza mondiale?</strong><br>La storia europea negli ultimi anni ha visto l&#8217;esplosione con effetti drammatici della pandemia con effetti drammatici sulla coesione sociale, e poi la guerra, che è tornata nel nostro continente. Di qui le nostre responsabilità, che vanno oltre gli effetti economici sulla tenuta sociale che ci riguardano. La risposta è stata all’altezza dei bisogni. L’altezza per costruire politiche fiscali non soltanto solidali ma anche improntate ad investimenti per rafforzare e cambiare la nostra economia, la nostra industria, la nostra coesione sociale. Sono scelte che secondo me descrivono un’Europa che non può tornare a quella pre-Covid, con le regole di un mondo che non esiste più. Ora bisognerà, nella congiuntura drammatica del conflitto in Ucraina, reggere l’unità e allo stesso tempo descrivere i salti di integrazione che dobbiamo fare. Penso all’unione per l’energia, a politiche di governance economica improntate alla stabilità ma anche agli investimenti, a politiche di coesione sociale finanziate dai fondi europei ma anche ad investimenti nella transizione ecologica e nella tecnologia digitale, che ha bisogno anche di un pilastro sociale per accompagnare il mondo del lavoro e delle imprese in questo momento. Quindi l’unità serve per affrontare le crisi ma anche per delineare le novità che sono necessarie per il nostro continente nello scrivere questa storia nuova.</p>



<p><strong>Il 9 maggio, in occasione della festa europea, la Conferenza sul futuro dell’Europa ha concluso i suoi lavori frutto di una non di discussioni e collaborazioni tra cittadini e politici. Cosa pensa del rapporto finale che è stato presentato alle Istituzioni europee?</strong><br>La Conferenza per il futuro dell’Europa, che è stata inaugurata una anno fa dal compianto presidente David Sassoli, è un esperimento di democrazia partecipativa realizzato anche grazie ad una piattaforma digitale che ha disintermediato tutte le procedure burocratiche di discussione: ognuno poteva iscriversi nella propria lingua e proporre idee e soluzioni. Credo che si tratti di un meccanismo che rafforza la democrazia rappresentativa, e soprattutto risponde a quella ricorrente e stereotipata critica secondo cui i cittadini sono lontani dall’Europa. Aver costruito questo percorso tra istituzioni europee, istituzioni nazionali, parlamenti, governi, rappresentati selezionati dei cittadini, ha prodotto delle indicazioni, ha prodotto i caratteri di una visione di cambiamento dell’Europa. Sarebbe stato paradossale che questi lavori si concludessero con report che dicevano che l’Europa è bella così com’è. Dobbiamo prendere sul serio queste indicazioni. Alcune possono essere assunte a trattati esistenti. Altre credo che bisognerebbe avere il coraggio di innestarle anche con dei cambiamenti dei trattati. Molte di queste materie, cito l’unione per l’energia e i mercati regolatori, cito il green e la trasformazione digitale che abbiamo già realizzato in alcuni negoziati, ma anche la configurazione delle norme che guardano l’Unione che deve affrontare una competizione globale, credo che meritino degli approfondimenti. Solo per citare la governance economica, alcuni dati del patto di stabilità e crescita sono basati su dati macroeconomici degli anni Ottanta. È passato un po’ di tempo e alcune regole, che spesso non vengono applicate, meriterebbero di essere cambiate. Noi come Italia siamo aperti ai cambiamenti. Per rafforzare l’Unione, non per aprire un inutile dibattito, per darle più strumenti. La sanità, per esempio. Prima del Covid non c’era l’unione europea della sanità, c’era solo un coordinamento. La spinta dei cittadini è sempre utile perché indirizzata al cambiamento, ai bisogni e agli interessi materiali di ogni giorno.</p>



<p><strong>La vittoria di Macron in Francia ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutti gli europeisti. Dal voto francese arriva però anche una forte domanda di protezione sociale, dove affondano le radici del populismo. L’Italia, che andrà al voto tra pochi mesi, cosa può e deve apprendere dal risultato delle presidenziali francesi?</strong><br>Gli effetti economici dello shock pandemico e del conflitto pesano anzitutto sulle fasce deboli, pesano sulle industrie che vedono materie prime e costi dell’energia a rischio, come a rischio è la ripresa che appariva l’anno passato molto potente. L’Europa non è assente, lo dico anche per noi italiani. Abbiamo per la prima volta fondi sufficienti, tra il Next Generation e i fondi ordinari del bilancio europeo. Abbiamo la possibilità di un regime di investimenti di quaranta miliardi solo per quest’anno. Ciò implica la possibilità di allargare le opportunità del nostro Paese di non limitarsi a lenire le ferite delle crisi ma di investire su quelli che saranno i settori della nuova competizione. Questo sarà fondamentale. Io credo che questo sia il migliore antidoto a chi dice che l’Europa è lontana e ci danneggia. Sinceramente, quando un Paese come il nostro riceve più di trecento miliardi per i prossimi sei anni, io avrei un po’ di pudore a sostenere cose come queste. Quello che sta a noi è delineare una forma sempre più ambiziosa di Unione europea perché nel mondo contemporaneo, con crisi che superano qualunque confine, l’unità dei ventisette è necessaria, perché nessuno può pensare che chiudere i confini, con un nazionalismo fuori tempo, sia in grado di risolvere le crisi. Credo quindi che questo sia l’atteggiamento: avere una sovranità condivisa in un processo di integrazione che deve guardare non solo ai rapporti tra i ventisette, ma ai rapporti tra l’Europa come continente e attore globale, e il mondo, che è sempre più competitivo, pieno di nuove opportunità ma anche di enormi rischi.</p>



<p><strong>La Commissione Europea ha deciso che saranno sospesi per un altro anno gli obblighi del Patto di Stabilità. Che segnale è?</strong><br>Si tratta di una scelta improntata al realismo, perché vediamo il rallentamento dell’economia per l’effetto dell’invasione russa, e allora è bene essere saggiamente orientati verso una coesione sociale, orientati a tenere il mercato europeo, ma soprattutto le economie nazionali, allineate a una forte prudenza ma anche a una forte cooperazione. La scelta del commissario Gentiloni è stata molto saggia.</p>



<p><strong>Stiamo per andare a votare, sottosegretario. Che forma dovrebbe avere un partito moderno? Ha ancora senso parlare di centrodestra e centrosinistra?&nbsp;</strong><br>I fondamenti di una visione contrapposta tra noi progressisti e i conservatori sono radicati non solo negli slogan, ma in come proponiamo soluzioni per i nostri società, nel come aggrediamo le grandi rivoluzioni come quella ecologica e quella digitale. La nostra parte, quella progressista, si fida dei cambiamenti e in essi vuole costruire sempre più protezione sociale ed equità, anche nuove forme di welfare appropriate per il mondo che cambia. La mia parte viene da un passato composito, di grandi e differenti culture, ma ha anche un futuro con fondamenti anche nel lavoro che si fa a livello europeo. Sarà un dibattito spero non tra chi crede nell’Europa e chi no. Mi augurerei un dibattito un po’ più maturo nel nostro Paese. L’Europa, quando abbiamo fatto scelte fondamentali per l’interesse nazionale, ha rafforzato la cosiddetta sovranità, non l’ha indebolita, quindi mi auguro che questo dibattito sia superato. Meglio essere leader in un Europa di un continente che lavora per la propria sovranità, per la propria autonomia strategica a livello globale, che declamare una sovranità a casa nostra che poi invece non produce nessun miglioramento per gli interessi nazionali. Io spero che questo dibattito venga rimosso, ma a volte ho dei dubbi. Ciò che sarà fondamentale, invece, come è stato in Germania e in Francia, sarà il dibattito sui livelli di crescita e protezione sociale. Non c’è una forte crescita se non ci sono meccanismi di protezione sociali adeguati ai cambiamenti, soprattutto per i segmenti più deboli della nostra società, che devono essere inclusi in un grande cambiamento che sta avvenendo non soltanto a livello nazionale, ma a livello internazionale. Questo credo sia il vero terreno su cui le due differenti opzioni si misureranno, a condizione di partire da una base di realtà, perché ciò in cui il populismo non ha aiutato in questi ultimi anni, in alcune forme politiche non solo in Italia ma in Europa, è a dire la verità, a vedere la realtà, a indicare i cambiamenti globali, a suggerire le motivazioni per cui su taluni aspetti anche della nostra coesione sociale ci sono stati gravi contraccolpi. Dobbiamo aver fiducia, nel progresso tecnologico e nell’umanismo che deve alimentare, con la sua cultura, i grandi cambiamenti.</p>
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		<title>Riccardo Magi: la firma digitale significa semplificazione e legalità. La politica si adegui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jan 2022 15:34:51 +0000</pubDate>
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<p><strong>E’ sua la proposta di legge che ha introdotto la firma elettronica tramite Speed per sottoscrivere le richieste di referendum. Di che si tratta?</strong><br>E’ una piccola grande rivoluzione che siamo riusciti a conquistare l’estate scorsa, con un emendamento al Decreto semplificazioni: la possibilità, primi nel mondo ma in linea con quella che è poi stata resa pubblica come l’Agenda digitale della Commissione Europea, di firmare per i referendum e per le leggi di iniziativa popolare con la firma digitale, con un sistema estremamente sicuro che è quello del sistema pubblico di identificazione.</p>



<p><strong>Come parte questa proposta?</strong><br>Questa innovazione parte dall’esperienza degli ostacoli che nel nostro Paese ci sono per l’esercizio del diritto politico dei cittadini di promuovere un referendum. Ostacoli che non sono voluti dal dettato della nostra Costituzione ma da quelle norme ordinarie che regolano le procedure con le quali si raccolgono e si autenticano le firme. In altre parole attraverso lo Speed andiamo a sostituire quella funzione che veniva tradizionalmente svolta dall’autenticatore, figura fisicamente presente nei luoghi in cui si raccolgono le firme e che autentica l’identità e la volontà di firmare della persona che compare davanti a lui.</p>



<p><strong>Chi erano o chi sono queste figure?</strong><br>Notai, cancellieri di Tribunale, cioè figure professionali che richiedono un peso finanziario da parte dei promotori del referendum o delle leggi di iniziativa popolare, o figure politiche, quindi consiglieri e assessori comunali. Questo meccanismo determina una difficoltà per quei promotori che non hanno disponibilità finanziaria notevole né un “esercito” di consiglieri comunali diffusi capillarmente sul territorio.</p>



<p><strong>Che reazioni ha provocato questa innovazione.</strong><br>Ha suscitato delle resistenze, delle paure, in alcuni casi delle vere reazioni apocalittiche. Della serie: adesso ci sarà un diluvio di referendum che travolgeranno il Parlamento; è a rischio l’equilibrio tra popolo e Parlamento. Alla prova dei fatti, alla fine di ottobre, quando si è chiusa la finestra referendaria, abbiamo visto che non è arrivata la temuta valanga di referendum che avrebbe dovuto travolgere il Parlamento. C’è solo stata una semplificazione per i cittadini a poter esercitare questo diritto.</p>



<p><strong>Per qualche referendum è già stata utilizzata questa opportunità?</strong><br>Il caso di prima sperimentazione della firma digitale è stato per il referendum sull’eutanasia, che già aveva avviato la raccolta delle firme in modalità cartacea tradizionale. L’approvazione della mia proposta risale a metà agosto. In pochi giorni c’è stata una esplosione delle firme digitali da tutta Italia. Ancora di più c’è stata con il referendum per la legalizzazione della cannabis, che è stato il primo referendum della storia che ha visto raccogliere più di mezzo milione di sottoscrizioni esclusivamente digitali. Proprio in questi giorni abbiamo avuto dalla Corte di Cassazione la conferma della presenza e della validità delle sottoscrizioni e la convocazione della camera di consiglio in Corte Costituzionale dove poi avverrà la valutazione sull’ammissibilità del quesito. Siamo di fronte a una sfida. Non bisogna avere paura del digitale quando e se utilizzato all’interno dei paletti costituzionali.</p>



<p><strong>Lei ha anche proposto di poter utilizzare la firma digitale per la presentazione delle liste elettorali.</strong><br>Serve fare un passo indietro. La proposta dello scorso luglio, sul referendum, è passata col parere contrario del Governo, che su questo anzi si è spaccato, perché il Ministero della transizione digitale di Colao era favorevole ma c’era la contrarietà del Ministero della Giustizia, che riceve le richieste di referendum che vanno depositate in Cassazione. Sulla seconda questione, poco prima della pausa natalizia, ho presentato un emendamento per estendere quella stessa modalità di autenticazione e presentazione delle firme anche per la presentazione delle liste elettorali.</p>



<p><strong>Come è andata?</strong><br>Apriti cielo. E’ successo di tutto. C’è stata una opposizione forte, in particolare da parte di alcuni partiti, di alcuni gruppi politici. Alcuni l’hanno nascosta meglio, sapendo che altri l’avrebbero esposta di più. “Ginnastiche parlamentari” dalle quali si è capito che quella proposta non doveva passare perché la maggior parte dei partiti più grossi, quelli che determinano gli equilibri effettivi in Parlamento, vogliono che quella fase delicatissima e decisiva in una democrazia, quella della presentazione delle liste delle candidature, resti opaca e anche un po’ nella mancanza di trasparenza e legalità.</p>



<p><strong>Perché dice questo?</strong><br>Sappiamo tutti come si raccolgono le firme in questo Paese nella maggior parte dei casi. Ogni elezione è accompagnata da un’inchiesta giudiziaria che poi va a scoprire che hanno fatto firmare persone decedute o che non sapevano di avere firmato. Questi sono tutti aspetti che con la firma digitale avrebbero una garanzia di trasparenza e di legalità infinitamente maggiore della modalità manuale. Pensiamo all’altra pratica, spesso utilizzata, di raccogliere le firme senza avere la lista completata, perché magari la composizione della lista dipende da accordi politici che vanno avanti fino all’ultima ora, fino alla notte prima della presentazione delle liste. Questo con la raccolta digitale non sarà più possibile perché ci sarà un soggetto terzo, un provider accreditato Agid (Agenzia per l’Italia digitale) che chiuderà il modulo, impedendo che venga manomesso o modificato. Non si potrà più far firmare i morti, che non hanno Speed. Ho notato insomma una reazione conservativa e una resistenza a tenere questa fase chiusa all’accessibilità di nuovi soggetti.</p>



<p><strong>Per quanti voti non è passata la sua proposta?</strong><br>E’ finita 19 pari in Commissione, per cui l’emendamento non è passato. Stava rischiando di passare quando, nottetempo, sono improvvisamente scomparsi alcuni deputati del M5S. Movimento 5stelle che a parole era favorevole ed era intervenuto favorevolmente, con il capogruppo in Commissione, sottoscrivendo in modo molto plateale anche l’emendamento. Ma poi sotto una regia molto abile e attenta sono scomparsi i due deputati, come inghiottiti da una botola e quindi non ci sono stati più i voti per approvare questo emendamento. Pensate soltanto che quella notte c’era il ministro D’Incà, due vicepresidenti della Camera e tre capigruppo. Lo dico per evidenziare quanto era importante che non passasse questo emendamento.</p>



<p><strong>Eppure sembra essere un contributo alla democrazia e alla trasparenza.</strong><br>Nel caso dei referendum e delle firme per la presentazione delle liste abbiamo davanti delle riforme che non riguardano degli aspetti tecnici, procedurali; sono riforme ordinarie che hanno una valenza costituzionale. Darebbero appunto un contributo di democratizzazione e legalizzazione di tutto il procedimento. L’opposto di quello che sostengono molti critici, secondo i quali c’è il rischio di danneggiare la democrazia rappresentativa. La democrazia rappresentativa vive anche di competizione, di apertura, vive di innesti di democrazia partecipativa, di iniziativa popolare. Non bisogna avere paura, altrimenti si fa sì morire il Parlamento. Se le Istituzioni vivono oggi una mancanza di credibilità nei confronti dei cittadini forse non è a causa dei troppi referendum che io non vedo, forse sarà perché su determinate questioni da decenni il Parlamento non riesce a legiferare.</p>



<p><strong>Chi sono i cittadini che di più hanno utilizzato queste nuove opportunità di partecipazione?</strong><br>Le materie su cui sono state raccolte le firme questa estate hanno visto una partecipazione giovanile straordinaria: sul referendum cannabis più della metà delle seicentomila firme ottenute sono state raccolte da cittadini tra i 18 e i 30 anni. Esattamente quelle persone che di solito vengono accusate di non essere interessate alla politica. Su alcune materie come il fine vita, il testo unico degli stupefacenti, la riforma della giustizia, la separazione delle carriere, il Parlamento da decenni non legifera, non si assume di fronte ai cittadini l’impegno di fare delle riforme, giuste o sbagliate che siano. Poi ci si sorprende che arriva una valanga di firme. E il problema sarebbe lo Speed? No, casomai questi sono strumenti che possono rivitalizzare un circuito che altrimenti rischia di morire di sclerosi per responsabilità di quelle forze politiche che respingono questo tipo di innovazioni.</p>



<p><strong>Servono delle regole.</strong><br>La sfida è proprio questa. O noi comprendiamo l’importanza di utilizzare la nuova tecnologia in digitale con delle regole, per l’esercizio dei diritti politici dei cittadini, oppure l’altra via sarà quella cinese, dell’uso di queste tecnologie al fine di sorvegliare il cittadino, al fine della repressione della libertà del cittadino o di manipolazione del consenso e dell’informazione. Ma non è che se non non facciamo la prima cosa la seconda non accade. Anzi, è il contrario. Io penso che buona parte delle opposizioni e delle paure che ha suscitato l’applicazione della firma con Speed al referendum sono legate all’idea che firmare con Speed sia come fare like su Facebook.</p>



<p><strong>C’è una bella differenza.</strong><br>Si, ma proprio per questo concentriamoci a regolamentare la comunicazione politica sulle piattaforme digitali, modificando magari la normativa che consente la propaganda elettorale, che nel nostro Paese è antica di decenni e non tiene conto dell’esistenza di queste piattaforme. Anziché terrorizzarci di fronte alla novità, proviamo a entrarci dentro e a capire come i principi costituzionali, i principi dello stato di diritto vanno applicati a questa nuova realtà. Questa è l’enorme sfida che noi abbiamo davanti.</p>



<p><strong>Prossimo appuntamento?</strong><br>A breve dovrebbe essere varata dalla Presidenza del Consiglio la piattaforma governativa su cui effettuare la raccolta delle firme. La legge prevedeva che fosse realizzata già entro dicembre. Quello che noi abbiamo fatto la scorsa estate, grazie al mio emendamento, è stato utilizzare in via transitoria quella modalità con i comitati promotori che si si sono rivolti a dei provider accreditati Agid, che danno il servizio dell’autenticazione della firma. Quello è avvenuto con dei costi a carico dei comitati promotori. Quando il governo avrà realizzato la piattaforma il servizio sarà gratuito.</p>
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		<title>La lunga marcia per la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Sep 2021 10:20:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho steso sul tavolo una mappa dell’Africa, di quelle in bianco e nero, e ho cominciato a colorarla. Non sono improvvisamente regredito all’infanzia, pur avendone seriamente il desiderio, ma mi interessava visualizzare l’indice della libertà in Africa elaborato da Freedom House, storica nonché controversa organizzazione americana. Non affrontiamo qui la discussione sulla passione tipicamente anglosassone per le classifiche (che cosa significherà per un nigeriano che il suo paese abbia 45&#8230;</p>
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<p>Ho steso sul tavolo una mappa dell’Africa, di quelle in bianco e nero, e ho cominciato a colorarla. Non sono improvvisamente regredito all’infanzia, pur avendone seriamente il desiderio, ma mi interessava visualizzare l’indice della libertà in Africa elaborato da Freedom House, storica nonché controversa organizzazione americana.</p>



<p>Non affrontiamo qui la discussione sulla passione tipicamente anglosassone per le classifiche (che cosa significherà per un nigeriano che il suo paese abbia 45 punti, mentre nell’Uganda di Museveni si arriva solo a 34?), ma proviamo a fare la prova: in verde i paesi liberi, in giallo quelli parzialmente liberi e in rosso quelli oppressi. </p>



<p>La mappa si è rapidamente colorata di rosso, la mano si è stancata e la matita si è spezzata nello sconforto. Mentre mi angosciavo con i pastelli, ho dovuto rapidamente cambiare colore ad un paese, la Guinea, dove ad inizio mese si è consumato l’ennesimo golpe africano. Avevo già passato in giallo la Tunisia.</p>



<p>L’ultimo conto parla di 8 paesi liberi, 22 paesi parzialmente liberi (tra questi c’è anche il Somaliland che nessuno riconosce) e 26 non liberi (compreso il Sahara occidentale, controllato dal Marocco ma membro dell’Unione Africana).</p>



<p>Qualche anno fa la situazione politica in Africa, continente amato e sfortunato, sembrava volgere verso un tenue verde primaverile, poi i soliti problemi l’hanno riportato all’autunno. Il 2021 non è stato un grande anno. Le elezioni che si sono tenute fin ora, con rare eccezioni, sono state contraddistinte da brogli e sfacciati favoritismi per gli incombenti. L&#8217;Uganda per dire. E poi due colpi di stato in Mali, uno in Guinea, un tentato golpe in Niger, una successione dinastica militare in Ciad; la crisi separatista in Camerun, le violenze jihadiste in Mali, Burkina Faso, Nigeria; la guerra civile in Etiopia contro i ribelli tigrini che ha lambito la località sacra delle chiese nella roccia di Lalibela. Senza dimenticare le jacquéries in Sudafrica, la violenza islamista in Mozambico, l’eterna guerra nella parte occidentale della Repubblica democratica del Congo, dove ha perso la vita anche il nostro Luca Attanasio.</p>



<p>Il Gambia ci fa pensare a come gli eroici oppositori di un tempo, per effetto di una maledizione africana, si trasformino in autocrati. Il presidente Adama Barrow, che riuscì ad abbattere la dittatura di Jammeh ha rinnegato la promessa di restare al potere per solo tre anni. Barrow si prepara alle elezioni del 4 dicembre, sicuro di vincerle.</p>



<p>Insomma, i segnali mostrano un continente nuovamente alle prese con il ciclo di esclusione, frustrazione e violenza. Pochi i segnali positivi. Vogliamo seguirli?</p>



<p>Lo Zambia si è scrollato di dosso il presidente Lungu, che aveva mobilitato l’intero apparato dello Stato per strappare un nuovo mandato. La fortissima mobilitazione popolare ha spinto il candidato dell’opposizione Hichilema verso un trionfo che ha reso vane le manipolazioni del titolare. Possiamo ora solo sperare che Hichilema non segua l’esempio di altri suoi illustri colleghi aggrappati alle poltrone anche oltre scadenza. </p>



<p>Ma, al di là del significato contingente, ciò che sembra insegnare lo Zambia è che la democrazia si consolida dove si salda la passione popolare con una relativa solidità istituzionale, più evidente nei paesi dell’Africa australe, dove si concentrano i paesi liberi, come il Sudafrica, Namibia e Botswana.</p>



<p>Anche i piccoli stati insulari sono riusciti a dotarsi di stabilità e rispetto delle regole democratiche. Pochi giorni fa Sao Tome è andato alle urne facendo vincere l’opposizione di Carlos Vila Nova. Fra poco toccherà a Capo Verde. Maurizio e le Seycelles sono gli altri stati insulari con elezioni credibili e corrette. Fuori da questo ambito piuttosto angusto, tra i paesi liberi, troviamo solo il Ghana.</p>



<p>Volendo completare il giro elettorale dell’Africa, il Somaliland, entità non riconosciuta dal resto del mondo, si distingue per una situazione di pace in una regione del mondo in cui il concetto di turbolenza viene ridefinito in peggio ogni anno. Pur essendo di colore giallo, il Somaliland ha superato il test delle elezioni parlamentari 2021 (le prime da quindici anni) senza incidenti, grazie a meccanismi costituzionali che mescolano schemi occidentali e tradizionali, come il riconoscimento del ruolo dei capi tribali.</p>



<p>La battaglia è ancora in corso in Eswatini dove l’ultimo re assoluto del continente deve fronteggiare una crisi terminale di legittimità. Anche il Sudan è un campo aperto, lì le elezioni sono promesse per il 2022. Per non parlare della Libia che dovrebbe andare alle urne la vigilia di Natale di quest’anno, sempre che la fragile tregua tra le fazioni e le potenze che le sostengono riesca a durare.<br>Eppure, è proprio l’entità delle rivolte popolari che mostra come il bisogno di democrazia continui ad essere fortemente sentito dagli africani, da Tripoli a Città del Capo, da Gibuti a Dakar.</p>



<p>Ogni stato ha la sua storia e le sue caratteristiche ed è difficile fare generalizzazioni ma tra i paesi parzialmente liberi, quelli in giallo, ce ne sono numerosi che potrebbero, nel prossimo decennio, fare un decisivo salto verso solide libertà democratiche accompagnate da stabilità e sviluppo umano. Pensiamo a paesi come il Kenya, un paese con una stampa vibrante e una vivacissima dialettica politica, ma dove il momento delle elezioni si accompagna a corruzione e violenza; alla Nigeria, naturalmente, il gigante del continente, che dal 1999 è riuscita a spegnere la catena dei colpi di Stato militari; e anche alla Tanzania, dove è in corso una lentissima evoluzione verso un regime più aperto. La grande speranza per il futuro resta l’Etiopia, una volta che riuscirà a sciogliere il suo storico dilemma tra centralismo e autonomie locali, recuperando un vero equilibrio tra le diverse etnie.</p>



<p>I paesi cambiano, la storia avanza, non c’è nulla di immutabile. Gli africani reclamano libertà, giustizia e sviluppo. In momenti in cui l’occidente si interroga sui suoi valori fondamentali, forse uno sguardo all’Africa ci fa ricordare come anche qui si continua a battersi e a morire per la libertà.</p>
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		<title>Giovanni Diamanti: serve una leadership in grado di aggregare i giovani, che abbia un&#8217;idea sostenibile di mondo, di sviluppo, di impresa e di lavoro. Basta con la politica dei No</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jun 2021 08:08:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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<p><strong>In occasione della Giornata mondiale dell&#8217;Ambiente, possiamo dire che in Italia non c’è mai stato un forte movimento ambientalista. Perché?</strong><br>C’è sicuramente un partito storico, i Verdi, che non ha mai raggiunto percentuali paragonabili a quelle degli altri paesi europei ma che ha giocato un ruolo storico. Un partito che, nonostante una piccola e limitata organizzazione, quando è stato presente sulla scheda elettorale, è riuscito a ottenere sempre risultati superiori a quelli attesi. Alle ultime Europee, ad esempio, Europa Verde ha superato anche la sinistra. In diverse regioni ha eletto consiglieri regionali, prendendo più voti di partiti con una solida organizzazione alle spalle. Ciò significa che questa sensibilità, questo interesse c’è anche in Italia e uno zoccolo duro ambientalista nel nostro Paese comunque esiste.</p>



<p><strong>Cosa dicono i sondaggi?</strong><br>In tutti i sondaggi che abbiamo realizzato è apparso sempre più evidente che in Italia esiste una identità ambientalista ed ecologista. Ciò significa che in questa fase storica una federazione di partiti e movimenti verdi può avere anche in Italia uno sbocco interessante.</p>



<p><strong>Ne approfitteranno un po’ tutti i partiti, convertendo i propri programmi?</strong><br>Un tempo quello ecologista era un tema che si limitava al centrosinistra e alla sinistra radicale. Oggi invece è sempre più trasversale ma si differenzia nella narrazione, nell’approccio che ogni partito dedica all’ecologia. L’ala più conservatrice, ad esempio, guarda al lato della conservazione del paesaggio; a sinistra si valorizza di più la sostenibilità. Ci sono diverse narrazioni di un tema che ormai è però diventato universale. Questo da un lato limita una potenziale forza ambientalista, dall’altro lato evidenzia una identità sempre più ecologista, soprattutto tra i giovani, che potrebbe trovare lo sbocco in un partito verde anche in Italia.</p>



<p><strong>Movimenti come quelli guidati da Greta Thunberg che tipo di seguito hanno avuto nel nostro paese?</strong><br>Forse in Italia ha avuto meno successo che altrove ma è indubbio che sia arrivato anche qui. Serve però una leadership in grado di aggregare, soprattutto i giovani. Questo è quello che ancora manca. Non c’è una leadership, un riferimento in cui i giovani possano ritrovarsi.</p>



<p><strong>Come fare?</strong><br>Le leadership si possono costruire. Se questo è l’obiettivo, quello di coinvolgere i giovani, serve parlare la loro lingua. Magari sarà una donna a lanciare questo segnale alla politica. Ci sono spazi per creare una leadership nuova e penso che il futuro sia positivo per un movimento ecologista che cerchi di interpretare queste sensibilità.</p>



<p><strong>Sulla base di quale programma?</strong><br>Di sicuro serve una narrazione del mondo che abbia un taglio ecologista, una narrazione diversa del mondo e della società che abbia una chiave di lettura green. In Italia uno dei tanti freni al movimento ecologista, soprattutto quello legato alle esperienze del primo centro-sinistra, è stato di essere considerati troppo di sinistra e troppo legati al No, al rifiuto di qualunque proposta, alla rivendicazione di una identità molto radicale, molto anti sistema. È ciò che i verdi non dovrebbero essere oggi.</p>



<p><strong>Quale deve essere la giusta narrazione?</strong><br>I verdi, per avere successo, dovranno cercare una narrazione propria fatta di proposte e chiavi di lettura coerenti tra di loro, che parlino di un’idea di mondo. Non basta un’idea di paese. Ma non deve essere chiusa nella classica “sinistra del No”, che molti italiani hanno nel proprio immaginario collettivo. Bisogna avere un’idea di sviluppo, di impresa, di lavoro, qualcosa che i verdi storici non sono stati capaci di mostrare.</p>



<p><strong>Che succederà alle prossime elezioni?</strong><br>Tutti i partiti coloreranno di verde qualche pagina del proprio programma. La vera sfida di un vero movimento verde dovrà essere quella di trovare una chiave per mostrarsi più forti e credibili e per offrire una narrazione più completa sul tema dell’ambiente. Solo così si riuscirà a emergere. Chi si sente verde a livello di identità è in grado di individuare la differenza tra chi colora qualche pagina di verde e chi ha un programma realmente attento alla transizione ecologica.</p>
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		<title>Il caso Open Arms, Salvini e la ricerca del consenso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Mar 2021 16:38:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chissà se il bombardamento del pollaio friulano è stato frutto di una troppo attenta immedesimazione patriottica di un carrista. In un continuo discendere della linea politica, che dai vertici corre verso gli uffici e gli esecutori, potrebbe capitare che qualcuno si lasci prendere la mano dalla difesa dei confini. Il tempo rapido della politica italiana è segnato periodicamente da slogan, frasi e termini che nelle intenzioni dei protagonisti dovrebbero garantire&#8230;</p>
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<p>Chissà se il bombardamento del pollaio friulano è stato frutto di una troppo attenta immedesimazione patriottica di un carrista. In un continuo discendere della linea politica, che dai vertici corre verso gli uffici e gli esecutori, potrebbe capitare che qualcuno si lasci prendere la mano dalla difesa dei confini.</p>



<p>Il tempo rapido della politica italiana è segnato periodicamente da slogan, frasi e termini che nelle intenzioni dei protagonisti dovrebbero garantire un consenso elettorale. La pandemia ha agito anche su questo, forse una delle poche cose buone. Dilatando i tempi del rinnovo di consigli regionali e comunali, ha alleggerito la comunicazione politica e declassato personaggi e dichiarazioni a sottofondo – spesso spiacevole – dei problemi della quotidianità.</p>



<p>In occasione dell’udienza del 20 marzo, la Procura della Repubblica di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio di Matteo Salvini, ritenendo fondate e sostenibili in giudizio le accuse di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio. </p>



<p>L’udienza decisiva sarà il 17 aprile e fino ad allora non sapremo se la visione salviniana del potere – rendere il decisore politico esente da responsabilità – è sufficiente a sfuggire alla verifica delle proprie azioni in sede giudiziaria. Ma già l’ammissione di ventuno costituzioni di parte civile, segna la dimensione del caso: responsabilità politiche e penali sulle quali fare luce, contrapposte idee di comunità e senso dell’impegno politico che si confrontano.</p>



<p>Salvini ha rivendicato per l’ennesima volta la difesa dei confini nazionali. Condita con il continuo tentativo di spalmare la responsabilità su più soggetti e terminata con il vittimismo dell’essere “imputato mentre il capitano non è andato in Spagna e ha rifiutato i porti&#8221;, fa emergere la misura del personaggio (che probabilmente ignora dove sia Algeciras e cosa avrebbe significato, per i migranti sulla Open Arms, un viaggio fino alle colonne d’Ercole).</p>



<p>Nell’inseguimento del consenso che sempre premia la demagogia xenofoba, proponendo, di volta in volta, stranieri nuovi di cui avere paura, Salvini interpreta bene la tradizione leghista degli ultimi trent’anni.</p>



<p>Ma nella corsa al voto ha molti contendenti, sia quelli interni al suo partito, sia quelli esterni. Distribuiti, questi ultimi, sia nel campo del centrodestra, sia in quello del centrosinistra, con al centro della scena politica un nuovo protagonista: Enrico Letta. Già dalle prime uscite, il segretario del Pd ha scelto Salvini quale avversario principale, scommettendo su un Italia diversa.</p>



<p>Sarà un possibile effetto della pandemia fermare la catena di odio per lo straniero di turno? Potrà emergere, con l’uscita dalla crisi sanitaria, un’idea di comunità diversa, non egoistica, sull’esempio dei medici, degli infermieri e del mondo del terzo settore, che hanno affrontato la più grande crisi sociale ed economica dai tempi della seconda guerra mondiale? Chi vincerà la sfida tra Salvini, che cerca di scaricare la propria responsabilità sugli altri, e gli italiani, che da oltre un anno condividono le proprie?</p>
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		<title>Michele Ainis: il metodo usato per le grandi riforme non funziona. Il bicameralismo è una garanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 15:33:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Emanuele Raco e Salvo Spagano Per lei la formazione del governo Draghi ha costituito la rivincita della Costituzione scritta su quella deformata nella prassi. Ci spiega perché?In Italia abbiamo due costituzioni, e dunque nessuna alla prova dei fatti. C’è una Costituzione scritta che si mantiene, non del tutto inalterata, rispetto a quella di settantatré anni fa, e c’è poi una Costituzione materiale, cioè quella che vive di fatto nei&#8230;</p>
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<p>di Emanuele Raco e Salvo Spagano</p>



<p><strong>Per lei la formazione del governo Draghi ha costituito la rivincita della Costituzione scritta su quella deformata nella prassi. Ci spiega perché?</strong><br>In Italia abbiamo due costituzioni, e dunque nessuna alla prova dei fatti. C’è una Costituzione scritta che si mantiene, non del tutto inalterata, rispetto a quella di settantatré anni fa, e c’è poi una Costituzione materiale, cioè quella che vive di fatto nei rapporti politici. La Costituzione materiale, che alcuni considerano &#8211; credo sbagliando &#8211; la vera Costituzione, ha spesso deformato il volto di quella scritta. Ma a volte succede che la lettera della Costituzione si prenda una rivincita.</p>



<p><strong>Ci spieghi come.</strong><br>Se leggiamo le – peraltro scarne &#8211; disposizioni costituzionali dedicate alla formazione dei governi, troviamo due primattori, che sono il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio. Il primo nomina il secondo e, su proposta del secondo, nomina poi pure i ministri. Non si parla di partiti. Ai partiti la Costituzione dedica un’altra norma, che è l’articolo 49, con il quale attribuisce loro un ruolo non di assoluto o preminente protagonista della vita pubblica, ma di soggetto collettivo che concorre alla vita pubblica insieme ad altri soggetti collettivi come sindacati, associazioni e perfino come noi stessi che in questo momento ci interroghiamo sulle vicende della cosa pubblica. Nella formazione del governo Draghi i partiti sono rimasti quasi al buio, hanno cioè dovuto attendere il momento in cui il Presidente ha sciolto la riserva e ha comunicato la lista dei ministri. Questo corrisponde alla lettera dell’articolo 92.</p>



<p><strong>Un’altra rivincita della Costituzione è il fatto che è stato Draghi a presentare il programma e non i partiti?</strong><br>Direi di sì, perché un’altra norma della Costituzione, l’articolo 95, assegna un ruolo di leadership al Presidente del Consiglio. È lui che coordina l’attività dei ministri ed è lui che scandisce l’andamento generale del governo. Lo fa sulla base di un programma, che era stato scritto in maniera puntuale, e perfino puntuta, nelle esperienze “contrattuali” tra gialli e verdi, in trenta punti, ove il presidente Conte apparve come una sorta di portavoce dei vicepresidenti del Consiglio, che poi erano i segretari dei due partiti che formavano la coalizione. In quel caso la debolezza del Presidente fu la sua forza.</p>



<p><strong>Col Conte due come andò?</strong><br>Con il secondo governo Conte il ruolo del Presidente del Consiglio, per quanto anche in quel caso preceduto da un documento programmatico in ventinove punti tra Zingaretti e Di Maio, si è accentuato anche a causa della pandemia, e lì direi che è successo il contrario: la sua forza è stata la sua debolezza, ciò che ne ha infine determinato la crisi. Io penso che possiamo anche trarre una lezione da tutto quello che è accaduto.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Intanto la crisi dei partiti, che è attestata dal fatto che ci avviamo a completare la legislatura con tre governi e due presidenti del Consiglio che non si sono presentati alle elezioni, e perfino con tre formule diverse l’una dall’altra. Questa legislatura era cominciata zoppa, con tre formazioni politiche più o meno equivalenti, in una situazione di apparente ingovernabilità delle assemblee parlamentari, tant’è vero che si minacciava un pronto ritorno alle urne e perfino l’impeachment per Mattarella che non voleva accettare alcuni nomi. Invece abbiamo sperimentato il governo forse più di destra della storia italiana, e poi quello più di sinistra, quantomeno a sommare le sigle. Infine ora stiamo sperimentando il governo più di unità nazionale di tutta la storia repubblicana.</p>



<p><strong>Un limite o un pregio del nostro sistema?</strong><br>Questa è la virtù del sistema parlamentare, la sua attitudine ad accompagnare le stagioni della politica con formule di governo, e quindi maggioranze parlamentari, diverse. Perché il sistema parlamentare questo lo consente, a differenza del sistema presidenziale che, al contrario, irrigidisce dando mandato ad un singolo che permane per un certo tempo, anche se combina sfracelli come nel caso di Trump e non lo schiodi se non mandandolo davanti a un tribunale. Il sistema parlamentare consente al contrario di liberarsi dei corpi morti e di fare resuscitare un corpo vivo. Può essere un vantaggio o meno: ci sono difensori ed oppositori del sistema parlamentare, ma in questa nostra esperienza esso ha dimostrato la qualità della flessibilità, che è poi qualità dei vivi e non dei morti. I morti sono rigidi.</p>



<p><strong>Un governo con una base parlamentare così ampia potrebbe essere una buona occasione per tentare qualche riforma di sistema?</strong><br>Abbiamo visto che il metodo usato per le grandi riforme che sono state tentate non funziona. Se mettiamo insieme la riforma di una cinquantina articoli, come fecero Berlusconi nel 2005 e Renzi nel 2016, il corpo elettorale li boccia. Intanto perché, mettendo tutto assieme, violento la libertà degli elettori costringendoli, se chiamati al referendum confermativo, ad una scelta binaria: prendere o lasciare. Mi ricordo che avevo suggerito di spacchettare la riforma Renzi, perché ad esempio si poteva essere d’accordo con l’abrogazione del CNEL, d’accordo a ricentralizzare alcune competenze regionali, ma al tempo stesso in disaccordo sul tipo di Senato che veniva fuori da quella riforma. Il suggerimento non è stato accettato perché Renzi probabilmente pensava di incassare tutto e invece è rimasto a secco.</p>



<p><strong>E poi perché non funzionano le grandi riforme?</strong><br>Il secondo motivo per cui non funziona tale metodo è perché una riscrittura profonda della Costituzione non avviene perché un genio della lampada si sveglia un mattino e scrive una lenzuolata di nuovi articoli, tra l’altro redatti in burocratese stretto. L’art. 70 della Costituzione nella sua versione originaria e per fortuna ancora vigente è composto da nove parole: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Nelle riforme proposte a quest’articolo c’era un delirio di rinvii, centinaia di parole con rimandi a questo e quell’altro testo legislativo. Sa perché è avvenuto questo?</p>



<p><strong>Ce lo spieghi.</strong><br>Perché la nostra Costituzione è figlia di una pagina tragica della storia seguita a una dittatura di vent’anni, ai bombardamenti, a una guerra civile. Quella fu un’esperienza affratellante per liberali, comunisti, cattolici, socialisti che tutti insieme, in diciotto mesi, scrissero una nuova Costituzione. Il quarto Presidente degli Stati Uniti si chiese una volta se non fosse una ferita alla democrazia il fatto che si vincolino le generazioni successive alla generazione che ha scritto la Costituzione. Non dovrebbe ogni generazione potersi impadronire non soltanto dei governi ma anche delle Costituzioni? </p>



<p><strong>Quale fu la risposta?</strong><br>No, perché la generazione costituente ha il merito storico di avere restituito al suo popolo la libertà, come accadde per l’Italia, o l’indipendenza come accadde agli americani. E così come nessuno ha la possibilità di scegliere la terra in cui nascere o l’aria del suo primo respiro, così non tutte le generazioni possono darsi una Costituzione. Per fortuna questi tornanti della storia non si ripetono molto spesso perché sono tragici, e io non credo siamo adesso di fronte ad uno di questi tornanti. Credo tuttavia che alcune riforme siano utili.</p>



<p><strong>Il governo Draghi proporrà delle riforme?</strong><br>Osservo che questo governo appena nato non ha un Ministro per le riforme, e forse la cosa gli porterà bene, però ciò implica che non scommette sulle riforme costituzionali come caposaldo del proprio programma. Almeno una riforma penso però che dovrà essere fatta, quella elettorale, perché abbiamo tagliato i numeri del Parlamento. Questo implica un effetto maggioritario indiretto perché funziona come un collo di bottiglia: meno posti a tavola significa meno commensali, e quindi le forze politiche minori hanno una difficoltà se non una impossibilità ad essere rappresentate. Inoltre subiamo una disparità territoriale perché la riduzione finisce con il penalizzare le regioni più piccole. Quindi una legge elettorale che si adegui alla riforma costituzionale andrà fatta. Dopodiché sarebbe probabilmente utile intervenire per punti specifici senza mettere troppa parte al fuoco. Ad esempio vedrei bene un riordino delle competenze regionali, dopo tutto quello che abbiamo visto durante questa pandemia.</p>



<p><strong>Il superamento del bicameralismo non lo vede come una priorità?</strong><br>Noi abbiamo un bicameralismo perfetto che non ha nessun altro Paese. I costituenti votarono un ordine del giorno in cui dissero: noi scegliamo la forma di governo parlamentare però dobbiamo costruire degli anticorpi contro l’assemblearismo, dei meccanismi di stabilizzazione dei governi. Io personalmente opterei per il meccanismo tedesco della sfiducia costruttiva, in cui si può mandare a casa un governo solo se contestualmente se ne costituisce un altro, mentre noi in Italia abbiamo sperimentato la fiducia distruttiva, perché Conte ha avuto la fiducia dopodiché se n’è dovuto andare a casa. Il bicameralismo in fondo è una garanzia, come è una garanzia che esista un giudice d’appello rispetto a quello di primo grado. Le Istituzioni, come gli uomini, sono imperfette, e dobbiamo quindi dotarci di anticorpi contro la loro fallibilità.</p>



<p><strong>In pandemia il diritto alla salute è sembrato prevalere su tutti gli altri, anche sui diritti afferenti alla dimensione economica. È presente in Costituzione una gerarchia tra diritti fondamentali, che vanno tutelati in modo diverso?</strong><br>L’articolo 32, che sancisce il diritto alla salute, lo dichiara fondamentale, ed è l’unico diritto che la Costituzione dichiara fondamentale. È dunque evidente che primum vivere, però i diritti costituzionali si pongono in linea orizzontale, mai verticale. Non c’è e non ci può essere una gerarchia perché altrimenti giungeremmo alla tirannia di un valore sugli altri. La fatica della politica, e poi del giudice costituzionale, che deve scrutinare le scelte della politica, è quella di bilanciare questi diritti. Dipende dalle situazioni. Un caso emblematico è quello dell’Ilva: diritto al lavoro contro diritto alla salute. La Corte costituzionale, in una sentenza che venne scritta dal professor Silvestri prima che divenisse presidente della Consulta, cercò di bilanciarli.</p>



<p><strong>Sarà compito di questo governo cercare di bilanciare il diritto alla crescita economica con quello alla salute?</strong><br>Bisogna assicurare degli onesti compromessi nella vita come nel diritto. Kelsen diceva che la democrazia è compromesso, e il Parlamento è il luogo in cui si scrivono i compromessi. Ma per farlo occorrerebbe una capacità di ascolto. In Parlamento invece spesso tutti parlano e nessuno ascolta.</p>
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		<title>La sindrome di Stoccolma del PD e l’esigenza di un nuovo partito riformista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 12:52:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le regioni ricorrono al Tar contro il Governo. Le famiglie ricorrono al Tar contro le regioni. Il Governo ricorre al Consiglio di Stato contro le regioni che ricorrono al Tar. Un Paese scollato, avvitato, in perenne conflitto, in cui è venuta meno la fiducia nelle Istituzioni e nella comunità. Sono venuti meno i punti di riferimento, le certezze, il riconoscimento e il rispetto delle competenze, in una strisciante crisi di&#8230;</p>
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<p>Le regioni ricorrono al Tar contro il Governo. Le famiglie ricorrono al Tar contro le regioni. Il Governo ricorre al Consiglio di Stato contro le regioni che ricorrono al Tar. Un Paese scollato, avvitato, in perenne conflitto, in cui è venuta meno la fiducia nelle Istituzioni e nella comunità. Sono venuti meno i punti di riferimento, le certezze, il riconoscimento e il rispetto delle competenze, in una strisciante crisi di valori innescata da questo governo ma che affonda le proprie radici nelle riforme mancate o mal realizzate negli ultimi trent’anni. La riforma del 2016 avrebbe di molto migliorato il quadro ma è stata usata per combattere una battaglia personale, tanto da chi l’ha proposta quanto da chi l’ha bocciata. L’ennesima occasione mancata. Forse la più importante degli ultimi decenni.</p>



<p>I contrasti tra regioni e Governo non possono essere ricondotti a una banale quanto irresponsabile guerriglia politica tra i governatori di centrodestra e il governo giallo-rosso. L’impressione netta che si ricava da questo ricorrere continuo di tutti contro tutti è che il Governo non è mai stato capace di trasmettere fiducia e sicurezza. In ultimo, la confusione creata intorno ai criteri per determinare il colore delle regioni e l’assenza di un piano trasparente per le vaccinazioni ha generato un clima di sospetto e smarrimento tanto diffuso da coinvolgere ormai anche i giovanissimi.</p>



<p>E infatti il fallimento di questo Esecutivo si misura in modo particolare nella disfatta delle politiche per la scuola. Quella che doveva essere LA priorità, già da marzo 2020, è divenuta la Caporetto del Paese. La stessa ministra della Pubblica Istruzione ha parlato di fallimento della didattica a distanza. L’Italia pagherà per anni e forse per decenni la superficialità con cui il Conte due ha gestito l’istruzione durante la pandemia da Covid-19.</p>



<p>Per tutto questo risulta davvero incomprensibile la sindrome di Stoccolma che ha colpito il Partito Democratico, ispirato da Bettini, ormai prigioniero del M5S ma, soprattutto, di Giuseppe Conte. Pur di andare contro Matteo Renzi, che nella sua vita politica ne ha combinate più di Bertoldo ma che alla maggioranza &#8211; questa volta &#8211; ha posto problemi reali e cogenti, è stato trasformato l’attuale capo del Governo nell’unto del Signore, nel predestinato, insostituibile. Il perfetto contrario di quanto ha sempre praticato il PD, unico partito italiano di matrice non padronale, non personale, realmente scalabile.</p>



<p>La scena dei due senatori che hanno avuto la viltà di palesarsi soltanto a tempo scaduto, dopo che si era malamente chiusa anche la seconda chiama sulla fiducia al Conte bis, è una delle pagine più meste degli ultimi lustri della Repubblica.</p>



<p>Non si governa a qualunque costo, non si governa restando sotto scacco di un manipolo di senatori disperati, senza arte né parte. Non si governa il Paese con un movimento né con un premier che pur di restare al comando è disponibile a scendere a patti pure con Mastella e Ciampolillo.</p>



<p>Tra le elezioni, di fronte alle quali bisogna sempre porsi con rispetto, perché rappresentano comunque il volere dei cittadini, e l’arrocco al Conte la Qualunque ci sono diverse alternative che c’è il dovere di vagliare in modo responsabile, per consentire all’Italia di affrontare con dignità le sfide dei prossimi mesi.</p>



<p>Questo potrebbe altrimenti rappresentare davvero l’ultimo atto del PD, nato con Romano Prodi per unire i riformisti italiani e finito per federare, con Bettini e Di Maio, i demogrillini, che alla libertà preferiscono il dogma, alla competenza l’uniformità, allo sviluppo il sussidio, alla competizione l’inciucio di palazzo. Sempre di più al ribasso. La sua attuale dirigenza ha il dovere di rispettare la tradizione liberal-democratica che ha animato la creazione del Partito Democratico italiano. Ne va della dignità di una comunità.</p>



<p>L’alternativa è di rinunciare definitivamente alla propria missione fondante, abdicare alla propria vocazione maggioritaria che nulla c’entra con la richiesta di ottenere la maggioranza assoluta dei voti per poter governare da soli. Queste aspirazioni, queste richieste, nella storia antica e recente, sono appartenute ad altre tradizioni. Meno liberali e meno democratiche. Né tantomeno si combinano con la legge elettorale proporzionale, la più distante da quel Mattarellum che ha garantito governabilità e alternanza delle contrapposte coalizioni al governo del Paese.</p>



<p>L’alternativa è di abbandonare il PD all’irrilevanza culturale e politica cui verrà condotto dalla nascita del partito di Conte, già battezzato Italia 23, e costituire &#8211; come ha proposto uno dei nostri più apprezzati autori, Alessandro Maran &#8211; un partito riformista alternativo ai sovranisti e ai demogrillini, con un appello ad andare oltre le piccole identità e gli inutili personalismi. “In fondo &#8211; ha scritto Maran &#8211; uno statista supera il test cruciale della leadership (il criterio di Mosè) quando sposta la sua società da un ambiente che gli è familiare a un mondo che non ha mai conosciuto”. Quello, aggiungiamo noi, dei veri riformisti democratici e liberali.</p>
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		<title>Vincenzo De Luca: sono stracandidato. Avrei chiuso la Campania in 24 ore. Voto a settembre è sconvolgente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2020 20:56:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello di oggi è un giorno importante per l’Italia: cadono le barriere tra le regioni. È stato corretto trattare l’intero territorio nazionale come un’unica area?Credo di no. Io ho sollevato delle perplessità relative al metodo seguito. Avrei preferito che il governo nazionale avesse fissato un criterio oggettivo per l’apertura della mobilità. La mia proposta era: togliamo i nomi delle regioni perché altrimenti ci si espone a polemiche e strumentalizzazioni. Decidiamo&#8230;</p>
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<p><strong>Quello di oggi è un giorno importante per l’Italia: cadono le barriere tra le regioni. È stato corretto trattare l’intero territorio nazionale come un’unica area?</strong><br>Credo di no. Io ho sollevato delle perplessità relative al metodo seguito. Avrei preferito che il governo nazionale avesse fissato un criterio oggettivo per l’apertura della mobilità. La mia proposta era: togliamo i nomi delle regioni perché altrimenti ci si espone a polemiche e strumentalizzazioni. Decidiamo che da una regione si può partire tranquillamente se, ad esempio, per quindi giorni o un mese i contagi sono al di sotto delle cinquanta o delle cento unità. Questo criterio non è stato adottato e si è dunque deciso di andare alle riaperture senza base oggettiva. Ormai la decisione è stata presa.</p>



<p><strong>La Campania adotterà misure particolari?</strong><br>Adotteremo qualche misura di prevenzione in più, ad esempio prenderemo la temperatura a chi viene dalle regioni interessate e, laddove risulti superiore ai 37 gradi e mezzo, procederemo al test rapido. Un minimo di ragionevolezza e buonsenso per evitare l’accendersi di focolai sui nostri territori. Io sono per prendere comunque atto che siamo ormai di fronte a una nuova fase e per fare in modo che in questa nuova fase si valorizzino la solidarietà e l’unità nazionale. Credo che dovremo accogliere, ferme restando le precauzioni dette, tutti i cittadini che vengono dalle regioni più colpite dal virus con grande senso di accoglienza e con spirito fraterno.</p>



<p><strong>La Campania è oggettivamente stata una delle regioni che ha affrontato meglio la pandemia sia dal punto di vista sanitario che nell’assistenza ai cittadini più deboli. Quali sono stati i passaggi chiave?</strong><br>La questione è stata affrontata su due piani, quello sanitario e quello socio-economico. Sul piano sanitario credo che si sia fatto davvero un miracolo. Si tenga conto che siamo usciti da un commissariamento decennale della sanità solo due mesi prima dell’inizio della pandemia. Abbiamo dovuto fare cose da paese in guerra, come liberare in tempi rapidissimi interi reparti, o convertire interi ospedali a strutture covid-dedicate, e ancora separare negli ospedali, con percorsi dedicati, i malati covid dagli altri. Abbiamo poi rivolto una grande attenzione alle residenze sanitarie per anziani. Riporto un dato: nella provincia di Bergamo ci sono stati 2.000 decessi nelle RSA. In Campania, in tutta la Regione, quasi sei milioni di abitanti, su 99 residenze abbiamo avuto 16 decessi. Abbiamo evitato di ospedalizzare tutti i pazienti, ma credo sia stato decisivo avere anticipato di quindici giorni alcune misure di chiusura rispetto ad altre regioni e rispetto al livello nazionale.</p>



<p><strong>I tempi sono stati essenziali?</strong><br>Abbiamo assunto la decisione, e questo ha richiesto un po’ di coraggio, di chiudere la movida, di chiudere i parchi, di sospendere l’attività del pubblico impiego. Ci siamo assunti la responsabilità di chiudere con quindici giorni di anticipo. Questo credo che ci abbia salvato. Infine, sempre sul piano sanitario, abbiamo avuto una risposta di eccellenza dalle nostre strutture. In Italia magari non tutti se ne sono accorti e abbiamo dovuto aspettare che i giornali americani raccontassero che il Cutugno, un ospedale di Napoli, è risultato il più efficace al mondo nella cura del Coronavirus.</p>



<p><strong>E sul piano socio-economico?</strong><br>È stato avviato un grande piano del valore di quasi un miliardo. Abbiamo deciso di dare 2.000 euro di contributi alle microimprese chiuse per il virus, e in tre mesi questo contributo ha raggiunto 130.000 imprese. Abbiamo dato un contributo di 1.000 euro ai professionisti, 60.000 pagamenti; aumentato di 300 euro per quattro mesi la cassa integrazione dei lavoratori stagionali del settore turistico e stanziato risorse per le famiglie con disabili e per quelle con minori al di sotto dei quindici anni. Infine abbiamo fatto una cosa di cui siamo orgogliosi: abbiamo raddoppiato tutte le pensioni minime per i mesi di maggio e giugno. Stiamo parlando di 230.000 pensionati. Uno sforzo gigantesco, per il quale devo ringraziare i dirigenti dell’Inps, di cui siamo francamente orgogliosi. Abbiamo deciso e abbiamo pagato.</p>



<p><strong>Quello che lei racconta mostra che tutto ciò si poteva fare. Una delle critiche principali, tra quelle rivolte al governo, è di aver tardato moltissimo nella erogazione dei fondi a favore dei cittadini. Perché a livello regionale si è riusciti a farlo e a livello nazionale no?</strong><br>Diciamo che ci sono stati problemi, via! Sono situazioni complicate che vanno affrontate avendo quasi l’ossessione nell’amministrare. Bisogna avere un rigore e una tenacia davvero al limite dell’ossessione. Capiamoci bene: in Italia veniamo da decenni di palude burocratica, e se devo essere sincero non c’è stato nessun governo che abbia avuto né gli attributi, né la capacità, né il coraggio per affrontare di petto il problema. Questa è la verità e questa è la principale emergenza dell’Italia. Noi facciamo le polemiche con l’Unione Europea: “ci vogliono i soldi, dateci soldi!”, ma sono certo che se arrivassero domani mattina 100 miliardi di euro non saremmo in grado di spenderli con queste macchine amministrative.</p>



<p><strong>È colpa della cosiddetta burocrazia?</strong><br>Da cinque anni chiedo, scontrandomi con l’opportunismo di tutte le forze politiche, di cancellare la figura del reato di abuso in atti d’ufficio, così come prevista dalla legge Severino. L’Italia, andando avanti così, rimarrà paralizzata. Una autentica oscenità dal punto di vista del diritto. In un Paese in cui ci sono 150.000 leggi, centinaia di migliaia di regolamenti e norme d’attuazione, un codice degli appalti che cambia ogni sette mesi, abbiamo una legge che prevede che per una condanna per abuso di ufficio in primo grado un dirigente pubblico riceve automaticamente il dimezzamento dello stipendio, il demansionamento e il trasferimento a settori non operativi. Ma lei pensa che in queste condizioni ci sarà un dirigente pubblico disposto a mettere più una firma? Ma le pare che nel Paese del diritto si debba immaginare una figura di reato che non distingue tra piano amministrativo e piano penale? Con questo groviglio burocratico l’errore amministrativo è dietro l’angolo. Un conto è commettere l’errore in una procedura amministrativa, altro conto è essere dei ladri, prendere tangenti, fare concussione. Ma è tanto difficile comprendere che bisogna almeno distinguere i due piani? Bene, ad oggi non abbiamo fatto nulla. Mi pare di aver letto che il Presidente del Consiglio intenda mettere mano a questa figura di reato. Mi auguro che lo faccia e l’Italia torni a essere un Paese civile dal punto di vista del diritto.</p>



<p><strong>Se Codogno fosse stato in Campania, lei avrebbe aspettato il governo nazionale per chiudere tutta la regione?</strong><br>Avrei chiuso dopo 24 ore.</p>



<p><strong>Si poteva fare?</strong><br>Lo abbiamo fatto in alcuni territori. Ad Ariano Irpino, che è più grande di Codogno, abbiamo messo in quarantena la città e i comuni limitrofi. Abbiamo messo in quarantena tutto il Vallo di Diano, perché in seguito ad alcune manifestazioni e cerimonie più o meno religiose si era determinato un focolaio estremamente pericoloso: abbiamo messo tutto in quarantena. Ci siamo permessi di farlo anche quando hanno celebrato un funerale, facendo un corteo in un comune. Io penso che di fronte a pericoli come quelli rappresentati da un’epidemia bisogna avere il coraggio di decidere. Per quello che mi riguarda, chi è competente o non competente lo vedo dopo, prima prendo la decisione. Se aspettiamo sempre di chiarire tutto quello che è aggrovigliato in Italia moriamo di carte bollate, e moriamo in questo caso anche di epidemia.</p>



<p><strong>Quindi avremmo potuto chiudere le regioni?</strong><br>Avrei chiuso sicuramente. Ovviamente si può ragionare sull’ambito del territorio da chiudere, sono scelte delicate. Vorrei essere chiaro: io non mi permetto di dare suggerimenti, ma ci sono regioni in cui l’epidemia è stata davvero una tragedia di proporzioni immani. Parlo di quello che avrei fatto io nella mia regione, ecco, parlo di me e non di altri.</p>



<p><strong>Che ne pensa dei commercianti e dei piccoli imprenditori che sono stati multati per aver organizzato una manifestazione di protesta, in modo civile e ordinato, rispettando le distanze?</strong><br>C’è l’immagine di un Paese geneticamente propenso all’opportunismo, di un Paese del “mezzo mezzo” e del “fai finta”, un Paese nel quale non si decide mai una cosa fino in fondo, e non si fa mai la verifica laica delle conseguenze delle leggi che si approvano o degli atti che si pongono in essere. Mica ci si rende conto di quale è poi la realtà concreta. Questo dei commercianti è uno degli esempi dell’Italia del “mezzo mezzo” e del “fai finta”. Io credo che tanti operatori economici, in modo particolare del mondo del commercio e dell’artigianato, meritino rispetto perché hanno vissuto davvero mesi pesanti: mi riferisco soprattutto a piccoli e piccolissimi esercenti. In Campania da quando abbiamo deciso a quando sono arrivati i soldi sui conti correnti sono passate tre settimane: una bella prova di efficacia amministrativa e di concretezza.</p>



<p><strong>Poi però vediamo migliaia di persone chiamate dai partiti in piazza, senza alcuna protezione. C’è qualcosa che non torna?</strong><br>Quello che davvero stona &#8211; e dal mio punto di vista è intollerabile – è la strafottenza di esponenti politici nazionali che danno vita a manifestazioni sgangherate, volgari, prive di stile e provocatorie. Ma lei pensa che in un Paese serio, nella giornata in cui si celebra la festa dell’unità nazionale, possa essere tollerato che non ci si raccolga intorno alla figura del Presidente della Repubblica che rappresenta l’Italia, e si mettano in piedi delle provocazioni? Ma ci vuole tanto a capire che fare il 2 giugno una manifestazione, quale che sia la forza politica che la promuove, è una provocazione ed è un’offesa alla dignità dell’Italia? Ci vuole tanto a capirlo? Il 2 giugno dovete fare la manifestazione?! È stato un atto di provocazione e di volgarità da parte di qualche personaggio che quando era al governo, come vicepresidente del Consiglio, si è rifiutato di andare in piazza a celebrare il 2 giugno. Adesso pare che si sia convertito sulla via di Damasco: un altro esempio di opportunismo e di cialtroneria politica da parte di un noto esponente sovranista che non nomino per non fargli pubblicità gratuita.</p>



<p><strong>Lei ha parlato di rabbia che sale nei cittadini, soprattutto a causa delle difficoltà economiche che questa pandemia ha creato. La rabbia è destinata a salire ancora con l’aumentare della crisi che esploderà nei prossimi mesi?</strong><br>Guardo con grande preoccupazione a quello che succederà in autunno. Per tornare ai commercianti, sono convinto che se le decisioni prese dal governo &#8211; che sono giuste &#8211; si fossero tradotte in risultati concreti, i commercianti e gli artigiani avrebbero capito. Ma è chiaro: se prendi una decisione e i soldi non arrivano, se ti impegni a dare la cassa integrazione e poi magari la cassa integrazione deve essere anticipata addirittura dagli imprenditori, è evidente che la gente inizia a innervosirsi e perde fiducia nelle Istituzioni. Io mi auguro che ci sia un’operazione di sburocratizzazione radicale, che si utilizzino al meglio i fondi europei, facendola finita ovviamente con le volgarità sovraniste, le stupidaggini che abbiamo sentito.</p>



<p><strong>Si può fare a meno dell’Europa?</strong><br>Ho sentito qualche settimana fa: o ci danno 100 miliardi, 200 miliardi, oppure faremo da soli. Faremo da soli: e che facciamo da soli?! Le pastiere, i babà, i cannoli, che facciamo da soli?! Sono cose da pazzi. Hanno diffuso l’idea che al nostro Paese fosse doveroso regalare 100 o 200 miliardi di euro così, senza colpo ferire. Quando si dice che l’Europa ci chiederà delle condizioni, la risposta è che quelle condizioni dovremmo porle noi a noi stessi. Evitare di utilizzare questi miliardi per rigonfiare la spesa pubblica, utilizzare queste risorse per creare lavoro, economia, creare innovazione tecnologica, creare politiche ambientali serie, sono tutte richieste che dovrebbero partire innanzitutto da noi nei confronti del nostro governo. Io mi auguro che queste risorse siano utilizzate al meglio, che si abbia il coraggio di fare una sburocratizzazione radicale, che si metta un’impresa, un imprenditore in condizione di realizzare la propria attività in 24 ore non in 24 anni, mi auguro che se dobbiamo fare il dragaggio in un porto non siamo condannati più a perdere cinque anni di tempo, ma lo facciamo come capita a Rotterdam in due settimane. Se ci sarà questa svolta radicale, credo che avremo una possibilità di reggere. Questo è un Paese che non vuole morire. Possiamo fare miracoli con le energie che abbiamo nel campo dell’imprenditoria, della scienza e della ricerca. Dobbiamo superare la palude burocratica nella quale davvero ogni energia rischia di spegnersi.</p>



<p><strong>Come è possibile che il governo non dica ancora con chiarezza che useremo il Mes?</strong><br>Per motivi di ottusità ideologica, di stupidità ideologica. Diciamolo più correttamente: bisogna essere davvero imbecilli. Parliamoci con chiarezza, un conto è avere condizionalità che mettono a repentaglio l’autonomia internazionale, altro conto è dire “mettiamo a disposizione dell’Italia 70 miliardi di euro, con tassi di interesse quasi a zero, assicurando il risparmio di centinaia di milioni di interesse, a condizione di avere la garanzia che queste risorse siano utilizzare per migliorare il sistema sanitario e non per rigonfiare la spesa pubblica improduttiva”. A me pare del tutto ragionevole che il governo dica all’Italia e all’Europa che, se ne avremo necessità, utilizzeremo anche il Mes, così come è configurato. Non è un attacco all’autonomia nazionale ma una richiesta di chiarezza nell’impiego di queste decine di miliardi di euro.</p>



<p><strong>Perché questo non avviene?</strong><br>Perché purtroppo abbiamo nel governo componenti politiche che vivono di questa lunga scia di ideologismi e di imbecillità, che abbiamo ascoltato per anni e anni. Questa imbecillità rispetto all’Europa fa il paio con un’altra imbecillità, che abbiamo ascoltato per dieci anni: il movimento dei no vax, dell’uno vale uno. Quando si sta al governo e bisogna fare in modo che le decisioni assunte si traducano in pagamenti reali agli imprenditori, allora viene fuori il fatto che è una stupidaggine dire “uno vale uno”. Se vuoi governare devi avere capacità di governo, capacità di padroneggiare la macchina amministrativa, esperienza di governo, altro che “uno vale uno”. Sono curioso di vedere se i no vax si faranno il vaccino contro il Covid quando sarà scoperto. Andrò a indagare, voglio vedere se lo fanno.</p>



<p><strong>La Fondazione Einaudi ha promosso la raccolta delle firme che ha portato all’indizione del referendum per l’abrogazione della legge sul taglio dei parlamentari. Il prof. Cottarelli ha dimostrato che il taglio comporterebbe un risparmio ridicolo per il bilancio dello Stato. Lei cosa ne pensa?</strong><br>La legge sul taglio dei parlamentari è una iniziativa demagogica che non serve assolutamente a niente. È una delle tante espressioni di demagogia del nostro Paese. Io sono per toglierli i parlamentari. Se il problema è risparmiare perché fermarsi a 600 milioni di euro? Riduciamo tutto a 50 milioni. Anzi, non li paghiamo proprio, riduciamo la politica al censo, alla ricchezza familiare. Riduciamo la politica al volontariato. Vediamo chi è in grado di fare politica così. Sa qual è l’unico risultato concreto che otterremo se passerà la riforma? Avremo dei collegi elettorali immensi e il rapporto tra l’eletto e il suo territorio diventerà ingestibile, perché un conto è avere un collegio limitato, che consente il rapporto con i cittadini, altro conto è avere collegi grandi quanto tutta una regione. Si voteranno i simboli ma il rapporto tra cittadino ed eletto scomparirà completamente. Il problema è il risparmio economico? Stiamo parlando di stupidaggini, non cambierà il bilancio dello Stato con questa riforma.</p>



<p><strong>Il taglio dei parlamentari risolverebbe almeno il problema della funzionalità del Parlamento?</strong><br>Il problema vero sono i regolamenti parlamentari. Se non cambiano i regolamenti parlamentari puoi averne cento, duecento, mille ma non cambia l’efficacia dell’azione legislativa. Abbiamo leggi scritte da persone che sono in guerra con la grammatica e la sintassi. Vanno decifrate con l’algoritmo. C’è un tale abbassamento della qualità amministrativa che la cosa fa impressione. In Campania abbiamo fatto una bella esperienza quando si è trattato di discutere del famoso vitalizio. In Campania il vitalizio è stato superato, come in tutta Italia: c’è una indennità di 600 euro che viene concessa dopo una legislatura parlamentare. Io mi sono permesso di inserire una premessa nella legge che ha cambiato il vitalizio. Nella legge regionale così è scritto: i consiglieri regionali che intendono rinunciare ai 600 euro possono farlo con una semplice comunicazione al presidente del Consiglio regionale. Nessuno è andato a firmare, neppure quelli che sono per l’uno vale uno e che promuovono il taglio dei parlamentari. Tanto per descrivere il livello di credibilità e di serietà di quelli che fanno finta di essere i moralisti, sulla pelle degli altri. Molte cose sono cambiate: quelli che hanno votato questa legge sul taglio dei parlamentari sono gli stessi che sostenevano, qualche anno fa, che bastava un avviso di garanzia per essere costretti a dare le dimissioni. Poi abbiamo avuto sindaci che hanno avuto non uno ma dieci avvisi di garanzia e continuano a fare i sindaci. Il livello di demagogia del nostro Paese è arrivato a punte inimmaginabili. Da questo punto di vista la vicenda drammatica del Covid ha riportato un po’ tutti con i piedi per terra.</p>



<p><strong>Condivide la scelta di votare a settembre per le elezioni amministrative?</strong><br>Qui abbiamo un altro problema. Uno dei motivi di critica che io ho rivolto al governo è proprio nella fissazione della data per le elezioni regionali. Siamo di fronte ad una vicenda che è sconvolgente. C’è un decreto nazionale che dichiara lo stato di emergenza fino a fine luglio. Quel decreto è già stato modificato. Come abbiamo visto sono state aperte le fabbriche, gli uffici, le attività alla persona, le palestre, ora apriamo anche gli stadi. È tutto aperto in Italia, la circolazione è libera. Avevamo proposto di andare a votare l’ultima settimana di luglio, cioè tra due mesi, non domani mattina. Con quale motivazione? La prima è che già siamo in ritardo di tre mesi, e poi siamo convinti che a settembre sarà un inferno, sia perché a settembre avremo l’inizio dell’epidemia di influenza, sia perché rischiamo di avere un ritorno del Covid, ma soprattutto perché dobbiamo aprire l’anno scolastico. Se andiamo a votare il 20 settembre, come è stato ipotizzato, dobbiamo fare la sanificazione tre o quattro giorni prima, poi collocare i seggi elettorali, votare e poi sanificare nuovamente gli ambienti. Dove c’è il ballottaggio, si arriva a ottobre. Ma è possibile essere così irresponsabili e non votare l’ultima settimana di luglio? Aprire l’anno scolastico quest’anno non sarà un fatto banale. La Campania ha deciso di fare i tamponi a tutto il personale scolastico, docente e non docente. Ci stiamo preparando, da fine agosto a tutto settembre, a fare un lavoro di controllo e prevenzione nelle scuole e nelle università. Ma vi pare possibile che dovendo fare tutto questo lavoro rinviamo le elezioni a settembre? Siamo a livelli di totale irresponsabilità. Hanno paura di votare e chi ha più paura di votare sono quelli che sono andati in piazza ieri a rivendicare il voto nei confronti del presidente del Consiglio. Però per le regionali non vogliono votare. Che Paese!</p>



<p><strong>Questo mi lascia immaginare che lei sarà candidato?</strong><br>Sono stracandidato. A Dio piacendo.</p>



<p><strong>Lei viene definito “lo sceriffo”, per la determinazione e il rapporto diretto che ha instaurato con i cittadini. Che ruolo hanno i partiti nella politica oggi?</strong><br>C’è in atto un processo generale che riguarda la personalizzazione della politica. Può piacere o non piacere, ma oggi una forza politica senza leader fa fatica a imporsi. È una tendenza che si è ormai affermata a livello internazionale. Noi in modo particolare abbiamo un problema che riguarda la selezione delle classi dirigenti. A volte si ha la sensazione che in Italia la selezione venga fatta in negativo, non in positivo. Antonio Gramsci parlava del rapporto tra il grande uomo e il cameriere: fare il deserto per emergere e distinguersi. A volte i mezzi leader che abbiamo nel nostro Paese hanno interesse più a fare il vuoto intorno a sé che a valorizzare le competenze e le energie o quelle espressioni politiche che sulla base della realtà e della verifica dei fatti hanno dimostrato una qualche capacità. La selezione delle classi dirigenti in qualche misura è saltata in tutti i partiti. A questo bisogna aggiungere un altro problema: non c’è chiarezza sui grandi problemi, c’è ambiguità, c’è un impapocchiamento generale. O confusione o demagogia.</p>



<p><strong>Si discute molto sul tema della sicurezza ultimamente in Italia. È un problema vero?</strong><br>Per me il tema della sicurezza è decisivo, ed è un tema che riguarda la povera gente, chi vive la propria vita sociale nei quartieri, nei parchi pubblici, nelle ville comunali. Chi ha i miliardi la sua vita sociale se la vive altrove. Io mi sono limitato a dire una cosa semplice in questi anni: il tema della sicurezza ha due facce, che sono ugualmente essenziali. La prima, irrinunciabile, è quella della solidarietà umana: se perdiamo l’anima, la politica perde ogni significato. Io non credo che possiamo far morire la gente in mare, non credo che possiamo girare la testa quando abbiamo persone che lottano per avere il pane. Poi c’è un’altra faccia, quella della tutela, della serenità di vita dei cittadini e delle loro famiglie. Se io torno a casa di sera e trovo gente ubriaca che minaccia mia figlia o mia nipote, non guardo in faccia nessuno. Dico che deve andare in galera chi rompe le scatole. Non credo che questa sia repressione, significa rispetto delle regole. Quindi accoglienza per la povera gente, ma chi delinque, spaccia droga e minaccia la serenità di vita delle nostre famiglie deve essere messo nelle condizioni di non nuocere. Non mi pare di fare ragionamenti estremistici ma di tenere insieme solidarietà e anche diritto della nostra gente di vivere in serenità e in tranquillità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/06/03/raco-de-luca-sono-stracandidato/">Vincenzo De Luca: sono stracandidato. Avrei chiuso la Campania in 24 ore. Voto a settembre è sconvolgente</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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