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	<title>Leadership Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Leadership Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Parlamento Europeo: Roberta Metsola è la nuova Presidente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jan 2022 14:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Roberta Metsola, con 458 voti, è stata nominata Presidente del Parlamento Europeo. È la più giovane Presidente di sempre, eletta il giorno del suo quarantatreesimo compleanno. Terza donna a ricoprire tale carica dopo Simone Veil e Nicole Fontaine. La sua storia professionale, ma anche privata, è una storia molto europea. Classe 1979, formazione giuridica, appassionata di politica fin da giovane, dal Partito nazionalista maltese, affiliato al Ppe, è divenuta eurodeputata&#8230;</p>
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<p>Roberta Metsola, con 458 voti, è stata nominata Presidente del Parlamento Europeo. È la più giovane Presidente di sempre, eletta il giorno del suo quarantatreesimo compleanno. Terza donna a ricoprire tale carica dopo Simone Veil e Nicole Fontaine.</p>



<p>La sua storia professionale, ma anche privata, è una storia molto europea. Classe 1979, formazione giuridica, appassionata di politica fin da giovane, dal Partito nazionalista maltese, affiliato al Ppe, è divenuta eurodeputata nel 2013.</p>



<p>La maltese ha collezionato, oltre ai voti del suo partito, quelli dei Socialisti e Liberali, assieme al consenso di Conservatori e Riformisti. La maggioranza Ursula ha lasciato spazio ad una maggioranza ancor più vasta, inclusiva anche nei confronti dei sovranisti che ora hanno guadagnato un posto al tavolo delle decisioni.</p>



<p>In questa inedita sfida per la leadership europea, tutta al femminile, i Verdi e il gruppo della sinistra Gue hanno incassato qualche consenso in più rispetto al numero di eletti dei loro gruppi, un segno di dissenso che non è stato però sufficiente per proclamare vittoria.</p>



<p>Pur essendo rappresentante del Partito popolare europeo, Metsola ha lavorato nella Commissione Libertà Civili anche su tematiche più vicine all’ala sinistra del Parlamento, scrivendo report sulla redistribuzione dei richiedenti asilo e contro l’omofobia e discriminazioni di genere.</p>



<p>Alcune sue posizioni, in particolare quelle antiabortiste, sembravano ostacolare, almeno in un primo momento, la sua elezione. Tuttavia, Metsola ha dichiarato di voler pienamente rimettersi alle decisioni del Parlamento, affermando che le sue posizioni sui diversi temi, aborto compreso, saranno quelle dell’Aula.</p>



<p>È decisa l’intenzione di perseguire l’impegno del suo precursore, Sassoli, sempre attento al dialogo e alla cooperazione; “voglio rafforzare la cultura del dibattito” ha infatti affermato la neo eletta.</p>



<p>Ascoltando il suo discorso di insediamento, si odono parole carismatiche e di profondo rispetto per le istituzioni europee. La Metsola ha ribadito che, al giorno d’oggi, vi sono pressioni che inducono gli Stati europei a erigere muri e costruire nuovi confini, annullando la freedom zone europea, così da lei denominato lo spazio Schengen nel suo spot elettorale.</p>



<p>“Coloro che cercano di distruggere l’Europa sappiano che questo Parlamento la difenderà (…) per coloro che minacciano lo stato di diritto sappiano che non indeboliranno l’unità di questo Parlamento” – è una Europa forte, pragmatica, quella delineata da queste parole.</p>



<p>E ancora, la maltese cita Adenauer, toccando poi i più disparati argomenti: dalla tutela delle minoranze alle crisi che imperversano negli estremi confini ucraini e bielorussi, fino al green deal, definito come “un’occasione per l’Europa per reinventarsi”.</p>



<p>Altra tematica affrontata dalla Presidente, è la disinformazione. Fortemente posta in risalto dalla crisi pandemica, essa è un male che ha alimentato isolazionismo e nazionalismo, due false illusioni agli antipodi di ciò che è la vera anima europea. È nella celebrazione delle differenze, e nell’armonia e nell’inclusione, che va cercato lo spirito d’Europa.</p>



<p>Sarà così? Alcuni temono che, dietro queste buone intenzioni, si celi l’impossibilità di ottenere fatti concreti &#8211; dubbio dovuto soprattutto alla presenza di elementi sovranisti nella nuova coalizione. Avranno realmente le forze progressiste meno potere decisionale? Vi saranno derive nazionalistiche in Parlamento?</p>



<p>Sicuramente un cambiamento nella scena politica è avvenuto, il precedente equilibrio si ritrova ora decentrato, con un fronte europeista più debole nella contrattazione. Eppure, la linea dettata dal primo discorso di Metsola da Presidente sembra voler mantenere determinante il ruolo dell’Europarlamento, presentando un’Europa unita che non si lascia scalfire da egoismi e manie di protagonismo degli Stati membri. Noi ci auguriamo che sia così. Buon lavoro Presidente.</p>
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		<title>Giovanni Diamanti: serve una leadership in grado di aggregare i giovani, che abbia un&#8217;idea sostenibile di mondo, di sviluppo, di impresa e di lavoro. Basta con la politica dei No</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/06/05/raco-diamanti-serve-una-leadership-in-grado-di-aggregare-i-giovani-che-abbia-unidea-sostenibile-di-mondo-di-sviluppo-di-impresa-e-di-lavoro-basta-no/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jun 2021 08:08:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In occasione della Giornata mondiale dell&#8217;Ambiente, possiamo dire che in Italia non c’è mai stato un forte movimento ambientalista. Perché?C’è sicuramente un partito storico, i Verdi, che non ha mai raggiunto percentuali paragonabili a quelle degli altri paesi europei ma che ha giocato un ruolo storico. Un partito che, nonostante una piccola e limitata organizzazione, quando è stato presente sulla scheda elettorale, è riuscito a ottenere sempre risultati superiori a&#8230;</p>
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<p><strong>In occasione della Giornata mondiale dell&#8217;Ambiente, possiamo dire che in Italia non c’è mai stato un forte movimento ambientalista. Perché?</strong><br>C’è sicuramente un partito storico, i Verdi, che non ha mai raggiunto percentuali paragonabili a quelle degli altri paesi europei ma che ha giocato un ruolo storico. Un partito che, nonostante una piccola e limitata organizzazione, quando è stato presente sulla scheda elettorale, è riuscito a ottenere sempre risultati superiori a quelli attesi. Alle ultime Europee, ad esempio, Europa Verde ha superato anche la sinistra. In diverse regioni ha eletto consiglieri regionali, prendendo più voti di partiti con una solida organizzazione alle spalle. Ciò significa che questa sensibilità, questo interesse c’è anche in Italia e uno zoccolo duro ambientalista nel nostro Paese comunque esiste.</p>



<p><strong>Cosa dicono i sondaggi?</strong><br>In tutti i sondaggi che abbiamo realizzato è apparso sempre più evidente che in Italia esiste una identità ambientalista ed ecologista. Ciò significa che in questa fase storica una federazione di partiti e movimenti verdi può avere anche in Italia uno sbocco interessante.</p>



<p><strong>Ne approfitteranno un po’ tutti i partiti, convertendo i propri programmi?</strong><br>Un tempo quello ecologista era un tema che si limitava al centrosinistra e alla sinistra radicale. Oggi invece è sempre più trasversale ma si differenzia nella narrazione, nell’approccio che ogni partito dedica all’ecologia. L’ala più conservatrice, ad esempio, guarda al lato della conservazione del paesaggio; a sinistra si valorizza di più la sostenibilità. Ci sono diverse narrazioni di un tema che ormai è però diventato universale. Questo da un lato limita una potenziale forza ambientalista, dall’altro lato evidenzia una identità sempre più ecologista, soprattutto tra i giovani, che potrebbe trovare lo sbocco in un partito verde anche in Italia.</p>



<p><strong>Movimenti come quelli guidati da Greta Thunberg che tipo di seguito hanno avuto nel nostro paese?</strong><br>Forse in Italia ha avuto meno successo che altrove ma è indubbio che sia arrivato anche qui. Serve però una leadership in grado di aggregare, soprattutto i giovani. Questo è quello che ancora manca. Non c’è una leadership, un riferimento in cui i giovani possano ritrovarsi.</p>



<p><strong>Come fare?</strong><br>Le leadership si possono costruire. Se questo è l’obiettivo, quello di coinvolgere i giovani, serve parlare la loro lingua. Magari sarà una donna a lanciare questo segnale alla politica. Ci sono spazi per creare una leadership nuova e penso che il futuro sia positivo per un movimento ecologista che cerchi di interpretare queste sensibilità.</p>



<p><strong>Sulla base di quale programma?</strong><br>Di sicuro serve una narrazione del mondo che abbia un taglio ecologista, una narrazione diversa del mondo e della società che abbia una chiave di lettura green. In Italia uno dei tanti freni al movimento ecologista, soprattutto quello legato alle esperienze del primo centro-sinistra, è stato di essere considerati troppo di sinistra e troppo legati al No, al rifiuto di qualunque proposta, alla rivendicazione di una identità molto radicale, molto anti sistema. È ciò che i verdi non dovrebbero essere oggi.</p>



<p><strong>Quale deve essere la giusta narrazione?</strong><br>I verdi, per avere successo, dovranno cercare una narrazione propria fatta di proposte e chiavi di lettura coerenti tra di loro, che parlino di un’idea di mondo. Non basta un’idea di paese. Ma non deve essere chiusa nella classica “sinistra del No”, che molti italiani hanno nel proprio immaginario collettivo. Bisogna avere un’idea di sviluppo, di impresa, di lavoro, qualcosa che i verdi storici non sono stati capaci di mostrare.</p>



<p><strong>Che succederà alle prossime elezioni?</strong><br>Tutti i partiti coloreranno di verde qualche pagina del proprio programma. La vera sfida di un vero movimento verde dovrà essere quella di trovare una chiave per mostrarsi più forti e credibili e per offrire una narrazione più completa sul tema dell’ambiente. Solo così si riuscirà a emergere. Chi si sente verde a livello di identità è in grado di individuare la differenza tra chi colora qualche pagina di verde e chi ha un programma realmente attento alla transizione ecologica.</p>
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		<title>Governo Draghi occasione unica per superare divisione dell&#8217;area liberal-democratica in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 12:27:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Continua il confronto avviato da ilcaffeonline sul modo in cui le tradizioni politiche italiane ed europee affronteranno i cambiamenti di scenario dovuti alla pandemia. Pubblichiamo il contributo di Gianluca Susta, già vicepresidente dell&#8217;ALDE Group al Parlamento Europeo e capo-delegazione della Margherita. Il Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, sul Corriere della Sera del 24 febbraio, ha posto con lucidità il tema della mancanza di riferimenti politici per l&#8217;area liberal-democratica&#8230;</p>
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<p><em>Continua il confronto avviato da ilcaffeonline sul modo in cui le tradizioni politiche italiane ed europee affronteranno i cambiamenti di scenario dovuti alla pandemia. Pubblichiamo il contributo di Gianluca Susta, <em>già vicepresidente dell&#8217;ALDE Group al Parlamento Europeo e capo-delegazione della Margherita</em>.</em></p>



<p>Il Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, sul Corriere della Sera del 24 febbraio, ha posto con lucidità il tema della mancanza di riferimenti politici per l&#8217;area liberal-democratica nel nostro Paese.</p>



<p>Il ripiegamento su stessa della politica italiana, l&#8217;incapacità di guardare le vicende politiche al di là del proprio naso, l&#8217;incoerenza tra scelte nazionali e scelte europee di forze politiche e loro leadership che dovrebbero avere, invece, saldi riferimenti nelle famiglie europee, richiede oggi un cambiamento radicale di approccio e una coerenza coraggiosa, guardando proprio all&#8217;esperienza europea. Vale per tutti, ma vale soprattutto per l&#8217;area liberal-democratica.</p>



<p>Sono non da oggi tra i fautori di una “Margherita 2.0” che, in un quadro che pare orientarsi verso un sistema fondamentalmente proporzionale, guardi all&#8217;esperienza di Renew Europe, nata nel 2019, con l&#8217;ingresso di “En marche” di Macron, sulle ceneri dell&#8217;Alleanza dei Liberali e Democratici Europei, promossa dai liberali dell&#8217;ELDR (poi divenuto Alde party) e dal Partito Democratico Europeo (PDE) dopo le elezioni europee del 2004.</p>



<p>Per dirla in sintesi occorre riprendere quell&#8217; esperienza e dare vita a una “cosa” che sia la proiezione politica in Italia di Renew Europe, che unisce il liberalismo dell&#8217; “Alde Party” con la tradizione democratica e liberalsociale del Partito Democratico Europeo che, fin dal 2004, è stata la casa europea della Margherita presieduta da Francesco Rutelli.</p>



<p>La crisi di sistema sfociata nel Governo Draghi spinge le forze politiche a scomporsi e ricomporsi in un&#8217;ottica che ha come riferimento le grandi famiglie europee.</p>



<p>Mi pare di poter azzardare la previsione che in Europa il M5S verrà assorbito dal Gruppo socialista, presidiato da PD e LeU e l&#8217;intergruppo formato da queste forze in Senato, oltre alla rivendicazione dell&#8217;esperienza del Governo Conte II, siano segni inequivocabili della direzione presa dal nuovo corso della sinistra democratica e del PD in particolare. </p>



<p>Non si può, inoltre, non vedere la marcia di avvicinamento della Lega al PPE, da tempo “casa comune” di Forza Italia e UDC. E la stessa presidenza da parte di Giorgia Meloni del Partito Conservatore Europeo (ECR), che raccoglie la destra euroscettica e nazionalista, indica il profilo che vuole assumere Fratelli d’Italia.</p>



<p>In questo quadro solo la famiglia liberal-democratica, da sempre terza o quarta forza al Parlamento Europeo, parte determinate della “maggioranza Ursula”, resta priva di riferimenti nel panorama politico italiano.</p>



<p>Non so se Renzi voglia davvero indicare a Italia Viva questo obiettivo, come anche alcuni parlamentari a lui vicini hanno lasciato intendere nei giorni scorsi. Tutto lascia presumere di sì e ciò è bene e anche gli altri leader delle formazioni “di area” dovrebbero cogliere questa opportunità.</p>



<p>Penso che questo obiettivo sia ciò che si attende una fetta significativa di opinione pubblica; che in questa direzione va l&#8217;appello firmato da personalità di diversa estrazione apparso su Linkiesta qualche giorno fa, poi ripreso dal Corriere e su cui è intervenuto il Presidente della Fondazione Einaudi. </p>



<p>So che da sole Azione, Italia Viva, +Europa, Demos, Base Italia, ecc. non possono più concepirsi come “cespugli” sotto una metaforica e rassicurante “quercia”, in un centro sinistra di derivazione ulivista che non ha più senso in uno schema maggioritario bipolare travolto dagli eventi.</p>



<p>E penso che occorra riprendere, pur nell&#8217;emergenza che viviamo o forse proprio per questo, un disegno di riforma complessivo delle nostre Istituzioni che ripensi al rapporto tra Stato centrale e governance locale; al rapporto tra governabilità e rappresentanza; tra libertà economica e giustizia sociale, temi a cui la cultura liberale e democratica nonché il popolarismo hanno dedicato gran parte della loro elaborazione politica (si pensi a Sturzo, Dahrendorf, Popper, Ropke, solo per citarne alcuni).</p>



<p>Una sfida grande, in cui il riferimento alla Margherita non è tanto per la sua collocazione, visto che quella esperienza era funzionale a caratterizzare in senso “democratico”, all&#8217;interno di un sistema bipolare, un centro sinistra destinato ad essere invece caratterizzato in senso “socialista”quanto all&#8221;intuizione, che fu soprattutto di Rutelli, di dare vita ad un partito unendo e non dividendo ciò che c&#8217;era di disponibile e indicandone, immediatamente, la proiezione europea nella famiglia liberal-democratica.</p>



<p>Chi come me non vive (più) la dimensione politica nazionale e da tempo non frequenta “il palazzo” può dire che nella base del corpo elettorale la divisione in tanti frammenti dell&#8217;area liberal-democratica è vissuta come un grave e grande limite, che va superato con uno sforzo di generosità e di sapiente visione, analogo a quello che compirono nel 2001 i promotori della Margherita i quali non avevano meno ragioni di diversità e, in qualche caso, di risentimento tra loro per scelte precedenti, di quanto non abbiano oggi le formazioni e i leader che dovrebbero concorrere a definire questa operazione.</p>



<p>Ecco perché bisogna sforzarsi di includere il più possibile tutto ciò che si muove in quest&#8217;area, fin dai primi passi. A mio giudizio hanno…abbiamo… una sola opzione: provarci! Perché un&#8217;occasione come questa potrebbe non ripresentarsi per lungo tempo.</p>
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		<title>La questione democratica</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/02/20/nannicini-la-questione-democratica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 13:36:23 +0000</pubDate>
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<p>Incazzat*<em>, avvilit</em>*, o forse tutt’e due. Così ci sentiamo in molti per il fatto che i tre ministri del Pd nel governo Draghi siano tutti uomini. Ora si parla di una “questione femminile”. Va bene, d’accordo. Ma in verità quella scelta, sbagliata e staccata dalla realtà, è il sintomo di una “questione democratica”: di come il Pd vive la selezione politica e la sua funzione di partito nazionale. Il problema non nasce oggi. Segretario, vicesegretario, capigruppo a Camera e Senato, anche il presidente del partito prima della nomina di Gentiloni in Europa: tutti uomini. E non è solo un tema di donne. Il Pd non sa più selezionare classi dirigenti senza usare una logica correntizia.</p>



<p>Le correnti non sono l’unico problema, si dice. Certo, ci mancherebbe. Le correnti sono utili quando si basano su idee e culture politiche, fanno vivere il pluralismo e aiutano la partecipazione democratica in una grande organizzazione di massa. Ma è ormai da tanto che le nostre si sono ridotte a filiere di potere. Il problema quindi non sono le correnti, ma queste correnti, questo Pd. Anche quando scegliamo i commissari nelle regioni o nelle federazioni provinciali (ruoli a cui nessuno ambisce), lo facciamo in base al Cencelli delle correnti: perché qualcuno ha paura che una minima deviazione da quella logica potrebbe aprire il campo a giovani, donne, movimenti sociali, esperienze e competenze che non arrivano dalla cooptazione oligarchica.</p>



<p>Quando i partiti erano comunità cementate da una missione collettiva — pur con tutte le asprezze della lotta politica interna che c’erano anche allora e sempre ci saranno — si selezionavano persone diverse per ruoli diversi in base alle loro esperienze e capacità, si facevano crescere dirigenti testandoli. C’era una selezione politica basata su un’idea di “servizio”, sulla capacità di creare valore per la propria comunità costruendo idee, soluzioni, partecipazione e consenso (parentesi per i più svagati: no, non è un caso che abbia usato la parola “servizio” e non “merito”). Invece, oggi, la prima preoccupazione è tarpare le ali a qualsiasi persona che si muova fuori da logiche correntizie.</p>



<p>La questione democratica non ha effetti perversi solo sulla parità di genere, ma su tutte le dimensioni del nostro stare insieme. Prendiamo il rapporto con la leadership. Quando si sentono nell’angolo, le nostre filiere di potere si affidano a leadership muscolari per cavalcarne il consenso, salvo poi impedirgli di mettere in discussione certi equilibri e scaricarle al primo giro di giostra. Dal canto loro, i leader di turno pensano di usare quelle filiere per prendersi il partito con l’idea di ridimensionarle dopo, finendo invece per essere divorati dalla tigre che pensavano di cavalcare.</p>



<p>Prendiamo, ancora, il rapporto con l’unità del partito, tanto cara, si dice, ai nostri militanti. È giusto che un partito sia unito intorno a valori e obiettivi forti, pur facendo vivere il pluralismo delle idee (e delle storie) al suo interno. Ma l’unità di questo Pd non è quasi mai una sintesi di idee: è un patto di sindacato tra filiere di potere che pensano a garantirsi la sopravvivenza. L’unità è vissuta come collusione oligarchica, non come sintesi democratica: sta qui la nostra questione democratica.</p>



<p>Se questa analisi ha qualche elemento di verità, anche la lotta per affermare una vera parità di genere deve tenerne conto. Sul piano tattico e su quello strategico. Quando ho criticato a caldo l’errore di tre ministri uomini proponendo che adesso tutti i vice e sottosegretari Pd siano donne, qualcuno mi ha criticato perché i “contentini” sarebbero ancora più scandalosi, perché la toppa sarebbe peggiore del buco. Non avendo fatto io il buco, mi sarei potuto limitare a criticarlo senza proporre toppe, ma quella proposta non aveva nessun intento risarcitorio, anzi. </p>



<p>In politica, quando subisci una scelta sbagliata non firmi appelli, ma capisci se la reazione a quell’errore può aprire un varco per destrutturarne le cause. Ora scegliendo solo donne si limiterebbero spartizioni già in atto, e gli uomini già in fila per spartirsi quei posti su logiche correntizie riceverebbero il messaggio che quelle logiche non li garantiscono più, che si è superato il limite e tocca cambiare (e tra parentesi: altro che contentino, si tratta di posti chiave).</p>



<p>Il fatto che dietro a quella proposta non ci siano intenti risarcitori, ma la voglia di cambiare metodo destrutturando quello che c’è e non funziona, per me è evidente dal fatto che non può essere confusa con la proposta, avanzata da altri, di nominare un vicesegretario donna. Questa sì che sarebbe una toppa peggiore del buco, se fosse fatta solo perché serve una figurina al femminile. </p>



<p>Nella nostra comunità, ci sono politiche di primo piano che hanno espresso con coraggio e intelligenza una linea politica molto diversa dal patto di sindacato delle nostre correnti, pagandone un prezzo. Se si vuole dare un segnale che si è capito l’errore e si vuole cambiare questo Pd, si dica apertamente che si vuole cambiare linea. I nomi — e ce ne sono tanti di valore al femminile — sono una conseguenza della linea politica, non viceversa.</p>



<p>Questo mi porta all’ultimo punto, legato alla strategia non alla tattica. In un’intervista pre-governo Draghi mi era capitato di proporre questa equazione: leadership plurali e inclusive uguale parità di genere. La scorciatoia del leader carismatico l’abbiamo già provata varie volte e abbiamo visto come è andata. Non è un caso che ogni volta che si parli di leadership forti, muscolari, alla fine ci si riferisca sempre a uomini. Se invece cambiassimo metodo e iniziassimo a parlare un po’ più di idee, di valori e di leadership plurali, di sicuro spunterebbe anche qualche nome femminile. E sarebbe un bene per il Pd e per il Paese. </p>



<p>Su questo dovrebbe concentrarsi chi ha a cuore la parità di genere: sulla costruzione di una coalizione di donne e uomini intorno a una visione diversa del nostro stare insieme. Non abbiamo bisogno di una corrente rosa, ma di un nuovo Pd. Per questo, è giusta la richiesta avanzata da molte affinché se ne parli in una direzione del Pd e non solo nella Conferenza delle donne. Anzi, questa richiesta quella Conferenza avrebbe potuto anticiparla, convocandosi in forma aperta a tutti i membri della direzione — uomini e donne — interessati a questa discussione.</p>



<p>Per ripetermi: non è una questione femminile, ma una questione democratica. E non sono solo le donne a pagarne il prezzo. Chi si ribella a quella logica, a Roma o nei territori, paga un prezzo salato. Non si contano le energie, la voglia di fare politica e le competenze che ci siamo persi per strada perché hanno sbattuto la testa contro il muro di gomma di un Pd chiuso e oligarchico. Ci sono interi territori abbandonati dal nostro partito, con commissari e dirigenti che nessuno vede e che garantiscono soltanto il patto oligarchico tra gruppi dirigenti, tenendo lontane le energie che si muovono nella società. </p>



<p>Nel 2018, tanti elettori hanno votato 5 Stelle non perché non vedevano l’ora di mettersi in fila per il reddito di cittadinanza, ma perché non ne potevano più di stare in fila nel rapporto clientelare con una politica che spesso era anche la nostra. Quei metodi sono ancora tra noi, nonostante Renzi avesse promesso di “rottamarli” e Zingaretti di “superarli”. Nessuno dei due ce l’ha fatta. Forse, perché non può essere un leader a farlo. Serve uno sforzo collettivo, coerente, diffuso, plurale. Serve una discussione su come rifondare il modo in cui facciamo politica. Non vogliamo chiamarlo congresso? Chiamiamolo big bang. Ma facciamolo presto.</p>
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