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	<title>Medio Oriente Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Medio Oriente Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Sul Cristo deposto a Leopoli e sul valore simbolico dell&#8217;arte in tempo di guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 10:58:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La morte di Letizia Battaglia ci ricorda quanto potenti siano le immagini d&#8217;arte e quelle fotografiche in particolare. Non c&#8217;è altro da aggiungere.&#160;Qualche anno fa, correva il tempo delle orribili imprese dell&#8217;ISIS in Medio Oriente, ricordo un servizio tra le macerie inerti, in cui si distinguevano, iconici, alcuni gialli accesissimi: un frammento di taxi o il probabile impermeabile di un bambino, testimonianze residue di una vita ostinata dove tutto intorno&#8230;</p>
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<p>La morte di Letizia Battaglia ci ricorda quanto potenti siano le immagini d&#8217;arte e quelle fotografiche in particolare. Non c&#8217;è altro da aggiungere.<br>&nbsp;<br>Qualche anno fa, correva il tempo delle orribili imprese dell&#8217;ISIS in Medio Oriente, ricordo un servizio tra le macerie inerti, in cui si distinguevano, iconici, alcuni gialli accesissimi: un frammento di taxi o il probabile impermeabile di un bambino, testimonianze residue di una vita ostinata dove tutto intorno era morte e distruzione.</p>



<p>Ora Leopoli, col suo Cristo disceso dalla croce, trascinato nel sepolcro di un bunker col suo seguito di dolenti. Nicodemo e Giuseppe d&#8217;Arimatea potrebbero ben essere i due attendenti che hanno avuto il compito di seppellire la splendida statua del XV secolo nel tentativo di sottrarla alle ingiurie belliche.</p>



<p>Seppellire, seppellire, seppellire i vivi, i morti, i redivivi. Che triste primato hanno le guerre! Tutte le guerre. Le opere d&#8217;arte non sono meno vittime di quel capolavoro incompiuto che è l&#8217;uomo; anch&#8217;esse soffrono, si fanno metafora, il loro valore simbolico è tale da indurre le genti a salvarle, salvarle come si fa con i deboli, nella speranza di potere vederle tornare a splendere in un futuro migliore.</p>



<p>L&#8217;Italia sa cosa significhi questa pratica funebre transitoria, per averla praticata clandestinamente durante la Seconda guerra mondiale contro i nazisti e, paradossalmente, contro gli stessi italiani che parteggiavano (Sic) per i nazisti.</p>



<p>A futura memoria, come quando Morehshin Allahyari celava dentro il corpo opalino di statue riprodotte in stampa digitale 3D, le testimonianze fotografiche e filmiche degli scempi che i miliziani dell&#8217;ISIS compivano sugli originali scultorei ormai distrutti.</p>



<p>Il valore universale dell&#8217;arte anticipa così il valore meno universale dell&#8217;essere umano.<br>&nbsp;<br>Chissà, tra cinquant&#8217;anni i pronipoti di Putin verranno alla Cattedrale di Leopoli in pellegrinaggio o come allegri turisti per ammirarne le bellezze, e forse nemmeno percepiranno il danno di queste settimane, dei prossimi mesi, dimentichi della barbarie perpetrata dai propri avi a persone e cose. Perché gli uomini e le donne dimenticano. Così è la storia, così è la guerra, così è la vita. Quale vita, poi, non saprei dire.<br>&nbsp;<br>In questa Pasqua di sangue, la ripetizione all&#8217;infinito delle Vie Crucis per le strade cristiane amplifica a dismisura quel trasporto funebre eccezionale. Speriamo che tale amplificazione di immagini gli dia più senso.</p>
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		<title>Mustafa è arrivato in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Lupo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2022 07:22:00 +0000</pubDate>
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		<title>Il Gioco delle Potenze e del Potere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Ristagno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Oct 2021 16:48:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo parte, di fatto, della generazione che non ha vissuto la guerra fredda o la caduta del muro di Berlino, ma che ha preso coscienza dell’esistenza di un mondo ben più grande e complesso proprio con l’inizio della guerra al terrore</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’<strong>attentato alle torri gemelle</strong> è, per chi scrive, il primo vivido ricordo di un momento storico decisivo. Siamo parte, di fatto, della generazione che non ha vissuto la guerra fredda o la caduta del muro di Berlino, ma che ha preso coscienza dell’esistenza di un mondo ben più grande e complesso proprio con l’inizio della<strong> guerra al terrore</strong>. </p>



<p>Oggi, 21 anni dopo, dalle nostre televisioni e social media, ci giungono video e notizie di un altro <em>turning point</em> della storia contemporanea: il <strong>ritiro delle truppe USA e alleate dall’Afghanistan</strong>. Questo evento, se letto insieme agli sviluppi degli ultimi anni nella regione indo-pacifica (QUAD; AUKUS) e alle crescenti sfide che qui si pongono alla leadership americana, rappresenta la fine di un capitolo della storia recente al quale segue un riallineamento della strategia geopolitica statunitense.<br></p>



<p>La <strong>Cina</strong>, non più l’Unione Sovietica o il terrorismo internazionale infestano gli incubi dell’élite americana ed occidentale. È dal 2013 che la Cina, con <strong>Xi Jimping</strong>, muovendosi su un piano economico, diplomatico e militare, continua a costruire ed incrementare la propria legittimazione come sfidante dell’ordine egemonico americano.</p>



<p><br>Dal 2013 al 2017 la Cina registra una delle più veloci crescite economiche del mondo con una media di crescita reale intorno al 7% annuo. Nel 2014 avviene per la prima volta il<strong> sorpasso dell’economia cinese</strong> su quella americana, facendone la più grande nazione commerciale del mondo.</p>



<p><br>La crescita repentina del PIL, il sempre più importante peso economico internazionale e gli ambiziosi investimenti hanno permesso la creazione di partenariati ed accordi commerciali con i Paesi limitrofi e altri in via di sviluppo e la conseguente penetrazione nei mercati globali attraverso progetti mastodontici come l’iniziativa della Via della Seta. <strong>Relazioni</strong>, queste, rivelatesi fondamentali nel consentire alla Cina di svolgere un ruolo da protagonista nel corso dell’attuale pandemia.</p>



<p><br>La mancanza di clausole di condizionalità e di rispetto dei diritti umani fondamentali favorisce poi la pervasività degli investimenti cinesi in aree come l’Africa, l’Indo-Pacifico ed il Medio Oriente, erodendo in quelle regioni la tradizionale capacità di pressione economico-politica della coalizione occidentale.</p>



<p>Non c’è però sviluppo economico senza <strong>tecnologia</strong>. È in questo campo che forse possiamo assistere ad un vero e proprio “balzo in avanti” della Cina. Potenza che, nel giro di pochi anni, è riuscita a dotarsi di un programma per la corsa allo spazio, a modernizzare le proprie forze armate e, attraverso il <em>terraforming</em> di isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale, a forzare gli equilibri nella regione indo-pacifica.</p>



<p><br>Ed è proprio la crescente importanza di questa regione nello scacchiere internazionale la causa dietro un maggiore impegno americano nell’area, che proprio nei giorni scorsi si è concretizzato nell’accordo <strong>AUKUS</strong>. Accordo che prevede una partnership militare e la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare all’Australia, alleato fondamentale nella regione, fortemente dipendente dall’economia cinese e allo stesso tempo preoccupato dal crescente protagonismo della Cina e della sua marina.</p>



<p>USA e Cina saranno prevedibilmente i principali protagonisti delle decadi a venire, attori che rimodelleranno gli equilibri e le strutture della politica internazionale. Rimane da chiarire però come in futuro si svilupperà questa relazione fra le due potenze ed i loro alleati. Richiamando Graham Allison e la sua Trappola di Tucidide: “sono gli USA la Sparta del V secolo, potenza egemonica impaurita dalla crescente influenza della Cina-Atene e quindi inevitabilmente destinata allo scontro decisivo?”</p>
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		<title>Discorso sullo Stato dell’Unione, Von Der Leyen: &#8220;Rendiamola più forte, insieme&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Sep 2021 13:21:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 15 settembre, a Strasburgo, la Presidente Von Der Leyen ha pronunciato il discorso sullo Stato dell’Unione dinanzi al Parlamento europeo. Ascoltando l’insieme di progetti e riforme in agenda si comprende che la linea Von Der Leyen è riassumibile nella frase di De Gasperiana memoria, “politica vuol dire realizzarsi”. Seppur non troppo dettagliate, le proposte di cui la Presidente ha discusso delineano un cambio di passo. Si auspica maggiore pragmatismo.&#8230;</p>
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<p>Il 15 settembre, a Strasburgo, la Presidente Von Der Leyen ha pronunciato il discorso sullo Stato dell’Unione dinanzi al Parlamento europeo. Ascoltando l’insieme di progetti e riforme in agenda si comprende che la linea Von Der Leyen è riassumibile nella frase di De Gasperiana memoria, “politica vuol dire realizzarsi”. </p>



<p>Seppur non troppo dettagliate, le proposte di cui la Presidente ha discusso delineano un cambio di passo. Si auspica maggiore pragmatismo. Forte centralità è stata data alla valorizzazione e al rafforzamento dell’anima della nostra Unione. Viene ritratta un’Europa forte, unita nelle avversità e nella ripresa, un’Europa dove valori come la libertà, la diversità e la responsabilità verso gli altri tornano al centro assieme alle grandi tematiche e alle sfide del nostro tempo.</p>



<p>Vi sono state inconsistenze e incomprensioni tra gli stati membri dell’Unione, la stessa Presidente lo ammette, pur affermando che “per quanto sia imperfetta, la nostra Unione è straordinaria nella sua unicità e unica nella sua straordinarietà”. Alcuni hanno letto tra le linee soltanto tanta retorica. Sicuramente quello della Von Der Leyen è un discorso volutamente privo di polemiche. Eppure, si è rivelato decisamente ricco di riflessioni. </p>



<p>La pandemia è stata un acceleratore formidabile in termini di sforzi congiunti e collaborazione tra gli Stati membri: di ciò l’integrazione europea ne ha sicuramente giovato. Il Covid-19 ha colto tutti allo sbaraglio ma, nonostante questo, la Commissione è stata in grado di raggiungere obiettivi essenziali nell’azione di contenimento del virus, ed ora, con l’autorità operativa HERA, s’appresta a “garantire che mai più nessun virus trasformi un’epidemia locale in una pandemia globale”.</p>



<p>Sulla politica fiscale, la Presidente presenta NextGenerationEU – primo esempio di debito comune – come un investimento a lungo termine. Sicuramente una discussione profonda riguardante il patto di stabilità emergerà nei prossimi mesi, i cui equilibri saranno fortemente influenzati dal voto per la leadership tedesca.</p>



<p>Nuovo e con una impronta decisa è l’intento di presentare una nuova legge europea sui semiconduttori, vitali nella produzione dei chip, settore del digitale oggi troppo dipendente dall’Asia. “Non si tratta solo di competitività. Si tratta anche di sovranità tecnologica”. La Commissione è convinta della qualità della ricerca e produzione europea.</p>



<p>Intrecciato con ricerca e sviluppo è il programma ALMA, proposto sulla falsariga dei programmi di scambi europei già esistenti, il quale consentirà ai giovani NEET di fare una esperienza professionale in un altro paese europeo. </p>



<p>In svariati passaggi del discorso viene richiamata l’attenzione al destino delle generazioni future; la pandemia ha causato un accumulo di “tempo perduto che non potremo più restituire ai nostri giovani” afferma infatti la Presidente, “questa deve essere la loro Conferenza”.</p>



<p>Altro tema toccato è stato il Green Deal. È netta la posizione della Von Der Leyen: l’Europa verserà ingenti finanziamenti per il clima ma essa non può agire da sola – la COP26 di Glasgow sarà il vero turning point sulle posizioni di tutta la comunità mondiale. L’annuncio da parte del Presidente cinese riguardante l’interruzione della costruzione di nuove centrali a carbone all’estero ha una notevole portata; pur non fermando le centrali interne del paese, la promessa di Xi Jinping denota un’attenzione a metodi di produzione energetici più rispettosi nei paesi in via di sviluppo dove la Cina opera.</p>



<p>Riguardo la geopolitica, la gestione del Medio Oriente è il principale scenario su cui l’Europa ha deciso di concentrarsi. Il ritiro degli Stati Uniti d’America dalla scena e le conseguenze della crisi afghana, ancora poco visibili, hanno sicuramente fatto emergere preoccupanti questioni all’interno della NATO.</p>



<p>La Presidente è stata ferma sul fatto che “non esistono problemi di sicurezza e di difesa per i quali la risposta sia una minore cooperazione”. L’Europa dovrà scegliere se restare dipendente, in modo esclusivo, dalla NATO o se vorrà seguire una linea più audace e diversa, quella di elaborare una strategia europea di difesa autonoma. </p>



<p>Romano Prodi, in un articolo pubblicato dal Messaggero, ha ipotizzato in tal senso una rivoluzione guidata dalla Francia – l’unico paese europeo a possedere il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e l’armamento nucleare, due strumenti necessari per permettere la costruzione di una difesa europea comune. Vedremo se i francesi coglieranno al volo questo consiglio o se preferiranno mantenere una linea nazionale.</p>



<p>Fortemente connesso all’instabilità del Medio Oriente, ma anche del continente africano, il tema dell’accoglienza di rifugiati e migranti rimane scottante. L’Unione è divisa tra chi difende la Convenzione di Dublino del 1990 e chi chiede nuove regole per la redistribuzione tra gli stati membri.</p>



<p>Gli argomenti trattati da Ursula Von Der Leyen sono stati innumerevoli. Il filo rosso che connette ogni tematica è sicuramente l’augurio della Commissione che l’Europa possa rafforzarsi ed essere unita di fronte alle sfide globali che l’attendono.</p>



<p>La Presidente ha ribadito più volte il bisogno non soltanto di mettere in campo ingenti strumenti economici e politici ma anche la necessità di coltivare uno spirito europeo. È quella stessa anima che spinse i padri fondatori a sedersi ad un tavolo e fondare l’Unione che la Von der Leyen auspica possa nuovamente riemergere. </p>



<p>È l’anima dell’Unione, allora nata tra le macerie di una guerra mondiale. Ritrovare quel sentimento è ciò che la Presidente ha invitato tutti gli stati membri a fare. Speriamo che l’appello venga accolto con determinazione.</p>
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		<title>Afghanistan: missione compiuta?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Aug 2021 16:05:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, dal pulpito della cattedrale di San Pietro e Paolo di Washington, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, annunciò la «guerra al terrorismo» con queste parole: «La nostra è una nazione pacifica, ma feroce quando viene spinta all’ira. Questa guerra è stata iniziata nei tempi e nei modi che altri hanno voluto. Essa finirà nel modo e nell’ora che&#8230;</p>
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<p>Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, dal pulpito della cattedrale di San Pietro e Paolo di Washington, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, annunciò la «guerra al terrorismo» con queste parole: «La nostra è una nazione pacifica, ma feroce quando viene spinta all’ira. Questa guerra è stata iniziata nei tempi e nei modi che altri hanno voluto. Essa finirà nel modo e nell’ora che sceglieremo noi».</p>



<p>Ora quel momento é arrivato. Dopo il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan con una decisione che ha posto fine alla guerra più lunga dell’America, alla fine di luglio il presidente Joe Biden ha annunciato anche la fine delle «operazione di combattimento» in Iraq ed il ritiro degli uomini in loco entro la fine dell’anno.</p>



<p>Entrambe le guerre, quella in Iraq in modo più controverso, sono scaturite dall’11 settembre e dalla guerra globale al terrorismo (e a quanti davano rifugio ai terroristi) lanciata da Bush. La guerra aveva anche l’obiettivo di impedire ai gruppi islamici estremisti di dotarsi di armi di distruzione di massa; ed il fatto che, nell’Iraq di Saddam Hussein, le WMD non siano mai state trovate, ha contribuito a trasformare la guerra in Iraq in uno dei più grandi fallimenti della politica estera americana.</p>



<p>La decisione di Biden relativa all’Iraq ha un significato perlopiù simbolico. Buona parte della missione statunitense é già confinata ad un ruolo di addestramento (oltre all’intelligence e alla consulenza) concepito per arginare un ritorno su larga scala dell’ISIS. Ma l’annuncio, accompagnato dalla decisione di lasciare l’Afghanistan, è comunque importante perché rappresenta un cambiamento storico nella politica estera americana.</p>



<p>Bush ed i falchi del suo entourage definirono la lotta contro il terrorismo islamico come la principale battaglia dell’epoca. Ma, vent’anni dopo, il quadro é cambiato completamente. L’America ora ritiene che la minaccia più grande venga dalla Cina. Washington spera perciò di tenere a bada il terrorismo globale con operazioni a distanza, affidandosi agli strike aerei e ai droni, senza doversi impantanare in guerre che durano decenni. </p>



<p>Quello di spedire centinaia di migliaia di soldati nel Medio Oriente (molti dei quali destinati a morire o a rimanere invalidi per tutta la vita), ora, a distanza di anni e con il senno di poi, sembra un approccio sin dall’inizio destinato a fallire.</p>



<p>Ma l’altra lezione che si può ricavare dai primi vent’anni del XXI secolo è che i sapientoni che a Washington si occupano di politica estera possono decidere quello che vogliono, ma non c’è modo di imporre al mondo la volontà dell’America.</p>



<p>Come Biden, anche i nemici degli Stati Uniti decidono quando è il momento di scegliere. Del resto, c’è un detto che i militari americani ripetono spesso: «The enemy gets a vote». Serve a ricordare che perfino il piano meglio elaborato ed eseguito può andare in tilt perché l’altra parte userà le proprie capacità, le proprie risorse e la propria determinazione per fregarti. E proprio in queste ore, approfittando del campo libero, i talebani continuano a riprendersi una contrada dopo l’altra.</p>
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		<title>Due popoli, due Stati? Ne manca uno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 May 2021 15:04:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Antisemitismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due popoli, due Stati. Si dice. Lo dice la politica italiana di fronte al dramma mediorientale, che&#160;sembra sempre uguale a sé stesso, ma che è più diverso di quanto appaia. Questo sapore di “déjà vu” del nostro dibattito lascia un senso di frustrazione, perché lava la nostra coscienza mentre recitiamo le nostre cantilene, ma non porta niente di nuovo (e di utile) a chi soffre. È bene porsi il problema&#8230;</p>
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<p>Due popoli, due Stati. Si dice. Lo dice la politica italiana di fronte al dramma mediorientale, che&nbsp;sembra sempre uguale a sé stesso, ma che è più diverso di quanto appaia. Questo sapore di “déjà vu” del nostro dibattito lascia un senso di frustrazione, perché lava la nostra coscienza mentre recitiamo le nostre cantilene, ma non porta niente di nuovo (e di utile) a chi soffre. È bene porsi il problema ora che si annuncia una tregua che purtroppo rischia di lasciare presto il campo ad altri conflitti armati; una tregua rispetto alla quale Unione Europea e Italia non hanno giocato alcun ruolo.</p>



<p>Due popoli, due Stati. D’accordo, ma aggiungiamo due postille. La prima è che ne manca all’appello uno, di Stati: quello del popolo palestinese. E che la politica di quello che c’è, Israele, rischia di allontanare ogni soluzione “bistatuale”. Lo so, la colpa è dei paesi arabi e dei palestinesi che non accettarono quella soluzione nel 1947 e nel 1967, e di chi ancora oggi predica la distruzione dello Stato d’Israele. Tutto vero. L’ho ripetuto mille volte anch’io. Ed è uno dei tanti motivi per cui anni fa mi sono avvicinato a “Sinistra per Israele”. Ma vogliamo svegliarci e dire che il tempo è passato per tutti, anche per noi? </p>



<p>Oggi le politiche di Netanyahu per la colonizzazione “etnica” di territori che non appartengono allo Stato d’Israele secondo il diritto internazionale rischiano di mettere una pietra tombale su qualsiasi ipotesi di Stato palestinese. Il punto è: come pensiamo di fermarlo? Questo è il problema che condiziona il presente.</p>



<p>Questo vecchio&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/11/19/la-mappa-bugiarda-su-israele-e-palestina/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo di Giovanni Fontana sul Post</a>&nbsp;demistifica la propaganda anti-israeliana, di chi vorrebbe che l’unico Stato che oggi c’è scomparisse dalle cartine geografiche. Quell’analisi, però, mette in luce che l’attuale aggressività d’Israele non è solo sproporzionata ma mal indirizzata, e rischia di affossare per sempre qualsiasi soluzione. Senza dimenticare che c’è un muro che non viene usato solo per difendersi, ma per alimentare miseria e povertà dall’altra parte.</p>



<p>La seconda postilla è che quella formula non vuol dire che servono due Stati “etnici” ma due società aperte. E la politica di Netanyahu ormai da anni va in un’altra, terribile direzione. Non è solo David Ben Gurion a rigirarsi nella tomba, ma anche Zeev Jabotinsky. Pure la destra israeliana ha sempre sottolineato che la prospettiva nazionale doveva andare a braccetto con l’universalismo dei diritti.</p>



<p>Netanyahu sta rottamando l’ingrediente democratico ed egualitario — nel senso di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge — del movimento sionista. Sancire per legge che Israele è lo “stato nazionale del popolo ebraico” non è stata solo una rivendicazione di principio, ma ha portato a concrete, inumane discriminazioni razziali.</p>



<p>Per questo nella crisi attuale quello che dovrebbe spaventare di più non sono i razzi di Hamas, ma le violenze interne della popolazione araba d’Israele, esacerbate anche del risentimento creato da politiche di apartheid. Per carità: dobbiamo combattere con tutte le nostre forze l’antisemitismo che si cela in tante proteste contro Israele in giro per l’Europa, ma questa denuncia sarà più forte se verrà accompagnata da una condanna concreta, non solo a parole, delle scelte che preparano uno Stato etnico e religioso.</p>



<p>Quando ho visitato Israele e i territori palestinesi per la prima volta, mi ricordo l’ansia che mi aggrediva dopo ogni conversazione, che ruotava intorno a un solo argomento: il fatto che ogni pietra che visitavamo, ogni luogo, dimostrava che “c’erano prima loro” (chiunque fosse il “loro” che parlava). Da noi i giovani dirigenti di partito studiano legge o economia, lì archeologia. </p>



<p>È la storia che non passa, che si fa presenza immanente, ti toglie il respiro e ti impedisce di vivere. L’unico momento (fugace) in cui quell’ansia e quel senso di oppressione mi hanno abbandonato è stato in un campetto di calcio, con bambine e bambini, israeliani e arabi, che rincorrevano insieme una palla. Una palla che corre al posto di pietre che ti schiacciano. La vita che fa capolino.</p>



<p>Forse è il tempo di cambiare come “parliamo” di quel dramma. Perché le parole hanno un loro potere. Dimentichiamoci anche noi un po’ della storia e delle nostre preferenze, e guardiamo negli occhi il presente, per quanto duro e difficile possa essere. E forse è anche il tempo di non limitarci alle parole, ma fare opere che possano raggiungere quelle bambine e quei bambini, aiutarli a costruire un futuro diverso per loro e per le loro terre.</p>
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		<title>«Si chiama diplomazia». Gli Stati Uniti, MBS e l’Arabia Saudita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 09:06:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non&#8230;</p>
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<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non punisce il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) colpevole, secondo l’intelligence americana, dell’omicidio e dello smembramento del columnist del Washington Post Jamal Khashoggi.</p>



<p>Il presidente americano Joe Biden ha promesso di mettere il principe ereditario saudita di fronte alle proprie responsabilità. Ed ora è accusato di permettergli di farla franca.</p>



<p>Dopo la pubblicazione del report della CIA, la Casa Bianca è sulla difensiva. Biden ha sanzionato 76 sauditi che avrebbero cercato di intimidire attivisti e giornalisti e ha intenzione di ricalibrare le relazioni degli Stati Uniti con il Regno. Sta mettendo fine alla partecipazione americana nella guerra in Yemen e ha sospeso una gigantesca vendita di armi ai sauditi. Inoltre, ha intenzione di negoziare con il rivale regionale dell’Arabia Saudita, l’Iran; e la stessa pubblicazione del report capovolge l’assoluzione di MBS da parte dell’amministrazione Trump.</p>



<p>Biden ha «squalificato» Riyadh ed è impensabile che ci capiti di vedere MBS nell’Ufficio Ovale. Ma ora deve affrontare le critiche che gli rimproverano di essersi rimangiata la promessa di fare dell’Arabia Saudita un «paria» per le sue violazioni dei diritti umani. Il columnist del New York Times, Nick Kristoff ha detto che non sanzionando personalmente il principe ereditario, Biden non ha dato una gran prova di sé e ha «lasciato andare un assassino».</p>



<p>La situazione difficile in cui si è cacciato Biden evidenzia i pericoli insisti nelle parole in libertà durante la campagna elettorale e riflette le acque torbide che i governi degli Stati Uniti devono solcare quando infilano la morale negli affari sporchi e «transactional» della politica estera. Ma il suo approccio prende atto anche della forza di un principe ereditario giudicato sconsiderato e senza scrupoli a Washington, ma che potrebbe presto diventare il re di un vecchio alleato degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita, si sa, è un partner essenziale nella lotta contro il terrorismo e rimane l’elemento chiave per stabilizzare i mercati petroliferi che potrebbero affossare la prosperità economica dell’America. Abbandonarlo renderebbe inoltre l’Iran, l’avversario principale degli Stati Uniti nel Medio Oriente, più potente.</p>



<p>Secondo alcuni, Biden dovrebbe confiscare i beni americani del principe ereditario e vietargli di entrare nel paese. Altri vorrebbero che Washington faccia capire chiaramente che la successione di MBS al trono renderebbe insostenibili le strettissime relazioni tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Ma separare la relazione dell’America con il Regno dalla relazione con il principe ereditario è impossibile. Oltretutto, quand’è stata, si chiedono in molti, l’ultima volta in cui gli Stati Uniti sono riusciti a dettare (efficacemente) l’assetto e la forma di governo dei regimi nel Medio Oriente?</p>



<p>Su Project Syndicate, il presidente del Council on Foreign Relations Richard Haass, ha spiegato perché gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non quella di mantenere i rapporti con il principe ereditario: «L’Arabia Saudita non è certo l’unico paese al mondo in cui gli Stati Uniti hanno a che fare con un leader pieno di difetti. L’amministrazione Biden appena firmato un importante accordo per il controllo delle armi nucleari con la Russia, sebbene il presidente Vladimir Putin abbia cercato di uccidere &#8211; ed ora ha mandato in galera &#8211; il suo principale rivale politico» (Putin ha negato, ovviamente, ogni coinvolgimento nell’avvelenamento di Alexey Navalny). </p>



<p>l funzionari dell’amministrazione Biden, prosegue Haass, hanno accusato il governo cinese di compiere un genocidio contro la minoranza uigura (che il governo cinese ha naturalmente negato) e «tuttavia recentemente Biden ha parlato con Xi e vuole incontrarlo regolarmente per discutere della Corea del Nord, di commercio, del cambiamento climatico e di molto altro ancora». Piaccia o no, scrive Haass, gli Stati Uniti avranno bisogno dell&#8217;aiuto dell&#8217;Arabia Saudita per perseguire i propri obiettivi nella regione.</p>



<p>Del resto, secondo Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, il brutale omicidio di Khashoggi rivela la spiacevole verità che la relazione degli Stati Uniti con la famiglia reale saudita, che ha impiegato la violenza e ha finanziato le forme più estreme di islamismo per rimanere al potere, è sempre stata una specie di «corrupt bargain». Uno scambio «che rivela le tensioni tra i valori fondanti dell’America ed il paese che è in realtà». Come dappertutto, ovviamente.</p>
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		<title>Trump festeggia gli Accordi di Abramo. L’alba di un nuovo Medio Oriente?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 11:31:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Martedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan, e del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, si sono incontrati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per suggellare la normalizzazione dei rapporti tra i loro paesi. La cerimonia ha sancito indiscutibilmente un passo di portata storica. Che il presidente americano abbia davvero negoziato un «trattato di pace» è tuttavia&#8230;</p>
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<p>Martedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan, e del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, si sono incontrati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per suggellare la normalizzazione dei rapporti tra i loro paesi. La cerimonia ha sancito indiscutibilmente un passo di portata storica. Che il presidente americano abbia davvero negoziato un «trattato di pace» è tuttavia meno pacifico.</p>



<p>Quando Israele firmò gli accordi di pace con l’Egitto nel 1970 e con la Giordania nel 1994, quegli accordi hanno messo fine a decenni di ostilità e a innumerevoli guerre tra quei paesi. Ma Israele non è mai stata in guerra con gli Emirati Arabi Uniti o con il Bahrein e pertanto le nuove intese sono, di fatto, diverse dagli accordi di pace precedenti. Si tratta, più che di trattati di pace veri e propri, di intese volte alla normalizzazione dei rapporti, che mirano a stabilire formali relazioni diplomatiche tra due paesi che non sono mai stati in guerra tra loro.</p>



<p>Va detto che, almeno con gli Emirati Arabi Uniti, le relazioni tra i cittadini dei due paesi dovrebbero diventare più amichevoli. Si tratta di una differenza importante rispetto alla perdurante ostilità nei confronti di Israele che si registra nelle strade egiziane e giordane nonostante accordi di pace vecchi di decenni. Quella del Bahrein, nel quale una popolazione a maggioranza sciita potrebbe ancora protestare contro l’accordo, è una storia diversa.</p>



<p>Ovviamente, Israele aveva già stabilito relazioni riservate con gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein, stimolate, negli ultimi anni, da una mutua alleanza di fatto contro l’Iran. Ed è stato proprio in questo conflitto con l’Iran che Trump ha visto l’occasione per avvicinare Israele agli Stati arabi. Sia gli Emirati Arabi Uniti che il Bahrein sono governi musulmani sunniti, in contrasto con la leadership sciita e l’espansionismo regionale dell’Iran e Israele si è schierato con fermezza dalla parte degli Stati sunniti del Golfo.</p>



<p>Resta da chiedersi in che modo questi accordi, riusciranno ad influenzare il conflitto israelo-palestinese. Da un lato, l’intesa con gli Emirati Arabi Uniti ha fermato la prevista annessione di parti della Cisgiordania da parte di Israele. Il che sarebbe stato un colpo mortale per la soluzione dei due Stati. Ma i palestinesi ritengono di essere stati traditi ed è improbabile che siano disposti a dialogare con una visione del Medioriente (quella dell’amministrazione Trump) fortemente sbilanciata verso Israele. Non bisogna, dunque, aspettarsi grandi progressi in merito al conflitto più intrattabile della regione solo perché Israele, gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein ora vanno d’accordo.</p>



<p>Trump ha avuto comunque la sua cerimonia per la firma alla Casa Bianca, che, a distanza di 49 giorni dalle elezioni, lo ha rafforzato nella convinzione di essere un grande pacemaker ed un grande dealmaker. L’amministrazione americana senza dubbio ha il merito di aver favorito la normalizzazione diplomatica tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, così come tra Israele e il Bahrein. Tuttavia, gli accordi raggiunti sono anche il segno del cambiamento delle dinamiche geopolitiche nella regione. Non è un mistero per nessuno che è stata la potenziale minaccia dell’Iran sciita ad indurre gli Stati a guida sunnita a prendere in considerazione il loro comune interesse con Israele e a stabilizzare le nuove suddivisioni in Medio Oriente.</p>



<p>Diversi caveat indicano però che la cerimonia di Trump nel South Lawn della Casa Bianca non è del tutto all’altezza di quelle degli anni passati. In primo luogo non è chiaro che prezzo abbia dovuto pagare l’amministrazione americana per celebrare, a poche settimane dalle elezioni, il trionfo del presidente. Il genero di Trump, Jared Kushner, ha tuttavia fatto capire chiaramente che gli Stati Uniti invieranno gli F-35 agli Emirati Arabi Uniti nonostante le obiezioni israeliane. In secondo luogo, in realtà l’accordo di martedì maschera il mancato raggiungimento, da parte dell’amministrazione americana, della pace israelo-palestinese progettata da Kushner. E l’affermazione del presidente che i palestinesi muoiono dalla voglia di salire a bordo va presa con beneficio d’inventario.</p>



<p>Va da sé che è difficile che arrivi un apprezzamento bipartisan, ma nel valutare l’accordo, l’ex segretaria di stato Madeline Albright (che ha prestato servizio con Bill Clinton) e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley (che ha prestato servizio con George W. Bush), hanno scritto su Politico Magazine che vale la pena sostenere la strategia di Trump.</p>



<p>Non deve sorprendere che i palestinesi non siano contenti, scrivono Albright e Hadley, ma questi accordi potrebbero consentire legami arabo-israeliani più profondi attraverso la cooperazione economica, un più semplice ritiro americano dalla regione e ulteriori concessioni israeliane contro l’annessione e in favore di uno Stato palestinese. Specie se, nella prospettiva di accordi simili, altri paesi arabi condizioneranno il riconoscimento di Israele ai passi compiuti sulla questione. «Comprendiamo che molti americani restino pessimisti», scrivono Albright e Hadley. «Ma se queste azioni dovessero riuscire, potrebbero offrire la piattaforma di cui c’è bisogno per progredire in direzione di un Medio Oriente pacifico e prospero».</p>



<p>Certo, si tratta di politica estera, un tema che in America (come dappertutto) è considerato di poco peso nelle elezioni presidenziali. Ma non è un caso che la campagna del presidente americano stia sfruttando al massimo anche la candidatura di Trump al Nobel (sorvolando sul fatto che è stata proposta da un eccentrico parlamentare norvegese ultra-conservatore). Si tratta pur sempre di show business, un campo nel quale Trump eccelle.</p>
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