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	<title>Nipoti Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Nipoti Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Letterina di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2022 08:32:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Natale. L&#8217;albero luccica, i regali sono impacchettati, la stella di Natale stranamente non è appassita, la ghirlanda dà il benvenuto sulla porta, la tavola sbrilluccica di ori e argenti, c&#8217;è anche un delizioso profumino di cibo e ho aggiunto un tocco di rosso sul vestito. Ho ancora tutto il tempo per prepararmi un profumato Tè di Natale. La cannella, lo zenzero, la scorza di arancia diffondono tutto intorno il loro&#8230;</p>
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<p><strong>Natale. </strong>L&#8217;albero luccica, i regali sono impacchettati, la stella di Natale stranamente non è appassita, la ghirlanda dà il benvenuto sulla porta, la tavola sbrilluccica di ori e argenti, c&#8217;è anche un delizioso profumino di cibo e ho aggiunto un tocco di rosso sul vestito. Ho ancora tutto il tempo per prepararmi un profumato Tè di Natale. La cannella, lo zenzero, la scorza di arancia diffondono tutto intorno il loro inebriante aroma. Questa pausa in solitaria è proprio quello che ci vuole prima e dopo la grande attesa baraonda. </p>



<p>E allora da dove viene questa sensazione di mancanza? Cosa non ho preparato? Sollevo il piatto a capotavola. Ecco, manca la letterina di Natale. Bisogna scriverla, in fretta. Ma a chi?<br><strong>Cari Genitori?</strong><br>No, non si può più. Impossibile copiare dalla lavagna di II elementare: Cari Genitori, vi voglio tanto bene, perdonatemi i capricci e le disubbidienze, d&#8217;ora in avanti sarò più buona, il Bambino Gesù vi colmi di salute e ogni bene.<br>Ma lo sapeva suor Carolina, che scriveva col gesso bianco e la calligrafia infantile, che Michele aveva un padre ubriacone che la sera di Natale avrebbe mandato all&#8217;aria i piatti? Che Assuntina era tanto se festeggiava il cenone con una minestra? Che a Carmela erano i genitori a dover chiedere perdono per le disattenzioni, le mancanze, i rimproveri? Che Antonio ubbidiva a capo chino al padre che lo teneva in bottega tutto il pomeriggio e solo a notte riusciva a fare i compiti? Che Giuseppe, sua mamma la odiava per tutto il rossetto e il profumo con cui usciva di sera? E Matilde che i genitori non ricordava nemmeno più come erano fatti? Suor Carolina sapeva che non c&#8217;eravamo in classe solo io, Carmen, Paola, Alessandro, Katia, Francesco con le nostre letterine filigranate e il vestitino nuovo e i giocattoli pronti e nascosti nell&#8217;armadio, e i baci e le coperte rimboccate?</p>



<p>Allora meglio indirizzarla ai <strong>figli</strong>, da parte di noi, i Cari Genitori che siamo diventati?<br>Riusciremo noi genitori nella nostra letterina a proclamare che ci vogliamo bene? Ora che è tempo di consuntivi? Oppure compileremo lunghe liste nere? Tutte le volte che non abbiamo avuto tempo, tutte le volte che abbiamo fatto altro, tutte le volte che vi abbiamo detto sì perché era tanto più facile, e le altre che abbiamo detto no senza ascoltare, senza capire. Gli incoraggiamenti che non vi abbiamo dato, le strade che vi abbiamo troppo facilitato e quelle che vi abbiamo chiuso, le prove che abbiamo affrontato al vostro posto. Lo sforzo che non abbiamo fatto di ascoltare i vostri silenzi o i vostri sproloqui. La musica , i libri, i film, le mode, le battaglie, i cortei, le compagnie che non ci è sembrato valesse la pena di vivere con voi, fenomeni adolescenziali, come i brufoli: Passeranno, ci siamo detti. Ebbene sì, siamo stati un po&#8217; cattivelli, abbiamo fatto i nostri capricci e le nostre marachelle, abbiamo spesso disubbidito al nostro compito, ma vi vogliamo, e voluto, tutto il bene del mondo e oggi vi promettiamo di essere più attenti a quello che vi aspettate da noi, più vicini o più assenti secondo i vostri bisogni. Ora che anche voi siete genitori, siamo certi del vostro perdono.</p>



<p>Forse la cosa più facile è rivolgerci a voi, <strong>Cari nipoti</strong>.<br>Qui la letterina scorre liscia liscia. È un andirivieni di baci e abbracci, giochi e canzoncine, passeggiate nel parco, cartoni alla TV, Tik tok, messaggi e videochiamate su WhatsApp e faccine. Con leggerezza ritroviamo il tempo che non avevamo con i figli e insieme la pazienza, l&#8217;allegria, l&#8217;attenzione. Sarà che prima il tempo era lungo e ora tanto breve? Niente per cui chiedere perdono allora? Siete troppo piccoli per parlarvi del mondo che vi lasciamo? Dell&#8217;inquinamento della terra, delle corruzioni materiali e morali, delle guerre e delle violenze, delle discriminazioni di ogni genere, delle diseguaglianze ed egoismi? Della Bellezza che stiamo distruggendo? Siamo ancora in tempo a fare i buoni? Possiamo ancora augurarvi, con ragionevole ottimismo un futuro di salute pace e amore?</p>



<p><strong>Come è difficile stasera scrivere la letterina di Natale</strong>. Sarà perché ho perso l&#8217;esercizio. Perché non c&#8217;è una lavagna da cui copiare. Sarà perché non so a chi indirizzarla? Forse allora è meglio che la scriva a me.<br><strong>Cara Nada…</strong> ti voglio bene (?) , perdonami tutti gli sbagli, le mancanze, le disattenzioni, le viltà, le occasioni perse, gli occhi troppo chiusi o troppo aperti, le rinunce, gli sguardi e e le parole non dette. I sogni perduti. Ti ringrazio per tutto il bene e il bello, l&#8217;ordinario e lo straordinario, le presenze e le assenze, il dono sfaccettato della vita, tutto questo che ti è stato regalato e che hai costruito. Faccio ancora in tempo a diventare più buona? Certo, pregherò il bambino Gesù che mi faccia credere, almeno un po&#8217;, che &#8220;<strong>un meglio può ancora arrivare</strong>&#8220;.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: sensazione di una mancanza indefinita<br><strong>Terapia</strong>: un buon Tè di Natale molto aromatizzato e la lettura di una vecchia Letterina di Natale, se cercate bene la troverete di sicuro. Non importa chi ne sia l&#8217;autore.</p>
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		<title>La guerra come non so spiegarla a mio nipote</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/30/roberti-la-guerra-come-non-so-spiegarla-a-mio-nipote/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Mar 2022 10:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vincenzo vive nella sua camera. Una naturale tendenza adolescenziale e personale a prendere le distanze, fisiche, dalla famiglia, supportata dal lockdown, dalla Dad, dai social, si è consolidata in questi ultimi mesi. Sporadicamente facciamo prudenti incursioni nella sua privacy. Preparo due mug con un earl grey e tento una sortita. La sua postazione alla scrivania davanti al grande schermo del computer è la solita, ma la schermata no. Scene della&#8230;</p>
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]]></description>
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<p>Vincenzo vive nella sua camera. Una naturale tendenza adolescenziale e personale a prendere le distanze, fisiche, dalla famiglia, supportata dal lockdown, dalla Dad, dai social, si è consolidata in questi ultimi mesi. Sporadicamente facciamo prudenti incursioni nella sua privacy. Preparo due mug con un earl grey e tento una sortita.</p>



<p>La sua postazione alla scrivania davanti al grande schermo del computer è la solita, ma la schermata no. Scene della guerra si susseguono davanti ai suoi occhi e commenti nelle cuffie. Mi siedo sul suo letto e aspetto. Stacca gli occhi e le cuffie e mi vede. Mi vede? Tacciamo. Scene di devastazione continuano a scorrere interrotte da primi piani di inviati muti malgrado le labbra in movimento. Gli porgo la tazza che poggia sul ripiano.</p>



<p>Nonna.&nbsp;E&#8217; il suo modo di chiedere, è l&#8217;introduzione alle nostre conversazioni da quella prima volta che mostrandomi l&#8217;orsetto di peluche mi ha chiesto Nonnì, è buono? Non fa gnam di nessuno, no? No, è buono, mangia miele.&nbsp;E gli faccio il solletico con il pon pon della codina.</p>



<p>Lo schermo è occupato da un carrarmato, intorno gente che scappa.&nbsp;Nonna,&nbsp;Cerco parole e rassicurazioni, ma non ne trovo nemmeno una.&nbsp;Non avevo mai pensato che potesse esserci una guerra qui da noi. Una guerra così con i missili, i carri armati, le bombe, i soldati che uccidono, la gente che muore, che scappa. Se pensavo a una guerra la immaginavo da parte di alieni, con navicelle spaziali e armi che partono dalla mente. Una cosa insomma concepita solo da esseri non umani. Nonna, quei soldati sono poco più grandi di me.&nbsp;Guarda un po&#8217; la pila di libri sul tavolo, un po&#8217; lo schermo, un po&#8217; la lattina di coca. E poi guarda me. Aspetta che spieghi, metta le cose a posto, anche se scomodamente, che rassicuri.</p>



<p>Non so, Vincenzo, neanche io, che pure sono anziana, ho mai visto una guerra. Anche io pensavo che sono cose lontane dal nostro mondo occidentale, per le quali protestiamo, facciamo dimostrazioni, mandiamo soccorsi, scriviamo, leggiamo, discutiamo e ci battiamo con i mezzi che abbiamo per la libertà e i diritti di tutti. Neanche io immaginavo…Ti potrei dire, come faccio quando studiamo insieme letteratura, che “Sei ancora quello della pietra e della fionda…”</p>



<p>Ti potrei dire che sarà la pace comunque ad averla vinta, ti potrei dire che ognuno di noi deve fare la sua parte, quella che gli tocca, ti potrei dire che tutto il mondo ha paura, ma che la paura non deve averla vinta sul coraggio, ti potrei dire, giocando un po&#8217; d&#8217;azzardo, che noi non saremo toccati da questa sciagura ma che tanti come noi sono sommersi dalla sciagura…solo che il tempo degli orsetti è scaduto.</p>



<p>Potrei anche dirti che non posso fare a meno di sentirmi sollevata dal fatto che tu abiti a Catania, che hai 16 anni, che nemmeno al Luna Park prendi un fucile in mano, che il tuo solo, segreto corridoio umanitario è su Instagram con i tuoi amici. E sentendomi sollevata sprofondo in una voragine di colpa. La tazza è ancora lì, sulla scrivania. Intonsa.</p>



<p>Guardiamo muti le immagini che scorrono. Vincenzo non mi chiede più spiegazioni, ma si gira verso di me e mi circonda con le braccia. Io non avevo avuto il coraggio di farlo, e a ben pensarci è da un bel po&#8217; che non l&#8217;ho più. Nonnì.</p>



<p>Vincenzo prende la fisarmonica, ultimo amore nella lista degli strumenti amati, e si mette a suonare.<br>Non sapevo che Russians si potesse suonare alla fisarmonica.<br>Aggiungilo alla lista delle cose che non sai.<br>Saranno loro migliori di noi, questo lo so.</p>



<p><br>Patologia: stati intensi e acuti di smarrimento<br>Terapia: preparate pure un earl grey, ma non è certo che ricorderete di berlo. Lettura: Genesi, cap. 4, 1-16</p>
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		<title>Stati di smarrimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 09:55:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Bancomat]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se a 73 anni perdi il bancomat, non hai perduto il bancomat ma la tua lucidità.&#160;È questo che leggi nelle parole, negli occhi e finanche nei gesti di figli, nipoti, o chiunque ne venga a conoscenza e abbia meno di 50 anni. &#8220;Ho perso il bancomat, mi sarà caduto nel taxi, l&#8217;avevo in mano insieme alla ricevuta e poi,&#160; apri sportello (inciso: per quanto costa un taxi il tassista non&#8230;</p>
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<p>Se a 73 anni perdi il bancomat, non hai perduto il bancomat ma la tua lucidità.&nbsp;È questo che leggi nelle parole, negli occhi e finanche nei gesti di figli, nipoti, o chiunque ne venga a conoscenza e abbia meno di 50 anni.</p>



<p>&#8220;Ho perso il bancomat, mi sarà caduto nel taxi, l&#8217;avevo in mano insieme alla ricevuta e poi,&nbsp; apri sportello (inciso: per quanto costa un taxi il tassista non dovrebbe almeno aprirti lo sportello?), prendi borsa e tutto il resto…oppure davanti al portone,&nbsp; chiavi che non si trovano, pacchetti tra le mani, chiave recuperata ma sbagliata…</p>



<p>&#8220;Ma sì,&nbsp; Mamma, non preoccuparti capita. Capita a tutti&#8221; e ti prende pure sottobraccio, dovessi inciampare confusa come sei.&nbsp;</p>



<p>Quando mai un figlio, o almeno uno dei miei figli, ha giustificato la minima disattenzione di un genitore? Non ci hanno sempre dato addosso, a torto soprattutto o raramente a ragione? Non ci hanno sempre fatto pesare qualche insignificante innocente innocua mancanza? Non ci hanno sempre rimbrottato rinfacciato rimproverato la più lieve sbadataggine?&nbsp;</p>



<p>Ed eccoli ora tutti insieme a accordare un coro di Non fa niente, Succede, Sapessi quante volte a me, Non è la fine del mondo, L&#8217;importante è che tu stia bene… Controllo lo Stato di famiglia. Sono sempre loro, i miei figli o dei figuranti?</p>



<p>&#8220;No, la verità è che sono stata sciocca, sbadata. Mi sono confusa perché il tassista era seccato che non volessi pagare in contante&#8221;.<br>&#8221; Ma no, che dici? Hai fatto bene a usare il bancomat. Sei stata avveduta, meglio che non ti porti dietro contanti&#8221;, seguono sguardi e cenni di sottecchi.</p>



<p>&#8220;Nonnina, ma sei sicura d&#8217;averlo perso? Magari l&#8217;hai messo da qualche parte e non ricordi. Non ricordi mai dove metti il telefono,&nbsp; gli occhiali…&#8221; e la lista si prospetterebbe infinita se Francesca non fosse perentoria: &#8220;Tu a studiare che domani hai la verifica&#8221;. Ester si allontana, ma non si allontana il sospetto dagli occhi del Sinedrio. Intanto qualcuno illuminato dall&#8217;intuizione della sveglia Ester, si allontana, quatto quatto, mentre arrivano tramestii soffocati di rimestio di carte, portafogli, sacchetti , tasche della giacca, fino alla sussurrata conclusione: No, non c&#8217;è.&nbsp; L&#8217;ha perso.&nbsp;</p>



<p>&#8221; Badate che ancora ci sento, per quanto sosteniate il contrario&#8221;.<br>&#8221; Ma certo che ci senti&#8221; risponde Emanuele con un volume da 10 decibel.<br>&#8220;A quest&#8217;ora mi avranno prosciugato tutto il conto&#8221;.&nbsp;<br>&#8220;Ma non pensarci nemmeno. Chi vuoi che sappia il pin?&#8221;.<br>&#8220;Si può usare anche strisciando&#8221; e malgrado tutto non posso evitare il recondito orgoglio di possedere mezzi elettronici così moderni ed usarli con disinvoltura.<br>&#8220;Abbiamo già bloccato la carta&#8221;. Questo significa che ci sarà tutta una trafila per ottenere un nuovo bancomat e sono ancora reduce di quella per la carta d&#8217;identità elettronica.&nbsp;</p>



<p>Sospiro (ma vi avverto in questi casi meglio respirare regolarmente) e tutte le braccia disponibili sono pronte ad accompagnarmi al divano.</p>



<p>&#8221; Tu ora ti stendi bella tranquilla e io ti porto una bella tazza di tè. &#8221; Il tono dolce e carezzevole è quello che usavo io quando si sbucciavano le ginocchia, manca solo il bacino sulla bua.</p>



<p>Comunque finalmente una cosa sensata.&nbsp;Vi avverto, se dovete perdere il bancomat, (prima o poi succede) fatelo quando avete 20 anni.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: stati di…smarrimento<br><strong>Terapia</strong>: una bella tazza di tè,&nbsp; state pur certi che vostro malgrado ve la zucchereranno, e ripassate un libro che vi ho già consigliato… Ma qual era? … Di Benni, mi pare…Mi sfugge il titolo… Voi lo ricordate? È già tanto se ricordiamo dove l&#8217;abbiamo messo.</p>
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		<title>Riprendiamoci la vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jul 2021 07:52:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Agosto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono. C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono.</p>



<p>C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare festa, di comunicare. Un netto comando ha spento l’interruttore generale di quei segnali che tutti solevamo scambiarci: abbracci, baci, sorrisi, lo stare gli uni accanto agli altri con una prossimità che per noi è parlarsi più con il corpo che con le parole.</p>



<p>Luglio e agosto verranno a restituirci buona parte del patrimonio a noi caro, sia pure con quegli accorgimenti doverosi perché tutti sappiamo che il pericolo non è stato scongiurato del tutto.</p>



<p>Ma almeno tornano i volti, le bocche e i sorrisi. Tornano, prima ancora, le persone: padri e figli di quelle generazioni di ceppo calabrese che vivono altrove, e così avremo nonni restituiti agli occhi dei nipoti e nipoti che faranno la contentezza dei nonni.</p>



<p>In pratica, una vita più piena e più vera. Appunto quella di cui sentiamo tutti un gran bisogno perché è triste e avvilente una vita a metà. Questa estate andrà tutta sotto l’insegna del recupero, almeno ce lo auguriamo. Non dovesse esserci, saremmo costretti a dover registrare una grave perdita di umanità. Non si tratterebbe più di soldi, di ammanchi o di bocciature per i bilanci familiari o di impresa, ma di una vera e propria sterzata, una specie di deviazione del nostro essere più profondo e originale. Si può dire: una mutazione antropologica? Dovremmo chiedere il permesso agli studiosi. </p>



<p>Nel frattempo ciascuno di noi può parlare di sé stesso e, da un breve esame dei propri comportamenti, dedurre quanto e in che modo questa pandemia, con la sua dittatura precauzionale, ha limitato vita, abitudini, emozioni. I ragazzi sembrano più taciturni, gli anziani parlano poco e quelle poche parole obbligate le pronunciano urlando per effetto di quella mascherina che le fa ritornare in bocca come sassi odiosi.</p>



<p>Basta un virus e la nostra umanità è messa in forse, se non proprio in fuga. Desidereremmo dirci altro in questa estate come sempre ci siamo detto e ripetuto opinioni e confronti riguardo alla politica, al progredire del Sud, al suo trovarsi puntualmente indietro su tutto. L’estate è sempre stata per noi il tempo dell’approfondimento: le notizie apprese altrove durante tutto un anno richiedevano un esame dal vivo, fatto di mille e un “perché”: perché non funziona la burocrazia, perché non funziona la sanità, perché il mare è sporco e l’immondizia la trovi ovunque? </p>



<p>Questa estate metterebbe all’ordine del giorno una questione obbligatoria: per chi vota la Calabria o che tipo di governo vorrà darsi. E’ l’incertezza che regna sovrana, per cui temiamo che la domanda non troverà spazio neanche sotto l’ombrellone, tanta e profonda è la sua vacuità.</p>



<p>Non è qualunquismo, forse è timore per la marginalità della posta in gioco, se prevediamo che la questione appassionerà pochi. Non è tema cocente. Altri problemi scottano più della sabbia. Si tratta di ritrovare, per prima cosa, noi stessi. Un po’ dopo: che cosa vogliamo fare da grandi. E un po’ prima, se realmente vogliamo fare sul serio.</p>



<p>Per non perdere una buona occasione: facciamoci una bella estate per riprenderci noi stessi. A settembre faremo vendemmia.</p>
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		<title>L’amaro viale del tramonto</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/04/13/deluca-amaro-viale-del-tramonto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 16:24:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”. L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville&#8230;</p>
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<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”.</p>



<p>L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville serene”, anche se di sereno c’è solo il cielo che tutto sovrasta e generosamente copre.</p>



<p>Non c’è livore, ribellione o certificazione d’ingratitudine per chi è rimasto ad abitare la casa naturale o la villa allestita per risiedervi fino all’ultimo. C’è appena la tristissima constatazione che già questa nuova sistemazione è un regalo, dopo aver calcolato che due più due fa quattro. Rimanere nella propria dimora era impossibile.</p>



<p>Ma lo strappo, lo strappo è stato quasi un morire prima di morire e raggiungere una nuova residenza equivale a finire in un punto di non ritorno.</p>



<p>Qualche altra volta può accadere che sulla soglia dell’anzianità la visione è finanche nitida: ospite in una casa serena è mèta messa a bilancio. Ma neanche in tal caso il dolore provocato dallo strappo è meno intenso.</p>



<p>Da quando abbiamo assegnato illusoriamente alla città il ruolo dove la vita si vive a guisa di una retta (senza inizio e senza fine), abbiamo anche ospedalizzato la nascita e la morte. Forse dovevamo, per un’idea di progresso, forse anche di sanità e persino di igiene. Ma ciò non toglie che in città arriviamo belli e fatti e dalla città ci portano via un po’ prima del dovuto.</p>



<p>Sono trascorsi decenni da quando questo percorso è diventato automatico, ma non per questo è convinzione metabolizzata. Restano sempre residui nell’animo che sanno di espulsione, autocritica fin quasi a sentirsi d’ingombro, disturbo e intralcio.</p>



<p>Chi debba prendere decisioni rispetto agli anziani ha finanche il cuore diviso, neanche loro avevano previsto, anche loro si sono trovati dinanzi a scelte ineluttabili.</p>



<p>Si può partire (da casa) epperò non necessariamente morire: gli anziani agli occhi dei più giovani e figli e nipoti agli occhi degli anziani?</p>



<p>E’ quanto dovremo saper progettare, già oggi e non domani. Per esempio: case-albergo di piccole dimensioni, costruite in ciascun comune; in numero più adeguato nelle città; non certamente in luoghi isolati, lontani dalle voci e dal calore umano. </p>



<p>In qualche località italiana è possibile rinvenire case per anziani accanto a palestre e campi sportivi per giovani dilettanti. Quelle voci, quel variopinto mondo che scalpita fa compagnia. E non è detto che disturba. Eccola qui la parola che gli anziani amano: disturbare. Se sono disturbati sono anche considerati.</p>



<p>In una casa di riposo, dove per collocazione territoriale il riposo è anche troppo, si reca due domeniche al mese un gruppo di giovani e adulti, disposti a tutto: dall’aiuto all’igiene personale al servizio mensa; dalla disponibilità all’ascolto all’animazione ricreativa. Gli anziani stanno meglio e i giovani raccontano meraviglie di quello che accade loro nei giorni a seguire. </p>



<p>Giovani che adottano anziani e anziani che adottano giovani. Non si sa bene chi giova a chi, se appena si registra che l’avventura dura da anni e che alcuni giovani padri vi hanno imbarcato vispi pargoletti.</p>



<p>La sciagura più pesante è subire “casa serena”, farla passare per una specie di località destinata alla rottamazione. Qual è il segnale che ciò sia avvenuto?</p>



<p>Semplice. Quando gli anziani raccontano agli estranei visite e poi visite, telefonate e telefonate, doni e ancora doni che riceverebbero dai congiunti. Nella maggior parte dei casi si tratta di esagerazioni (non è quella la frequenza); in altri casi prevale la pietosa bugia; in taluni altri di gigantesche scuse per non dichiarare veri e propri abbandoni.</p>



<p>La pandemia ha scoperto il lembo del mantello, e così siamo riusciti a constatare la povertà esistenziale di tante case serene. Di sereno c’è poco, molto poco. Di inquietante, molto di più. Il boato del virus ha infranto i vetri di quelle finestre. C’è molto da guardare e tanto da progettare. Ma non per coloro che nelle case di riposo già si trovano. No. Se vogliamo intervenire in tempo è per preparare un futuro per noi che adesso, in qualche modo, ne trattiamo.</p>
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		<title>Epistolari</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/03/15/roberti-epistolari/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 14:15:43 +0000</pubDate>
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<p>Non so voi, ma io,&nbsp;se piove, fa freddo e non c&#8217;è alcun motivo per uscire, mi preparo un tè e riordino cassetti. Vera delizia è riordinare cassetti che non si aprono da anni. Come questo.&nbsp;La prima cosa che affiora è una lettera, di Valeria che allora di anni ne aveva 8.&nbsp;</p>



<p>Valeria, me lo avevi chiesto tu di iniziare una corrispondenza. Tu che avevi solo una manciata di anni. Come ti fosse venuto in mente proprio non lo so. Ma tu mi sorprendi sempre. Hai cominciato a farlo quel 28 aprile in cui sei nata, proprio dopo tre giorni dalla morte della tua bisnonna e mi hai condotto per mano, con la tua fragilità, con i tuoi occhi che si spalancavano all’improvviso e le piccole dita che stringevano il mio pollice, a ritrovare la strada della vita tra il buio e i rimpianti e i rimorsi e il non detto e quello che troppo si è detto e la paura che si accompagnano alla perdita annunciata e attesa, ma&nbsp;sempre sconvolgente, della madre.&nbsp;</p>



<p>Una corrispondenza. Non messaggini o faccine su WhatsApp, non telefonate o video-telefonate, non cartoline-ricordo di&nbsp; viaggi, non letterine sotto il piatto il giorno di Natale. No, tu volevi una vera corrispondenza, con la sua bella carta da lettera, il come stai e tanti baci, i tempi di partenza e di arrivo, le attese del postino, i francobolli da collezionare. Come sapessi tu allora quelle cose, io non so. Come non so ora che sei cresciuta tante altre cose di te, dei tuoi pensieri, della tua vita che pure tu mi sveli nei discorsi che facciamo quando stenti ad addormentarti o quando ti osservo con il telefonino in mano, o fai i compiti, o quando ti diverti o ti ribelli, o hai&nbsp;gli occhi rossi.</p>



<p>Allora l&#8217;iniziammo quel carteggio. A me sudavano le mani, mi si bloccava la mente e la penna. Che carta ci vorrà? Colorata o bianca? Che penna usare? Che carattere usare, stampatello per essere letta facilmente o un elementare corsivo? Come iniziare, come concludere? Come intestare? Che tono scegliere: scherzoso o serio? scrivere per il presente o per il futuro?&nbsp;</p>



<p>E mentre io mi lambiccavo, arrivò&nbsp;&nbsp;la tua prima lettera, questa che ora ho tra le mani,&nbsp;su un foglio di quaderno con in alto un appiccichino, una palla gialla con scarpe e fiocchetto rosso che dice “Ricordati di me” e poi soprattutto cuori, dappertutto cuori e Cara Nonna, sei una superNonna. Oggi ho saltato la scuola perché ho fatto la visita oculistica. Sai che il mese prossimo Mamma e Papà partono ed io non andrò la scuola per sette giorni e me ne vengo da te? Sei contenta? Io tanto. Vincenzo mi fa sempre i&nbsp;dispetti. Ti mando un disegno, con il tè che ti piace tanto. Bacini, bacini, bacini e segue una sfilza di bocche e cuori e stelline di una appiccicosa polverina dorata. E per completare anche un post scriptum Mi avevi promesso che avremmo fatto qualcosa insieme anche quando non possiamo stare insieme. Ci hai pensato?&nbsp;</p>



<p>Ecco come si scrive una lettera.&nbsp;Sì, Valeria ci ho pensato.&nbsp;Ho pensato che ho appena fatto in tempo a rispondere a quella bambina tutta baci e cuoricini che qualcosa me l&#8217;ero inventata da fare insieme anche se da lontano: una storia tutta nostra da&nbsp; scrivere e illustrare,&nbsp; che il tempo si è messo a correre e ci ha colto di sorpresa.&nbsp;</p>



<p>Non l&#8217;abbiamo finito allora il racconto, riprendiamolo ora. Io cercherò di aiutarti a scrivere l&#8217;incipit della tua nuova storia fatta di cambiamento, di sfide, dubbi, paure e spavalderie, certezze e perdite, amori e tradimenti. E tu aiutami a imparare a percorrere con fiducioso coraggio il tempo che resta della mia storia. Rispolvera i tuoi colori, le tazze fumanti, i cuori, le stelline, le dediche.&nbsp;Ricominciamo, Valeria? &nbsp;</p>



<p><strong>Patologia</strong>: leggera propensione a cedere al bisogno di mettere ordine in cassetti reali e metaforici.<br><strong>Terapia</strong>: Tè deteinato, leggero, senza sostanze eccitanti. <strong>Libro</strong>: qui la proposta potrebbe diventare ampia, tra epistolari, romanzi di formazione o generazionali, ma stiamo veleggiando su un&#8217;onda gozzaniana, leggera quanto insidiosa, e pertanto propongo un bestseller degli anni 90, &#8220;Va dove ti porta il cuore&#8221; di Susanna Tamaro. Una lunga lettera di Olga alla nipote Marta. E&#8217; concesso ogni tanto lasciarsi andare a un po&#8217; di sentimentalismo, a rispolverare &#8220;buone cose di pessimo gusto&#8221; con le attenuanti del freddo e della pioggia. Di cassetti abbandonati.</p>
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		<title>Benvenuti a casa dei nonni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 18:03:56 +0000</pubDate>
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<p>“Benvenuti a casa dei nonni”, &nbsp;c’è scritto sotto l’immagine di due arzilli vecchietti, &nbsp;sulla targhetta che mi ha regalato Giorgia e che è diventata un nostro mattutino segnale. Se è esposta sulla maniglia esterna della porta vuol dire che mi sono alzata e loro possono salutarmi prima di andare a scuola, se non c’è vuol dire che loro non vanno a scuola o che io sono ancora a letto e i saluti sono rimandati al ritorno. Mai targhetta ha avuto più vicissitudini, più alternanze, e&nbsp;non a causa della mia pigrizia mattutina.</p>



<p>È dal fatidico 5 marzo dell’anno scorso che la targhetta non fa che entrare e uscire. Lockdown totale (dentro), riapertura speranzosa e festosa (fuori), chiusura momentanea con occhiolino per derattizzazione (dentro), apertura (fuori), chiusura per seggio elettorale (dentro), riapertura (fuori), chiusura per ordinanza del sindaco (dentro), riapertura per ricorso genitori (fuori), chiusura per insindacabile decisione di Francesca (dentro), riapertura per protesta inappellabile delle bimbe (fuori), chiusura per ordinanza del presidente della regione (dentro), sentenza contraria del Tar (fuori). Oggi, chiusura del dirigente scolastico causa positivi (dentro).</p>



<p>E dire che io stamattina mi sono alzata, malgrado di malavoglia, proprio per celebrare questo secondo giorno di riapertura della scuola. (ah, i bei tempi quando in un anno c&#8217;era un solo primo giorno di scuola!)</p>



<p>Giorgia apre lo zaino, tira fuori un libro e ripete ad alta voce la pianura Padana, &#8220;devo essere interrogata&#8221;, dice guardandoci interrogativamente. Ester tira fuori il telefonino, Marghe, hai sentito? Ci vediamo più tardi come al solito. In videochiamata. Poi toglie l’elastico e due bande di capelli neri le coprono gli occhi. Francesco tira fuori dalla tasca un marshmallow,  L’ho rubato per Iaia, mi sussurra, glielo do di nascosto dalla Maestra. Non mi va di rimproverare Robin Hood. Non stamattina. Francesca ha la faccia di chi non può crederci: Di nuovo chiusa, di chi sotto-sotto è sollevata: Niente contagio, di chi: Ma chi poteva immaginare…</p>



<p>Mi preparerò un bel tè, tonificante, poi aprirò i giornali e leggerò diligentemente e imparzialmente le invettive di quelli, i più, che dicono che la Scuola deve riaprire, che il danno causato a questa generazione è incalcolabile, che un Paese non ha bene maggiore da tutelare, che le aule sono in sicurezza, che le Dad non funziona. Le sosterranno Governo, insegnanti, studenti, genitori, comitati medici e scientifici, scrittori e intellettuali e gente comune. </p>



<p>Poi leggerò, allo stesso modo, le invettive di quelli che dicono che la salute viene prima della scuola, che le aule, malgrado rotelle e mascherine, sono luoghi di contagio, che i giovani soffrono né più né meno di tutte le altre categorie, che in tempi di guerra scuole non ce n’erano, che le capacità di ripresa dei ragazzi sono incalcolabili, che la Dad non è il diavolo. Le sosterranno Governo, insegnanti, studenti, genitori, comitati medici e scientifici, scrittori, intellettuali e gente comune.</p>



<p>Io penso ai 55 anni che ho trascorso, in varie vesti, nelle aule scolastiche e all’indifferenza, esagero un po’, generalizzata di Governo, insegnati, studenti, genitori, comitati medici e scientifici, scrittori, intellettuali e gente comune nei confronti della Scuola. Non mi pare di ricordare che in Italia sia mai stata la prima preoccupazione o occupazione. </p>



<p>Mi pare di ricordare invece che allegramente, superficialmente, autolesionisticamente si è sempre fatto il minimo o malfatto il massimo per la Scuola. E se comunque la Scuola italiana ha raggiunto grandi e bei risultati, è perché è vero che siamo un popolo di santi e di eroi, ma per fortuna di santi della porta accanto e di eroi del quotidiano a cui le imprese e i miracoli riescono bene.  </p>



<p>Mi scriverò al partito del Risvolto della medaglia: ci voleva una pandemia per ristabilire le priorità. Salvo scordarcene immediatamente a pericolo superato.</p>



<p>Tolgo la targhetta da “fuori”, la metto “dentro” (per qualche giorno, definitivamente?). Faccio l&#8217;occhiolino ai due vecchietti che per la verità non mi sembrano in gran forma.&nbsp;</p>



<p><strong>Patologia:</strong> stati di indecisione indotti o spontanei<br><strong>Terapia:</strong> nell&#8217;immediato un buon tè tonificante, in seguito giornali indipendenti o sedicenti tali, ma vi avverto potreste diventare strabici. ( Meglio ancora una volta il discusso don Milani?)&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Sarà, tempo futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2020 18:25:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci risiamo. È come risentire una vecchia favola di cui è restato l’ordito, la trama. Ma è cambiato il tempo. Non ci avevano raccontato in un passato lontano, ma che a fare bene i conti non è lungo nemmeno un anno, che era arrivato un mostro cattivo e che dovevamo tutti tapparci in casa? Lo abbiamo fatto, malgrado la paura, con una sorta di allegria. Cantavamo dai balconi, sventolavamo arcobaleni,&#8230;</p>
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<p>Ci risiamo. È come risentire una vecchia favola di cui è restato l’ordito, la trama. Ma è cambiato il tempo. Non ci avevano raccontato in un passato lontano, ma che a fare bene i conti non è lungo nemmeno un anno, che era arrivato un mostro cattivo e che dovevamo tutti tapparci in casa? Lo abbiamo fatto, malgrado la paura, con una sorta di allegria. Cantavamo dai balconi, sventolavamo arcobaleni, hashtag di andrà tutto bene, lievitavamo pani, ritornavamo al disatteso focolare della TV, messaggi e videochiamate. Insomma, aleggiava una sommessa seppur pavida euforia annullata solo quando alle sei, tutti davanti a qualsivoglia schermo,  ad ascoltare il bollettino ufficiale con i suoi numeri di morte.</p>



<p>&#8220;Proteggiamo gli anziani&#8221;, e noi che non ci eravamo ancora ripresi dallo scoprire che dai 65 in su eravamo, a nostra insaputa, considerati vecchi, ci consolammo per l&#8217;immediato passaggio lessicale da anziani a nonni. &#8220;Proteggiamo i nostri nonni&#8221;. E noi ci riconoscemmo nell’icona dei vecchietti canuti, in poltrona con un plaid sulle ginocchia, con in mano il giornale o una maglia da sferruzzare, il gatto a fare le fusa. Abbiamo subito nascosto la patente, il recente brevetto di nuoto, l’innovativo colore di capelli, l’iscrizione al corso di yoga, l’abbonamento alla stagione teatrale, la gonna forse un po’ troppo corta, la bicicletta, le lezioni di lingua cinese, l’andirivieni dello shopping. E naturalmente abbiamo chiuso nell’armadio il fidanzato nuovo di zecca.</p>



<p>Ci siamo apprestati a fare la calza e a cullare i nipotini. Per fortuna calze di lana non se ne usa più, troppo pruriginose, e i nipotini dovevano stare alla larga. Abbiamo superato la deprimente notizia che da un giorno all’altro eravamo diventati vecchi con la consolazione e la sorpresa di sentirci amati, curati, protetti, vezzeggiati. Non c’era giovane che non fosse disposto a portarci la spesa, figlio che non ci telefonasse più di una volta al giorno, ministro che non raccomandasse la nostra salute, tutorial online inventivi e fantasiosi che non occupassero le nostre ore. Eravamo arrivati al punto che dovevamo fingere di dormire per essere lasciati in pace e finalmente dormicchiare un po&#8217;. </p>



<p>Questa era la favola che ci eravamo raccontati e che ora ci viene riproposta. Ma.</p>



<p>Aleggia una strana aria in questo autunno che poco ha a che fare con lo zefiro della scorsa primavera. Le formule sono le stesse, difendiamo gli anziani, proteggiamo i nostri nonni, eppure qualcosa non torna. Sarà quel modo sbrigativo di enunciarle. Sarà quella intonazione che il nostro udito, che capta forse meno bene i decibel ma benissimo gli umori, avverte. Sarà che i giovani del patto generazionale sentono il peso più dei sacchetti della spesa. Sarà che i figli hanno il loro bel da fare tra pargoli che non vanno a scuola, lavoro, tagli nelle buste paga e non possono più stare dietro al telefono. Sarà che qualcuno dice Evvabbè, ne sono morti tanti, ma erano vecchi, non indispensabili, non produttivi. E qualcuno aggiunge che si risolverebbe chiudendoci tutti dentro. </p>



<p>Sarà che la Tv propone repliche e che i corsi online ci hanno stufato. Sarà che non c’è bisogno di affacciarsi dalle finestre tanto si può uscire, ma nessuno ha voglia di cantare e di dire che andrà tutto bene. Sarà che di pane non ne vogliamo sentire più né il profumo né la parola. Sarà che i nipoti con questa scuola ballerina sono diventati più depressi degli adulti. Sarà che gli stessi nipoti non possono più venire a trovarci. Sarà che alcuni dei grandi vecchi, Sepulveda, Proietti, Lucia Bosè, Sean Connery,   fanno da capofila a schiere di coetanei meno famosi e altrettanto o più amati. Sarà che fa notte presto.</p>



<p>Sarà che sarà è un verbo al tempo futuro. Ci vuole il coraggio di chi ha esperienza di tempi al passato per coniugarlo.</p>



<p>Patologia: stati di ansia<br>Terapia: niente tè, una bella camomilla addolcita di miele è quello che ci vuole, intanto guardiamo attentamente la copertina di &#8220;Di tutte le ricchezze&#8221; di Stefano Benni. Tanto basta.</p>
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