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	<title>Sergio Mattarella Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Sergio Mattarella Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 09:41:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Care concittadine e cari concittadini,un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo. L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni&#8230;</p>
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<p>Care concittadine e cari concittadini,<br>un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.<br>Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo.</p>



<p>L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.<br>Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni politiche, tenutesi, per la prima volta, in autunno.<br>Il chiaro risultato elettorale ha consentito la veloce nascita del nuovo governo, guidato, per la prima volta, da una donna.</p>



<p>E’ questa una novità di grande significato sociale e culturale, che era da tempo matura nel nostro Paese, oggi divenuta realtà.<br>Nell’arco di pochi anni si sono alternate al governo pressoché tutte le forze politiche presenti in Parlamento, in diverse coalizioni parlamentari.<br>Quanto avvenuto le ha poste, tutte, in tempi diversi, di fronte alla necessità di misurarsi con le difficoltà del governare.</p>



<p>Riconoscere la complessità, esercitare la responsabilità delle scelte, confrontarsi con i limiti imposti da una realtà sempre più caratterizzata da fenomeni globali: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica a quella alimentare, dai cambiamenti climatici ai fenomeni migratori.<br>La concretezza della realtà ha così convocato ciascuno alla responsabilità.<br>Sollecita tutti ad applicarsi all’urgenza di problemi che attendono risposte.</p>



<p>La nostra democrazia si è dimostrata dunque, ancora una volta, una democrazia matura, compiuta, anche per questa esperienza, da tutti acquisita, di rappresentare e governare un grande Paese.</p>



<p>E’ questa consapevolezza, nel rispetto della dialettica tra maggioranza e opposizione, che induce a una comune visione del nostro sistema democratico, al rispetto di regole che non possono essere disattese, del ruolo di ciascuno nella vita politica della Repubblica.<br>Questo corrisponde allo spirito della Costituzione.</p>



<p>Domani, primo gennaio, sarà il settantacinquesimo anniversario della sua entrata in vigore.<br><strong>La Costituzione resta la nostra bussola, il suo rispetto il nostro primario dovere</strong>; anche il mio.</p>



<p>Siamo in attesa di accogliere il nuovo anno ma anche in queste ore il pensiero non riesce a distogliersi dalla guerra che sta insanguinando il nostro Continente.<br>Il 2022 è stato l’anno della folle guerra scatenata dalla Federazione russa. La risposta dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente è stata un pieno sostegno al Paese aggredito e al popolo ucraino, il quale con coraggio sta difendendo la propria libertà e i propri diritti.</p>



<p>Se questo è stato l’anno della guerra, dobbiamo concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze.<br>La pace è parte fondativa dell’identità europea e, fin dall’inizio del conflitto, l’Europa cerca spiragli per raggiungerla nella giustizia e nella libertà.<br>Alla pace esorta costantemente Papa Francesco, cui rivolgo, con grande affetto, un saluto riconoscente, esprimendogli il sentito cordoglio dell’Italia per la morte del Papa emerito Benedetto XVI.</p>



<p>Si prova profonda tristezza per le tante vite umane perdute e perché, ogni giorno, vengono distrutte case, ospedali, scuole, teatri, trasformando città e paesi in un cumulo di rovine. Vengono bruciate, per armamenti, immani quantità di risorse finanziarie che, se destinate alla fame nel mondo, alla lotta alle malattie o alla povertà, sarebbero di sollievo per l’umanità.</p>



<p>Di questi ulteriori gravi danni, la responsabilità ricade interamente su chi ha aggredito e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi.<br>Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili.<br>Non ci rassegniamo a questo presente.<br>Il futuro non può essere questo.</p>



<p>La speranza di pace è fondata anche sul rifiuto di una visione che fa tornare indietro la storia, di un oscurantismo fuori dal tempo e dalla ragione. Si basa soprattutto sulla forza della libertà. Sulla volontà di affermare la civiltà dei diritti.<br>Qualcosa che è radicato nel cuore delle donne e degli uomini. Ancor più forte nelle nuove generazioni.<br>Lo testimoniano le giovani dell’Iran, con il loro coraggio. Le donne afghane che lottano per la loro libertà. Quei ragazzi russi, che sfidano la repressione per dire il loro no alla guerra.</p>



<p>Gli ultimi anni sono stati duri. Ciò che abbiamo vissuto ha provocato o ha aggravato tensioni sociali, fratture, povertà.<br>Dal Covid &#8211; purtroppo non ancora sconfitto definitivamente – abbiamo tratto insegnamenti da non dimenticare.<br>Abbiamo compreso che la scienza, le istituzioni civili, la solidarietà concreta sono risorse preziose di una comunità, e tanto più sono efficaci quanto più sono capaci di integrarsi, di sostenersi a vicenda. Quanto più producono fiducia e responsabilità nelle persone.<br>Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio sanitario nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive.</p>



<p>So bene quanti italiani affrontano questi mesi con grandi preoccupazioni. L’inflazione, i costi dell’energia, le difficoltà di tante famiglie e imprese, l’aumento della povertà e del bisogno.<br>La carenza di lavoro sottrae diritti e dignità: ancora troppo alto è il prezzo che paghiamo alla disoccupazione e alla precarietà.<br>Allarma soprattutto la condizione di tanti ragazzi in difficoltà. La povertà minorile, dall’inizio della crisi globale del 2008 a oggi, è quadruplicata.<br>Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne &#8211; creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza.</p>



<p>Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione. Senza distinzioni.<br><strong>La Repubblica siamo tutti noi. Insieme.</strong></p>



<p>Lo Stato nelle sue articolazioni, le Regioni, i Comuni, le Province. Le istituzioni, il Governo, il Parlamento. Le donne e gli uomini che lavorano nella pubblica amministrazione. I corpi intermedi, le associazioni. La vitalità del terzo settore, la generosità del volontariato.</p>



<p>La Repubblica – la nostra Patria – è costituita dalle donne e dagli uomini che si impegnano per le loro famiglie.<br>La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune.</p>



<p>La Repubblica è nel sacrificio di chi, indossando una divisa, rischia per garantire la sicurezza di tutti. In Italia come in tante missioni internazionali.<br>La Repubblica è nella fatica di chi lavora e nell’ansia di chi cerca il lavoro. Nell’impegno di chi studia. Nello spirito di solidarietà di chi si cura del prossimo. Nell’iniziativa di chi fa impresa e crea occupazione.</p>



<p>Rimuovere gli ostacoli è un impegno da condividere, che richiede unità di intenti, coesione, forza morale.<br>E’ grazie a tutto questo che l’Italia ha resistito e ha ottenuto risultati che inducono alla fiducia.</p>



<p>La nostra capacità di reagire alla crisi generata dalla pandemia è dimostrata dall’importante crescita economica che si è avuta nel 2021 e nel 2022.<br>Le nostre imprese, a ogni livello, sono state in grado, appena possibile, di ripartire con slancio: hanno avuto la forza di reagire e, spesso, di rinnovarsi.<br>Le esportazioni dei nostri prodotti hanno tenuto e sono anzi aumentate.</p>



<p>L’Italia è tornata in brevissimo tempo a essere meta di migliaia di persone da ogni parte del mondo. La bellezza dei nostri luoghi e della nostra natura ha ripreso a esercitare una formidabile capacità attrattiva.<br>Dunque ci sono ragioni concrete che nutrono la nostra speranza ma è necessario uno sguardo d’orizzonte, una visione del futuro.</p>



<p>Pensiamo alle nuove tecnologie, ai risultati straordinari della ricerca scientifica, della medicina, alle nuove frontiere dello spazio, alle esplorazioni sottomarine. Scenari impensabili fino a pochi anni fa e ora davanti a noi.<br>Sfide globali, sempre.</p>



<p>Perché è la modernità, con il suo continuo cambiamento, a essere globale.<br>Ed è in questo scenario, per larghi versi inedito, che misuriamo il valore e l’attualità delle nostre scelte strategiche: l’Europa, la scelta occidentale, le nostre alleanze. La nostra primaria responsabilità nell’area che definiamo Mediterraneo allargato. Il nostro rapporto privilegiato con l’Africa.</p>



<p>Dobbiamo stare dentro il nostro tempo, non in quello passato, con intelligenza e passione.<br>Per farlo dobbiamo cambiare lo sguardo con cui interpretiamo la realtà. Dobbiamo imparare a leggere il presente con gli occhi di domani.</p>



<p>Pensare di rigettare il cambiamento, di rinunciare alla modernità non è soltanto un errore: è anche un’illusione. Il cambiamento va guidato, l’innovazione va interpretata per migliorare la nostra condizione di vita, ma non può essere rimossa.</p>



<p>La sfida, piuttosto, è <strong>progettare il domani con coraggio.</strong><br>Mettere al sicuro il pianeta, e quindi il nostro futuro, il futuro dell’umanità, significa affrontare anzitutto con concretezza la questione della transizione energetica.</p>



<p>L’energia è ciò che permette alle nostre società di vivere e progredire. Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici.</p>



<p>Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani.</p>



<p>L’altro cambiamento che stiamo vivendo, e di cui probabilmente fatichiamo tuttora a comprendere la portata, riguarda la trasformazione digitale.<br>L’uso delle tecnologie digitali ha già modificato le nostre vite, le nostre abitudini e probabilmente i modi di pensare e vivere le relazioni interpersonali. Le nuove generazioni vivono già pienamente questa nuova dimensione.</p>



<p>La quantità e la qualità dei dati, la loro velocità possono essere elementi posti al servizio della crescita delle persone e delle comunità. Possono consentire di superare arretratezze e divari, semplificare la vita dei cittadini e modernizzare la nostra società.<br>Occorre compiere scelte adeguate, promuovendo una cultura digitale che garantisca le libertà dei cittadini.</p>



<p>Il terzo grande investimento sul futuro è quello sulla scuola, l’università, la ricerca scientifica. E’ lì che prepariamo i protagonisti del mondo di domani. Lì che formiamo le ragazze e i ragazzi che dovranno misurarsi con la complessità di quei fenomeni globali che richiederanno competenze adeguate, che oggi non sempre riusciamo a garantire.</p>



<p>Il Piano nazionale di ripresa e resilienza spinge l’Italia verso questi traguardi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione.<br>Lo dobbiamo ai nostri giovani e al loro futuro.</p>



<p>Parlando dei giovani vorrei – per un momento &#8211; rivolgermi direttamente a loro:<br>siamo tutti colpiti dalla tragedia dei tanti morti sulle strade.<br>Troppi ragazzi perdono la vita di notte per incidenti d’auto, a causa della velocità, della leggerezza, del consumo di alcol o di stupefacenti.<br>Quando guidate avete nelle vostre mani la vostra vita e quella degli altri. Non distruggetela per un momento di imprudenza.<br>Non cancellate il vostro futuro.</p>



<p>Care concittadine e cari concittadini,<br><strong>guardiamo al domani con uno sguardo nuovo. Guardiamo al domani con gli occhi dei giovani. Guardiamo i loro volti, raccogliamo le loro speranze. Facciamole nostre.</strong></p>



<p>Facciamo sì che il futuro delle giovani generazioni non sia soltanto quel che resta del presente ma sia il frutto di un esercizio di coscienza da parte nostra. Sfuggendo la pretesa di scegliere per loro, di condizionarne il percorso.</p>



<p><strong>La Repubblica vive della partecipazione di tutti.</strong><br>E’ questo il senso della libertà garantita dalla nostra democrazia.<br>E’ anzitutto questa la ragione per cui abbiamo fiducia.<br><strong>Auguri!</strong></p>
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		<title>Apertura della XIX legislatura del Senato della Repubblica. Discorso della senatrice a vita Liliana Segre</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/14/redazione-discorso-di-apertura-xix-legislatura/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Oct 2022 16:02:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Buongiorno a tutti, colleghe senatrici e colleghi senatori.Rivolgo il più caloroso saluto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest&#8217;Assemblea. Con rispetto, rivolgo un pensiero a Papa Francesco. Certa di interpretare i sentimenti di tutta l&#8217;Assemblea, desidero indirizzare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri, con la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato. Il presidente Napolitano mi incarica&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>&#8220;Buongiorno a tutti, colleghe senatrici e colleghi senatori.<br>Rivolgo il più caloroso saluto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest&#8217;Assemblea. Con rispetto, rivolgo un pensiero a Papa Francesco.</p>



<p>Certa di interpretare i sentimenti di tutta l&#8217;Assemblea, desidero indirizzare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri, con la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato. Il presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: «<em>Desidero esprimere a tutte le senatrici e i senatori di vecchia e nuova nomina i migliori auguri di buon lavoro al servizio esclusivo del nostro Paese e dell&#8217;istituzione parlamentare, ai quali ho dedicato larga parte della mia vita</em>».&nbsp;</p>



<p>Anch&#8217;io, ovviamente, rivolgo un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove colleghe e a tutti i nuovi colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dall&#8217;austera solennità di quest&#8217;Aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi. Come da consuetudine, vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali.</p>



<p>Incombe su tutti noi, in queste settimane, l&#8217;atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore, in una follia senza fine. Mi unisco alle parole puntuali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «<em>La pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino</em>».</p>



<p>Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva. In questo mese di ottobre, nel quale cade il centenario della marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio a me assumere momentaneamente la Presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. Il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente, perché &#8211; vedete &#8211; ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre ed è impossibile, per me, non provare una specie di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco della scuola elementare e oggi si trova, per uno strano destino, addirittura sul banco più prestigioso del Senato.&nbsp;</p>



<p>Il Senato della XIX legislatura è un&#8217;istituzione profondamente rinnovata non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai diciotto ai venticinque anni, ma anche e soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a duecento.</p>



<p>L&#8217;appartenenza a un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità, ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l&#8217;esempio. Dare l&#8217;esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con disciplina e onore, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse. Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa Assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto<em>,</em>&nbsp;interpretando invece una <strong>politica alta e nobile </strong>che, senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all&#8217;ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.</p>



<p>Le elezioni del 25 settembre hanno visto &#8211; come è giusto che sia &#8211; una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. Il popolo ha deciso: è l&#8217;essenza della democrazia. La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l&#8217;imperativo di preservare le istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell&#8217;interesse del Paese e devono garantire tutte le parti.</p>



<p>Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell&#8217;esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.</p>



<p>In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l&#8217;unità del nostro popolo è la Costituzione repubblicana che &#8211; come dice Piero Calamandrei &#8211; non è un pezzo di carta, ma il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943, ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.</p>



<p>Il popolo italiano ha sempre dimostrato grande attaccamento alla sua Costituzione, l&#8217;ha sempre sentita amica. In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi. Anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali &#8211; e purtroppo questo è accaduto spesso &#8211; la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte costituzionale e alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.</p>



<p>Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata, come essa stessa prevede all&#8217;articolo 138. Ma consentitemi di osservare che, se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione, peraltro con risultati modesti, talora peggiorativi, fossero state invece impiegate per attuarla&nbsp;, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.</p>



<p>Il pensiero corre inevitabilmente all&#8217;articolo 3, nel quale i Padri e le Madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, che erano state l&#8217;essenza dell&#8217;<em>ancien régime</em>. Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla Repubblica: «<em>rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese</em>». Non è poesia&nbsp;e non è utopia. È la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere gli ostacoli.</p>



<p>Le grandi Nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria. Perché non dovrebbe essere così per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date divisive, anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 aprile, festa della liberazione, il 1° maggio, festa del lavoro, il 2 giugno, festa della Repubblica? Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell&#8217;esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.</p>



<p>Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l&#8217;assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell&#8217;odio, contro l&#8217;imbarbarimento del dibattito pubblico&nbsp;e contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.</p>



<p>Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso della passata legislatura, i lavori della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all&#8217;odio e alla violenza; questi lavori si sono conclusi con l&#8217;approvazione all&#8217;unanimità di un documento di indirizzo, segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.</p>



<p><strong>Concludo con due auguri</strong>. Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di quest&#8217;Assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative e riaffermare, nei fatti e non a parole, la centralità del Parlamento. Da molto tempo vengono lamentate, da più parti, una deriva e una mortificazione del ruolo del potere legislativo, a causa dell&#8217;abuso della decretazione d&#8217;urgenza e del ricorso al voto di fiducia, e le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.</p>



<p>Nella mia ingenuità di madre di famiglia, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato e per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei Governi quando era minoranza e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.</p>



<p><strong>Una sana e leale collaborazione istituzionale</strong>, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni.</p>



<p>Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo, in collaborazione col Governo, un impegno straordinario e urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese che si dibattono sotto i colpi dell&#8217;inflazione e dell&#8217;eccezionale impennata dei costi dell&#8217;energia, che vedono un futuro nero e che temono che disuguaglianze e ingiustizie si dilatino ulteriormente, anziché ridursi.</p>



<p>In questo senso, avremo sempre al nostro fianco l&#8217;Unione europea, con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale. Non c&#8217;è un momento da perdere. Dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere livelli di guardia e tracimare.</p>



<p><strong>Senatrici e senatori, cari colleghi, buon lavoro</strong>.&#8221;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/10/14/redazione-discorso-di-apertura-xix-legislatura/">Apertura della XIX legislatura del Senato della Repubblica. Discorso della senatrice a vita Liliana Segre</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Carlo Nordio sul CSM: solo il sorteggio può limitare o addirittura eliminare la degenerazione delle correnti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Feb 2022 15:00:46 +0000</pubDate>
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<p><strong>Come si è sentito ad essere stato l&#8217;italiano più votato dopo il Presidente Mattarella alle ultime elezioni per del Capo dello Stato?</strong><br>È stato un grande onore e anche una sorpresa, perché io non ho nessuna esperienza politica concreta, soltanto una ricca esperienza teorica, dovuta al fatto che leggo libri di teoria della politica e di storia, monografie di uomini illustri politici da 60 anni, da quando ero al liceo. Ma non ho nessuna esperienza politica concreta. Poi sono rimasto particolarmente onorato dell&#8217;indicazione fatta dalla Fondazione Einaudi, che diffonde lo studio del pensiero liberale in Italia.</p>



<p><strong>Il Consiglio Superiore della Magistratura ha provveduto, nelle scorse settimane, a reiterare la nomina del primo Presidente aggiunto della Corte di Cassazione, la quale ha definito le stesse nomine manifestamente irragionevoli. È evidente che ci sia un corto circuito in seno all&#8217;organo di governo autonomo della magistratura. Dal suo punto di vista è sufficiente cambiare il sistema elettorale per liberare la magistratura dal sistema correntizio o servono, al contrario, altre riforme?</strong><br>Partiamo dalla constatazione che vi è stato un conflitto tra il Consiglio Superiore della Magistratura, che è un organo costituzionale di altissimo prestigio per la sua composizione – ricordiamo che è presieduto dal Capo dello Stato – e il massimo organo della giurisdizione amministrativa, cioè il Consiglio di Stato, che ha annullato la nomina che lei ha citato, definendola manifestamente irragionevole. È singolare, per non dire molto grave, che il massimo organo della giustizia amministrativa si esprima in questo modo, a torto o a ragione, nei confronti di un organo altrettanto e forse più autorevole.</p>



<p><strong>Per quale ragione?</strong><br>Perché questo dimostra che qualcosa non funziona nella nostra dialettica delle Istituzioni. Per quanto riguarda la nomina del CSM, il mio giudizio è netto: al di fuori del sorteggio non esiste nessuna possibilità di limitare, ridurre o addirittura eliminare la degenerazione delle correnti. Il sistema elettorale, quale che esso sia, manterrebbe comunque la possibilità da parte delle correnti di dividersi le candidature. L’unico sistema è il sorteggio che però porrebbe dei problemi di ordine costituzionale. Tuttavia il sorteggio temperato, ossia di una elezione fatta nell’ambito di un canestro di magistrati e giuristi sorteggiati, potrebbe essere compatibile con la Costituzione.</p>



<p><strong>L&#8217;Italia ha un problema di selezione della classe dirigente, che forse parte addirittura dalla scuola. Il 99% dei ragazzi vengono ammessi agli esami di stato così come il 99% dei magistrati vengono valutati positivamente dal CSM. Sembra uno sproposito, sia da una parte che da un&#8217;altra. Ma questo si potrebbe dire anche per la pubblica amministrazione e per diversi altri settori essenziali del Paese. Per limitarci solo al CSM, come potrebbe essere affrontato e risolto il problema della valutazione dei magistrati?</strong><br>Partirei anch&#8217;io da lontano: il problema è essenzialmente dell&#8217;educazione scolastica, sia della scuola secondaria che dell&#8217;università. Durante la correzione dei compiti dell&#8217;ultimo concorso di magistratura sono stati ammessi pochissimi candidati. Non solo e non tanto per la preparazione giuridica, quanto per conflitto insanabile con la lingua italiana: non sanno scrivere. E questo dipende dal fatto che sin dalle scuole primarie e poi ancora all&#8217;università scrivono poco, leggono poco, i loro elaborati non vengono corretti o vengono corretti male. Quando si presentano all&#8217;esame i ragazzi hanno la “sindrome del foglio bianco”, perché non sanno come iniziare. Io ho avuto la possibilità, un paio di volte, di essere nominato commissario per gli esami di avvocato e durante la correzione dei compiti abbiamo visto delle cose incredibili, anche come ortografia: ad esempio, “perché” è scritto con la “x”. Quindi, quando arrivano al concorso di magistratura, non sono particolarmente preparati.</p>



<p><strong>Invece per quanto riguarda più nel concreto le valutazioni del CSM?</strong><br>Beh, ad esempio, il professor Di Federico, a suo tempo, ha fatto degli studi molto approfonditi sulle valutazioni che del CSM, sulla promozione e sull&#8217;avanzamento di carriera automatico dei magistrati. Il 99% hanno dei giudizi a dir poco elogiativi: sono tutti bravissimi, intelligentissimi, operosissimi. Ovviamente questo non può essere vero. Diciamo che l&#8217;anzianità, senza demerito, come si dice, è il criterio per l&#8217;avanzamento della magistratura. Non c&#8217;è una valutazione fatta sugli elaborati di questi magistrati.</p>



<p><strong>Lo stesso vale per i PM?</strong><br>Per quanto riguarda i pubblici ministeri non c&#8217;è una valutazione – che sarebbe molto importante – tra le indagini che hanno iniziato, i processi che hanno promosso e gli esiti di questi processi: quante volte abbiano iniziato delle indagini inutili e costose, che si sono rivelate infondate. E quindi, oltre al CSM, è proprio il sistema di valutazione in generale che andrebbe rivisto.</p>



<p><strong>Come risolvere anche il rapporto tra politica e magistratura? Come regolarlo? Come fare in modo che non sia la magistratura a dover decidere per i partiti?</strong><br>Anche qui bisogna partire da lontano, cioè dal 1992-1994: quando con tangentopoli i cinque partiti storici, che avevano governato l’Italia per quasi 50 anni, furono vaporizzati dalle indagini giudiziarie: questa dissoluzione comportò un indebolimento della politica e, parallelamente, un’invasione di campo da parte della magistratura. La famosa funzione di supplenza, che ha esercitato la magistratura in questi ultimi trent&#8217;anni è anche conseguenza della retrocessione della politica, cioè della sua marcia indietro, un po’ codarda, che ha fatto appunto la politica davanti alle indagini dei magistrati. Va detto che la politica ha spesso strumentalizzato le stesse indagini delle procure.</p>



<p><strong>Come?</strong><br>Cercando di colpire o, addirittura, di eliminare per via giudiziaria gli avversari politici, che non riuscivano a battere nel dibattito ordinario, nelle competizioni elettorali. Il fatto stesso che si fosse affermata l&#8217;idea malsana e assurda che fosse sufficiente la ricezione di un&#8217;informazione di garanzia, per essere estromessi da una carica pubblica o addirittura per non partecipare ad una elezione, significava che la magistratura si era genuflessa in modo servile davanti alle iniziative della magistratura stessa. Quindi c’è stata un’invasione di campo un po’ arrogante, qualche volta, della magistratura. È stata favorita da questa ritirata codarda della politica.</p>



<p><strong>Come se ne può uscire?</strong><br>Beh, la politica deve riappropriarsi dei suoi poteri, che sono fondati sulla legittimazione popolare delle urne e la magistratura deve rientrare nei ranghi. L&#8217;autonomia e l&#8217;indipendenza della magistratura sono principi sacrosanti, ma devono essere limitati alla giurisdizione e, in un certo senso, anche alle indagini. Non possono e non devono minimamente influire sull&#8217;esercizio della funzione politica, né direttamente, né indirettamente, cosa che purtroppo in questi 30 anni, ripeto, non è accaduta.</p>



<p><strong>Sulla gestione delle carceri e sul tema del sovraffollamento carcerario, l’Italia è stata più volte condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo. In passato si è forse abusato dell&#8217;amnistia. Poi negli anni ’90 questo istituto non è stato più utilizzato. C’è un&#8217;analogia con l&#8217;articolo 68 e con l’autorizzazione a procedere. Quando gli istituti non funzionano, li si dovrebbe correggere, piuttosto che abrogarli di diritto o di fatto. Però quali mezzi dovremmo adottare per affrontare questo problema, cioè quello del sovraffollamento delle carceri?</strong><br>Premesso che l’eliminazione dell&#8217;immunità parlamentare è stato proprio uno dei gesti di codarda abdicazione da parte della politica, di fronte al giacobinismo giudiziario, sia della magistratura sia di una certa stampa. Ricordiamoci che l&#8217;immunità parlamentare era stata approvata dalla Costituzione, dove sedevano Togliatti, De Gasperi, Nenni, Saragat, quindi personaggi di alta cultura politica, che avevano perfettamente davanti la possibilità, cioè il rischio, che di questa immunità qualcuno facesse un uso improprio, ma hanno accettato il rischio, perché sapevano che la sua eliminazione avrebbe avuto degli effetti ancora più devastanti, cioè avrebbe esposto le persone elette dal popolo alle aggressioni giudiziarie. Il che, poi, è accaduto. L&#8217;immunità non dovrebbe essere un privilegio dato alla persona ma alla carica, perché l’eletto dal popolo, in quel momento, rappresenta il popolo italiano e, quindi, questa rinuncia a questa applicazione, questa eliminazione dell’immunità è stata nettamente funesta per la stessa politica.</p>



<p><strong>E per quanto riguarda l’amnistia?</strong><br>La stessa cosa. Per anni è stata usata come mezzo di deflazione processuale e carceraria e poi, improvvisamente, è stata virtualmente eliminata. Anche qui il pendolo è andato da una parte e dall’altra in modo irrazionale. Sulla de-carcerizzazione, però, il problema deve essere affrontato più a monte: nel senso che in una visione liberale e moderna, il carcere inteso come manette, come catenaccio, come sbarre di acciaio, deve essere considerata una sorta di forma obsoleta di sanzione.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Non solo e non tanto perché è contrario a quella tendenza rieducativo della pena, che è scritta nella Costituzione, ma perché ha dimostrato, come ha scritto varie volte Marco Pannella, di essere quasi un elemento criminogeno. Naturalmente il carcere non è eliminabile, perché ci sono dei reati, soprattutto di violenza, che per l&#8217;allarme sociale che provocano non hanno alternativa, dal punto di vista della sicurezza pubblica e dell&#8217;incolumità della collettività. Però il carcere dovrebbe essere l&#8217;eccezione dell&#8217;eccezione, soprattutto nella sua forma di carcerazione preventiva.</p>



<p><strong>Cosa fare, quindi?</strong><br>Bisogna orientarsi verso un diritto penale minimo e, soprattutto, verso un diritto penale che preveda come sanzione le varie “pene alternative” o “pene suppletive”, che siano alternative, appunto, al carcere. Si pensi ai lavori utili, agli arresti domiciliari a tutte quelle forme che possano essere delle sanzioni vere, anche afflittive, ma che non confliggano né con il principio di tendenza rieducativa della pena e nemmeno con quello della incapacità dello Stato di gestire una popolazione carceraria, che è incompatibile con le strutture che esistono in Italia.</p>



<p><strong>Cosa pensa delle politiche di “law and order”, che sono tipiche di Stati Uniti e Inghilterra? Quali sono i valori che l&#8217;hanno guidata nell&#8217;esercizio delle funzioni di pubblico ministero?</strong><br>Beh, per quanto riguarda quest&#8217;ultimo aspetto, sono i valori della legalità e della presunzione di innocenza, la quale, qualche volta, può anche confliggere con la logica, perché se il reato è flagrante ed è commesso davanti a tutti sarà anche un presunto innocente, però è evidente che non si può lasciarlo lì, magari in attesa che commetta altri reati. Però queste sono eccezioni dell&#8217;eccezione. In Italia si è affermato il principio della carcerazione preventiva, quasi generalizzata, quasi imposta. Quando vediamo alte percentuali di persone incarcerate, con la formula della custodia cautelare preventiva, anche in assenza di flagranza di reato e talvolta in assenza di gravi indizi di colpevolezza, che poi vengono assolte, significa che c&#8217;è stato un macroscopico errore da parte del pubblico ministero e da parte del gip.</p>



<p><strong>Cosa prevede la legge in questi casi?</strong><br>La nostra legge è abbastanza garantista su questo, però, come insegna Platone, è meglio avere una legge stupida e un giudice intelligente, piuttosto che il contrario. Se la nostra legge, per quanto scritta bene, ancorché carente su certe cose, fosse stata applicata correttamente, non avremmo assistito alle perversioni cui abbiamo assistito. È invece accaduto che delle persone siano state arrestate anche senza che esistessero concretamente le ipotesi, le condizioni per la limitazione della loro libertà.</p>



<p><strong>Sui sistemi anglosassoni, invece?</strong><br>Il discorso è ancora più lungo, perché noi non possiamo prendere dalle istituzioni straniere dei piccoli mattoni: o prendiamo l&#8217;intero edificio oppure questo ti crolla addosso. L&#8217;esempio più evidente è proprio il nostro codice di procedura penale: noi lo abbiamo scopiazzato dal sistema anglosassone – direi più da quello americano che da quello l&#8217;inglese – senza però prenderne tutti gli elementi, le connotazioni essenziali, come ad esempio la separazione delle carriere.</p>



<p><strong>Lei ritiene che ci sia ancora il tempo in questa legislatura per fare delle riforme? La Fondazione Einaudi ha proposto l’istituzione di un’Assemblea Costituente da eleggere insieme al prossimo Parlamento, che si occupi della riforma della seconda parte della Costituzione. Potrebbe essere questa la soluzione? Sulla legge elettorale cosa pensa?</strong><br>Partendo dalla legge elettorale, la sola idea di reintrodurre il sistema proporzionale è raccapricciante. Funzionava quando entrò in vigore la Costituzione, quasi 80 anni fa, perché esistevano dei partiti molto solidi, anche dal punto di vista ideologico, guidati da dei leader che erano personaggi e personalità di grandissima cultura politica e sensibilità istituzionale. Gli stessi nomi De Gasperi, Togliatti e Saragat ci incutono ancora oggi un timore reverenziale. Comunque si tratta di un fenomeno generalizzato, perché è un po’ comune a tutti i Paesi il fatto che siano i tempi che fanno gli uomini e non gli uomini che fanno i tempi. La Gran Bretagna a quel tempo aveva Winston Churchill e oggi ha Johnson; la Francia aveva De Gaulle e oggi ha Macron. Resta il fatto che una riforma proporzionale, oggi, quando i partiti si sono praticamente dissolti, cosa che abbiamo visto anche durante le ultime elezioni del Quirinale, sarebbe una catastrofe nella catastrofe. Avremo il prossimo Parlamento assolutamente ingestibile.</p>



<p><strong>E sulla riforma della Costituzione?</strong><br>Questo Parlamento non ha né la forza, né la volontà per fare delle riforme costituzionali o anche per proporre un’Assemblea Costituente. L&#8217;Assemblea Costituente, però, è l&#8217;unico modo per salvare questo Paese e aggiungerei anche un ulteriore elemento: non soltanto la seconda parte della Costituzione, è tutta la Costituzione che va cambiata, perché poggia su due pilastri culturali che oggi sono superati. Poggia su un&#8217;ideologia cattolica e oggi il cattolicesimo come sappiamo e vediamo bene si è secolarizzato; poi poggia sull’ideologia marxista, che oggi è tramontata. E’ lo stesso articolo 1 che confligge con l&#8217;idea liberale: “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, evoca un poco la Corea del Nord, le spiagge di Cuba. Preferirei di gran lunga che l’articolo 1 prevedesse una Repubblica democratica “fondata sulla libertà”.</p>
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		<title>Noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2022 19:09:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento Signori Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Signori parlamentari e delegati regionali, il Parlamento e i rappresentanti delle Regioni hanno preso la loro decisione. È per me una nuova chiamata – inattesa &#8211; alla responsabilità; alla quale tuttavia non posso e non ho inteso sottrarmi. Ritorno dunque di fronte a questa Assemblea, nel&#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading" id="messaggio-del-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-al-parlamento-nel-giorno-del-giuramento">Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento</h2>



<p>Signori Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Signori parlamentari e delegati regionali, il Parlamento e i rappresentanti delle Regioni hanno preso la loro decisione.</p>



<p><strong>È per me una nuova chiamata – inattesa &#8211; alla responsabilità; alla quale tuttavia non posso e non ho inteso sottrarmi.</strong></p>



<p>Ritorno dunque di fronte a questa Assemblea, nel <strong>luogo più alto della rappresentanza democratica</strong>, dove la volontà popolare trova la sua massima espressione.</p>



<p>Vi ringrazio per la fiducia che mi avete manifestato chiamandomi per la seconda volta a rappresentare <strong>l’unità della Repubbl</strong>ica.</p>



<p>Adempirò al mio dovere secondo i principi e le norme della <strong>Costituzione</strong>, cui ho appena rinnovato il giuramento di fedeltà, e a cui ho cercato di attenermi in ogni momento nei sette anni trascorsi.</p>



<p>La lettera e lo spirito della nostra Carta continueranno a essere il punto di riferimento della mia azione.</p>



<p><strong>Il mio pensiero, in questo momento, è rivolto a tutte le italiane e a tutti gli italiani: di ogni età, di ogni Regione, di ogni condizione sociale, di ogni orientamento politico. E, in particolare, a quelli più in sofferenza, che si attendono dalle istituzioni della Repubblica garanzia di diritti, rassicurazione, sostegno e risposte al loro disagio.</strong></p>



<p>Queste attese sarebbero state fortemente compromesse dal prolungarsi di uno stato di profonda incertezza politica e di tensioni, le cui conseguenze avrebbero potuto mettere a rischio anche risorse decisive e le prospettive di rilancio del Paese impegnato a uscire da una condizione di gravi difficoltà.</p>



<p>Leggo questa consapevolezza nel voto del Parlamento che ha concluso i giorni travagliati della scorsa settimana.</p>



<p><strong>Travagliati per tutti, anche per me.</strong></p>



<p>È questa stessa consapevolezza la ragione del mio sì e sarà al centro del mio impegno di Presidente della nostra Repubblica nell’assolvimento di questo nuovo mandato.</p>



<p>Nel momento in cui i Presidenti di Camera e Senato mi hanno comunicato l’esito della votazione, ho parlato delle <strong>urgenze &#8211; sanitaria, economica, sociale &#8211; che ci interpellano. Non possiamo permetterci ritardi, né incertezze.</strong></p>



<p><strong>La lotta contro il virus non è conclusa</strong>, la campagna di vaccinazione ha molto ridotto i rischi, ma non ci sono consentite disattenzioni.</p>



<p>È di piena evidenza come la ripresa di ogni attività sia legata alla diffusione dei vaccini che proteggono noi stessi e gli altri.</p>



<p>Questo impegno si unisce a quello per la ripresa, per la costruzione del nostro futuro.</p>



<p>L’Italia è un grande Paese.</p>



<p>Lo spirito di iniziativa degli italiani, la loro creatività e solidarietà, lo straordinario impegno delle nostre imprese, le scelte delle istituzioni ci hanno permesso di ripartire. Hanno permesso all’economia di raggiungere risultati che adesso ci collocano nel gruppo di testa dell’Unione. Ma questa ripresa, per consolidarsi e non risultare effimera, ha bisogno di <strong>progettualità</strong>, di <strong>innovazione</strong>, di <strong>investimenti nel capitale sociale</strong>, di un vero e proprio salto di efficienza del sistema-Paese.</p>



<p>Nuove difficoltà si presentano.<strong> Le famiglie e le imprese</strong> dovranno fare i conti con gli aumenti del <strong>prezzo dell’energia</strong>. Preoccupa la scarsità e l’aumento del prezzo di alcuni beni di importanza fondamentale per i settori produttivi.</p>



<p>Viviamo una fase straordinaria in cui l’agenda politica è in gran parte definita dalla strategia condivisa in sede europea.</p>



<p>L’Italia è al centro dell’impegno di ripresa dell’<strong>Europa</strong>. Siamo i maggiori beneficiari del programma <strong>Next Generation</strong> e dobbiamo rilanciare l’economia all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione, nell’ambito della transizione ecologica e digitale.</p>



<p>La stabilità di cui si avverte l’esigenza è, quindi, fatta di dinamismo, di lavoro, di sforzo comune.</p>



<p>I tempi duri che siamo stati costretti a vivere ci hanno lasciato una lezione: dobbiamo dotarci di strumenti nuovi per prevenire futuri possibili pericoli globali, per gestirne le conseguenze, per mettere in sicurezza i nostri concittadini.</p>



<p>L’impresa alla quale si sta ponendo mano richiede il concorso di ciascuno.</p>



<p><strong>Forze politiche e sociali, istituzioni locali e centrali, imprese e sindacati, amministrazione pubblica e libere professioni, giovani e anziani, città e zone interne, comunità insulari e montane. Vi siamo tutti chiamati.</strong></p>



<p>L’esempio ci è stato offerto da medici, operatori sanitari, volontari, da chi ha garantito i servizi essenziali nei momenti più critici, dai sindaci, dalle <strong>Forze Armate e dalle Forze dell’ordine</strong>, impegnate a sostenere la campagna vaccinale: a tutti va riaffermata la nostra riconoscenza.</p>



<p>Questo è l’orizzonte che abbiamo davanti.</p>



<p>Dobbiamo disegnare e iniziare a costruire, in questi prossimi anni, l’Italia del dopo emergenza.</p>



<p>È ancora tempo di un impegno comune per rendere più forte la nostra Patria, ben oltre le difficoltà del momento.</p>



<p>Un’Italia più giusta, più moderna, intensamente legata ai popoli amici che ci attorniano.</p>



<p>Un Paese che cresca in unità.</p>



<p>In cui le disuguaglianze &#8211; territoriali e sociali &#8211; che attraversano le nostre comunità vengano meno.</p>



<p>Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la <strong>coesione del nostro popolo.</strong></p>



<p>Un’Italia che sappia superare il <strong>declino demografico</strong> a cui l’Europa sembra condannata.</p>



<p>Un’Italia che tragga vantaggio dalla valorizzazione delle sue bellezze, offrendo il proprio modello di vita a quanti, nel mondo, guardano ad essa con ammirazione.</p>



<p>Un’Italia impegnata nella difesa dell’<strong>ambiente</strong>, della <strong>biodiversità</strong>, degli <strong>ecosistemi</strong>, consapevole delle responsabilità nei confronti delle future generazioni.</p>



<p>Una Repubblica capace di riannodare il patto costituzionale tra gli italiani e le loro istituzioni libere e democratiche.</p>



<p>Rafforzare l’Italia significa, anche, metterla in grado di orientare il processo per rilanciare l’Europa, affinché questa divenga più efficiente e giusta; rendendo stabile e strutturale la svolta che è stata compiuta nei giorni più impegnativi della <strong>pandemia.</strong></p>



<p>L’apporto dell’Italia non può mancare: servono idee, proposte, coerenza negli impegni assunti.</p>



<p>La <strong>Conferenza sul futuro dell’Europa</strong> non può risolversi in un grigio passaggio privo di visione storica ma deve essere l’occasione per definire, con coraggio, una Unione protagonista nella comunità internazionale.</p>



<p>In aderenza alle scelte della nostra <strong>Costituzione</strong>, la Repubblica ha sempre perseguito una politica di pace. In essa, con ferma adesione ai principi che ispirano l’<strong>Organizzazione delle Nazioni Unite</strong>, il <strong>Trattato del Nord Atlantico</strong>, l’<strong>Unione Europea</strong>, abbiamo costantemente promosso il dialogo reciprocamente rispettoso fra le diverse parti affinché prevalessero i principi della cooperazione e della giustizia.</p>



<p>Da molti decenni i Paesi europei possono godere del dividendo di pace, concretizzato dall’integrazione europea e accresciuto dal venir meno della Guerra fredda.</p>



<p>Non possiamo accettare che ora, senza neppure il pretesto della competizione tra sistemi politici ed economici differenti, si alzi nuovamente il vento dello scontro; in un continente che ha conosciuto le tragedie della Prima e della Seconda guerra mondiale.</p>



<p>Dobbiamo fare appello alle nostre risorse e a quelle dei <strong>Paesi alleati </strong>e amici affinché le esibizioni di forza lascino il posto al reciproco intendersi, affinché nessun popolo debba temere l’aggressione da parte dei suoi vicini.</p>



<p>I popoli dell’<strong>Unione Europea</strong> devono anche essere consapevoli che ad essi tocca un ruolo di sostegno ai processi di stabilizzazione e di pace nel martoriato panorama mediterraneo e medio-orientale. Non si può sfuggire alle sfide della storia e alle relative responsabilità.</p>



<p>Su tutti questi temi – all’interno e nella dimensione internazionale &#8211; è intensamente impegnato il Governo guidato dal <strong>Presidente Draghi</strong>; nato, con ampio sostegno parlamentare, nel pieno dell’emergenza e ora proiettato a superarla, ponendo le basi di una stagione nuova di crescita sostenibile del nostro Paese e dell’Europa. Al Governo esprimo un convinto ringraziamento e gli auguri di buon lavoro.</p>



<p>I grandi cambiamenti che stiamo vivendo a livello mondiale impongono soluzioni rapide, innovative, lungimiranti, che guardino alla complessità dei problemi e non soltanto agli interessi particolari.</p>



<p>Una riflessione si propone anche sul funzionamento della nostra democrazia, a tutti i livelli.</p>



<p>Proprio la velocità dei cambiamenti richiama, ancora una volta, al bisogno di costante inveramento della democrazia.</p>



<p>Un’autentica democrazia prevede il doveroso rispetto delle regole di formazione delle decisioni, discussione, partecipazione. L’esigenza di governare i cambiamenti sempre più rapidi richiede risposte tempestive. Tempestività che va comunque sorretta da quell’indispensabile approfondimento dei temi che consente puntualità di scelte.</p>



<p>Occorre evitare che i problemi trovino soluzione senza l’intervento delle istituzioni a tutela dell’interesse generale: questa eventualità si traduce sempre a vantaggio di chi è in condizioni di maggiore forza.</p>



<p>Poteri economici sovranazionali tendono a prevalere e a imporsi, aggirando il processo democratico.</p>



<p>Su un altro piano, i regimi autoritari o autocratici tentano ingannevolmente di apparire, a occhi superficiali, più efficienti di quelli democratici, le cui decisioni, basate sul libero consenso e sul coinvolgimento sociale, sono, invece, più solide ed efficaci.</p>



<p><strong>La sfida – che si presenta a livello mondiale – per la salvaguardia della democrazia riguarda tutti e anzitutto le istituzioni.</strong></p>



<p>Dipenderà, in primo luogo, dalla forza del Parlamento, dalla elevata qualità della attività che vi si svolge, dai necessari adeguamenti procedurali.</p>



<p>Vanno tenute unite due esigenze irrinunziabili: rispetto dei percorsi di garanzia democratica e, insieme, tempestività delle decisioni.</p>



<p>Per questo <strong>è cruciale il ruolo del Parlamento, come</strong> luogo della partecipazione. Il luogo dove si costruisce il consenso attorno alle decisioni che si assumono. Il luogo dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo emerge dalla società civile.</p>



<p><strong>Così come è decisivo il ruolo e lo spazio delle autonomie.</strong> Il pluralismo delle istituzioni, vissuto con spirito di collaborazione – come abbiamo visto nel corso dell’emergenza pandemica – rafforza la democrazia e la società.</p>



<p><strong>Non compete a me indicare percorsi riformatori da seguire. Ma dobbiamo sapere che dalle risposte che saranno date a questi temi dipenderà la qualità della nostra</strong> democrazia.</p>



<p>Quel che appare comunque necessario – nell’indispensabile dialogo collaborativo tra Governo e Parlamento è che &#8211; particolarmente sugli atti fondamentali di governo del Paese – il Parlamento sia posto in condizione sempre di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi.</p>



<p>Appare anche necessario un ricorso ordinato alle diverse fonti normative, rispettoso dei limiti posti dalla Costituzione.</p>



<p>La qualità stessa e il prestigio della rappresentanza dipendono, in misura non marginale, dalla capacità dei partiti di esprimere ciò che emerge nei diversi ambiti della vita economica e sociale, di favorire la partecipazione, di allenare al confronto.</p>



<p><strong>I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali.</strong></p>



<p><strong>Senza partiti coinvolgenti, così come senza corpi sociali intermedi, il cittadino si scopre solo e più indifeso. </strong>Deve poter far affidamento sulla politica come modalità civile per esprimere le proprie idee e, insieme, la propria appartenenza alla Repubblica.</p>



<p>Il Parlamento ha davanti a sé un compito di grande importanza perché, attraverso nuove regole, può f<strong>avorire una stagione di partecipazione.</strong></p>



<p>Anche sul piano etico e culturale è necessario – proprio nel momento della difficoltà – sollecitare questa passione che in tanti modi si esprime nella nostra comunità. <strong>Tutti i giovani in primo luogo, tutti, particolarmente loro, sentono sulle proprie spalle la responsabilità di prendere il futuro del Paese, portando nella politica e nelle istituzioni novità ed entusiasmo.</strong></p>



<p>Rivolgo un saluto rispettoso alla Corte Costituzionale, presidio di garanzia dei principi della nostra Carta.</p>



<p>Nell’inviare un saluto alle nostre Magistrature – elemento fondamentale del sistema costituzionale e della vita della società –mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia.</p>



<p>Per troppo tempo è divenuta un terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività.</p>



<p><strong>Nella salvaguardia dei principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della Magistratura – uno dei cardini della nostra Costituzione &#8211; l’ordinamento giudiziario e il sistema di governo autonomo della Magistratura devono corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, come richiesto a buon titolo dai cittadini.</strong></p>



<p>È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio Superiore della Magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono restare estranee all’Ordine giudiziario.</p>



<p>Occorre per questo che venga recuperato un profondo rigore.</p>



<p>In sede di Consiglio Superiore ho da tempo sottolineato che indipendenza e autonomia sono principi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza.</p>



<p>I<strong> cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone.</strong></p>



<p>Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati.</p>



<p>La Magistratura e l’Avvocatura sono chiamate ad assicurare che il processo riformatore si realizzi, facendo recuperare appieno prestigio e credibilità alla funzione giustizia, allineandola agli standard europei.</p>



<p>Alle Forze Armate, sempre più strumento di pace, elemento significativo nella politica internazionale della Repubblica, alle Forze dell<strong>’</strong>ordine, garanzia di libertà nella sicurezza, esprimo il mio apprezzamento, unitamente al rinnovo del cordoglio per quanti hanno perduto la vita nell’ assolvimento del loro dovere.</p>



<p>Nel salutare il <strong>Corpo Diplomatico accreditato</strong>,&nbsp;ringrazio per l’amicizia e la collaborazione espressa nei confronti del nostro Paese.</p>



<p>Ai numerosi nostri connazionali presenti nelle più diverse parti del globo va il mio saluto affettuoso, insieme al riconoscimento per il contributo che danno alla comprensione dell’identità italiana nel mondo.</p>



<p>A <strong>Papa Francesco</strong>, al cui magistero l’Italia guarda con grande rispetto, esprimo i sentimenti di riconoscenza del popolo italiano.</p>



<p>Un messaggio di amicizia invio alle numerose comunità straniere presenti in Italia: la loro affezione nei confronti del nostro Paese in cui hanno scelto di vivere e il loro apporto alla vita della nostra società sono preziosi.</p>



<p><strong>L’Italia è, per antonomasia, il Paese della bellezza, delle arti, della cultura.</strong> Così nel resto del mondo guardano, fondatamente, verso di noi.</p>



<p><strong>La cultura non è il superfluo: è un elemento costitutivo dell’identità italiana.</strong></p>



<p>Facciamo in modo che questo patrimonio di ingegno e di realizzazioni – da preservare e sostenere – divenga ancor più una risorsa capace di generare conoscenza, accrescimento morale e un fattore di sviluppo economico. Risorsa importante particolarmente per quei giovani che vedono nelle università, nell’editoria, nelle arti, nel teatro, nella musica, nel cinema un approdo professionale in linea con le proprie aspirazioni.</p>



<p>Consentitemi di ricordare, per renderle omaggio, una grande protagonista del nostro cinema e del nostro Paese: <strong>Monica Vitti.</strong></p>



<p><strong>Sosteniamo una scuola che sappia accogliere e trasmettere preparazione e cultura</strong>, come complesso dei valori e dei principi che fondano le ragioni del nostro stare insieme; <strong>scuola volta ad assicurare parità di condizioni e di opportunità.</strong></p>



<p>C<strong>ostruire un’Italia più moderna è il nostro compito.</strong></p>



<p>Ma affinché la modernità sorregga la qualità della vita e un modello sociale aperto, animato da libertà, diritti e solidarietà, è necessario assumere la lotta alle diseguaglianze e alle povertà come asse portante delle politiche pubbliche.</p>



<p>Nell’ultimo periodo gli indici di occupazione sono saliti &#8211; ed è un dato importante &#8211; ma ancora tante donne sono escluse dal lavoro, e la marginalità femminile costituisce uno dei fattori di rallentamento del nostro sviluppo, oltre che un segno di ritardo civile, culturale, umano.</p>



<p><strong>Tanti, troppi giovani sono sovente costretti in lavori precari e malpagati, quando non confinati in periferie esistenziali.</strong></p>



<p><strong>È doveroso ascoltare la voce degli studenti,</strong> che avvertono tutte le difficoltà del loro domani e cercano di esprimere esigenze, domande volte a superare squilibri e contraddizioni.</p>



<p><strong>La pari dignità sociale è un caposaldo di uno sviluppo giusto ed effettivo.</strong></p>



<p><strong>Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno per ogni prospettiva reale di&nbsp;crescita.</strong></p>



<p>Nostro compito – come prescrive la Costituzione – è rimuovere gli ostacoli.</p>



<p>Accanto alla dimensione sociale della dignità, c’è un suo significato etico e culturale che riguarda il valore delle persone e chiama in causa l’intera società.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>La dignità.</strong></p>



<p><strong>Dignità è azzerare le morti sul lavoro,</strong> che feriscono la società e la coscienza di ognuno di noi. Perché la sicurezza del lavoro, di ogni lavoratore, riguarda il valore che attribuiamo alla vita.</p>



<p><strong>Mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro.</strong></p>



<p>Quasi ogni giorno veniamo richiamati drammaticamente a questo primario dovere del nostro Paese.</p>



<p><strong>Dignità è opporsi al razzismo e all’antisemitismo</strong>, aggressioni intollerabili, non soltanto alle minoranze fatte oggetto di violenza, fisica o verbale, ma alla coscienza di ognuno di noi.</p>



<p><strong>Dignità è impedire la violenza sulle donne</strong>, piaga profonda e inaccettabile che deve essere contrastata con vigore e sanata con la forza della cultura, dell’educazione, dell’esempio.</p>



<p><strong>La nostra dignità è interrogata dalle migrazioni,</strong> soprattutto quando non siamo capaci di difendere il diritto alla vita, quando neghiamo nei fatti dignità umana agli altri.</p>



<p><strong>È anzitutto la nostra dignità che ci impone di combattere, senza tregua, la tratta e la schiavitù degli esseri umani.</strong></p>



<p><strong>Dignità è diritto allo studio, lotta all’abbandono scolastico, annullamento del divario tecnologico e digitale.</strong></p>



<p><strong>Dignità è rispetto per gli anziani</strong> che non possono essere lasciati alla solitudine, e neppure possono essere privi di un ruolo che li coinvolga.</p>



<p><strong>Dignità è contrastare le povertà, </strong>la precarietà disperata e senza orizzonte che purtroppo mortifica le speranze di tante persone.</p>



<p><strong>Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità.</strong></p>



<p><strong>Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza.</strong></p>



<p><strong>Dignità è un Paese non distratto di fronte ai problemi quotidiani che le persone con disabilità devono affrontare.</strong> Confidiamo in un Paese&nbsp;capace di rimuovere gli ostacoli che immotivatamente incontrano nella loro vita.</p>



<p><strong>Dignità è un Paese libero dalle mafie, dal ricatto della criminalità, libero anche dalla complicità di chi fa finta di non vedere.</strong></p>



<p><strong>Dignità è&nbsp;assicurare e garantire il diritto dei cittadini a un’informazione libera e indipendente.</strong></p>



<p>La dignità, dunque, come pietra angolare del nostro impegno, della nostra passione civile.</p>



<p>A questo riguardo – concludendo &#8211; desidero ricordare in quest’aula il Presidente di un’altra Assemblea parlamentare, quella europea, <strong>David Sassoli.</strong></p>



<p>La sua testimonianza di uomo mite e coraggioso, sempre aperto al dialogo e capace di rappresentare le democratiche istituzioni ai livelli più alti, è entrata nell’animo dei nostri concittadini.</p>



<p><strong>“Auguri alla nostra speranza” sono state le sue ultime parole in pubblico.</strong></p>



<p>Dopo avere appena detto: “La speranza siamo noi”.</p>



<p><strong>Ecco, noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica.</strong></p>



<p><strong>Viva la Repubblica, viva l’Italia!</strong></p>
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		<title>Votate Draghi. E a non rivederci più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 20:08:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<category><![CDATA[Capo dello Stato]]></category>
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		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Mattarella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale. Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale.</p>



<p>Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in una tradizione ciò che, nella sua convinzione, deve restare una eccezione. Perché se è vero che la Costituzione non vieta la rielezione del presidente uscente, la consuetudine lo considera un fatto eccezionale.</p>



<p>La politica non è certamente la narrativa con la quale il centro destra sta provando ad accompagnare il fallimento di Berlusconi. Il presidente di Forza Italia non è riuscito a trovare abbastanza voti in Parlamento per garantire la sua elezione a Capo dello Stato al netto della prevedibile percentuale di franchi tiratori interni.</p>



<p>Il racconto di avere i voti ma di rinunciarci per non dividere il Paese va in conflitto non solo con l’evidenza dei fatti (la mancanza dei voti), con la storia di un uomo che nel bene e nel male è stato l’incarnazione della divisione, del bipolarismo. Ma anche con la mitologia del Cavaliere che si esalta e si eccita davanti alle sfide impossibili. Anche per quelle.</p>



<p>Il centro destra ne esce indebolito da questo tira e molla del suo vecchio leader. “Ora che con senso di responsabilità abbiamo ritirato il nome divisivo ma vincente di Berlusconi, la sinistra non ponga più veti” è una pezza peggiore del buco.</p>



<p>Quello che si ricava da questo racconto è l’immagine di una coalizione non solo divisa sulla prospettiva di portare a termine la legislatura o di andare a voto anticipato, ma priva di figure adeguate non solo a guidare le grandi città ma anche, a livello centrale, a rappresentare l’unità e il prestigio di un Paese ancorato alle sue tradizioni europeiste e atlantiste.</p>



<p>Di chi è la responsabilità? Certamente di Berlusconi, che per più di vent’anni ha soffocato ogni tentativo, da lui stesso a volte accennato, di formare un partito che potesse sopravvivergli, uno o più leader che potessero continuare la sua azione politica. La responsabilità è degli altri partiti di destra, che non hanno perso occasione per bearsi di una crescita effimera perché basata sulla tentazione di titillare i peggiori istinti di intolleranza e divisione che covano nella pancia del Paese, soprattutto in tempi di crisi.</p>



<p>Il rischio più serio, a questo punto, è di bruciare la figura di Mario Draghi, la personalità italiana più stimata al mondo. Già il centro destra ha chiarito che non voterà Draghi come Capo dello Stato, affiancandosi alla posizione del M5S, che ha cambiato idea almeno settanta volte negli ultimi trenta giorni e in trentamila occasioni dall’inizio di questa legislatura. La peggiore sciagura politica della storia della Repubblica.</p>



<p>Vedremo quali saranno le proposte di alto profilo che il centro destra garantisce di proporre entro le prossime ore. Aspettiamo con ansia e rispetto per quello che potrebbe essere il nuovo Capo dello Stato. Non è nostra consuetudine attaccare le Istituzioni, financo quelle immaginarie. I gilet gialli li teniamo in macchina, come prevede la legge. Senza pentimento.</p>



<p>Crediamo fortemente nel laico spirito costituzionale che guiderà con sapienza la scelta dei mille grandi elettori. Ai quali ci permettiamo di ricordare che la credibilità conquistata dall’Italia a livello mondiale nell’ultimo anno non è merito di un governo tutto sommato modesto (tranne Colao, Cartabia e pochi altri) ma porta chiaramente i nomi e i cognomi di Mario Draghi e Sergio Mattarella.</p>



<p>Senza il prezioso lavoro svolto a Bruxelles da loro e da poche altre figure, non avremmo ottenuto il via libera alla prima anticipazione del PNRR. Deragliando da questa via nulla è scontato per il futuro. A partire dalle riforme necessarie per ottenere le prossime tranche del Piano Nazionale di Ripresa.</p>



<p>Basterà a convincere i furbetti del vitalizio e quelli di un posto al governo a non buttare tutto al macero per la difesa del proprio particolarissimo interesse?</p>



<p>Per non rischiare, mettiamola meglio così: non fatelo per l’Italia, non per l’Europa e neppure per i vostri figli. Fatelo per le vostre indennità e per i vostri incarichi da proteggere sino a fine legislatura. Garantite i prossimi sette anni di credibilità all’Italia votando Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica. E a non rivederci più.</p>
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		<title>Marzio Breda e Davide Giacalone: il prossimo presidente dovrà aiutare il Parlamento a fare le riforme senza imporle dall&#8217;alto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2022 13:31:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Amintore Fanfani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marzio Breda, il principe dei quirinalisti italiani, è in libreria con “Capi senza Stato”, edito da Marsilio. Davide Giacalone, direttore de “La Ragione” ha pubblicato “Su al Colle”, edito da La Ragione. Breda, i Presidenti di quella che definisci la grande crisi italiana li fai iniziare con l&#8217;elezione al Quirinale di Cossiga. Perché?Perché è Cossiga a profetizzare la grande crisi italiana. È il 1990, la prima parte del suo mandato&#8230;</p>
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<p><strong>Marzio Breda, il principe dei quirinalisti italiani, è in libreria con “Capi senza Stato”, edito da Marsilio. Davide Giacalone, direttore de “La Ragione” ha pubblicato “Su al Colle”, edito da La Ragione. Breda, i Presidenti di quella che definisci la grande crisi italiana li fai iniziare con l&#8217;elezione al Quirinale di Cossiga. Perché?</strong><br>Perché è Cossiga a profetizzare la grande crisi italiana. È il 1990, la prima parte del suo mandato Cossiga l&#8217;aveva trascorsa in modo molto silenzioso, per nulla interventista. Il quadro politico del resto era stabile. Se non che, con il crollo del Muro di Berlino, parliamo della fine dell&#8217;89, Cossiga sente il bisogno di avvertire i capi di partito italiani che il muro è crollato anche addosso a noi; che il sistema sta per crollare; che non regge più nulla; che bisogna fare una vasta e profonda riforma costituzionale. Questa cosa della riforma costituzionale va sottolineata perché Cossiga la riassunse in un lungo messaggio alle Camere di 93 pagine, nella stesura del quale fu un po’ aiutato da Giuliano Amato e Mino Martinazzoli. Quindi non da due eversori, come si direbbe oggi.</p>



<p><strong>Come fu accolto quel messaggio?</strong><br>Malissimo. Il Presidente del Consiglio in carica, per la sesta volta, era Andreotti. Il messaggio fu archiviato come una pratica inutile, anzi pericolosa. Questa cosa, insieme al fatto che Cossiga aveva scoperto che c&#8217;era un complotto per scacciarlo in anticipo &#8211; complotto guidato da alcuni del suo stesso partito &#8211; fecero scatenare la sua vendetta.</p>



<p><strong>Le famose picconate.</strong><br>Sì, le famose picconate, che non servivano solo per consumare una vendetta personale verso alcuni avversari, ma erano anche un modo per aprire un dialogo diretto con il popolo. Ma la faccenda fu molto traumatica non solo per la politica ovviamente, ma anche per l&#8217;opinione pubblica diffusa. Fu un vizio d&#8217;origine che Cossiga pagò caro.</p>



<p><strong>In che senso?</strong><br>Nel senso che, anche dopo che lasciò il Quirinale, fu un grande “rimosso” della politica italiana. Però bisogna dire che con lui si inaugura una stagione diversa, che è quella dei Presidenti interventisti, dei Presidenti esternatori, dei Presidenti viaggiatori, dei Presidenti che non hanno problemi a mettersi contro.</p>



<p><strong>Anche contro gli altri poteri dello Stato?</strong><br>Con i successori Cossiga si sono si sono avute fasi di difficoltà nei rapporti con gli altri poteri dello Stato. Abbiamo avuto Capi dello Stato che avevano contro il Governo, per esempio Scalfaro con Berlusconi, ma anche Ciampi. Magari, in certe fasi, anche il Parlamento. In altri casi erano loro stessi contro il Governo, suoi antagonisti diciamo. Oppure anche contro la Magistratura: Cossiga lo fu in maniera molto esplicita, da capo del CSM. Bisognerebbe ricordare che, siccome il CSM non seguiva le sue indicazioni, lui era arrivato al punto di far circondare Palazzo dei Marescialli qui a Roma da un battaglione dei Carabinieri. Insomma, Cossiga era un po’ così.</p>



<p><strong>Cosa ti ha colpito di più nel seguire i vari Presidenti?</strong><br>La cosa che a me ha colpito molto è stata che ognuno, quando veniva investito del ruolo, saliva al Quirinale con una specie di promessa di impegno a fare dei passi indietro, a ritornare in una cifra interpretativa della Costituzione piuttosto sommessa, silenziosa, poco interventista. Tuttavia, siccome nel frattempo è crollato il sistema dei partiti &#8211; nel ’93 c&#8217;è stata la tabula rasa dei partiti &#8211; c&#8217;era una questione morale enorme che esplodeva. Con tangentopoli, sebbene a fasi alterne, c’è stata anche una gravissima crisi economica: bisogna ricordare che nel ‘93 le banche non acquistavano più alle aste i titoli di stato. Insomma, c’è stata una vera crisi sociale e culturale della politica. Di conseguenza tutti i Presidenti si sono più o meno sentiti necessitati ed obbligati a espandere il loro ruolo, rifacendosi al precedente di Cossiga, e anche utilizzando quella famosa e ormai abusata espressione “allargare la fisarmonica dei poteri”.</p>



<p><strong>Parliamo di questi poteri a fisarmonica.</strong><br>E’ una definizione di Giuliano Amato, secondo la quale i poteri del Quirinale così come sono descritti nella Costituzione sono vaghi, incerti, interpretabili. Quindi, interpretando ed allargando questa fisarmonica dei poteri, a volte si è arrivati ad allargarla fino al limite estremo.</p>



<p><strong>Ad esempio, quando?</strong><br>Cito Napolitano, perché è relativamente recente. Napolitano che insedia Mario Monti al Governo. È un Governo del Presidente, è un Governo calato dall&#8217;alto, dove anche la scelta dei Ministri e la stesura stessa del programma è stata concepita in Quirinale. Per dare un&#8217;idea di come il ruolo del Presidente era diventato un ruolo da Presidente governante, bisogna ricordare che Napolitano insediò due Commissioni di Saggi presso il Quirinale: una commissione aveva il compito di stendere un elenco delle riforme da farsi, l’altra, invece, un impegno a fissare il programma di Governo. Già questo era un atto di forza molto, ma molto singolare, molto ai limiti.</p>



<p><strong>Altri esempi?</strong><br>Si potrebbe citare, procedendo a ritroso, la controversa fine del Governo Berlusconi con la nascita del Governo Dini. Ma anche arrivando, oggi, a Draghi. Il più delle volte i Presidenti hanno motivato certi loro scatti in avanti con il fatto che il Paese aveva bisogno di stabilità e che non si poteva, per esempio, interrompere anzitempo la legislatura. Ovviamente, se penso a quando viene insediato Mario Monti non posso non ricordare che ci si trovava davanti a un quadro drammatico: l&#8217;Italia rischiava il default e rischiavamo di essere commissariati dalla Troika. Quindi quel Governo fu necessario, anche perché, altrimenti, saremmo andati incontro a tre o quattro mesi di stallo e di vuoto politico, fra lo scioglimento delle Camere, la campagna elettorale e il varo di un nuovo Governo. Non potevamo permettercelo.</p>



<p><strong>Giacalone, questo potere a fisarmonica del Capo dello Stato è un po’ anche la cifra della nostra Costituzione. Infatti, molto spesso si parla di una Costituzione formale e di una Costituzione materiale.</strong><br>Non per pignoleria, ma perché ha un significato, ricordo che quella definizione non relativa alla fisarmonica ma all&#8217;elastico è di Piero Calamandrei e non di Giuliano Amato, oggi giudice costituzionale. Che quei poteri lì fossero in qualche modo estendibili era chiaro ai Costituenti. Piero Calamandrei era un Costituente. Non bisogna confondere quello che dal Quirinale in espansione copriva la debolezza della politica &#8211; e quindi vedere quali sono state le risposte della politica &#8211; con invece altre forme di estensione del proprio potere. Ad esempio Cossiga, ricordato da Breda, mosse un fermo alla magistratura che stava allargando i suoi poteri, perché quello non era più l&#8217;elasticità dei poteri, ma era una deviazione, era un deragliare dai binari costituzionali. Però l’elasticità si mostrò fin dall&#8217;inizio, basti pensare al caso del Presidente Gronchi.</p>



<p><strong>Parliamone</strong><br>A un certo punto Gronchi pensò di essere l&#8217;interprete della politica estera italiana, pensò di poter interloquire direttamente con la Casa Bianca, tant&#8217;è che il Governo dovette intervenire dicendo: “Scusi Presidente, ma che sta facendo? Si fermi”. Considerato che ogni atto del Presidente, a causa della sua irresponsabilità prevista dalla Costituzione deve essere controfirmato da un esponente del Governo, gli negarono le controfirme. Però, appunto, Gronchi fu fermato dal Governo, perché il Governo aveva una sua forza, la politica aveva una sua realtà. Lui era diventato Presidente contro la maggioranza di Governo, aveva una maggioranza creata da Enrico Mattei. Lui aveva votato contro il Patto Atlantico. Aveva una maggioranza di cui facevano parte i comunisti. Ma anche il Governo aveva, a sua volta, una sua maggioranza solida e, quindi, seppe contrapporsi.</p>



<p><strong>E qual è la differenza con gli anni più recenti?</strong><br>Non sempre è successa la stessa cosa in anni a noi più vicini, ma non tanto per il fatto che il Presidente si allargasse troppo, ma perché la politica si rattrappiva. Poi ognuno la mette come vuole, ma era il rattrappimento della politica che portava a questo espandersi. Invece, per quanto riguarda Cossiga, egli ha avuto il merito, purtroppo non coronato da successo, di aver avvertito il momento in cui questo stava succedendo. La cosa curiosa è che lui stesso non dormiva granché la notte, seguiva la radio con il CB e si accorse che stava crollando il Muro di Berlino: chiamò il Ministero degli Esteri e non c&#8217;era nessuno, era notte, dormivano. Chiamò Palazzo Chigi; chiamò il nostro ambasciatore in Germania. Quando vide questa cosa, Cossiga capì che era finito un mondo.</p>



<p><strong>Mentre, il resto della classe politica non lo capì così presto.</strong><br>Questa è la vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica. Tangentopoli viene molto dopo. La vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica è non avere capito questo. Al Quirinale, in quel caso, c&#8217;era chi aveva visto giusto. Aveva cominciato il settennato che lo chiamavano “il sardo muto”, perché non parlava mai e l’ha finito, come è noto, parlando più volte al giorno e occupando la scena. L&#8217;altra cosa che si ricorda di noi stessi, leggendo il libro di Breda, è che molto spesso il disegno politico che si ha in mente quando si elegge un Presidente non è mica detto che sia coronato da successo.</p>



<p><strong>Anche qui, possiamo fare degli esempi?</strong><br>Certo. Leone viene eletto con una maggioranza, in cui sono determinanti i voti del Movimento Sociale per fermare l&#8217;avanzata dei comunisti e durante la sua presidenza i comunisti vanno al governo. Pertini viene eletto con una maggioranza che comprende i comunisti, per consolidare il clima della sovranità nazionale, e durante il suo settennato i comunisti escono dal governo. Cossiga, che è stato il più giovane Presidente della Repubblica Italiana, viene eletto da una vastissima maggioranza al primo scrutinio, non per merito dell&#8217;abilità tattica di De Mita ma perché fu Ministro degli Interni durante il rapimento Moro, un Governo della solidarietà nazionale: aveva un rapporto con i comunisti. Con il crollo del Muro di Berlino emerge Gladio. Cossiga si presenta dicendo di essere orgoglioso di essere stato gladiatore. Quel mondo salta, i comunisti cominciano a diventare feroci nei suoi confronti, i democristiani ancora di più. Breda ha ricordato prima il caso di quel suo messaggio alle Camere. Quel messaggio fu letto alla Camera dei Deputati e dopo la lettura fu presentato un ordine del giorno che recitava testualmente: “La Camera dei Deputati, udito il messaggio del Presidente della Repubblica, passa all&#8217;ordine del giorno”. Neanche un dibattito. Niente. Zero. Ecco, quella classe politica non capì il significato di quel che stava avvenendo.</p>



<p><strong>Ma quanto è davvero importante il nome di chi andrà al Quirinale?</strong><br>Il tema non è chi fa il Presidente della Repubblica. Tra l&#8217;altro quasi mai – Cossiga fu una eccezione – quello che parte per fare il Presidente del Repubblica viene poi eletto. Quando Gronchi diventa Presidente della Repubblica il candidato era Fanfani. La stessa cosa capitò con Leone e con Pertini, il candidato era Antonio Giolitti. Non è tanto il gioco di chi arriva al Colle, ma sulla scorta di quale disegno politico e quanto saprà poi o potrà interpretarlo nel corso di sette anni, che sono lunghi.</p>



<p><strong>Breda, tu di telefonate, fatte in orari non canonici da parte del Presidente Cossiga ne sai qualcosa?</strong><br>Sì, una specie di intervista testamento. È stata l’ultima che lui abbia fatto, nella quale si dichiarava pentito. Ma il suo orgoglio era tale che pentito davvero non era. Il punto è che una persona che ha l&#8217;incarico di occuparsi di Presidenti della Repubblica, come è capitato a me, per capire quello che c&#8217;è dietro la scena, è fondamentale che abbia un rapporto dialogico robusto con i Consiglieri del Presidente. Lo staff è circa una dozzina di persone.</p>



<p><strong>Tu hai avuto modo di avere un rapporto diretto con i Presidenti.</strong><br>Io ho avuto la fortuna e mi è stata tributata una certa fiducia evidentemente, per avere questo tipo di rapporti con praticamente tutti i Presidenti. Un po’ meno con Mattarella, perché per indole Mattarella è uno che anche in un colloquio faccia a faccia e privato trova la maniera di far parlare te e di parlare pochissimo lui.</p>



<p><strong>E gli altri?</strong><br>Con gli altri si sono creati questi tipi di rapporti quasi familiari. Tanto è vero che un paio di questi presidenti, cioè Cossiga e anche Scalfaro, in tempi diversi, vennero a pranzo a casa mia a Verona. Non è una roba che succede tutti i giorni di ricevere a pranzo a casa un Capo dello Stato. Questo non lo dico per vanteria, sarei sciocco, ma per testimoniare il grado di confidenza, che a me servì moltissimo. In primo luogo, per appassionarmi al tema e poi, soprattutto, per capire in base a quali dinamiche, a quali considerazioni, a quali eventi, i Presidenti si muovessero in un certo modo, piuttosto che in un altro. Quindi è chiaro che poi in questi colloqui “al caminetto” – chiamiamoli così – che potevano avvenire al Quirinale o a casa loro ero tenuto per ragioni di decenza e di rispetto a un vincolo di riservatezza. Certo, se il colloquio prendeva una certa piega percepivo io stesso che avrei potuto usare, anche in modo molto esplicito, quello che mi era stato detto.</p>



<p><strong>Ad esempio quando?</strong><br>Faccio un piccolo, ma importantissimo esempio: nel novembre 2011, quando Berlusconi stava per cadere, nel senso che già la Lega lo aveva scaricato, c&#8217;era il problema dello spread a 561. Io ero a Milano al giornale, suona il telefono, era Napolitano. A un Napolitano che ti dice, come successe quella volta: “oggi ho ricevuto due telefonate, una di Junker e una di Angela Merkel, che mi chiedono che cosa succede in Italia. Cerco di spiegare. Poi mi chiedono se l&#8217;opposizione è pronta, come dire, a subentrare se cade il Governo”. E lui dice: “ho dovuto dire che l&#8217;opposizione non era pronta. Poi mi chiedono che cosa posso fare io. Non avevano ben chiaro quali fossero i miei poteri”. Beh era un tipo di telefonata che francamente non mi sono sentito di tenere riservata: ho scritto immediatamente tutta questa cosa, perché, come dire, dava anche l&#8217;idea della drammaticità e del fatto che stava tutto precipitando.</p>



<p><strong>Questo c’entra, in parte, anche con la politica estera.</strong><br>Sì. Prima Giacalone ha fatto giustamente accenno alla politica estera. Negli ultimi trent&#8217;anni o quasi è successo che le forze politiche considerassero normale far svolgere attività di politica estera ai Presidenti. A volte, però, è successo che la facessero in chiave antagonista al Governo. È sufficiente pensare a tutte le volte in cui ci sono stati governi o ministri un po’ euro-scettici. Non erano i Capi dello Stato a cercare di compensare? Mi viene in mente, per esempio, Ciampi.</p>



<p><strong>Perché, però, proprio la politica estera?</strong><br>Perché nella permanente instabilità italiana, l&#8217;unica figura che viene percepita come stabile, come una specie di autorità morale, un garante, è il Capo dello Stato. Tra l&#8217;altro, a norma di Costituzione, il Capo dello Stato è anche il garante dei trattati internazionali. Questo è il motivo per il quale, per esempio, Mattarella aveva depennato Savona come superministro dell&#8217;economia. Savona era quello che, in quel periodo, aveva ipotizzato lo scenario del cigno nero, dell&#8217;Italia che doveva uscire dalla moneta unica e anche, forse, dall&#8217;Unione Europea se si fossero verificati certi eventi.</p>



<p><strong>Per comprendere appieno questi aspetti sono fondamentali, come dicevamo, i rapporti diretti con i Presidenti?</strong><br>Sì, la fortuna dei rapporti diretti aiuta a capire: infatti, 24 ore dopo quella telefonata che citavo prima con Napolitano, quando alla sera verso le sette e mezza otto arrivò la notizia che Mario Monti era stato nominato Senatore a vita mi fu tutto chiarissimo. La nomina al Governo ci fu tre &#8211; quattro giorni dopo, ma era chiaro che con quella mossa il Capo dello Stato voleva dire che Monti era un uomo delle Istituzioni, non apparteneva né a questo, né a quel campo politico. Era una risorsa della Repubblica e come tale, dopo tre o quattro giorni fu incaricato di formare un Governo del Presidente, che poi era un governo molto tecnico, anzi esclusivamente tecnico.</p>



<p><strong>Non lo diciamo noi, ma lo dice il mondo della politica, lo dice il mondo del giornalismo. Quando su Il Corriere della Sera appare un articolo a firma Marzio Breda la prima riflessione è: “il Quirinale vuole che questo si sappia”. Perché la fonte è certa e non è smentibile.</strong><br>Però, per me, a volte, è fastidioso essere percepito come una specie di forza di secondo grado e fonte di riserva. Tieni conto che anche al Quirinale io sono stato visto spesso come un grande rompiscatole, perché magari scrivevo l&#8217;indicibile, quello che non si deve dire e quello che non si può dire, perché tante cose sono coperte dal segreto. A volte è successo, sì, di ricevere delle telefonate, come dire, impostate. Però tutto il mio lavoro, poi, si rafforza nell&#8217;incrociare considerazioni, colloqui, con altre fonti non del palazzo.</p>



<p><strong>In quali casi?</strong><br>Per esempio se c&#8217;è di mezzo una questione che riguarda il Governo e che coinvolge, per dire, la sinistra: sentirò il segretario del Partito Democratico e poi cercherò di equilibrare, di capire chi mente, chi ingrandisce, chi minimizza. Tra l&#8217;altro va aggiunto che giornalisticamente sono pezzi un po’ complicati, perché rischiano di apparire un po’ involuti, noiosi. A me piacerebbe essere più brioso, brillante. In secondo luogo, c&#8217;è il problema di far capire che cosa c&#8217;è dietro una certa scelta: anche lì, non si possono fare molte semplificazioni, va spiegato in un certo modo. Insomma non è tutto facile. Altrimenti sarebbe semplicissimo: il Quirinale mi dà delle notizie e io le annuncio. Certe volte ho potuto anticipare che il Presidente della Repubblica non avrebbe firmato quella legge. Io mi sono dannato la vita a sentire Presidenti di Corte Costituzionale, giuristi, anche quelli che lavorano al Quirinale. Al Quirinale c&#8217;è un ufficio giuridico di grandi competenti: c&#8217;è stato per molti anni Salvatore Sechi, che è un uomo straordinario e che è stato Consigliere giuridico di Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Una testa d&#8217;uovo, un umanista, oltre che giurista, col quale mi confrontavo molto e col quale era nato un rapporto di amicizia e di fiducia.</p>



<p><strong>Giacalone. Vorrei chiedere a Breda dove si colloca esattamente il confine tra l&#8217;essere il giornalista che racconta e l’essere una persona che per mestiere, ma anche per vocazione riesce ad avere un rapporto fiduciario con il Capo dello Stato, cioè con una figura istituzionale. Il Capo dello Stato è il numero uno, che ha responsabilità delle sue azioni, delle cose che fa. Dove si colloca il confine tra la telefonata di Napolitano e tra il pensare di essere la persona cui il Presidente fa una confidenza o essere il canale che il Presidente ha scelto per far uscire una notizia? Perché immagino che non sia proprio così netta questa linea di demarcazione…</strong><br>No non è netta, non è mai netta. Non so dire con certezza come siano nati certi rapporti. Napolitano io l&#8217;avevo conosciuto. Avevamo fatto insieme un paio di dibattiti, prima che fosse eletto, quindi c&#8217;era una certa, ma molto alla lontana consuetudine. Con Scalfaro non ce n&#8217;era affatto. Con Ciampi neppure. Sono cose che scattano così poco a poco, che crescono. Tieni conto che con questi è nato un rapporto di amicizia, se non pare improprio, tanto è vero che ho continuato a seguirli, finché hanno vissuto. Andavo a trovarli a Palazzo Giustiniani, quando erano già nel dimenticatoio degli emeriti. Mi rendo conto anch&#8217;io del rischio di essere usato, però quando c&#8217;è una situazione molto complessa a me interessa capire che succede. Questo è il mio lavoro. A me si chiede di spiegare perché, come e in che direzione si muove il Presidente. Insomma avere il rapporto con la fonte numero uno, cioè con lui, incrociando magari poi quello che mi viene raccontato, come è andato un certo incontro. Io mi ricordo quando Ciampi mi raccontava di certi incontri durissimi con Berlusconi. All&#8217;epoca Berlusconi aveva un molto amabile portavoce che era Paolo Bonaiuti col quale avevo un ottimo dialogo. Delle volte ho parlato con Gianni Letta, per avere le due campane.</p>



<p><strong>Non c’è il rischio di diventare di parte?</strong><br>Non è che non mi rendessi conto del rischio di diventare tifoso del Presidente. C&#8217;è poi la corte del Quirinale, cioè i consiglieri, che detesta chi ha un rapporto col Presidente. Mi chiedevano perché avessi scritto una determinata cosa. Restavano malissimo quando gli dicevo: “chiedi al Presidente, ci ho parlato ieri sera.” Perché i comunicati a nodini diramati da un ufficio stampa non spiegano tutto.</p>



<p><strong>Facci un altro esempio.</strong><br>Napolitano ha introdotto una pratica, che prima non c&#8217;era e che è stata fatta propria anche da Mattarella, quella dell&#8217;approvazione delle leggi con osservazioni. Così, dicono al Quirinale. In realtà è con riserva. Il Presidente fa un calcolo costi-benefici, probabilmente ricava la convinzione che bocciare quella certa legge varata dal Parlamento avrebbe un impatto troppo negativo, per cui la promulga. Però accompagnata con una lettera di due, tre, quattro cartelle, dove spiega alcuni punti. Lui la firma, però bisogna correggere alcuni elementi. Anche questa è una pratica un po’ borderline, che però è passata ormai. Allora in casi come questo è fondamentale poter parlare con il Consigliere giuridico, oppure, se ci si riesce, con lo stesso Presidente, per capire come mai si è arrivati a questo punto e non si è bocciato. C’è il rischio di diventare un cortigiano, il che non mi piace.</p>



<p><strong>Bisogna avere piena fiducia anche dal proprio giornale.</strong><br>Ricordo, una volta, con Paolo Mieli direttore: lui è un uomo molto molto politico, impregnato di politica, molto colto. Una volta andai da lui molto arrabbiato, perché in quello stesso giorno mi ero ritrovato attaccato da Feltri da una parte e dall&#8217;altra parte attaccato adesso non ricordo se era Travaglio e gli dico: “ma che faccio? Devo rispondere a ste cose?”. Mi consigliò di lasciar perdere, che andava benissimo essere attaccato. Per giunta, quello stesso giorno, arrivò una protesta formale del Quirinale. Allora mi convinsi di aver fatto benissimo, perché tutti si erano arrabbiati. È un mestiere un po’ difficile. Si rischia, quando si arriva ad un certo punto, di assumere un ruolo improprio.</p>



<p><strong>Non è mai scattata l’identificazione?</strong><br>In certe fasi sì. Per esempio, quando ho visto svillaneggiato in modo inverecondo un uomo perbene come Ciampi: io veramente gli ero solidale in modo umano. Gli ero solidale umanamente, culturalmente, in tutti i sensi. Patì un bombardamento per certe sue posizioni. Per esempio, rispetto al revisionismo storico. Mi associavo molto a lui.</p>



<p><strong>Per chiudere farei la stessa domanda a entrambi i nostri ospiti: abbiamo evitato accuratamente di fare il toto nomi. Abbiamo parlato della storia dei nostri Presidenti della Repubblica. Ognuno di loro ha avuto un mandato, una una cifra per la quale viene ricordato. Mattarella, probabilmente, ha avuto il compito di tenere unita la Nazione in un momento difficile, in cui c’è stata una forte fase antipolitica e in cui poi è arrivata anche la difficoltà della pandemia. Vogliamo provare a immaginare quale sarà la caratteristica, il ruolo del prossimo Presidente? Inizia Giacalone.</strong><br>Il prossimo Presidente, chiunque sia, dovrà avere due caratteristiche: la prima è che dovrà essere eletto da una maggioranza simile o possibilmente più ampia, ma almeno simile a quella che regge il Governo Draghi, altrimenti ne va della stabilità del Governo Draghi. Non dimentichiamoci che noi, adesso, parliamo tutti del Quirinale, ma la stabilità dell&#8217;Italia deve essere garantita, non per i prossimi cinque giorni, ma per i prossimi cinque anni, almeno sino al 2025 quando si concluderà il ciclo dei finanziamenti europei, di cui poi ci sarà la realizzazione. Quindi è una roba che guarda molto oltre, financo il 2023, che è la data delle prossime elezioni. Chiunque sia, questa sarà la sua caratteristica di partenza.</p>



<p><strong>E poi?</strong><br>Poi sarà il Presidente che dovrà sovrintendere ad un cambio istituzionale profondo, dato da una riforma costituzionale scombiccherata – almeno questo è il mio giudizio – che fra l&#8217;altro mette l&#8217;elezione del successore in mano ad un collegio presidenziale che non sarà, per la prima volta, quello disegnato dai costituenti, perché per la prima volta il peso dei delegati regionali sarà sproporzionatamente più alto di quello disegnato all&#8217;epoca dai costituenti, perché è stato diminuito il numero dei parlamentari senza alcuna forma di coordinamento con il resto della Costituzione. Quindi sarà un compito difficile, perché da una parte dovrà in qualche modo accompagnare una stagione politica che deve essere stabile per la parte relativa a tutta la questione economica e quindi ai fondi del PNRR; dall&#8217;altra non potrà non cercare di lavorare ad una riforma costituzionale che, se non altro, metta in pari quello che si è fatto con il resto che è rimasto invariato. Quindi sarà ricordato o ricordata per queste due cose fondamentali, che ci riesca o non ci riesca.</p>



<p><strong>Per te, Breda?</strong><br>Sono perfettamente d&#8217;accordo con Davide. Aggiungo, dopo 30 anni di transizione incompiuta, nella quale ancora ci troviamo, davvero dovrebbe aprirsi, dopo le prossime politiche, una stagione costituente. Nel senso che certe riforme vanno fatte, sono indispensabili, perfino alcune che riguardano il ruolo del Presidente della Repubblica. Lasciarlo così, vago, indeterminato, interpretabile, ci espone tutti &#8211; come ammoniva del resto proprio il povero Cossiga &#8211; al rischio di avere un Presidente che non si comporti bene, che faccia politica. Questo sarebbe un grande guaio. Quindi deve essere l&#8217;uomo che aiuta il Parlamento a fare le riforme, ma non è dall&#8217;alto. Questo tentativo di imporre le riforme dall&#8217;alto lo ha fatto Napolitano ed è stato un errore, perché un&#8217;imposizione su un altro potere dello Stato non funziona. Infatti, non ha funzionato. Comunque, c&#8217;è da incrociare le dita.</p>
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		<title>Un presidente per l’Italia e gli italiani prima di tutto</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/01/20/deluca-un-presidente-per-italia-e-italiani-prima-di-tutto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2022 12:51:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avessimo preso sul serio, almeno quella gran parte di cittadini che siamo andati a scuola, la felice intuizione di Aldo Moro che introduceva nelle materie di studio, già nel 1962, l’educazione civica, oggi ci ritroveremmo uomini e donne seriamente e anche gioiosamente pensanti sulla elezione del Presidente della Repubblica. Purtroppo non lo siamo. E i perché sono più di uno. Per poterlo essere dovremmo conoscere bene almeno i 9 articoli&#8230;</p>
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<p>Avessimo preso sul serio, almeno quella gran parte di cittadini che siamo andati a scuola, la felice intuizione di Aldo Moro che introduceva nelle materie di studio, già nel 1962, l’educazione civica, oggi ci ritroveremmo uomini e donne seriamente e anche gioiosamente pensanti sulla elezione del Presidente della Repubblica.</p>



<p>Purtroppo non lo siamo. E i perché sono più di uno. Per poterlo essere dovremmo conoscere bene almeno i 9 articoli che la Costituzione dedica a questa carica. E, a partire da questi, la storia e l’interpretazione pratica che ne hanno dato i 12 presidenti che fin qui l’hanno ricoperta.</p>



<p>Da postazione lontana, quasi decorativa e comunque relegata in un elegante palazzo romano, i presidenti che si sono succeduti, chi un modo chi in un altro, ce ne hanno svelato la caratura incarnando uno o più aspetti particolari. Di questi giorni sarebbe assai utile ripercorrerne la sequenza, agevolati come siamo, dai molti sussidi di ogni genere che ne raccontano elezioni, scrutini, e poi soprattutto tempra di uomini (solo maschi, fin qui, e anche questo è un aspetto non trascurabile), ognuno con il suo profilo culturale e caratteriale. </p>



<p>Sono stati interpreti del dettato costituzionale, ma anche inventori di un certo qual modo di proporsi nel maturare dei tempi e adottando gli strumenti per tutti progrediti. A Luigi Einaudi era più congeniale l’uso della penna e scrivere, a Sandro Pertini, la televisione. A Francesco Cossiga piaceva il telefono, a Carlo Azeglio Ciampi, scendere in piazza la notte di Capodanno e stappare lo spumante.</p>



<p>E’ vero, queste sono note di colore. Ma neanche queste un tempo trasparivano. C’è di più e anche di meglio, soprattutto di sostanziale e rassicurante nella conduzione del mandato. E tutti abbiamo potuto (e ancor meglio potremmo) approfondire quanto sia importante quella posizione che fa di un uomo: Capo dello Stato, Presidente della Repubblica, garante dell’unità, arbitro super partes con l’esercizio tanto grande quanto difficile dell’arte della persuasione. Anche con una buona tenuta del sistema nervoso? Anche. Per saperne di più: rileggere qualcosa del settenato di Cossiga o ripassare qualcosa di quello di Sergio Mattarella o di Giorgio Napolitano.</p>



<p>Se ci sono stati e se ci sono uomini e donne desiderosi di coprire la più alta carica dello Stato? Sempre ci sono stati. E quelli bocciati dall’urna hanno finanche impiegato molto tempo a metabolizzarne l’esclusione. C’è stato di tutto: 2 presidenti eletti alla prima votazione (Cossiga e Ciampi); 4 alla quarta e 1 alla quinta; 1 alla nona; 2 alla sedicesima; 1 alla ventunesima e 1 alla ventitreesima.</p>



<p>E un po’ tutto ha concorso alla scelta: la compattezza delle maggioranze, i bracci di ferro tra concorrenti dello stesso partito, l’alternanza tra democristiani e laici, l’elezione di non parlamentari. Per non dire di eventi e circostanze che ne hanno riversato il peso. Valga per tutte l’elezione di Scalfaro all’indomani dell’assassinio di Giovanni Falcone.</p>



<p>Sono state anche avventurose le elezioni dei presidenti. E se è vero che alcune sono state giocate all’interno delle forze sia pure contrastanti della Democrazia cristiana, è anche vero che la questione equilibrio parlamentare (intese le due Camere) non è stata trascurata. </p>



<p>C’è stato anche di più: scegliere l’uomo giusto per farlo sedere al posto giusto è stata anche questione di grande responsabilità. Pare finanche curioso annotare appena un particolare: quanto potesse piacere al laico Pannella un cattolico (allora detto integralista) come Oscar Luigi Scalfaro. Ebbene, Marco Pannella fu suo elettore e prima ancora componente della delegazione che gli andò a chiedere la disponibilità.</p>



<p>E questo per dire che il Presidente scelto è soprattutto un presidente per l’Italia e per la Repubblica. Altro può esserci così come in tutte le umane faccende, ma ciò che è primo è primo. E Italia e Italiani siamo prima. Di tutto.</p>
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		<title>Cosa intende Meloni per Patriota?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/12/25/susta-cosa-intende-meloni-per-patriota/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Dec 2021 09:45:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Patriota&#8221; è una parola importante, che evoca personalità, epopee, gesta che richiamano tutti noi che abbiamo i capelli grigi, se non bianchi, a un&#8217; infanzia in cui il culto per il Risorgimento e il concetto di &#8220;Italia&#8221; come Nazione aveva&#160; un senso molto più coinvolgente rispetto a quanto possa evocare nei nostri giovani di oggi. Ma quella parola ha in sé anche un contenuto ambiguo e che va contestualizzato, altrimenti&#8230;</p>
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<p>&#8220;Patriota&#8221; è una parola importante, che evoca personalità, epopee, gesta che richiamano tutti noi che abbiamo i capelli grigi, se non bianchi, a un&#8217; infanzia in cui il culto per il Risorgimento e il concetto di &#8220;Italia&#8221; come Nazione aveva&nbsp; un senso molto più coinvolgente rispetto a quanto possa evocare nei nostri giovani di oggi. Ma quella parola ha in sé anche un contenuto ambiguo e che va contestualizzato, altrimenti non si capisce che cosa intenda dire chi la indica come il requisito essenziale che, ad esempio, deve avere il prossimo Presidente della Repubblica.</p>



<p>Fuori di metafora: cosa intende Giorgia Meloni quando dice che il Presidente della Repubblica deve essere &#8220;un patriota&#8221;? È malizioso pensare che, in realtà, la Presidente di FdI con quelle parole voglia rimproverare all&#8217;attuale inquilino del Quirinale scarsa equidistanza dagli opposti schieramenti, al pari dei suoi immediati successori al punto che, per Lei, la Patria che ha servito con onore Sergio Mattarella non è propriamente, se non formalmente, la sua? </p>



<p>O che, quale Presidente dei Conservatori antieuropeisti, voglia significare la necessità di una presa di distanza dalla cristallina vocazione europeista di Mattarella (e di Draghi) che nulla concede alla più volte richiamata &#8220;visione confederale&#8221; di FdI che altro non sarebbe che il ritorno dell&#8217;Europa ai conflitti nazionali e nazionalisti che ne hanno segnato le tragiche sorti per oltre 1000 anni?</p>



<p>Non è malizioso! Soprattutto per chi si è abbeverata ad una cultura politica che riconosceva la qualifica di &#8220;patrioti&#8221; a coloro che hanno svenduto l&#8217;indipendenza dell&#8217;Italia all&#8217;alleato nazionalsocialista e che onorano tutt&#8217;oggi, comprensibilmente dal loro punto di vista, come &#8220;patrioti&#8221; i giovani della Repubblica di Salò e non considerano, anche qui, se non formalmente, il 25 aprile come il fondamento dell&#8217;Italia democratica.</p>



<p>Se non la contestualizziamo, richiamandoci alla personalità di chi l&#8217;ha detto e al contesto storico-politico in cui opera la leader che l&#8217;ha pronunciato, quel requisito invocato per chi deve assurgere alla prima magistratura della Repubblica, appare solo ovvio, banale e meramente propagandistico perché è il &#8220;minimo sindacale&#8221; che il prossimo Presidente sia un &#8220;patriota&#8221;.</p>



<p>Siccome reputo Giorgia Meloni né ovvia né banale, ritengo che ci debba dare qualche spiegazione in più in ordine a cosa voglia dire quando propone un &#8220;Presidente patriota&#8221;, a meno che ritenga sufficiente che il messaggio arrivi ai &#8220;suoi&#8221;, per serrare le fila e chiamarsi fuori, schierando all&#8217;opposizione il suo partito, non solo del Governo, ma anche di ogni sforzo per una soluzione la più ampia possibile per l&#8217;elezione del Presidente della Repubblica. Il che meriterebbe, comunque, meno ipocrisia e quella schiettezza che invece vorrebbe che fosse, ma non è, una delle sue principali (e migliori) qualità.&nbsp;</p>



<p>Forse, se c&#8217;è in giro qualche giornalista ancora veramente libero che glielo voglia chiedere negli innumerevoli appuntamenti serali, potremmo avere presto l&#8217;interpretazione autentica del &#8220;Meloni pensiero&#8221;.</p>
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		<title>Una sola festa al Quirinale può bastare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Montino Randelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Aug 2021 08:28:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Marcell Jacobs tiene la mano stretta al cuore per quasi tutta la durata della chiamata di Mario Draghi, che lo invita a Palazzo Chigi. &#8220;Molto volentieri&#8221; risponde il neo oro olimpico sui cento piani, la gara delle gare. La stesso invito è rivolto da Mattarella a Jacobs, Tamberi e a tutti i medagliati. Memori della confusione che si è venuta a creare la sera della presenza a Roma di Berrettini&#8230;</p>
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<p>Marcell Jacobs tiene la mano stretta al cuore per quasi tutta la durata della chiamata di Mario Draghi, che lo invita a Palazzo Chigi. &#8220;Molto volentieri&#8221; risponde il neo oro olimpico sui cento piani, la gara delle gare. La stesso invito è rivolto da Mattarella a Jacobs, Tamberi e a tutti i medagliati.</p>



<p>Memori della confusione che si è venuta a creare la sera della presenza a Roma di Berrettini e dei calciatori della Nazionale maschile di calcio campione d’Europa a Wembley, non sarebbe forse più saggio organizzare un solo incontro al Quirinale, alla presenza di Draghi e del Governo, evitando spostamenti per la città, magari su pullman scoperti, motivo di assembramenti tanto allegri e festosi quanto pericolosi per la diffusione della variante Delta? Siamo certi che Mattarella e Draghi saranno d’accordo, se interpellati.</p>



<p>Non mancheranno, nelle settimane successive i chiarimenti e le rese dei conti. Alcune Federazioni hanno fatto meno bene di quanto ci si aspettasse da loro. Altri dovranno motivare le ragioni di improvvise quanto ingiustificate rinunce a battersi per la bandiera azzurra. E lavorare tanto per recuperare credibilità.</p>



<p>Altri, come il M5S e la sindaca Raggi, dovrebbero spiegare ai romani e agli italiani perché le prossime Olimpiadi non si terranno a Roma ma a Parigi. Magari proprio durante la campagna elettorale per rinnovare il sindaco di Roma. Ma pretendere una spiegazione sensata dai grillini forse è davvero troppo.</p>



<p>Intanto pensiamo a festeggiare l’uomo più veloce del mondo. Il vincitore della gara più importante di tutte le Olimpiadi. La gara regina della disciplina regina. Per ora c’è tempo e spazio solo per la felicità e l’orgoglio, per riconoscere a questi atleti la costanza e la determinazione con cui hanno continuato ad allenarsi nell’anno nero della socialità.</p>



<p>Ah, in ultimo ma non per ultimo, grazie Federica Pellegrini. Grazie Divina.</p>
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		<title>In piedi</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/01/06/spagano-mattarella-in-piedi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 11:32:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il consueto messaggio di fine anno del Capo dello Stato quest’anno ha perso qualcosa della sua provata consuetudine. Il Presidente ha parlato in piedi per la prima volta nella storia repubblicana. Il contenuto del messaggio ha detto molte cose, sul suo personale futuro politico e sul fatto che sia giunto il tempo dei costruttori e finito quello dei demolitori –o rottamatori, qual dir si voglia. Inviti, sollecitazioni e prese di&#8230;</p>
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<p>Il consueto messaggio di fine anno del Capo dello Stato quest’anno ha perso qualcosa della sua provata consuetudine. Il Presidente ha parlato in piedi per la prima volta nella storia repubblicana. Il contenuto del messaggio ha detto molte cose, sul suo personale futuro politico e sul fatto che sia giunto il tempo dei costruttori e finito quello dei demolitori –o rottamatori, qual dir si voglia. Inviti, sollecitazioni e prese di posizione hanno occupato in questi giorni gli scritti dei decodificatori di professione.</p>



<p>Fatto sta che tutto ciò che Sergio Mattarella ha detto, lo ha detto in piedi. La sua postura credo abbia raccontato, più del messaggio, qualcosa di sé e qualcosa di noi. Stare in piedi è indice di precarietà, di fretta, di allerta. Rimanda alla Pasqua del popolo ebraico, il pasto consumato in fretta, coi calzari ai piedi, mentre il paese viene colpito da un flagello. Lo stare in piedi dice di non cullarsi, di stare pronti. E questo lo ha detto a tutti, il Presidente, ché dobbiamo reagire alla crisi che c’è piovuta addosso, al disincanto. Non restare fermi ma collettivamente assumerci la responsabilità di noi stessi e dell’altro accanto a noi –vaccinarsi questo è: sfidare le narrazioni ignoranti e muoversi a tutela della comunità.</p>



<p>Un’altra cosa dice lo stare in piedi di un uomo politico, e cioè che egli per primo è disposto a cambiare, a mettere in discussione se stesso e il ruolo che ricopre. Dice la vicinanza al Paese, il rigetto del privilegio in un momento in cui la comunità che rappresenta è piagata. È il rifiuto di accomodarsi in poltrona, che peraltro come pochi altri egli merita di occupare, è la vigilanza cui la politica è chiamata. È già in piedi il Presidente, pronto a partecipare alla ricostruzione per tutto il tempo rimanente del mandato.</p>



<p>Quarantuno anni fa gli moriva tra le braccia il fratello, vittima della mafia, colpevole di non aver voluto restare seduto a sorbire i privilegi spettanti al Presidente della regione siciliana. Si chiamava Piersanti.</p>
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