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	<title>Uomini Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Uomini Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>I bambini siano priorità al centro dell’azione politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 10:14:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una&#8230;</p>
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<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una sola. Poi arrivano i numeri dell’Istat e scopriamo che sì, è vero che ogni storia è singolare, ma è anche plurale, fino al punto che tutte insieme costituiscono fenomeni.</p>



<p>Uno di questi è l’emergenza bambini al Sud tra povertà, educazione e salute. Afferriamo questi ambiti e fissiamo l’occhio alle percentuali che – lo ripetiamo – non sono numeri, ma persone.</p>



<p><strong>Il primo è la mortalità infantile.</strong><br>Sappiamo di accostarci ad un dato importante: più l’indice è basso, più si eleva la stima per indicare la civiltà di una nazione. Nel 2018, l’Italia ha segnato il 2,88 per mille bambini nati vivi. Un indice tra i più bassi del mondo. Buon per tutti. Nel Mezzogiorno è nato il 35,7% di tutti i bambini italiani. I decessi infantili sono stati il 45% del totale nazionale. Questo vuol dire che un bambino residente nel Mezzogiorno ha un rischio del 50% in più di morire nel primo anno di vita rispetto a uno che nasce nelle regioni del Nord. <strong>Se solo, il Mezzogiorno, avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile del Centro Nord, nel 2018 sarebbero sopravvissuti 200 bambini. Sono morti, non li abbiamo.</strong></p>



<p><strong>Il secondo è la migrazione sanitaria pediatrica.</strong><br>Da tutti i territori periferici si emigra verso centri meglio attrezzati. E fin qui riusciamo a capire. Nel 2019 è accaduto che bambini e ragazzi del Sud sono stati curati più frequentemente lontano da casa dei loro pari delle altre regioni. Del Sud l’11,9%, delle altre regioni il 6,9%. Si mettano insieme disagi, viaggi, problemi economici per le famiglie, assenze per lavoro, retribuzioni che si perdono perché non adeguatamente tutelate in origine, e si ottiene il conto spesa umana ed economica. Si conoscono, persino, storie di mamme in collocazione permanente accanto al piccolo e pernottamenti di padri nell’utilitaria, pranzo e cena con panino. E’ inutile aggiungere che questo tipo di trasferte forzate genera iniquità, poiché non tutte le famiglie sono in grado di sostenere i costi di trasferimento. Si sono dati i casi, ampiamente conosciuti, di collette intra famigliari e di altre estese alla comunità cittadina.</p>



<p><strong>La povertà infantile.</strong><br>Nel 2020 ha interessato 1milione 337 minori. Nel Centro Italia per il 9,5%, nel Mezzogiorno per il 14,5%. La povertà infantile genera ridotta qualità della vita, aumento delle malattie che possono svilupparsi anche nell’età adulta, disturbi e difficoltà nella sfera fisica, affettiva, cognitiva e relazionale. Queste diagnosi e proiezioni non sono certo fantasie costruite sui numeri dell’Istat, bensì scenari descritti da illustri pediatri. Uno per tutti, il Prof. Mario De Curtis, Pediatra dell’Università di Roma La Sapienza.</p>



<p><strong>La formazione scolastica.</strong><br>E’ una battaglia nazionale, anche inedita se vogliamo, quella che fa il nostro giornale da qualche anno in qua a proposito degli asilo nido per bambini con meno di 3 anni: il loro numero è impari al fabbisogno. Così come lo è quello delle scuole per l’infanzia, ovvero dai 3 ai 6 anni. E’ provato quanto siano importanti a livello scolastico, per l’avvio e la crescita delle relazioni sociali, per lo sviluppo della personalità in prospettiva futura. Nel Meridione, tutto questo, unito ai servizi integrativi, copre solo il 14% del bacino di utenza potenziale. Al Centro, la percentuale è moltiplicata per 3. Il Governo ha previsto tutto questo come priorità, investendo 4,6miliardi.</p>



<p><strong>L’abbandono scolastico.</strong><br>Abbandonano la scuola secondaria superiore ragazzi del Nord (11%), del Centro (11,5%) e del Sud (16,3%). Per la Calabria troviamo segnato un 16,6%. La terza del Mezzogiorno. Ma c’è abbandono anche dopo la sola licenza media. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e hanno un peso enorme: difficile trovare lavoro, minore partecipazione alle attività sociali, politiche e culturali.</p>



<p>Che cosa può dirci un quadro simile? La prima: a questo quadro va prestata la massima attenzione. I nostri bambini e ragazzi vivono di fatto una situazione più critica da un punto di vista sanitario, sociale ed educativo. La seconda: si tratta di una priorità da collocare al centro dell’azione politica. La terza: i fondi europei del piano Next Generation Eu aprono una grande prospettiva. Possono costituire per il nostro Mezzogiorno una singolare occasione di riscatto e di recupero. L’operazione è anche una sfida per l’Italia, se davvero vorrà darsi il profilo di un Paese più giusto e più equo.</p>



<p>Urgono: statura intellettuale, sensibilità politica, competenza e laboriosità. E non c’è tempo da perdere.</p>
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		<title>Chiara Saraceno: la narrazione fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione. Pronte le proposte di modifica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 09:01:50 +0000</pubDate>
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<p><strong>La pandemia ha compresso a lungo molte nostre libertà, ha condizionato il nostro modo di vivere. Come sono cambiate le famiglie in questi ultimi due anni?</strong><br>È difficile dire quanto siano cambiate perché spesso i cambiamenti sono puramente temporanei. Certamente la pandemia ha avuto un impatto fortissimo sulla vita familiare perché ha costretto molte famiglie a vivere 24 ore su 24 per lunghi periodi nello stesso spazio, condividendolo pur conducendo attività diverse. Ha inoltre sovraccaricato di responsabilità gli adulti, come quando hanno affiancato, talora perfino troppo, i docenti nella didattica a distanza. Soprattutto direi che questa vicenda ha mostrato la resilienza di molte famiglie e di molte relazioni familiari, che sono perfino state in grado di trarre benefici da situazioni difficili. Così a volte si sono riscoperti tempi più distesi delle relazioni familiari, attività da fare insieme, in generale capacità diverse dentro sé.</p>



<p><strong>Non per tutti è andata così bene purtroppo.</strong><br>Infatti in altri casi le famiglie sono state traumatizzate o fortemente stressate da questa situazione. In parte dipende dalle biografie personali e familiari, in parte dalle situazioni ambientali, come gli stress dovuti alla perdita del lavoro, al periodo economico, per non parlare dei lutti. A proposito della ristrettezza degli spazi ricordiamo che in Italia c’è una forte incidenza di condizioni di sovraffollamento abitativo, che riguarda inoltre una quota molto alta di minorenni. Se tali spazi sono normalmente inadeguati, è chiaro che in condizione di compressione degli spazi esterni le situazioni posso essere peggiorate.</p>



<p><strong>Questa situazione, anche con l’espansione del lavoro a distanza, ha facilitato una suddivisione più equilibrata del lavoro familiare tra uomini e donne?</strong><br>Qui i dati danno un quadro da bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Sono state fatte molte ricerche, in Italia all’estero, e hanno mostrato che sì, in una parte rilevante anche se non maggioritaria, tra il 40 e il 50% a seconda della ricerca, gli uomini hanno partecipato di più al lavoro familiare a tutti i livelli, sia nella relazione con i figli che nel lavoro domestico in senso stretto. Tuttavia resta una parte consistente di uomini che non è cambiata in nulla, talvolta molto difesa anche dalle rispettive compagne.</p>



<p><strong>La maggior presenza maschile è comunque riuscita ad abbattere il sovraccarico femminile?</strong><br>No, perché la maggioranza delle donne ha comunque dovuto aumentare il carico di lavoro familiare soprattutto in concomitanza con i periodi di lockdown, per cui non si è davvero chiuso il gap nemmeno dove gli uomini sono stati più presenti. Non bisogna comunque essere pessimisti perché in realtà per un numero rilevante di coppie è stata un’occasione di rinegoziazione. Bisognerà vedere se la cosa andrà avanti in situazioni di normalità.</p>



<p><strong>Come ha funzionato il congedo parentale straordinario?</strong><br>I dati mostrano che c’è una differenza di genere e di classe sociale, perché si trattava di perdere il 50% del reddito. Nella stragrandissima maggioranza dei casi lo hanno preso le mamme. Gli uomini lo hanno preso di più quando la differenza del gap salariale non era troppo grande, ma soprattutto i pochi uomini che ne hanno usufruito, intorno al 20%, lo hanno preso a condizione che i bimbi fossero più grandicelli. In altri termini, se i bimbi erano piccoli, lo ha quasi sempre preso la mamma. Inoltre il congedo è stato preso di più dalle donne a basso reddito, e nelle coppie a basso reddito, rispetto a quelle a reddito più elevato.</p>



<p><strong>I lavoratori a reddito più alto come si sono organizzati?<br></strong>Hanno preferito il bonus baby sitter, che era alternativo al congedo. Lì dentro ci saranno state ad esempio tutte le professioni mediche, che certamente facevano fatica a prendere il congedo in un momento come quello, però non sono stati soltanto questi i casi.</p>



<p><strong>In definitiva chi ha perso di più?</strong><br>Tra quelli che non hanno perso il lavoro, hanno perso di più le lavoratrici a basso reddito che non potevano lavorare a distanza. Hanno perso in termini di reddito, in termini di contribuzione pensionistica e infine nella negoziazione con i loro compagni e mariti.</p>



<p><strong>Il presidente del Coni Malagò, prima che l’Italia dello sport vivesse quest’anno d’oro, aveva paventato il</strong> <strong>rischio di perdere una intera generazione di sportivi. È un pericolo che, più in generale, vede anche lei?</strong><br>Sicuramente i giovani hanno, in quest’anno e mezzo, perso moltissime occasioni per la crescita e lo sviluppo di capacità di ogni tipo. C&#8217;era sempre chi poteva compensare online, ma soltanto chi se lo poteva permettere e se aveva i giusti stimoli. Ma certamente si è perduto molto sul piano delle relazioni sociali, sulla possibilità di viaggiare ad esempio. Consideri che in questo anno e mezzo sono state comprese due estati. È una generazione che, senza fasciarsi la testa, ha perso molte occasioni e, in alcuni casi, ha perso anni cruciali, quelli successivi alla scuola media superiore, quando in fondo si fanno le prove della vita adulta.</p>



<p><strong>Poi ci sono state perdite che hanno a che fare con il venir meno del contorno alla didattica?</strong><br>Il sistema educativo è centrato sulla scuola ma poi avviene tutto anche nei rapporti con l’esterno. Così, chi aveva più bisogno di sostegni in questo senso, come coloro che avevano bisogno di conferme sulle proprie capacità, quelli sì rischiano di essere persi per sempre. Pensiamo ai rapporti Invalsi di questa estate: sono aumentati sia gli abbandoni veri e propri che i cosiddetti abbandoni impliciti, chi cioè continua ad andare a scuola ma in realtà è come non andasse. Le perdite lì sono molto più difficili da recuperare e secondo me non ci si pensa abbastanza: molto è affidato alle iniziative singole del docente o alle iniziative civiche delle varie associazioni.</p>



<p><strong>Il PNRR parla molto della necessità di una maggiore inclusione sociale. Nei progetti che abbiamo finora potuto visionare trova che si sia fatto abbastanza?</strong><br>Se ne parla un po’ nella scuola, per fortuna, che è un grosso capitolo, dove per esempio viene posta la questione del tempo pieno anche per contrastare la povertà educativa. Così come si parla del rafforzamento, secondo me non sufficiente, dei nidi, che per la primissima infanzia è cruciale, e bisogna investire moltissimo lì. Si parla moltissimo delle strutture, ma se poi non si parla dei fondi per gestirle nell’ordinario si rischia di creare cattedrali nel deserto. Il capitolo espressamente dedicato all’inclusione, poi, che è il capitolo 5 del PNRR, lo trovo carente: c’è un po’ di tutto, dal lavoro alla famiglia passando per l’inclusione sociale e il terzo settore.</p>



<p><strong>In quali parti, in modo particolare?</strong><br>E’ abbastanza ben fatto per quanto riguarda il lavoro, ma quando si parla dei servizi sociali le uniche questioni importanti messe a fuoco sono le politiche per la non autosufficienza e i servizi per le persone con disabilità. Sono due settori importanti ma non esauriscono il problema della coesione sociale. Così, ad esempio, nulla si dice dei servizi di prossimità, del fatto che in alcune regioni italiane mancano gli assistenti sociali e gli educatori, cioè quelli che devono lavorare sul territorio, costituire le antenne per il disagio. Non può essere lasciato tutto al terzo settore, che può esserci o no, ma non può fare tutto. Da questo punto di vista lo trovo carente e non mi pare che ci sia un disegno compiuto di società dietro.</p>



<p><strong>In un recente articolo lei dice che c’è molta fame di lavoro ma c’è anche molta fame di lavoratori. Abbiamo difficoltà a fare incontrare domanda e offerta di lavoro?</strong><br>Le qualifiche che mancano sono quelle di lavoratori altamente specializzati, anche quando si tratta di lavoratori manuali. Mentre non mancano affatto i lavoratori con basse qualifiche.</p>



<p><strong>C’è stato un errore nella programmazione formativa?</strong><br>C’è probabilmente un errore nella relazione tra sistema formativo e sistema imprenditoriale. Si parlano poco. Il che non vuol dire, sia chiaro, che la scuola deve formare soltanto al lavoro: la scuola deve formare cittadini; poi ci sono le scuole che formano anche al lavoro. Penso che ci sia bisogno, soprattutto per alcune scuole tecniche, di una maggiore collaborazione.</p>



<p><strong>E le imprese?</strong><br>Ogni tanto sembra che le imprese vogliano lavoratori già formati, ma nessuno è mai formato, anche il migliore studente che esce dalla migliore scuola è mai formato per lo specifico lavoro di quella specifica fabbrica. È necessario che l’impresa ci metta del suo sia in termini di tirocini non sfruttatori sia in termini di luogo di formazione per integrare l’insegnamento scolastico.</p>



<p><strong>Come funziona in Italia la formazione sul lavoro?</strong><br>In Italia la formazione sul lavoro è scarsa. In parte perché oramai molte imprese hanno un nucleo forte di lavoratori a tempo indeterminato e la parte rimanente, quella di lavoro a tempo determinato, non è quella su cui investono per costruire carriere. Va dunque ripensato il sistema normativo, ma anche le imprese devono ripensare se stesse e il modo in cui relazionarsi con i lavoratori che già hanno e con quelli potenziali. L’Italia è uno dei paesi in cui si fa meno formazione continua sul lavoro, soprattutto la si fa poco nei confronti delle qualifiche medio-basse.</p>



<p><strong>Lei presiede il comitato di esperti voluto dal governo per pensare le modifiche al reddito di cittadinanza.</strong> <strong>Avete iniziato il vostro lavoro?</strong><br>La commissione che presiedo è prevista dalla legge istitutiva del reddito di cittadinanza. Il problema è che non è stata mai istituita fino ad adesso. Si tratta di un comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza che non è mai stato messo in funzione. L’attuale governo, in particolare il ministro Orlando, ha deciso di mettere finalmente in piedi questa commissione, anche perché il dibattito su questa misura c’è e, come tutte le altre politiche, ha bisogno di essere valutata per capire che cosa funziona e che cosa no. Ovviamente, valutando, suggeriamo anche che cosa può essere cambiato. Il problema di ciò che eventualmente non va nel reddito di cittadinanza ha però poco a che fare con la mancanza di incontro tra domanda e offerta di lavoro.</p>



<p><strong>Qual è dunque il problema di questo strumento, se non è poi così legato all’incontro tra domanda e offerta di lavoro?</strong><br>La narrazione che è stata fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione, perché doveva eliminare la povertà ed essere al tempo stesso una politica attiva del lavoro. È chiaro che avrebbe fallito su entrambi i versanti, perché la povertà non si elimina così, e comunque non poteva essere una politica attiva del lavoro. Questo non perché non sia giusto ed opportuno accompagnare le persone verso il lavoro, ma perché le politiche attive del lavoro non riguardano soltanto i poveri.</p>



<p><strong>L’Italia</strong> <strong>fa politiche attive del lavoro?</strong><br>Ne fa poche: i centri per l’impiego lavorano in modo molto eterogeneo e spesso molto male. Consideriamo che i percettori del reddito sono quelli che più hanno bisogno di accompagnamento, di maggiore investimento in formazione. Basti considerare che le politiche intermedie per il lavoro intermediano il 2% della manodopera, cioè pochissimo. Quindi il lavoro non si trova quasi mai tramite i centri per l’impiego. D’altro canto questo accade perché mancano i lavoratori specializzati.</p>



<p><strong>La soluzione potevano essere i navigator?</strong><br>I cinque stelle hanno pensato di risolvere il problema con i navigator, persone molto qualificate sulla carta, ma che si sono trovati a lavorare in modo del tutto scollegato dai centri per il lavoro. Non c’era collaborazione da parte istituzionale, che cosa potevano fare? Non potevano mica assumere loro, non potevano gestire loro l’incontro fra domanda e offerta. Potevano soltanto aiutare alla compilazione del curriculum, indirizzare, segnalare i posti di lavoro eventualmente disponibili. Oggi si paga il prezzo di una narrazione sbagliata e anche di un disegno che su questo meriterebbe di essere ritoccato.</p>



<p><strong>Poi è arrivata la pandemia.</strong><br>E meno male che c’era il reddito di cittadinanza, perché altrimenti avremmo avuto molta più gente che non sarebbe stata in grado di pagare l’affitto, di mettere assieme il pranzo con la cena. Anzi, non è stato sufficiente al punto che invece di modificare il reddito, come avrei preferito, hanno introdotto un nuovo strumento, il reddito di emergenza, perché il primo, per come è configurato, per le regole d’accesso che ha, non avrebbe potuto coprire chi perdeva il lavoro improvvisamente e non aveva alcuna protezione. Durante la pandemia sono accadute due cose. La prima è che in molti che lo avevano, il lavoro lo hanno perso. La seconda è che per molti mesi sono state sospese le condizionalità, per cui nessuno ha contattato i beneficiari del reddito. Queste due cose hanno reso estremamente complicato procedere ad una valutazione complessiva ed attendibile degli effetti del reddito. Adesso che siamo tornati a regime vedremo.</p>



<p><strong>In Italia per la prima volta le giovani generazioni hanno la percezione di stare peggio delle precedenti. Da ciò è derivato un diffuso rancore sociale. Quali sono i suggerimenti che la sua commissione ha dato o darà al governo?</strong><br>Premetto che non possiamo pensare che il reddito di cittadinanza sia lo strumento per risolvere tutti i problemi di coesione sociale del Paese, perché siamo di fronte alla crescita delle disuguaglianze di opportunità tra le generazioni. Questo è un problema grave che rischia di sfociare in un vortice di rancore o quanto meno di disaffezione, che è forse perfino peggio. Il reddito è un pezzettino della strategia di contrasto a queste disuguaglianze, e dobbiamo smettere di farne il capro espiatorio di tutto quello che non funziona, perché questo sta diventando nel dibattito pubblico: non si trovano i lavoratori? È colpa del reddito di cittadinanza!</p>



<p><strong>Certamente, d’altro canto, ci sono delle cose da cambiare.</strong><br>La mia commissione, che sta per presentare il suo primo rapporto anche sulla base dei dati disponibili, ha lavorato su ciò che non va nelle regole del processo. Bisogna cambiare la norma sugli anni di residenza necessari per accedere al reddito: il requisito sulla residenza in Italia per almeno dieci anni ci espone anche ad una procedura d’infrazione a livello europeo. Poi bisogna cambiare la scala di equivalenza adottata non solo per stabilire l’importo del beneficio, ma anche per definire l’accesso man mano che cresce il numero dei suoi membri. Dato che c’erano due totem, che fosse una politica attiva del lavoro e che fossero 780 euro, che cosa hanno fatto per mantenere i 780 euro?</p>



<p><strong>Che hanno fatto?</strong><br>Li hanno spacchettati tra 500 da un canto e 280 dall’altro, come contributo per l’affitto. Poi hanno fatto una cosa inaccettabile, cioè hanno stabilito che per valutare il quantum gli adulti valgono 0.4 e i minori 0.2, cioè i minorenni valgono la metà di un adulto. Così le famiglie piccole sono sovrarappresentate tra quelle percettrici di reddito rispetto a quelle più grandi dove sono presenti i minorenni, che è l’esatto contrario rispetto alla distribuzione della povertà, che riguarda molto di più le famiglie più numerose. Queste due cose vanno assolutamente cambiate.</p>



<p><strong>Su cos’altro sta lavorando la sua commissione?</strong><br>L’altra cosa su cui stiamo lavorando sono le politiche attive. I beneficiari, a seconda delle caratteristiche, possono essere indirizzate verso un centro per l’impiego, dove devono firmare un patto per il lavoro, o verso i servizi sociali, dove devono firmare un patto d’inclusione sociale. Per adesso abbiamo lavorato di più sulla prima soluzione: lì mancano le politiche attive, e quindi non si può imputare ai beneficiari ciò che capita strutturalmente nei servizi. Si può forse riguardare quali sono i lavori che possono essere rifiutati. Si può ad esempio rifiutare un lavoro se non è a tempo indeterminato, anche se sappiamo che ormai si entra nel lavoro con contratti quasi sempre a tempo determinato.</p>



<p><strong>Come creare un sistema che incentivi il lavoro per chi riceve il reddito?</strong><br>Al momento, per ogni dieci euro che si guadagnano, otto vengono detratti dal reddito di cittadinanza. Quindi, in realtà, non c’è alcun incentivo a lavorare, a meno di ottenere un reddito da lavoro significativo. Imparando dall’esperienza di moltissimi altri paesi, come Francia, Inghilterra e Germania, dovremmo ridisegnare l’incentivo. Se tu lavori ti devo lasciare una quota sufficiente del reddito. Bisogna far sì che il reddito di cittadinanza sia l’integrazione di un reddito da lavoro modesto, altrimenti per guadagnare due euro su dieci perché si dovrebbe andare a lavorare?</p>



<p><strong>Questi, in sintesi, saranno i suggerimenti della commissione?</strong><br>Bisogna lavorare su queste regole. Poi che accettino o meno i nostri suggerimenti è altra cosa. Sulle cose che ho detto c’è consenso. Ovviamente nella commissione, ma c’è consenso anche presso associazioni, istituzioni che lavorano sul campo e hanno un forte riconoscimento, come l’Alleanza contro la povertà e la Caritas, anche se personalmente non sono d’accordo con tutto ciò che dice la Caritas. Ad esempio non lo sono sull’opportunità di stabilire delle soglie differenziate a livello regionale perché mi ricorda le gabbie salariali.</p>



<p><strong>E se invece dovesse passare la linea dell’abrogazione?<br></strong>Sono forse troppo vecchia per scendere in piazza ma sarei indignata, scandalizzata. L’Italia ci ha messo, da quando mi occupo di questi temi, quarant’anni. Io ho fatto parte della commissione Gorrieri che fu la prima, nel 1986, a proporre un reddito minimo per il contrasto alla povertà. Ci abbiamo messo tantissimo, siamo arrivati buoni ultimi nell’Unione europea. Tornare indietro mi sembra pazzesco. Riformiamolo, ma non facciamo l’errore che è stato fatto quando è stato introdotto il reddito di cittadinanza abolendo il Reddito di inclusione, cioè che l’ultimo che arriva fa un’altra cosa. Questo distrugge fiducia e competenze.</p>



<p><strong>Riformiamolo allora.</strong><br>Avrebbero potuto farlo allora, ma ciascuno ha sempre una bandierina da salvare. Era appena stato introdotto il Rei. Poco finanziato, che prendeva solo i poverissimi e nemmeno a loro dava a sufficienza per vivere dignitosamente, ma era un inizio. Si poteva lavorare su quello ma non sostituirlo con un altro. Adesso non vorrei fare la stessa cosa. Mi sembra che tutto questo dibattito sia molto, molto ideologico e sia diventato un bel capro espiatorio per non parlare d’altro.</p>



<p><strong>Possiamo dire che lo Stato nei prossimi anni dovrà assumere l’impegno di raggiungere  l’uguaglianza dei punti di partenza?</strong><br>Assolutamente sì, sapendo che ciascuno ha la propria famiglia alle spalle, e quindi per il solo fatto di vivere in una famiglia al posto di un’altra, già siamo disuguali. Lo Stato deve ridurre e non ampliare queste disuguaglianze. Purtroppo l’Italia è uno dei Paesi che le riduce di meno. Lo vediamo dai test Invalsi, lo vediamo dai test Pisa, lo vediamo quando confrontiamo le carriere lavorative di chi è figlio di operaio rispetto a chi è figlio di dirigente e così via. Per garantire l’uguaglianza dei punti di partenza dobbiamo investire molto, e soprattutto meglio, in tutto il percorso formativo, consentendo davvero alle nuove generazioni di sviluppare appieno le proprie capacità, a prescindere dalle origini di nascita. Infine vorrei dire una cosa assolutamente impopolare.</p>



<p><strong>Questo giornale ama le cose impopolari. Ci racconti.</strong><br>Occorre incrementare la tassazione dell’eredità e fare in modo che questa tassazione contribuisca ad una sorta di dote per mettere i giovani in condizione di percorrere la propria strada. Però questa dote sarebbe meglio darla alla nascita, accompagnata da servizi, iniziative che insegnino come utilizzare questi soldi. Dare soldi a diciotto anni senza avere accompagnato i ragazzi, perché decidano come investirli, può essere inutile. Insomma, un po’ di ricchezza va redistribuita, altrimenti si cristallizzano le disuguaglianze.</p>
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		<title>Gli uomini, i cani e la civile convivenza</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/09/01/deluca-gli-uomini-i-cani-e-la-civile-convivenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Sep 2021 07:42:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Amministrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte atroce di Simona Cavallaro sta tutta dentro un capitolo della nostra convivenza, mai chiaramente affrontato, dal quale dovrebbe scaturire la risposta alla domanda: la nostra convivenza sociale è di tipo post agricola o cittadina? Quando il modello predominante era rurale, esistevano spazi che perlopiù cadevano sotto il controllo diretto dei suoi abitanti e il capofamiglia assumeva il ruolo di regista del lavoro e quello di responsabile della sicurezza&#8230;</p>
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<p>La morte atroce di Simona Cavallaro sta tutta dentro un capitolo della nostra convivenza, mai chiaramente affrontato, dal quale dovrebbe scaturire la risposta alla domanda: la nostra convivenza sociale è di tipo post agricola o cittadina?</p>



<p>Quando il modello predominante era rurale, esistevano spazi che perlopiù cadevano sotto il controllo diretto dei suoi abitanti e il capofamiglia assumeva il ruolo di regista del lavoro e quello di responsabile della sicurezza di uomini, animali e cose.</p>



<p>E’ evidente che adesso le cose non stanno più così: le nostre ridenti cittadine e anche i piccoli borghi presentano un volto assai diverso. E noi siamo – e ci teniamo a sottolinearlo – cittadini. Anche i cani, di conseguenza, non sono più animali di cortile, avendo preso domicilio insieme a noi. E se un tempo bisognava avvicinarsi alla tenuta agricola per avere a che fare con un cane, ai nostri giorni basta uscire di casa per incontrare uomini e cani.</p>



<p>E’ cambiato – non sappiamo precisamente quanto – lo stare in società degli uomini e di conseguenza quello dei cani. Forse, però, non è stato portato all’altezza giusta il rapporto tra uomini e cani. Si dimentica – o non si conosce affatto – che il cane non esiste. Non esiste come soggetto. Esiste, invece, il padrone del cane. Questo lo sa benissimo il cane. Purtroppo, spesso, lo dimentica il suo padrone. </p>



<p>Quando il cucciolo entra in casa, è vero che farà amicizia con tutti coloro che trova, sono essi il branco nel quale vivrà, ma subito il cucciolo va alla ricerca del suo capo, appunto il capobranco. Da lui si sentirà protetto, lui ascolterà e da lui prenderà comandi. Dovrà essere il suo padrone, il suo capo, ad introdurlo e guidarlo nella comunità degli umani, nella quale il suo padrone vive la sua vita. In pratica si apre per il cucciolo una doppia convivenza: quella familiare e quella sociale.</p>



<p>Che vita farà il cucciolo mentre cresce e poi diventa adulto? Saprà fare solo la vita che sa fare il suo padrone. Se il suo padrone sa vivere con gli altri, altrettanto accadrà al cane. Se il suo padrone, già di suo, non dovesse riconoscere e saper vivere una vita che è fatta di condivisione di spazi comuni e anche di comportamenti consoni alla civiltà, allora avremo un triste doppione. Hai voglia di ripetere: i cani abbaiano, i cani sporcano, i cani sono aggressivi.</p>



<p>Non è vero nulla di tutto questo. I cani fanno i cani. Farebbero addirittura un po’ meglio, se non avessero preso lezioni (!) dai loro padroni. Concretamente: non c’è bisogno di conoscere i padroni dei cani, basta osservare come si comportano i loro amici a quattro zampe.</p>



<p>I nostri contadini sapevano dei loro cani. Noi, forse, un po’ meno. Vorremmo per i nostri cani una tolleranza esagerata, dimenticando che portare il cane al seguito è espressione di alta civiltà. Perché il cane è una specie di alter ego, così almeno vuole un vecchio adagio quando dice: “Si rispetta il cane per amore del padrone”. La stima è risalente e poi riflessa.</p>



<p>Diciamola con rudezza: l’amore per i cani non può essere solo questione di cuore, è anche questione di testa, di saper vivere e saper convivere. Per questa ragione esistono norme precise per l’adozione di un cane, per il suo stare in pubblico (sfera sociale) dove incontra persone che non sono suoi conviventi (sfera familiare).</p>



<p>Queste norme dovrebbero essere incluse tra quelle del comportamento del cittadino e tenute costantemente presenti da quegli organi amministrativi che ne regolano e tutelano la convivenza. La presenza di cani nel territorio non è più un’eccezione affidabile al buon saper fare del cittadino. L’amministrazione comunale dovrebbe tener conto che nel suo territorio ci sono uomini e bestie così come ci sono uomini e automobili. Con tutto quello che ne deriva.</p>



<p>Ciò che è accaduto a Soverato rivela probabilmente l’assenza di questa nuova configurazione abitativa del territorio che tarda ad entrare nel dovere e nel potere di una amministrazione che sappia fare il suo mestiere. Qualcosa manca al cittadino, qualche altra manca all’amministrazione. I cani esistono, ma per ciascun padrone del suo cane. Non esistono per l’amministrazione comunale che o non li vede o fa finta di non vederli, oppure ritiene di non doverli vedere.</p>



<p>A Soverato si sarà verificato qualcosa di simile. E’ andata in tilt la sicurezza sul territorio. E la morte di Simona ha innescato il suono di una sirena che non dovrà spegnersi mai né a Soverato né altrove perché sarà pure vero che il cane è il migliore amico dell’uomo fino a quando, però, anche gli uomini saranno sinceri amici del cane. E prima ancora degli altri uomini.</p>
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		<title>La questione democratica</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/02/20/nannicini-la-questione-democratica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 13:36:23 +0000</pubDate>
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<p>Incazzat*<em>, avvilit</em>*, o forse tutt’e due. Così ci sentiamo in molti per il fatto che i tre ministri del Pd nel governo Draghi siano tutti uomini. Ora si parla di una “questione femminile”. Va bene, d’accordo. Ma in verità quella scelta, sbagliata e staccata dalla realtà, è il sintomo di una “questione democratica”: di come il Pd vive la selezione politica e la sua funzione di partito nazionale. Il problema non nasce oggi. Segretario, vicesegretario, capigruppo a Camera e Senato, anche il presidente del partito prima della nomina di Gentiloni in Europa: tutti uomini. E non è solo un tema di donne. Il Pd non sa più selezionare classi dirigenti senza usare una logica correntizia.</p>



<p>Le correnti non sono l’unico problema, si dice. Certo, ci mancherebbe. Le correnti sono utili quando si basano su idee e culture politiche, fanno vivere il pluralismo e aiutano la partecipazione democratica in una grande organizzazione di massa. Ma è ormai da tanto che le nostre si sono ridotte a filiere di potere. Il problema quindi non sono le correnti, ma queste correnti, questo Pd. Anche quando scegliamo i commissari nelle regioni o nelle federazioni provinciali (ruoli a cui nessuno ambisce), lo facciamo in base al Cencelli delle correnti: perché qualcuno ha paura che una minima deviazione da quella logica potrebbe aprire il campo a giovani, donne, movimenti sociali, esperienze e competenze che non arrivano dalla cooptazione oligarchica.</p>



<p>Quando i partiti erano comunità cementate da una missione collettiva — pur con tutte le asprezze della lotta politica interna che c’erano anche allora e sempre ci saranno — si selezionavano persone diverse per ruoli diversi in base alle loro esperienze e capacità, si facevano crescere dirigenti testandoli. C’era una selezione politica basata su un’idea di “servizio”, sulla capacità di creare valore per la propria comunità costruendo idee, soluzioni, partecipazione e consenso (parentesi per i più svagati: no, non è un caso che abbia usato la parola “servizio” e non “merito”). Invece, oggi, la prima preoccupazione è tarpare le ali a qualsiasi persona che si muova fuori da logiche correntizie.</p>



<p>La questione democratica non ha effetti perversi solo sulla parità di genere, ma su tutte le dimensioni del nostro stare insieme. Prendiamo il rapporto con la leadership. Quando si sentono nell’angolo, le nostre filiere di potere si affidano a leadership muscolari per cavalcarne il consenso, salvo poi impedirgli di mettere in discussione certi equilibri e scaricarle al primo giro di giostra. Dal canto loro, i leader di turno pensano di usare quelle filiere per prendersi il partito con l’idea di ridimensionarle dopo, finendo invece per essere divorati dalla tigre che pensavano di cavalcare.</p>



<p>Prendiamo, ancora, il rapporto con l’unità del partito, tanto cara, si dice, ai nostri militanti. È giusto che un partito sia unito intorno a valori e obiettivi forti, pur facendo vivere il pluralismo delle idee (e delle storie) al suo interno. Ma l’unità di questo Pd non è quasi mai una sintesi di idee: è un patto di sindacato tra filiere di potere che pensano a garantirsi la sopravvivenza. L’unità è vissuta come collusione oligarchica, non come sintesi democratica: sta qui la nostra questione democratica.</p>



<p>Se questa analisi ha qualche elemento di verità, anche la lotta per affermare una vera parità di genere deve tenerne conto. Sul piano tattico e su quello strategico. Quando ho criticato a caldo l’errore di tre ministri uomini proponendo che adesso tutti i vice e sottosegretari Pd siano donne, qualcuno mi ha criticato perché i “contentini” sarebbero ancora più scandalosi, perché la toppa sarebbe peggiore del buco. Non avendo fatto io il buco, mi sarei potuto limitare a criticarlo senza proporre toppe, ma quella proposta non aveva nessun intento risarcitorio, anzi. </p>



<p>In politica, quando subisci una scelta sbagliata non firmi appelli, ma capisci se la reazione a quell’errore può aprire un varco per destrutturarne le cause. Ora scegliendo solo donne si limiterebbero spartizioni già in atto, e gli uomini già in fila per spartirsi quei posti su logiche correntizie riceverebbero il messaggio che quelle logiche non li garantiscono più, che si è superato il limite e tocca cambiare (e tra parentesi: altro che contentino, si tratta di posti chiave).</p>



<p>Il fatto che dietro a quella proposta non ci siano intenti risarcitori, ma la voglia di cambiare metodo destrutturando quello che c’è e non funziona, per me è evidente dal fatto che non può essere confusa con la proposta, avanzata da altri, di nominare un vicesegretario donna. Questa sì che sarebbe una toppa peggiore del buco, se fosse fatta solo perché serve una figurina al femminile. </p>



<p>Nella nostra comunità, ci sono politiche di primo piano che hanno espresso con coraggio e intelligenza una linea politica molto diversa dal patto di sindacato delle nostre correnti, pagandone un prezzo. Se si vuole dare un segnale che si è capito l’errore e si vuole cambiare questo Pd, si dica apertamente che si vuole cambiare linea. I nomi — e ce ne sono tanti di valore al femminile — sono una conseguenza della linea politica, non viceversa.</p>



<p>Questo mi porta all’ultimo punto, legato alla strategia non alla tattica. In un’intervista pre-governo Draghi mi era capitato di proporre questa equazione: leadership plurali e inclusive uguale parità di genere. La scorciatoia del leader carismatico l’abbiamo già provata varie volte e abbiamo visto come è andata. Non è un caso che ogni volta che si parli di leadership forti, muscolari, alla fine ci si riferisca sempre a uomini. Se invece cambiassimo metodo e iniziassimo a parlare un po’ più di idee, di valori e di leadership plurali, di sicuro spunterebbe anche qualche nome femminile. E sarebbe un bene per il Pd e per il Paese. </p>



<p>Su questo dovrebbe concentrarsi chi ha a cuore la parità di genere: sulla costruzione di una coalizione di donne e uomini intorno a una visione diversa del nostro stare insieme. Non abbiamo bisogno di una corrente rosa, ma di un nuovo Pd. Per questo, è giusta la richiesta avanzata da molte affinché se ne parli in una direzione del Pd e non solo nella Conferenza delle donne. Anzi, questa richiesta quella Conferenza avrebbe potuto anticiparla, convocandosi in forma aperta a tutti i membri della direzione — uomini e donne — interessati a questa discussione.</p>



<p>Per ripetermi: non è una questione femminile, ma una questione democratica. E non sono solo le donne a pagarne il prezzo. Chi si ribella a quella logica, a Roma o nei territori, paga un prezzo salato. Non si contano le energie, la voglia di fare politica e le competenze che ci siamo persi per strada perché hanno sbattuto la testa contro il muro di gomma di un Pd chiuso e oligarchico. Ci sono interi territori abbandonati dal nostro partito, con commissari e dirigenti che nessuno vede e che garantiscono soltanto il patto oligarchico tra gruppi dirigenti, tenendo lontane le energie che si muovono nella società. </p>



<p>Nel 2018, tanti elettori hanno votato 5 Stelle non perché non vedevano l’ora di mettersi in fila per il reddito di cittadinanza, ma perché non ne potevano più di stare in fila nel rapporto clientelare con una politica che spesso era anche la nostra. Quei metodi sono ancora tra noi, nonostante Renzi avesse promesso di “rottamarli” e Zingaretti di “superarli”. Nessuno dei due ce l’ha fatta. Forse, perché non può essere un leader a farlo. Serve uno sforzo collettivo, coerente, diffuso, plurale. Serve una discussione su come rifondare il modo in cui facciamo politica. Non vogliamo chiamarlo congresso? Chiamiamolo big bang. Ma facciamolo presto.</p>
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		<title>Uomini e donne&#8230;di governo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lo spigolatore di Capri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2020 13:53:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non mi piacciono le differenze di genere. Esistono uomini intelligenti e uomini stupidi, donne intelligenti e donne stupide. L’auspicio, ma purtroppo accade sempre più di rado nel nostro Paese, e’ che al governo delle nazioni ci siano uomini o donne con un percorso brillante di studi, competenti e naturalmente onesti. Non basta essere un politico di professione. Se fai il ministro di un determinato settore devi sapere perfettamente, e io&#8230;</p>
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<p>Non mi piacciono le differenze di genere. Esistono uomini intelligenti e uomini stupidi, donne intelligenti e donne stupide. L’auspicio, ma purtroppo accade sempre più di rado nel nostro Paese, e’ che al governo delle nazioni ci siano uomini o donne con un percorso brillante di studi, competenti e naturalmente onesti. </p>



<p>Non basta essere un politico di professione. Se fai il ministro di un determinato settore devi sapere perfettamente, e io lo pretendo, di cosa stai parlando. Altrimenti dovrai fidarti di questo o di quel funzionario, spesso retaggio di precedenti esecutivi, non sempre di specchiata fedeltà. </p>



<p>Fatto questo preambolo, vi devo però segnalare, lo dicono i numeri, che questa emergenza pandemica sta esaltando il ruolo delle donne leader. I Paesi che hanno “il gentil sesso” al timone gestiscono la situazione con straordinaria efficacia, risparmiando ai loro popoli le tragedie immani che si stanno verificando in altri Stati. </p>



<p>A partire dall’ “odiata” Merkel, fino ai primi ministri di Norvegia e Finlandia, e soprattutto al premier donna di Taiwan Tsai Ing-wen, che, come scrive la rivista americana Forbes, ha limitato il numero dei morti a sei unità, pur essendo la sua nazione a soli 100 chilometri di mare dalla Cina. </p>



<p>Insomma, con questo non vogliamo sostenere che se avessimo avuto un Presidente del Consiglio donna le cose sarebbero andate certamente meglio. Trovo però scandaloso che l’Italia repubblicana, dopo 66 governi, non abbia ancora avuto un primo ministro donna. </p>



<p>Un maschilismo selvaggio che ha condizionato la vita politica e sociale del nostro Paese. All’Assemblea Costituente le donne erano solo 21, ma ognuna di loro oggi avrebbe potuto essere leader di una maggioranza o di un esecutivo. Con capacità e doti di pragmatismo certamente maggiori di tanti uomini che decidono per noi in questo momento drammatico.</p>
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