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	<title>Milly Provinciali, Autore presso ilcaffeonline</title>
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	<title>Milly Provinciali, Autore presso ilcaffeonline</title>
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		<title>Emilia Romagna Festival: 20 anni di attività</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 09:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’Emilia Romagna Festival è rivolto al territorio, fatto per il territorio e per la comunità che lo vive. È un festival molto variegato che ha una scelta di programmi che vanno dalla musica antica alla contemporanea, dal jazz alla etnica, fino ad arrivare alle commissioni, ossia ai testi che vengono commissionati ai compositori appositamente per il festival: questa è sicuramente una caratteristica che lo rende unico nel panorama artistico italiano.&#8230;</p>
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<p>L’Emilia Romagna Festival è rivolto al territorio, fatto per il territorio e per la comunità che lo vive. È un festival molto variegato che ha una scelta di programmi che vanno dalla musica antica alla contemporanea, dal jazz alla etnica, fino ad arrivare alle commissioni, ossia ai testi che vengono commissionati ai compositori appositamente per il festival: questa è sicuramente una caratteristica che lo rende unico nel panorama artistico italiano. È un festival d’area che porta la musica in ogni luogo: in chiese, teatri, rocche, cortili, borghi, luoghi all’aperto e luoghi speciali e inconsueti come i campi di grano. Si svolge in più province della regione Emilia Romagna e in particolare in un triangolo che si trova tra Bologna, Rimini e l’Abbazia di Pomposa, luogo quest’ultimo situato nel Ferrarese vicino al mare e ancora più magico per la musica classica se si pensa al fatto che vi ha vissuto il monaco Guido d&#8217;Arezzo, l’inventore delle note musicali.</p>



<p>L’Emilia Romagna Festival, in questo anno del tutto particolare per l’intero paese, festeggia il suo ventennale e per l’occasione ilcaffeonline ha intervistato il Direttore Artistico Massimo Marcelli.</p>



<p><strong>Il vostro Festival focalizza da sempre l’attenzione su due punti forti: gli artisti e le location. Quest’anno riuscirete a mantenere alta l’offerta qualitativa di entrambi gli aspetti?</strong><br>Assolutamente sì, celebreremo i nostri 20 anni di attività con un programma bellissimo e siamo ansiosi di cominciare. Ci saranno meno artisti stranieri per ovvie ragioni di difficoltà nei viaggi ma non rinunceremo a stelle internazionali che vivono in Europa in paesi abbastanza vicini all’Italia e per questo avranno meno difficoltà rispetto ad altri a raggiungerci. Abbiamo rispettato con cura tutte le indicazioni da seguire e per prudenza e per a avere il tempo di attrezzarci e fare un programma su misura per l’emergenza abbiamo deciso di posticipare l’apertura rispetto al solito calendario. Inaugureremo il 26 luglio a Forlì nell’Arena di San Domenico in un luogo preparato appositamente per gli spettacoli di quest’anno. Ci saranno ottimi services che forniranno strutture, palchi e sedie distanziate, ci sarà personale che si farà cura dell’accesso e dell’uscita e i palchi saranno più grandi del solito per far mantenere le distanze di sicurezza ai musicisti. Quest’anno eviteremo chiaramente i luoghi chiusi come le chiese e i teatri e ci concentreremo su luoghi all’aperto d’interesse storico e di grande fascino. Nei momenti di crisi bisogna mettersi in discussione e cercare di cogliere le opportunità per migliorarsi. La gente ci chiede quando cominciamo, siamo marcati stretti da persone desiderose di esserci e sentiamo il loro affetto. Sono fermamente convinto che manterremo l’offerta qualitativa alta.</p>



<p><strong>E per tutti coloro che a causa dell’emergenza Coronavirus non potranno raggiungervi o avranno timore a farlo?</strong><br>Il nostro pubblico che va dai giovani agli anziani è locale ma anche turistico e internazionale. C’è una parte turistica che arriva dalla costa e una parte più appassionata agli eventi culturali che viaggia verso le colline, c’è chi parte anche da lontano per seguire un’artista o partecipare ad uno specifico evento. Per chi quest’anno non potrà raggiungerci ci sarà un’importante novità: lo spettacolo inziale e alcune perle del programma verranno diffuse in streaming tramite il Ministero degli Esteri in tutte le ambasciate e gli istituti di cultura del mondo. Sarà un bel biglietto da visita che rappresenta un caso unico in tutta Europa attraverso il quale l’Italia farà conoscere le proprie realtà e manifestazioni culturali.</p>



<p><strong>Quale sarà la musica che caratterizzerà il festival del 2020?</strong><br>Sarà un festival dedicato al bel suono italiano e ai suoi artisti, parleremo di tutti gli aspetti della musica, di quella musica bella che va dall’antico al contemporaneo. La nostra inaugurazione racchiude proprio questo pensiero: celebreremo Giuseppe Tartini di cui sono i passati 250 dalla scomparsa e suoneremo un pezzo nuovo scritto da Michael Nyman, dedicato a me e alla memoria di Ezio Bosso che era suo vicino di casa a Londra, un’amicizia celebrata dall’antico e dal nuovo.</p>



<p><strong>Quale politica dei prezzi adotterete in un anno così difficile per l’economia delle famiglie?</strong><br>La politica dei prezzi sarà bassa come sempre anche e soprattutto quest’anno perché purtroppo ci saranno numerose famiglie in difficoltà. Il nostro non è mai stato volutamente un festival da tappeto rosso, abbiamo sempre cercato di trovare sponsor per offrire i biglietti e incoraggiato giovani e studenti spianando loro la strada e offrendo le migliori condizioni possibili per facilitare l’accesso ai concerti. Non si tratta solo di divertimento ma anche e soprattutto di educazione.</p>
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		<title>don Francesco Soddu: con la Caritas siamo noi ad andare verso le persone, come chiede Papa Francesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 20:01:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel rapporto annuale “Caritas è Cultura” che avete pubblicato pochi giorni fa sono 3.632 i Centri di Ascolto che Caritas ha attivato nel 2019 in Italia, generando più di 180 mila interventi di ascolto, consulenza e orientamento. È chiaro che il concetto di Centro d’Ascolto rappresenta uno dei polmoni di Caritas, da sempre attenta alla vicinanza verso i più fragili. Ora che i luoghi di aggregazione hanno subito una nuova&#8230;</p>
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<p><strong>Nel rapporto annuale “Caritas è Cultura” che avete pubblicato pochi giorni fa sono 3.632 i Centri di Ascolto che Caritas ha attivato nel 2019 in Italia, generando più di 180 mila interventi di ascolto, consulenza e orientamento. È chiaro che il concetto di Centro d’Ascolto rappresenta uno dei polmoni di Caritas, da sempre attenta alla vicinanza verso i più fragili. Ora che i luoghi di aggregazione hanno subito una nuova configurazione a causa dell’emergenza Covd-19 come state procedendo? Sono aperti e se sì in quale modalità?</strong><br>L’ascolto è sempre stato attivo. Di fronte al crescere dei bisogni legati alla salute, in modo particolare al disagio psicologico e psichico, si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico che ha supportato sino ad oggi decine di migliaia di famiglie. In sinergia con istituzioni e altre realtà locali, sono stati avviati numeri verdi diocesani e contatti telefonici diretti con anziani e altre persone sole. Comunque l’accesso in abitazione non è stato del tutto abbandonato. Ad alcune persone viene portata la spesa a casa; altre vengono raggiunte con visite veloci, naturalmente con tutte le precauzioni, per non spezzare fili di relazione imbastiti nel tempo. Così come, dove è stato possibile, si sono tenuti aperti punti di ascolto con accesso previo appuntamento. L’auspicio è che grazie anche a quel che è nato durante l’emergenza, resti e si rafforzi la “Chiesa in uscita” di cui tanto parla Papa Francesco, cioè che siamo noi ad andare verso le persone e che siamo capaci sempre più di attivare relazioni personalizzate, dove conta l’identità delle persone coinvolte e il processo di accompagnamento che si riesce ad avviare in forme differenziate.</p>



<p><strong>Sempre nello scorso anno sono più di un milione i beni e sevizi che avete erogato e 110 i micro progetti</strong> <strong>che avete messo in piedi in ambito economico e sociale, stanziando un importo di più di 500 mila euro. Riuscirete quest’anno, che sembra già essere partito in grande salita, a mantenere gli stessi numeri?</strong><br>Da quanto le Caritas sperimentano sul territorio si conferma purtroppo da nord a sud del Paese un incremento delle situazioni di povertà e di disagio economico quindi un aumento di famiglie che sperimentano difficoltà materiali legate alla totale o parziale assenza di reddito. Così come crescono i bisogni occupazionali riguardanti soprattutto chi, prima dell’emergenza, poteva contare su un impiego precario, stagionale o magari irregolare, o ancora i piccoli commercianti, i giostrai o i circensi costretti alla stanzialità, o chi era già in uno stato di disoccupazione. Accanto alle fragilità economiche, i dati evidenziano anche un accentuarsi delle problematiche familiari (in termini di conflittualità di coppia, violenza, conflittualità genitori-figli, difficoltà di accudimento dei bambini piccoli o altri familiari), dei bisogni legati alla salute, in modo particolare del disagio psicologico e psichico. Inoltre si registra un incremento di nuovi bisogni, come quelli legati a problemi di solitudine, relazionali, ansie, paure del futuro e disorientamento.<br>Se la pandemia in atto ci ha messo a dura prova, abbiamo però riscoperto la concretezza dei gesti per costruire insieme un orizzonte di nuove relazioni, sono stati rimodulati i servizi e ne sono stati avviati di nuovi. Per questo contiamo, moltiplicando gli sforzi, addirittura di aumentare i numeri dello scorso anno.</p>



<p><strong>La povertà non fa mai notizia, ma voi avete sempre operato silenziosamente prima e continuate a farlo ora che la povertà è diventata notiziabile raggiungendo anche quelle persone che a causa dell’emergenza Coronavirus hanno perso il lavoro diventando i “nuovi poveri”. Come giudica a riguardo le misure economiche prese dal governo per contrastare povertà economica e sociale?</strong><br>Caritas Italiana vive con grande preoccupazione l’inedita fase storica che il nostro Paese sta attraversando ed è consapevole che è necessario agire con rapidità e decisione. Questa responsabilità è di tutti e deve coinvolgere sia le scelte personali, sia le decisioni delle pubbliche Istituzioni. Solo mettendo in sicurezza il presente, infatti, sarà possibile costruire la fiducia necessaria ad affrontare il futuro. Ecco perché sostiene tutte le proposte operative per fronteggiare immediatamente la caduta di reddito delle famiglie – a partire da quelle più povere- dovuta alla crisi innescata dalla diffusione della pandemia Covid-19. Tra queste in modo particolare quella di un piano per una protezione sociale universale contro la crisi, elaborata dal Forum Disuguaglianze Diversità – di cui Caritas Italiana è parte &#8211; e dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Tre, in particolare, sono gli obiettivi da segnalare, che vanno nella direzione auspicata di uno sviluppo integrale in vista della costruzione del bene comune. Primo, mettere in campo un intervento straordinario per i poveri. Bisogna costruire subito una diga contro l’impoverimento e raggiungere rapidamente la popolazione colpita. Secondo, fornire una risposta all’intera società italiana, sostenendo ognuno in base alle sue differenti esigenze e valorizzando le sue risorse. La questione povertà va infatti affrontata considerando la nostra società nel suo insieme, attraverso interventi equi e sostenibili di promozione umana. Terzo, guardare al futuro. Una volta predisposto l’auspicato piano per questi primi mesi bisognerà subito cominciare a preparare gli interventi necessari alla fase successiva, anch’essa impegnativa, senza omettere la partecipazione e il coinvolgimento sussidiario di tutte le realtà del nostro Paese impegnate nella lotta alla povertà, incluso il Terzo Settore. Sarà questo un modo per dare ascolto al recente messaggio di Papa Francesco “mentre pensiamo alla lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, s’insinua un pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro”.</p>



<p><strong>Pensando appunto a chi è rimasto indietro, come state continuando a fare i servizi per le persone più in difficoltà e come organizzate i nuovi servizi per essere vicini alle persone a cui nessuno pensa: gli anziani soli in casa, le persone fragili, le famiglie con figli disabili? Chi si prende cura di loro?</strong><br>Come già accennato si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico, la fornitura dei pasti in modalità da asporto o con consegne a domicilio di cui hanno beneficiato decine di migliaia di persone; il potenziamento di empori/market solidali, o ancora la fornitura di dispositivi di protezione individuale e igienizzanti; le iniziative a supporto della didattica a distanza (fornitura di tablet, pc), l&#8217;assistenza ai senza dimora (rimodulata per garantire gli standard di sicurezza), le mense, l’acquisto di farmaci e prodotti sanitari o i servizi di supporto psicologico. A questi interventi si aggiungono poi anche alcune esperienze inedite e preziose, che vanno al di là di una risposta al bisogno materiale, come ad esempio quella denominata #TiChiamoio, nata per offrire  vicinanza, seppur solo telefonica, alle persone accompagnate nei centri di ascolto, cercando così una modalità per condividere fragilità, preoccupazioni e restituire un po&#8217; di speranza; o il progetto &#8220;Message in a Bottle&#8221; ideato per far recapitare assieme, ai pasti da asporto,  messaggi e poesie da parte della cittadinanza. </p>



<p><strong>È ultra quarantennale il rapporto che avete con i giovani, da sempre impegnati nelle vostre attività attraverso il servizio civile. Come giudica questa forzata assenza che il momento ha portato? Per voi in quanto mancanza di aiuto e di raccordo con la comunità, soprattutto quella più anziana, ma anche per loro che socialmente si sentivano occupati ed impegnati in un progetto di bene comune?</strong><br>In realtà la vivacità di iniziative e opere realizzate è stata resa possibile grazie alla disponibilità di centinaia di migliaia di volontari e operatori che da nord a sud del Paese non hanno fatto mancare il loro impegno quotidiano, la loro prossimità e generosità verso i più poveri, anche durante questa pandemia. Il monitoraggio svolto tra le Caritas conferma che sono aumentati i volontari giovani, under 34, impegnati nelle attività e nei servizi, che hanno consentito di far fronte al calo degli over 65. Il Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, nel periodo più grave della crisi ha sospeso tutti i progetti in Italia, come aveva già fatto nella zona rossa. Tuttavia, lo stesso Dipartimento ha permesso agli enti di proseguire quei progetti che avevano una particolare rilevanza sociale e utilità pubblica in questa emergenza. E così, ad esempio, molte Caritas diocesane e le Misericordie hanno continuato ad impiegare comunque i volontari in servizio civile per attività di emergenza e magari proprio per rimpiazzare quei volontari un po’ anziani che in quei giorni dovevano restare a casa per motivi precauzionali.</p>



<p><strong>Con un’epidemia mondiale in corso che sembra in alcuni paesi del mondo, soprattutto i più poveri, non</strong> <strong>arrestarsi, che fine faranno tutti i progetti di sviluppo che riguardano il fronte europeo e internazionale?</strong><br>Il 55% di persone nel mondo oggi vive senza alcuna tutela sociale, significa che hanno perduto i diritti umani fondamentali come quelli dell’accesso al cibo, alla salute, al lavoro dignitoso, e si ritrovano privi di ogni tipo di protezione e ancora più vulnerabili ed esposti alla pandemia. L’Africa purtroppo sembra riconfermare il proprio triste primato della disperazione, e presto, potrebbero aggiungersi l’India e alcuni paesi di Asia, America Latina, Medioriente e Europa dell’Est. Stiamo parlando di numeri di una vera catastrofe umanitaria. Più di un miliardo di persone che lottano per la sopravvivenza, un miliardo e seicentomila bambini e ragazzi hanno smesso di andare a scuola e molti non vi torneranno una volta che queste riapriranno. Per far fronte a questo la Cei ha stanziato 9 milioni di euro dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Il Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo e la Caritas Italiana hanno così finanziato 541 progetti in 65 Paesi del mondo in ambito sanitario e nel settore formativo. Inoltre Caritas Italiana e FOCSIV stanno per lanciare una grande campagna con due obiettivi principali. Da un lato la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, con un intervento di carattere culturale e dall’altro la raccolta fondi per un grande progetto di solidarietà globale per sostenere gli interventi nelle varie aree del mondo delle Caritas e dei soci FOCSIV.</p>



<p><strong>E su quello dell’immigrazione e dei corridoi umanitari attraverso i quali ogni anno accogliete richiedenti asilo in piena sicurezza?</strong><br>Anche su questo fronte non ci fermiamo. In attesa che possano riprendere gli arrivi in sicurezza, proprio in questo periodo undici università italiane, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Caritas Italiana insieme ad 11 Caritas diocesane, Diaconia Valdese e Gandhi Charity hanno aderito ad un protocollo d’intesa che darà a 20 studenti rifugiati attualmente in Etiopia l’opportunità di proseguire il loro percorso accademico in Italia attraverso delle borse di studio. Il progetto University Corridors for Refugees (UNI-CO-RE) consiste nel rilascio di visti di ingresso per motivi di studio per studenti che siano titolari di protezione internazionale in Etiopia. In base al nuovo protocollo, gli atenei, anche attraverso il fondamentale sostegno di un’ampia rete di partner locali, assicureranno il supporto necessario agli studenti per frequentare un programma di laurea magistrale della durata di due anni e per integrarsi nella vita universitaria. Caritas Italiana insieme al partner Gandhi Charity, si impegna alla diffusione del bando in Etiopia, all’assistenza per le pratiche pre partenza, alla copertura dei costi vivi pre partenza e al pagamento del biglietto aereo, ma anche all&#8217;erogazione di un contributo economico in favore delle Caritas diocesane che hanno aderito all&#8217;iniziativa, per la gestione del progetto quando i beneficiari raggiungeranno l&#8217;Italia.</p>



<p><strong>È evidente che Caritas Italiana lascia segni concreti del proprio operato, lo dicono i numeri del rapporto “Caritas è Cultura” ma lo dice anche e soprattutto l’immagine e la considerazione che le persone e le comunità hanno di voi. Questi segni li ponete anche come esempio per l’avvenire, ma come fare in modo che gli altri li seguano e ne facciano un modello?</strong><br>Una carità che vuole esprimere, plasmare e veicolare una buona cultura lo può fare solo se produce cambiamento. Nella consapevolezza che, oggi più di ieri, la cultura, le culture, sono mutevoli, porose, permeabili, cambiano dinamicamente e velocemente, in Italia e in Europa, all’interno di un contesto globale che le condiziona e le trasforma in continuazione. Ecco che anche la nostra testimonianza della carità non può che essere dinamica, innovativa, attenta ai cambiamenti culturali, ai nuovi fenomeni. Occorre tra l’altro sottolineare il rischio di una cultura della carità che si riduca unicamente ad esercitazione accademica, tanto più evidente là dove la Parola di Dio non riesce a tradursi in vita concreta nelle relazioni quotidiane e nella misura in cui non avviene la tessitura o il semplice collegamento tra fede e vita, il Vangelo non riesce neanche ad assumere le caratteristiche di cultura accademica; esso finisce per diventare come quella semente caduta sui sassi, di cui nella parabola evangelica. Da qui l’esigenza invece di una carità interna, concreta, politica, ecologica, europea, educativa. Tutto questo per noi oggi potrebbe quasi tradursi in una sorta di mandato ad essere artisti di carità, attingendo dalla cultura cristiana del servizio, partendo dal cambiamento di sé per giungere ad un cambiamento della società.</p>



<p><strong>Sono tantissimi gli episodi che in questo periodo hanno dato prova di fratellanza tra le persone e solidarietà verso la società. Ci sono stati e continuano ad esserci però anche episodi che dimostrano la perdita di senso civico e quella di appartenenza alla comunità. Mi riferisco alle risse nei supermercati, alle forze dell’ordine aggredite o alla più generica diffidenza che c’è nel vicino, nel fratello che potrebbe essere un potenziale pericolo di trasmissione del virus. Pensa che questa situazione stia aumentando l’egoismo sociale allentando così l’appartenenza alla comunità? Come riconciliarsi ad una comunità disorientata e ora a volte diffidente?</strong><br>Questa emergenza ci deve far sentire tutti uniti e solidali. Sta emergendo il volto bello dell’Italia che non si arrende. Come comunità ecclesiali siamo chiamati a pensare nuove forme di carità e, come ci ha ricordato papa Francesco nell’Angelus di domenica 15 marzo, a “riscoprire e approfondire il valore della comunione che unisce tutti i membri della Chiesa”. Certo, il rischio dell’egoismo sociale è sempre in agguato. Come ha sottolineato papa Francesco, in questa &#8220;lenta e faticosa ripresa dalla pandemia si insinua&#8221; un pericolo: &#8220;dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell&#8217;egoismo indifferente&#8221;.  Secondo il Papa nella ripresa post-emergenza c’è il rischio di arrivare &#8220;a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull&#8217;altare del progresso. Questa pandemia ci ricorda che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l&#8217;ingiustizia che mina alla radice la salute dell&#8217;intera umanità”.  Quello per cui dobbiamo impegnarci è dunque di cogliere questa prova come un&#8217;opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno. Perché senza una visione d&#8217;insieme non ci sarà futuro per nessuno. </p>



<p><strong>Crede che le tematiche al centro dell’Enciclica del Santo Padre Laudato si’: il rispetto verso la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno comune nella società, la gioia di vivere e la pace interiore risultino tangibili all’interno del periodo socio politico che il nostro paese sta attraversando?</strong><br>Questa lettera enciclica, nella tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa, fissa un nuovo paradigma per lo sviluppo umano integrale, dove sono riconosciuti i diritti di ogni persona umana nel pianeta che è la nostra casa comune. La ricorrenza cade in piena emergenza da pandemia per la diffusione del COVID-19, fonte di terribili sofferenze, che hanno avuto ripercussione in misura maggiore soprattutto sulle persone più fragili e vulnerabili. La pandemia è una situazione imprevista, eppure non imprevedibile. La probabilità che si ripresenti aumenta in ragione della pressione esercitata dal genere umano sull’ambiente. È necessario pertanto riconoscere cosa sta cambiando nella nostra vita con riferimento alle modalità di lavoro, all’uso della tecnologia, ai modelli di sviluppo economico, alla politica, alla società, allo spazio globale. È necessario riprendere il cammino. A partire dalla nostra responsabilità di lasciarci toccare da quanto avviene, e di non essere spettatori del cambiamento. La Laudato si’ ci indica la prospettiva di un mondo in grado di assicurare una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti e alle generazioni future. Scritta ben prima della pandemia, la Laudato si’ dice parole profetiche sul rischio delle eccessive diseguaglianze, sulla necessità di stabilire una nuova alleanza tra umanità e natura, sull’urgenza di riformare profondamente i principi alla base di una economia e una società che sembrano avere l’esclusione e lo scarto come conseguenza necessaria.<br> <br><strong>Papa Francesco è un Papa innovatore, al centro delle sue attenzioni oltre alle tematiche verso le quali la Chiesa è da sempre impegnata (la famiglia, il lavoro, la politica, le dottrine sociali) ha posto una nuova tematica: l’economia. Lo ha dimostrato convocando un evento globale “’The economy of Francesco” in cui saranno chiamati a raccolta migliaia di giovani studiosi e operatori dell’economa per condividere sinergie e creare un nuovo modello economico che metta al centro la dignità della persona umana. Qual è il ruolo della Caritas italiana nella costruzione concreta della &#8220;Economia di Francesco”?</strong><br>Abbiamo ora di fronte una tripla emergenza: riavviare le attività di produzione, ma farlo in un contesto di sostenibilità e senza lasciare indietro nessuno in termini di partecipazione positiva al cambiamento stesso. Il cambiamento sostenibile non è il passaggio da una tecnocrazia a un’altra, ma la maturazione di una coscienza che appartiene a ogni donna e ogni uomo. Ecco, è su questo che dobbiamo impegnarci. Rispetto a una prospettiva di “crescita a ogni costo” occorre ricordare ancora il rischio che essa non vada affatto a beneficio di chi ne ha maggiormente bisogno. La storia degli ultimi quarant’anni racconta infatti che la maggior parte dei benefici della crescita economica tendono a finire agli strati più ricchi della società; ciò non vuole dire, come è ovvio, che non occorra far ripartire la produzione, ma che questo da solo rischia di non aiutare i più poveri.<br>È interessante anche notare quale tipo di produzione sia stata considerata prioritaria, quando nelle prime fasi del lockdown, tra i grandi gruppi industriali cui veniva riconosciuta la possibilità di continuare le proprie attività, vi erano quelli impegnati nella produzione di armamenti! C’è quindi da lavorare, tutti insieme, per mantenere una prospettiva di transizione ecologica dell’economia, favorendo ad esempio quelle iniziative di microimpresa maggiormente legate alla terra e ai suoi frutti e, più in generale, rilanciando l’attività economica, soprattutto a partire da attività incentrate sulla produzione di beni e servizi essenziali, sulla formazione e ricerca, e su attività che abbiano il maggiore potenziale di coinvolgere le fasce più vulnerabili della società, in una prospettiva che non torni indietro rispetto alla consapevolezza dei limiti della biosfera. Questo richiede, ora ancora più di prima, il coraggio di ripensare radicalmente le forme dell’economia e i suoi obiettivi, e probabilmente il concetto stesso di sviluppo, per renderlo più aderente alle esigenze delle donne e gli uomini che abitano e abiteranno la nostra casa comune.</p>
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		<title>Sabino Cassese: a Palazzo Chigi inusitato accentramento. Voto prossimo allo zero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 05:21:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I conflitti tra regioni e Stato in questi ultimi mesi sono stati rilevanti. Come giudica lo squilibrio ormai consolidato tra il governo nazionale e i vertici regionali?Lo squilibrio prodottosi durante la pandemia ha due fonti. La prima è congiunturale, e dipende dalla errata interpretazione governativa iniziale della materia su cui si interveniva. Si trattava e si tratta di profilassi internazionale, spettante interamente allo Stato. Questo non vuole dire che i&#8230;</p>
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<p><strong>I conflitti tra regioni e Stato in questi ultimi mesi sono stati rilevanti. Come giudica lo squilibrio ormai consolidato tra il governo nazionale e i vertici regionali?</strong><br>Lo squilibrio prodottosi durante la pandemia ha due fonti. La prima è congiunturale, e dipende dalla errata interpretazione governativa iniziale della materia su cui si interveniva. Si trattava e si tratta di profilassi internazionale, spettante interamente allo Stato. Questo non vuole dire che i terminali operativi non fossero le aziende regionali sanitarie, ma che queste dovevano agire in funzione di direttive nazionali. La seconda fonte dello squilibrio è strutturale e sta nella diversa investitura dei vertici regionali rispetto a quello nazionale. I primi sono eletti direttamente e sono dotati di poteri di tipo “presidenzialistico”. Il secondo è quello proprio di un regime parlamentare puro, quindi debole. Debolezza accentuata dal carattere della coalizione governativa, episodica e casuale, e dalla inesperienza di molti membri del governo e dei loro staff.</p>



<p><strong>A chi tocca l’istituzione delle famigerate “zone rosse” in caso di emergenza sanitaria? Si assiste a un imbarazzante scarico di responsabilità. Cosa non ha funzionato?</strong><br>La scelta iniziale di dimenticare che si tratta di profilassi internazionale, che spetta in esclusiva allo Stato. Ciò non vuol dire che lo Stato non potesse consultare le regioni. A che serve altrimenti la Conferenza stato &#8211; regioni?</p>



<p><strong>Dal 23 febbraio ad oggi sono stati prodotti numerosi Decreti legge e DPCM. Quale voto darebbe ai tempi, alle modalità e alle risposte dello Stato all’epoca del Covid19?</strong><br>Innanzitutto, a chi dare il voto? Direi a Palazzo Chigi, visto che c’è stato un inusitato accentramento: lì si sono prodotti i provvedimenti da cui siamo stati deliziati. Il voto è prossimo allo zero. Le norme e gli atti amministrativi sono stati scritti da persone che sono apparse digiune di conoscenze dell’italiano, del diritto, della logica, del buon senso. In molti casi, chi redigeva si limitava a metter insieme richieste, proposte, progetti di altri, incollandoli. </p>



<p><strong>Quello di limitare l’esercizio di culto da parte della presidenza del Consiglio per DPCM è stato un eccesso di potere?</strong><br>Chiaramente un atto che viola la Costituzione, violazione della cui gravità a Palazzo Chigi non ci si è neppure resi conto. Leggo che la violazione avrà un seguito giudiziario, come i giuristi attenti potevano prevedere.</p>



<p><strong>Si è sottovalutata forse la proroga dello stato di emergenza per ulteriori sei mesi. Quali possono essere le conseguenze di lungo periodo per le Istituzioni delle scelte operate nel periodo di emergenza?</strong><br>Il tema della proroga dello stato di emergenza è ancora aperto. Sarebbe bene che con l’inizio di agosto si abrogassero tutte le norme di emergenza, salvo alcuni interventi economici. Il protrarsi di queste emergenze è pericoloso, come dimostrato dalla legge fatta adottare dalla sua maggioranza parlamentare da Orbán.</p>



<p><strong>I politici provano a comunicare direttamente con i cittadini, creando una nuova piazza virtuale. Cosa pensa di questa nuova modalità di “fare politica”?</strong><br>La pandemia e l’allarme sociale prodotto ha fornito un “teatro”, e chi governa, a tutti i livelli, si è subito sporto sul proscenio. Le conseguenze si pagano, però, perché i prim’attori sono anche diventati parafulmini. Il Parlamento e i Consigli regionali non hanno valutato le conseguenze del vuoto che hanno lasciato con la loro inattività. La politica, quindi, non potendosi svolgere nei luoghi deputati, si è svolta in un dialogo vertici-base, introducendo elementi propri del presidenzialismo in tutto il sistema, con conseguenze che per ora non sono visibili quanto alla loro gravità.</p>



<p><strong>Il maggior tempo che i giovani trascorrono sul web li può rendere più esposti alle fake news? Come fare per combattere questa disinformazione organizzata e rivolta soprattutto ai cittadini più deboli?</strong><br>La disinformazione non si combatte né con cesure, né con filtri, ma diffondendo notizie corrette. Ad esempio, se si svuole smentire l’opinione diffusa secondo la quale gli immigrati in Italia sarebbero tre volte il numero corretto, occorre che l’Istat si svegli e faccia circolare più di frequente dati corretti.</p>



<p><strong>Se è vero che la pandemia non ha fatto distinzioni sociali e culturali nell’attaccare le persone, ha senza dubbio distinto i poveri dai ricchi nell’affrontare le conseguenze del lockdown. Le disuguaglianze sociali e culturali sono aumentante</strong>?<br>Più che il divario ricchi-poveri, direi che è rilevante il divario tra chi aveva uno stipendio e/o una pensione assicurata e chi dipendeva dal lavoro quotidiano o mensile per ottenere un’entrata: l’artigiano, il tassista, ad esempio. Purtroppo, l’intervento risarcitorio dei due decreti legge economici ha distribuito a pioggia finanziamenti, che vanno anche a chi era nell’area protetta, creando ulteriori disparità. Vi è stata inoltre la diseguaglianza tra gli “smart worker”, molti dei quali hanno lavorato duramente, mentre alcuni hanno solo contato sui rinvii (nel settore pubblico si sono verificati i casi peggiori).</p>



<p><strong>Spesso si attacca la “burocrazia”, additandola come responsabile di tutti i mali del Paese. Ma a chi risponde la burocrazia?</strong><br>Questa diffusa lamentale relativa alla burocrazia, in realtà va “spacchettata”. Una grande parte di responsabilità di ciò che si lamenta risale al Parlamento-legislatore, per il modo in cui deborda legiferando e amministrando nello stesso tempo, per il modo in cui configura i processi di decisione, per la quantità di controlli inutili ma frenanti che introduce, per le sanzioni spropositate che mette sulle spalle degli amministratori. Poi, vi sono le responsabilità della burocrazia stessa. Ma anche qui bisogna distinguere. Da una parte, vi sono gli staff dei ministri che sono troppo spesso digiuni di qualità manageriali, con “expertise” esclusivamente giuridica. Dall’altra, vi sono i burocrati del “surtout pas trop de zèle”, del rinvio, del “meglio non fare”. In mezzo, ci sono anche molti bravi e volenterosi servitori dello Stato, frustrati, avvinghiati da controllori invadenti, scoraggiati.&nbsp;</p>



<p><strong>È sufficiente riformare il codice degli appalti per far ripartire e soprattutto concludere le grandi opere in Italia?</strong><br>Punto di partenza, si dovrebbero dotare gli uffici pubblici di tecnici in grado di progettare, collaudare, seguire l’esecuzione delle opere. Due terzi del personale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti è composto di personale amministrativo. Non dovrebbe essere il contrario? Quanto al codice, basterebbe importare in Italia la direttiva europea, di cui il codice è l’attuazione. Solo che nell’attuare la direttiva si sono aggiunte molte norme impeditive, specialmente a causa dell’Anac, che alla corruzione non pone rimedio, ma blocca invece le amministrazioni, richiedendo adempimenti inutilmente defatiganti.</p>



<p><strong>Nel 1970 in pochi mesi sono state approvate la legge che disciplina il referendum, quella per l’attuazione delle regioni a statuto ordinario, lo statuto dei lavoratori e l’istituto del divorzio. Cosa portò a quell’accelerazione normativa?</strong><br>In quell’anno venne a maturazione il “disgelo costituzionale”, arrivò a una fase di maturazione l’accordo, che aveva allargato le basi dello Stato, tra DC e PSI. Questo spiega l’accelerazione.</p>



<p><strong>Dopo l’esito del referendum del 2016, quando pensa che si potrà riproporre una nuova riforma della Costituzione? Ritiene necessaria la convocazione di una nuova Assemblea Costituente o è sufficiente procedere con l’art. 138?</strong><br>Dopo più di un trentennio di tentativi, è meglio rinunciarci, e dedicarsi ai “rami bassi”, alla riforma amministrativa.</p>



<p><strong>Quest’anno gli italiani saranno chiamati a votare un referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Cosa pensa della riforma e ritiene corretto accorpare, come sembra essere nelle intenzioni del governo, un referendum costituzionale con le elezioni amministrative?</strong><br>Il taglio è motivato con il risparmio, che è infinitesimo (credo che Cottarelli abbia calcolato che riguarda lo 0,07 del bilancio dello Stato). Di fatto, è un attacco alla democrazia rappresentativa. L’accorpamento delle votazioni, temuto dai contrari alla riduzione, potrebbe risolversi in un vantaggio, perché più persone andranno a votare e tra questi vi potrebbero essere schiere di votanti che ritengono la riduzione dannosa per una adeguata rappresentanza della società.</p>



<p><strong>La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che il compito della formula elettorale è di assicurare rappresentatività e governabilità. Ritiene che la formula migliore, anche per le politiche, sia quella delle regioni?</strong><br>Le ultime vicende mi hanno fatto ripensare alla opportunità di introdurre elementi presidenzialistici nel sistema a livello nazionale. Un sistema parlamentare rafforzato, alla tedesca, forse, è la soluzione migliore. Le istanze verticistiche, il protagonismo, il leaderismo conducono facilmente al bonapartismo e al cesarismo.</p>



<p><strong>Sta emergendo un clima preoccupante all’interno della magistratura italiana. Si può arrivare allo scioglimento del CSM? Come ritiene che vada riformata la magistratura? È il momento di procedere con la separazione delle carriere?</strong><br>La separazione è diventata una necessità, imposta dalla stessa magistratura, nel sacrificio che si è autoimposto (quello che si sta disvelando sul modo in cui si agiva dietro le quinte è opera della magistratura stessa, che si sta di fatto auto incolpando, mettendo in piazza i suoi difetti). La diagnosi e la prognosi sono state fatte. Occorre che la giustizia sia rapida. Occorre che le procure cessino di essere attori politici. Occorre che il CSM sia composto da persone che rappresentano davvero la magistratura, non da maneggioni.</p>



<p><strong>Oggi 2 giugno è festa della Repubblica. La forma repubblicana non è oggetto di revisione costituzionale, chiosa la Carta. Se non è un fatto solo nominalistico, quali sono i nostri valori immutabili?</strong><br>Salva la forma repubblicana, noi non abbiamo “clausole eterne”, quindi non emendabili. La legge fondamentale tedesca ha invece molte norme che sono dichiarate “eterne”. Tuttavia, alcune sentenze della Corte costituzionale italiana hanno affermato che i primi 12 articoli della Costituzione, che contengono i “principi fondamentali” sono immodificabili. Ad esempio come si potrebbe tollerare una violazione del principio di eguaglianza.</p>
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		<title>Napoli Teatro Festival. Ruggero Cappuccio: la cultura deve essere un bene accessibile a tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 17:36:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Napoli Teatro Festival esiste da 13 anni ed è un festival sostenuto e finanziato in larga parte dalla Regione Campania e dal Ministero dei Beni Culturali. È un festival ricco di eventi che si svolge generalmente a giugno nella splendida città di Napoli. Ha una natura multidisciplinare e per questo è articolato in 12 differenti sezioni che vanno dal nazionale all’internazionale, dalla danza alla letteratura, dal teatro per ragazzi&#8230;</p>
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<p>Il Napoli Teatro Festival esiste da 13 anni ed è un festival sostenuto e finanziato in larga parte dalla Regione Campania e dal Ministero dei Beni Culturali. È un festival ricco di eventi che si svolge generalmente a giugno nella splendida città di Napoli. Ha una natura multidisciplinare e per questo è articolato in 12 differenti sezioni che vanno dal nazionale all’internazionale, dalla danza alla letteratura, dal teatro per ragazzi allo sport fino ad arrivare a sezioni speciali come la “sezione osservatorio”, dedicata alle compagnie giovani e meno giovani con difficoltà produttive, che non riescono ad avere la visibilità che meritano e che grazie alla vetrina offerta dal Napoli Teatro Festival hanno la possibilità di portare in scena i propri progetti. È un festival sociale in cui si accede a 200 performance con un biglietto che costa solo 8 euro (che diventano 4 euro se si ha una tessera Feltrinelli o se si compra una copia di Repubblica) e di 5 euro per gli under 30 (che con la stessa modalità di sconto diventano 2,50 euro). Per i pensionati l’ingresso è totalmente gratuito. Questa politica dei prezzi è stata uno degli aspetti più importanti di una rifondazione voluta dal direttore artistico Ruggero Cappuccio, che ilcaffeonline ha intervistato per conoscere la riprogrammazione del festival dovuta al coronavirus.</p>



<p><strong>Direttore, la situazione del nostro Paese sembra lentamente tornare alla normalità. Questo vale anche</strong> <strong>per il vostro festival? Andrete in scena e se sì in che modo?</strong><br>“Normalmente il festival si sarebbe svolto a giugno, quest’anno con l’emergenza sorta stiamo ipotizzando di andare in scena a luglio contemplando naturalmente tutte le regole di distanziamento necessarie. Il Palazzo Reale di piazza del Plebiscito a Napoli sarà la casa madre del festival al quale seguiranno altre spazi all’aperto su cui stiamo lavorando in questi giorni. I teatri al chiuso ovviamente per questa edizione saranno off limits, generalmente andiamo in scena in tutti i teatri della città e in numerosi teatri della Campania. Quest’anno perderemo il Teatro Politeama, il Teatro Sannazaro, il Teatro Bellini, il Teatro Nuovo, la Galleria Toledo e il Teatro San Ferdinando. Bisognerà ricalibrare tutto perché la natura degli allestimenti sarà totalmente differente rispetto agli scorsi anni, ma questa è una sfida che tutte le compagnie hanno accettato con grande slancio e generosità perché la legge di fondo di questo mondo è la creatività e i teatranti non hanno paura di affrontare questi aspetti.</p>



<p><strong>Dunque ci sarete, e il vostro programma sarò lo stesso o subirà delle modifiche di tipo contenutistico?</strong><br>Il programma non verrà assolutamente alterato in termini di artisti e contenuto, quello che andrà modificato saranno i luoghi, che verranno scelti con la cura e i fondamentali accorgimenti tecnici volti a mantenere alta la qualità dell’offerta. Sceglieremo luoghi che hanno una natura architettonica fondata sul raccoglimento. Certo non ci saranno graticci, sipari, quinte e camerini tipici dei teatri al chiuso, ma faremo in modo di ottenere il meglio dai luoghi all’aperto, privilegiando quelli acusticamente protetti e privi di inquinamento di rumori.</p>



<p><strong>E gli artisti che avevate già preso in parola ci saranno?</strong><br>Resteranno con noi tutti gli artisti che avevamo già contattato. Ovviamente si parla dei soli artisti nazionali, quelli che appartengono alla sezione internazionale ci raggiungeranno in una sezione del festival che sarà attivata in autunno o al massimo nei primi mesi del 2021. Stiamo lavorando sul tempo condizionale, ma siamo fiduciosi: le istituzioni ci sono molto vicine e si stanno battendo per rivendicare l’importanza del settore spettacolo dal vivo. Non dimentichiamoci poi che Campania è la regione italiana che a livello nazionale impiega sul piano della cultura l’investimento più solido di tutta Italia.</p>



<p><strong>La politica dei prezzi del vostro festival è un aspetto molto interessante, oggi più che mai in un momento di grande difficoltà economica e sociale. Da quanto adottate questa offerta?</strong><br>Il prezzo delle stagioni antecedenti al mio arrivo nel 2017 era di 34 euro, abbiamo deciso di farlo scendere vertiginosamente per dare testimonianza del fatto che la cultura in Italia è un servizio e il biglietto da quattro anni costa così poco rispetto al passato perché in questo modo è accessibile a tutti, a tutti gli italiani che pagano già i fondi per la cultura attraverso le loro tasse. Gli incassi del festival in questo modo rispetto al passato si sono perfino quadruplicati, facendo aumentare esponenzialmente anche le presenze arrivate a 90 mila spettatori per ogni edizione, che mediamente dura 40 giorni. Bisogna dare prova concreta del fatto che la cultura sia un bene accessibile a tutti.</p>
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		<title>Gli insoliti 50 anni del Santarcangelo Festival</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2020 09:34:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Festival di Santarcangelo è il più antico festival di arti multidisciplinari d’Italia, nasce nel 1971 ed è un festival di portata internazionale realizzato a Santarcangelo di Romagna, piccolo paese di ventiduemila abitanti a 10 km da Rimini. Oltre a mettere in scena tradizionali esibizioni di danza, teatro e musica, si dedica alle arti contemporanee e anche ai fuori formato, sperimentando così tipologie e forme di spettacolo che difficilmente trovano&#8230;</p>
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<p>Il Festival di Santarcangelo è il più antico festival di arti multidisciplinari d’Italia, nasce nel 1971 ed è un festival di portata internazionale realizzato a Santarcangelo di Romagna, piccolo paese di ventiduemila abitanti a 10 km da Rimini. Oltre a mettere in scena tradizionali esibizioni di danza, teatro e musica, si dedica alle arti contemporanee e anche ai fuori formato, sperimentando così tipologie e forme di spettacolo che difficilmente trovano spazio in stagioni teatrali. La principale peculiarità è quella di essere realizzato in spazi riconvertiti che normalmente durante l’anno hanno altri utilizzi e vengono poi riadattati per la manifestazione.</p>



<p>ilcaffeonline ha intervistato Roberto Naccari, Direttore Generale del Santarcangelo Festival, per sapere se ci sarà e come sarà il festival in conseguenza alle norme indotte dal coronavirus.</p>



<p><strong>Come state pensando la riorganizzazione del festival? Sarà lo stesso che avevate pensato prima dell’arrivo del Covid-19?</strong><br>Il nostro festival era in programma nel mese di luglio, dall’11 al 19. Abbiamo realizzato da subito due cose: la parte internazionale del programma, che ha un peso importante e che riguarda metà della nostra proposta &#8211; il 50 % è realizzato da operatori internazionali -, non sarà possibile attuarla, dall’altra che il nostro limite rispetto all’ipotesi di slittamento è quello estivo.<br>Il nostro è un festival che generalmente va in scena a luglio perché gran parte degli spazi che utilizziamo, come le scuole, sono liberi in quel periodo. Per questo stiamo lavorando sull’ipotesi di un festival più breve: 5 giorni a cospetto di 11 e uno slittamento delle date che può protrarsi al massimo fino all’ultima settimana di agosto. Stiamo pensando ad un festival a tappe senza ipotesi di annullamento, ce la sentiamo di gestire l’evento rispettando dinamiche di distanze per il pubblico, abbiamo spazi molto ampi e possibilità di fare performance all’aperto. La portata sarà comunque più limitata del solito, normalmente in 10 giorni facciamo complessivamente 150 repliche di 40 spettacoli, questo non sarà possibile. Ci scorderemo anche il mix di spazi al chiuso. Faremo quella parte di festival che è realizzabile con le regole del gioco e la collaborazione di artisti disponibili a ripensare il loro lavoro in una mutazione degli spazi e degli strumenti.<br>Non sarà una diminuzione del programma, ma una reinterpretazione del tempo che siamo costretti a vivere: l’impossibilità di stare vicini e la limitazione di movimento. Sarebbe impossibile fare il festival ignorando che siamo nel 2020 e che siamo in questa situazione che ha stravolto le nostre vite e che avrà un forte impatto sul nostro futuro. Non è una necessità indotta solo dalla situazione ma anche dalla mission del Santarcangelo Festival che si è sempre contraddistinto da forti contenuti politici e attuali. Non sarà quindi soltanto una riprogrammazione indotta dall’emergenza ma anche un&#8217;esigenza per raccontare il mondo che è cambiato e il tempo che ci è dato di vivere.</p>



<p><strong>Quali sono le principali problematiche che state vivendo?</strong><br>Le problematiche rispetto alla ripresa sono tante e di tanti livelli. Chiaramente non tutto quello che era pensato per il programma sarà realizzabile negli spazi all’aperto, per questo vorremo avere la possibilità di individuare tra l’autunno e l’inverno un periodo per realizzare comunque quello che deve necessariamente essere sospeso ora. L’aggravante è che quest’anno festeggiamo il cinquantennale della manifestazione, evento sul quale lavoravamo da due anni.<br>Inoltre se tutto il mondo della musica sconta il problema dell’assembramento degli artisti sui palchi, noi con un festival multidisciplinare avremo numeri più contenuti, ma problematiche che riguardano il contatto più forti. Non è pensabile danzare e fare teatro senza che ci si avvicini, a meno che non vogliono farci fare un festival di solo monologhi! Cercheremo per questo di capire se ci saranno delle eccezioni, come già stanno facendo con il mondo dello sport.</p>



<p><strong>Data la posizione strategica di cui godete, il vostro pubblico unito ai turisti crea un grande indotto di persone che quest’anno probabilmente non ci saranno. Quale sarà l’impatto economico che scatenerà questa assenza?</strong><br>L’impatto sarà fortissimo. Il pubblico che generalmente ci segue è composto di 12mila spettatori paganti più altri gratuiti. Il festival ha una grande storicità, è frequentatissimo da un pubblico affezionato e ha la particolare caratteristica storica di mescolare un pubblico specializzato con un pubblico occasionale, che non viene per uno spettacolo specifico, ma per respirare l’atmosfera del festival che nel corso della giornata ha respiri lunghi.<br>Tante persone che generalmente vengono quest’anno non ci saranno, sarà una grande mancanza per noi e per il turismo. Il nostro festival tra gli artisti, gli operatori e il pubblico riempie e satura tutte le attività ricettive del territorio e generalmente per far fronte a questo sovraccarico della parte alberghiera, gestiamo anche un campeggio locale e creiamo foresterie all’interno di scuole e locali.<br>Siamo a pochi km dal comprensorio turistico della riviera adriatica in un paese dell’entroterra completamente in piano, facile da raggiungere e anche per questo abbiamo sempre avuto grandi flussi dalla costa.</p>



<p><strong>Come pensate di fare fronte a queste mancanze? Lo Stato è una figura vicino in questo momento? E gli sponsor invece?</strong><br>Il buon finanziamento pubblico che abbiamo sarà l’ unico modo di continuare ad organizzare e pensare il festival. Le indicazioni che arrivano da parte del ministero sono positive, restiamo quindi in attesa. L’amministrazione pubblica locale e territoriale ci ha sempre dato un sostegno continuativo, lo stesso vale per la nostra regione che già in tempi di crisi ha aumentato il finanziamento destinato alla cultura. Possiamo quindi continuare a puntare sul finanziamento pubblico, sul piano privato invece e quindi sugli sponsor resta un grandissimo interrogativo, non si può in questo momento chiedere soldi ad aziende che stanno già in sofferenza, anzi forse dovremmo restituirli noi. Anche sul fronte degli incassi ci sarà una forte contrazione, non solo per la cassa del festival ma per tutte le attività collaterali che gestiamo e per tutti gli artisti che sono stati già contrattualizzati e che devono avere quindi la possibilità di tornare a lavorare.</p>
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		<title>Aspettando il 66 Festival Puccini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 16:24:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In un’oasi di pace all’interno di un grande parco in cui spesso le stelle e la luna specchiandosi sul lago creano stupore si svolge il Puccini Festival, l’unico festival al mondo dedicato a questo grande compositore, ancora attualissimo, che richiama pubblico da tutto il mondo. Si trova in provincia di Lucca, nel comune di Viareggio, sulle rive del lago Lago di Massaciùccoli che è l’eden &#8211; come lo definiva Puccini&#8230;</p>
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<p>In un’oasi di pace all’interno di un grande parco in cui spesso le stelle e la luna specchiandosi sul lago creano stupore si svolge il Puccini Festival, l’unico festival al mondo dedicato a questo grande compositore, ancora attualissimo, che richiama pubblico da tutto il mondo. Si trova in provincia di Lucca, nel comune di Viareggio, sulle rive del lago Lago di Massaciùccoli che è l’eden &#8211; come lo definiva Puccini &#8211; di questa terra. Lo spettacolo nello spettacolo di questo festival dedicato al mondo della lirica sinfonica è quindi offerto dalla natura, infatti si svolge all’aperto a pochi passi dal mausoleo in cui Giacomo Puccini riposa e dove ha vissuto per oltre 30 anni. Proprio qui ha composto quasi tutta la sua musica, che resta ancora oggi immortale.</p>



<p>ilcaffèonline ha intervistato il Direttore Generale del Festival Franco Moretti, per conoscere gli obiettivi prefissati e l’evoluzione del programma originario a cospetto delle norme per il coronavirus.</p>



<p><strong>Il vostro festival ha subito riorganizzazioni o annullamenti di date e spettacoli?</strong><br>Siamo in attesa di prendere una decisone ed abbiamo stabilito la data del 20 maggio come limite entro il quale decideremo come organizzarci, ovviamente siamo certi che non sarà una stagione come le altre e che verrà ripensata in ogni caso. L’intento resta comunque quello di esserci e di essere a fianco del tessuto turistico e degli operatori turistici del nostro territorio. Certo sarà difficile pensare l’opera lirica così come avviene di solito con centinaia di persone sopra ad un palcoscenico e 80 professori di orchestra, ma volgiamo esserci.</p>



<p><strong>Riuscirete a fare lirica? Le restrizioni ve lo permetteranno?</strong><br>Se le restrizioni permarranno come le conosciamo oggi, la lirica sarà molto difficile da attuare: per l’organizzazione tra tecnici artisti e staff siamo più di 350 persone. Solo sul palcoscenico ci sono 100 persone tra coro figuranti e cantanti. Sicuramente la lirica avrà limitazioni ancora più grandi rispetto ad altre forme di spettacolo. Speriamo di avere la possibilità di fare concerti, siamo in attesa di capire cosa succederà. A tal riguardo, il nostro presidente Francesco Perrotta con Italiafestival e Agis sta cercando di far capire le peculiarità di un festival estivo en plein air come il nostro rispetto ad un teatro chiuso. Abbiamo la possibilità di accogliere il pubblico in sicurezza e questo sarà il nostro obiettivo: far capire alle persone che la Versilia e Viareggio saranno in grado di accoglierli in un ambiente sano, senza inquinamento, in cui tutte le norme verranno rispettate. Ci stiamo dando dei grandi obiettivi per esserci.</p>



<p><strong>In buona parte gli artisti e il pubblico del vostro festival sono internazionali. Quanto graverà su di voi l’impatto della chiusura dei confini? Perderete metà del pubblico?</strong><br>Il 54% dei nostri spettatori proviene da fuori Italia oltre che dalla Toscana e da tutto il nostro paese ovviamente, questo è un ulteriore motivo di riflessione e preoccupazione. Certo dovremo privarci di queste persone così come degli artisti internazionali. Punteremo sui talenti italiani. Con il nostro direttore artistico, il Maestro Giorgio Battistelli, abbiamo sempre trovato nel bacino degli artisti italiani tanti giovani professionisti maturi che non vedono l’ora di cimentarsi sul grande palcoscenico del nostro Festival. Molti arrivano dalla Puccini Accademy, per questo stiamo pensando di fare una serie di recital lirico-sinfonici che saranno più facili da proporre e che possono ulteriormente mettere in luce questi artisti. Certo dovremmo privarci degli artisti con cui avevamo già preso impegni: la nostra stagione a marzo era già pronta, stavamo pensando solo ai dettagli, ora dovremo ripensare tutto.</p>



<p><strong>Quali soluzioni avete immaginato per chi aveva già acquistato il biglietto o per chi vorrà acquistarlo ma avrà ridotte capacità economiche rispetto a prima?</strong><br>Per tutti coloro che hanno già acquistato il biglietto proporremo voucher estesi fino al 2022 con condizioni anche migliorative rispetto al biglietto già acquistato. In questo modo abbiamo esteso quanto previsto dal Decreto Cura Italia che prevede voucher con la validità di un anno. Gli spettacoli che faremo in teatro o in altre location della città avranno prezzi molto popolari, non è il botteghino l’obiettivo primario del bilancio 2020. L’aspetto economico è sempre importante ma l’obiettivo di quest’anno è quello di dare continuità.</p>



<p><strong>Ad un prezzo inferiore, come sarà mantenuto e garantito lo standard qualitativo?</strong><br>La qualità resterà un elemento sicuro e certificato dal nostro marchio. La presidente del consiglio di amministrazione Maria Laura Simonetti, tra le tante preoccupazioni che riguardano la salvaguardia del pubblico, ha veramente a cuore i lavoratori stagionali del nostro festival. Seguiamo con apprensione anche questo aspetto per cercare di garantire un lavoro a tutte le persone che hanno professionalità conclamate di altissimo livello, garantendo allo stesso tempo uno standard qualitativo alto ai nostri spettatori. Inoltre la vicinanza dello Stato ci conforta: c’è ora e c’è sempre stato. Se riusciamo ad andare in scena è grazie agli interventi pubblici dello Stato, della regione e del nostro comune e per questo siamo davvero grati.</p>
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		<title>Il progetto del Ravenna Festival per la riapertura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2020 13:01:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Ravenna Festival nasce nel 1990 e con i suoi 30 anni di vita è uno dei festival più importanti d’Europa. È un luogo dove si possono accontentare i palati più esigenti, infatti la sua caratteristica principale è quella di essere multidisciplinare e di guardare quindi a tutti i linguaggi dello spettacolo dal vivo: la musica sinfonica, l’opera, la danza, la musica etnica, il jazz, la musica cameristica. Ha sedi&#8230;</p>
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<p>Il Ravenna Festival nasce nel 1990 e con i suoi 30 anni di vita è uno dei festival più importanti d’Europa. È un luogo dove si possono accontentare i palati più esigenti, infatti la sua caratteristica principale è quella di essere multidisciplinare e di guardare quindi a tutti i linguaggi dello spettacolo dal vivo: la musica sinfonica, l’opera, la danza, la musica etnica, il jazz, la musica cameristica. Ha sedi diverse, come chiostri e basiliche bizantine, che portano gli spettatori in una straordinaria immersione non solo negli spettacoli ma anche nei beni culturali, nell’arte e nella storia di Ravenna. <em>ilcaffeonline</em> ha intervistato Antonio De Rosa, il Sovrintendente del Ravenna Festival, per capire come si sta riorganizzando il festival in seguito all&#8217;emergenza coronavirus.</p>



<p><strong>Il vostro festival aveva in programma di riaprire il 3 giugno. Manterrete il calendario?</strong><br>Ipotizziamo l’apertura i primi di giugno, ma sulla data restiamo flessibili. Avremmo dovuto aprire il 3 giugno con “The Philip Glass Ensemble” da New York, ma questo ovviamente non sarà possibile. Stiamo riscrivendo il cartellone del festival sulla base della disponibilità del luogo.</p>



<p><strong>Come vi state riorganizzando?</strong><br>La situazione è legata ai luoghi di spettacolo. Ci sono due modi di guardare questa realtà: la prima riguarda la partecipazione degli artisti che vengono dall’estero e in particolare quelli che vengono da paesi in cui c’è un epidemia attiva come Spagna e Stati Uniti, che hanno cancellato la loro presenza; dall’altra parte dobbiamo affrontare la rappresentazione degli spettacoli soltanto all’aperto perché non è pensabile fare diversamente. Naturalmente anche il turismo è azzerato, buona parte delle 60mila presenza di cui generalmente godiamo sono costituite dal turismo culturale, questi turisti ovviamente non ci saranno. Andremo avanti garantendo standard di massima sicurezza, rispettando tutte le disposizioni emanate in seguito alla pandemia.<br>Abbiamo identificato nella Rocca Brancaleone il luogo adatto per rispettare le regole dell’emergenza: è una rocca veneziana, già sede di spettacolo per molti anni e il primo luglio del 1990 ospitò il primo concerto del Ravenna Festival diretto dal Maestro Riccardo Muti. Sarà allestita con il distanziamento interpersonale sia per il pubblico che per il palcoscenico. Abbiamo formulato un progetto in maniera da essere coerenti con le stesse normative che stanno caratterizzando le aziende che non hanno mai chiuso: distanziamento interpersonale, accessi scaglionati, uso di mascherine e di guanti, controllo della temperatura. L’afflusso di pubblico al luogo di spettacolo sarà comunque limitato a 250 persone, un terzo di quante ve ne entrano generalmente.</p>



<p><strong>Riuscirete a mantenere il livello di offerta qualitativamente alto dovendo rispettare queste normative?</strong><br>L’offerta resterà comunque di alto livello. Abbiamo immaginato nel caso della sinfonica di mettere in palcoscenico 62 elementi per cui un’orchestra ridotta ma assolutamente completa, il numero sarà ristretto ma senza che la musica ne abbia patimento. Ogni musicista sarà distanziato dall’altro da un metro di distanza e i fiati avranno anche pareti di plexiglass per evitare contagi indesiderati. I musicisti avranno le mascherine e gli strumentisti a fiato useranno la giusta distanza.</p>



<p><strong>Userete uno strumento streaming come alternativa alle date o ne farete solo un uso integrativo ad eventi che comunque verranno realizzati?</strong><br>L’utilizzo dello streaming sarà di tipo integrativo e attraverso questo puntiamo a raggiungere un audience ancora maggiore degli scorsi anni. Porteremo un cablaggio in fibra ottica sul palcoscenico della Rocca Brancaleone realizzando una web tv che trasmetterà tutti gli spettacoli in streaming online. Per cui ai 250 spettatori dal vivo si aggiungeranno tutti quelli che preferiranno rimanere a casa o che non vi hanno potuto accedere. Lo spettacolo sarà accessibile da qualsiasi device in modo del tutto gratuito. Inoltre stiamo pensando di trasmettere anche attraverso il digitale terrestre. Sarà un mix di spettacolo dal vivo e online.</p>



<p><strong>Quali soluzioni avete immaginato per il prezzo dei biglietti? </strong><br>La condizione è particolare per questo non chiederemo nulla. Il ministero, la regione e il comune come enti pubblici daranno il loro sostegno. Faremo dei biglietti con un prezzo simbolico. Non ci sarà una politica di botteghino come gli altri anni, anche gli sponsor ci sono vicini. Naturalmente gli accordi verranno rinegoziati perché gli spettacoli non saranno più nella forma che avevamo immaginato. Lo stesso vale per il cachet degli artisti che verranno rinegoziati: è chiaro che non potremmo mantenerli uguali a fronte di un pubblico e di un biglietto ridotto. Difenderemo la nostra fondazione dal dissesto, faremo in modo di restare in piedi. Inoltre chi si collega da casa, chi pensa che la qualità della vita sia legata alla cultura, potrà dare un proprio contributo in maniera del tutto volontaria per contribuire alla realizzazione dello spettacolo.</p>



<p><strong>Lo Stato sta adottando misure di sostegno al settore?</strong> <br>Sentiamo molto la vicinanza dello Stato. Il Ministro Franceschini si è prodigato nel confermare le risorse a disposizione che cercherà di darci in anticipo, per fornirci più rapidamente la liquidità necessaria. La stessa cosa sta facendo la regione Emilia Romagna e anche il comune di Ravenna, che naturalmente tiene alla continuità e alla sostenibilità del progetto. Ne approfitto per ringraziare tutti gli amministratori pubblici che hanno a cuore la cultura e che hanno capito che si tratta di un pezzo di welfare del quale non si può fare a meno.</p>
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		<title>Il coronavirus non fermerà la bellezza dei festival italiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2020 12:50:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La pandemia ha fermato tutto il mondo e mentre ci si prepara ad una graduale ripartenza, c’è chi dovrà ripensare l’intero assetto organizzativo e fare i conti con una situazione che difficilmente potrà offrire spazi adeguati ai linguaggi degli artisti e al desiderio di arte e cultura del pubblico. È l’Italia dei Festival, un mondo che oltre a portare bellezza dal nord al sud dell’Italia genera ricchezza in tutto il&#8230;</p>
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<p>La pandemia ha fermato tutto il mondo e mentre ci si prepara ad una graduale ripartenza, c’è chi dovrà ripensare l’intero assetto organizzativo e fare i conti con una situazione che difficilmente potrà offrire spazi adeguati ai linguaggi degli artisti e al desiderio di arte e cultura del pubblico.</p>



<p>È l’Italia dei Festival, un mondo che oltre a portare bellezza dal nord al sud dell’Italia genera ricchezza in tutto il Paese con presenze legate agli spettatori che sono cresciute del 10% in soli 4 anni.<br>Un ritorno economico sorprendente che lo scorso anno, secondo i dati Agis, a fronte di 23,9 milioni di spese di gestione ha innescato 41,2 milioni di euro di produzione e 18,9 milioni di euro di valore aggiunto. Numeri alti ai quali si aggiunge il valore di quello che viene definito “il turismo culturale”, ovvero il turismo nazionale ed internazionale legato alla cultura e quindi anche al mondo degli spettacoli che supera i 600 milioni di euro, cifra in larga parte legata agli eventi di musica dal vivo. Un motore di crescita dunque che generalmente stimola l’economia del territorio e che quest’anno come tanti altri settori dovrà fare i conti con il Covid-19, ripensandosi e riadattandosi ad una situazione del tutto nuova.</p>



<p>Quale sarà quindi il peso economico che la crisi dei festival e del turismo culturale avrà sul nostro paese? Quali ipotesi per arginare questa perdita? Secondo il professor Leonardo Becchetti, ordinario di economia all’Università di Roma Tor Vergata, questo stop causerà centinaia di milioni di euro di perdite tra festival e indotto. “In Italia &#8211; afferma &#8211; ormai quasi ogni città aveva il suo festival che funzionava come volano anche per il settore turistico. Il settore era in pieno sviluppo perché la domanda culturale nel paese era ed è molto vivace. I festival &#8211; continua l’economista &#8211; stanno cercando la strada della digitalizzazione e i webinar si moltiplicano ma ovviamente l&#8217;indotto del turismo è perduto. Gli eventi che richiedono partecipazione dal vivo come i festival, i concerti ma anche quelli del mondo dello sport saranno gli ultimi a ripartire. Dobbiamo sperare nel vaccino o nell&#8217;immunità di gregge e sappiamo che non potrà essere, nella migliore delle ipotesi, prima dell’autunno.”</p>



<p>Dunque un valore economico che al momento sembrerebbe perso. Che ne sarà invece della bellezza andata perduta? Dalla lirica alla sinfonica, dalla danza al teatro, che soluzioni adotteranno tutti i linguaggi dello spettacolo che potrebbero non avere il giusto modo di esprimersi? Senza considerare poi tutte le figure professionali che ne fanno parte: i lavoratori del mondo dello spettacolo che difficilmente immaginano una via di uscita diversa da quella di adempiere al lavoro provato e organizzato per tutto l’anno.</p>



<p>La bellezza salverà il mondo, scriveva Dostoevskij, ecco che allora secondo i direttori generali dei principali festival, si farà del tutto per esserci e per non mandare persa questa bellezza. Allo stato attuale le modalità sono ancora in fase di definizione, alcune date verrano posticipate, alcune forme ripensate, garantendo sempre la qualità dei programmi ma soprattutto il rispetto delle norme e una partecipazione sicura del pubblico. Si arriverà persino ad adottare nuovi spazi come quelli digitali, che con il coronavirus hanno sì mostrato le restrizioni delle nostre vite ma anche dilatato i nostri campi di azione.</p>



<p>ilcaffeonline continuerà a seguire attraverso nuovi articoli i festival italiani, per capire quali saranno le decisioni che in questo particolare momento verranno prese dal legislatore da una parte e dai singoli organizzatori dall’altra. Quali saranno le soluzioni adottate e quale l’orizzonte temporale prefissato, senza mai venir meno all’obiettivo più importante che è quello della sicurezza del pubblico e dei lavoratori. Ma soprattutto cercherà di comprendere quali saranno le vere sorti di questo mondo e lo farà partendo da uno dei festival più importanti d’Europa: il Ravenna Festival.</p>
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