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	<title>comunità Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>comunità Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Riprendiamoci la vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jul 2021 07:52:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono. C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare&#8230;</p>
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<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono.</p>



<p>C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare festa, di comunicare. Un netto comando ha spento l’interruttore generale di quei segnali che tutti solevamo scambiarci: abbracci, baci, sorrisi, lo stare gli uni accanto agli altri con una prossimità che per noi è parlarsi più con il corpo che con le parole.</p>



<p>Luglio e agosto verranno a restituirci buona parte del patrimonio a noi caro, sia pure con quegli accorgimenti doverosi perché tutti sappiamo che il pericolo non è stato scongiurato del tutto.</p>



<p>Ma almeno tornano i volti, le bocche e i sorrisi. Tornano, prima ancora, le persone: padri e figli di quelle generazioni di ceppo calabrese che vivono altrove, e così avremo nonni restituiti agli occhi dei nipoti e nipoti che faranno la contentezza dei nonni.</p>



<p>In pratica, una vita più piena e più vera. Appunto quella di cui sentiamo tutti un gran bisogno perché è triste e avvilente una vita a metà. Questa estate andrà tutta sotto l’insegna del recupero, almeno ce lo auguriamo. Non dovesse esserci, saremmo costretti a dover registrare una grave perdita di umanità. Non si tratterebbe più di soldi, di ammanchi o di bocciature per i bilanci familiari o di impresa, ma di una vera e propria sterzata, una specie di deviazione del nostro essere più profondo e originale. Si può dire: una mutazione antropologica? Dovremmo chiedere il permesso agli studiosi. </p>



<p>Nel frattempo ciascuno di noi può parlare di sé stesso e, da un breve esame dei propri comportamenti, dedurre quanto e in che modo questa pandemia, con la sua dittatura precauzionale, ha limitato vita, abitudini, emozioni. I ragazzi sembrano più taciturni, gli anziani parlano poco e quelle poche parole obbligate le pronunciano urlando per effetto di quella mascherina che le fa ritornare in bocca come sassi odiosi.</p>



<p>Basta un virus e la nostra umanità è messa in forse, se non proprio in fuga. Desidereremmo dirci altro in questa estate come sempre ci siamo detto e ripetuto opinioni e confronti riguardo alla politica, al progredire del Sud, al suo trovarsi puntualmente indietro su tutto. L’estate è sempre stata per noi il tempo dell’approfondimento: le notizie apprese altrove durante tutto un anno richiedevano un esame dal vivo, fatto di mille e un “perché”: perché non funziona la burocrazia, perché non funziona la sanità, perché il mare è sporco e l’immondizia la trovi ovunque? </p>



<p>Questa estate metterebbe all’ordine del giorno una questione obbligatoria: per chi vota la Calabria o che tipo di governo vorrà darsi. E’ l’incertezza che regna sovrana, per cui temiamo che la domanda non troverà spazio neanche sotto l’ombrellone, tanta e profonda è la sua vacuità.</p>



<p>Non è qualunquismo, forse è timore per la marginalità della posta in gioco, se prevediamo che la questione appassionerà pochi. Non è tema cocente. Altri problemi scottano più della sabbia. Si tratta di ritrovare, per prima cosa, noi stessi. Un po’ dopo: che cosa vogliamo fare da grandi. E un po’ prima, se realmente vogliamo fare sul serio.</p>



<p>Per non perdere una buona occasione: facciamoci una bella estate per riprenderci noi stessi. A settembre faremo vendemmia.</p>
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		<title>Se un bambino chiede cosa può fare per l&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2021 16:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Mi chiamo Alessio e vorrei sapere qual è secondo lei la cosa migliore che possiamo fare per l’Italia. Grazie”. Alessio si trova di fronte al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Chissà quanto tempo avrà impiegato con i suoi compagni (scuola primaria) a scegliere che cosa chiedere e poi a formulare la domanda in poche giudiziose parole! Il Presidente gli risponde: “Di solito agli alunni si raccomanda di studiare. Ma io&#8230;</p>
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<p><em>“Mi chiamo Alessio e vorrei sapere qual è secondo lei la cosa migliore che possiamo fare per l’Italia. Grazie”.</em></p>



<p>Alessio si trova di fronte al Presidente della Repubblica, <strong>Sergio Mattarella</strong>. Chissà quanto tempo avrà impiegato con i suoi compagni (scuola primaria) a scegliere che cosa chiedere e poi a formulare la domanda in poche giudiziose parole!</p>



<p>Il Presidente gli risponde: “Di solito agli alunni si raccomanda di studiare. Ma io voglio dire che, oggi, la cosa più importante è un’altra: aiutarsi. Se qualcuno ha un problema con una materia, se ha difficoltà a camminare, se è rimasto indietro: aiutarsi vicendevolmente rende migliore la propria vita e quella degli altri. In questo anno di pandemia lo abbiamo imparato ancora una volta.</p>



<p>C’è stato tanto bisogno dei medici, degli infermieri, delle persone che sono rimaste a lavorare nei supermercati, di chi conduceva gli autobus per potersi muovere e così via. Quando ci si aiuta si vive meglio: questa è probabilmente la prima cosa che potete fare. Da adulti a volte ce lo si dimentica, non ci si aiuta abbastanza, e si vive male”.</p>



<p>Noi leggiamo queste parole e forse corriamo con la mente a riprodurne un quadretto dolce e quasi caramelloso: un bambino che interroga un anziano signore. C’è di più.</p>



<p>Alessio è un (piccolo) cittadino italiano che parla a nome suo e dei suoi compagni che costituiscono una classe, dice infatti<em> “che cosa possiamo fare per l’Italia”</em> perché anche noi siamo Italia e anche a noi tocca fare qualcosa.</p>



<p>Sergio Mattarella è il <strong>Presidente della Repubblica</strong>, ed in questa veste risponde a quei piccoli cittadini.</p>



<p>Dice loro che la cosa più importante è aiutarsi. E quindi espone uno dei compiti che sta nella capacità e nella possibilità dell’agire di ciascuno. Chiarisce opportunamente il valore dell’aiuto reciproco, qualcosa che ha un duplice effetto: rende migliore la propria vita e promuove quella degli altri, un po’ come dire: vai avanti tu e non lasciare alcuno indietro, occorre camminare assieme perché solo così progredisce il Paese Italia. Starai meglio tu in una comunità dove tutti staranno meglio. Abiterai un Paese più prospero, nel quale la condivisione dei beni solleverà la qualità della vita.</p>



<p>Capiamo tutti che non si tratta di un sermoncino che spinge all’essere buoni, ma di un principio costituzionale che reca il sapore della solidarietà, necessaria adesso più ancora di prima, per la ripresa del nostro convivere sociale ed economico.</p>



<p>Un’esperienza che abbiamo già fatta nella triste contingenza della pandemia e che chiede di essere dispiegata ancora in questi mesi nei quali si evidenzieranno perdite di ritmo e di contenuti. Come negare, per esempio, che lo studio a distanza, ha prodotto ritardi in alunni sprovvisti di computer o tablet? I ragazzi sanno aiutarsi tra loro, se non si lasciano prendere dalla tentazione di gabbarsi. Competere non è una gara, ma chiedere la stessa cosa, aspirare alla stessa mèta</p>



<p>Ma è tutta l’Italia che necessita di riscoprire questa dimensione. Sarà sufficiente ricordare che cosa ha significato quel trovarsi sulla stessa barca in tempo acuto di Covid19. E che effetto ha avuto sulla popolazione quella cronaca che ci ha fatto conoscere episodi di grande generosità: <em>“Applicate il ventilatore al mio vicino, lui è più giovane e può salvarsi, io sono anziano e ho meno probabilità”</em>. O quell’altra, pronunciata nei giorni in cui furbetti di bassa misura superavano la fila:<em> “La mia dose di vaccino assegnatela a quella mamma che ha il figlio disabile, ne ho meno bisogno io che vivo solo in casa e per giunta ultranovantenne”</em>.</p>



<p>Anche questa è stata l’Italia che ha praticato il principio civile dell’aiuto, uomini e donne capaci di avvertire la presenza dell’altro non come un impedimento alla personale realizzazione, ma conviventi con più urgenti diritti. Non solo “voglia di comunità”, ma scenari di praticata realizzazione.</p>



<p>Gli adulti – ha chiosato Mattarella – a volte dimenticano la preziosità dell’aiuto. A volte o più ancora spesso. Accade tutte le volte che qualcuno – o vere e proprie cordate di falsi amici – volge le spalle al popolo e persegue interessi personali in disprezzo della giustizia distributiva. Sono casi in cui il potere occupa le Istituzioni, si impadronisce del bene comune e lo piega ad interessi egoistici.</p>



<p>Aiutare gli altri è anche il coraggio di quell’imprenditore reggino che ha accusato i suoi vessatori. Ha reso più praticabile la strada della legalità a chi resta indietro e soffre schiacciato da una pratica tribale purtroppo largamente esistente.</p>



<p>I luoghi e i tempi per rendere concreto l’aiuto vicendevole sono innumerevoli. Il primo resta, senza equivoci, quello di compiere il proprio dovere con competenza e fedeltà. E non vorremmo giammai che questa preoccupazione restasse solo per il piccolo Alessio e per i suoi compagni di scuola.</p>
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		<title>Cosa possiamo pensare con il virus</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/03/24/tinnirello-filosofia-covid-pensare-virus/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo giunti a un anno di pandemia da coronavirus che rende persistente uno stato di emergenza generalizzato. Che ne è della filosofia in questo passaggio epocale?  “Di fatto il virus ci comunizza. Ci mette su un piano egualitario (per dirla in breve) e ci dispone insieme nella necessità di far fronte assieme. Che ciò debba passare per l’isolamento di ciascuno non è che la forma paradossale che ci viene data per riconoscere il nostro essere comunità. Non si può essere unici che assieme. È ciò a renderci più intimamente comunità: il senso condiviso delle nostre unicità”</p>
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<p>Siamo giunti a un anno di pandemia da coronavirus che rende persistente uno stato di emergenza generalizzato. Che ne è della filosofia in questo passaggio epocale? </p>



<p>Piuttosto che fornire una chiave ermeneutica essa potrebbe assumere il ruolo di faro per illuminare una condizione di resistenza della comunità con parole unificanti, addirittura piene di speranza. Il compito non è certo inedito per il pensiero.</p>



<p>La filosofia come stile di vita è corrente sin dagli esordi ed ha in Spinoza l’esempio invalicabile; tuttavia il pensiero si trova adesso dinanzi a una voragine lasciata aperta dalla distanza che ha intaccato ogni aspetto del vivere comunitario e, a maggior titolo, del sentire religioso che dovrebbe assicurare una riserva di significati alla comunità.</p>



<p>I teatri sono vuoti, le piazze sono vuote ma, incredibilmente, le chiese sono vuote. L’incontro fisico, anche per la preghiera, è una controindicazione per la salute &#8211; l’assenza di corporeità è invece la garanzia di sopravvivenza per la collettività. Il mondo tecnologico, che ci ha preparato a questo stato offrendoci strumenti disincarnati di relazione (non privandoci tuttavia della nostra corporeità eidetica), ci protegge dalla quasi assenza di relazione che la lontananza fisica avrebbe comportato.</p>



<p>La comunità infatti vige come un essere-insieme, qualunque siano le condizioni di questa immanenza partecipativa. A questo dobbiamo volgere il nostro sguardo per produrre significati a venire e non soltanto tragiche agnizioni.</p>



<p>Ritengo pertanto che, oltre le pur rilevanti osservazioni di Agamben sullo stato di eccezione permanente e dei rischi che questo comporta per la vita collettiva e per la democrazia (per fare un esempio illustre di pensiero “negativo” sul tema), sia necessario considerare una riflessione che trattenga la comunità ferita e cerchi di darle forma e speranza.</p>



<p><em>“Un trop humain virus”</em> (Un virus troppo umano) del filosofo francese Jean-Luc Nancy (Bayard, ottobre 2020) è, a mio avviso, <em>il </em>libro della pandemia poiché in esso l’analisi di ciò che sta avvenendo si coniuga al desiderio di mantenere la comunità, di condurla per mano nella tempesta, finanche nella tragedia; Nancy racconta il pathos della distanza etica per una vicinanza di pensiero, di emozione e di intenti.</p>



<p>Con le parole dell’autore: “Di fatto il virus ci <em>comunizza</em>. Ci mette su un piano egualitario (per dirla in breve) e ci dispone insieme nella necessità di far fronte assieme. Che ciò debba passare per l’isolamento di ciascuno non è che la forma paradossale che ci viene data per riconoscere il nostro essere comunità. Non si può essere unici che assieme. È ciò a renderci più intimamente comunità: il senso condiviso delle nostre unicità”. (J-L Nancy, <em>Communovirus </em>in <em>Un trop humain virus</em>, Bayard, p. 22, traduzione dal francese C. Tinnirello).</p>
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		<title>Andavo a Bose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Mar 2021 21:36:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Bose]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Andavo a Bose. In un tempo che seppure vicino appare remoto. Quindi, in un passato remoto, in un c’era una volta, andavo a Bose così come prendevo l’aereo per andare all’estero o a Milano. Così come viaggiavo o progettavo di viaggiare per l’Italia. Ma se, forse arbitrariamente o ingenuamente o fiduciosamente, posso coniugare un futuro: io viaggerò, tu viaggerai, noi viaggeremo, temo di avere cancellato la prima persona singolare, e&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Andavo a Bose. In un tempo che seppure vicino appare remoto. Quindi, in un passato remoto, in un c’era una volta, andavo a Bose così come prendevo l’aereo per andare all’estero o a Milano. Così come viaggiavo o progettavo di viaggiare per l’Italia. Ma se, forse arbitrariamente o ingenuamente o fiduciosamente, posso coniugare un futuro: io viaggerò, tu viaggerai, noi viaggeremo, temo di avere cancellato la prima persona singolare, e forse anche plurale, del futuro tornare a Bose.</p>



<p>Chi andava a Bose come me, aveva come guida gli scritti di Enzo Bianchi, le letture della colta editrice Qiqajon, i commenti appassionati, le conversazioni con don Pietro. Chi andava come me si trovava in una prova della vita, in una esigenza di verità, nel bisogno di quiete. Chi come me andava a Bose cercava un luogo dell’anima. E la cosa imprevedibile è che là trovava tutto questo.</p>



<p>Non ci credo anche se ci tento, mi ero detta davanti alla campanella d’ingresso: “Suonate, entrate, qualcuno vi accoglie”, ma fatto il primo passo gli altri sono stati audacemente semplici, leggeri, pazienti.</p>



<p>Quanto si cammina a Bose. Dall’Ospitalità alla Foresteria, dalla Foresteria alla Chiesa, dalla Chiesa alla Sala riunioni, dalla Sala ad Emmaus, da Emmaus ai Convivi. E poi le passeggiate per la collina e nei borghi vicini.</p>



<p>Quanto si sosta a Bose. Sotto la quercia, sulle panche di fronte ai lunghi tavoli, tra i libri e le riviste di Emmaus, davanti all’antica chiesa di San Secondo, fra il salmodiare ecumenico accompagnato dall’organo, nelle meditazioni comunitarie.</p>



<p>Quanto si sta soli a Bose. Nell’intimità della propria stanza, nelle ore morte in chiesa, nel silenzio annunciato dalla campana nel farsi sera, in vecchi e nuovi percorsi, tra compagni di viaggio perduti, compagni con i quali procediamo, domande abbandonate perché senza risposte o dalle risposte sbagliate o risolte. Domande nuove che il tempo breve incalza.</p>



<p>Quanto si è in compagnia a Bose. Ogni volta che ne senti la necessità, per incrociare uno sguardo o scambiare soltanto due chiacchiere, o incontrare l’altro. A volte addirittura Dio.</p>



<p>E poi, a un tratto, improvvisamente per noi che non siamo teologi, che non siamo chierici, che non siamo interlocutori privilegiati della Comunità, che non siamo il Delegato Vaticano e, nemmeno a osarlo con un pensiero, Papa Francesco. A noi che siamo, come ci riconoscono i monaci e come noi sinceramente ci sentiamo, semplicemente “amici di Bose”, cade dalle mani il vaso prezioso nel quale avevamo riposto la Speranza che tra le virtù umane è la più grande.</p>



<p>Siamo disorientati, tentiamo di rifare il cammino, al contrario, e di nuovo leggiamo, cerchiamo commenti, spiegazioni. Verità. Ma solo frammenti. Non riusciamo, non possiamo, neanche vogliamo, ad essere sinceri, farci un’opinione. Prendere partito tanto meno. Siamo soltanto addolorati.</p>



<p>Il vaso si è irrimediabilmente rotto, tocca a noi e soprattutto a loro scegliere se buttare via i cocci o andare a lezione dai Giapponesi. Raccoglierli pertanto quei cocci e attaccarli l’uno all’altro con la tecnica del kintsugi. Esaltare le fratture, le rotture. Impregnare le dita di oro e amorevolmente, quasi con carezze, accostare, riparare, riunire. Riconciliare. Passare e ripassare le mani sulle risplendenti cicatrici sapendo che non scompariranno, ma che segneranno una nuova storia, preziosa come le rughe sul volto di un vecchio.</p>



<p>Per ricordarci che Bose come tutto ciò che è umano è imperfetto. Che la perfezione è solo attributo di Dio.</p>
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		<title>In piedi</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/01/06/spagano-mattarella-in-piedi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 11:32:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il consueto messaggio di fine anno del Capo dello Stato quest’anno ha perso qualcosa della sua provata consuetudine. Il Presidente ha parlato in piedi per la prima volta nella storia repubblicana. Il contenuto del messaggio ha detto molte cose, sul suo personale futuro politico e sul fatto che sia giunto il tempo dei costruttori e finito quello dei demolitori –o rottamatori, qual dir si voglia. Inviti, sollecitazioni e prese di&#8230;</p>
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<p>Il consueto messaggio di fine anno del Capo dello Stato quest’anno ha perso qualcosa della sua provata consuetudine. Il Presidente ha parlato in piedi per la prima volta nella storia repubblicana. Il contenuto del messaggio ha detto molte cose, sul suo personale futuro politico e sul fatto che sia giunto il tempo dei costruttori e finito quello dei demolitori –o rottamatori, qual dir si voglia. Inviti, sollecitazioni e prese di posizione hanno occupato in questi giorni gli scritti dei decodificatori di professione.</p>



<p>Fatto sta che tutto ciò che Sergio Mattarella ha detto, lo ha detto in piedi. La sua postura credo abbia raccontato, più del messaggio, qualcosa di sé e qualcosa di noi. Stare in piedi è indice di precarietà, di fretta, di allerta. Rimanda alla Pasqua del popolo ebraico, il pasto consumato in fretta, coi calzari ai piedi, mentre il paese viene colpito da un flagello. Lo stare in piedi dice di non cullarsi, di stare pronti. E questo lo ha detto a tutti, il Presidente, ché dobbiamo reagire alla crisi che c’è piovuta addosso, al disincanto. Non restare fermi ma collettivamente assumerci la responsabilità di noi stessi e dell’altro accanto a noi –vaccinarsi questo è: sfidare le narrazioni ignoranti e muoversi a tutela della comunità.</p>



<p>Un’altra cosa dice lo stare in piedi di un uomo politico, e cioè che egli per primo è disposto a cambiare, a mettere in discussione se stesso e il ruolo che ricopre. Dice la vicinanza al Paese, il rigetto del privilegio in un momento in cui la comunità che rappresenta è piagata. È il rifiuto di accomodarsi in poltrona, che peraltro come pochi altri egli merita di occupare, è la vigilanza cui la politica è chiamata. È già in piedi il Presidente, pronto a partecipare alla ricostruzione per tutto il tempo rimanente del mandato.</p>



<p>Quarantuno anni fa gli moriva tra le braccia il fratello, vittima della mafia, colpevole di non aver voluto restare seduto a sorbire i privilegi spettanti al Presidente della regione siciliana. Si chiamava Piersanti.</p>
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		<title>Recovery Fund, 4 C per un&#8217;Europa comunitaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2020 15:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[E' la somma che fa il totale]]></category>
		<category><![CDATA[Commissione europea]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Condizionalità]]></category>
		<category><![CDATA[Convergenza]]></category>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Gentiloni]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento Europeo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 C: convergenza, crescita, condizionalità, comunità. Da esse dipende il futuro dell’Europa. Lo snodo di oggi, con il voto del Parlamento europeo sul nuovo budget e sul Recovery Fund, lo rende ancora più chiaro. Sin da subito era prevedibile che la pandemia non avrebbe avuto lo stesso impatto per tutti. All’UE, nonostante innegabili passi avanti fatti in queste settimane, mancano strumenti strutturali di riduzione delle disparità tra economie. Lo stesso Commissario&#8230;</p>
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<p>4 C: convergenza, crescita, condizionalità, comunità. Da esse dipende il futuro dell’Europa. Lo snodo di oggi, con il voto del Parlamento europeo sul nuovo budget e sul Recovery Fund, lo rende ancora più chiaro. Sin da subito era prevedibile che la pandemia non avrebbe avuto lo stesso impatto per tutti. All’UE, nonostante innegabili passi avanti fatti in queste settimane, mancano strumenti strutturali di riduzione delle disparità tra economie. Lo stesso Commissario Gentiloni ha lanciato l’allarme sui rischi di una ripresa senza convergenza. Purtroppo per noi, infatti, non solo la contrazione del PIL italiano sarà tra le più dure, ma saremo anche i più lenti a recuperare terreno.</p>



<p>Crescita e convergenza insieme, dunque, per ripartire in maniera coordinata ed evitare che eccessivi squilibri si traducano in interessi politici troppo distanti per restare insieme. È per questo che i dettagli del Recovery Fund sono essenziali. Ogni scelta su entità, metodo di raccolta dei fondi, tempistiche di attivazione, criteri di allocazione agli Stati, rapporto con il budget europeo e governance avrà implicazioni sulle chance di ripresa e convergenza. Riassumo tutto ciò nella terza C: condizionalità.</p>



<p>Esistono due approcci. Il primo, negativo, evidenzia la responsabilità individuale attraverso un legame debitorio, mettendo in luce il rischio che gli obiettivi non siano raggiunti. Il secondo, positivo, pone l’accento sulla responsabilità collettiva di stabilire criteri efficaci per raggiungere obiettivi comuni.<br>Prediligere il secondo significa passare dal taboo della mutualizzazione del debito alla mutualizzazione della spesa. Ciò è possibile perché i Trattati permettono all’UE di spendere direttamente le risorse per investimenti in beni pubblici europei. Sarebbe un cambio di mentalità storico, che vedrebbe nel Recovery Fund un primo embrione di tesoro comunitario.</p>



<p>Più si sposta l’attenzione dal debito individuale alla spesa collettiva, maggiore è la necessità di una gestione europea e non nazionale. In Italia anziché rifiutare il concetto di condizionalità tout court sarebbe più utile riflettere strategicamente sul tipo di condizionalità migliore. Quale? Senza dubbio quella che rende l’Europa una comunità dove nessuno resta indietro. Tradotto: gestione della Commissione e decisioni condivise con il Consiglio e il Parlamento. Una concezione d’Europa a cui, con la Risoluzione di oggi, il Parlamento ha detto sì. Ora la palla passa alla Commissione e, soprattutto, agli Stati membri.</p>
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		<title>Francesco di Paola, il santo della Calabria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2020 10:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#facciocosevedogente]]></category>
		<category><![CDATA[calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[feste religiose]]></category>
		<category><![CDATA[paola]]></category>
		<category><![CDATA[religiosità popolare]]></category>
		<category><![CDATA[san francesco di paola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 4 di maggio rappresenta, per tutti gli abitanti di Paola, la data che sta al centro del calendario. Il giorno in cui San Francesco attraversa le vie antiche e nuove, partendo dal Santuario, dove i luoghi dei miracoli del santo calabrese raccontano vita e amore per il prossimo e per la terra. Percorrendo tutta la città, Francesco rinnova il suo patronato sugli uomini e sui luoghi, e Paola, rappresentando&#8230;</p>
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<p>Il 4 di maggio rappresenta, per tutti gli abitanti di Paola, la data che sta al centro del calendario. Il giorno in cui San Francesco attraversa le vie antiche e nuove, partendo dal Santuario, dove i luoghi dei miracoli del santo calabrese raccontano vita e amore per il prossimo e per la terra. Percorrendo tutta la città, Francesco rinnova il suo patronato sugli uomini e sui luoghi, e Paola, rappresentando la Calabria e i calabresi, si identifica con il suo cittadino più illustre, l&#8217;eremita difensore degli oppressi. Una festa che genera la comunità, tramite il ripetersi dei riti e della processione, sempre antica e nuova, e una comunità che si riconosce nelle dimensioni, tutte sempre presenti e legittime, che rappresentano lo stile con cui ognuno costruisce la festa: quella della fede, personale e spesso poco appariscente in questi giorni; quella della religiosità popolare, con la sua partecipazione che attraversa generazioni e storie di famiglia; quella della festa civile, con i suoi riti laici che si concludono con i &#8220;fuochi&#8221;, lo spettacolo pirotecnico atteso da tutti.</p>



<p>Se quest&#8217;anno il busto di San Francesco non attraverserà la città, non vorrà significare che la capacità di costruire comunità, che è ilcuore della festa, si sia esaurita. Torneranno i giorni in cui i balconi del centro storico di Paola saranno abbelliti dalle coperte ricamate e i petali di fiori scenderanno su Francesco come una benedizione laica. Oggi è il tempo della responsabilità e dell&#8217;amore per la vita, per i più deboli e i più indifesi. State a casa, Francesco sicuramente apprezzerà.</p>



<p><em>Copyright AreaSud/Maurizio Cuzzocrea</em></p>



<figure class="wp-block-gallery columns-3 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a  href="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/05/cuzzocrea-san-francesco-paola-01-scaled.jpg" data-rel="lightbox-gallery-0" data-rl_title="cuzzocrea-san-francesco-paola-01" data-rl_caption="" title="cuzzocrea-san-francesco-paola-01"><img decoding="async" width="150" height="150" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/05/cuzzocrea-san-francesco-paola-01-150x150.jpg" alt="" data-id="791" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/05/cuzzocrea-san-francesco-paola-01-scaled.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=791" class="wp-image-791"/></a></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a  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