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	<title>Gianluca Susta, Autore presso ilcaffeonline</title>
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		<title>Il campo stretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 15:53:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima del campo occorre discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l'impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/07/13/susta-il-campo-stretto/">Il campo stretto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E&#8217; un&#8217;antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, agitare il corpo sociale, solleticare paure, accarezzare speranze, assecondare umori.</p>



<p>Conte e il M5S hanno scelto di fare la parodia del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, ma quel PCI era una “cosa” seria, mentre questa è l&#8217;ennesima prova della tragedia che diventa farsa.</p>



<p>Draghi fa quel che può. Con non poca (e imprevista) ingenuità ha ribadito che non esiste altro Governo che con il M5S; ha assecondato alcune richieste del “movimento” indulgendo anche a qualche deriva demagogica e populista; ha mandato messaggi rassicuranti al mondo che conta, ma la decisione della maggioranza dei parlamentari pentacosi di non votare il c.d. “decreto aiuti” segna un punto di non ritorno nella vicenda di questo Governo. </p>



<p>Salvo ripensamenti che il solleone non favorisce mai, si va verso l&#8217;approvazione di una finanziaria che raffazzona il consenso un po&#8217; qua e un po&#8217; là, che mette in sicurezza il PNRR, che cerca di sostenere le imprese e le persone in difficoltà, ma, per dirla con linguaggio antico ma efficace, la sua spinta propulsiva è esaurita.</p>



<p>Il problema, però, è che non è esaurita la necessità dell&#8217;agenda Draghi, quella originale e vera, quella – per dirla col Premier – che accompagnava un&#8217;Italia a cui – da Berrettini agli europei, da Parisi ai Meneskin – sembrava essere tutto (prima della guerra…ahinoi..) a nostro favore.</p>



<p>Quella che vediamo oggi è la solita agenda dell&#8217;emergenza, quella che guarda a…ieri…al massimo a oggi, ma che non affronta nessuno dei nodi veri di un Paese che deve superare un gap importante con gli altri competitor/partner europei.</p>



<p>E allora il tema non è quanto dura il Governo (speriamo che duri almeno fino all&#8217;approvazione del bilancio, quindi a fine anno, ovviamente), ma verso cosa stiamo andando, qual è lo scenario politico che abbiamo di fronte, chi e come è in grado di superare la perenne emergenza.</p>



<p>Prima del “campo”, su cui ostinatamente si è cimentato in questi mesi il Segretario del PD Letta, occorre definire il “cosa” fare. Il “campo” dipende dal “cosa”, se no ricaschiamo in questo orrendo bipopulismo, una camicia di forza che ci impedisce di aggredire e sciogliere i nodi gordiani che attanagliano da alcuni decenni il sistema-Paese.</p>



<p>La prima cosa da dire – anche in riferimento agli incontri dei giorni scorsi con sindacati e M5S – è che non si esce più forti dalla pandemia dilatando ulteriormente la spesa pubblica. Alta inflazione=alti interessi=alto debito e= riduzione reale dei salari.</p>



<p>Come all&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e fino agli &#8217;90 dobbiamo evitare che quella tassa perversa sulla povera gente che è l&#8217;alta inflazione freni lo sviluppo e faccia perdere potere d&#8217;acquisto a stipendi e salari.</p>



<p>Come uscirne? Non certo favorendo ulteriori scostamenti di bilancio; al massimo ci è consentito di utilizzare le maggiori entrate da IVA e lotta all&#8217;evasione per ridurre il cuneo fiscale e rilanciare l&#8217;apparato produttivo.</p>



<p>Occorre essere convinti che per ridare centralità al lavoro e sconfiggere il precariato bisogna ridare centralità alle imprese. Lo Stato deve, con interventi normativi e incentivi efficaci (il superbonus ha drogato, non aiutato il sistema), favorire il passaggio di ricchezza dal risparmio privato agli investimenti. Bene la riduzione del cuneo fiscale se i risparmi sul costo del lavoro vanno nelle buste paga e negli investimenti, non se vanno solo nei profitti.</p>



<p>E&#8217; d&#8217;accordo il M5S su questo? E la sinistra? A quando una presa di coscienza vera che la spesa pubblica a “go go” non è la soluzione, neanche nell&#8217;emergenza pandemica, figuriamoci ora!</p>



<p>Sul piano energetico, una volta deciso – giustamente – di dire basta ai combustibili fossili dal 2035, abbiamo il coraggio di dire che le fonti rinnovabili non sono da sole in grado di rappresentare la svolta per la loro precarietà e discontinuità? Vogliamo parlare davvero di termovalorizzatori e riaprire (abbiamo 12/13 anni davanti) il tema del nucleare? O un referendum di 34 anni fa deve fermare il tempo a quando non c&#8217;erano né internet né i telefonini?</p>



<p>Il M5S dice no, il PD non si sa, ma si sa, ad esempio, che importanti esponenti del PD in una Regione industriale come la mia (Piemonte) hanno detto no al nucleare la settimana scorsa.</p>



<p>E riteniamo una sciagura – come credo io – o uno strumento utile scelte come quella su ILVA, ALITALIA? Anche qui, che dicono i possibili partner del “campo largo”?</p>



<p>Ancora troppi, poi, a sinistra si sentono alleggeriti rispetto al peso della cosiddetta “deriva liberista” che (sic!) avrebbe caratterizzato il centro sinistra negli anni passati e da cui sarebbero stati liberati grazie al dilatare senza limiti della spesa pubblica, non rendendosi conto che ciò che ha senso fare nell&#8217;emergenza diventa inaccettabile se perpetuato al di là del dovuto.</p>



<p>La realtà ci dice che oggi, se consideriamo il rapporto tra spesa pubblica e reddito, l&#8217;Italia è il Paese più “socialista” tra i grandi Paesi europei, non avendo però uno Stato efficiente come quello francese (per non parlare di quelli scandinavi).</p>



<p>Infine, come avveniva quando la politica era una cosa seria, senza una visione comune di politica estera nessuna coalizione può nascere e governare.</p>



<p>La posizione di Enrico Letta sull&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraìna è stata limpida. Chapeau! Ma non è tutto così dentro il campo largo da lui invocato. Permangono derive “terzaforziste” tra UE/Occidente da un lato e Russia dall&#8217;altro. Alcuni secredenti&nbsp; tessitori ritengono che l&#8217;Italia debba essere con la UE e con gli USA “ma…però..”; evocano La Pira e il suo ponte verso il Mediterraneo e l&#8217;Oriente, ma alla fine si ritrovano a scimmiottare Nasser, il Pandith Nehru e Indira Ghandi…nella migliore delle ipotesi.</p>



<p>Insomma, a pochi mesi dalle elezioni, assistiamo a una rincorsa alla spesa pubblica che assomiglia all&#8217;assalto alla diligenza dei conti di inizio anni &#8217;80 e ciò riguarda sia la destra sovranista e nazionalista, sempre più statalista e assistenzialista, se non altro perché sta ereditando i voti pentacosi al Sud, sia un pezzo della sinistra e dello stesso PD che in alcuni suoi esponenti, dopo il confronto di ieri con il M5S, rincorre questi ultimi su amenità come il reddito di cittadinanza (che va azzerato per ripensare totalmente sia le forme di sostegno al reddito sia le politiche attive del lavoro).</p>



<p>Prima del campo occorre, quindi, discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l&#8217;impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea (penso alla CDU, agli stessi Republicains, ai liberalconservatori scandinavi), per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S (l&#8217;intervento di Calenda al congresso di Articolo 1 è illuminante a questo proposito) e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare (V. ultimo Governo Prodi).</p>



<p>E se il campo dovesse essere per forza “largo”, in nome dell&#8217;ennesimo appello “contro la destra” e per la paura di perdere, allora ai liberal demcoratici non resterebbe che la strada della solitudine, già sperimentata in molte realtà alle ultime elezioni amministrative.</p>



<p>Una strada difficile quest&#8217;ultima, ma l&#8217;unica, se le condizioni dovessero permanere quelle attuali, che potrebbe mettere in difficoltà un bipolarismo inconcludente e gettare le basi di una rinnovata dialettica democratica, magari con un sistema proporzionale rafforzato, che metta al centro alcuni valori di fondo (Costituzione, diritti civili, Europa unita, scelta occidentale) e un programma serio e pragmatico di sviluppo del Paese, scevro da ogni deriva populista e demagogica.</p>
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		<title>In Francia lo “spirito repubblicano” dovrebbe confermare  Macron</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2022 12:18:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chi vincerà le presidenziali in Francia? Di di sicuro il quadro non è così chiaro come 5 anni fa. Sulla carta lo “spirito repubblicano”, sostenuto, oltre che da chi al primo turno ha già votato Macron, anche da ciò che resta dei Republicains, dei centristi, dei Verdi e di una sinistra che mai sosterrebbe la destra estrema, dovrebbe confermare l&#8217;attuale inquilino dell&#8217;Eliseo, ma questa è un&#8217;elezione completamente diversa da quella&#8230;</p>
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<p>Chi vincerà le presidenziali in Francia? Di di sicuro il quadro non è così chiaro come 5 anni fa. Sulla carta lo “spirito repubblicano”, sostenuto, oltre che da chi al primo turno ha già votato Macron, anche da ciò che resta dei Republicains, dei centristi, dei Verdi e di una sinistra che mai sosterrebbe la destra estrema, dovrebbe confermare l&#8217;attuale inquilino dell&#8217;Eliseo, ma questa è un&#8217;elezione completamente diversa da quella di 5 anni fa.</p>



<p>E&#8217; dal 2002, da quando cioè Le Pen padre giunse al ballottaggio contro Chirac, che in Francia assistiamo a fenomeni che abbiamo poi visto in Europa, nel mondo occidentale e in Italia, anche se da noi, qualche volta, tutto si presenta più come farsa che come tragedia.</p>



<p>La crisi finanziaria che per anni ha scosso le fondamenta economiche e sociali dell&#8217;Occidente, la pandemia, l&#8217;ondata migratoria dei popoli in fuga dalla guerra e dalla povertà, hanno scosso non poco le basi delle democrazie liberali occidentali favorendo la crescita, a destra come a sinistra, di posizioni sempre più radicali che stanno presentando il conto ai sistemi politici usciti dalla seconda guerra mondiale.</p>



<p>In Francia le aree più tradizionali, più esposte alla concorrenza internazionale, i ceti sociali che meno sono stati in grado di adeguarsi alle sfide della globalizzazione si riversano a destra, chiudendosi nel recinto concettuale del “Prima la Francia”, che viene dopo al “prima l&#8217;America” di Trump e che ritroviamo sui muri d&#8217;Italia nei manifesti col faccione di Salvini e con scritto “Prima l&#8217;Italia”.</p>



<p>Per contro vediamo che Mélenchon, l&#8217;ex socialista massimalista già ministro di Jospin nel Governo di “coabitazione” con Chirac Presidente, ottiene il voto di moltissimi giovani, esattamente come Bernie Sanders, il vecchio leone socialista americano, alle primarie che hanno poi consacrato candidato Biden, col che emerge un disagio giovanile profondo in Occidente, fatto di speranze deluse, di incerte e mancate prospettive di vita e di lavoro.</p>



<p>Da un lato sventolano nuovamente le bandiere del pacifismo a senso unico, dei diritti civili, dell&#8217;ambientalismo assoluto, del mito della decrescita felice e del ritorno alla natura; dall&#8217;altro quelle dell&#8217;identità nazionale, del sovranismo, dell&#8217;autoritarismo.</p>



<p>C&#8217;è però un dato che accomuna queste posizioni apparentemente così distanti tra loro &#8211; e che emerge chiaramente nel dibattito in corso sulla guerra in Ucraina &#8211;&nbsp; ed è lo spirito antioccidentale e antiUE e da una visione economica dirigista, fondata su una concezione della spesa pubblica che, con linguaggio d&#8217;altri tempi, potremmo definire una “variabile indipendente”.</p>



<p>In un simile quadro, che capovolge i paradigmi delle democrazie liberali, in cui l&#8217;estrema sinistra sfiora il 30% e l&#8217;estrema destra lo supera, se anche Macron – come auspico – dovesse vincere dovrà affrontare una crisi sociale che, se non governata, rischia di aprire un solco ancora maggiore tra la maggioranza di governo e pezzi importanti della società francese.</p>



<p>La verità è che le conseguenze della crisi finanziaria, della pandemia e della guerra in Ucraina ci consegnano un mondo profondamente cambiato in cui la politica, anche quella con la “P” maiuscola, fa fatica a spiegare a 50 milioni di cittadini dell&#8217;UE poveri ed impoveriti da questi anni difficili le ricette per uscire dalle difficoltà.</p>



<p>E ciò vale, soprattutto, per le forze democratiche, che credono nel metodo liberale, che non hanno dimenticato che c&#8217;è una superiore esigenza di giustizia sociale ma che per distribuire la ricchezza occorre innanzi tutto produrla e che solo un&#8217;Europa federale può consentire a noi tutti di rimanere l&#8217;area del mondo col benessere più diffuso.</p>



<p>La destra nazionalista, la sinistra massimalista o quella populista questo non lo vogliono capire; d&#8217;altra parte se lo capissero perderebbero la loro stessa ragione di essere.</p>



<p>Ciò non toglie che questo sia il problema che hanno davanti a sé i governanti dell&#8217;Europa in questa fase storica: quello di proteggere i ceti popolari più colpiti dalla crisi e, nello stesso tempo, rilanciare un protagonismo economico e politico che dia una prospettiva alle nuove generazioni e che solo una condivisione della politica economica a livello europeo può rappresentare.</p>



<p>Un voto per la Le Pen – che non a caso ha abbassato i toni in campagna elettorale per accreditarsi come affidabile – se non produrrà nell&#8217;immediato conseguenze irrimediabili al quadro di unità europea (e non le produrrà!), certamente costituirà un impedimento al rafforzamento del processo di integrazione dell&#8217;UE che, corrodendone le basi fondative, aprirà scenari dissolutori dello spirito solidaristico che ha caratterizzato nel vecchio continente questi quasi 80 anni di storia.</p>



<p>C&#8217;è da augurarsi, quindi, che l&#8217;appello del vecchio socialista massimalista Mélenchon a non votare la destra venga raccolto dalla “France insoumise” e che Macron venga messo in condizione di portare a compimento le riforme che ridanno fiato all&#8217;economia francese e di poter così porre in essere un progetto di redistribuzione della ricchezza, senza il quale diventerà inevitabile l&#8217;ulteriore rafforzamento degli opposti radicalismi.</p>
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		<title>Da via Fani a Kiev, l&#8217;esigenza di una ribellione morale e politica nei confronti di tutto ciò che giustifica la violenza  contro la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Mar 2022 15:40:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>44 anni. Son passati 44 anni da quando fummo tutti raggiunti dalla tragica notizia del rapimento di Aldo Moro e dall&#8217;uccisione della sua scorta. Nella Torino i quegli anni vivevamo in un clima grigio, soffocante. Era difficile studiare e vivere con serenità. Nelle nostre Città del nord industriale, a Torino soprattutto, si percepiva più che altrove che il terrorismo aveva contatti sociali significativi, ramificazione nelle fabbriche, nel disagio sociale, tra&#8230;</p>
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<p>44 anni. Son passati 44 anni da quando fummo tutti raggiunti dalla tragica notizia del rapimento di Aldo Moro e dall&#8217;uccisione della sua scorta.</p>



<p>Nella Torino i quegli anni vivevamo in un clima grigio, soffocante. Era difficile studiare e vivere con serenità. Nelle nostre Città del nord industriale, a Torino soprattutto, si percepiva più che altrove che il terrorismo aveva contatti sociali significativi, ramificazione nelle fabbriche, nel disagio sociale, tra i giovani che coltivavano i sogni rivoluzionari predicati dai “cattivi maestri”.</p>



<p>Un clima di guerra, molto diverso da quello che emanava dalle lotte sociali che avevano attraversato la storia repubblicana nell&#8217;aspro confronto, a volte scontro, tra le forze democratiche di governo, da sempre guidato dalla Democrazia Cristiana, e il più grande Partito Comunista dell&#8217;Occidente libero.</p>



<p>Da un lato di percepiva la consapevolezza crescente che il movimento operaio e il vertice del PCI vedevano nello Stato anche il “loro” Stato, dall&#8217;altro molti (troppi!) continuavano a ritenere che verso questo Stato si dovessero ancora applicare le categorie del secondo &#8216;800 e del primo &#8216;900 sul violento abbattimento dello “Stato borghese”.&nbsp;</p>



<p>Ricordo quando, come segretario regionale dei giovani DC, il giorno dopo il rapimento di Moro entrai, accompagnato da due amici, da una porta secondaria nell&#8217;aula magna di Palazzo Nuovo, sede dell&#8217;Università, e presi la parola in un&#8217;Aula brulicante di giustificazionisti, di giovani ed anche professori (uno, poi, lo ritrovai in Parlamento dalla stessa mia parte politica 25 anni dopo) che spiegavano come Moro fosse stato colpito perché simbolo della conservazione, del potere “borghese”, dello Stato oppressore sulle masse.</p>



<p>Mi sono ritornate in mente in questi giorni quelle discussioni infinite, che accompagnarono, con la costante paura di poter essere nel “mirino” del terrorismo, gli anni più belli della nostra vita. Si viveva la tragedia del tempo e la spensieratezza della giovinezza, in quei giorni tragici, in cui, ieri come oggi, in troppi, confondevano vittima e carnefice, aggredito ed aggressore, fondando il giustificazionismo dell&#8217;aggressione con motivazioni analoghe a quelle che oggi portano molti a giustificare l&#8217;aggressione verso una Nazione libera e indipendente e che consistevano (e consistono) nell&#8217;odio, incomprensibile, verso quello che, con tutti i suoi difetti, resta, mi riferisco all&#8217;Occidente democratico e all&#8217;Unione Europea, il più grande spazio di libertà, benessere e giustizia sociale che l&#8217;uomo sia riuscito a creare nella sua storia, con metodi democratici.</p>



<p>L&#8217;uccisione di Moro, al di là delle verità processuali, mai emerse del tutto, oggettivamente era funzionale a chi non voleva il superamento della guerra fredda e la divisione del mondo sulla base degli accordi pattuiti a Yalta per sconfiggere il nazismo, come se la storia debba essere qualcosa di immutabile in cui il crescere di vocazioni diverse, illuminate dal progresso scientifico, culturale, sociale e politico sia un qualcosa di casuale rispetto al determinismo immutabile dettato dalla “Storia”.</p>



<p>Quando sento persone come Tremonti che dicono che, in fondo, ciò che sta avvenendo in Ucraina&nbsp; altro non è che la “Storia” che si impone sulla politica, mi si accappona la pelle perché è come dire che esiste un disegno imperituro in forza del quale chi guida una Nazione è legittimato, in nome della Storia, ad agire per ripristinare ciò che la casualità del tempo ha modificato.</p>



<p>In quegli anni la destra più radicale internazionale, con i suoi tentacoli nei servizi segreti delle Nazioni democratiche e in apparati deviati degli Stati (non solo dell&#8217;Italia) aveva lo stesso obiettivo delle frange più estreme del comunismo al potere nei Paesi dell&#8217;est: impedire il superamento della guerra fredda, soprattutto là, in Italia, dove il più grande partito comunista dell&#8217;Occidente libero raggiungeva il 30% dei consensi e guidava importanti Città, Province, Regioni, in una fase di logoramento dei rapporti tra le forze democratiche e di appannamento del loro appeal elettorale. </p>



<p>Il Presidente della DC convinse il partito che era stato l&#8217;argine dell&#8217;avanzata comunista in Italia ad aprire il confronto con quel PCI, confronto il cui scopo finale doveva essere l&#8217;alternanza al potere tra un grande partito di sinistra “socialdemocratizzato” e un grande partito popolare come la DC.</p>



<p>Da giovane DC, al tempo nel gruppo “moroteo”, mi permetto di&nbsp; dire che Moro non aveva in testa una permanente “alleanza” di governo col PCI, ma il suo disegno era quello di liberare l&#8217;Italia dal fattore “K” e di gettare le basi per un&#8217;alternanza al potere tra forze democratiche diverse, ma entrambe legittimate dal consenso popolare e dalla fedeltà alla Costituzione.</p>



<p>Il combinato disposto di chi scelse il terrorismo per costringere le Istituzioni a ripiegare sulla repressione e, quindi, a creare le condizioni per l&#8217;insurrezione rivoluzionaria, e di chi voleva fermare un processo di allargamento dell&#8217;area democratica e di Governo in un Paese strategico per il superamento della “guerra fredda”, portò all&#8217;attacco al “cuore” del processo politico in atto che si concretizzò nel rapimento e nell&#8217;uccisione di Moro. Sappiamo cosa è successo dopo. L&#8217;impero sovietico si è disgregato e decine di milioni di persone sono diventati padroni del proprio destino.</p>



<p>Nel nostro Paese, nonostante contraddizioni, difetti, a volte drammi, è stato costruito un sistema di alternanza di cui persino forze populiste e neo sovraniste hanno potuto avvalersi. Ma nessun fattore “K” ha potuto più bloccare una fisiologica alternanza e/o dialettica politica.</p>



<p>Assistiamo, però a un tentativo concentrico di forze apparentemente opposte che spingono, anche in Occidente e nell&#8217;Unione Europea (che ha fatto passi da gigante nel suo processo di integrazione rispetto ai tempi di Moro, quando Kissinger sarcasticamente si chiedeva “quale fosse il numero di telefono dell&#8217;UE”…), a ricreare muri e confini che sanciscono quanto meno lo “status quo” che – e qui sta il problema – per qualcuno coincide non con la realtà venutasi a creare in questi quasi 40 anni, ma con lo “status quo ante”, cioè con “la Storia”.</p>



<p>Putin vuole questo. Lo “status quo ante”. La “Storia” che si impone sulla politica! A qualsiasi costo! Esattamente come avveniva nei secoli passati e come il nazismo e il comunismo sovietico hanno cercato di imporre nel &#8216;900. Non c&#8217;è spazio, in Putin, per l&#8217;autodeterminazione dei popoli dei Paesi che appartenevano all&#8217;Impero sovietico e, prima, russo.</p>



<p>Ieri come oggi quei movimenti che hanno dissolto l&#8217;URSS e generato dei paesi liberi e indipendenti, anche di scegliere la loro collocazione internazionale, sono, per l&#8217;autocrate che siede oggi al Cremlino, solo il prodotto dell&#8217;Imperialismo dell&#8217;Occidente, degli USA, della Gran Bretagna e dell&#8217;UE e, quindi, vanno ricondotti alla loro “Storia”. Che Lui interpreta.</p>



<p>E su questa strada incontra coloro che sostengono “prima l&#8217;America”o “prima gli Italiani”, che non accettano l&#8217;esito di libere elezioni o assaltano il Parlamento o spargono il terrore contro gli Ebrei e le minoranze in genere o vogliono rialzare muri contro l&#8217;invasione straniera.</p>



<p>Come nel 1978 chi vuole costruire processi fondati su principi di libertà, democrazia, autodeterminazione, trova sulla sua strada resistenze anche armate di chi&nbsp; vuole imporre la propria interpretazione della storia e delle relazioni politiche.</p>



<p>Da qui l&#8217;esigenza di una ribellione morale, prima ancora che politica, nei confronti di tutto ciò che giustifica, ieri come oggi, la violenza e l&#8217;aggressione contro la libertà di cercare strade nuove di convivenza e di vera pace, che non può mai essere confusa, con il generico pacifismo. A 44 anni di distanza è anche questo un modo per onorare la memoria di un martire: Aldo Moro.</p>
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		<title>In Ucraina conflitto tra autocrazie e democrazie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Feb 2022 11:26:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È davvero singolare che una certa parte di opinione pubblica attribuisca a USA, UE, Nato, Occidente in genere, la &#8220;colpa&#8221; di quanto sta avvenendo in Italia. Perché i Paesi Baltici (ci siete mai stati? Avete mai parlato con la gente comune a Vilnius, a Tallin, a Riga?) hanno paura della Russia? Perché la Polonia e altri Paesi dell&#8217;est (e gran parte del popolo dell&#8217;Ucraina se solo facesse parte dell&#8217;UE) vogliono&#8230;</p>
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<p>È davvero singolare che una certa parte di opinione pubblica attribuisca a USA, UE, Nato, Occidente in genere, la &#8220;colpa&#8221; di quanto sta avvenendo in Italia. Perché i Paesi Baltici (ci siete mai stati? Avete mai parlato con la gente comune a Vilnius, a Tallin, a Riga?) hanno paura della Russia? Perché la Polonia e altri Paesi dell&#8217;est (e gran parte del popolo dell&#8217;Ucraina se solo facesse parte dell&#8217;UE) vogliono stare sotto l&#8217;ombrello NATO?</p>



<p>Perché di qua, in Occidente, c’è la libertà. Purtroppo, sfugge a troppi Italiani che la differenza tra la Russia di Putin e i Paesi dell&#8217;est che vogliono stare nell&#8217;Occidente e nella NATO sta in questa divisione: quella è una autocrazia, se non una dittatura, e questi sono sistemi democratici.</p>



<p>Molti di noi sono così &#8220;Soloni&#8221; (sic!) che prima accusano Biden di urlare &#8220;al lupo, al lupo&#8221; per giustificare il suo interventismo, ma poi lo accuseranno di debolezza e di abbandonare il popolo ucraino se e quando la Russia invaderà l&#8217;Ucraina o parte di essa senza che USA, UE o NATO possano reagire, visto che se intervenissero, si scatenerebbe la terza guerra mondiale.</p>



<p>Il tema è tutto qui: si sta profilando all&#8217;orizzonte un conflitto tra autocrazie e democrazie in cui i valori di pace e di libertà delle seconde diventano il cavallo di Troia che le prime sfruttano per conquistare spazio e potere.</p>



<p>Sarebbe interessante, inoltre, chiedere ai giustificazionisti nostrani di Putin (quelli secondo cui, in fondo, l&#8217;ex KGB, sta solo riportando a casa una parte della &#8220;grande Russia&#8221;) cosa farebbero e direbbero se domani mattina la Germania invadesse il Sud Tirolo tedesco e bombardasse Bolzano o i Francesi facessero la stessa cosa ad Aosta. Staremmo lì a guardare? Diremmo &#8220;prego…si accomodino, tanto son vostri fratelli, mica nostri..&#8221;?</p>



<p>E, sfidando il politicamente corretto, lasciatemi dire un&#8217;ultima cosa, già sentita durante le guerre del Golfo: &#8220;è sempre e solo una questione di petrolio o di gas&#8221;. Eh già! Proprio così. Se qualcuno crede ancora che la guerra di Troia (1000 A.C.) sia scoppiata perché hanno rapito Elena si svegli. È stata la prima guerra commerciale dell&#8217;Occidente, per il controllo del Bosforo, del Mediterraneo e del mar Nero. Purtroppo i bisogni dei popoli nella storia o sono stati soddisfatti con il pacifico commercio e con la diplomazia o, ahinoi, con la guerra.</p>



<p>Il dittatore Putin sa che che l&#8217;Europa vive ed è l&#8217;area più ricca del mondo, con gli USA, grazie al gas che gli vende o che passa sul suo territorio attraverso l&#8217;Ucraina. Senza quell&#8217;energia siamo condannati a un futuro di povertà per almeno per i prossimi 15/20 anni, un tempo sufficiente per cambiare- molto in peggio &#8211; la nostra vita.</p>



<p>Intensifichiamo la diplomazia, paghiamo di più il gas se serve (e forse capiremo perché le bollette aumentano), ma occorre anche trovare il modo di placare lo strapotere di chi manda in galera gli oppositori, li uccide anche in terra straniera, ammazza i giornalisti, trucca le elezioni.</p>



<p>Biden non ha provocato questa crisi! E neppure la NATO o l&#8217;UE e se alcuni Paesi ex sovietici hanno chiesto di aderirvi è perché questa, a maggior ragione oggi, è la parte della libertà, quella libertà che il regime comunista sovietico prima e Putin oggi hanno calpestato per oltre 100 anni ormai.</p>



<p>Mi auguro che lo sforzo di Biden, di Macron e di tutti quelli che stanno lavorando per convincere il nuovo zar riescano. Ma se dovesse andare male, visto che non potremo intervenire per proteggere il popolo ucraino pena lo scatenarsi di una guerra globale, almeno si abbia il pudore di tacere e di evitare di fare altre ipocrite &#8220;marce della pace&#8221; che salvano solo la nostra coscienza a ulteriore prova che la strada dell&#8217;inferno è lastricata di tante buone intenzioni. Non dimentichiamolo!</p>
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		<title>Uno sguardo sul Colle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 21:19:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sull&#8217;elezione del Capo dello Stato sta andando in scena un teatrino che non ha nulla a che fare con il bisogno di &#8220;aria nuova&#8221; che il post(?)pandemia richiede. La politica comporta, per carità, battaglie di posizionamento e di altrui logoramento, ma nell&#8217;attuale vicenda ci sono alcuni dati di fatto ovvi, oggettivi, che nessuno può raccontare in modo diverso da come sono. È pia illusione che Draghi al Quirinale possa pilotare&#8230;</p>
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<p>Sull&#8217;elezione del Capo dello Stato sta andando in scena un teatrino che non ha nulla a che fare con il bisogno di &#8220;aria nuova&#8221; che il post(?)pandemia richiede. La politica comporta, per carità, battaglie di posizionamento e di altrui logoramento, ma nell&#8217;attuale vicenda ci sono alcuni dati di fatto ovvi, oggettivi, che nessuno può raccontare in modo diverso da come sono.</p>



<p>È pia illusione che Draghi al Quirinale possa pilotare l&#8217;attività di Governo e garantire l&#8217;Italia verso l&#8217;Europa come se fosse premier. Spendere bene i 250 miliardi del PNRR e fare le riforme non è compito del Presidente della Repubblica, ma del Governo e del Parlamento. </p>



<p>Mattarella non è riuscito a fermare (ma ha firmato) leggi orrende, peraltro non ancora cambiate; non credo che Draghi avrebbe maggiore capacità persuasiva. E non basterebbe certo una sua telefonata all&#8217;UE e agli altri partner europei per convincerli, ancora una volta, che la &#8220;povera Italia&#8221; deve avere piu&#8217; tempo, comprensione per le sue ataviche difficoltà per fare quello che, a nome dell&#8217;Italia non Mattarella, ma Draghi ha promesso.</p>



<p>Non esistono figure davvero autorevoli che garantiscano entrambi gli schieramenti. Esistono bravissimi navigatori nei mari burrascosi della politica, nocchieri che hanno attraversato le tempeste della politica, ma pochi incarnano quello spirito &#8220;repubblicano&#8221; che in questo difficilissimo frangente è richiesto sia al &#8220;Colle&#8221; che a Palazzo Chigi.</p>



<p>Chi ha testa sul collo sa che non è finito il tempo di una forte unità nazionale, che solo uno come Draghi può garantire di implementare il PNRR e che solo un Governo guidato da lui può fare le riforme (anche se comincio ad avere dei dubbi che ce la faccia, ma, sia chiaro, se non ci riesce lui non ci riesce nessuno).</p>



<p>Non capisco, quindi, perché Draghi debba salire al Colle e perché Mattarella abbia più volte detto che ha finito la corsa. A certi livelli bisognerebbe rendersi conto &#8211; e non sarebbe presunzione &#8211; della propria oggettiva (non soggettiva) indispensabilità. </p>



<p>Capisco il desiderio di contribuire a uscire dall&#8217;emergenza istituzionale, di non ripetere la vicenda Napolitano, ma, ricordo bene per aver partecipato da capogruppo in Senato a quella rielezione (nonché all&#8217;elezione di Mattarella) che essa fu legata all&#8217;avvio del processo riformatore che il Parlamento concluse, anche se, sciaguratamente, il popolo sovrano ne bocciò l&#8217;esito.</p>



<p>Questa situazione &#8211; oggettiva &#8211; di partiti incartati dentro a una logica bipolare che non regge più, perché fondata sulla reciproca delegittimazione, ha una sola, logica, conclusione: la conferma di Mattarella almeno fino alla fine della legislatura e l&#8217;impegno che lo stesso Presidente deve porre come condizione per la sua rielezione (così come fece Napolitano avviando il processo riformatore) a concludere le riforme concordate con l&#8217;UE e gli altri partner e l&#8217;implementazione concreta del PNRR, condizioni che solo la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi può garantire.</p>



<p>Senza questo, tra meno di un anno, salvo miracoli in cui ho sempre creduto e quindi..&#8221;spes ultima dea&#8221;…. l&#8217;Italia si ritroverà in posizione dialettica con l&#8217;UE e con gli altri Paesi che, nel frattempo, avranno ovviamente rispettato gli impegni assunti, senza piagnistei, vittimismi e inutile spocchia a cui troppo spesso l&#8217;Italia si è lasciata andare quando doveva giustificare le sue mediocri furbate.</p>
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		<title>Cosa intende Meloni per Patriota?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Dec 2021 09:45:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Patriota&#8221; è una parola importante, che evoca personalità, epopee, gesta che richiamano tutti noi che abbiamo i capelli grigi, se non bianchi, a un&#8217; infanzia in cui il culto per il Risorgimento e il concetto di &#8220;Italia&#8221; come Nazione aveva&#160; un senso molto più coinvolgente rispetto a quanto possa evocare nei nostri giovani di oggi. Ma quella parola ha in sé anche un contenuto ambiguo e che va contestualizzato, altrimenti&#8230;</p>
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<p>&#8220;Patriota&#8221; è una parola importante, che evoca personalità, epopee, gesta che richiamano tutti noi che abbiamo i capelli grigi, se non bianchi, a un&#8217; infanzia in cui il culto per il Risorgimento e il concetto di &#8220;Italia&#8221; come Nazione aveva&nbsp; un senso molto più coinvolgente rispetto a quanto possa evocare nei nostri giovani di oggi. Ma quella parola ha in sé anche un contenuto ambiguo e che va contestualizzato, altrimenti non si capisce che cosa intenda dire chi la indica come il requisito essenziale che, ad esempio, deve avere il prossimo Presidente della Repubblica.</p>



<p>Fuori di metafora: cosa intende Giorgia Meloni quando dice che il Presidente della Repubblica deve essere &#8220;un patriota&#8221;? È malizioso pensare che, in realtà, la Presidente di FdI con quelle parole voglia rimproverare all&#8217;attuale inquilino del Quirinale scarsa equidistanza dagli opposti schieramenti, al pari dei suoi immediati successori al punto che, per Lei, la Patria che ha servito con onore Sergio Mattarella non è propriamente, se non formalmente, la sua? </p>



<p>O che, quale Presidente dei Conservatori antieuropeisti, voglia significare la necessità di una presa di distanza dalla cristallina vocazione europeista di Mattarella (e di Draghi) che nulla concede alla più volte richiamata &#8220;visione confederale&#8221; di FdI che altro non sarebbe che il ritorno dell&#8217;Europa ai conflitti nazionali e nazionalisti che ne hanno segnato le tragiche sorti per oltre 1000 anni?</p>



<p>Non è malizioso! Soprattutto per chi si è abbeverata ad una cultura politica che riconosceva la qualifica di &#8220;patrioti&#8221; a coloro che hanno svenduto l&#8217;indipendenza dell&#8217;Italia all&#8217;alleato nazionalsocialista e che onorano tutt&#8217;oggi, comprensibilmente dal loro punto di vista, come &#8220;patrioti&#8221; i giovani della Repubblica di Salò e non considerano, anche qui, se non formalmente, il 25 aprile come il fondamento dell&#8217;Italia democratica.</p>



<p>Se non la contestualizziamo, richiamandoci alla personalità di chi l&#8217;ha detto e al contesto storico-politico in cui opera la leader che l&#8217;ha pronunciato, quel requisito invocato per chi deve assurgere alla prima magistratura della Repubblica, appare solo ovvio, banale e meramente propagandistico perché è il &#8220;minimo sindacale&#8221; che il prossimo Presidente sia un &#8220;patriota&#8221;.</p>



<p>Siccome reputo Giorgia Meloni né ovvia né banale, ritengo che ci debba dare qualche spiegazione in più in ordine a cosa voglia dire quando propone un &#8220;Presidente patriota&#8221;, a meno che ritenga sufficiente che il messaggio arrivi ai &#8220;suoi&#8221;, per serrare le fila e chiamarsi fuori, schierando all&#8217;opposizione il suo partito, non solo del Governo, ma anche di ogni sforzo per una soluzione la più ampia possibile per l&#8217;elezione del Presidente della Repubblica. Il che meriterebbe, comunque, meno ipocrisia e quella schiettezza che invece vorrebbe che fosse, ma non è, una delle sue principali (e migliori) qualità.&nbsp;</p>



<p>Forse, se c&#8217;è in giro qualche giornalista ancora veramente libero che glielo voglia chiedere negli innumerevoli appuntamenti serali, potremmo avere presto l&#8217;interpretazione autentica del &#8220;Meloni pensiero&#8221;.</p>
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		<title>Chi è in confusione?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 10:00:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ex Capogruppo del PD in Senato, Marcucci, leader dell&#8217;anima &#8220;liberale&#8221; del PD, (ex?) renziano di ferro, dice che i &#8220;5S sono in confusione&#8221; e che questo &#8220;rende difficile il dialogo con loro&#8221;. Ricapitolando: il M5S ha piazzato due assessori nella Giunta regionale del Lazio (Zingaretti), disinnescando così la candidatura dell&#8217;ex segretario del PD a Sindaco di Roma (non ci si può dividere sul Campidoglio e rimanere insieme a guidare la&#8230;</p>
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<p>L&#8217;ex Capogruppo del PD in Senato, Marcucci, leader dell&#8217;anima &#8220;liberale&#8221; del PD, (ex?) renziano di ferro, dice che i &#8220;5S sono in confusione&#8221; e che questo &#8220;rende difficile il dialogo con loro&#8221;.</p>



<p>Ricapitolando: il M5S ha piazzato due assessori nella Giunta regionale del Lazio (Zingaretti), disinnescando così la candidatura dell&#8217;ex segretario del PD a Sindaco di Roma (non ci si può dividere sul Campidoglio e rimanere insieme a guidare la Regione); ha messo Conte leader e Casaleggio alle corde archiviando il regno della sua &#8220;piattaforma Rousseau&#8221;; ha mantenuto tutti i ministri, compresi alcuni inguardabili, nel Governo Draghi; ha rispolverato e rilanciato la disastrosa Raggi che, stando ai sondaggi, va dritta al ballottaggio vanificando il corteggiamento di Letta (che, nonostante tutte queste amenità, continua a vedere solo &#8220;il patto strategico con il M5S e con Conte&#8221;). E questi sarebbero in confusione? Pensate cosa farebbero se fossero lucidi!</p>



<p>Ma quando la smettono dalle parti del Nazareno di considerare gli altri sempre o dei deficienti o degli incapaci o dei soggetti pericolosi? Che piaccia o no il M5S ha messo il PD alle corde nelle ultime settimane e, adesso, Letta sposta tutto &#8220;ai ballottaggi&#8221; e invece di puntare a Roma su Calenda, facendo capire ai grillini che un&#8217;alternativa al populismo sinistrorso c&#8217;è, lancia Gualtieri, chiudendosi nel fortino delle antiche certezze dei vari Bettini, Morassut, D&#8217;Alema.</p>



<p>Spero proprio che Calenda non si ritiri e che finisca questo perenne ricatto secondo cui, così facendo, &#8220;si fa un regalo alla destra&#8221; (quanti regali alla destra &#8211; storicamente &#8211; hanno fatto i tragici errori della sinistra?).</p>



<p>Se solo il PD riscoprisse un minimo dello &#8220;spirito&#8221; che ne ha determinato la nascita capirebbe che la via per battere la destra nazionalista e sovranista non è quella di assecondare il populismo o la sinistra d&#8217;antan fondandola sull&#8217;assistenzialismo e sullo statalismo (nel giro di un paio d&#8217;anni il nodo del debito pubblico tornerà a gravare sul Paese), ma basandola su un patto tra i produttori che liberi le energie delle imprese, del lavoro autonomo, delle professioni, represse da un sistema soffocante. </p>



<p>Ma quando capiranno i &#8220;capi&#8221; del PD che il lavoro non lo crea la politica, che bisogna combattere la povertà e non la ricchezza, che la &#8220;giustizia giusta&#8221; non tollera né giustizialismi né violazioni del rispetto del principio di presunzione d&#8217;innocenza, che la svolta green dell&#8217;economia è incompatibile con le battaglie del M5S e di parte del PD stesso e della sinistra contro eolico, solare termico, gasdotti, ecc., che la rivoluzione digitale esige la diffusione del 5G, che la scuola è fatta per gli alunni/studenti e non per gli insegnanti, che il merito è la condizione perché la PA produca servizi di qualità? </p>



<p>Queste battaglie non si possono fare con il M5S che è tutto un trionfo di &#8220;decrescita (in)felice&#8221;, appiattimento, assistenzialismo, immobilismo. Certo, senza il M5S e una sinistra costretta nei suoi vecchi recinti mentali, che non sa vedere chi sono i veri impoveriti dalla crisi finanziaria prima e dal Covid dopo, si può anche perdere la competizione contro questa destra. Ma non è proprio la storia del PCI che ci dimostra che anche dall&#8217;opposizione si può concorrere al Governo del Paese? </p>



<p>Prima, però, di dare per scontato che un&#8217;aggregazione diversa da quella con M5S e sinistra sia perdente per definizione, guardiamoci intorno. Sarebbe stata possibile l&#8217;esplosione dei Verdi in Germania se l&#8217;SPD si fosse alleata a sinistra con la LINKE invece che accettare la &#8220;grossa coalizione&#8221; con la CDU? </p>



<p>E Macron in Francia non è forse la risposta alla scomparsa del Partito Socialista e della profonda crisi della destra gollista? E credete che sia davvero possibile liquidare solo come pericoloso il successo a Madrid della popolare Ayuso senza riflettere sull&#8217; altrettanto inaccettabile, perché evanescente e populista, parabola di Podemos che adesso mette in difficoltà un PSOE che, pure, è molto più riformista del PD (si guardi solo a come ha gestito la finanza pubblica in questi anni)?</p>



<p>L&#8217;Italia ha bisogno di una proposta innovatrice e riformatrice. Di scomporre destra e sinistra e di una coalizione fondata su un diverso blocco sociale che veda al centro il ceto medio impoverito, riconverta i disoccupati con politiche attive del lavoro efficaci e non con meri sussidi (si riparta da Biagi ed Ichino), incoraggi gli investimenti privati produttivi. Occorre avere il cuore a sinistra e il volante (cioè il cervello) al centro. Solo così sconfiggeremo la destra, riformeremo l&#8217;Italia e davvero potremo dire di aver saputo coniugare le due eterne parole del progresso: Libertà e Giustizia sociale.</p>
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		<title>I vaccini e l&#8217;Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Apr 2021 16:55:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>LeU e Lega (Speranza e Giorgetti) uniti nell&#8217;attaccare l&#8217;Europa. Il secondo non ha responsabilità specifiche e non era al Governo, poteva tacere ma che leghista sarebbe ancora se non attaccasse neanche più l&#8217;UE? Il primo, invece, farebbe bene solo a tacere. A chi spettava potenziare le terapie intensive? O i posti letto covid negli ospedali? O potenziare la medicina di base? Chi sapeva da un anno che i vaccini sarebbero&#8230;</p>
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<p>LeU e Lega (Speranza e Giorgetti) uniti nell&#8217;attaccare l&#8217;Europa. Il secondo non ha responsabilità specifiche e non era al Governo, poteva tacere ma che leghista sarebbe ancora se non attaccasse neanche più l&#8217;UE? Il primo, invece, farebbe bene solo a tacere. </p>



<p>A chi spettava potenziare le terapie intensive? O i posti letto covid negli ospedali? O potenziare la medicina di base? Chi sapeva da un anno che i vaccini sarebbero arrivati e non ha predisposto alcun piano? Chi, se non il ministro della Salute? </p>



<p>E attendiamo con fiducia, ma anche con apprensione, l&#8217;indagine in corso per sapere &#8220;chi&#8221; ha la responsabilità di non aver mai aggiornato il piano nazionale contro le pandemie che ci ha fatto trovare impreparati all&#8217;appuntamento con il covid.</p>



<p>Torno sull&#8217;Europa (cioè l&#8217;UE), accusata da Speranza e da Giorgetti di &#8220;avere fallito&#8221; per dire che non andrebbe mai dimenticata la raccomandazione evangelica di badare prima alle proprie travi che alle pagliuzze altrui.</p>



<p>Sicuramente ci sono state degli errori da parte della Commissione Europea. E anche delle ingenuità. Come quella di fidarsi dei contratti scritti da parte di aziende produttrici insediate in altri Stati, che hanno intimato loro che &#8220;la prima carità l&#8217;è cula &#8216;dl&#8217; us (per chi non capisse il piemontese va tradotto &#8220;la prima carità è quella di casa propria&#8221;). </p>



<p>Ma l&#8217;assenza, nei Paesi europei, di una capacità produttiva su larga scala dei vaccini non è certo attribuibile &#8220;all&#8217;Europa&#8221; (cioè all&#8217;UE) e per quanto riguarda l&#8217;Italia viene da lontano. Da molto lontano!</p>



<p>Se per combattere la corruzione abbiamo, con l&#8217;acqua sporca, buttato via anche il bambino (cioè l’industria chimica, ma potremmo parlare anche di siderurgia, informatica, in parte automotive) è colpa dell&#8217;Europa, cioè, nel linguaggio comune, dell&#8217;UE? </p>



<p>Se non riusciamo a smaltire neanche le dosi che abbiamo per disorganizzazione e carenza di personale è colpa dell&#8217;UE? Se riusciamo a trovare il modo persino di superare furbescamente le precedenze nelle vaccinazioni è colpa dell&#8217;UE?</p>



<p>Basta con questo gioco del &#8220;passaggio di cerino&#8221;! E&#8217; davvero stucchevole e non può che far crescere la rabbia sociale questo sfuggire sempre dalle proprie responsabilità.</p>
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		<title>Accelerare sull&#8217;offerta liberaldemocratica</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/03/18/susta-accelerare-su-offerta-liberaldemocratica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Mar 2021 21:33:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Anche a me, come a Carlo Calenda, non piace qualificare come “centro” l&#8217;idea di un partito liberal-democratico che concorra a superare la crisi del sistema politico che purtroppo caratterizza la vita del Paese da quasi 30 anni. Con la sua proverbiale arroganza D&#8217;Alema ha sempre ripetuto che “al di là della sinistra c&#8217;è solo la destra” e Bersani gli ha fatto eco più volte per ribadire che, nel campo riformista,&#8230;</p>
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<p>Anche a me, come a Carlo Calenda, non piace qualificare come “centro” l&#8217;idea di un partito liberal-democratico che concorra a superare la crisi del sistema politico che purtroppo caratterizza la vita del Paese da quasi 30 anni.</p>



<p>Con la sua proverbiale arroganza D&#8217;Alema ha sempre ripetuto che “<em>al di là della sinistra c&#8217;è solo la destra</em>” e Bersani gli ha fatto eco più volte per ribadire che, nel campo riformista, “<em>fuori dalla sinistra non c&#8217;è nulla</em>”. Sulla stessa lunghezza d&#8217;onda molti esponenti del “fu” Partito Popolare, già sinistra D.C., per i quali dal PD indietro non si torna, e alcuni esponenti del mondo laico riformista e ambientalista.</p>



<p>Non sono riusciti a dare in 15 anni un&#8217;identità nuova al PD “<em>al di là delle ideologie che hanno contrapposto i riformisti nel &#8216;900</em>”, come recitava il mantra iniziale; non sono riusciti a realizzare nessuna riforma di fondo del nostro sistema politico e costituzionale pur essendo stati al Governo negli ultimi 25 anni, direttamente o indirettamente (Governi Dini e Monti), per ben 16 anni ed esprimendo ben sei Presidenti del Consiglio; non vogliono ammettere che se c&#8217;è stato uno che ha cercato di rendere più concreta l&#8217;idea di un riformismo del 21° secolo è stato Matteo Renzi (riforma costituzionale, unioni civili, job act, riforma del terzo settore, legge sul caporalato, ecc.), ma continuano a voler difendere con le unghie e con i denti, al pari di Salvini e Meloni, un bipolarismo &#8211; unico in Europa – radicato sulle estreme e non convergente “al centro”.</p>



<p>Neanche un&#8217;emorragia di 6 milioni di voti assoluti tra il 2008 e il 2018 (ben più indicativo delle %) ha fatto deflettere un gruppo dirigente dalla convinzione che ci voglia “più sinistra”, accompagnata da alleanze esplicite con i populisti (M5S e la sinistra-sinistra), per superare la crisi istituzionale ed economico-sociale del Paese, esattamente in modo speculare ad una destra che, invece, ha optato per una deriva nazionalsovranista, rafforzata dai disastri provocati dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2006, soprattutto nel mondo occidentale.</p>



<p>Il Governo Draghi, frutto della paura più che della saggezza, non cambia questo sfondo perché il dibattito interno al PD e il protagonismo competitivo tra Meloni e Salvini ci fanno capire quale sarà il leit motiv e il possibile sbocco della prossima campagna elettorale, in cui le parole d&#8217;ordine pescheranno, ancora una volta, all&#8217;armamentario “storico” della sinistra e della destra italiana.</p>



<p>C&#8217;è dunque da scandalizzarsi se, con questo bel quadretto, qualcuno pensa di evocare la cultura politica, i valori, la visione dello Stato, dell&#8217;Europa, dell&#8217;Occidente, di un mondo sempre più interdipendente e multilaterale, di Darhendorf, di Ropke, di Sturzo, di Simone Veil, di Einaudi, di Ernesto Rossi? Che guardi all&#8217;incontro tra liberali, democratici di tradizione risorgimentale e cristiano-democratici che Sturzo, nel suo esilio londinese, avvicinandosi all&#8217;Internazionale libdem, individuava come il presupposto per costruire la nuova Europa sulle ceneri degli opposti totalitarismi?</p>



<p>E&#8217; proprio privo di senso o velleitario immaginare un&#8217;opzione liberaldemocratica, tra una destra sociale e nazionalsovranista che non riesce a liberarsi dei disvalori che hanno provocato immani tragedie nel XX secolo e una parte preponderante della sinistra che ha troppo frettolosamente dimenticato che una parte consistente di sé fa parte degli sconfitti della storia, che la forza della Libertà e della democrazia ha vinto sulle tragiche utopie derivanti dall&#8217;ideologia marxista e tutto ciò senza che i suoi eredi fossero capaci di assumere un&#8217;autentica dimensione socialdemocratica?  No! Non è né privo di senso né velleitario!</p>



<p>E&#8217;, invece, necessaria la nascita di una forza autenticamente liberademocratica, che creda davvero in uno sviluppo sostenibile che esalti e non svilisca la libera impresa in logiche assistenzialiste e neo stataliste; che liberi le risorse di un mercato interno retto da una regolata concorrenza; che restituisca dignità alla politica, rendendola efficace con profonde riforme istituzionali e costituzionali che rafforzino, insieme, Parlamento (superamento del bicameralismo) e Governo; che ridefinisca confini e competenze del sistema regionale e delle autonomie; che affronti il tema della giustizia, della scuola, della formazione e della PA, ponendosi dal punto di vista delle esigenze dei giovani, dei cittadini, degli utenti e non delle corporazioni che dovrebbero servire questi ultimi; che creda in un&#8217;Europa davvero federale.</p>



<p>Se questa necessità c&#8217;è, i vari Cottarelli, Calenda, Bonino, Della Vedova, Renzi, De Nicola, Bentivogli, non si perdano in sterili chiacchiere e in inutili polemiche interne (quanto sta accadendo in + EUROPA in questi giorni fa tristezza e rabbia insieme), vadano il più in fretta possibile al cuore del problema e offrano agli elettori sbandati da questo bipolarismo farlocco una nuova casa; elaborino una “carta dei valori” da far sottoscrivere a chi intende aderire al progetto e indichino una data per un&#8217;Assemblea costituente nazionale a cui possano intervenire (COVID permettendo) alcune migliaia di persone elette in assemblee provinciali dai sottoscrittori della carta dei valori condivisi. Difficile? No! Basta volerlo e non confondere la politica con i tweet e la partecipazione con l&#8217;agitarsi sulla tastiera o davanti alle telecamere dei propri telefoni.</p>



<p>Non è più tempo di tergiversare! Proprio perché il Governo del Paese è in buone mani dobbiamo sfruttare il tempo che ci è dato per mettere in campo non il “centro” soporifero e indolente di un moderatismo buono per una lenta decadenza, ma una proposta politica forte, liberaldemocratica nei valori e assertiva nell&#8217;agire, che sappia interpretare bisogni e dare risposte all&#8217;altezza della sfida di questo tempo, senza rifugiarsi in recinti ideologici che, invece, hanno caratterizzato e ancora caratterizzano il dibattito interno nei principali schieramenti del bipolarismo italiano, con i risultati che tutti abbiamo davanti agli occhi.</p>
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		<title>Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 12:47:33 +0000</pubDate>
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<p>E&#8217; questa, a mio avviso, la miglior sintesi dei discorsi programmatici di Mario Draghi in Parlamento. Una sintesi che dimostra (noi ne eravamo convinti già prima) che l&#8217;uomo non è il freddo banchiere tutto denaro e finanza rappresentato dalle destre sovraniste e dai populisti in questi anni, ma uno che ha una visione che è figlia delle migliori intuizioni che la politica italiana ed europea hanno saputo offrire dalla fine della guerra ad oggi: la scelta di libertà e di democrazia, un sistema di difesa condiviso tra le due sponde dell&#8217;Atlantico, la costruzione della casa comune europea, l&#8217;impegno assoluto per la legalità, uno sviluppo economico attento alla persona e alle esigenze di giustizia sociale che l&#8217;economia sociale di mercato ha istituzionalizzato nelle regole che presiedono all&#8217;UE. A ciò vanno aggiunte le sfide di questo tempo: la sostenibilità ambientale e la rivoluzione digitale.</p>



<p>Come sono lontani (per fortuna!) i tempi in cui Beppe Grillo e il M5S paragonavano Draghi a Dracula e invocavano un processo contro l&#8217;ex Presidente della BCE per il crac del Monte dei Paschi di Siena, come se fosse stata colpa di Draghi e della BCE la cattiva gestione di quella Banca. E come sono distanti le sparate del “capitano” della Lega costretto alla fine ad ammettere che comunque il tema di un&#8217;eventuale superamento dell&#8217;euro “non è attuale”, e che può solo più rispondere con le battute all&#8217;irreversibilità del processo di integrazione europeo e della moneta unica puntualmente richiamati dal neo presidente del Consiglio presentati come “condizione” di esistenza del Governo.</p>



<p>Un altro mondo rispetto al suo predecessore che, senza che nessuno si scandalizzasse, non faceva distinzioni tra Trump e Biden, tra UE e Russia, tra USA e Cina, secondo il vecchio detto “O Francia o Spagna basta che se magna…” che, ahinoi, appartiene al DNA di un&#8217; Italietta mai definitivamente archiviata.</p>



<p>Nei suoi interventi asciutti, lucidi, pacati, senza nessuna indulgenza alla retorica, Draghi ha cercato di ridare dignità e orgoglio all&#8217;Italia migliore, con uno stile che mi hanno ricordato due persone su tutte: De Gasperi e Ciampi. Stesso rigore, stessa severità, identico calore umano. Stesso eloquio poco incline all&#8217;altrui compiacenza.</p>



<p>Certo, dai discorsi di Draghi in Parlamento non è uscito un programma dettagliato. A mio avviso c&#8217;è stato anche qualche eccesso di ottimismo rispetto al contesto e al tempo a disposizione (la legislatura finisce tra due anni nella migliore delle ipotesi), ad esempio sulla riforma fiscale e della pubblica amministrazione, ma i titoli sono serviti a definire la cornice. Estremamente significativi l&#8217;accenno alla possibilità di allungare orario e calendario scolastico, all&#8217;esigenza di uno Stato meno pervasivo (ce l&#8217;aveva con i miliardi buttati in ILVA e ALITALIA?), alla produzione di energia da fonti rinnovabili e alla reti di comunicazione 5G. </p>



<p>Appare chiaro l&#8217;orizzonte in cui ci si muove, vale a dire quello di una crescita sostenibile, che utilizza al meglio le nuove tecnologie per un&#8217;evoluzione “green” del nostro apparato produttivo, ma senza indulgere in assistenzialismi (“il governo dovrà proteggere tutti i lavoratori ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche”) che metterebbero a rischio l&#8217;intero sistema produttivo. E&#8217; questo l&#8217;orizzonte a cui deve guardare il programma nazionale di ripresa e resilienza finanziato con i fondi europei del Next Generation Eu. </p>



<p>Fin qui Draghi e il suo programma. Non stupisca il suo atteggiamento rispettoso verso la politica. La piccola bugia con cui ha gratificato gli astanti dicendo che la politica non esce sconfitta dall&#8217;incarico a lui affidato è, appunto, una piccola bugia che però fa capire chi è Mario Draghi. Draghi era ed è un “civil servant” e, quindi, ha ben presente che, nonostante i corti-circuiti che la mandano in crisi, è la politica che indica i percorsi e che, in fin dei conti, dai partiti, quali intermediari tra il popolo e le Istituzioni democratiche, non si può prescindere.</p>



<p>In questo Draghi, da buon romano, ancorché “nordizzato”, è molto meno tecnico di Monti o di Dini. E infatti, con un Gabinetto che in alcuni casi lascia molto a desiderare, ha compiuto una scelta che gli consente di tenere legate le principali forze politiche, per quanto attraversate da malumori, evitando i rischi del Governo meramente “amico” che, ad esempio, dopo pochi mesi fece fallire il primo Governo del Presidente (quello da Giuseppe Pella) e non consentì a Mario Monti di portare a compimento quella fase due che assomigliava molto al progetto presentato da Draghi.</p>



<p>Questa sua consapevolezza secondo cui la politica non può essere espulsa dal processo democratico, riducendo il Parlamento di oggi a una conventicola di notabili come quello dello Stato post unitario in decadenza che spalancò le porte al fascismo, è ciò che rende maggiormente convincente questa operazione, per certi aspetti necessaria e per altri obbligata. Se fosse possibile sognare sarebbe auspicabile che mentre il Governo governa le emergenze che abbiamo di fronte e getta le basi per i cambiamenti citati, le forze politiche si dedicassero a riformare lo Stato.</p>



<p>Recuperare lo “spirito repubblicano” invocato da Draghi comporterebbe il dover riprendere in mano la riforma della Costituzione. Così come l&#8217;Unione Europea non riuscirà ad adempiere fino in fondo ai suoi doveri sino a quando il modello intergovernativo coesisterà con quello comunitario, aggravando il processo decisionale di una complessità che contraddice con la necessità di affrontare con tempestività le sfide globali, così l&#8217;Italia non uscirà dalle sue difficoltà se non si incide profondamente sul suo sistema istituzionale. Rapporto Stato-Regioni, Parlamento-Governo, sistema elettorale, definizione del sistema giudiziario (“ordine” o “potere”?) sono nodi da cui dipende la capacità di un sistema di governare il continuo cambiamento che lega il presente al futuro, l&#8217;oggi al domani.</p>



<p>Ma si è mai visto un potere costituito (il Parlamento di oggi) che diventa potere costituente (il costruttore dell&#8217;edificio della Repubblica di domani)? Per ora nessuno ci è riuscito, ma ciò non toglie che anche questo sia assolutamente urgente.</p>
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