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	<title>Michele Bellini, Autore presso ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Michele Bellini, Autore presso ilcaffeonline</title>
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		<title>L&#8217;Europa sociale deve diventare bene comune europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 09:37:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Migliorare e rafforzare il modello sociale europeo. Questa è una delle priorità della presidenza portoghese del Consiglio UE, che il primo gennaio ha raccolto il testimone dalla Germania. Appuntamento chiave il 7 maggio&#160;a Porto,&#160;con&#160;il&#160;Social Summit che ambisce a&#160;ridare slancio alla dimensione sociale dell’Unione. Una necessità attesa da tempo, che la pandemia ha reso presupposto indispensabile per la sostenibilità del processo di integrazione. Il Covid ha da un lato accelerato cambiamenti&#8230;</p>
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<p>Migliorare e rafforzare il modello sociale europeo. Questa è una delle priorità della presidenza portoghese del Consiglio UE, che il primo gennaio ha raccolto il testimone dalla Germania. Appuntamento chiave il 7 maggio&nbsp;a Porto,&nbsp;con&nbsp;il&nbsp;Social Summit che ambisce a&nbsp;ridare slancio alla dimensione sociale dell’Unione. Una necessità attesa da tempo, che la pandemia ha reso presupposto indispensabile per la sostenibilità del processo di integrazione.</p>



<p>Il Covid ha da un lato accelerato cambiamenti già in atto: penso ad esempio alla pervasività delle nuove tecnologie, al bisogno di rinnovamento della democrazia o al legame indissolubile tra protezione ambientale, benessere e giustizia sociale. Dall’altro, la pandemia ha creato sfide inedite che vanno al cuore degli spazi e tempi della quotidianità, dalle abitudini di consumo alle modalità di organizzazione ed esecuzione del lavoro.</p>



<p>La velocità di questi cambiamenti impone un urgente ripensamento del contratto sociale alla base delle comunità, specie attraverso un rinnovamento quantitativo e qualitativo dei diritti sociali dei cittadini. Vanno rinnovati i modelli di&nbsp;welfare che rendono tali diritti tangibili e fruibili. E i diritti sociali – dall’istruzione alla protezione dei lavoratori, dagli ammortizzatori sociali alla sanità, dalle pari opportunità alla tutela dei più deboli – sono tanto più indispensabili quanto più rapide e profonde sono le trasformazioni. In questo senso, un nuovo welfare è precondizione per gestire gli effetti redistributivi che accompagnano fenomeni di simile portata.</p>



<p>Nel mercato unico, il ripensamento del welfare deve avvenire a livello nazionale ma anche comunitario, in una logica complementare, non certo sostitutiva. Mentre il welfare state “nazionale” dovrebbe concentrarsi su diritti sociali ancora fortemente legati alla territorialità, il pilastro sociale europeo dovrebbe occuparsi di quegli ambiti dove è indispensabile regolare le esternalità negative generate dalle interdipendenze. Verde e digitale sono due esempi chiari di aree su cui costruire una solida dimensione sociale comunitaria.</p>



<p>A ben vedere, negli ultimi decenni proprio il mancato sviluppo del pilastro sociale ha contribuito al malcontento verso l’integrazione europea. Ciò non solo per motivi strutturali &#8211; il sociale rimane prevalentemente una prerogativa nazionale – ma anche per scelte politiche che l’hanno relegato in secondo piano. Flessibilizzazione, liberalizzazione, concorrenza e disciplina di bilancio necessarie per l’integrazione economica, non sono state integrate da un altrettanto robusta dimensione sociale. Da qui il non casuale rifiuto della&nbsp;globalizzazione sregolata che ha finito per investire anche l’UE.</p>



<p>L’essenza dell’economia sociale di mercato è la coesistenza tra flessibilità e sicurezza, tra apertura e protezione. Un equilibrio vitale al supporto per l’integrazione comunitaria come ha ricordato Jacques Delors nel 2016: “se la politica europea mette in pericolo la coesione e sacrifica gli standard sociali, non c&#8217;è possibilità per il progetto europeo di raccogliere il sostegno dei cittadini europei”. Visto in questa accezione, il rafforzamento del modello sociale europeo equivale a un rinvigorimento della democrazia in UE. Una democrazia che funziona ha una forte dimensione sociale: è lo spazio della redistribuzione, della solidarietà e della tutela dei diritti.</p>



<p>Viviamo tempi di profonda trasformazione. Il fondo SURE,&nbsp;Next Generation EU&nbsp;e in generale tutto il 2020 in UE hanno dimostrato che i dogmi appartengono alla religione, non alla politica. Sono caduti tanti tabù e l’impossibile è diventato possibile. Nulla è ineluttabile. Per questo i mesi a venire sono decisivi per un cambio di paradigma che rimetta al centro il modello sociale europeo. Accanto all’Europa della pace, della prosperità e delle libertà, l’Europa sociale deve diventare un bene comune europeo. Solo così si potrà realizzare la Next Generation EU, un’UE davvero di nuova generazione, all’altezza delle sfide di questo secolo.</p>
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		<title>Europa: la possibilità è uno spazio tutto da vivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Dec 2020 17:19:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Possibilità. Così si può riassumere quanto accaduto a livello europeo in quest’anno, così difficile e doloroso. Possibilità innanzitutto intesa come facoltà di agire, perché, a differenza di crisi precedenti, la risposta europea è stata all’altezza e tempestiva. Una facoltà di agire concessa all’Unione dai suoi stati e, in particolare, dalla Germania che ha superato alcuni suoi veti storici. Così, anche grazie alla coalizione tra Francia, Spagna e Italia, è nato&#8230;</p>
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<p>Possibilità. Così si può riassumere quanto accaduto a livello europeo in quest’anno, così difficile e doloroso. Possibilità innanzitutto intesa come facoltà di agire, perché, a differenza di crisi precedenti, la risposta europea è stata all’altezza e tempestiva. Una facoltà di agire concessa all’Unione dai suoi stati e, in particolare, dalla Germania che ha superato alcuni suoi veti storici.</p>



<p>Così, anche grazie alla coalizione tra Francia, Spagna e Italia, è nato Next Generation EU. Osservandone la struttura, si nota che la possibilità si è manifestata anche come creatività. La capacità innovativa si è vista, ad esempio, con la decisione di ancorare il fondo per la ripresa al bilancio pluriennale dell’UE 2021-2027. In questo modo si è evitato che un singolo paese risultasse responsabile per un altro. Con il fondo per la ripresa, è l’Unione comunità a garantire per ogni suo membro.</p>



<p>Inoltre, il legame tra Next Generation EU e il bilancio dell’UE si è reso necessario anche per la complessità dell’operazione, difficilmente realizzabile se si fossero create strutture nuove. L’approccio creativo, allora, si è visto anche nel modo in cui il potenziale di ciò che esisteva già – strutture e regole – è stato interpretato e sfruttato appieno, così da dotare l’Unione e i paesi membri della flessibilità necessaria per rispondere alla crisi.</p>



<p>È sicuramente questo il caso anche della BCE, che ancora una volta si è confermata l’istituzione europea più efficace. Con il programma emergenziale di acquisto titoli iniziato a Marzo 2020 e che durerà almeno fino a Marzo 2022, la BCE sta mettendo a disposizione dei paesi dell’Eurozona, Italia in primis, una potenza di fuoco di €1,850 miliardi. Un vero e proprio scudo che ci protegge da speculazioni finanziarie, garantendo anche la liquidità necessaria per finanziare le misure emergenziali e pagare pensioni e stipendi pubblici.</p>



<p>La vicenda della BCE, però, svela anche che c’è un limite alla possibilità. In questi anni, Francoforte ha ricercato un delicato equilibrio. Si è adoperata per garantire l’integrità dell’Euro – da qui sono nate le politiche espansive di Draghi, che hanno parzialmente fatto da “supplente” alla mancanza di meccanismi di condivisione fiscale – cercando contemporaneamente di agire sempre nei limiti del suo mandato. Non sono mancate le tensioni, a sottolineare come si sia usata tutta la flessibilità a disposizione per sopperire alle incompletezze della moneta unica.</p>



<p>Anche la sospensione del patto di stabilità, che ha permesso di fare deficit, e le norme temporanee sugli aiuti di stato, che hanno consentito ai paesi di intervenire e salvare le proprie economie, dimostrano una tensione simile: tempestività e flessibilità da un lato, necessità di cambiamenti dall’altro. Non si può pensare, infatti, che nel mondo post-covid, per certi versi completamente diverso, si possa tornare alle regole di prima, come se nulla fosse successo. Se la possibilità ha raggiunto i suoi limiti, serve un salto in avanti. Serve, anche perché questo 2020 ha creato un precedente: si sono stabiliti standard e aspettative. Se il meglio è possibile, il meglio sarà atteso anche in futuro. La possibilità diventa impegno.</p>



<p>Un impegno concreto, che dal prossimo anno sarà soprattutto nelle nostre mani. Innanzi tutto come italiani. Un’efficace implementazione di Next Generation EU permetterà non solo di iniziare a risollevare la nostra economia così duramente colpita, ma anche di dimostrare ai paesi “frugali” che la loro diffidenza era mal riposta. Se così sarà, il successo di Next Generation EU costituirà l’argomento più convincente per rendere permanente una maggiore condivisione fiscale e realizzare in questo modo un fondamentale salto in avanti.</p>



<p>La nostra responsabilità è anche come individui. Nel 2021 avremo la possibilità di partecipare alla Conferenza sul Futuro dell’Europa, un grande esercizio di democrazia partecipativa per coinvolgere i cittadini europei sul nostro futuro condiviso. Una notevole opportunità da non lasciarsi sfuggire, perché, come ricorda Emily Dickinson, la possibilità è uno spazio tutto da vivere.</p>
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		<title>Brexit: un accordo vivo e dinamico, tra sovranità e integrazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2020 14:04:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sovranità o integrazione? Brexit è sempre stato questo: una scelta tra la libertà britannica di scostarsi dalle regole europee, e la profondità dell’accesso al mercato unico. Se la prima aumenta, la seconda diminuisce. Una logica semplice e inevitabile, che ha scandito i quattro anni e mezzo dal referendum del 2016. Johnson ha preferito la prima alla seconda.&#160; Per come si sono svolte le negoziazioni – in tempi record, in mezzo&#8230;</p>
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<p>Sovranità o integrazione? Brexit è sempre stato questo: una scelta tra la libertà britannica di scostarsi dalle regole europee, e la profondità dell’accesso al mercato unico. Se la prima aumenta, la seconda diminuisce. Una logica semplice e inevitabile, che ha scandito i quattro anni e mezzo dal referendum del 2016. Johnson ha preferito la prima alla seconda.&nbsp;</p>



<p>Per come si sono svolte le negoziazioni – in tempi record, in mezzo a una pandemia e in un clima non sempre improntato alla fiducia – non era scontato evitare un no deal. Avere un accordo era fondamentale innanzitutto per offrire un quadro di cooperazione più largo, decisivo per applicare con efficacia il protocollo sull’Irlanda del Nord e, così, preservare il processo di pace.</p>



<p>L’accordo è inedito, come la situazione stessa. Se di norma si parte da una minore integrazione e si cerca di convergere verso una maggiore, in questo caso si fa il contrario. Anche questa la ragione di un testo così lungo e dettagliato: le oltre 1200 pagine svelano un’architettura istituzionale complessa, che crea strutture e incentivi per gestire la divergenza.</p>



<p>Di conseguenza, l’accordo varia in base alla prospettiva con cui lo si guarda. Non è un “normale” trattato con un paese terzo, perché tiene in considerazione una storia di 47 anni di partecipazione al mercato unico.&nbsp;Al tempo stesso, però, e non poteva essere altrimenti, offre al Regno Unito condizioni molto meno vantaggiose rispetto a quelle di uno stato membro, per l’UE una condizione imprescindibile.</p>



<p>Nonostante l’accordo, allora, saranno reintrodotti controlli, procedure, burocrazia, con ripercussioni negative su entrambe le sponde della Manica. Ne sono simbolo anche la decisione britannica di restare fuori dal programma Erasmus, o di non prevedere una cooperazione in materia di sicurezza esterna, proprio quando per l&#8217;UE è imperativo diventare un attore geopolitico.&nbsp;Particolarmente rappresentativo degli svantaggi per il Regno Unito è il caso dei servizi: grazie al mercato unico, dal 2005 Londra ha un surplus commerciale con l’UE, ma l’accordo fa poco per facilitare questo tipo di scambi.</p>



<p>Prospettiva interessante, poi, è quella temporale. Vista la necessità di gestire la divergenza, si tratta di un accordo vivo e dinamico. Il testo va visto come un quadro di riferimento all’interno del quale la nuova relazione tra Regno Unito e UE potrà evolvere. Per le merci, si parte oggi da una situazione di accesso libero al mercato unico e senza quote commerciali. Si lascia, poi, spazio per rafforzare il rapporto – ad esempio, il prossimo anno il Regno Unito potrà decidere se legare il proprio sistema di carbon pricing a quello europeo – oppure per allentarlo ancora di più, attraverso “interruttori” che innalzeranno barriere commerciali in caso di comprovata competizione sleale.&nbsp;</p>



<p>Perciò, dare oggi un giudizio completo è prematuro; l’accordo prenderà la forma che le parti vorranno dargli. Bisognerà soprattutto attendere l’adattamento degli attori economici e vedere come le catene del valore reagiranno ai nuovi costi e procedure. E soprattutto, nodo della questione, sarà se e come il Regno Unito tenterà di fare concorrenza normativa all’UE.</p>



<p>Johnson, infatti, ha formalmente ottenuto la libertà di divergere, ma questo ha un prezzo. Come detto, sono state inserite delle tutele per sanzionare un utilizzo della sovranità britannica nocivo per Bruxelles. Tra queste, il cosiddetto meccanismo di ribilanciamento permetterà di applicare contromisure commerciali qualora la divergenza normativa di una parte comporti una distorsione della competizione commerciale a discapito dell’altra. Per il dettaglio e il modo in cui è stato scritto, ci si aspetta che questo meccanismo non sarà lasciato inutilizzato.</p>



<p>Lo scambio tra sovranità (formale) e integrazione è ben rappresentato anche dalla questione della pesca, di forte valenza politica per il governo di Johnson. Entro il 2026, il Regno Unito recupererà dall’UE il 25% delle quote di pescato e dopo quella data avrà la libertà di escludere i vascelli europei dalle sue acque territoriali. Se lo farà, l’UE potrà precludere a Londra l’accesso al mercato europeo, vitale per vendere il pescato.</p>



<p>La scelta di Johnson e la filosofia dell’intero accordo confermano una lezione chiave del tempo in cui viviamo: la sovranità non dovrebbe essere fine a se stessa, ma strumento per il benessere di una comunità. E se il tempo aiuterà a dare forma alla nuova relazione tra l’isola e il continente, la geografia delle interdipendenze non lascia scampo: Dover sarà sempre a poche decine di chilometri da Calais.</p>
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		<title>Europa: il veto è caduto, ma il re è nudo</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2020 11:28:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quasi mille giorni dopo la prima proposta della Commissione e circa trecento dopo lo scoppio della pandemia in Italia, sono stati raggiunti due accordi storici per l’Europa: il primo bilancio pluriennale dell’epoca post Brexit e&#160;Next Generation EU. Un cammino faticoso, ma senza dubbio con risultati inaspettati su cui pochi avrebbero scommesso.&#160;Con&#160;Next Generation EU, Bruxelles ha finalmente varcato il Rubicone nel suo modo di affrontare le crisi. Con l’accordo sul nuovo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quasi mille giorni dopo la prima proposta della Commissione e circa trecento dopo lo scoppio della pandemia in Italia, sono stati raggiunti due accordi storici per l’Europa: il primo bilancio pluriennale dell’epoca post Brexit e&nbsp;Next Generation EU. Un cammino faticoso, ma senza dubbio con risultati inaspettati su cui pochi avrebbero scommesso.<br>&nbsp;<br>Con&nbsp;Next Generation EU, Bruxelles ha finalmente varcato il Rubicone nel suo modo di affrontare le crisi. Con l’accordo sul nuovo budget, l’Unione ha compiuto un primo importante passo in avanti verso una maggiore tutela dello stato di diritto. Proprio su questo punto si erano arenati i negoziati, con il veto di Polonia e Ungheria.</p>



<p>Un veto che, bloccando l’intero pacchetto di rilancio, ha per la prima volta portato al centro del dibattito europeo una patologia irrisolta, fino ad ora rimasta ai margini: una divergenza sui valori fondamentali dell’UE e la mancanza di un quadro europeo per gestirla. <br> <br>Nonostante la soddisfazione per i risultati raggiunti, allora, sarebbe un errore considerare risolta la questione. Il veto è caduto, ma il re è nudo; e non si può più fingere il contrario. Non è possibile anche alla luce del grande sforzo dell’UE di raggiungere un’autonomia strategica, per tutelare i suoi interessi e i suoi valori. Come si può, infatti, pensare di essere efficaci nel proteggere i nostri principi fondamentali nella competizione globale, se non esistono nemmeno tutele appropriate all’interno dell’Unione? <br> <br>L’attenzione, forse, dovrebbe spostarsi su come creare tali tutele. Ciò può avvenire solo attraverso una <a href="https://open.luiss.it/2020/11/26/unione-europea-e-valori-fondamentali-approfittare-della-crisi-per-un-salto-in-avanti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">riforma dei trattati</a>, che crei un quadro normativo coerente con sanzioni effettivamente applicabili. In molti casi, questa consapevolezza è diventata una comoda scusa per tenere nel cassetto un argomento politicamente scomodo per gli stati membri.<br> <br>Le ultime vicende hanno creato una finestra politica per agire, in attesa di una riforma più strutturale. Alcuni paesi, attraverso una cooperazione rafforzata, potrebbero dotarsi di un sistema provvisorio per tenere i valori al centro del dibattito. Questa coalizione di volenterosi – magari guidata dai nordici, molto attenti alla questione – potrebbe decidere di sottoporsi volontariamente ad un meccanismo europeo di monitoraggio riferito a tutti i valori fondamentali enunciati nell’art. 2 TUE. <br> <br>Accettare di rendere queste valutazioni pubbliche creerebbe un effetto reputazione, particolarmente efficace in questo caso. Infatti, compiendo un deciso passo in avanti, il gruppo di “virtuosi” – in questo caso una definizione appropriata, a differenza della retorica fuorviante che da anni caratterizza il dibattito tra debitori e creditori nell’Eurozona – metterebbe pressione non solo a quei paesi più palesemente in violazione, ma anche a quelli che predicano bene, ma, nella sostanza, conservano comportamenti ambigui. Non solo; un monitoraggio trasparente e istituzionalizzato consentirebbe anche un dialogo costante tra istituzioni e paesi membri. <br> <br>Realizzare una simile cooperazione non è scontato: i valori sono tra i temi più delicati, specialmente in una fase in cui la politica è dominata da questioni identitarie. Eppure, le ultime vicende hanno confermato l’inadeguatezza strutturale dell’Unione nel far rispettare i suoi principi fondanti non è più sostenibile. Bisogna agire. Anche perché, se la storia europea recente ha qualche lezione da offrire, guardare dall&#8217;altra parte non fa che peggiorare le cose.</p>
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		<title>Francesco Saraceno: il destino dell’Europa è nelle mani dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 13:20:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un altro Euro è possibile. È questa una delle più profonde convinzioni di Francesco Saraceno, professore di macroeconomia internazionale ed europea alla Luiss di Roma e all’Istituto di studi politici di Parigi. “Più keynesiano di tanti keynesiani”, come ama definirsi, Saraceno crede nel libero mercato, ma è altrettanto convinto del fatto che “non si debba perdere mai di vista l’idea che i mercati non sono perfetti e che c’è un&#8230;</p>
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<p>Un altro Euro è possibile. È questa una delle più profonde convinzioni di Francesco Saraceno, professore di macroeconomia internazionale ed europea alla Luiss di Roma e all’Istituto di studi politici di Parigi. “Più keynesiano di tanti keynesiani”, come ama definirsi, Saraceno crede nel libero mercato, ma è altrettanto convinto del fatto che “non si debba perdere mai di vista l’idea che i mercati non sono perfetti e che c’è un continuo bisogno di intervento dello Stato – anch’esso non perfetto – nel compensare e regolare le dinamiche di mercato”.</p>



<p>Nel suo ultimo saggio &#8211; <a href="https://www.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-riconquista" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“La riconquista. Perché abbiamo perso l’Europa e come possiamo riprendercela”</a> (Luiss University Press) – Saraceno sostiene, che per salvare l’Unione serva una riforma strutturale della moneta unica. In “La riconquista”, Saraceno ripercorre la storia dell’Euro, inserendola in un quadro più ampio, quello del rapporto tra Stato e mercato. Un rapporto che già da qualche tempo aveva bisogno di essere ripensato e che la pandemia ha reso ancora più centrale nel dibattito pubblico e cruciale per il nostro futuro.</p>



<p><strong>A volte si nota una polarizzazione nel dibattito sull’Euro e sull’Europa: c’è chi è ideologicamente contrario, ma anche chi dice che va tutto bene, sempre e comunque. Entrambe le impostazioni sono dannose per l’integrazione europea, perché negando l’esistenza dei problemi si genera diffidenza nelle persone, che finiscono per rivolgersi agli euroscettici. Lei all’inizio del libro parla proprio della “solitudine del riformista”, che è sopraffatto dagli estremi. Perché è così difficile essere riformisti oggi? Perché si è così soli?</strong><br>Proprio perché ci si ritrova schiacciati. Sia chi difende l’Euro – i cantori dello status quo – sia chi lo vorrebbe morto – i sovranisti – sembra condividere un’impostazione di base: l’Euro non può che essere questo; non può cambiare. Di conseguenza, chi è critico di ciò che è stato fatto e di come sono state costruite alcune istituzioni europee, rimane completamente disarmato: se critichi l’Euro vieni subito arruolato nel campo euroscettico. Pensi che all’inizio dei miei interventi, passo il tempo a ripetere che non sono euroscettico: è una maledizione! Chi vuole riformare l’Euro si deve battere con entrambi gli estremi. Da un lato, con chi dice che servono solo aggiustamenti, senza cambiare l’impianto originale e, dall’altro, con chi vuole buttare via tutto e tornare agli stati nazionali. Lo spazio politico per la terza via non esiste. Chi, oggi, ha posizioni politiche che riprendono ciò che facciamo io e qualche scarso manipolo di persone? Nessuno. Sei solo; intellettualmente e politicamente.</p>



<p><strong>Su questa solitudine che è anche politica, va detto che negli ultimi anni, le esperienze politiche che hanno basato la loro azione sulla critica costruttiva, hanno avuto risultati deludenti. Perché non esiste uno spazio politico per la terza via?</strong><br>Se lei si chiede chi sono coloro che in Europa sono arrivati al potere assumendo una posizione critica, noterà che hanno tutti giocato su un’ambiguità nei confronti della moneta unica. Prendiamo Syriza in Grecia, per esempio: fino a quando sono entrati nella stanza dei bottoni, non era chiaro se fossero pro Euro o no. Vale lo stesso discorso per Podemos, in Spagna. Una volta al potere, però, devono fare i conti con il principio di realtà e si accorgono dei costi effettivi di un’uscita dall’Euro: per questo diventano – alcuni a loro malgrado – riformisti. Questo non toglie che per arrivare al potere abbiano usato un approccio politicamente non moderato, che evidentemente nel lungo termine non paga. E ciò è vero sia a destra sia a sinistra: chi è scontento è molto più attratto dallo charme di coloro che propongono di buttare via tutto. Da qui nascono il protezionismo e l’opposizione all’integrazione che, per fortuna, sono declinati diversamente a destra e a sinistra, ma che, di fatto, rispondono alla stessa esigenza.</p>



<p><strong>Da dove deriva questa esigenza?</strong><br>Dal fatto che, come sempre in economia, esiste un problema di vincenti e perdenti. Non tutti hanno vinto nel progetto europeo, così come non tutti hanno vinto nello sviluppo economico degli ultimi trent’anni. C’è una letteratura molto ampia sul tema: Milanovic, Piketty, Atkinson e così via. Da qui deriva anche il fatto che le élite – cioè i vincenti del processo di globalizzazione e di integrazione europea – abbiano poco incentivo a cambiare le cose. E, come dicevo, anche per questo la terza via, la posizione che potremmo chiamare della social-democrazia ha poco spazio.</p>



<p><strong>Torneremo tra un attimo sul discorso di vincenti e perdenti. Restando, invece, sulla posizione riformista, socialdemocratica, o come si preferisce definirla, essa si può fondamentalmente riassumere nella necessità di un affiancamento tra Stato e mercato. Questa idea è uno dei pilastri del suo pensiero e nel suo saggio, lei ripercorre la storia della moneta unica, proprio attraverso le due categorie di Stato e mercato, sottolineando che l’impostazione dell’Euro fu deliberatamente sbilanciata a favore del secondo. Che cosa risponde a chi la critica, sostenendo di aver fatto una ricostruzione troppo caricaturale, che sminuisce gli aspetti più sociali dell’unione monetaria?</strong><br>Rispondo che è vero che esiste un aspetto legato allo stato sociale, la gamba dell’economia sociale di mercato, e che questo elemento è stato presente fin dall’inizio dell’Euro. Tutto questo, però, è vero solo in teoria, e pochissimo in pratica. Dalla metà degli anni novanta in poi, il ruolo dello stato sociale in Europa è stato ridimensionato, con velocità diverse a seconda dei paesi e delle resistenze in ognuno di essi. Ad esempio in Francia, dove vivo, la “diga” si è aperta solo con Macron, prima aveva abbastanza resistito. In generale, dunque, tutto l’aspetto legato all’economia sociale è stato molto messo da parte, per cui, anche se sulla carta esiste, nella realtà è praticamente rimasto lettera morta. Sono anni che sindacati e uomini politici chiedono inascoltati di completare il cosiddetto pilastro sociale dell’Unione europea.</p>



<p><strong>Restiamo sulla genesi della moneta unica. Lei sostiene che l’Euro, così costruito, nasca da un’insolita alleanza tra federalisti e neoliberisti. Come si è creata un’alleanza simile?</strong><br>Dobbiamo prima fare un passo indietro e ricordare che quella era l’epoca in cui trionfava la rivoluzione Reaganiana e della Thatcher, la versione più estrema della contro-rivoluzione neoclassica dopo il periodo keynesiano. L’alleanza è stata una fuga in avanti, un gettare il cuore oltre l’ostacolo per costruire l’Euro, anche se con intenti diversi. I federalisti credevano che creando l’Euro, si sarebbero costruite tutte le istituzioni al contorno – come l’unione fiscale – facendo così il passo decisivo verso un sistema federale. Gli altri, invece, non erano davvero interessati all’evoluzione in senso federale. Vedevano nell’Euro un modo per legare le mani ai governi nazionali e obbligarli a fare le riforme, privandoli di una delle due armi della politica economica – quella monetaria – e vincolando la seconda – quella di bilancio – con il Patto di Stabilità. L’Euro si è fatto consapevolmente in maniera non ottimale, grazie a questa convergenza d’interessi.</p>



<p><strong>Cosa è andato storto?</strong><br>Il progetto federalista è sparito. Allora, l’“egemonia culturale” – espressione cui sono molto affezionato – non era dalla parte dei federalisti, ma da quella di chi sosteneva che il ruolo dello Stato dovesse essere minimo. Lo Stato, secondo loro, doveva limitarsi a creare le regole del gioco per lasciare i mercati completamente liberi di agire, senza provare a interferire con la partita. In quell’ambiente culturale, una volta creato l’Euro, quell’alleanza innaturale ha perso un pezzo &#8211; i federalisti &#8211; che sono diventati un movimento di nicchia, oggi di fatto quasi sparito politicamente. Forse saranno i miei figli a vedere gli Stati Uniti d’Europa; io no di certo.</p>



<p><strong>Se abbiamo perso la spinta “federalista”, diventata utopica, e ci siamo resi conto che è essenziale rifiutare quel determinismo ideologico all’origine di alcuni dei mali della moneta unica, quale è, oggi, il migliore alleato degli europeisti?</strong><br>Guardando puramente al problema di efficacia economica del sistema, dobbiamo provare a replicare quanto più possibile nelle istituzioni esistenti – che non sono federaliste – quei meccanismi che ci farebbero funzionare come una federazione. Ciò che nel libro definisco “federalismo surrogato”.</p>



<p><strong>Può fare degli esempi?</strong><br>Ci sono una serie di cose che si possono fare. Ne cito una: se saremo in grado usarlo con successo, il Fondo per la Ripresa, che oggi è temporaneo e limitato, può diventare l’embrione di una vera politica di bilancio, permanente e condivisa. E sottolineo “condivisa”, non comune, perché quest’ultima implicherebbe l’esistenza di un governo federale. Condivisa, allora, nel senso che si decide insieme e poi ognuno è responsabile di fare a casa propria. Ecco cosa intendo quando parlo di un federalismo surrogato. E questo sarebbe il massimo che possiamo fare, che sono sicuro che funzionerebbe, se ci fosse la volontà politica di metterlo in atto.</p>



<p><strong>Ora vorrei tornare sul discorso dei vincenti e dei perdenti, che mi pare assolutamente centrale per tante delle questioni chiave dell’attuale periodo storico. Molti sostengono che con l’Euro non tutti abbiano vinto. È stato così?</strong><br>Si è provato a dire che l’Europa ci avrebbe resi tutti più forti; tutti, non soltanto alcuni. In questo senso sì, forse c’è stato un errore di narrazione. Ma, attribuire all’Euro la responsabilità della divisione tra vincenti e perdenti dell’integrazione europea è nella migliore delle ipotesi naif, nella peggiore, disonesto intellettualmente. La moneta unica non fa altro che replicare su scala europea una tendenza globale nettissima degli ultimi decenni: l’impoverimento delle classi medie dei paesi avanzati a vantaggio, da un lato delle classi medie dei paesi emergenti, e dall’altro delle élite globali – la famosa “curva dell’elefante” di Milanovic. Tutto ciò va ben oltre il nostro cortile di casa europeo: è fondamentalmente frutto delle politiche che hanno prevalso negli ultimi 30-40 anni e che hanno minimizzato il ruolo dello Stato, sia nel suo ruolo regolatore che ridistributivo. Questo ha fatto sì che nei paesi avanzati aumentassero sia le disuguaglianze dette di mercato, sia quelle ex post, ovvero dopo l’intervento ridistributivo dello Stato. Per questo ci sono vincitori e vinti; non per colpa dell’Euro. Tra l’altro, questo dovrebbe essere l’argomento principale contro i sovranisti, gli euroscettici e tutte le tentazioni di ripetere la Brexit: non puoi sostenere che andandotene dall’Europa le tue classi medie staranno meglio; sono le politiche – e la teoria economica che le giustifica – che devono cambiare, non l’assetto istituzionale.</p>



<p><strong>Restando su vincitori e vinti, spostiamoci dalle persone ai paesi. Con l’avvento dell’Euro, alcuni paesi hanno guadagnato più di altri. Come mai?</strong><br>È il grande tema delle divergenze tra paesi. L’integrazione europea ha amplificato i fenomeni globali di cui parlavo. Nella distribuzione delle catene internazionali del valore alcuni paesi &#8211; o per caso, o per cultura, o per capacità – sono stati capaci di avvantaggiarsi dalla creazione dell’Euro: è il caso della Germania. L’Italia, invece, se da un lato ha avuto un beneficio grazie al risparmio sui tassi di interesse portato dall’Euro, dall’altro si è trovata spiazzata nelle catene del valore, perché non è stata più in grado di essere il fornitore dell’industria manifatturiera tedesca. I paesi dell’Est Europa, non avendo l’Euro, sono diventati subito relativamente molto più economici.</p>



<p><strong>Non è allora un caso se il malcontento nei confronti della globalizzazione tenda a coincidere con l’avversità all’integrazione europea e alla moneta unica, considerando che i due fenomeni condividono principi di fondo e, in un certo senso, si sono influenzati a vicenda…</strong><br>Le élite hanno aderito all’idea che la marea avrebbe fatto salire tutte le barche e quindi hanno chiaramente sottovalutato gli effetti distributivi della globalizzazione e, al suo interno, dell’Euro. Questo non è stato un problema fino al 2008. Fino a quando c’è stata la crescita, vedere parti sempre più ampie della popolazione europea impoverirsi è stato derubricato. Chi era nella stanza dei bottoni ha troppo a lungo trascurato i disequilibri che si stavano creando.</p>



<p><strong>Da qui dove si va?</strong><br>Allargando lo sguardo e guardando al futuro ci si rende conto che il problema non è tanto limitarsi a pensare a quale paese l’Euro abbia portato più vantaggi e a quale meno, ma costruire istituzioni in grado di allineare gli incentivi perché ci sia una convenienza per tutti. Il Fondo per la Ripresa fa esattamente questo. Alla Germania permette di stabilizzare il mercato europeo, divenuto più interessante nel presente contesto di instabilità geopolitica. All’Italia – e agli altri paesi della periferia – consente di finanziare la ripresa a condizioni vantaggiose. Per questo, Next Generation EU – anche se purtroppo è arrivato come conseguenza di una crisi storica – rappresenta quel riallineamento di interessi che può far sperare in un avanzamento del progetto europeo.</p>



<p><strong>In tutto questo, che cosa possiamo fare noi? Quale ruolo per l’Italia?</strong><br>Ora l’Italia, insieme alla Spagna e ai paesi più in difficoltà, ha in mano le chiavi del futuro dell’Unione. Abbiamo avuto una grande apertura di credito – sottolineo “interessata”, perché nessuno ci ha regalato niente – da parte di paesi come la Germania. Abbiamo accesso ad una quantità di risorse significativa, che vanno usate con profitto, non solo per il bene del nostro paese, ma anche per dimostrare che nel negoziato di luglio era il Premier olandese Rutte ad avere torto. Fare di Next Generation EU un successo, toglierebbe la terra sotto i piedi di chi ci ha definito “cicale”. Solo così si potrà riaprire il discorso sulle politiche di bilancio condivise, sugli investimenti comuni e rilanciare l’Unione. L’Italia può fare moltissimo: per se stessa e per l’Europa.</p>



<p><strong>Per rendere Next Generation EU un successo, la Commissione gioca un ruolo cruciale. Ci indebiteremo insieme, ma non potremo spendere le risorse raccolte sui mercati insieme, proprio perché manca una politica di bilancio comune propria di uno Stato federale. In questo senso, piace pensare al ruolo di coordinamento della Commissione come fondamentale anche per assicurare che i 27 piani nazionali non vadano in direzioni troppo diverse, pur rispettando formalmente i criteri. Così si garantirebbe un’ottimizzazione anche in chiave europea della spesa dei singoli Stati membri.</strong><br>Sono molto d’accordo. Al punto che avrei fatto anche un passo in più rispetto al ruolo di coordinamento della Commissione: sarei stato favorevole a un coordinamento tra Stati membri ancora prima del coordinamento della Commissione. Anziché assistere a una gara tra chi pubblica per primo il proprio programma di rilancio, sarebbe stato bello che i 27 piani nazionali fossero stati costruiti e annunciati congiuntamente, dopo aver scritto insieme le parti relative alle sfide europee comuni. E sarebbe stato possibile, perché uno dei “vantaggi” di questa crisi è che tutti abbiamo il ciclo sincronizzato, per cui dobbiamo fare la stessa cosa: spingere sugli investimenti e far ripartire l’economia.</p>



<p><strong>Sempre sulla governance di Next Generation EU, lei che cosa si aspetta dal Consiglio europeo nell’approvazione dei piani? Si tratta di un ruolo più formale per dare l’opportunità ai cosiddetti “frugali” di mostrare ai loro elettori che controllano come spenderemo le risorse o pensa ci saranno conseguenze e blocchi sostanziali, grazie al freno di emergenza aggiunto dai leader durante il summit di luglio?</strong><br>Spero che il Consiglio non si metterà in mezzo e penso che non succederà. La battaglia in Consiglio si è svolta. E non sono d’accordo con chi sostiene che i frugali abbiano vinto. Io penso abbiano perso perché la proposta della Commissione quantitativamente è stata un po’ ridotta, ma qualitativamente è rimasta molto simile. Il Consiglio, è vero, ha un po’ più potere di controllo sull’utilizzo dei fondi, ma in realtà è più una possibilità di accendere i riflettori e, al massimo, ritardare il processo. La valutazione spetta alla Commissione, com’è giusto che sia, essendo essa – non il Consiglio – la guardiana dei Trattati.</p>



<p><strong>Che ne pensa del dibattito relativo alle tempistiche di arrivo dei fondi?</strong><br>Non capisco proprio chi si straccia le vesti sul fatto che i fondi arriveranno a metà 2021. Qui stiamo parlando di un processo lungo, di medio periodo. Al momento abbiamo accesso ai mercati, che sono stracolmi di risparmi, che non sanno dove mettere e sono ben felici di prestarci. E se per caso i mercati dovessero proprio decidere che non siamo affidabili, c’è lo scudo della BCE, almeno fino a metà 2021. Tutta questa urgenza di avere i soldi del Recovery Fund non la vedo. Preferisco che da qui alla primavera prossima ci prendiamo il tempo di preparare progetti ragionevoli per l’Italia, che siano coerenti con gli obiettivi europei, piuttosto che sbrigarci a tirar fuori un piano che magari è incoerente e affastellato. È il momento di prendersi il tempo per fare una cosa seria perché – voglio ripeterlo – c’è in gioco il destino dell’Italia e dell’Europa.</p>
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		<title>Democrazia deliberativa: per battere il populismo bisogna guidare e non inseguire il cambiamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 18:02:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia deliberativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando un personaggio politicamente divisivo come Beppe Grillo parla, si scatenano le tifoserie: visionario illuminato o pericoloso sovversivo, una specie di derby. Reazioni tribali, scontri tra ultrà, barricate: le repliche alla sua sparata sul sorteggio dei parlamentari e verso chi ha cercato di comprenderne le origini confermano che la nostra democrazia arranca. Si scambiano i sintomi del malessere con le sue cause. Quando invece, di fronte a provocazioni così conclamate,&#8230;</p>
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<p>Quando un personaggio politicamente divisivo come Beppe Grillo parla, si scatenano le tifoserie: visionario illuminato o pericoloso sovversivo, una specie di derby. Reazioni tribali, scontri tra ultrà, barricate: le repliche alla sua sparata sul sorteggio dei parlamentari e verso chi ha cercato di comprenderne le origini confermano che la nostra democrazia arranca.</p>



<p>Si scambiano i sintomi del malessere con le sue cause. Quando invece, di fronte a provocazioni così conclamate, servirebbe un dibattito attento e ragionato. Esiste un problema di legittimazione della democrazia rappresentativa? Sì. Se ne discute all’estero? Sì. Quali contromisure si stanno individuando?</p>



<p>In Francia, il dibattito sul “sorteggio” interessa perfino studiosi e accademici. In Irlanda, il referendum sull’aborto è stato preceduto da interessanti forme di sperimentazione di democrazia deliberativa. Nella comunità germanofona del Belgio, è stata di recente formalizzata un’assemblea deliberativa di cittadini sorteggiati a rotazione, divenuta la terza istituzione democratica della regione. In alcuni stati americani, cittadini estratti a sorte deliberano sui pro e i contro di un quesito referendario e le argomentazioni principali vengono inviate a tutti gli elettori prima del voto. Da qualche tempo l’OCSE studia la democrazia deliberativa e ha contato 289 esperienze dal 1986 in poi, di cui il 40% negli ultimi cinque anni. Guidano la classifica Germania e Australia, seguiti da Canada, Danimarca e USA. Dunque, il “vecchio” Occidente.</p>



<p>Tutti impazziti? La verità è che esiste un fraintendimento a monte: la democrazia deliberativa non è, come taluni sostengono a caldo, alternativa a quella parlamentare, ma può esserne complementare, contribuendo a rafforzarla. Il sorteggio, che serve per garantire una maggiore rappresentatività della popolazione e una simile capacità di influenza sulle decisioni, è infatti solo uno degli ingredienti. In pratica, i cittadini estratti a sorte si riuniscono e deliberano, sulla base del rispetto e della comprensione reciproca: comunicano tra loro, ponderando e riflettendo su preferenze, valori e interessi, in merito a problemi comuni.</p>



<p>La democrazia deliberativa non è evidentemente una panacea ma può giocare un ruolo importante per dare un po’ di respiro a democrazie affaticate. L’evidenza mostra che esperienze del genere, se ben progettate, portano maggiore legittimazione, specialmente per le decisioni più complicate, migliorano la fiducia nei governi e nelle istituzioni democratiche, aiutano a contrastare la polarizzazione e la disinformazione. In sintesi, hanno un effetto rigenerante sulla democrazia.</p>



<p>Questo obbiettivo – il rafforzamento di un modello democratico sotto pressione ovunque – non è perseguibile se si rinuncia ad un approccio eziologico ai fenomeni. Senza un’indagine delle cause, infatti, come si può pensare di riconoscere i problemi e proporre alternative più serie ed efficaci rispetto alle proposte di Grillo? Se non ci si apre all’esplorazione di vie nuove e all’uso del pensiero non convenzionale, come si può pretendere di guidare – e non inseguire – il cambiamento? Per battere il populismo, nel campo di gioco bisogna entrare e provare a vincere con la forza delle proprie idee. Rimanere sugli spalti, tifando e gridando, non può avere che un esito: perdere a tavolino.</p>
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		<title>Le ragioni del SI: una piccola riforma, imperfetta, che ha il valore di mettere fine ad una discussione eterna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 10:53:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Camera dei Deputati]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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		<category><![CDATA[Senato della Repubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Michele Bellini e Andrea Lamberti Quale impatto avrà il referendum costituzionale sull&#8217;effettiva qualità della nostra rappresentanza? Molto probabilmente nessuno. Che si passi a 600 parlamentari o si resti agli attuali 945, non cambierà un granché. Non ci hanno, quindi, convinto le tante voci che si sono alzate da entrambi gli schieramenti per raccontare il voto di domenica come una minaccia o come un toccasana per la nostra democrazia. Sarebbe, infatti, semplicistico, se non&#8230;</p>
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<p>di Michele Bellini e Andrea Lamberti<br> <br>Quale impatto avrà il referendum costituzionale sull&#8217;effettiva qualità della nostra rappresentanza? Molto probabilmente nessuno. Che si passi a 600 parlamentari o si resti agli attuali 945, non cambierà un granché. Non ci hanno, quindi, convinto le tante voci che si sono alzate da entrambi gli schieramenti per raccontare il voto di domenica come una minaccia o come un toccasana per la nostra democrazia. Sarebbe, infatti, semplicistico, se non addirittura preoccupante, pensare che basti cambiare il numero degli eletti per incidere così tanto sulla qualità di un sistema democratico.<br> <br>È da questa considerazione che partiamo per motivare il nostro SI al voto di domenica, convinti che il miglioramento della nostra democrazia e della qualità della rappresentanza – di cui abbiamo un disperato bisogno – non possa avvenire senza che prima il sistema politico abbia riconquistato credibilità.<br> <br>Una credibilità perduta dopo anni di promesse, fatte perché convenienti in termini di consenso, ma non mantenute perché considerate lesive dei propri interessi. Sono, infatti, almeno quarant’anni – dunque da ben prima dell’avvento del “populismo” – che circola l’idea di ridurre il numero di parlamentari. Poco importa il tipo di elettorato, il colore politico o le motivazioni di fondo, la diminuzione dei seggi a Montecitorio e Palazzo Madama si è trasformata negli anni in uno di quegli argomenti “sicuri”, che non fanno perdere voti, poiché godono di un sostegno popolare largo e trasversale. Parlarne è diventato un po’ come ribadire “l’importanza dei giovani” o la necessità di “fare le riforme”: formule sentite troppe volte, senza poi vedere risultati concreti.<br> <br>Oggi si presenta l’opportunità di interrompere questo meccanismo dannoso e, così facendo, avviare un cammino di miglioramento della nostra democrazia rappresentativa. Una piccola riforma, sicuramente imperfetta, ma che ha il valore di mettere fine ad una discussione eterna. Anche questo è un punto cruciale: la politica deve imparare che non esistono solo le scadenze elettorali, ma anche quelle relative agli impegni presi. E, come per qualsiasi altra attività lavorativa, quando non si vedono i risultati, si perde credibilità. Non solo; se prendi un impegno e non lo realizzi, si crea un vuoto. E in politica ogni vuoto, prima o poi, viene colmato.</p>
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		<title>Effetto BoJo: chi snobba i populisti lo è a sua volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2020 13:49:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«What if Johnson means it?» Così titolava una recente newsletter di Bloomberg. Già, e se davvero il Premier britannico facesse sul serio? Se l’ipotesi di un’uscita senza accordo, rimangiandosi il trattato di recesso già firmato con l’UE, non fosse un bluff? Sono quesiti fondamentali, che dovrebbero guidare l’analisi dei fenomeni cosiddetti “populisti” di questa fase storica, per evitare ogni volta di essere impreparati quando ciò che è considerato assurdo, stupido o&#8230;</p>
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<p>«What if Johnson means it?» Così titolava una recente newsletter di Bloomberg. Già, e se davvero il Premier britannico facesse sul serio? Se l’ipotesi di un’uscita senza accordo, rimangiandosi il trattato di recesso già firmato con l’UE, non fosse un bluff? Sono quesiti fondamentali, che dovrebbero guidare l’analisi dei fenomeni cosiddetti “populisti” di questa fase storica, per evitare ogni volta di essere impreparati quando ciò che è considerato assurdo, stupido o perfino impossibile finisce per verificarsi.</p>



<p>Negli ultimi anni abbiamo assistito a una pericolosa tendenza a sottovalutare annunci e intenzioni di questi leader, liquidandoli come bluff o strategie per attrarre consenso, che non si sarebbero avverate. Talvolta è effettivamente così, ma in molti altri casi scartare ipotesi, perché ritenute impossibili, ha avuto conseguenze nefaste. Va ricordato, infatti, che proprio a partire dal referendum su Brexit del giugno 2016, l’impossibile è accaduto più volte, generando ogni volta uno stupore pari solo all’impreparazione delle reazioni.&nbsp;</p>



<p>Stupore e impreparazione, frutto della miopia del pensiero mainstream nel faticare a concepire qualcosa di troppo distante dalla propria visione del mondo. E non si tratta di un giudizio di merito rispetto a visioni del mondo alternative, ma semplicemente di ammetterne l’esistenza e la plausibilità.&nbsp;</p>



<p>Se i terremoti politici degli ultimi anni non fossero bastati a sottolineare questa necessità, è arrivata anche una pandemia che dovrebbe aver rafforzato il messaggio: serve una rivoluzione nel nostro pensiero strategico. Non si può snobbare nulla e nessuno. Serve espandere il reame delle possibilità e non scartare nessuno scenario.&nbsp;</p>



<p>Tornando a Brexit, è da più di un anno, cioè da quando Boris Johnson – e con lui i più strenui sostenitori di una Hard Brexit – ha preso il controllo del Partito Conservatore e del governo, che le priorità di Londra sono chiare: far nascere una Global Britain.&nbsp;</p>



<p>Chiunque lo scorso anno avesse letto l’accordo e osservato il contesto, non avrebbe potuto non concludere che si trattava di un modo per uscire dal complicato stallo che si era creato. E ciò semplicemente rimandando &#8211; non risolvendo &#8211; il trilemma madre di Brexit. Cioè che il piano dei Leavers di una cooperazione leggera con l’UE, la necessità di mantenere invisibile il confine tra le due Irlande e l’integrità del mercato interno del Regno Unito non possono coesistere.&nbsp;</p>



<p>Ecco perché accanto al giusto e legittimo sdegno davanti al comportamento britannico, che di fatto mina il fondamento delle relazioni internazionali, è fondamentale prendere sul serio l’evenienza che tutto ciò non sia un semplice bluff. Perché anche derubricare a boutade alcuni scenari significa rifiutare la complessità della realtà. Sì, significa dopotutto essere populista.&nbsp;</p>
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		<title>Brexit: lo strano caso dei “liberisti-statalisti”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2020 10:33:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che stiamo vivendo un cambiamento d’epoca è ormai indubbio. Allora, può capitare di vedere che il paese e il partito che con Margaret Thatcher hanno animato e promosso più di ogni altro il liberismo economico, pretendano di avere le mani libere di intervenire nella propria economia niente meno che attraverso gli aiuti di stato, minacciando di cambiare unilateralmente il trattato di recesso dall’UE ratificato meno di un anno fa. Una&#8230;</p>
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<p>Che stiamo vivendo un cambiamento d’epoca è ormai indubbio. Allora, può capitare di vedere che il paese e il partito che con Margaret Thatcher hanno animato e promosso più di ogni altro il liberismo economico, pretendano di avere le mani libere di intervenire nella propria economia niente meno che attraverso gli aiuti di stato, minacciando di cambiare unilateralmente il trattato di recesso dall’UE ratificato meno di un anno fa. Una mossa senza precedenti, non a caso stigmatizzata, fin dai primi retroscena circolati ieri, dai vertici dell’Unione, Ursula von der Leyen in primis.</p>



<p>E’ l’ultimo colpo di scena della vicenda Brexit, che ieri ha mandato in agitazione Bruxelles e le capitali europee in vista della ripresa, oggi, dei negoziati per cercare di arrivare ad un accordo sulla futura relazione commerciale tra UE e Regno Unito. E a giudicare dalle ultime mosse britanniche, rafforzate ieri dalle parole del Premier Boris Johnson, la possibilità di un’uscita senza accordo è tutt’altro che inesistente; scenario ambito dai sostenitori di un pieno recupero della sovranità.</p>



<p>Sarebbe un grave errore liquidare strategie e ambizioni di Johnson come una mera deriva populista. A Downing Street c’è la consapevolezza che il distacco dall’UE comporterà un costo nell’immediato, ma ciò è accettato come il prezzo del cambiamento. Un disegno rischioso, perché tra i tanti effetti collaterali potrebbe finire il già fragile processo di pace in Irlanda del Nord. Rischioso, ma necessario secondo gli ideologi della Hard Brexit, vista la posta in gioco: ridare al Regno Unito – più precisamente, all’Inghilterra – un ruolo globale.</p>



<p>Come? Attraverso un regime di scambi commerciali con tutto il mondo e creando un ambiente estremamente favorevole alle imprese. E se ai tempi dell’Impero a trainare l’economia era lo scambio di merci, oggi sono capitali finanziari e nuove tecnologie. Mentre in ambito finanziario il Regno Unito può già vantare un’ottima posizione nell’arena competitiva globale grazie alla City, non si può dire lo stesso per quello tecnologico. Ambito, questo, in cui anche il Regno Unito soffre dell’ormai noto male europeo della mancanza di Big Tech di bandiera.</p>



<p>Qui capiamo la centralità degli aiuti di stato nei negoziati. Secondo alcuni commentatori, infatti, l’ossessione sull’indipendenza di Londra sugli aiuti di stato sarebbe giustificata anche dalla necessità di costruire una leadership tecnologica attraverso politiche industriali particolarmente interventiste per colmare il ritardo accumulato. Qualcosa di incompatibile con un legame troppo stretto con la politica europea di concorrenza, annoverata, tra l’altro, tra le ragioni del ritardo tecnologico.</p>



<p>Ancora una volta Brexit offre uno spunto di riflessione sulle questioni chiave di questa fase storica. Cambia il mondo, cambiano le necessità e, con essi, si fa sempre più urgente un ri-orientamento del ruolo dello Stato, per essere all’altezza delle nuove sfide. Così, si apre una nuova competizione anche tra forze politiche e tra modelli statali, su chi sarà il migliore interprete delle evoluzioni in atto. E l’Europa non può stare a guardare.</p>
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		<title>Shiv Someshwar: sviluppo sostenibile per non dover scegliere tra crescita e ambiente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2020 16:05:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Shivsharan Someshwar – “Shiv” come preferisce lui – collabora con le Nazioni Unite per la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e da decenni si occupa di sviluppo sostenibile e cambiamento climatico. Indiano di origine, professore alla Columbia University di New York e all’Istituto di Studi Politici di Parigi, può vantare una prospettiva davvero globale su un tema fondamentale per il nostro futuro, riguardo cui è convinto sia necessaria “una&#8230;</p>
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<p>Shivsharan Someshwar – “Shiv” come preferisce lui – collabora con le Nazioni Unite per la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e da decenni si occupa di sviluppo sostenibile e cambiamento climatico. Indiano di origine, professore alla Columbia University di New York e all’Istituto di Studi Politici di Parigi, può vantare una prospettiva davvero globale su un tema fondamentale per il nostro futuro, riguardo cui è convinto sia necessaria “una rivoluzione nel nostro modo di pensare”.</p>



<p><strong>Oggi lo sviluppo sostenibile è – fortunatamente &#8211; tra gli argomenti più discussi e dibattuti. Di conseguenza, l’espressione “sviluppo sostenibile” è ampiamente utilizzata. Lei che se ne occupa da più di venticinque anni, può aiutarci a capire meglio di cosa parliamo esattamente?</strong><br>Partirei dal chiarire che cosa non è lo sviluppo sostenibile! Non è avere crescita economica prima e, sostenibilità ambientale dopo. Non si tratta nemmeno di incentivare grandi guadagni per pochi e sperare che nel tempo si traducano in un rivolo di benefici economici per il resto dei cittadini. Sviluppo sostenibile non è solo garantire una durabilità ambientale; non è l’assoluto controllo da parte dello Stato sui processi economici, ma nemmeno un meccanismo governato solamente dal mercato. Uno degli errori di rappresentazione di maggior successo è che lo sviluppo sostenibile sia vantaggioso per tutti; che non esistano perdenti. Non è così. Ogni azione collettiva ha vincitori e vinti. È essenziale capire quali sono le persone, comunità o società che perdono, e perché così da agire di conseguenza: proteggere i più vulnerabili e regolare gli eccessi dei vincitori.</p>



<p><strong>Dunque, che cos’è lo Sviluppo Sostenibile?</strong><br>Coinvolge quattro dimensioni, tutte importanti per persone e società, indipendentemente da dove si trovino. La prima riguarda istituzioni e processi, cioè il modo in cui gestiamo la nostra vita collettiva: si tratta sia di un mezzo per raggiungere uno sviluppo sostenibile che di un fine in sé per assicurare la pace, la sicurezza e la prosperità di tutti. Le altre tre dimensioni sono crescita economica, durabilità ambientale e inclusione sociale. É fondamentale che tutte e tre siano garantite contemporaneamente, e non portate avanti una prima di un’altra. Ed è questo che rende lo sviluppo sostenibile una sfida così complessa che da una parte è percepita come una minaccia da persone e aziende che stanno realizzando enormi guadagni e, dall’altra, come una promessa per le tante comunità che sono state economicamente o socialmente emarginate o che vivono in condizioni ambientali precarie. Lo sviluppo sostenibile richiede una rivoluzione nel nostro modo di pensare al cosa, al perché e al come.</p>



<p><strong>La pandemia ha avuto drammatici impatti economici sulla società, colpendo le fasce più vulnerabili della popolazione, oltre che determinando un crollo delle entrate dei governi. Se molti leader sostengono che l’aumento dell’occupazione dovrebbe essere al centro degli sforzi pubblici, molti altri, al contrario, affermano che è la sostenibilità ambientale, per via del suo impatto sull’intera umanità, a dover essere affrontata per prima. Cosa ne pensa di questa tensione che si sta manifestando in molti paesi dell&#8217;UE e a livello internazionale?</strong><br>Che entrambi gli approcci sono sbagliati!</p>



<p><strong>Ci spieghi.</strong><br>È un modo di ragionare a comportamenti stagni, che considera la crescita economica e la sostenibilità ambientale come elementi separati e che suggerisce che la cosa importante sia quale dei due debba venire prima . Per gli ambientalisti, vengono prima natura e processi ambientali, che devono essere protetti dalla devastazione a tutti i costi. Per i sostenitori della crescita economica, invece, la priorità va data agli standard di vita delle persone. Questa è una dicotomia fuorviante, anche se ampiamente condivisa, che esiste da un po’ di tempo, soprattutto tra gli &#8220;esperti&#8221; e che sta ricevendo maggiore attenzione a causa delle urgenze economiche e sanitarie imposte dalla pandemia.</p>



<p><strong>Allora quale è la maniera migliore di guardare a queste due dimensioni, quella economica e quella ambientale?</strong><br>Concentrandosi sulla loro relazione: cosa speriamo di guadagnare con una e a quale costo per l&#8217;altra? Quali le probabili perdite a breve e lungo termine? Per chi e dove? Spazio e tempo sono elementi fondamentali nel rapporto tra economia e ambiente. Lo spazio ci aiuta a pensare alle regioni e alle persone colpite (e in che modo) in maniera completa, invece di limitarsi a guardare solo valori medi. Il tempo permette di alzare lo sguardo dal contingente e ad impegnarci ancora di più.</p>



<p><strong>In concreto, come ragionare in termini di spazio e tempo può aiutarci?</strong><br>Questi fattori ci mettono in guardia su un aspetto importante dello sviluppo sostenibile: la longevità dei nostri successi e le sfide che probabilmente dovranno essere affrontate nel presente e nel prossimo futuro. Ad esempio, se consideriamo la durabilità ambientale un lusso in questi tempi di pandemia, e promuoviamo la trivellazione petrolifera nell&#8217;Artico, o sovvenzioniamo la produzione di elettricità alimentata a carbone, quali saranno i probabili impatti ambientali in futuro? Quanto consistenti? Supererebbero un certo valore soglia, causando danni che potrebbero essere relativamente permanenti? E, altrettanto importante, su “chi” avrebbero un impatto? Quali sarebbero i costi sanitari dell&#8217;inquinamento provocato dalla combustione del carbone tra anziani e bambini? Le famiglie che probabilmente saranno colpite erano d’accordo con quelle decisioni?</p>



<p><strong>Molto chiaro! Adesso vorrei spostare la sua attenzione sull’Unione europea e la sua decisione di mettere in primo piano lo Sviluppo sostenibile attraverso il Green Deal. Pensa che la pandemia e la necessità di una rapida ripresa economica costituiscano una minaccia per le ambizioni verdi dell&#8217;UE?</strong><br>La decisione coraggiosa dell&#8217;UE di attenersi al Green Deal e di puntare ancora più in alto merita un plauso. Un punto chiave del programma del Green Deal europeo e che a causa della pandemia richiede maggiore riflessione e risorse, riguarda la &#8220;transizione giusta&#8221;. Questa espressione inizialmente si riferisce alla transizione verso la neutralità rispetto ai combustibili fossili. A causa della pandemia e del suo impatto sociale, dobbiamo espanderla al di là delle questioni climatiche e includere le implicazioni delle voragini delle disparità economiche e sociali. Altrimenti facciamo il gioco di coloro che dipingono il Green Deal come un modo per privilegiare le questioni “verdi” sulle condizioni materiali delle persone. Quello che sto dicendo è che la “transizione giusta” deve essere assolutamente fedele allo sviluppo sostenibile, per aiutarci a superare la visione binaria &#8211; di “economico” e di “verde” – propria della vecchia normalità.</p>



<p><strong>Parlando della &#8220;vecchia normalità&#8221;: come conseguenza della pandemia, vede un cambiamento di paradigma nei nostri modelli di società e sviluppo?</strong><br>La domanda pone l&#8217;accento sul &#8220;cambio di paradigma&#8221;. Anche se il cambiamento è una certezza, parlare di cambio di paradigma potrebbe essere eccessivo. L&#8217;aspetto dominante del nostro paradigma di sviluppo è la centralità umana, e non mi aspetto che questo cambi. Non penso che siamo pronti ad abbracciare l&#8217; “ecologia profonda” di Arne Naess nei nostri programmi e attività di sviluppo. Per quanto desiderabile, è improbabile che la reazione alla pandemia sia ri-orientare le nostre azioni pubbliche e private mettendo fine alla centralità degli esseri umani e dando pari diritti a tutte le forme viventi e non viventi.</p>



<p><strong>Significa che torneremo alla vecchia normalità?</strong><br>No! La &#8220;vecchia normalità&#8221; funzionava solo per una minoranza della popolazione. Per la maggior parte delle persone, delle culture e dell&#8217;ambiente, era molto anormale! Come si può accettare un sistema che, ad esempio, premia i rendimenti astronomici di pochi quando ci sono molti disperati ad un passo dal perdere tutto? Basta guardare cosa sta succedendo a tutti i principali mercati azionari negli ultimi mesi, mentre l&#8217;umanità sta lottando contro la pandemia. L&#8217;attuale “esuberanza” del mercato azionario non ha alcuna relazione con il crollo dei livelli di occupazione e la crescente miseria sociale. Come può essere moralmente &#8220;normale&#8221; questo?</p>



<p><strong>Cosa possiamo fare allora?</strong><br>Dobbiamo prendere sul serio quanto concordato collettivamente. Già nel 1995, più di 193 paesi, compresa l&#8217;Italia, hanno firmato l&#8217;Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Era una promessa di impegno per la prosperità economica di tutti nel presente e nel futuro. Una promessa di inclusione sociale per non lasciare indietro nessuno, per mettere fine alla povertà e ridurre la vulnerabilità delle popolazioni più marginali. Una promessa di durevolezza ambientale. Dovremmo esigere dai nostri leader decisioni che promuavono lo Sviluppo sostenibile. Abbiamo certamente bisogno di nuovi approcci: piuttosto che l’economia dell’efficienza, dovremmo cercare di massimizzare il benessere di tutti, a tutte le latitudini e per tutte le etnie. Dobbiamo esaminare le nostre priorità e programmi, sia di ciò che finanziamo che di ciò che sovvenzioniamo. Un buon inizio sarebbe interrogare gli esperti sui modelli e le teorie, e insistere per questo percorso diverso, per sostenere il benessere di tutti.</p>



<p><strong>Il cambiamento climatico riguarda tutti noi e per questo c’è una legittima richiesta da parte dei cittadini di contribuire ai processi decisionali su un tema così cruciale per il nostro futuro. Contemporaneamente, però, ne abbiamo vista l’alta complessità tecnica. C&#8217;è una contraddizione?</strong><br>La libertà di partecipare al processo decisionale collettivo è un valore che incoraggiamo nelle democrazie. Tuttavia, molte decisioni richiedono conoscenze specialistiche che non sono comunemente condivise dalla società in generale. Effettivamente è proprio il caso del cambiamento climatico. Sappiamo che le attività umane stanno creando le condizioni che portano a cambiamenti drammatici nel nostro clima; le nostre decisioni stanno portando a una produzione sempre maggiore di gas serra. Allo stesso tempo, ci sono molte possibilità per ridurre le emissioni. Le decisioni riguardano non solo questioni tecniche, ma richiedono anche la conoscenza delle probabili perturbazioni economiche, degli impatti sociali e delle ricadute politiche.</p>



<p><strong>Può farci degli esempi?</strong><br>Sicuro! Abbiamo i mezzi tecnologici per catturare il carbonio dall&#8217;aria e immagazzinarlo sottoterra (o anche sotto il mare) in &#8220;pozzi di carbonio&#8221;. Per molti esperti, le principali sfide principali di questi pozzi sono tecniche come, ad esempio, decidere tra la riduzione del fabbisogno energetico o il miglioramento della loro sicurezza a lungo termine. Tuttavia, dobbiamo anche considerare altri aspetti: quali sono le conseguenze di questi pozzi per le persone? Disincentiverebbero gli sforzi nella riduzione delle emissioni di carbonio? Quanto vicino a un’area urbana potrebbero essere installati? Quali processi sono più adatti in un dato ecosistema? E così via. Questo per dire che le decisioni sul serbatoio di carbonio sono anche intimamente legate al diritto delle persone di comprendere una serie di questioni tecniche, ecologiche, economiche e sociali. Piuttosto che una contraddizione, riunire esperti e laici è un elemento fondamentale per una leadership.</p>



<p><strong>Come andrebbe affrontato?</strong><br>Continuano a esserci pressioni per limitare il processo decisionale a pochi, lontano dalla partecipazione pubblica. Ci sono anche spinte per ignorare la scienza e appoggiarsi all’innata saggezza della folla. Entrambe sono scorciatoie per il disastro. Sebbene la fiducia nella conoscenza degli esperti sia importante, dovrebbe essere all&#8217;interno di un quadro che potremmo definire di &#8220;fiducia con verifica”, perché mettere in discussione la conoscenza e i processi scientifici è sano, per evitare che restino su torri d&#8217;avorio. Scienziati ed esperti spesso hanno un atteggiamento di presunzione, che è ingiustificato. L&#8217;impegno attivo di esperti e cittadini, sul cosa, il perché, e il come è segno di buona salute in una società della conoscenza. Dobbiamo richiamare i nostri leader a farsi carico di un sistema del genere, fatto di coinvolgimento attivo nel processo decisionale pubblico.</p>



<p><strong>In Italia, a seguito della pandemia, si discute sulle opportunità offerte dal lavoro da remoto. In particolare, questa potrebbe essere parte di una strategia per mitigare fenomeni come la fuga di cervelli dal Mezzogiorno, l&#8217;abbandono delle aree rurali, e anche riequilibrare il rapporto tra centri urbani e periferie. Che idea si è fatto su questo?</strong><br>Mi permetta di essere provocatorio. Sì, la pandemia, con il suo terribile costo in termini di vite umane, è assolutamente il momento giusto per re-immaginare il nostro futuro collettivo. Da un lato, il lavoro a distanza consente la disconnessione geografica tra lavoro e non-lavoro, perché consente alle persone &#8211; sottolineerei, soprattutto ai colletti bianchi &#8211; di essere lontane dal luogo di lavoro. Se questo modello dovesse prendere piede, per esempio, tra gli architetti e gli analisti finanziari, sembrerebbe positivo, perché offrirebbe a chi lavora sodo una tregua da una vita in condizioni affollate. Ma dobbiamo considerare anche gli impatti su larga scala.</p>



<p><strong>Quali sarebbero?</strong><br>Se decine di migliaia di aziende si dedicano al lavoro a distanza, pensiamo ai probabili impatti sulle entrate dei comuni! In che modo un calo delle entrate locali – o addirittura l&#8217;incertezza sulla loro raccolta – influirebbe sui servizi urbani alle famiglie che non hanno il lusso di lavorare a distanza? Quali probabili impatti su teatri, parchi e ristoranti &#8211; essenziali per una “buona” vita (urbana)? Ancora; che cosa obbligherebbe i datori di lavoro ad assumere solo a livello nazionale? Perché non assumere – a parità di competenze &#8211; da altre parti d&#8217;Europa, o anche da tutto il mondo, se questo significa abbassare i costi? Il lavoro a distanza è uno strumento a doppio taglio, da usare con cura. La mia principale preoccupazione è l&#8217;impatto a lungo termine sulla politica di un lavoro a distanza “di massa”; dobbiamo ancora comprenderlo appieno. Quali impatti sulla vita politica di città, regioni e nazioni? Gli spazi del vivere con le loro dense interazioni intorno alla quotidianità domestica e lavorativa rendono possibile l&#8217;appartenenza condivisa a una comunità politica e, all’interno di questa, anche l’impegno in una lotta collettiva per un futuro migliore. Qualsiasi altra cosa è una sorta di esistenza semi-scollegata, senza ormeggi, transitoria, da relitti della globalizzazione e precursori del tribalismo del 21° secolo.</p>
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