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	<title>Consiglio Europeo Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Consiglio Europeo Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>L&#8217;Europa sociale deve diventare bene comune europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 09:37:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Migliorare e rafforzare il modello sociale europeo. Questa è una delle priorità della presidenza portoghese del Consiglio UE, che il primo gennaio ha raccolto il testimone dalla Germania. Appuntamento chiave il 7 maggio&#160;a Porto,&#160;con&#160;il&#160;Social Summit che ambisce a&#160;ridare slancio alla dimensione sociale dell’Unione. Una necessità attesa da tempo, che la pandemia ha reso presupposto indispensabile per la sostenibilità del processo di integrazione. Il Covid ha da un lato accelerato cambiamenti&#8230;</p>
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<p>Migliorare e rafforzare il modello sociale europeo. Questa è una delle priorità della presidenza portoghese del Consiglio UE, che il primo gennaio ha raccolto il testimone dalla Germania. Appuntamento chiave il 7 maggio&nbsp;a Porto,&nbsp;con&nbsp;il&nbsp;Social Summit che ambisce a&nbsp;ridare slancio alla dimensione sociale dell’Unione. Una necessità attesa da tempo, che la pandemia ha reso presupposto indispensabile per la sostenibilità del processo di integrazione.</p>



<p>Il Covid ha da un lato accelerato cambiamenti già in atto: penso ad esempio alla pervasività delle nuove tecnologie, al bisogno di rinnovamento della democrazia o al legame indissolubile tra protezione ambientale, benessere e giustizia sociale. Dall’altro, la pandemia ha creato sfide inedite che vanno al cuore degli spazi e tempi della quotidianità, dalle abitudini di consumo alle modalità di organizzazione ed esecuzione del lavoro.</p>



<p>La velocità di questi cambiamenti impone un urgente ripensamento del contratto sociale alla base delle comunità, specie attraverso un rinnovamento quantitativo e qualitativo dei diritti sociali dei cittadini. Vanno rinnovati i modelli di&nbsp;welfare che rendono tali diritti tangibili e fruibili. E i diritti sociali – dall’istruzione alla protezione dei lavoratori, dagli ammortizzatori sociali alla sanità, dalle pari opportunità alla tutela dei più deboli – sono tanto più indispensabili quanto più rapide e profonde sono le trasformazioni. In questo senso, un nuovo welfare è precondizione per gestire gli effetti redistributivi che accompagnano fenomeni di simile portata.</p>



<p>Nel mercato unico, il ripensamento del welfare deve avvenire a livello nazionale ma anche comunitario, in una logica complementare, non certo sostitutiva. Mentre il welfare state “nazionale” dovrebbe concentrarsi su diritti sociali ancora fortemente legati alla territorialità, il pilastro sociale europeo dovrebbe occuparsi di quegli ambiti dove è indispensabile regolare le esternalità negative generate dalle interdipendenze. Verde e digitale sono due esempi chiari di aree su cui costruire una solida dimensione sociale comunitaria.</p>



<p>A ben vedere, negli ultimi decenni proprio il mancato sviluppo del pilastro sociale ha contribuito al malcontento verso l’integrazione europea. Ciò non solo per motivi strutturali &#8211; il sociale rimane prevalentemente una prerogativa nazionale – ma anche per scelte politiche che l’hanno relegato in secondo piano. Flessibilizzazione, liberalizzazione, concorrenza e disciplina di bilancio necessarie per l’integrazione economica, non sono state integrate da un altrettanto robusta dimensione sociale. Da qui il non casuale rifiuto della&nbsp;globalizzazione sregolata che ha finito per investire anche l’UE.</p>



<p>L’essenza dell’economia sociale di mercato è la coesistenza tra flessibilità e sicurezza, tra apertura e protezione. Un equilibrio vitale al supporto per l’integrazione comunitaria come ha ricordato Jacques Delors nel 2016: “se la politica europea mette in pericolo la coesione e sacrifica gli standard sociali, non c&#8217;è possibilità per il progetto europeo di raccogliere il sostegno dei cittadini europei”. Visto in questa accezione, il rafforzamento del modello sociale europeo equivale a un rinvigorimento della democrazia in UE. Una democrazia che funziona ha una forte dimensione sociale: è lo spazio della redistribuzione, della solidarietà e della tutela dei diritti.</p>



<p>Viviamo tempi di profonda trasformazione. Il fondo SURE,&nbsp;Next Generation EU&nbsp;e in generale tutto il 2020 in UE hanno dimostrato che i dogmi appartengono alla religione, non alla politica. Sono caduti tanti tabù e l’impossibile è diventato possibile. Nulla è ineluttabile. Per questo i mesi a venire sono decisivi per un cambio di paradigma che rimetta al centro il modello sociale europeo. Accanto all’Europa della pace, della prosperità e delle libertà, l’Europa sociale deve diventare un bene comune europeo. Solo così si potrà realizzare la Next Generation EU, un’UE davvero di nuova generazione, all’altezza delle sfide di questo secolo.</p>
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		<title>Francesco Saraceno: il destino dell’Europa è nelle mani dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 13:20:38 +0000</pubDate>
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<p>Un altro Euro è possibile. È questa una delle più profonde convinzioni di Francesco Saraceno, professore di macroeconomia internazionale ed europea alla Luiss di Roma e all’Istituto di studi politici di Parigi. “Più keynesiano di tanti keynesiani”, come ama definirsi, Saraceno crede nel libero mercato, ma è altrettanto convinto del fatto che “non si debba perdere mai di vista l’idea che i mercati non sono perfetti e che c’è un continuo bisogno di intervento dello Stato – anch’esso non perfetto – nel compensare e regolare le dinamiche di mercato”.</p>



<p>Nel suo ultimo saggio &#8211; <a href="https://www.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-riconquista" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“La riconquista. Perché abbiamo perso l’Europa e come possiamo riprendercela”</a> (Luiss University Press) – Saraceno sostiene, che per salvare l’Unione serva una riforma strutturale della moneta unica. In “La riconquista”, Saraceno ripercorre la storia dell’Euro, inserendola in un quadro più ampio, quello del rapporto tra Stato e mercato. Un rapporto che già da qualche tempo aveva bisogno di essere ripensato e che la pandemia ha reso ancora più centrale nel dibattito pubblico e cruciale per il nostro futuro.</p>



<p><strong>A volte si nota una polarizzazione nel dibattito sull’Euro e sull’Europa: c’è chi è ideologicamente contrario, ma anche chi dice che va tutto bene, sempre e comunque. Entrambe le impostazioni sono dannose per l’integrazione europea, perché negando l’esistenza dei problemi si genera diffidenza nelle persone, che finiscono per rivolgersi agli euroscettici. Lei all’inizio del libro parla proprio della “solitudine del riformista”, che è sopraffatto dagli estremi. Perché è così difficile essere riformisti oggi? Perché si è così soli?</strong><br>Proprio perché ci si ritrova schiacciati. Sia chi difende l’Euro – i cantori dello status quo – sia chi lo vorrebbe morto – i sovranisti – sembra condividere un’impostazione di base: l’Euro non può che essere questo; non può cambiare. Di conseguenza, chi è critico di ciò che è stato fatto e di come sono state costruite alcune istituzioni europee, rimane completamente disarmato: se critichi l’Euro vieni subito arruolato nel campo euroscettico. Pensi che all’inizio dei miei interventi, passo il tempo a ripetere che non sono euroscettico: è una maledizione! Chi vuole riformare l’Euro si deve battere con entrambi gli estremi. Da un lato, con chi dice che servono solo aggiustamenti, senza cambiare l’impianto originale e, dall’altro, con chi vuole buttare via tutto e tornare agli stati nazionali. Lo spazio politico per la terza via non esiste. Chi, oggi, ha posizioni politiche che riprendono ciò che facciamo io e qualche scarso manipolo di persone? Nessuno. Sei solo; intellettualmente e politicamente.</p>



<p><strong>Su questa solitudine che è anche politica, va detto che negli ultimi anni, le esperienze politiche che hanno basato la loro azione sulla critica costruttiva, hanno avuto risultati deludenti. Perché non esiste uno spazio politico per la terza via?</strong><br>Se lei si chiede chi sono coloro che in Europa sono arrivati al potere assumendo una posizione critica, noterà che hanno tutti giocato su un’ambiguità nei confronti della moneta unica. Prendiamo Syriza in Grecia, per esempio: fino a quando sono entrati nella stanza dei bottoni, non era chiaro se fossero pro Euro o no. Vale lo stesso discorso per Podemos, in Spagna. Una volta al potere, però, devono fare i conti con il principio di realtà e si accorgono dei costi effettivi di un’uscita dall’Euro: per questo diventano – alcuni a loro malgrado – riformisti. Questo non toglie che per arrivare al potere abbiano usato un approccio politicamente non moderato, che evidentemente nel lungo termine non paga. E ciò è vero sia a destra sia a sinistra: chi è scontento è molto più attratto dallo charme di coloro che propongono di buttare via tutto. Da qui nascono il protezionismo e l’opposizione all’integrazione che, per fortuna, sono declinati diversamente a destra e a sinistra, ma che, di fatto, rispondono alla stessa esigenza.</p>



<p><strong>Da dove deriva questa esigenza?</strong><br>Dal fatto che, come sempre in economia, esiste un problema di vincenti e perdenti. Non tutti hanno vinto nel progetto europeo, così come non tutti hanno vinto nello sviluppo economico degli ultimi trent’anni. C’è una letteratura molto ampia sul tema: Milanovic, Piketty, Atkinson e così via. Da qui deriva anche il fatto che le élite – cioè i vincenti del processo di globalizzazione e di integrazione europea – abbiano poco incentivo a cambiare le cose. E, come dicevo, anche per questo la terza via, la posizione che potremmo chiamare della social-democrazia ha poco spazio.</p>



<p><strong>Torneremo tra un attimo sul discorso di vincenti e perdenti. Restando, invece, sulla posizione riformista, socialdemocratica, o come si preferisce definirla, essa si può fondamentalmente riassumere nella necessità di un affiancamento tra Stato e mercato. Questa idea è uno dei pilastri del suo pensiero e nel suo saggio, lei ripercorre la storia della moneta unica, proprio attraverso le due categorie di Stato e mercato, sottolineando che l’impostazione dell’Euro fu deliberatamente sbilanciata a favore del secondo. Che cosa risponde a chi la critica, sostenendo di aver fatto una ricostruzione troppo caricaturale, che sminuisce gli aspetti più sociali dell’unione monetaria?</strong><br>Rispondo che è vero che esiste un aspetto legato allo stato sociale, la gamba dell’economia sociale di mercato, e che questo elemento è stato presente fin dall’inizio dell’Euro. Tutto questo, però, è vero solo in teoria, e pochissimo in pratica. Dalla metà degli anni novanta in poi, il ruolo dello stato sociale in Europa è stato ridimensionato, con velocità diverse a seconda dei paesi e delle resistenze in ognuno di essi. Ad esempio in Francia, dove vivo, la “diga” si è aperta solo con Macron, prima aveva abbastanza resistito. In generale, dunque, tutto l’aspetto legato all’economia sociale è stato molto messo da parte, per cui, anche se sulla carta esiste, nella realtà è praticamente rimasto lettera morta. Sono anni che sindacati e uomini politici chiedono inascoltati di completare il cosiddetto pilastro sociale dell’Unione europea.</p>



<p><strong>Restiamo sulla genesi della moneta unica. Lei sostiene che l’Euro, così costruito, nasca da un’insolita alleanza tra federalisti e neoliberisti. Come si è creata un’alleanza simile?</strong><br>Dobbiamo prima fare un passo indietro e ricordare che quella era l’epoca in cui trionfava la rivoluzione Reaganiana e della Thatcher, la versione più estrema della contro-rivoluzione neoclassica dopo il periodo keynesiano. L’alleanza è stata una fuga in avanti, un gettare il cuore oltre l’ostacolo per costruire l’Euro, anche se con intenti diversi. I federalisti credevano che creando l’Euro, si sarebbero costruite tutte le istituzioni al contorno – come l’unione fiscale – facendo così il passo decisivo verso un sistema federale. Gli altri, invece, non erano davvero interessati all’evoluzione in senso federale. Vedevano nell’Euro un modo per legare le mani ai governi nazionali e obbligarli a fare le riforme, privandoli di una delle due armi della politica economica – quella monetaria – e vincolando la seconda – quella di bilancio – con il Patto di Stabilità. L’Euro si è fatto consapevolmente in maniera non ottimale, grazie a questa convergenza d’interessi.</p>



<p><strong>Cosa è andato storto?</strong><br>Il progetto federalista è sparito. Allora, l’“egemonia culturale” – espressione cui sono molto affezionato – non era dalla parte dei federalisti, ma da quella di chi sosteneva che il ruolo dello Stato dovesse essere minimo. Lo Stato, secondo loro, doveva limitarsi a creare le regole del gioco per lasciare i mercati completamente liberi di agire, senza provare a interferire con la partita. In quell’ambiente culturale, una volta creato l’Euro, quell’alleanza innaturale ha perso un pezzo &#8211; i federalisti &#8211; che sono diventati un movimento di nicchia, oggi di fatto quasi sparito politicamente. Forse saranno i miei figli a vedere gli Stati Uniti d’Europa; io no di certo.</p>



<p><strong>Se abbiamo perso la spinta “federalista”, diventata utopica, e ci siamo resi conto che è essenziale rifiutare quel determinismo ideologico all’origine di alcuni dei mali della moneta unica, quale è, oggi, il migliore alleato degli europeisti?</strong><br>Guardando puramente al problema di efficacia economica del sistema, dobbiamo provare a replicare quanto più possibile nelle istituzioni esistenti – che non sono federaliste – quei meccanismi che ci farebbero funzionare come una federazione. Ciò che nel libro definisco “federalismo surrogato”.</p>



<p><strong>Può fare degli esempi?</strong><br>Ci sono una serie di cose che si possono fare. Ne cito una: se saremo in grado usarlo con successo, il Fondo per la Ripresa, che oggi è temporaneo e limitato, può diventare l’embrione di una vera politica di bilancio, permanente e condivisa. E sottolineo “condivisa”, non comune, perché quest’ultima implicherebbe l’esistenza di un governo federale. Condivisa, allora, nel senso che si decide insieme e poi ognuno è responsabile di fare a casa propria. Ecco cosa intendo quando parlo di un federalismo surrogato. E questo sarebbe il massimo che possiamo fare, che sono sicuro che funzionerebbe, se ci fosse la volontà politica di metterlo in atto.</p>



<p><strong>Ora vorrei tornare sul discorso dei vincenti e dei perdenti, che mi pare assolutamente centrale per tante delle questioni chiave dell’attuale periodo storico. Molti sostengono che con l’Euro non tutti abbiano vinto. È stato così?</strong><br>Si è provato a dire che l’Europa ci avrebbe resi tutti più forti; tutti, non soltanto alcuni. In questo senso sì, forse c’è stato un errore di narrazione. Ma, attribuire all’Euro la responsabilità della divisione tra vincenti e perdenti dell’integrazione europea è nella migliore delle ipotesi naif, nella peggiore, disonesto intellettualmente. La moneta unica non fa altro che replicare su scala europea una tendenza globale nettissima degli ultimi decenni: l’impoverimento delle classi medie dei paesi avanzati a vantaggio, da un lato delle classi medie dei paesi emergenti, e dall’altro delle élite globali – la famosa “curva dell’elefante” di Milanovic. Tutto ciò va ben oltre il nostro cortile di casa europeo: è fondamentalmente frutto delle politiche che hanno prevalso negli ultimi 30-40 anni e che hanno minimizzato il ruolo dello Stato, sia nel suo ruolo regolatore che ridistributivo. Questo ha fatto sì che nei paesi avanzati aumentassero sia le disuguaglianze dette di mercato, sia quelle ex post, ovvero dopo l’intervento ridistributivo dello Stato. Per questo ci sono vincitori e vinti; non per colpa dell’Euro. Tra l’altro, questo dovrebbe essere l’argomento principale contro i sovranisti, gli euroscettici e tutte le tentazioni di ripetere la Brexit: non puoi sostenere che andandotene dall’Europa le tue classi medie staranno meglio; sono le politiche – e la teoria economica che le giustifica – che devono cambiare, non l’assetto istituzionale.</p>



<p><strong>Restando su vincitori e vinti, spostiamoci dalle persone ai paesi. Con l’avvento dell’Euro, alcuni paesi hanno guadagnato più di altri. Come mai?</strong><br>È il grande tema delle divergenze tra paesi. L’integrazione europea ha amplificato i fenomeni globali di cui parlavo. Nella distribuzione delle catene internazionali del valore alcuni paesi &#8211; o per caso, o per cultura, o per capacità – sono stati capaci di avvantaggiarsi dalla creazione dell’Euro: è il caso della Germania. L’Italia, invece, se da un lato ha avuto un beneficio grazie al risparmio sui tassi di interesse portato dall’Euro, dall’altro si è trovata spiazzata nelle catene del valore, perché non è stata più in grado di essere il fornitore dell’industria manifatturiera tedesca. I paesi dell’Est Europa, non avendo l’Euro, sono diventati subito relativamente molto più economici.</p>



<p><strong>Non è allora un caso se il malcontento nei confronti della globalizzazione tenda a coincidere con l’avversità all’integrazione europea e alla moneta unica, considerando che i due fenomeni condividono principi di fondo e, in un certo senso, si sono influenzati a vicenda…</strong><br>Le élite hanno aderito all’idea che la marea avrebbe fatto salire tutte le barche e quindi hanno chiaramente sottovalutato gli effetti distributivi della globalizzazione e, al suo interno, dell’Euro. Questo non è stato un problema fino al 2008. Fino a quando c’è stata la crescita, vedere parti sempre più ampie della popolazione europea impoverirsi è stato derubricato. Chi era nella stanza dei bottoni ha troppo a lungo trascurato i disequilibri che si stavano creando.</p>



<p><strong>Da qui dove si va?</strong><br>Allargando lo sguardo e guardando al futuro ci si rende conto che il problema non è tanto limitarsi a pensare a quale paese l’Euro abbia portato più vantaggi e a quale meno, ma costruire istituzioni in grado di allineare gli incentivi perché ci sia una convenienza per tutti. Il Fondo per la Ripresa fa esattamente questo. Alla Germania permette di stabilizzare il mercato europeo, divenuto più interessante nel presente contesto di instabilità geopolitica. All’Italia – e agli altri paesi della periferia – consente di finanziare la ripresa a condizioni vantaggiose. Per questo, Next Generation EU – anche se purtroppo è arrivato come conseguenza di una crisi storica – rappresenta quel riallineamento di interessi che può far sperare in un avanzamento del progetto europeo.</p>



<p><strong>In tutto questo, che cosa possiamo fare noi? Quale ruolo per l’Italia?</strong><br>Ora l’Italia, insieme alla Spagna e ai paesi più in difficoltà, ha in mano le chiavi del futuro dell’Unione. Abbiamo avuto una grande apertura di credito – sottolineo “interessata”, perché nessuno ci ha regalato niente – da parte di paesi come la Germania. Abbiamo accesso ad una quantità di risorse significativa, che vanno usate con profitto, non solo per il bene del nostro paese, ma anche per dimostrare che nel negoziato di luglio era il Premier olandese Rutte ad avere torto. Fare di Next Generation EU un successo, toglierebbe la terra sotto i piedi di chi ci ha definito “cicale”. Solo così si potrà riaprire il discorso sulle politiche di bilancio condivise, sugli investimenti comuni e rilanciare l’Unione. L’Italia può fare moltissimo: per se stessa e per l’Europa.</p>



<p><strong>Per rendere Next Generation EU un successo, la Commissione gioca un ruolo cruciale. Ci indebiteremo insieme, ma non potremo spendere le risorse raccolte sui mercati insieme, proprio perché manca una politica di bilancio comune propria di uno Stato federale. In questo senso, piace pensare al ruolo di coordinamento della Commissione come fondamentale anche per assicurare che i 27 piani nazionali non vadano in direzioni troppo diverse, pur rispettando formalmente i criteri. Così si garantirebbe un’ottimizzazione anche in chiave europea della spesa dei singoli Stati membri.</strong><br>Sono molto d’accordo. Al punto che avrei fatto anche un passo in più rispetto al ruolo di coordinamento della Commissione: sarei stato favorevole a un coordinamento tra Stati membri ancora prima del coordinamento della Commissione. Anziché assistere a una gara tra chi pubblica per primo il proprio programma di rilancio, sarebbe stato bello che i 27 piani nazionali fossero stati costruiti e annunciati congiuntamente, dopo aver scritto insieme le parti relative alle sfide europee comuni. E sarebbe stato possibile, perché uno dei “vantaggi” di questa crisi è che tutti abbiamo il ciclo sincronizzato, per cui dobbiamo fare la stessa cosa: spingere sugli investimenti e far ripartire l’economia.</p>



<p><strong>Sempre sulla governance di Next Generation EU, lei che cosa si aspetta dal Consiglio europeo nell’approvazione dei piani? Si tratta di un ruolo più formale per dare l’opportunità ai cosiddetti “frugali” di mostrare ai loro elettori che controllano come spenderemo le risorse o pensa ci saranno conseguenze e blocchi sostanziali, grazie al freno di emergenza aggiunto dai leader durante il summit di luglio?</strong><br>Spero che il Consiglio non si metterà in mezzo e penso che non succederà. La battaglia in Consiglio si è svolta. E non sono d’accordo con chi sostiene che i frugali abbiano vinto. Io penso abbiano perso perché la proposta della Commissione quantitativamente è stata un po’ ridotta, ma qualitativamente è rimasta molto simile. Il Consiglio, è vero, ha un po’ più potere di controllo sull’utilizzo dei fondi, ma in realtà è più una possibilità di accendere i riflettori e, al massimo, ritardare il processo. La valutazione spetta alla Commissione, com’è giusto che sia, essendo essa – non il Consiglio – la guardiana dei Trattati.</p>



<p><strong>Che ne pensa del dibattito relativo alle tempistiche di arrivo dei fondi?</strong><br>Non capisco proprio chi si straccia le vesti sul fatto che i fondi arriveranno a metà 2021. Qui stiamo parlando di un processo lungo, di medio periodo. Al momento abbiamo accesso ai mercati, che sono stracolmi di risparmi, che non sanno dove mettere e sono ben felici di prestarci. E se per caso i mercati dovessero proprio decidere che non siamo affidabili, c’è lo scudo della BCE, almeno fino a metà 2021. Tutta questa urgenza di avere i soldi del Recovery Fund non la vedo. Preferisco che da qui alla primavera prossima ci prendiamo il tempo di preparare progetti ragionevoli per l’Italia, che siano coerenti con gli obiettivi europei, piuttosto che sbrigarci a tirar fuori un piano che magari è incoerente e affastellato. È il momento di prendersi il tempo per fare una cosa seria perché – voglio ripeterlo – c’è in gioco il destino dell’Italia e dell’Europa.</p>
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		<title>Stato di diritto in UE, fino a che punto si possono accettare compromessi senza tradire la propria identità?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2020 15:37:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un filo rosso che unisce Budapest alle coste della Tripolitania, l’isola di Lesbo alla Polonia: è la difficoltà dell’UE – stati membri e istituzioni comunitarie – a trovare un approccio efficace su questioni legate ai valori fondamentali che dovrebbero definirci come europei. La dignità umana dei migranti e il rispetto dello stato di diritto passano spesso in secondo piano, quando difenderli richiede un prezzo, in termini di consenso o di&#8230;</p>
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<p>C’è un filo rosso che unisce Budapest alle coste della Tripolitania, l’isola di Lesbo alla Polonia: è la difficoltà dell’UE – stati membri e istituzioni comunitarie – a trovare un approccio efficace su questioni legate ai valori fondamentali che dovrebbero definirci come europei. </p>



<p>La dignità umana dei migranti e il rispetto dello stato di diritto passano spesso in secondo piano, quando difenderli richiede un prezzo, in termini di consenso o di veti incrociati. È la complessa ricerca di un equilibrio tra pragmatismo e identità, dove l’importanza di quest’ultima è frequentemente sottovalutata. Fino a che punto, infatti, si possono accettare compromessi senza finire per tradire la propria identità? Questo vale per una forza politica, un paese e qualsiasi comunità che si definisca tale. Vale soprattutto per l’UE, che proprio su democrazia, stato di diritto e diritti umani fonda le sue ambizioni di potenza globale “gentile”. Per questi due grandi capitoli, i prossimi mesi saranno decisivi. </p>



<p>Per sbloccare lo stallo sui migranti, la Commissione presenterà una nuova proposta, fino ad ora tenuta in sospeso per non complicare ulteriormente le negoziazioni sul Recovery Fund. Sullo stato di diritto, sarà il Parlamento europeo – che proprio in questi giorni ha iniziato le consultazioni istituzionali con il Consiglio sul prossimo bilancio UE – a tentare di rendere vincolanti i vaghi riferimenti inseriti nell’accordo di luglio, nonostante spazi e tempi di manovra ridotti. Non sarà facile, ma la posta in gioco è alta: a forza di tradire i valori fondamentali di una comunità, si rischia di dimenticare i motivi per cui, oltre alla mera convenienza, si è deciso di stare insieme. A quel punto, come si potrebbe essere credibili nel contrastare l’azione sovranista, che proprio sull’assenza di un’identità europea chiara costruisce il proprio messaggio di opposizione all’integrazione comunitaria? </p>



<p>La mancanza di coraggio oggi crea i presupposti per crisi ancora più acute domani. Servono leadership e lungimiranza, per iniziare a vedere l’aderenza ai nostri valori come un elemento indispensabile delle politiche europee. Un elemento di assoluta valenza strategica, perché solo così è possibile rafforzare un’identità comune definita, senza la quale nessun progetto politico ha futuro.</p>
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		<title>L&#8217;Europa tra compromessi e tabù superati</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/07/22/leuropa-tra-compromessi-e-tabu-superati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2020 11:05:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Consiglio Europeo]]></category>
		<category><![CDATA[Next Generation EU]]></category>
		<category><![CDATA[Post-Brexit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Europa supera i suoi tabù esistenziali. Nessuno lo avrebbe mai predetto, invece è andata proprio così. Il primo: un’ingente emissione di debito comune per trasferire sussidi agli Stati Membri. Conquista che, fino alla proposta franco-tedesca di metà maggio, era bollata come&#160;irrealistica, impraticabile. Invece, è bastato il primato della politica per una svolta storica. E la politica è fatta anche di compromessi che, per natura, non sono mai perfetti. A maggior&#8230;</p>
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<p>L&#8217;Europa supera i suoi tabù esistenziali. Nessuno lo avrebbe mai predetto, invece è andata proprio così. Il primo: un’ingente emissione di debito comune per trasferire sussidi agli Stati Membri. Conquista che, fino alla proposta franco-tedesca di metà maggio, era bollata come&nbsp;irrealistica, impraticabile. Invece, è bastato il primato della politica per una svolta storica.</p>



<p>E la politica è fatta anche di compromessi che, per natura, non sono mai perfetti. A maggior ragione se a decidere è il Consiglio europeo, dove l’unanimità si dimostra ancora una volta un veleno per l&#8217;integrazione UE. Un rischio, il veto, non del tutto eliminato. Infatti, sebbene la decisione sui piani nazionali di riforma sarà presa dal Consiglio a maggioranza qualificata, esiste la possibilità che un paese blocchi temporaneamente&nbsp;l&#8217;esborso delle risorse.</p>



<p>Non va sottovalutata la vocazione intergovernativa che emerge da questa vicenda, che conferma una tendenza accentuatasi negli ultimi anni: la marginalizzazione della Commissione, confinata a un ruolo&nbsp;tecnico&nbsp;e di relativa subalternità verso il Consiglio. Non a caso, l&#8217;accordo è stato possibile sacrificando quasi esclusivamente il potenziamento dei programmi di spesa diretta dell’UE. Così, si è chiusa anche un’altra spinosa questione del post-Brexit, cioè come colmare, nel budget, le mancate entrate del Regno Unito; non attraverso risorse aggiuntive, ma tagliando.</p>



<p>Vuoto, quello britannico, politicamente occupato dagli olandesi, nuovi bastian contrari dell&#8217;integrazione. Un ostruzionismo tale da regalare al premier ungherese Orbàn l’occasione di mostrarsi, nei confronti dell’Italia, più solidale dei nordici. Tattica, naturalmente. Non possiamo, infatti, non essere amareggiati dal cedimento sullo Stato di Diritto, altro <em>bene comune</em> <em>europeo</em> sacrificato nel compromesso.</p>



<p>I valori non sono secondari; sono determinanti per il futuro dell’UE. Se si arretra, come avvenuto per i migranti, si perde l&#8217;identità più profonda del progetto europeo. È evidente che nel&nbsp;<em>trade off</em> tra valori e ripresa si è data priorità alla seconda, senza la quale sarebbe più complicato dare risposte concrete ai cittadini, mettendo a repentaglio la tenuta della democrazia. Sull’aspetto valoriale resta comunque urgente trovare un nuovo approccio e promuovere una coscienza europea e un senso di appartenenza, combinando la dimensione utilitaristica con quella identitaria.</p>



<p>La svolta decisiva, infine, è anche per l’Italia, tra i vincitori della partita. I 209 miliardi di <em>Next Generation EU</em> ci trasformano, per i prossimi sette anni, in beneficiari netti del bilancio UE. Al tempo stesso, ora inizia un cammino in cui dovremo, come Paese, saper rispondere alla solidarietà europea con una dimostrazione di responsabilità. C’è un nuovo <em>vincolo</em>, solo virtuoso e per nulla coercitivo verso i cittadini, che obbliga la nostra classe dirigente a una prova di maturità senza precedenti. Nessuna Troika in vista. Solo un investimento verso il nostro essere, finalmente, un Paese adulto.</p>
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		<title>Allineamento tra valori e interessi: qui si misura la leadership tedesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2020 16:34:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un semestre a guida tedesca e proprio nel momento più cruciale della storia europea. La Germania, infatti, prende il testimone della presidenza del Consiglio UE alla vigilia di uno dei passaggi vitali per la stessa sopravvivenza dell’Unione, dopo la peggiore crisi di sempre. Un passaggio in cui è netto ed esplicito l’allineamento tra valori e interessi strategici. Approvare il pacchetto di ripresa e garantire che nessuno rimanga indietro è al&#8230;</p>
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<p>Un semestre a guida tedesca e proprio nel momento più cruciale della storia europea. La Germania, infatti, prende il testimone della presidenza del Consiglio UE alla vigilia di uno dei passaggi vitali per la stessa sopravvivenza dell’Unione, dopo la peggiore crisi di sempre. Un passaggio in cui è netto ed esplicito l’allineamento tra valori e interessi strategici. </p>



<p>Approvare il pacchetto di ripresa e garantire che nessuno rimanga indietro è al tempo stesso un obbligo – per una comunità che voglia essere tale &#8211; e una necessità – per un mercato in cui catene del valore altamente integrate, non possono sopportare eccessive divergenze economiche tra Paesi. È la stessa coincidenza tra valori e interessi ad indicare anche il cammino verso un&#8217;Europa più verde e più digitale; ambiti, soprattutto il secondo, in cui l’escalation tra Stati Uniti e Cina non fa più soltanto da sfondo, ma rende impossibile rimandare l’emergere di una sovranità europea. </p>



<p>Il caso ha voluto, dunque, che nei prossimi sei mesi questi dossier così cruciali fossero nelle mani del più grande Stato europeo, la Germania, e del suo leader più longevo, Angela Merkel, Cancelliera da quindici anni. Una contingenza che fino a poco fa, vista la reputazione di egemone riluttante dei teutonici, sarebbe stata accolta con freddezza. Il Covid, però, rappresenta uno spartiacque anche in questo. La Cancelliera, insieme al Presidente francese, ha compiuto decisivi passi in avanti verso una maggiore integrazione, a partire dal superamento del tabù tedesco della condivisione del debito.</p>



<p>In un anno così funesto, almeno il semestre di presidenza sembra nascere sotto una buona stella. Sebbene in tempi normali non sia un aspetto così rilevante della vita comunitaria, in un momento del genere diventa dirimente. Spetta, infatti, a chi è in carica fissare l’agenda, scegliendo a quali dossier dare priorità e, soprattutto, fare da mediatore nelle complicate negoziazioni tra Stati membri e tra questi e le istituzioni comunitarie. Qui, anche i rapporti personali sono fondamentali per raggiungere compromessi. Proprio per questo, per il suo ruolo e per la sua storia politica, Merkel può essere la persona giusta al posto giusto, nel momento giusto.</p>



<p>La Cancelliera avrà quindi la responsabilità di traghettare l&#8217;Unione verso una nuova fase dell&#8217;integrazione, da cui emergerà un’Europa necessariamente diversa da quella del pre-Covid. Da escludere un ritorno al mondo di ieri: o saremo in grado di far prevalere l&#8217;unità sulla disgregazione, con una visione che faccia coincidere valori e interessi in ogni ambito strategico, oppure ci muoveremo verso un’inesorabile marginalità geopolitica.</p>



<p>Berlino &#8211; con il supporto di Parigi – avrà l&#8217;onere e l&#8217;onore di far sì che sia il primo scenario a prevalere. E noi? Da questa crisi si plasmerà il nostro futuro e non possiamo permetterci di fare da spettatori, distratti da dibattiti sterili, come quello sul MES. Per l’Italia, come per l’Europa, è arrivato il momento di diventare adulti.</p>
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		<title>Conte, la Merkel e noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 16:24:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Consiglio Europeo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cosa penso di Giuseppe Conte l&#8217;ho scritto più volte. Non serve ripetermi. Dico solo che sta lì anche grazie al mio voto e questo mi pesa non poco. Ma ciò che mi indigna maggiormente è la totale assenza in lui della consapevolezza del suo ruolo, di ciò che comporta sul piano comportamentale, sulle conseguenze di quello che dice e di quello che fa. Tutto da lui viene sacrificato sull&#8217;altare&#8230;</p>
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<p>Che cosa penso di Giuseppe Conte l&#8217;ho scritto più volte. Non serve ripetermi. Dico solo che sta lì anche grazie al mio voto e questo mi pesa non poco. Ma ciò che mi indigna maggiormente è la totale assenza in lui della consapevolezza del suo ruolo, di ciò che comporta sul piano comportamentale, sulle conseguenze di quello che dice e di quello che fa. Tutto da lui viene sacrificato sull&#8217;altare della propaganda e della comunicazione.</p>



<p>L&#8217;Italia e l&#8217;Europa stanno vivendo momenti molto difficili, ma siccome negli USA, in America Latina, in Russia e in Cina gli effetti del virus sono ben maggiori che da noi, abbiamo davanti a noi un&#8217;autostrada di opportunità. Abbiamo un&#8217;occasione unica per rilanciare il progetto europeo. Ma per fare &#8211; e trarne i giusti vantaggi &#8211; occorre capire chi siamo, cosa fare, come e con chi farlo. E qui. ..ed è proprio il caso di dirlo. ..&#8221;casca l&#8217;asino&#8221;.</p>



<p>Cinque tra i più grandi giornali del mondo hanno nei giorni scorsi intervistato Angela Merkel. Tra questi La Stampa. In quell&#8217;intervista tra tante cose importanti dette (condivisibili o meno sempre tali restano) ha caldeggiato l&#8217;uso da parte dell&#8217;Italia del MES. Il &#8220;nostro&#8221; premier &#8211; dimostrando secondo i neo sovranisti patrioti, che per altri versi sono ancora sulle barricate post sessantottine, la &#8220;schiena dritta&#8221;- non ha saputo dire altro che &#8220;al bilancio italiano ci pensano lui e Gualtieri&#8221;. Ma il problema qual è si chiederà qualcuno?</p>



<p>I neo sovranisti no, ma Conte dovrebbe sapere che i cinque tra i giornali più importanti del mondo non hanno intervistato la Merkel &#8220;in quanto&#8221; Cancelliera tedesca ma in quanto prossimo Presidente di turno dell&#8217;Unione Europea, vale a dire del &#8220;Consiglio dei ministri&#8221; dell&#8217;Unione Europea, cioè di una delle due Camere legislative dell&#8217;UE (l&#8217;altra è il Parlamento Europeo), di cui lo stesso Conte, con tutti i suoi Ministri, ciascuno per la propria competenza, fa parte.</p>



<p>In una comunità condivisa è naturale che chi la presiede indirizzi le scelte dei &#8220;soci&#8221;; se il presidente di una qualsiasi società si sente rispondere da un socio a cui propone di utilizzare uno degli strumenti in possesso della società per migliorare i propri affari &#8220;fatti c….i tuoi&#8221; a) non è un buon modo per vivere la società condivisa b) è lecito attendersi una qualche, quanto meno stizzita, reazione (che la Merkel quale vero leader è non ha avuto).</p>



<p>Conte dimostra, quindi, di non sapere che, oltre ad essere il premier dell&#8217;Italia (buon per lui, male per noi….), lui è anche co-legislatore europeo, il che impone diritti e doveri. Il primo dovere è quello di rispettare le Istituzioni di cui si fa parte. Conte non ha replicato stizzito alla Germania ma al prossimo Presidente di turno dell&#8217;UE. Al &#8220;bar sport&#8221; del circo mediatico certe distinzioni sono bazzecole, nelle relazioni europee o internazionali no.</p>



<p>Abbiamo trascorso i primi due mesi della&#8221;covidsegregazione&#8221; imprecando contro la mancanza di solidarietà europea. Nonostante non siamo il Paese messo peggio in rapporto alla popolazione siamo il maggiore destinatario di aiuti europei. Per Conte &amp; C. &#8220;solidarietà&#8221; vuol dire &#8220;dateci quel che vogliamo e non rompeteci le scatole&#8221;. Tra questa UE e il sogno europeo dei Padri fondatori forse ce ne passa, ma nessuno mi venga a dire che il sogno era dare vita a una vacca da mungere &#8220;senza se e senza ma&#8221;. Per Conte &amp; C. questo dovrebbe essere l&#8217;UE, al punto che vagheggia di usare i fondi europei per diminuire l&#8217;IVA, tagliare il cuneo fiscale, aumentare i sussidi e questo mentre gli altri hanno bilanci che ci fanno arrossire di vergogna.</p>



<p>Se a tutto ciò aggiungiamo il disprezzo per il nostro Parlamento che non è mai stato chiamato a votare nessun mandato a trattare i provvedimenti in discussione in sede europea, perché lui il &#8220;Parlamento lo informa&#8221; ma non vuole che voti, abbiamo il quadro di incompetenza e di inaffidabilità di questo Professore chiamato a svolgere un compito più grande di lui. Sulla nostra pelle ovviamente.</p>
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		<title>Recovery Fund: contro l&#8217;ingiustizia dei dettagli</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/05/31/spagano-contro-lingiustizia-dei-dettagli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 17:21:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[E' la somma che fa il totale]]></category>
		<category><![CDATA[Commissione europea]]></category>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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		<category><![CDATA[MES]]></category>
		<category><![CDATA[Recovery Fund]]></category>
		<category><![CDATA[Von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per prima cosa intendiamoci sui termini. La parola “prestito” si riferisce a denari che vanno restituiti, normalmente gravati da interessi, mentre la locuzione “fondo perduto” si riferisce invece a denari che non vanno restituiti, e sui quali non si calcola dunque interesse alcuno. Vista la creatività dei titolisti di alcuni quotidiani nostrani, la precisazione non appaia supponente. Ora passiamo ai fatti. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per prima cosa intendiamoci sui termini. La parola “prestito” si riferisce a denari che vanno restituiti, normalmente gravati da interessi, mentre la locuzione “fondo perduto” si riferisce invece a denari che non vanno restituiti, e sui quali non si calcola dunque interesse alcuno. Vista la creatività dei titolisti di alcuni quotidiani nostrani, la precisazione non appaia supponente.</p>



<p>Ora passiamo ai fatti. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha avanzato la seguente proposta: per contrastare il tracollo economico al quale l’Europa si sta avviando a causa della pandemia, occorre stanziare 750 miliardi. Di euro. 500 di questi a fondo perduto, i restanti 250 sotto forma di prestito. Se questo è vero, e in tal senso parlano i fatti a meno di non volersi tesserare all’equivalente economico del club dei terrapiattisti, si tratta del più coraggioso tentativo di integrazione dei Paesi europei mai tentato finora. Per numerosissime ragioni tra le quali l’entità del finanziamento, la presenza di una quota di risorse (pari ai due terzi del totale) che non dovrà essere restituita, la rapidità della decisione e la già annunciata compattezza del blocco dei favorevoli – con varie gradazioni e distinguo si discostano soltanto Austria, Olanda, Svezia e Danimarca.</p>



<p>È chiaro che nulla di tutto questo avrebbe mai potuto nemmeno immaginarsi senza la Germania e cioè senza Angela Merkel, che ha imposto il segno della propria leadership sull’intera operazione. Di tale leadership avremo ancora bisogno, poiché la proposta tale è, per quanto straordinaria, e deve ancora passare dall’approvazione (a maggioranza) del Parlamento europeo e soprattutto (all’unanimità) dalle forche caudine del Consiglio europeo.</p>



<p>Su queste colonne torneremo ad occuparci della proposta: di come si articola, di quali sono i suoi vincoli e i suoi limiti, di ciò a cui si dovrebbe pensare quando si ciancia di condizionalità, di come si pensa di reperire questa enorme somma, di chi ci guadagna e del se qualcuno ci perda. Ci torneremo. Ma per il momento sarebbe ingiusto, entrando dei dettagli, oscurare l’atto di volontà con cui le leadership politiche europee hanno impresso una torsione alla deriva che i fatti stavano prendendo. Mai prima d’ora s’era osato tanto, mai prima d’ora era stato tanto necessario. Il traguardo non è scontato e il cammino non sarà agevole, certo è però che è finalmente iniziato.</p>
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		<title>Irene Tinagli: l&#8217;Italia può farcela. Europa fondamentale, ma dipenderà da noi</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/30/litalia-puo-farcela-europa-fondamentale-ma-dipendera-da-noi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 11:53:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
		<category><![CDATA[Commissione europea]]></category>
		<category><![CDATA[Consiglio Europeo]]></category>
		<category><![CDATA[Conte]]></category>
		<category><![CDATA[Eurogruppo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[Parlamento Europeo]]></category>
		<category><![CDATA[Recovery Fund]]></category>
		<category><![CDATA[Spread]]></category>
		<category><![CDATA[Tinagli]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quanto è vera la retorica che vede contrapposte le formiche del Nord dell’Europa alle cicale del Sud?Confesso che come italiana anche io mi innervosisco quando sento questo tipo di retorica: molti Paesi mediterranei hanno sistemi economici e sociali molto più solidi di quanto dipinto a volte all’estero. Però non possiamo ignorare alcuni numeri. Durante la scorsa crisi tutti i paesi della UE hanno visto aumentare il proprio debito e crollare&#8230;</p>
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<p><strong>Quanto è vera la retorica che vede contrapposte le formiche del Nord dell’Europa alle cicale del Sud?</strong><br>Confesso che come italiana anche io mi innervosisco quando sento questo tipo di retorica: molti Paesi mediterranei hanno sistemi economici e sociali molto più solidi di quanto dipinto a volte all’estero. Però non possiamo ignorare alcuni numeri. Durante la scorsa crisi tutti i paesi della UE hanno visto aumentare il proprio debito e crollare il proprio prodotto interno. Ma, finita la crisi, quasi tutti sono riusciti a far scendere di nuovo il debito e a far ripartire l’economia, anche molti paesi del Sud, solo noi abbiamo arrancato, oscillando tra riforme e poi controriforme. E questo deve farci riflettere. Non è una questione di essere cicale, è una questione di essere seri e credibili nel perseguire riforme e politiche economiche solide, incisive, che ci mettano nelle condizioni di crescere ed essere pronti per le crisi che, prima o poi, arrivano. E questa serietà spetta a noi, a nessun altro che a noi.</p>



<p><strong>Il Governo italiano oggi è credibile sui tavoli europei?</strong><br>Un anno fa l’Italia era completamente isolata, il governo precedente era ambiguo nel suo atteggiamento verso l’Europa, non dialogava, minacciava di non mantenere impegni, di non ripagare i debiti, di voler andare per conto suo. Il Governo attuale ha fatto un lavoro eccellente nel saper recuperare un ruolo per l’Italia, creare alleanze, e il fatto che nel giro di poche settimane siano stati messi sul tavolo un ventaglio di strumenti nuovi è anche merito nostro. Ma la credibilità di un Paese non è legata solo al governo in carica, ma al quadro politico nel suo complesso. Molti osservano il dibattito italiano e si chiedono cosa accadrà all’Italia e agli impegni che prende oggi in Europa se domani dovesse nuovamente cambiare governo. Un dubbio che non sorge per altri Paesi, i cui impegni passati sono sempre stati onorati anche con cambi di maggioranza.</p>



<p><strong>La polemica italiana sul MES ha influito su queste percezioni?</strong><br>Certamente non ha aiutato. Ha dato l’impressione di un Paese in preda al caos, dove alcune forze politiche da un lato chiedono solidarietà ma dall’altro rifiutano a priori degli strumenti potenzialmente utili per questioni di “comunicazione” politica. Per fortuna il Premier Conte alla fine ha capito e ha contribuito a placare un po’ i toni del M5S, e per fortuna non tutte le opposizioni hanno cavalcato questo tema in chiave propagandistica. Devo riconoscere che l’atteggiamento di Forza Italia, in Italia e in Europa, è stato costruttivo e utile.</p>



<p><strong>Ma secondo lei l’Italia dovrebbe accedere al Mes? È uno strumento utile?</strong><br>Dipende da due fattori: primo, bisogna vedere nel dettaglio tutte le condizioni di questo prestito, perché ancora non sono definite: durata, tassi, restituzione e così via. Secondo, bisogna valutare le alternative. Se l’Italia sarà in condizioni di potersi finanziare a condizioni analoghe o migliori altrove, non ce ne sarà necessità. Visto anche l’andamento dello spread, temo che non sarà facile trovare alternative molto più vantaggiose. In ogni caso dovremo valutare con razionalità tutte le condizioni.</p>



<p><strong>Oggi un articolo di Repubblica ipotizza che “il documento trasmesso ai governi prevede una procedura di vigilanza sui conti dei Paesi che chiederanno l’aiuto del Fondo contro la Pandemia”. Possibile?</strong><br>Non ho in mano quel testo, ne ho letto dai giornali. Da quel che so si sta lavorando proprio a questo, ai dettagli dei regolamenti, quindi può essere saggio aspettare di vedere il documento finale. In ogni caso mi auguro che il testo che uscirà sia più chiaro possibile su tutti questi aspetti. L’accordo politico  esclude programmi di aggiustamenti macroeconomici aggiuntivi, quindi l’accordo finale con i dettagli tecnici del nuovo programma, dovrà rispettare quella volontà politica in maniera chiara, esplicita, senza margini di ambiguità.</p>



<p><strong>Però anche lei ha sostenuto che il MES da solo non sarà sufficiente per rispondere alla crisi e che saranno necessari strumenti più incisivi. C’è già spazio sufficiente per gli strumenti necessari a finanziare la correzione del ciclo economico o è indispensabile metter mano ai trattati per fronteggiare la recessione?</strong><br>Se c’è la volontà politica degli Stati membri dell’Unione si può già fare molto: abbiamo visto in queste settimane che alla fine i trattati contengono sempre clausole per derogare, sospendere, modificare. Il problema è, appunto, metterli tutti d’accordo sulla quantità e le modalità dell’intervento da mettere in campo. Ed è questo il negoziato in corso sul Recovery Fund.</p>



<p><strong>Lo strumento del Recovery Fund garantito dal bilancio dell’Unione può essere considerato come un primo passo verso la mutualizzazione di debiti futuri?</strong><br>Potrebbe, ma dobbiamo fare molta attenzione a come impostiamo questo dibattito e questa trattativa. Credo che, se vogliamo vincere le resistenze di molti Paesi europei e portare a casa dei risultati dobbiamo accettare e anzi spiegare che non si tratta di una “mutualizzazione indistinta” del debito, ma che si tratta di condividere i costi e le conseguenze economiche di una emergenza certamente devastante ma delimitata. Se entriamo nella trattativa sperando – o dando l’impressione &#8211; che il Recovery Fund possa servirci a rimettere le baby pensioni o a pagare sussidi indistinti, infornate di assunzioni pubbliche senza criterio, non andremo molto lontano. Potrebbe però essere l’opportunità per far fare un salto di qualità nell’intervento europeo in una serie di ambiti di cui non si era occupato prima: spesa e investimenti sociali, sostegno più forte alle politiche industriali. E fare in modo che questi cambiamenti restino in modo permanente.</p>



<p><strong>Fitch ha declassato l’Italia a BBB-, un gradino sopra al «junk», ma lo spread ha tenuto. È un buon segnale.</strong><br>Mi dispiace questa decisione, anche se poteva accadere che la fase di grande incertezza in cui siamo &#8211; con il contagio che riprende quota in alcune parti d&#8217;Europa e il timore di ricadute anche da noi &#8211; creasse timori tra le agenzie di rating. Ma credo che l&#8217;Italia sia in grado di superare questa fase, anche grazie all&#8217;intervento delle Istituzioni europee che in queste settimane è stato prezioso: basta pensare alla decisione dell&#8217;altro giorno della BCE che ha deciso di modificare le regole sui collaterali per includere anche i titoli di Paesi che hanno subito declassamenti come quello in discussione. Una decisione che ci ha consentito di passare praticamente indenni la giornata di ieri sui mercati. Spread invariato e Piazza Affari in salita nonostante Fitch. E poi c&#8217;è chi si lamenta dell&#8217;Europa…</p>



<p><strong>A proposito di Europa. Come sono stati organizzati i lavori del Parlamento in questo periodo di lockdown?</strong><br>È normale che in una fase come questa i riflettori siano sulla Commissione Europea che ha il potere di iniziativa legislativa e sul Consiglio dove gli Stati hanno il potere di veto, ma è importante&nbsp;sottolineare che il Parlamento Europeo non si è mai fermato, e men che meno la Commissione ECON: sin dall’inizio della crisi ho fatto di tutto perché fosse attiva ed esercitasse il proprio ruolo di stimolo e di &#8220;controllo democratico&#8221; rispetto a ciò che avviene nelle altre istituzioni europee. Ho chiamato in audizione, anche più volte, tutti i principali attori di questa crisi: Commissari europei, Presidente della Banca centrale, dell&#8217;Autorità Bancaria, della Vigilanza, il direttore del Mes, il Presidente dell&#8217;Eurogruppo, i Ministri delle Finanze degli stati membri…tutti, da noi sono venuti tutti a condividere informazioni, scelte e riflessioni con i membri del Parlamento. Volevo che i rappresentanti dei cittadini europei avessero modo di confrontarsi con i decisori chiave di queste settimane, segnalando problemi, incalzando perché si agisse al più presto. Ci siamo confrontati con la Commissione anche sull&#8217;ultimo pacchetto di misure per agevolare i crediti a famiglie e piccole imprese da parte delle banche, annunciato ieri, e sono soddisfatta dell’esito.</p>



<p><strong>Torniamo in Italia: si è aperta la polemica sulla Fase due, lei cosa ne pensa?</strong><br>L’Italia è un paese straordinario: in poche settimane si è riempita di esperti di epidemiologia, virologi, manager sanitari… Personalmente non ho le competenze per valutare le dinamiche presenti e future del contagio e le misure da adottare. Penso che trovare il modo in cui riaprire le attività economiche senza far ripartire il contagio e senza dover richiudere tra due o tre settimane sia molto difficile. E nonostante a noi piaccia sempre guardare all’erba dei vicini, mi pare che nessun Paese europeo abbia ancora trovato la ricetta magica. La Germania ha riaperto prima, ma ora i contagi sono tornati ad aumentare, e anche la Francia ha ripensato alcune riaperture.</p>



<p><strong>Quindi lei non si accoda a chi critica il Premier, crede che la gestione della crisi sia stata adeguata, crede che, per dirla con Conte, si dovrebbe “rifare tutto quel che si è fatto”?</strong><br>Comprendere le difficoltà di un momento complesso non significa dire che tutto è fatto alla perfezione, al contrario significa capire che in certi frangenti può capitare di fare errori, ma occorre riconoscerli per migliorare in futuro. Ripeto: non critico la prudenza sulle riaperture, preferisco che su quel fronte il Premier ascolti gli scienziati piuttosto che Salvini, ma credo che potremmo migliorare la capacità di gestione degli effetti della crisi su alcuni fronti, primo fra tutti il tema scuola e cura dei figli. Riaprire le fabbriche con le scuole chiuse pone sfide enormi e mi sorprende che nessuno ci avesse pensato prima. Forse se in tutte queste task force ci fossero state un po’ più di donne, chissà. Un altro tema su cui avremmo dovuto lavorare di più sin dall’inizio è l’organizzazione della fase di rilancio economico, non possiamo pensare che sia solo una questione di stanziare soldi o dare sussidi a fondo perduto alle imprese.</p>



<p><strong>Cosa si potrebbe o dovrebbe fare?</strong><br>Dico che in questo momento tutti, non solo la politica, si stanno concentrando su sussidi, liquidità e aiuti a fondo perduto ed è comprensibile: adesso dobbiamo tamponare l’emergenza. Il MEF ha attivato tutto l’attivabile, faremo un deficit monstre per sostenere imprese e famiglie, ed è doveroso. Ma poi? Non possiamo reggere così a lungo, non regge l’economia ma neanche lo Stato. Dobbiamo, subito, avere un piano che da un lato crei percorsi rapidi, processi snelli per accelerare gli investimenti, e dall’altro delinei delle direttrici di intervento, delle priorità di investimenti e riforme necessarie per far ripartire il Paese. Ho sentito parlare di un decreto per sburocratizzare, bene. Spero sia pragmatico e rapido. Penso che in questa fase sia urgente identificare i quattro, cinque nodi su cui si arena la maggior parte dei processi di investimento, dove si creano i colli di bottiglia e risolverli in tempi celeri. E soprattutto facciamo in modo che questa analisi mirata non riguardi solo le opere pubbliche. La semplificazione deve riguardare anche altri due fronti: le procedure per gli investimenti privati e quelle per i fondi europei che arriveranno.</p>



<p><strong>Ma ancora non sappiamo quante e quali risorse arriveranno…</strong><br>Al di là delle trattative di questi giorni, sappiamo già che nei prossimi mesi e il prossimo anno arriveranno molte risorse dall’Unione Europea: siamo pronti a spenderle in modo celere, efficiente ed efficace? Abbiamo in mente alcuni grandi progetti di modernizzazione necessari non solo per non far collassare l’economia ma per renderla più competitiva? Sappiamo quali infrastrutture sociali, digitali o fisiche ci servono per ripartire? O abbiamo in mente una distribuzione più o meno random che vada a finanziare un po’ di rotonde o qualche bed and breakfast? Questo è il lavoro che dovremmo fare adesso. Non rimandarlo a dopo. Tra l’altro con le idee più chiare da subito su cosa vogliamo fare, con progetti e riforme da finanziare già sul tavolo, diventapiù facil anche negoziare in Europa, attrarre investitori e apparire seri e credibili sulla nostra capacità di tornare a crescere e mantenere i nostri impegni.</p>



<p><strong>Pensa davvero che l’Italia possa farcela?</strong><br>Sì. L’Italia è un Paese che ha moltissime risorse e più di una volta è stata in grado di risollevarsi con grande determinazione anche in condizioni difficili. Deve credere in sé stessa e smetterla di piangersi addosso cercando colpevoli o capri espiatori. Ci si rimbocca le maniche e si lavora. Ieri abbiamo seguito tutti con emozione la posa dell’ultimo pezzo del Ponte di Genova. Questo deve essere un messaggio per tutti: l’Italia può farcela.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/30/litalia-puo-farcela-europa-fondamentale-ma-dipendera-da-noi/">Irene Tinagli: l&#8217;Italia può farcela. Europa fondamentale, ma dipenderà da noi</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Conte e il Parlamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2020 10:30:48 +0000</pubDate>
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<p>Nei miei 5 anni in Senato, di cui due da Capogruppo, non c&#8217;è stata importante riunione del Consiglio Europeo che non sia stata preceduta, oltre che da un dibattito parlamentare, anche da un voto finale, su una risoluzione di maggioranza, del Parlamento. Alcune &#8211; a sostegno dei Governi Letta e Renzi &#8211; recano anche la mia firma. Mai, in quegli anni, c&#8217;è stato un Consiglio Europeo cosi importante come quello di oggi (che non sarà conclusivo perché, comunque sia, si tratta di decisioni epocali che necessiteranno di ulteriori passaggi) senza un voto parlamentare. Solo il Consiglio Europeo del giugno 2012, quando Mario Monti convinse la Merkel ad abbandonare le rigidità che impedivano alla BCE di intervenire a favore dei Paesi in difficoltà, aprendo così la strada al QE di Mario Draghi, può essere paragonato a quello di oggi.</p>



<p>Martedì Conte ha fatto l&#8217;ennesima parata, umiliante per il Parlamento perché non si è votato alcun mandato, il che lo rende molto più debole nella trattativa, anche se apparentemente questo gli consente di poter recitare tutte le parti in commedia. Questo non aiuta l&#8217;Italia! E lo spread che sale, più che mai spia della fiducia degli investitori, lo segnala. Che si scelga la linea Salvini (spendiamo in deficit, ma solo emettendo titoli Italiani garantiti dalla BCE) oppure che si scelga quella di chi sostiene Recovery bond o linea di credito del MES (lasciamo stare gli Eurobond che richiederebbero un anno solo per concludere le procedure di emissione) &#8211; ed è chiaro che io sceglierei la seconda perché costa meno e la garanzia &#8220;diffusa&#8221; è meno sottoposta allo stress del mercato &#8211; in ogni caso, senza una forte fiducia nei confronti del sistema Italia da parte di coloro a cui chiediamo i soldi in prestito non si esce da questa terribile crisi che sta davanti a noi e che richiede scelte coraggiose. Quelle scelte che questo Governo e questi partiti, che non sono neanche riusciti a far proprio il pressante invito del Presidente della Repubblica ad una più forte coesione politica nazionale, non possono certo compiere.</p>



<p>Ancora una volta la nostra propensione a guardarci l&#8217;ombelico, a guardare i problemi dallo spioncino del portone di casa, a badare agli interessi di parte (visibilità mediatica, sondaggi di giornata, indici di popolarità) prevale sulla capacità di indicare una strada. E, ancora una volta, altri (come ormai appare chiaro visto che la proposta spagnola e francese sui Recovery fund molto probabilmente sarà accetta dalla Germania) decideranno &#8220;nonostante&#8221; noi e anche &#8220;per&#8221; noi. E meno male che, mentre questo &#8220;circo Barnum&#8221; della politica nostrana continua, c&#8217;è qualcuno che pensa anche a noi….</p>
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