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	<title>Libro Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Libro Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Nel nome del figlio: un &#8220;tuffo&#8221; nei ricordi del passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 16:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[2021]]></category>
		<category><![CDATA[bjorn larsson]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino. Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;. Guidata dalla sua voce&#8230;</p>
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<p>&#8220;<em>Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore</em>&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino.</p>



<p>Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;.</p>



<p>Guidata dalla sua voce e dal suo percorso leggo con lui quest&#8217;ultimo suo libro.</p>



<p>Come si racconta una storia senza storia? In che modo si ricorda qualcuno senza averne ricordi? Come si vive senza memoria?<br>Il &#8220;figlio&#8221;, di solo 8 anni, è svegliato in un sonno di fanciullo da un grido. <em>&#8220;Dice che il padre forse è morto, forse è annegato. Dice anche, se ricorda bene, che possono piangere, che hanno il permesso di<br>piangere (ma avrà davvero detto così?)&#8221;.</em><br>Il figlio non piange né quella notte, né mai. Solo più tardi dirà di sentirsi sollevato e cercherà, tra i ricordi, la ragione di quel sollievo. Ma ricordi non ne trova. Sei li conta da adulto; sei i ricordi del padre, più la fotografia di un bel giovane di 29 anni. Per altro, sono ricordi fatti di niente.</p>



<p>Il figlio è uno scrittore. Un riconosciuto importante scrittore. Dal quel primo &#8220;<em>Il Cerchio celtico</em>&#8220;, al successo della &#8220;<em>La vera storia del pirata Long John Silver</em>&#8220;, passando attraverso numerosi romanzi e saggi, raccogliendo premi e attestazioni. Il figlio ha, quindi, una sorta di dovere nei confronti della storia del padre. Non è questo il suo mestiere? O forse si riconosce di più in quello di velista e sommozzatore o stimato docente? No. Non c&#8217;è scampo, scrivere è un destino. Compito del letterato è di narrare storie. Ma non tutte le vite, a meno che l&#8217;autore non voglia inventarle, possono diventare romanzo.</p>



<p>E quella del padre?<br>“<em>Che impronta può aver lasciato nel mondo un semplice elettricista di Skinnskatteberg? C&#8217;è qualcosa che è cambiato per il solo fatto che avesse trascorso un breve istante su questa terra?&#8221;</em></p>



<p>Sei ricordi, probabilmente in parte falsati e ricostruiti come tutti i ricordi, sono pochi per una storia vera. Bisognerebbe fantasticare, immaginare fatti, pensieri, sogni. Rendere il padre protagonista di un romanzo, visto che non ha avuto l&#8217;occasione di esserlo di una vita. </p>



<p>Può il figlio in tutta onestà fare questo torto al padre? Forse in alternativa basterebbe parlare di sé stesso, rintracciare attraverso il legame di sangue somiglianze fisiche, di carattere o di pensiero. Tuttavia, Larsson ritiene che la genetica non è altro che una teoria, se si escludono le possibili<br>malattie, e che lui si riconosce nel padre, da quel che gli ha detto la madre, solo nell&#8217;atteggiamento di incurvare le spalle. Eppure sin da quando è adolescente ha creduto di dover scrivere quel poco che sapeva del padre. Dimman si intitolava il primo tentativo, il racconto inserito tra altri e pubblicato nel 1980, l&#8217;unico tra tutti in terza persona. L&#8217;autore non lo ha mai più riletto, malgrado ci abbia pensato non lo ha inserito in questo suo ultimo libro. </p>



<p>D&#8217;allora più o meno coscientemente ha continuato a chiedersi il perché della sua riluttanza a raccontare. Forse perché questo avrebbe fatto crollare le mura che si è costruito per sopravvivere intorno al dolore, la mancanza, l&#8217;angoscia? Forse perché avrebbe distrutto la serena visione della sua vita? Sappiamo già che Larsson non è incline a concedere affidabilità alle varie teorie scientifiche o psicologiche. </p>



<p>Meglio interrogare scrittori e pensatori del passato o contemporanei per confrontarsi. Meglio affidarsi alla scrittura che secondo lui non deve essere cronaca, scienza, copia. La storia, generale o personale, non è letteratura. Provare a inventare partendo da eventi realmente accaduti è un tradimento. E in fondo &#8220;a che serve?&#8221;. </p>



<p><strong>Chi era il padre?</strong></p>



<p>Il ragazzo che non aveva potuto continuare gli studi, ma aveva continuato ad avere un alto concetto di sé? L&#8217;elettricista ingegnoso di un brevetto sui cavi elettrici? Il sommozzatore esperto? L&#8217;uomo che gli aveva rotto il salvadanaio per pochi spiccioli di acquavite? L&#8217;eroe affogato per salvare due bambini o il cinico che aveva pensato solo a salvare la pelle? Il papà che lo invitava a salire in barca con lui il giorno della tragedia? Era un cacciatore di sogni o un calcolatore di realtà? Il figlio non sa e non ricorda.  </p>



<p>Quello che sa è che la vita &#8211; &#8220;quest&#8217;unica vita che abbiamo. Non so voi, ma io la penso così&#8221; &#8211; è sacra e perderla precocemente è &#8220;un&#8217;ingiustizia totale&#8221;. Solo questo è ciò che appartiene realmente al padre, la &#8220;tragedia di una vita che si spegne&#8221;. Il resto, la memoria, i <em>se</em> fosse andata diversamente, la ricerca da dove o da chi veniamo, il dolore o il sollievo, tutto questo appartiene ai vivi, agli altri, al figlio. </p>



<p>Alla fine (o all&#8217;inizio) lo scrittore era consapevole che avrebbe scelto la verità, ossia non sapere, o la libertà, che poi è lo stesso. Lo sapeva che non avrebbe scritto per il padre ma per sé e soprattutto per tutti coloro che vivono senza radici biologiche o culturali, che vivono accettando i vuoti.</p>



<p>Per il lettore che chiudendo il libro annota che figlio e padre sono detti sempre in terza persona e con la lettera minuscola: perché ognuno di noi vi si possa riconoscere. Noi che ci eravamo adagiati all&#8217;idea che ogni inizio è nel nome del padre, invece, è nel nome del figlio.</p>



<p></p>



<p>Björn Larsson, <em>Nel nome del figlio, </em>Iperborea, 2021</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Il maestro di Regaliudica. Il primo romanzo del giornalista Enzo D’Antona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2021 18:52:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[D&#039;Antona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Questo libro non è pessimista. È la realtà che è pessima”. Il rimando sciasciano sintetizza il libro “Gli spaesati. Cronache del nord terrone” di Enzo D’Antona (Zolfo editore, pagg.197, € 17,00). La storia muove da Iudeca, un’ineffabile paese dell’entroterra siciliano. Un luogo letterario che, come Regalpetra, assomma ogni paese del Sud. Iudeca è una zattera che galleggia su un mare di gesso e zolfo. È il primo romanzo di un&#8230;</p>
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<p>“Questo libro non è pessimista. È la realtà che è pessima”. Il rimando sciasciano sintetizza il libro “Gli spaesati. Cronache del nord terrone” di Enzo D’Antona (Zolfo editore, pagg.197, € 17,00).</p>



<p>La storia muove da Iudeca, un’ineffabile paese dell’entroterra siciliano. Un luogo letterario che, come Regalpetra, assomma ogni paese del Sud. Iudeca è una zattera che galleggia su un mare di gesso e zolfo. È il primo romanzo di un giornalista di lungo corso, Enzo D’Antona. Siciliano di Riesi in provincia di Caltanissetta. </p>



<p>Ex responsabile della pagina economica del quotidiano “L’Ora” di Palermo. Per dieci anni ha lavorato al settimanale “Il Mondo”, occupandosi di intrecci tra gli affari, la politica e la criminalità organizzata. Ha diretto la redazione palermitana del quotidiano “la Repubblica”, poi caporedattore dell’ufficio centrale a Roma. Ha diretto “la Città” di Salerno e “Il Piccolo” di Trieste.</p>



<p>Un romanzo insolito, eccentrico. La storia di un olocausto, come sottolinea l’autore. Pagine che hanno la serietà di un trattato sociologico e la leggerezza della scrittura di Umberto Domina. Il protagonista è Ghezio. In verità Enzo, ma nella prosa linguistica di Iudica, si anticipa sempre un singolare “gh”. È la storia del rapporto irrealizzato tra Meridione e Settentrione. Narra di spaesati, smarriti, sradicati. In francese il concetto ha un suono più elegante: dèpaysement, dèracinè. Questa è la storia di quando gli extracomunitari eravamo noi, i terroni. Terroni non era per niente una cosa spassosa, era la parte estetica del mai sopito razzismo italico.</p>



<p>La prima scena è ambientata in un bar di Grugliasco, periferia ovest di Torino. Luogo di alta concentrazione di emigrati provenienti da Iudeca. I protagonisti sono giovani meridionali. Nutrono una speranza, più che altro un’illusione, quella di rimanere solo qualche anno e infine, ottenere il trasferimento e fare ritorno a casa. Partono in tanti, uno ogni dieci minuti, sei ogni ora, due sono laureati. Sbarcano in gelide stazioni del Nord. </p>



<p>Appena arrivati, si tramutano subito in “Ultimi Arrivati”. Fino a qualche giorno prima, al grido di: “Avanti Savoia”, giocavano a lanciarsi issotte e cuticchi, sassi di fiume levigati. Cuticchio come i famosi pupari. I pupi de la Chanson de Roland che per uno dei protagonisti del libro, rappresentavano il riscatto. Ma la sua laurea in Lettere gli servirà solo per ottenere una supplenza. Insegnerà in un istituto tecnico della periferia milanese. </p>



<p>D’Antona tratteggia con maestria personaggi incantevoli. Tra tutti, Mavalà, la ‘ngiuria, il soprannome di un operaio Fiat, reparto stampaggio a Mirafiori, aspirante geometra, il padre cantoniere all’Anas. Il soprannome lo guadagna a Parigi. Meta agognata quando era un nascente figlio dei fiori. Un solo obbiettivo, scopare e tornare vincitore al paesello per poi raccontarlo a tutti. </p>



<p>Ma, come in ogni grande storia, incombe il destino. Ha il volto di una ragazza israeliana conosciuta all’ostello. Quando lei gli chiede: “Je voudrais faire l’amour avec toi”, l’intrepido eroe brancatiano, riesce solo a profferire un maldestro: “Ma va là”. E, come terribile tormento, sarà per tutti e per sempre, il meraviglioso Mavalà. C’è anche “Commosso”, quello che declina, per ore, le poesie di Prevert all’interno di una cabina telefonica: “Questo amore. Così tenero. Così disperato”. </p>



<p>Borino invece, parte per Sampierdarena, troverà casa in via generale Cantone. Come si ostinerà a far scrivere nell’indirizzo delle cartoline. Generale Cantone che sarà oggetto di lunghe dispute con Milziade, novello cancelliere del tribunale di Genova. L’eroe contrappuntosarà il generale Cascino, rimando alla fidanzata di Piazza Armerina che tenta disperatamente di abbandonare al suo destino. Fulippu invece, sarà il primo meridionale a diventare più leghista dei leghisti.</p>



<p>Nel libro il Sud non è un punto cardinale, ma una sorta di aggettivo peggiorativo. Intere guarnigioni di meridionali si imbarcano sul treno del Sole, ferraglia che non aveva nulla di solare. Convogli impregnati di puzza di emigrazione, afrori dolciastri di tumazzi, fetori di sudore, olezzi di creolina. Nel 1968, si conta il record delle partenze, settantacinquemila, gli abitanti di una intera cittadina di provincia. </p>



<p>Tra il 1961 e il 1971, saranno settecentomila a lasciare i loro paesi. Duecentomila nella sola Germania. Nell’edilizia, tra gli anni Cinquanta e i Settanta, il novanta per cento della manovalanza del triangolo industriale proveniva dal Sud. Erano quelli che costruivano i capannoni industriali e i palazzoni informi della pianura padana. Era l’età dei concorsi. L’Homo migrans, era sparso dalla liquidità sociale dove capitava. La profezia degli operai massa che si trasformavano in operai sociali. Cancellieri, insegnanti, infermieri, bidelli, impiegati. Come aveva profetizzato in fumose assemblee padovane un “cattivo maestro”, inascoltato. </p>



<p>Affittavano abitazioni scalcinate. Freddi sottoscala. Case di ringhiera con i cessi fuori. Le cene con i bastoncini Findus. Scoprivano la necessità di “gettarsi ammalati”, come disobbedienza civile. Una sorta di perequazione da deportazione. Disobbedienza civile, come quella prospettata dall’ideologo della Lega, il pelato professore Miglio, il pensatore che invitava a non pagare le tasse a Roma ladrona. Ma queste migliaia di emigranti, saranno sempre spaesati. Perché non sono partiti per vedere il mondo. Sono partiti perché avevano bisogno di un lavoro. In tutti quegli anni non si sono mai sentiti a casa loro. E non lo saranno mai. Non hanno dove andare e non sanno dove ritornare.</p>



<p>Il registro narrativo si alterna, passando dalla lucida elencazione statistica al parossismo narrativo surreale degno del buon Brancati. Ed ecco il Vov confortante post coito, dopo il sesso mercenario. Il rito dei fratelli di sangue nell’infantile gioco iniziatico. L’apartheid degli studenti meridionali bocciati al ginnasio dalla protervia di orribili insegnanti piemontesi. La rabbia di classe che si consumerà in un bovindo torinese al grido di: “Finestra, finestra”, una scena raccontata magistralmente, come in un film di Lina Wertmüller.</p>



<p>Il cinema è un&#8217;altra costante del romanzo. Quasi una colonna visiva. Con abilità, l’autore lo utilizza per incastonare il rosario maledetto italiano. L’omicidio di Piersanti Mattarella. I picchetti davanti i cancelli della Fiat. Il caporeparto Vincenzo Bonsignore che muore d’infarto, tentando di forzare il blocco, l’origine della “marcia dei quarantamila”. L’omicidio di Guido Rossa. Forlani che rende pubblica la lista della P2 del gran maestro Licio Gelli. L’arrivo della Mafia al nord con il clan dei Cursoti. L’omicidio di Pio La Torre. Lo sbarco della ‘Ndrangheta in Lombardia. La nascita della Lega Nord. Le scritte sui muri contro i terroni. L’arresto del socialista Mario Chiesa e Tangentopoli. La Milano da bere di Ligresti, Sindona e Berlusconi.</p>



<p>“Questo libro non è pessimista. È la realtà che è pessima”. Infatti, ancora oggi, dal 2000 al 2020, oltre due milioni e settecentomila meridionali sono andati via dal Sud. La Sicilia vanta il 41,8 % di disoccupati. Ogni giorno, continuano ad andar via 367 persone, il 33 % possiede una laurea.Il paradigma disperante è chiaro. La prima ondata migratoria girava al Sud ingenti rimesse economiche, inseguendo il sogno del ritorno. La seconda, è riuscita a sopravvivere ai margini di sconsolanti periferie metropolitane. La terza, quella che stiamo vivendo, resiste solo grazie alle rimesse dei loro genitori, economie che risalgono dal Sud al Nord. Devono svendere un appartamento di Iudeca per comprare al figlio un monolocale a Desio.</p>



<p>Un paese ci voleva per Mavalà, Commosso, Milziade, Fulippu. Non fosse che per il gusto di andarsene via.</p>
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		<title>Gesualdo Bufalino, andata e ritorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:14:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Comiso]]></category>
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		<category><![CDATA[Giuseppe Leone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Comiso, un vago Novecento. Luogo della conversazione, il salotto dello scrittore Gesualdo Bufalino. Inutile reiterare l’invito. L’autore di “Argo il cieco”, dispiegando il palmo della mano, oppose un divieto risoluto, rifiutando financo l’aggancio oculare. Il volto dai tratti puntuti, si irrigidì, fino a rivelare un ossuto profilo di airone. «La prego di non insistere». Lo scrittore premio Strega, certificò così&#8230;</p>
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<p>«Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Comiso, un vago Novecento. Luogo della conversazione, il salotto dello scrittore Gesualdo Bufalino. Inutile reiterare l’invito. L’autore di “Argo il cieco”, dispiegando il palmo della mano, oppose un divieto risoluto, rifiutando financo l’aggancio oculare. Il volto dai tratti puntuti, si irrigidì, fino a rivelare un ossuto profilo di airone. «La prego di non insistere». Lo scrittore premio Strega, certificò così tutto il suo risentimento, senza venire meno al suo proverbiale garbo signorile.</p>



<p>Nel corso di quasi quaranta anni di scorribande giornalistiche, quella di Bufalino, è stata la mia unica bocciatura. Fino ad allora, avevano accettato l’invito tutti: artisti, politici e furfanti di ogni genere. Ma il tratto singolare, bizzarro di questa vicenda, era che condividevo pienamente il risentimento di Bufalino e il suo diniego. La rivista evocata era “Kalòs, arte in Sicilia”, Aldo Scimè il suo direttore, un intellettuale di primo piano nel panorama culturale siciliano. Il direttore mi aveva spedito da Palermo alla volta di Comiso. Un viaggio in diagonale attraverso la “Terra tricuspide arata dal vomere della storia”, per dirla con Bufalino.</p>



<p>Subodorato il finale di partita, avevo chiesto una sorta di patronage al fotografo Giuseppe Leone. L’artista ragusano, vantava una lunga frequentazione con lo scrittore. Giungemmo in una Comiso intabarrata da un’irreale e metafisica nebbia. Bufalino, ci accolse con signorile ospitalità. Sedeva compunto e impeccabile nella sua eleganza d’antan. La cravatta, bizzarramente, faceva capolino dal pullover che aveva la stessa tonalità pastello del salotto. Le pareti gravide di libri. Una conversazione, piana, pacata, di circostanza. Con una punta di stizza, quando accennammo al crescente fenomeno leghista. Fu mera illusione l’aver guadagnato quella fiammata infervorata. Inesorabilmente, l’untuoso tentativo di blandirlo, giunse al dunque: il motivo della mia presenza a Comiso.</p>



<p>Svelato l’arcano mistero, si illuminò il volto di Bufalino, come quello di uno spadaccino al momento de l’en gard. Attese qualche tempo, non senza compiacimento. Senza scomporsi, puntò lo sguardo in altra direzione. Quasi ad anticipare la bocciatura che si apprestava a certificarmi. Prima di proferire parola, dispiegò il palmo della mano nella mia direzione, per tutta la sua ampiezza, come una sorta di cartello stradale di divieto. Dopo, quel tempo immobile, giunsero le sue parole, come nel bel mezzo di una pochade surreale: «Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Sentenziò, scadendo parole secche, un sibilo, come una scudisciata. Questa vicenda, il suo racconto, assumono oggi questa inedita connotazione teatrale. Sapevamo già, tutti i protagonisti dell’incontro, quale sarebbe stata la risposta. Tutto quel tempo immobile, quel rondeau di detto e non detto, l’attesa, il viaggio, il patronage, le frasi di circostanza, valevano, forse, più dell’intervista.</p>



<p>L’aspetto ancor più delizioso di tutta questa vicenda stanella motivazione che sottende al diniego bufaliniano. L’accusa pendente era quella di reiterata partigianeria letteraria. La rivista, il suo direttore, e l’agognante intervistatore, si erano macchiati di un grave reato. Tutti schierati in una singolare tenzone letteraria, quella che vedeva contrapposti gli scrittori Vincenzo Consolo da una parte e Gesualdo Bufalino dall’altra. Oggetto del contendere, la presunta eredità letteraria di Leonardo Sciascia, scomparso nel novembre del 1989. Una sorta di Cavalleria rusticana che aveva infervorato le redazioni dei giornali e i salotti letterari. Ovviamente, ed è questa la dura realtà, Leonardo Sciascia non lasciò alcun erede letterario.</p>



<p>Prima del congedo, fermi sull’uscio di casa, chiesi a Bufalino un autografo sulla copia de “Le menzogne della notte” che avevo portato con me. Richiesta che sembrò sortire l’effetto di un inaspettato rabbonimento. Vergò un lungo messaggio sul frontespizio. Socchiuse le ante del libro, con esse anche l’ultima illusione di approvazione e mi consegnò il volume. In macchina, Peppino Leone se la rideva fragorosamente, divertito fino alle lacrime. La captatio mielosa si era miseramente infranta al cospetto della risoluta caparbietà dello scrittore di Comiso.</p>



<p>Mi imbatto in Gesualdo Bufalino e Giuseppe Leone, a distanza di tre decenni da quel lontano episodio. Il pretesto, le celebrazioni legate al centenario della nascita di Bufalino. Per l’occasione, Giuseppe Leone ha licenziato un libro fotografico dedicato allo scrittore. Una pubblicazione tanto minuta quanto raffinata. Lo scrittore di Comiso appare solo in una foto introduttiva. In maniche di camicia, galleggia in un’accecante luce di riverbero, quasi aggrottato nel paesaggio ibleo. Il resto del racconto fotografico è affidato a una serie di immagini di Camarina e della foce del fiume Ippari. Scenario della presentazione del libro la corte del castello di Donnafugata.</p>



<p>Dopo trenta anni, ripercorrevo lo stesso viaggio diagonale. Questa volta, accompagnato da mio nipote Gaetano, giovane studente di lettere a Bologna in vacanza in Sicilia. Un agosto irreale, di smarrimento. Con l’emergenza di pandemia che limitava la presenza degli spettatori. L’emozionale corte del castello è luogo di evocazioni, narra di ineffabili rapimenti di regine di Navarra. Nell’attesa, un incontro eccentrico che sembra scivolato da una pagina di Mrożek. Giuseppe Leone mi presenta Salvatore Schembari, editore, gallerista, raffinato cinéphile, tra gli amici più intimi di Bufalino. Schembari, misteriosamente, mi confida che proprio nella corte del castello di Donnafugata, un giovane Gesualdo Bufalino tenne uno dei suoi primi interventi pubblici. Presentava la proiezione di un film francese: “La fin du jour”. Una pellicola del 1939 firmata dal regista Julien Duvivier. Il film è un omaggio alla gente di teatro, ambientato in una casa di riposo per attori. La storia è incentrata sui tre protagonisti e il loro egocentrismo da teatranti.</p>



<p>Tra i presenti venuti ad assistere alla presentazione del libro di Leone, seduta in prima fila, anche la vedova dello scrittore di Comiso, la signora Giovanna. La serata si apre con una vecchia registrazione audio. La voce è quella di Gesualdo Bufalino, quella compassata, composta, udita tanti anni prima nel suo salotto. Gesualdo declama una delle sue poesie, “Al Fiume”:</p>



<p><em>Ippari vecchio, bianchissimo greto<br>a te ho consegnato la mia infanzia,<br>l’empia novella t’ho raccontato.<br>Come serpi nelle tue crepe<br>stanno tutti i miei giorni ad aspettarmi,<br>sotterrata nell’acque tue<br>c’è la pietra del mio cuore.<br>Ippari vecchio, fiume di vento,<br>voglio un’estate venirti a trovare.<br>Quanta rena di tempo è volata<br>fra le tue sponde di luce veloce,<br>quante tacquero trecce scellerate<br>ai davanzali che non scordo più<br>Ah moscacieca d’occhi e di scialli,<br>ah vaso mio di basilico scuro,<br>bocca murata dell’amor mio!<br>Ippari vecchio, fiume ferito,<br>fammi sentire la tua voce ancora.<br>Per strade rosse me ne sono andato,<br>per strade nere ritornerò;<br>col guizzo estremo d’aria fra le labbra<br>da lontano il tuo nome griderò.<br>Arrivare potessi alla tua foce<br>di crete pigre, di canne dolenti,<br>dove ti cerca sterminato il mare.<br>Ippari vecchio, zingaro fiume,<br>dove tu muori voglio anch’io morire.</em></p>



<p>Le parole di Bufalino, i suoni, sembrano rimbalzare sulle pietre della corte. “(…) Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello (…)”. Così avrebbe scritto l’antico, meraviglioso, antagonista; Vincenzo Consolo. Tutti questi accadimenti, gli incontri, lo scenario emozionale, si sono tradotti quella sera, nelle mie pubbliche scuse rivolte all’indirizzo della signora Giovanna e all’ineffabile professore Bufalino. Un riconoscimento, tardivo, alla genialità e all’erudizione della scrittura bufaliniana. Dopo l’intervento, volgendo il capo, a destra della corte, nella penombra di un accesso con il tetto a volta, ho avuto l’illusione di scorgere un uomo e il suo profilo ossuto di airone.</p>



<p>Dopo i saluti di commiato, in macchina sopraffatto dai ricordi ho smarrito la strada di un viaggio al termine della notte. La salvezza, grazie al cellulare di mio nipote Gaetano, aveva la voce femminile e metallica di Google Maps. Notte fonda quando guadagno il mio giaciglio di approdo. Non prima di aver cercato il libro di Bufalino, quello che recava la sua dedica. Sul frontespizio però campeggiava una scritta ormai quasi svanita. Leggibile solo la firma dello scrittore. Era stata vergata con un pennarello, l’inchiostro si era quasi del tutto volatilizzato. Voltata la pagina, l’esergo di Bufalino: “A noi due”.<br>A noi due, en gard, dunque. Scorrendo le pagine de “La menzogna della notte” si aggiungono particolari di verità. Tra quelle pagine si dispiega la storia di un addio nell’ultima notte dei condannati a morte, prigionieri in una fortezza arroccata su un’isola. I protagonisti, rinchiusi in una cella, nottetempo, tentano di esorcizzare la morte con le parole. Sono il giovane Narciso Lucifora, il barone Corrado Ingafù, il guerriero Agesilao degli Incerti e il poeta beffardo, Saglimbeni che così sentenzia:<br>«Io sono cresciuto indiviso &#8211; come un pesce nell&#8217;acqua di due bocce comunicanti &#8211; fra verità e menzogna, fra menzogna e verità. Al punto di non distinguere più la parete di vetro dall&#8217;aria, la cabala dalla vita».<br>Dunque, esiste un margine tra la menzogna e la verità?<br>La realtà è solo una proiezione della nostra mente?</p>



<p>Fotografia di Giuseppe Leone</p>
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		<title>Tè e caffè online</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2020 13:50:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Caffè]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Dalla Bona]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Napoletana]]></category>
		<category><![CDATA[Tè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giunti a questo punto della storia dei nostri incontri più o meno regolati secondo i canoni dei tempi di una rubrica, non sarà sfuggita l&#8217;anomalia della suddetta rubrica (allenati come siamo dai dibattiti sui social o in Tv sui massimi sistemi) e qualcuno si sarà chiesto: ma cosa c’entra il tè in un caffè online? C’entra, c’entra. Perché ogni cosa abbia il suo contrario, perché ogni opinione abbia la sua opposizione,&#8230;</p>
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<p>Giunti a questo punto della storia dei nostri incontri più o meno regolati secondo i canoni dei tempi di una rubrica, non sarà sfuggita l&#8217;anomalia della suddetta rubrica (allenati come siamo dai dibattiti sui social o in Tv sui massimi sistemi) e qualcuno si sarà chiesto: ma cosa c’entra il tè in un caffè online? <br>C’entra, c’entra. Perché ogni cosa abbia il suo contrario, perché ogni opinione abbia la sua opposizione, perché ogni immagine abbia il suo negativo. Perché il caffè è il caffè, ma volete mettere un tè? Il caffè serve per svegliarti, per accelerarti, per avere le idee più chiare.  </p>



<p>Nella mia famiglia si è tramandata una venerazione al femminile del caffè come toccasana per ogni situazione critica.&nbsp;La bisnonna Gennarina, lo esigeva&nbsp;(1800) ogni qualvolta uno dei suoi numerosi figli partiva per l’America, enunciava idee sovversive, si arruolava volontario in guerra, veniva richiamato in guerra, sperperava ricchezza e salute, ne combinava una inimmaginabile. La bisnonna Fortuna lo utilizzava come ingeneroso discrimine (1800)&nbsp;di ordine sociale: il primo che filtrava dalla “napoletana” per lei, il secondo, marito e figli, il terzo congiunti e vari, il quarto, ormai solo acqua leggermente intorbidita, per la servitù. Mia nonna Anna, giovane vedova con quattro bambini, dopo un caffè trovava il coraggio di vendere a fette le sue proprietà se bisognava pagare un collegio o un viaggio o semplicemente fare la spesa. Mia madre Lina si accompagnava a un sorso di caffè, ma ricorreva anche ai&nbsp;chicchi se subentrava l’urgenza, per tutta la giornata, perché tutta la giornata era un’impresa. Io vengo richiamata al mondo ogni mattina dal suo profumo e una tazza di caffè mi ha sostenuto in ogni prova, fosse un esame di scuola o di vita.&nbsp;</p>



<p>Nel lavoro il caffè è sinonimo di pausa: lo umanizza, spesso lo socializza, ne misura la fatica ed anche il piacere.&nbsp;Il caffè è anche sinonimo di italianità. Amaro e dolce quanto basta. Come gli italiani è variabile, lungo, ristretto, espresso, macchiato, creativo, sorprendente. A volte riesce, a volte no. Si beve d’un sorso o si centellina. Con zucchero, senza, e un mio amico vi aggiunge miele.&nbsp;</p>



<p>E il tè?&nbsp;Il tè è un pensiero, un pensare la vita.&nbsp;Il caffè sta al corpo come il tè sta alla mente. Del caffè non si può fare a meno, del tè sì, e quindi diventa una scelta, un di più, è superfluo e pertanto indispensabile.&nbsp; Il tè richiede accessori, dedizione, tempo. Il tè esige conoscenze e scelte: varietà, provenienza, regole di quantità ed infusione. Il tè ama la compagnia di un dolce, di una musica, di un libro o dei&nbsp;tuoi pensieri. Il tè sta bene da solo ma molto bene in compagnia. Il tè predilige delle ore, delle luci, degli ambienti. Il tè unisce, passato e presente, oriente e occidente, nord e sud, riti consolidati e sperimentazioni, giovani e vecchi. Il tè conversa, racconta.&nbsp;Il tè preferisce che tu ti segga, no, non per una pausa, ma per fermare il mondo e prendere un tè.&nbsp;</p>



<p>Mettiamoci dunque comodi. Scegliamo per iniziare un tè jasmine, nero per ricordarci che non tutto quello che si narra o si legge o si vive può essere sottratto alle tenebre, con fiori di gelsomino per non dimenticare che sta a noi aggiungere quel&nbsp;&#8220;nonsochè”,&nbsp;e apriamo un buon libro.&nbsp;</p>



<p>A questo punto per cedere il passo, per generosità, per par condicio, ci vorrebbe un libro che abbia a che fare con il caffè. Non me ne viene in mente nessuno e ricorro a google.&nbsp;Si apre sul mio display un elenco sterminato di libri relativi al caffè e non uno che conosca. Scorro la lista e penso di chiuderla lì, con la storia del caffè, quando un titolo mi ferma:&nbsp;Dell’uso e dell’abuso del caffè, dissertazione storico &#8211; fisico &#8211; medico con aggiunte, massime intorno la cioccolata ed il rosolio&nbsp;di Giovanni Dalla Bona. Cerco qualche notizia in più, non è che ce ne siano tante, e scopro che è stato pubblicato nel 1762. Bisogna assolutamente leggerlo e possederlo. E se&nbsp;il contenuto ci dovesse deludere, ci faremo bastare quel titolo, (quante volte di un libro non abbiamo salvato neanche quello) quelle aggiunte sul rosolio e quelle massime intorno alla cioccolata che ne fanno in pectore un capolavoro, un candidato al titolo di classico.&nbsp;</p>



<p>Prometto che questa rubrica onorerà in futuro la sua finalità che è quella di condividere buoni tè e bei libri rigorosamente provati e letti, ma in questo incontro concediamoci insieme il lusso dell’imprevisto, della contaminazione,  della scoperta, della sorpresa. Del contrario. <br> <br>Patologia: stati di lieve confusione semantica e aggiunte<br>Terapia: tè jasmine, o caffè dalla prima alla quarta filtrazione a seconda di dove ci colloca la nostra autostima, lettura di tutte le 104 pagine “Dell’uso e dell’abuso del caffè…”  se ci siamo collocati alla prima o seconda scelta del caffè,  solo delle “aggiunte e delle massime” se ci siamo collocati alla terza o quarta.  </p>
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		<title>Conversazioni in terrazza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2020 11:51:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Finalmente possiamo ritrovarci dopo il lungo periodo di forzata lontananza. Ed è strano ritrovarci noi quattro da sole. In terrazza. Quella stessa terrazza che ha visto i nostri giochi infantili, i piccoli litigi, le festicciole di adolescenti, le riunioni familiari, la mancanza di alcune persone care, il sopraggiungere di altre persone care. Ma questo pomeriggio la terrazza è tutta nostra, di noi quattro: le sorelle March, come mi piaceva immaginarci&#8230;</p>
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<p>Finalmente possiamo ritrovarci dopo il lungo periodo di forzata lontananza. Ed è strano ritrovarci noi quattro da sole. In terrazza. Quella stessa terrazza che ha visto i nostri giochi infantili, i piccoli litigi, le festicciole di adolescenti, le riunioni familiari, la mancanza di alcune persone care, il sopraggiungere di altre persone care. Ma questo pomeriggio la terrazza è tutta nostra, di noi quattro: le sorelle March, come mi piaceva immaginarci quando ero una ragazzina fresca di lettura di Piccole donne. In quegli anni ogni volta che leggevo un romanzo cercavo di trasportarlo poi nella mia vita e nei giochi che facevo con Gabri, la più piccola, la mia compagna del fare finta, la mia vittima (fino a quando non ne poteva più e, forte della sua maggiore stazza, me le dava di santa ragione). Attraversavo gli anni della fanciullezza atteggiandomi a Louise del Giardino segreto, o Maria Closelle di Piccola Robinson, o Wendy di Peter Pan, non disdegnando peraltro ruoli maschili: David Copperfield o Tom Sawyer e finanche l’Ultimo dei Mohicani.</p>



<p>Ma il mio cuore era nel tinello della famiglia March con Meg/Mariolina, Jo/Marcella, Beth/io, Amy/Gabri. Avrei voluto un altro secolo, dei lunghi e ampi vestiti, un camino intorno al quale riunirci, una mamma sempre saggia e un papà in guerra. Avrei voluto per me e le mie sorelle un andare sempre d’accordo, uno spirito di sacrificio a gara, delle prove in cui cimentarci. Un lieto fine.</p>



<p>Ed ora eccoci qui, quattro sorelle March dai 70 agli 80 anni riunite intorno al tavolinetto della terrazza, stranamente da sole senza il corteo dei giovani e meno giovani che hanno allargato la nostra famiglia. Quasi quasi ci sentiamo impacciate, non sappiamo di che parlare. Del passato? Troppa nostalgia. Del presente? Ma se non facciamo altro per telefono. Del futuro? Troppo rischioso. “Allora &#8211; dico &#8211; faccio un tè?” Vado in cucina, quella stessa cucina dove ho imparato a farlo il tè, prendo le tazze buone, di Nonna, quelle dove ci offriva la cioccolata, che il tè ancora da noi non si usava. Il tempo di arrivare con il vassoio in terrazza e l’infusione è già pronta.</p>



<p>Sorseggiamo e facciamo un po’ di gossip sul resto della parentela. Franco è appena tornato dall’ospedale, Flora ancora non si riprende per la morte di Paola e per la mancanza delle nipoti, Franca, malgrado l’età e la lombaggine, è in crociera e dice che l’animatore la corteggia a dispetto di tante ragazze, Giovanna è diventata la Barbablù delle badanti: è alla sesta, Ernesto continua il lockdown tanto gli è piaciuto, Rosetta vuole 100 invitati per i suoi 70 anni in barba agli assembramenti.</p>



<p>“Siamo diventati tutti vecchi e matti” sospira Gabri che è la più giovane della compagnia. “Ma che vecchi e vecchi. Con tutte le cose che abbiamo da fare non è certo il caso di piangerci addosso.” replica Mariolina. La conversazione si sposta sui nipotini, sulle coppie, sul lavoro, sui mutui, sui trasferimenti, sul futuro. E sì, la nostra Mariolina/Meg è sempre la più saggia mentre Marcella/Jo, la più intraprendente, fa la sua ennesima inascoltata disattesa proposta imprenditoriale.</p>



<p>“Ancora tè?” Prendiamo anche una fetta di crostata. “Buona, squisita, la più buona in assoluto.” Beh, non so che bilanci avranno fatto le sorelle March quando si saranno riunite intorno al loro camino fra i 70 e gli 80 anni. Probabilmente, come noi, avranno evitato di fare sottrazioni e si saranno concentrate sulle moltiplicazioni. Probabilmente, come noi, si saranno meravigliate di come ha fatto il tempo a correre tanto, da un camino ad un altro, da una terrazza all’altra. Uguale e diverso. Vicino e lontano.<br>“E’ strano, ritrovarci da sole. Non succedeva da un sacco di tempo.”<br>“Forse da quando ci costringevi a giocare alle sorelle March.”<br>&#8220;Giochiamo alle Piccole donne non si arrendono?”</p>



<p>Patologia: leggero stato di transfert della personalità.<br>Terapia: tè Pu&#8217;er (tè invecchiato a lungo) per cogliere il gusto del tempo e dei suoi sedimenti.<br>Libro: Piccole donne. O meglio Piccole donne crescono? di Louisa May Alcott.</p>
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		<title>Proliferazione di interrogativi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2020 19:53:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Earl Grey]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Ravasi]]></category>
		<category><![CDATA[Tè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>#andràtuttobene abbiamo ostentato nella fase 1 con la forza della disperazione. Avevamo ragione? Forse. Intanto gli arcobaleni, gli applausi dalle finestre, i cori improbabili, ci hanno dato se non sempre coraggio almeno elemento di distrazione. Ora siamo alla fase 2 perché  la curva è (?) in discesa o perché  comunque sia dobbiamo andare avanti.  E qui potrebbero, e in effetti stanno, proliferando svariate hashtag #saremomigliori #saremopeggiori #saràunmondonuovo #saràunmondopeggiore #saràlastessacosa. Ognuno&#8230;</p>
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<p>#andràtuttobene abbiamo ostentato nella fase 1 con la forza della disperazione. Avevamo ragione? Forse. Intanto gli arcobaleni, gli applausi dalle finestre, i cori improbabili, ci hanno dato se non sempre coraggio almeno elemento di distrazione. Ora siamo alla fase 2 perché  la curva è (?) in discesa o perché  comunque sia dobbiamo andare avanti.  E qui potrebbero, e in effetti stanno, proliferando svariate hashtag #saremomigliori #saremopeggiori #saràunmondonuovo #saràunmondopeggiore #saràlastessacosa. Ognuno si iscriva al partito che preferisce tanto #ilmondocomunqueandrà. (forse)</p>



<p>Io intanto mi avvicino alle lattine del tè e come ogni mattina ne scelgo una a seconda dell&#8217;umore, del tempo, dell&#8217;alternanza, della disponibilità. La apro e l&#8217;annuso. Sì, è quello il profumo che mi aspettavo e che pur tuttavia ogni volta mi sorprende con una nota nuova, d&#8217;altronde ogni giorno che inizia ci pare di riconoscerlo, così simile ai precedenti e pur sappiamo che è un giorno tutto nuovo. Con un sapore solo suo.</p>



<p>Earl Grey. Tè nero aromatizzato con olio di bergamotto. Il conte Charles Grey (1764-1845) pare che lo abbia ricevuto in dono da un Mandarino cinese al quale avrebbe salvato la vita o in altra e più prosaica versione, il Mandarino sperava di migliorare le relazioni commerciali con l&#8217;Inghilterra. Eroico o banale: come sarà questo giorno di fase 2?</p>



<p>Due cucchiaini di miscela, acqua bollente, infusione di tre minuti. La tazza è in bilico sul bracciolo della poltrona, basterebbe una piccola disattenzione per farla cadere. Anche i miei pensieri, dopo il primo sorso di tè, in queste ore del mattino, sono in bilico tra il bisogno di una rassicurante quotidianità&nbsp;a cui la fase #iorestoacasa mi aveva allenata e la rischiosa ma eccitante novità di uscire e di constatare con i miei passi se il mondo sta cambiando o addirittura è già cambiato.</p>



<p>Basta crederci in un mondo nuovo? Credere che il male che abbiamo e stiamo patendo ha il seme del bene, che si può e magari si deve, inventare una diversa economia, ecologia, politica, globalizzazione. Un mai pensato pensiero. Che si possono sperimentare altri rapporti fra le persone. Che l&#8217;uguaglianza e la solidarietà non si confinano nelle terre dell&#8217;utopia o delle religioni. Bisognerebbe credere che noi uomini siamo capaci di inventarcela una vita&nbsp; che non deriva dall&#8217;imprevisto di un Coronavirus, ma dal vivere in modo nuovo. Tirare fuori, perché da qualche parte ci devono pur essere, azioni, parole, pensieri imprevedibili che portino al cambiamento mio, tuo, di tutti. Insieme. Della terra, dell&#8217;universo.</p>



<p>Accompagna il mio tè &#8220;Dalla terra al cielo. Mattutino&#8221; di Gianfranco Ravasi. È un libro che propone una pagina per ogni giorno dell&#8217;anno. Prende le mosse da una rubrica del quotidiano Avvenire in cui Ravasi presentava autori e opere di varie epoche e culture. Inizia il Mattutino con un apologo tratto dalla letteratura cinese taoista &#8221; Un giorno il re chiese a Zhuang-zu il disegno di un granchio. L&#8217;artista chiese cinque anni di tempo e una villa con dodici servi. Scaduti i cinque anni, davanti al re apparve solo una parete bianca. &#8211; Ho bisogno di altri cinque anni &#8211; chiese Zhuang-zu al sovrano perplesso e infastidito. Passarono gli anni e ancora la parete era intatta. Il re stava per esplodere di collera ma Zhuang-zu davanti a lui prese un pennello e con un gesto essenziale disegnò il più perfetto granchio mai visto sulla faccia della terra.&#8221;</p>



<p>Ecco, noi uomini,&nbsp;di cinque in cinque, anni ne abbiamo già trascorsi tanti. Ma forse oggi, proprio oggi, prenderemo il pennello e infine lo disegneremo quel granchio perfetto.</p>



<p>Patologia: proliferazione di interrogativi<br>Terapia:&nbsp; tè&nbsp; Earl Grey&nbsp; &#8211; Libro: &#8220;Dalla terra al cielo. Mattutino&#8221; Gianfranco Ravasi &#8211; Piemme</p>



<p>Tè Earl Grey 80^ 3 m. di infusione. Berne una tazza. Tanto basta. Come se fosse la prima volta.<br>&#8220;Dalla terra al cielo&#8221; Leggerne una pagina. Tanto basta, badando di avere un pennello a portata di mano</p>
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		<title>Il vecchietto dove lo metto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2020 11:46:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Anziani]]></category>
		<category><![CDATA[Casa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno/a dice: #iooggiesco. Il decreto maggio di Conte lo permette. Chi di noi non ha un congiunto o un residuo di fantasia per poterlo scovare nei sei gradi di parentela concessi? E se proprio, per essere fiscali,  non riusciamo a trovare uno straccio di congiunto non sarà  lecito congiungersi con se stessi, primo e indiscusso grado di parentela? #iocomunqueesco ha ragionato cavillando su numeri, gradi, addizioni e dopo avere annusato&#8230;</p>
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<p>Uno/a dice: #iooggiesco. Il decreto maggio di Conte lo permette. Chi di noi non ha un congiunto o un residuo di fantasia per poterlo scovare nei sei gradi di parentela concessi? E se proprio, per essere fiscali,  non riusciamo a trovare uno straccio di congiunto non sarà  lecito congiungersi con se stessi, primo e indiscusso grado di parentela?</p>



<p>#iocomunqueesco ha ragionato cavillando su numeri, gradi, addizioni e dopo avere annusato dalla finestra l&#8217;aria tenuta in questi due mesi in doveroso distanziamento, ha cercato invano una giacca leggera in un armadio fermo ai rigori invernali e si è rassegnata a indossare il più leggero dei cappotti. Scarpe, infilate un po&#8217; a stento dopo la liberalizzazione concessa ai piedi nel periodo pantofolaio, borsa, ricerca affannosa delle chiavi di casa. Scende leggermente turbata le scale e si trova davanti al portone. Chiuso. Aprirlo naturalmente. Aprire? E qui anche Amleto sarebbe più svelto nel risolvere la questione.</p>



<p>#ioesco? sa ormai, (è stato detto in ogni Tg, programma d&#8217;intrattenimento, talk show, comunicato, conferenza stampa, giornale cartaceo e online, social.  È  stato ribadito da ogni politico, autorità religiosa, volto noto, virologo, epidiemologo, immunologo, medico,  sondaggista, scienziato generico, storico, scrittore, influencer, esperto qualificato, esperto improvvisato, parente, condomino dal balcone ) di essere anziana e pertanto facile preda del Coronavirus. Aprire?</p>



<p>#ioesco? sa che pur ritrovandosi  nella categoria degli anziani, fa parte comunque di quella  privilegiata. Vive da sola in un avvolgente contesto familiare e amicale. Ha lavorato a lungo ed ora si ritrova nel lusso di ore tutte sue per leggere, passeggiare,  viaggiare, informarsi, divertire, oziare. Ha la mente lucida e, rapportandosi con gli altri, nessuno le chiede il certificato di nascita. E lei non lo chiede a nessuno. Se sta bene con qualcuno è perché hanno lo stesso sguardo sul mondo, non la stessa età. Da lontano ha gli stessi contorni dei 20 anni.  Porta i capelli bianchi con la stessa provocatoria serenità con cui nel ’68 portava la minigonna. Questo fino a febbraio. Poi improvvisamente Coronavirus. I vecchi muoiono. Ogni giorno. Prima ad una cifra, poi a due, a tre, sfiorando pericolosamente le quattro. Ma anche a quel punto #ioesco? sa di essere anziana sì,  ma ancora privilegiata perché protetta.</p>



<p>Deve restare in casa, è vero senza figli e soprattutto vivificanti nipoti divenuti improvvisamente potenziali nemici e untori. Ma le sue giornate si popolano di nuove e diverse presenze.<br>Telefonano persone di cui si erano perse  le tracce,  volenterosi novelli boy scout offrono servigi vari. Chiama finanche la banca , la posta, la farmacia, la parrocchia, il medico di base. A volte il macellaio. Figli e nipoti scoprono che il telefono oltre che per ricevere serve anche per informarsi, e guai a lei se durante la conversazione le scappa uno starnuto o, diononvoglia, un colpetto di tosse. Deve sorbirsi le spiegazioni su come si fa una video-chiamata e fingere che sia una sbalorditiva novità. È  inondata da  newsletter di giornali, musei, teatri, cinema, canali tv, emergenti comitati di supporto per gli anziani.<br>È segnalata. Tutti lo sanno. Gli altri e soprattutto lei: hai più di 65 anni? Sei anziano. Il Coronavirus ha ucciso anche l&#8217;ultimo tabù della nostra epoca. I diversamente giovani, i “non esiste un&#8217;età in cui si diventa anziani”, i non è mai troppo tardi, sono diventati dapprima numeri poi preziosi vecchi o i nostri cari nonni.</p>



<p>#ioesco? Con le chiavi in mano ripensa al libro di Thoroddsen &#8220;Doppio vetro&#8221; che ha ripescato nella libreria attratta da quel titolo così riassuntivo dei giorni che sta, stiamo, vivendo. Una donna anziana dietro la sua finestra, divisa dal mondo da un doppio vetro. Non ne sarebbe bastato uno? Quello che la società pone quando si entra nell&#8217;età matura, divisorio sì, ma con l&#8217;illusione della trasparenza che fa quasi dimenticare che ci sia. Barriera troppo fragile per pensare di non poterla superare e pertanto entrare ed uscire a piacimento dalla vita reale. E invece no. Il vetro è doppio e non è detto che non siamo stati noi stessi, a raddoppiarlo. Con le nostre paure, o forse solo timidezze, con il  non sentirci più necessari, all&#8217;altezza. Con il timore di apparire a occhi giudicanti troppo giovanili o troppo vecchi. Di fare troppo o troppo poco. Con gli inevitabili inciampi nel decifrare il ritmo della vita. Lentezze nell&#8217;afferrare il nuovo. La donna dietro la finestra troverà (casualmente, fatalmente, predestinatamente?) il coraggio di romperlo quel doppio vetro e di avventurarsi nella realtà correndo tutti i rischi che comporta viverla la vita, non contemplarla da dietro i vetri.</p>



<p>#ioesco sa di essere l&#8217;ultima a cui il tempo potrà restituire ciò  che in questi mesi &#8211; preziosi per tutti ma soprattutto per chi il tempo lo conta a giorni e non ad anni &#8211; le è stato rubato, ma sa anche che il coraggio di aprire quel portone lo troverà  ripescandolo tra gli innumerevoli coraggi sedimentati negli anni. Forse sarà presa da una vertigine, no, non dovuta all’improvviso ventata di aria o al chiasso della città o alla gioia di essere fuori. Ma agli sguardi. Sì sentirà guardata con compiacimento, affetto, tenerezza, solidarietà. “Guarda, quella vecchina che passeggia. Che bello, ce l&#8217;ha fatta.” E magari il ragazzino che il coronavirus avrà (?) reso prematuramente consapevole del valore della salute, le darà il braccio per attraversare, litigando con il nipote che sbucato dall’indifferenza, lo avrà preceduto.</p>



<p>#iononcisto,  vorrebbe tornare a oscillare pericolosamente in piedi sul tram mentre orde di giovani siedono incuranti chattando al telefono. Vorrebbe tornare ad essere una fra i tanti. E sì,  il coronavirus forse (?) mi avrà risparmiato. Tocca a me ora a non risparmiare sulla vita.</p>



<p>Patologia: sindrome ambivalente da &#8220;Ilvecchiettodovelometto&#8221;<br>Terapia: tè 1 2 3 je m&#8217;en vais aux bois &#8211; libro &#8220;Doppio vetro&#8221; di Halldóra Thoroddsen</p>



<p>Tè verde 1 2 3 je m&#8217;en vais  aux bois  profumato con fiori e frutti della primavera, da bere aprendo la finestra.<br>&#8220;Doppio vetro&#8221; leggere intensamente dopo essersi assicurati di avere ritrovato le chiavi del portone.</p>
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		<title>La compagna di banco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 09:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Banco]]></category>
		<category><![CDATA[Earl Grey]]></category>
		<category><![CDATA[Lavagna]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Tè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scuola era già cambiata: la lavagna a led, il registro elettronico, i progetti fuori orario, il modo di fare i calcoli che mi fa sudare freddo quando aiuto i miei nipoti delle elementari, i laboratori, le ricerche su internet. Ma mai avrei immaginato che svuotasse le aule di studenti e insegnanti. Mai avrei immaginato che divenisse da un giorno all&#8217;altro DaD. Si faranno simposi, studi, ricerche. Si dirà tutto&#8230;</p>
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<p>La scuola era già cambiata: la lavagna a led, il registro elettronico, i progetti fuori orario, il modo di fare i calcoli che mi fa sudare freddo quando aiuto i miei nipoti delle elementari, i laboratori, le ricerche su internet. Ma mai avrei immaginato che svuotasse le aule di studenti e insegnanti. Mai avrei immaginato che divenisse da un giorno all&#8217;altro DaD. Si faranno simposi, studi, ricerche. Si dirà tutto il bene e tutto il male della scuola online. Si tenteranno soluzioni, compromessi, rivoluzioni. Si salverà &nbsp;tutto e &nbsp;si negherà &nbsp;tutto. Ma c’è una &nbsp;cosa di cui non si potrà &nbsp;fare a meno, che resisterà &nbsp;eterna nei tempi: il compagno di banco. Possiamo cambiare aule, insegnanti, classi , latino e filosofia, date ed equazioni, dispetti e risate, ma mai il compagno di banco.</p>



<p>La mia compagna il banco lo ha diviso con me dalle scuole elementari alle superiori e si può dire anche universitarie. Quando banchi non ce ne sono stati più e ognuna di noi due &nbsp;ha arredato la sua vita con poltrone e sofà, mariti e figli, lavori e &nbsp;relazioni, nuove geografie, ci siamo allontanate, ma non perse. Basterà &nbsp;tutto questo a considerarla congiunta? A poterle dire &#8220;Vieni a prendere un tè&#8221;, &nbsp;per annullare distanze di tempo e di spazio e la solitudine di questi tempi?</p>



<p>Se questo ci sarà concesso immagino, come fossi davanti a un tablet,  di vederla arrivare  puntuale come per sua natura. Puntuale e puntigliosa, precisa e minuziosa. Con lo sguardo a 360° con incorporati camera fotografica e registratore per cui saprà ripeterti, o rinfacciarti, per filo e per segno tutta la sequela del tempo trascorso insieme anche a distanza di decenni. Così come saprà elencarti tutto l’appello in ordine alfabetico di ogni classe, ti saprà menzionare numero di ore di ogni insegnante e tutte le volte che ti hanno trovata impreparata o che hai finto un mal di pancia nell’ora di matematica.</p>



<p>Ti porterà &nbsp;in regalo, la Compagna di banco, una vecchia fotografia non di quando eravate compagne di banco e ti dirà &nbsp;che è stata scattata in un’ora libera, che si era in febbraio, che tu stavi studiando per l&#8217;interrogazione di storia, che era mancato il professore di latino, assente per malattia. Che tu avevi fatto segno che no, non volevi essere fotografata perché quella mattina eri in ritardo e non ti eri nemmeno pettinata, ma che poi tuttavia ti eri arresa, come si vede dallo scatto, con un bel sorriso &nbsp;e con una pettinatura che in fondo non era poi così male.</p>



<p>A questo punto avrete capito che con la Compagna di banco non si scherza e avrete tirato fuori il servizio buono, quello autentico inglese &nbsp;aggiungendo posateria elegante, strafacendo con tovagliette damascate con tanto di frangia. Niente trionfi di fiori, ma la sobria semplicità di due margherite perché la Compagna di banco è categorica sul rispetto della natura, sull’alimentazione light, sul risparmio energetico, sulla difesa degli animali. Scegliete pertanto un ottimo ma classico tè, un Earl Grey è perfetto e coordinatelo con un dolce, che tanto dolce non sia. Aggiungete di spregiudicato qualche bon bon di cioccolato, tanto per ricordarvi quante ne avete pur combinate con la Compagna di banco.</p>



<p>A questo punto vi starete chiedendo se le lezioni online, le visite virtuali di mostre e musei, le videochiamate, di questo tempo non vi abbiano predisposto a vivere allucinazioni. Per non sentirvi soli nella percezione &nbsp;dell&#8217;indecifrabilità dei giorni &nbsp;che stiamo vivendo, accompagnatevi, tanto per restare in tema, al professore di liceo Herman Mussert che &nbsp;una mattina si ritrova in un letto di Lisbona quando la sera prima si era addormentato in uno di Amsterdam. La storia in cui ci introduce Nooteboom ha a che fare con l&#8217;enigma del tempo, con una percezione di sé tra la realtà &nbsp;e il sogno. Fra ciò che è avvenuto o abbiamo creduto sia avvenuto e che pur tuttavia possiamo ancora manipolare. Sulla possibilità &nbsp;di scrivere ancora la &#8220;storia seguente&#8221;. Ci aiuterà a pensare &nbsp;a come vogliamo raccontarcela &nbsp;da ora in avanti la nostra &#8220;storia seguente&#8221;.</p>



<p>Patologia : allucinazioni e incursioni in mondi virtuali<br>Terapia: tè Earl Grey &#8211; Libro &#8220;La storia seguente&#8221;&nbsp;di Cees &nbsp;Nooteboom &#8211; Iperborea</p>



<p>Tè: &nbsp;Earl Grey Temperatura 80^ &nbsp;Infusione &nbsp;&nbsp;2/3 m. Si raccomanda di berne qualche tazza &nbsp;solo se accompagnata con un &nbsp;dolce ricordo.<br>Libro La storia seguente:&nbsp;leggere di fila,&nbsp;(107 pagine), ponendosi spesso domande.</p>
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		<title>Quel che resta del giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2020 14:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Casa]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Earl Grey]]></category>
		<category><![CDATA[Insonnia]]></category>
		<category><![CDATA[Ishiguro]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[Tè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle due alle tre mi sono rigirata fra le lenzuola sperando che il sonno ritornasse. Sono ricorsa ai classici tentativi di conciliarlo. Ho contato pecore, mucche, tori, ma gli unici numeri che registravo erano quelli dei positivi, dei morti, dei degenti in terapia intensiva. Ho cercato visioni serene, ma l’unica visione era quella del bitorzoluto Coronavirus. Ho provato il “respiro consapevole” secondo il diktat della mia amica buddista, ma l’immediata&#8230;</p>
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<p>Dalle due alle tre mi sono rigirata fra le lenzuola sperando che il sonno ritornasse. Sono ricorsa ai classici tentativi di conciliarlo. Ho contato pecore, mucche, tori, ma gli unici numeri che registravo erano quelli dei positivi, dei morti, dei degenti in terapia intensiva. Ho cercato visioni serene, ma l’unica visione era quella del bitorzoluto Coronavirus. Ho provato il “respiro consapevole” secondo il diktat della mia amica buddista, ma l’immediata impressione è stata quella della mancanza d’aria. Mi sono arresa e mi sono alzata.</p>



<p>E’ strana la casa che sorprendo. E’ come se si sentisse libera di me e di vivere una solitaria vita da #iorestodisabitata. E’ come se patisse l’insofferenza della mia stabile presenza in questo tempo . E’ come se, con le sue ombre, con gli spigoli traditori, con le imposte abbassate mi salmodiasse la litania della mia mancanza. Cerco di aprire il balcone, ma una forza diabolica serra la maniglia. Tento di sedermi&nbsp;nella mia poltrona, ma oggetti puntuti me lo impediscono.&nbsp;Con mani tremanti anelo a introvabili interruttori della luce.</p>



<p>E’ questo il rassicurante nido, il focolare accogliente, la capanna di due o più cuori? Piuttosto l’antro del Coronavirus in allegra baldoria con tutti gli altri incubi preesistenti. Da dietro i vetri la città appare solitaria e silenziosa. #iorestodisabitata gode di un vuoto insperato, dimentico &nbsp;di traffico, di voci, di TV, di locali insonni.</p>



<p>Faccio un ultimo tentativo prima di arrendermi ad un giorno troppo lungo: un libro e un tè.</p>



<p>Tè deteinato, purtroppo, vista l’ora. Il sentore però del bergamotto dell’Earl Grey&nbsp;mi riconcilia con il procedimento mutilante della teina. Riapro il libro che sto leggendo del nobel Ishiguro &#8220;Quel che resta del giorno&#8221;, &nbsp;no, &nbsp;non del giorno, penso, ma della notte. Abbastanza, perché anche io come il maggiordomo Stevens possa fare un viaggio nella mia vita tentandone un rendiconto. D’altronde è quello che questa epidemia ha richiesto ad ognuno singolarmente e all’umanità nel suo insieme. Sì, la pandemia ci ha contagiati tutti, malati e no, iniettandoci il virus dell’alt. Una inedita globalizzazione: tutti fermi, soli, a pensare a dove stavamo andando uno per uno e tutta intera questa nostra umanità. Tutti a fare i conti&nbsp;inserendo l’incognita del disorientamento futuro.</p>



<p>Forse come a Mr. Stevens ci è &nbsp;stata concessa l’occasione di intraprendere il viaggio, di interrogare la nostra vita, di considerare se la fedeltà a qualcuno o a un compito è il tutto che dà senso all&#8217;esistenza o se invece non bisogna trovare il coraggio di aprire altre ali, abitare orizzonti sconosciuti. &nbsp;Usciremo da questo viaggio domandandoci dove ha portato il cammino &nbsp;costruito da noi uomini. Forse avremmo dovuto dare più spazio alla compassione reciproca. All’ Amore (sì, non storcete la bocca, quello con la maiuscola). E forse come Mr. Stevens potremmo domandarci se l&#8217;esserci ritrovati in una nuova situazione ci regala la possibilità di &nbsp;cambiare e, pur continuando nel nostro tracciato, &nbsp;andare daccapo.</p>



<p>Sussulto sentendo il libro cadermi sulle ginocchia. E dunque mi ero addormentata. Mi alzo. La tazza del tè è piena a metà, &nbsp;ma va bene così. Metto il segnalibro fra le pagine e mi avvio a letto.</p>



<p>Patologia: insonnia per Coronavirus e non solo<br>Terapia: Tè Earl Grey deteinato 80°, infusione 2 m. Bere nelle ultime ore della notte, anche una mezza tazza &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Libro: Quel che resta del giorno: &nbsp;leggere con partecipazione finché si chiudono gli occhi</p>
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		<title>E poi chi lo porta fuori il cane?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2020 06:45:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[#iorestoacasa]]></category>
		<category><![CDATA[Akim]]></category>
		<category><![CDATA[Berselli]]></category>
		<category><![CDATA[Infusione]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Madame Butterflay]]></category>
		<category><![CDATA[Tè verde]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Patologia: impulso compulsivo di portare fuori il cane Terapia:  tè : &#8220;Madame Butterfly &#8220;- Libro:  &#8220;E poi chi lo porta fuori il cane?&#8221; di Edmondo Berselli Inizio di un&#8217;altra giornata #iorestoacasa. Sono le otto e di fronte a me scorrono in una visione inquietante le prossime 16 ore, tutte #iostoacasa. Si accendono, prima ancora del telefonino, dolore, incredulità, panico. Subito dopo sarà la volta di cifre, notizie, notiziari, commenti, racconti.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Patologia: impulso compulsivo di portare fuori il cane</p>



<p>Terapia:  tè : &#8220;Madame Butterfly &#8220;- Libro:  &#8220;E poi chi lo porta fuori il cane?&#8221; di Edmondo Berselli</p>



<p>Inizio di un&#8217;altra giornata #iorestoacasa. Sono le otto e di fronte a me scorrono in una visione inquietante le prossime 16 ore, tutte #iostoacasa. Si accendono, prima ancora del telefonino, dolore, incredulità, panico. Subito dopo sarà la volta di cifre, notizie, notiziari, commenti, racconti.</p>



<p>Cerco di predisporre la mente verso &nbsp;una &#8220;rosselliana&#8221; proiezione positiva nei confronti del nuovo giorno e avvio il rituale della colazione. Mi concedo il lusso di scegliere il tè &nbsp;Madame Butterflay che solitamente riservo alle grandi occasioni per via del gusto, del piacere di apprezzarlo con altri ed anche del costo. Lo devo a tutti quelli che stanno combattendo in un modo o nell&#8217;altro, a tutti &nbsp;gli spiragli di pensiero positivo &nbsp;che , fra tanta tragedia, dovranno pur esserci. Ecco, Madame Butterfly con i suoi sentori di &nbsp;rose e violette, la dolcezza, il calore, &nbsp;il benessere dei suoi sorsi, a patto e condizione di sorvolare sulla tragica storia, è proprio quello che ci vuole.</p>



<p>Sono pronta a godermi questa coccola mattutina e pertanto sorrido compiaciuta ad Akim che è entrato di soppiatto nella cucina, solitamente proibita, e si è steso vicino a me in quella sua posizione, dalla quale niente lo smuove, di assoluto riposo.</p>



<p>Riposo?</p>



<p>Caro Akim, non è più tempo di riposo. Finito il tempo in cui mi strattonavi invano per essere portato fuori. Finito il tempo in cui due volte al giorno erano più &nbsp;che sufficienti. Finito il tempo in cui ti scoppiava la vescica, ma aspetta che ho da fare.<br>Smettila di sonnecchiare e sabotare.</p>



<p>Alzati subito Akim che non c&#8217;è tempo da perdere. Cappotto sul pigiama, guinzaglio, &nbsp;e via. Darò diritto ai tuoi diritti: almeno sei pipì al giorno &nbsp;e non tralasciamo il dovere della popò.</p>



<p>Se vi ritrovate in queste condizioni, niente paura. Un rimedio c&#8217;è e finanche a basso costo. Con un click assicuratevi l&#8217;ebook di Edmondo Berselli &#8220;E poi chi lo porta fuori il cane?&#8221; Mettetevi comodi, #ioleggoacasa, e finalmente voi e il vostro Akim ritroverete la giusta dimensione: voi in poltrona, Akim ai vostri piedi. Rilassati tutti e due.</p>



<p>Il libro comincia così “Io non avevo mai avuto un cane, e non avevo nessuna intenzione di averne uno”. &nbsp;Poi, suo malgrado, è &nbsp;arrivata Liù e con lei l’occasione per Berselli -nel momento più incerto della sua storia- di affermare quanto può essere intensa la vita, quante avventure &nbsp;può riservare, quanti cambiamenti radicali può chiedere, quanta riserva di forme &nbsp;di amore può regalare. Berselli ci insegna che c’è un modo diverso di percepire il tempo, specie se il tempo impazzisce , se il passato appare perduto, il presente indecifrabile, il futuro&#8230;- È &nbsp;questo tempo che divide con la sua labrador. La vita è interrogata nei pochi vocaboli con cui Liù decifra il mondo, nello scambio di sguardi entrambi e diversamente umidi, nel passeggiare legati da un condiviso guinzaglio.</p>



<p>Si, Berselli ci ha regalato proprio un bel racconto e come dice lui possiamo essere certi che “ Il cane produce effetti miracolosi. Rende tutti più buoni, più intelligenti, più sani.&#8221; &nbsp;Ci consente di uscire da casa e dalle nostre paure. Un piccolo breve giro mattina e sera. Ci consente anche di fermarci. Leggere. Pensare. Forse non diventeremo più &nbsp;buoni, più intelligenti, più altruisti. Ma intanto ci proviamo.</p>



<p>Tè verde Madame Butterfly &#8211; temperatura acqua 80^, infusione 3 m. Una o più tazze da sorseggiare pensosamente.</p>



<p>&#8220;E poi chi lo porta fuori il cane?&#8221;- Edmondo Berselli &#8211; ebook.&nbsp; Leggere lentamente assaporando ogni parola.</p>
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