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	<title>Tè Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Tè Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Stati di smarrimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 09:55:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Bancomat]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se a 73 anni perdi il bancomat, non hai perduto il bancomat ma la tua lucidità.&#160;È questo che leggi nelle parole, negli occhi e finanche nei gesti di figli, nipoti, o chiunque ne venga a conoscenza e abbia meno di 50 anni. &#8220;Ho perso il bancomat, mi sarà caduto nel taxi, l&#8217;avevo in mano insieme alla ricevuta e poi,&#160; apri sportello (inciso: per quanto costa un taxi il tassista non&#8230;</p>
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<p>Se a 73 anni perdi il bancomat, non hai perduto il bancomat ma la tua lucidità.&nbsp;È questo che leggi nelle parole, negli occhi e finanche nei gesti di figli, nipoti, o chiunque ne venga a conoscenza e abbia meno di 50 anni.</p>



<p>&#8220;Ho perso il bancomat, mi sarà caduto nel taxi, l&#8217;avevo in mano insieme alla ricevuta e poi,&nbsp; apri sportello (inciso: per quanto costa un taxi il tassista non dovrebbe almeno aprirti lo sportello?), prendi borsa e tutto il resto…oppure davanti al portone,&nbsp; chiavi che non si trovano, pacchetti tra le mani, chiave recuperata ma sbagliata…</p>



<p>&#8220;Ma sì,&nbsp; Mamma, non preoccuparti capita. Capita a tutti&#8221; e ti prende pure sottobraccio, dovessi inciampare confusa come sei.&nbsp;</p>



<p>Quando mai un figlio, o almeno uno dei miei figli, ha giustificato la minima disattenzione di un genitore? Non ci hanno sempre dato addosso, a torto soprattutto o raramente a ragione? Non ci hanno sempre fatto pesare qualche insignificante innocente innocua mancanza? Non ci hanno sempre rimbrottato rinfacciato rimproverato la più lieve sbadataggine?&nbsp;</p>



<p>Ed eccoli ora tutti insieme a accordare un coro di Non fa niente, Succede, Sapessi quante volte a me, Non è la fine del mondo, L&#8217;importante è che tu stia bene… Controllo lo Stato di famiglia. Sono sempre loro, i miei figli o dei figuranti?</p>



<p>&#8220;No, la verità è che sono stata sciocca, sbadata. Mi sono confusa perché il tassista era seccato che non volessi pagare in contante&#8221;.<br>&#8221; Ma no, che dici? Hai fatto bene a usare il bancomat. Sei stata avveduta, meglio che non ti porti dietro contanti&#8221;, seguono sguardi e cenni di sottecchi.</p>



<p>&#8220;Nonnina, ma sei sicura d&#8217;averlo perso? Magari l&#8217;hai messo da qualche parte e non ricordi. Non ricordi mai dove metti il telefono,&nbsp; gli occhiali…&#8221; e la lista si prospetterebbe infinita se Francesca non fosse perentoria: &#8220;Tu a studiare che domani hai la verifica&#8221;. Ester si allontana, ma non si allontana il sospetto dagli occhi del Sinedrio. Intanto qualcuno illuminato dall&#8217;intuizione della sveglia Ester, si allontana, quatto quatto, mentre arrivano tramestii soffocati di rimestio di carte, portafogli, sacchetti , tasche della giacca, fino alla sussurrata conclusione: No, non c&#8217;è.&nbsp; L&#8217;ha perso.&nbsp;</p>



<p>&#8221; Badate che ancora ci sento, per quanto sosteniate il contrario&#8221;.<br>&#8221; Ma certo che ci senti&#8221; risponde Emanuele con un volume da 10 decibel.<br>&#8220;A quest&#8217;ora mi avranno prosciugato tutto il conto&#8221;.&nbsp;<br>&#8220;Ma non pensarci nemmeno. Chi vuoi che sappia il pin?&#8221;.<br>&#8220;Si può usare anche strisciando&#8221; e malgrado tutto non posso evitare il recondito orgoglio di possedere mezzi elettronici così moderni ed usarli con disinvoltura.<br>&#8220;Abbiamo già bloccato la carta&#8221;. Questo significa che ci sarà tutta una trafila per ottenere un nuovo bancomat e sono ancora reduce di quella per la carta d&#8217;identità elettronica.&nbsp;</p>



<p>Sospiro (ma vi avverto in questi casi meglio respirare regolarmente) e tutte le braccia disponibili sono pronte ad accompagnarmi al divano.</p>



<p>&#8221; Tu ora ti stendi bella tranquilla e io ti porto una bella tazza di tè. &#8221; Il tono dolce e carezzevole è quello che usavo io quando si sbucciavano le ginocchia, manca solo il bacino sulla bua.</p>



<p>Comunque finalmente una cosa sensata.&nbsp;Vi avverto, se dovete perdere il bancomat, (prima o poi succede) fatelo quando avete 20 anni.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: stati di…smarrimento<br><strong>Terapia</strong>: una bella tazza di tè,&nbsp; state pur certi che vostro malgrado ve la zucchereranno, e ripassate un libro che vi ho già consigliato… Ma qual era? … Di Benni, mi pare…Mi sfugge il titolo… Voi lo ricordate? È già tanto se ricordiamo dove l&#8217;abbiamo messo.</p>
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		<title>Personalissime ricette</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Oct 2021 19:53:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Chef]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le prime cose che ho imparato a cucinare, penso mentre sorseggio un ottimo tè, sono state la crema, il brodo e il tè. Non che poi sia andata troppo avanti anche se, per necessità, ho avuto (ho ancora?) un rapporto stretto, intenso, prolungato con la cucina. Non è stato però &#8211; tranne che per i capolista &#8211; un rapporto d&#8217;amore, anche se l&#8217;ho fatto per amore. Sorseggio e medito che&#8230;</p>
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<p>Le prime cose che ho imparato a cucinare, penso mentre sorseggio un ottimo tè, sono state la crema, il brodo e il tè. Non che poi sia andata troppo avanti anche se, per necessità, ho avuto (ho ancora?) un rapporto stretto, intenso, prolungato con la cucina. Non è stato però &#8211; tranne che per i capolista &#8211; un rapporto d&#8217;amore, anche se l&#8217;ho fatto per amore.</p>



<p>Sorseggio e medito che tra poco dovrò andare in cucina, abbandonare la solitaria perfezione di questo crepuscolo che si offre nella quiete del mio balcone, per preparare una qualsivoglia cena che ogni volta assume l&#8217;aspetto di una sfida: tempo minimo, ingredienti semplici, aspetto e, non guasterebbe, sapore accattivante.</p>



<p>Mi convinco, a questo punto e a questo stadio di insofferenza, che bisognerebbe creare un movimento a sostegno di quelli come me, che non amano cucinare ma sono costretti a fare da mangiare, per altri soprattutto, ma anche per sé, ogni giorno, ogni tanto, sporadicamente.</p>



<p>Un movimento che ci disponga a fare lega. Parlare tra noi, certi di essere giustificati promossi valorizzati. Compresi. Chiarirci le idee non potendo chiarificare né il brodo, né il burro.</p>



<p>Partiamo, per essere pignoli, da una considerazione linguistica. Grande è la differenza tra cuoco/a e cuciniere/a. Cuoco, esperto nell’arte culinaria. Cuciniere, addetto alla preparazione dei cibi.</p>



<p>La prima categoria si dedica alla cucina con entusiasmo, ha delle specialità che la contraddistinguono, sperimenta ricette continuamente, trascorre molto del suo tempo davanti ai fornelli, possiede ricettari enciclopedie siti programmi e video da consultare, chiama per nome i migliori chef e i ristoranti Michelin, ha segreti culinari inviolabili, dispensa consigli e ricette (ma come li fa lei, nessuno), disprezza o invidia i menù degli altri, trionfa nelle sagre, nelle feste di beneficenza e soprattutto nelle feste comandate. È regina dei fornelli.</p>



<p>La seconda categoria rimanda al limite l’ingresso in cucina, non sa mai cosa preparare, e se lo sa non sa come si fa, possiede anche lei ricettari enciclopedie siti, ma purtroppo sono scritti in ostrogoto, è trasparente come il cristallo non nascondendo segreti, apprezza non solo i buoni piatti degli altri ma qualsiasi cosa commestibile purché l&#8217;abbia preparata qualcun altro, confonde i nomi degli chef e non disdegna tavole calde o fredde che siano e fast food, si abbuffa nelle feste comandate quando di regola è esclusa dalla cucina, ha delle ricette personali e… non aggiungo altro. Anche lei non si esime tuttavia dal dispensare consigli e ricette che naturalmente nessuno eseguirà mai. È la schiava dei fornelli.</p>



<p>E fermiamoci, noi cucinieri, per ora alla precisazione linguistica, non addentriamoci in storie, lamentele, recriminazioni o suggerimenti, scappatoie, defezioni. Che a questo punto non ci venga in mente di sfoggiare l&#8217;orgoglio di classe scrivendo una nostra personale storia della cucina.</p>



<p><strong>Patologia:</strong> fobia acuta nei confronti dei fornelli</p>



<p><strong>Terapia:</strong> preparatevi un tè anche se non è capolista delle vostre competenze e poi vi consiglio un libro che conforterà, infonderà coraggio, darà dignità alla vostra incompetenza: &#8220;<strong><em>Personalissime ricette</em></strong>&#8221; di <em>Nada Roberti</em>. Dite che non vale perché l&#8217;ho scritto io? Dite che non c&#8217;è peggior peccato che citare se stessi anche se è così gratificante? Ma in queste pagine non ci siamo già trovati d&#8217;accordo con <em><strong>George Bernard Shaw </strong></em>che &#8220;Tutto ciò che ci piace o è immorale o illegale o fa ingrassare&#8221;? Io vi assicuro che le mie ricette non vi faranno ingrassare.</p>
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		<title>La conta delle stanze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jun 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da ragazzina sognavo una stanza tutta mia. Ho sempre diviso la stanza con le mie sorelle. Camere tante per la verità in quanto mia madre amava i cambiamenti e le novità e pertanto non abbiamo mai avuto una fissa dimora. Sono nata nella casa dell&#8217;Immacolata, ma non nella stanza da letto dei miei genitori, come si usava allora, ma in una delle stanze da letto di Nonna, quella del 1948. Una&#8230;</p>
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<p>Da ragazzina sognavo una stanza tutta mia. Ho sempre diviso la stanza con le mie sorelle. Camere tante per la verità in quanto mia madre amava i cambiamenti e le novità e pertanto non abbiamo mai avuto una fissa dimora. Sono nata nella casa dell&#8217;Immacolata, ma non nella stanza da letto dei miei genitori, come si usava allora, ma in una delle stanze da letto di Nonna, quella del 1948. Una all&#8217;anno,  da quel 1918 quando nonno Cesare lasciò definitivamente la sua casa, il suo letto, la sua adorata moglie e quattro piccoli orfani. Mia Nonna lasciò in quello stesso giorno il bel letto d&#8217;ottone con il copriletto in seta con angeli e serti di fiori e fino al 1962 si coricò in uno spartano lettino di ferro, concedendosi solo il lusso di spostarlo ogni anno da una stanza all&#8217;altra. </p>



<p>Nulla fu più definitivo. Passai poi nella culla in camera da letto dei miei genitori da cui fui spodestata due anni dopo quando nacque Gabriella e pertanto mi spostai in un lettino nella stanzetta delle mie sorelle più grandi. Non feci in tempo ad abituarmi alla vista a mare e ai fiorellini rosa della tappezzeria che Mamma ci trasferì nella casa paterna del Cancello. Lì dormimmo i primi mesi, fintanto che si conclusero i lavori di ristrutturazione, con grande gioia e serenità delle mie notti (niente orchi ghiotti di bimbi né ladri dietro le finestre) in uno stanzone tutti insieme. </p>



<p>E poi ci fu una stanza con lettini ad incastro e con attitudine alle varianti di poster e librerie e specchi per i primi trucchi e poltroncine per le amiche, che assecondarono i cambiamenti dei nostri anni. In seguito fu un andare e venire tra l&#8217;Immacolata e il Cancello in una variante di stanze con vista a mare, a monte, a via Duomo, al soggiorno del dirimpettaio, ma con la costante della condivisione con le mie sorelle . </p>



<p>A 18 anni non divenni adulta (allora lo si diveniva a 21) ma con il tesserino di matricola in mano potevo pretendere una stanza tutta mia, se non altro per studiare. Mi aspettavano invece camere a 2, 4 o più letti nei collegi dove allegramente, mutevolmente, goliardicamente, vissi i miei anni di universitaria. Discussa la tesi, salutate le amiche di stanza dopo esserci giurate amicizia eterna o almeno incontri o in alternativa lettere frequenti o pigramente telefonate (e ora guardando vecchie foto cerco di ricordarmi i nomi) pensai che finalmente, tornata a casa, avrei avuto una stanza tutta per me. Ma la casa del Cancello esigeva una ennesima ristrutturazione e pertanto le mie sorelle e io ci adattammo in una sola stanza. </p>



<p>Seguirono due anni in cui Enzo e io desiderammo insieme una stanza tutta per noi, possibilmente con l&#8217;aggiunta di un soggiorno più servizi essenziali. E in quella prima casa di Milano, all&#8217;inizio del tutto sprovvista di mobili tranne un lettino condiviso,  stesi la coperta di seta con angeli e serti di fiori e costrinsi il destino a scrivere tutt&#8217;altra storia. </p>



<p>Le case cambiarono, le stanze cambiarono, i letti cambiarono, ma resistette la coperta di seta e la storia che ci raccontammo. Continuammo a desiderare una stanza tutta per noi, non tanto affollata. Meno culle ai lati del letto, meno ospiti nel lettone. Ce la prendemmo tuttavia allegramente, d&#8217;altronde eravamo stati noi a scrivere 6 capitoli inediti. Ogni tanto, è vero, invece di sognare ladri di bimbi e oscure trame, sognavo una stanza tutta mia dove leggere, scrivere, dormire una notte intera, mettere musica vera, chiacchierare con le mie sorelle, ricevere un&#8217;amica, bere una tazza di tè.  Fare nulla, ascoltare il silenzio. Ma per la verità furono sogni brevi, già dimenticati al mattino.</p>



<p> Poi cominciò la conta degli anni, soprattutto quelli passati. E la conta delle stanze vissute. Le sommavo, sottraevo moltiplicavo e dividevo, ma mai ne è risultata una tutta per me. Ora ho una sequela di stanze tutte mie e sogno una stanza da dividere. Con te.</p>



<ul><li><strong>Patologia</strong>: attitudine a fare sogni ad occhi aperti. </li><li><strong>Terapia</strong>: camomilla a posto del tè, non farà dormire lo stesso e pertanto sarete autorizzati a fare sogni ad occhi aperti. </li><li><strong>Libro:</strong> la scelta è quasi obbligatoria,&nbsp;<em>Una stanza tutta per sé&nbsp;&nbsp;</em>di Virginia Woolf. Le ragioni per cui Virginia Woolf desiderava una stanza tutta sua non erano logistiche come le mie, ma partivano da un&#8217;analisi lucida della condizione femminile. La sua è un&#8217;esigenza di indipendenza della donna in quanto donna. Nel libro che viene considerato un saggio sulla letteratura femminista l&#8217;autrice afferma &#8220;Una donna deve avere i soldi e una stanza tutta per sé per poter scrivere&#8221;. Giusto Virginia, a condizione che ci siano tante altre stanze da condividere.</li></ul>



<p></p>
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		<title>Capinere e cardilli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jun 2021 16:52:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Capinera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vediamo se c’è anche stamattina. Poggio il vassoio con il tè sul tavolino accanto al balcone. Il cielo celeste (ne avrà di ore per cangiare in tutte le sfumature fino a raggiungere il blu della notte), in lontananza il mare che solo apparentemente sembra rifletterne i colori sviando invece in tonalità tutte sue, nel mezzo il degradare di tetti, di fronte il noce selvatico. E sì, poi c’è lui. Anche&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vediamo se c’è anche stamattina. Poggio il vassoio con il tè sul tavolino accanto al balcone. Il cielo celeste (ne avrà di ore per cangiare in tutte le sfumature fino a raggiungere il blu della notte), in lontananza il mare che solo apparentemente sembra rifletterne i colori sviando invece in tonalità tutte sue, nel mezzo il degradare di tetti, di fronte il noce selvatico.</p>



<p>E sì, poi c’è lui. Anche questa mattina con il suo assolo. Scruto ben sapendo che sarà difficile scoprirlo. Un ramo sembra scuotersi più degli altri, ma successivamente il fremito passa al vicino e poi a quello sottostante e a quello in alto. Ma è solo un refolo di vento. Rincorro la direzione ambivalente del canto, ma è solo il refolo che soffia.</p>



<p>Verso il tè nella tazza che sprigiona un profumo dolce tra il floreale e il fruttato, da gustare così senza aggiungerci niente,  generoso e appagante. Completo. O forse no, forse se non ci fosse questo cinguettare sonoro, queste note indecifrabili e segrete che si intrecciano con le note del tè, la sinfonia non si comporrebbe. Chiudo gli occhi e quando li riapro mi sembra di cogliere un frullio di ali che subito dilegua.</p>



<p>Il primo giorno in cui ha fatto compagnia al mio tè lo riconobbi come fringuello, successivamente come pettirosso. Poi mi convinsi fosse un cardellino. E lessi in questo un inevitabile percorso del destino.<br>Nella mia vita ci sono stati infatti tre cardilli. Il primo, nella mia infanzia, quello del Giardino segreto, compagno di Dikon e di Mary, svelatore di chiavi e misteriosi giardini, guardiano di passaggi e cambiamenti. Inseguendolo ho riconosciuto la via lunga dell’amore per la lettura. </p>



<p>Costrinsi mio padre a procurarmelo un cardellino. Gli preparammo una gabbietta che Papà scovò in cantina, fatta di assicelle di legno, lo chiamai Dikon. Infilavo l’indice, più sottile del sottile spazio, fra un’assicella ed un’altra, ma lui non si avvicinò mai, né tanto meno vi si poggiò mai. Però rispondeva ai discorsetti che gli facevo e alle mie domande con un allegrissimo canto. E ancora oggi sono convinta che ci intendevamo noi due. E fu per questo che quando morì, malgrado Papà cercasse di evitarmelo, lo volli fra le mani. E mi ricordo di una rigidezza, di un freddo, di un silenzio che non avevo ancora sperimentato e non trovai neanche una parola. E costrinsi Gabriella che per avere due anni meno di me facilmente mi assecondava e si lasciava convincere, a scrivere una poesia Oh, Dikon come son contenta/ da quando sei venuto a casa mia/ tu salti canti/ e porti l’allegria….</p>



<p>Il terzo cardillo di cui mi innamorai, fu quello addolorato di Anna Maria Ortese. Anche io ne subii la seduzione fra il fascino e l’orrore, come tutti i personaggi dell’intricato racconto. Il  cardillo, chiave oscura della vita e del destino degli uomini. Portatore di effimera felicità e di perdurante acerbo dolore per Elmina che causandone la morte ne causò anche quella della piccola sorella Floridia che pur avendo pochi anni aveva maturato la capacità di morire d’amore. Quella fine diede inizio ad una sequela di sofferenze sulle quali aleggia la presenza assente del cardillo che sembra ripetere con il suo glu-glu che la felicità è male e che pertanto anche quando timidamente si prospetta bisogna rifuggirla. </p>



<p>Fuggono in una dimensione onirica, fra la realtà e il sogno, in un modo o nell’altro, tutti i protagonisti della storia raccontata dall’Ortese con una complessità e un linguaggio aristocratico e letterario sottolineato da alcune espressioni dialettali. Chi lo ha incontrato anche solo una volta il cardillo Dodò di Annamaria Ortese non potrà più credere nell’innocenza della vita. </p>



<p>Quando arrivo proprio al fondo della mia tazza ecco che compare. Sul ramo più alto. E’ piccolissimo, grigio con il capo più scuro. Si svela e si esibisce nel suo assolo che zittisce rondini e fringuelli e pettirossi…e cardilli.</p>



<p>Piumaggio grigio, pochi centimetri, sottile, testa nera: non posso barare: non è un cardellino ma una capinera.“Il principe Ingmar Neville aveva disposto che lo facessero entrare (il cardillo) qualora fosse giunto e quando infine arrivò, lo accolse, senza sapere chi fosse. Benedisse il cardillo che arrivava, e finalmente gli avrebbe spiegato tutto: la follia e la separazione, il dolore e questa gioia che…Avevo detto capinera? No, ora ne sono certa. È un cardillo.<br><br><strong>Patologia</strong>: predisposizione verso leggere forme di allucinazione<br><strong>Terapia</strong>: un tè profumato e sonoro, quasi una melodia. Libro: naturalmente vi sarà venuto il desiderio, se già non lo avete fatto, di leggere <strong>Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese</strong>. Se siete in vena nostalgica, <strong>Il giardino segreto di Burnett</strong>. Se invece preferite restare nel presente <strong>Il cardellino di Donna Tartt</strong>, del quale non abbiamo parlato. Voi intanto leggetelo, poi ne diremo.</p>
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		<title>Le luci degli altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 12:29:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a&#8230;</p>
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<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a sfinimento, nella necessità di fare comunque due passi, mi sono dedicata alle luci degli altri. Dapprima distrattamente e poi sempre più consapevolmente ho perfezionato un itinerario dalla finestra al balcone.</p>



<p>Finestra. Profilo ombrato delle colline attraversate da un tratto della vecchia statale illuminata da sporadici fanali. Deserta, ma se si ha la pazienza di soffermarsi qualche minuto dietro i vetri, si potranno vedere comparire i fari di una solitaria auto. Chi sfida il coprifuoco? Quale necessità o temerarietà è alla guida? Un&#8217;urgenza dolorosa, il coraggio cieco dell&#8217;amore, una bravata di incosciente età? O più semplicemente e meno romanticamente un rientro dal lavoro? </p>



<p>Intanto i fari si sono spenti dietro la curva. Abbassando lo sguardo non si può, anche se si volesse, non scontrarsi con un grosso cubo di cemento messo lì a deturpare il paesaggio. Tre piani di degrado urbanistico che non rispondono nemmeno al fabbisogno abitativo essendo quasi del tutto disabitati.</p>



<p>Un balcone illuminato al piano di mezzo, fino a notte fonda. Forse il geometra che ha progettato la casa espia tra insonnie e incubi il suo crimine. Poi proprio di fronte alla mia finestra quella di Giulia che combatte gli anni, la solitudine, la paura della notte che assale in eguale misura bimbi e vecchi, lasciando gli scurini aperti e la luce accesa finché quella del giorno non la sostituirà. </p>



<p>Un po&#8217; più in là la terrazza con vista sul mare che resta illuminata fino a tardi. L&#8217;epidemia ha reso abituale una presenza in altri tempi sporadica. Complici il pensionamento, i figli autonomi, la coppia ha abbandonato i ritmi, l&#8217;isolamento, le difficoltà, i contagi della città per reinventarsi una paesana vita rallentata. Bella o brutta, fredda o tiepida che sia la serata, loro non rinunciano alla vista a mare. Stanno uno accanto all&#8217;altro affacciati dalla ringhiera e guardano. Avanti o indietro, non so.</p>



<p>Faccio una deviazione verso la cucina e mi preparo una tisana &#8220;La giusta occasione per concedersi un momento di intimità e riflessione. Ottima contro l&#8217;ansia, concilia il sonno, aiuta a superare lo stress con un&#8217; attitudine più distesa e rilassata&#8221;. Perfetta, con quel tanto di ingannevole che la rende accettabile. È comunque proprio buona e con una tazza calda tra le mani posso affrontare luci che appaiono e scompaiono a ritmo del venticello che scuote i cipressi lì in fondo. </p>



<p>Ci siamo e non ci siamo, sembrano dire nel loro apparire e scomparire. Siamo presenti assenze. Siamo il passato che continuamente è oggi nei ricordi. Siamo i rimpianti, il perduto, i rimorsi. Siamo il bene che niente, nemmeno il tempo, può cancellare. Siamo domande senza o con troppe risposte. Siamo, come dice il Cantico, forti come la morte perché siamo amore.</p>



<p>E ora passiamo al balcone. Dai vetri del balcone lo sguardo si allarga su buona parte del paese. Qui le luci sono tante e perlopiù anonime. Bisogna esercitare la virtù del discernimento e inventarsi una nuova vista che non veda quel che è visibile e distingua invece l&#8217;invisibile. Un po&#8217; come la volpe del Piccolo Principe &#8220;non si vede bene che col cuore. L&#8217;essenziale è invisibile agli occhi&#8221;. Allora chiudo gli occhi per vedere la luce che non c&#8217;è al terzo piano di Viale Mannarino, n. 4. </p>



<p>La luce non c&#8217;è perché l&#8217;appartamento da quando lo abbiamo lasciato noi non è stato più abitato. È quindi ancora ricolmo dal chiasso di sei figli piccoli in scaletta di 10 anni, di Enzo e me che combattevamo la faticosa, ma allegra, ma spensierata, ma appagante, ma condivisa, ma esaltante, ma amorevole sfida di fare della nostra la più bella famiglia del mondo. Del nostro personale mondo s&#8217;intende. E gli anni di viale Mannarino hanno risposto: Sì, lo voglio facendo eco a quel primo Sì lo voglio da cui tutto è partito. Sì, ti accolgo nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nell&#8217;accordo e nel disaccordo,  nella fatica e nel riposo. Per sempre nella mia vita e oltre la mia vita. Come sigillo nel mio cuore.</p>



<p>Alcune luci si accendono altre si spengono. Accosto gli scurini e vado a letto.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: leggere forme di stress<br><strong>Terapia</strong>: della tisana si è già ampiamente detto. Per quanto riguarda il libro non vi aspettate &#8220;Le luci nelle case degli altri&#8221;, che pure ci starebbe, né &#8220;Doppio vetro &#8221; che ci starebbe ancora meglio per analogia di tema, in quanto, (i più attenti lo sanno ) ve l&#8217;ho già consigliato. Scegliete voi. Per questa sera chiudete la Tv, aprite un bel libro, ma non chiudete gli scurini. Le luci degli altri illumineranno pagine e pensieri.</p>
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		<title>Nuvole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Apr 2021 12:48:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Bastano due giorni di seguito di sole, il mese di aprile, abitare nel sud e dici, come nella canzone, l’estate è già qui. E in realtà ci sei veramente nell’estate perché l’inverno non tornerà: la sequela delle piogge e dei venti, le temperature da brividi, la luce breve di giornate brevi. Non tornerà, salvo che per qualche giorno in questo anomala Primavera.&#160; Oggi è uno di quei giorni e, come&#8230;</p>
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<p>Bastano due giorni di seguito di sole, il mese di aprile, abitare nel sud e dici, come nella canzone, l’estate è già qui. E in realtà ci sei veramente nell’estate perché l’inverno non tornerà: la sequela delle piogge e dei venti, le temperature da brividi, la luce breve di giornate brevi. Non tornerà, salvo che per qualche giorno in questo anomala Primavera.&nbsp;</p>



<p>Oggi è uno di quei giorni e, come se la stagione invernale appena dietro l’angolo fosse invece lontana come nel mese di agosto, provo un sottile appagante piacere a chiudere di nuovo balconi e finestre, riaccendere il camino non ancora definitivamente ripulito per l’estate, attrezzare il divano di libri, telefono, giornale, computer, sedermi vicino alla fiamma ed iniziare un breve pomeriggio che presto cederà a una lunga sera, complice un cielo cupo di pioggia, di assoluto far nulla.</p>



<p>E naturalmente un tè, bello caldo, aromatico, corposo. Un tè Chai, nero con tante spezie: cannella, zenzero, cardamomo, chiodi di garofano, grani di pepe. Ha un colore, di montagna, di sottobosco, di baite di antico legno, di intimità. Il profumo che si sprigiona avvolge l’angolo del camino, entra nella mente prima che nelle narici e sa di vento.</p>



<p>Ho letto che in India venditori ambulanti lo&nbsp;offrono per le strade. Immagino questa scena nelle nostre città: un uomo dalla pelle bruciata che &nbsp;in pieno gennaio quando non ci sono piumini e guanti e sciarpe che ti difendono dal gelo che &nbsp;penetra nelle ossa, &nbsp;ti offre una ciotola di tè bollente e tu gli dai una moneta, e il calore passa dalle sue alle tue mani, il sorriso dai suoi ai tuoi occhi e con il primo sorso si cancella la stratificata diffidenza e paura dell’altro e ti metti a parlare con lui e vi capite chissà come malgrado le lingue siano diverse perché le cose che vi dite non hanno bisogno di parole, e poi lui va, con la sua ciotola calda, verso un altro e tu a quello fai cenno di sì, di prenderlo quel tè perché è buono e lui capisce che non stati dicendo solo del tè.</p>



<p>Verso nella tazza il mio Chai e penso che la scena che ho immaginato è un’illusione come questo pomeriggio di finto inverno che sto inventando fra tè&nbsp;e camino.</p>



<p>Sulla esigua pila di libri che ho accanto si trova Nuvole di Clément Gilles. L’ho comprato proprio lo scorso inverno e l’ho solo sfogliato un po’. L’ho comprato su invito di Annalisa che ama molto questa opera e me ne ha parlato in modo accennato (un uomo di giardini ma anche di mari, un diario di una traversata oceanica, un’attenzione costante al cielo, un rincorrersi di cirri nembi cumoli, un mondo tutto protetto dalla volta celeste, una vaghezza  mutante inafferrabile, uno sguardo lontano) così come sempre è accennato &#8211; fra la premura e il riserbo &#8211; il porsi di Annalisa verso gli altri, il suo svelarsi in modo leggero e molteplice, il suo guardare in alto dove le nuvole sono di ogni forma e basta saperle leggere.</p>



<p>Penso a quanto ci ha tenuto lontane questa epidemia, penso che mi piacerebbe avere ora qua, accanto al camino,  mia figlia e sfogliare con lei il libro e il cielo che appare dai vetri del balcone chiuso, offrirle una tazza di tè, che peraltro a lei non piace, e vedere che accetta la tazza e la tiene fra le mani senza bere accogliendone il calore che passa da me a lei da lei a me come con il venditore indiano e sapere che questa intesa non è un’illusione, ma una bella consolidata realtà.</p>



<p><strong>Patologia:</strong> confusione meteorologica<br><strong>Terapia:</strong> una calda tazza di tè Chai da tenere tra le mani (bere o no, a piacere), uno sguardo alle nuvole dai vetri del balcone e uno alle pagine delle Nuvole di Gilles.</p>
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		<title>Epistolari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 14:15:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non so voi, ma io,&#160;se piove, fa freddo e non c&#8217;è alcun motivo per uscire, mi preparo un tè e riordino cassetti. Vera delizia è riordinare cassetti che non si aprono da anni. Come questo.&#160;La prima cosa che affiora è una lettera, di Valeria che allora di anni ne aveva 8.&#160; Valeria, me lo avevi chiesto tu di iniziare una corrispondenza. Tu che avevi solo una manciata di anni. Come&#8230;</p>
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<p>Non so voi, ma io,&nbsp;se piove, fa freddo e non c&#8217;è alcun motivo per uscire, mi preparo un tè e riordino cassetti. Vera delizia è riordinare cassetti che non si aprono da anni. Come questo.&nbsp;La prima cosa che affiora è una lettera, di Valeria che allora di anni ne aveva 8.&nbsp;</p>



<p>Valeria, me lo avevi chiesto tu di iniziare una corrispondenza. Tu che avevi solo una manciata di anni. Come ti fosse venuto in mente proprio non lo so. Ma tu mi sorprendi sempre. Hai cominciato a farlo quel 28 aprile in cui sei nata, proprio dopo tre giorni dalla morte della tua bisnonna e mi hai condotto per mano, con la tua fragilità, con i tuoi occhi che si spalancavano all’improvviso e le piccole dita che stringevano il mio pollice, a ritrovare la strada della vita tra il buio e i rimpianti e i rimorsi e il non detto e quello che troppo si è detto e la paura che si accompagnano alla perdita annunciata e attesa, ma&nbsp;sempre sconvolgente, della madre.&nbsp;</p>



<p>Una corrispondenza. Non messaggini o faccine su WhatsApp, non telefonate o video-telefonate, non cartoline-ricordo di&nbsp; viaggi, non letterine sotto il piatto il giorno di Natale. No, tu volevi una vera corrispondenza, con la sua bella carta da lettera, il come stai e tanti baci, i tempi di partenza e di arrivo, le attese del postino, i francobolli da collezionare. Come sapessi tu allora quelle cose, io non so. Come non so ora che sei cresciuta tante altre cose di te, dei tuoi pensieri, della tua vita che pure tu mi sveli nei discorsi che facciamo quando stenti ad addormentarti o quando ti osservo con il telefonino in mano, o fai i compiti, o quando ti diverti o ti ribelli, o hai&nbsp;gli occhi rossi.</p>



<p>Allora l&#8217;iniziammo quel carteggio. A me sudavano le mani, mi si bloccava la mente e la penna. Che carta ci vorrà? Colorata o bianca? Che penna usare? Che carattere usare, stampatello per essere letta facilmente o un elementare corsivo? Come iniziare, come concludere? Come intestare? Che tono scegliere: scherzoso o serio? scrivere per il presente o per il futuro?&nbsp;</p>



<p>E mentre io mi lambiccavo, arrivò&nbsp;&nbsp;la tua prima lettera, questa che ora ho tra le mani,&nbsp;su un foglio di quaderno con in alto un appiccichino, una palla gialla con scarpe e fiocchetto rosso che dice “Ricordati di me” e poi soprattutto cuori, dappertutto cuori e Cara Nonna, sei una superNonna. Oggi ho saltato la scuola perché ho fatto la visita oculistica. Sai che il mese prossimo Mamma e Papà partono ed io non andrò la scuola per sette giorni e me ne vengo da te? Sei contenta? Io tanto. Vincenzo mi fa sempre i&nbsp;dispetti. Ti mando un disegno, con il tè che ti piace tanto. Bacini, bacini, bacini e segue una sfilza di bocche e cuori e stelline di una appiccicosa polverina dorata. E per completare anche un post scriptum Mi avevi promesso che avremmo fatto qualcosa insieme anche quando non possiamo stare insieme. Ci hai pensato?&nbsp;</p>



<p>Ecco come si scrive una lettera.&nbsp;Sì, Valeria ci ho pensato.&nbsp;Ho pensato che ho appena fatto in tempo a rispondere a quella bambina tutta baci e cuoricini che qualcosa me l&#8217;ero inventata da fare insieme anche se da lontano: una storia tutta nostra da&nbsp; scrivere e illustrare,&nbsp; che il tempo si è messo a correre e ci ha colto di sorpresa.&nbsp;</p>



<p>Non l&#8217;abbiamo finito allora il racconto, riprendiamolo ora. Io cercherò di aiutarti a scrivere l&#8217;incipit della tua nuova storia fatta di cambiamento, di sfide, dubbi, paure e spavalderie, certezze e perdite, amori e tradimenti. E tu aiutami a imparare a percorrere con fiducioso coraggio il tempo che resta della mia storia. Rispolvera i tuoi colori, le tazze fumanti, i cuori, le stelline, le dediche.&nbsp;Ricominciamo, Valeria? &nbsp;</p>



<p><strong>Patologia</strong>: leggera propensione a cedere al bisogno di mettere ordine in cassetti reali e metaforici.<br><strong>Terapia</strong>: Tè deteinato, leggero, senza sostanze eccitanti. <strong>Libro</strong>: qui la proposta potrebbe diventare ampia, tra epistolari, romanzi di formazione o generazionali, ma stiamo veleggiando su un&#8217;onda gozzaniana, leggera quanto insidiosa, e pertanto propongo un bestseller degli anni 90, &#8220;Va dove ti porta il cuore&#8221; di Susanna Tamaro. Una lunga lettera di Olga alla nipote Marta. E&#8217; concesso ogni tanto lasciarsi andare a un po&#8217; di sentimentalismo, a rispolverare &#8220;buone cose di pessimo gusto&#8221; con le attenuanti del freddo e della pioggia. Di cassetti abbandonati.</p>
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		<title>Variazioni su tema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Feb 2021 16:15:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È stata l’epidemia a inventare il lockdown? No. Di sicuro no. Zia Léonie “…non aveva voluto più lasciare, dapprima Combray, poi la sua casa di Combray, poi la sua camera, infine il suo letto…”. E se invece, malauguratamente fosse stata amante di viaggi o crociere, di prime e seconde e magari terze case, di feste e di balli, difficilmente Marcel sarebbe potuto entrare nella sua camera per augurarle il buongiorno&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È stata l’epidemia a inventare il lockdown? No. Di sicuro no.</p>



<p>Zia Léonie “…non aveva voluto più lasciare, dapprima Combray, poi la sua casa di Combray, poi la sua camera, infine il suo letto…”. E se invece, malauguratamente fosse stata amante di viaggi o crociere, di prime e seconde e magari terze case, di feste e di balli, difficilmente Marcel sarebbe potuto entrare nella sua camera per augurarle il buongiorno e inzuppare un pezzetto di madeleine nel tè. “…E quando ebbi riconosciuto il gusto del pezzetto di madeleine, la vecchia casa grigia, la città, la piazza, le vie e la campagna circostante, tutto questo è uscito dalla mia tazza di tè.”</p>



<p>Non voglio nemmeno immaginare per un istante quello che Proust, la letteratura, la storia, la bellezza, l’umanità tutta e ognuno di noi, singolo lettore, avrebbe perso se solo zia Léonie non avesse optato per un personalissimo quanto stravagante lockdown.</p>



<p>Mia Nonna, la sola che ho conosciuto e pertanto assurta al ruolo di unicità come lo sono&nbsp;la mamma o il papà, al ritorno da Roma dopo un intervento alla spina dorsale, salì le scale di casa, 53 gradini, soffermandosi in saluti e conversari nel primo pianerottolo dove era stata sistemata una poltrona per un eventuale riposino, raggiunse l’ultimo piano dove abitava e non ne uscì più. Salvo quando ridiscese i 53 gradini, quella volta senza necessità di poltrona al primo pianerottolo in quanto l’attendeva un lungo riposo.</p>



<p>Mia Nonna non si rinchiuse nella stanza da letto, anzi più volte attraversava tutto l’appartamento con passo spedito e cadenzato, sgranando il rosario. Io alzavo gli occhi dai miei giochi e mi chiedevo perché, visto che era così agile, non uscisse mai. Mi mettevo ai piedi della sua poltrona, accanto alla finestra, dove lei sedeva come una regina con il lungo strascico di una immancabile coperta bianca che fioriva magicamente di rose e foglie che il suo uncinetto inventava. Avrei voluto dirle Nonna perché non facciamo una passeggiata tu e io? L’aria è tiepida, il cielo è limpido, le strade portano in tanti bei posti. Nonna guardava il mare dalla finestra, poi spostava lo sguardo sulle colline, sospirava. Lasciava l’uncinetto e come se mi avesse ascoltato, Un giorno ti racconterò… I suoi occhi diventavano più blu.</p>



<p>Mia madre fece invece come la zia Lèony, dapprima non viaggiò più, poi non uscì più da casa, infine visse nella sua camera. Il suo fu però un lockdown affollato. Di fronte alla sua poltrona ce ne erano altre due, ma spesso si aggiungevano sedie e anche posti alternativi, sul letto, sul pavimento, in piedi. E sì perché i visitatori di mia madre erano tanti e di tutte le età, suoi coetanei, adulti, bambini e molti, molti&nbsp;giovani. Mamma a differenza di Nonna raccontava e soprattutto ascoltava. Era aggiornata su tutto, non viveva nei suoi “bei tempi” ma nei nostri ed era sempre un po’ più avanti di noi. Per questo i miei figli, e non solo, a lei davano ascolto. </p>



<p>Come Nonna anche lei faceva coperte, non bianche però. Sferruzzava rombi colorati e diceva: &#8220;questa la faccio &nbsp;tutta sui toni del blu dell’azzurro del celeste e poi ci aggiungo qualche sprazzo di giallo, come se ci fosse il sole&#8221;. Con le mani toccava i gomitoli e chiedeva: &#8220;E’ questo l’azzurro?&#8221;. Le porgevo la matassa. Lei vi passava sopra le dita e diceva: &#8220;Sì, sì è proprio una bella tonalità d’azzurro come il mare in certi giorni di primavera. Lo ricordo bene è come se ancora lo vedessi. Ora passami il blu&#8221;. Smetteva per un po&#8217; di sferruzzare&nbsp;e i suoi occhi vuoti andavano dietro qualche lontano blu. Ma non sospirava.</p>



<p>Come posso io dire male del lockdown?<br>&nbsp;<br><strong>Patologia</strong>: personali e differentemente causate forme di agorafobia.<br><strong>Terapia</strong>: naturalmente un buon tè, a patto e condizione che sia accompagnato almeno da una madeleinette, e poi: “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust. Dite che 3724 pagine sono troppe anche per il più lungo e rigoroso lockdown? Allora limitatevi al primo volume,&nbsp;“Dalla parte di Swann” (406), potrebbe bastare, ma ricordate che “Chi si accontenta gode, così così”, cantava Ligabue.</p>
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		<title>Festa della memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jan 2021 10:42:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgno della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Sterminio]]></category>
		<category><![CDATA[Tè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È passata l’ora canonica del tè, ma mi dico che ogni ora è buona per una buona tazza di tè. È passato anche Natale con tutte le feste correlate e anche il mio compleanno, ma mi dico che ogni giorno è buono per un tè speciale e pertanto verso in abbondanza le profumate foglie del&#160;Cristmas Spice. Che bontà! e quanto evocativo. Mi assale tutta intera la memoria della famiglia&#160;riunita, se&#8230;</p>
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<p>È passata l’ora canonica del tè, ma mi dico che ogni ora è buona per una buona tazza di tè. È passato anche Natale con tutte le feste correlate e anche il mio compleanno, ma mi dico che ogni giorno è buono per un tè speciale e pertanto verso in abbondanza le profumate foglie del&nbsp;Cristmas Spice. Che bontà! e quanto evocativo. Mi assale tutta intera la memoria della famiglia&nbsp;riunita, se pure non quest’anno, per le vigilie di Natale. E’&nbsp;sull’onda di questa nostalgia&nbsp; che apro su WhatsApp la pagina destinata al gruppo-famiglia:&nbsp;Familias!&nbsp;</p>



<p>Familias!&nbsp;ha sostituito i diari della mia adolescenza.&nbsp;Non cancello nulla e ogni tanto vado indietro a rileggere e riguardare. &nbsp;</p>



<p>La pagina di oggi si apre con una poesia scritta da Adele, quinta elementare, per il Giorno della memoria. Il componimento è di quattro quartine in rima baciata. Il titolo è La festa della memoria. Ha ragione Adi, è comunque una festa, più che un giorno, quando un popolo ricorda. Cari Ebrei che siete lassù/ spero che abbiate una vita migliore di quaggiù/ Tutti voi siete stati massacrati/ma da noi verrete sempre ricordati. Brava Adele, ricordare, meditare su quanto è stato, progettare un mondo migliore per non commettere gli stessi errori o magari anche peggiori, (per restare nella rima baciata).</p>



<p>Mi commuovo, si sa i vecchi si commuovono facilmente, al pensiero di Adi china sul foglio con la mente piena di pensieri e il cuore che muove la penna nel tentativo di rendere comunque giustizia, magari lassù, a quel diritto alla felicità che è di ogni uomo. Vorrei poterle raccontare ancora che gli orchi vivono solo nelle fiabe e non hanno il volto del vicino. Vorrei poterla proteggere dall’uomo della pietra e della fionda che allora come ancora, come sempre, come uccisero i padri non rinnega lo sterminio. E sì, il mezzo più efficace che abbiamo è la memoria, anzi la festa della memoria.&nbsp;</p>



<p>Scrivo subito un breve ma indicativo messaggio &#8211; Bellissima! Brava Adil!-&nbsp;che si legge&nbsp; ufficialmente come un complimento &nbsp;e &nbsp;in linguaggio &nbsp;criptico &nbsp;suona:&nbsp;Avviso per tutta la famiglia: leggete la poesia di Adele e regolatevi di conseguenza con modalità appropriate e personali. A questo punto la “Familias” non può accampare scuse e dimenticanze. Tutti, ad eccezione di &nbsp;Stano che &#8211; pur essendo membro effettivo della famiglia nella qualità di figlio, fratello, zio, e membro storico del gruppo Familias &#8211; non partecipa, non commenta e ha elaborato, sorretto dalle sue competenze informatiche, una strategia per non lasciare alcuna traccia di sé nella rete social che riguarda i suoi consanguinei.&nbsp;</p>



<p>Seguono selfie &nbsp;dei più giovani. Appaiono faccine perplesse (da quando Adi si è convertita alla poesia?) o ripetute mani plaudenti, o pollici in alto o corone di alloro. Poi la comunicazione si sposta verso il prosieguo&nbsp;della giornata e delle attività di tutta la Familias. Compaiono foto di Zip che sperimenta i suoi primi pericolosi lavoretti con martello e chiodi &#8211; martello vero, Nonna &#8211; di Adele in primo piano con in testa una gigantesca&nbsp;cacchina-emoticon sorridente&nbsp;(suo fratello Vincenzo non è evidentemente cultore dell’Ars poetica che sta studiando con la Dad), di un rosso cuore che pulsa&nbsp;da parte di Lulli alla cugi Adi,&nbsp;dell’orto sul&nbsp; balcone di Annalisa che in confronto il bosco verticale di Boeri è solo un’inezia, di improbabili video sulla Juve che Luigi condivide non si sa bene con chi, di sontuosi palazzi barocchi lungo la passeggiata in solitaria per Catania (e per non impazzire) di Maurizio e poi, all’una un essenziale:&nbsp;La maestra mi ha dato 10 con lode per la poesia,&nbsp;seguito da&nbsp;&#8220;Che poesia?&#8221;&nbsp;con tanto di selfie di Emanuele che si è appena alzato e sta facendo colazione, un brunch direi vista l’ora. &nbsp;</p>



<p>A parte Emanuele, non ci sono altre immediate reazioni al successo di Adele.&nbsp;La giornata familiare è infatti andata avanti e si è spostata su altri interessi. Le cuginette sono &nbsp;prese dalle&nbsp;Lol&nbsp;che sono arrivate via Amazon, la generazione precedente è impegnata in attività ordinarie e straordinarie, Roberta sta scolando la pasta e io sto per pranzare in compagnia di Zanchini&nbsp;con le su Quante Storie. Stano tace e questo, nel suo criptico linguaggio, vuol dire che tutto è a posto. </p>



<p>Improvvisamente la suoneria di WhatsApp scuote contemporaneamente il gruppo familiare di&nbsp;Familias! Eccola ritratta in tutta la sua gloria: quaderno in mano, 10 e lode in bellavista&nbsp;e aria soddisfatta. La reazione è immediata e varia: messaggi, faccine, emoji, marce trionfali.&nbsp;Ma l’eccezionale importanza dell’evento si riassume tutta nel&nbsp;Wow&nbsp;di Stano.&nbsp;<br>&nbsp;<br><strong>Patologia</strong>: tendenza alla dimenticanza&nbsp;<br><strong>Terapia</strong>: il tè è stato già detto, quello delle feste, il libro, quello di Liliana Segre:&nbsp;Fino a quando la mia stella brillerà. Lo regaleremo ad Adele perché sappia di quella bianca&nbsp;signora che si sente nonna di tutti i bambini e a loro vuole passare il testimone del ricordo, a tutti noi, giovani e vecchi, perché attraverso la pace e il superamento dell’odio sappiamo, come lei, scegliere la vita e diventare liberi. &nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Benvenuti a casa dei nonni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 18:03:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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<p>“Benvenuti a casa dei nonni”, &nbsp;c’è scritto sotto l’immagine di due arzilli vecchietti, &nbsp;sulla targhetta che mi ha regalato Giorgia e che è diventata un nostro mattutino segnale. Se è esposta sulla maniglia esterna della porta vuol dire che mi sono alzata e loro possono salutarmi prima di andare a scuola, se non c’è vuol dire che loro non vanno a scuola o che io sono ancora a letto e i saluti sono rimandati al ritorno. Mai targhetta ha avuto più vicissitudini, più alternanze, e&nbsp;non a causa della mia pigrizia mattutina.</p>



<p>È dal fatidico 5 marzo dell’anno scorso che la targhetta non fa che entrare e uscire. Lockdown totale (dentro), riapertura speranzosa e festosa (fuori), chiusura momentanea con occhiolino per derattizzazione (dentro), apertura (fuori), chiusura per seggio elettorale (dentro), riapertura (fuori), chiusura per ordinanza del sindaco (dentro), riapertura per ricorso genitori (fuori), chiusura per insindacabile decisione di Francesca (dentro), riapertura per protesta inappellabile delle bimbe (fuori), chiusura per ordinanza del presidente della regione (dentro), sentenza contraria del Tar (fuori). Oggi, chiusura del dirigente scolastico causa positivi (dentro).</p>



<p>E dire che io stamattina mi sono alzata, malgrado di malavoglia, proprio per celebrare questo secondo giorno di riapertura della scuola. (ah, i bei tempi quando in un anno c&#8217;era un solo primo giorno di scuola!)</p>



<p>Giorgia apre lo zaino, tira fuori un libro e ripete ad alta voce la pianura Padana, &#8220;devo essere interrogata&#8221;, dice guardandoci interrogativamente. Ester tira fuori il telefonino, Marghe, hai sentito? Ci vediamo più tardi come al solito. In videochiamata. Poi toglie l’elastico e due bande di capelli neri le coprono gli occhi. Francesco tira fuori dalla tasca un marshmallow,  L’ho rubato per Iaia, mi sussurra, glielo do di nascosto dalla Maestra. Non mi va di rimproverare Robin Hood. Non stamattina. Francesca ha la faccia di chi non può crederci: Di nuovo chiusa, di chi sotto-sotto è sollevata: Niente contagio, di chi: Ma chi poteva immaginare…</p>



<p>Mi preparerò un bel tè, tonificante, poi aprirò i giornali e leggerò diligentemente e imparzialmente le invettive di quelli, i più, che dicono che la Scuola deve riaprire, che il danno causato a questa generazione è incalcolabile, che un Paese non ha bene maggiore da tutelare, che le aule sono in sicurezza, che le Dad non funziona. Le sosterranno Governo, insegnanti, studenti, genitori, comitati medici e scientifici, scrittori e intellettuali e gente comune. </p>



<p>Poi leggerò, allo stesso modo, le invettive di quelli che dicono che la salute viene prima della scuola, che le aule, malgrado rotelle e mascherine, sono luoghi di contagio, che i giovani soffrono né più né meno di tutte le altre categorie, che in tempi di guerra scuole non ce n’erano, che le capacità di ripresa dei ragazzi sono incalcolabili, che la Dad non è il diavolo. Le sosterranno Governo, insegnanti, studenti, genitori, comitati medici e scientifici, scrittori, intellettuali e gente comune.</p>



<p>Io penso ai 55 anni che ho trascorso, in varie vesti, nelle aule scolastiche e all’indifferenza, esagero un po’, generalizzata di Governo, insegnati, studenti, genitori, comitati medici e scientifici, scrittori, intellettuali e gente comune nei confronti della Scuola. Non mi pare di ricordare che in Italia sia mai stata la prima preoccupazione o occupazione. </p>



<p>Mi pare di ricordare invece che allegramente, superficialmente, autolesionisticamente si è sempre fatto il minimo o malfatto il massimo per la Scuola. E se comunque la Scuola italiana ha raggiunto grandi e bei risultati, è perché è vero che siamo un popolo di santi e di eroi, ma per fortuna di santi della porta accanto e di eroi del quotidiano a cui le imprese e i miracoli riescono bene.  </p>



<p>Mi scriverò al partito del Risvolto della medaglia: ci voleva una pandemia per ristabilire le priorità. Salvo scordarcene immediatamente a pericolo superato.</p>



<p>Tolgo la targhetta da “fuori”, la metto “dentro” (per qualche giorno, definitivamente?). Faccio l&#8217;occhiolino ai due vecchietti che per la verità non mi sembrano in gran forma.&nbsp;</p>



<p><strong>Patologia:</strong> stati di indecisione indotti o spontanei<br><strong>Terapia:</strong> nell&#8217;immediato un buon tè tonificante, in seguito giornali indipendenti o sedicenti tali, ma vi avverto potreste diventare strabici. ( Meglio ancora una volta il discusso don Milani?)&nbsp;&nbsp;</p>
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