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	<title>Vita Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Vita Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Referendum Eutanasia: la Consulta si fa Legislatore?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Davola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2022 21:37:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Inammissibile. È questo il verdetto della Corte costituzionale. L’abrogazione, seppur parziale, dell’omicidio del consenziente confligge con il dovere dello Stato di proteggere la vita delle persone più vulnerabili. Una decisione sotto alcuni profili prevedibile, ma da sviscerare a fondo per comprendere il nuovo ruolo assunto dal giudice delle leggi. Riavvolgiamo il nastro e rivediamo quanto successo. Il 23 ottobre 2018 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla conformità a costituzione dell’omicidio&#8230;</p>
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<p>Inammissibile. È questo il verdetto della Corte costituzionale. L’abrogazione, seppur parziale, dell’omicidio del consenziente confligge con il dovere dello Stato di proteggere la vita delle persone più vulnerabili. Una decisione sotto alcuni profili prevedibile, ma da sviscerare a fondo per comprendere il nuovo ruolo assunto dal giudice delle leggi.</p>



<p>Riavvolgiamo il nastro e rivediamo quanto successo. Il 23 ottobre 2018 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla conformità a costituzione dell’omicidio del consenziente, riconosce la parziale fondatezza del ricorso, ma adotta un’ordinanza di rinvio di un anno per permettere al Parlamento di legiferare sul punto. È necessario regolare rilevanti profili, quali l’obiezione di coscienza o le modalità di accertamento delle condizioni per il suicidio assistito. Si tratta di temi etici su cui è necessario coinvolgere il Legislatore, “in uno spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale”.</p>



<p>Quest’ultimo, ancora una volta incapace di affrontare questioni etiche e politiche rilevanti, non fa nulla. Si arriva così al 22 novembre 2019. La Corte, non potendo più attendere, dichiara la parziale incostituzionalità dell’art. 579 del Codice penale. Già qui emergono alcuni profili di incoerenza: se fosse stato necessario l’intervento del Parlamento, la Corte formalmente non si sarebbe potuta sostituire ad esso. Ciononostante, la Consulta correttamente si pronuncia perché l’immobilismo del Legislatore non può incidere sui diritti fondamentali degli individui.</p>



<p>Il suicidio assistito è così ammesso al ricorrere di precise condizioni: a) persona affetta da patologie irreversibili, b) fonte di sofferenze fisiche e psicologiche assolutamente intollerabili, c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale e d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Il dato più interessante della sentenza è però un altro: l’omicidio del consenziente è in parte imposto dalla Costituzione. È necessario proteggere la vita degli ultimi, delle persone vulnerabili e indifese, che potrebbero essere indotte a cessare la propria vita con decisioni affrettate.</p>



<p>È questa la medesima argomentazione con cui la Consulta ha dichiarato l’inammissibilità del quesito referendario.</p>



<p>Nonostante la decisione sia sotto alcuni profili condivisibile, vi sono due aspetti da sottolineare. Primo, la decisione della Corte presenta un profondo carattere etico e politico. Lo Stato, per garantire la vita dei cittadini, entra nel merito delle loro decisioni sulla propria vita, ignorando in taluni casi la loro idea di dignità. Secondo, è oggi ammesso il suicidio assistito alle condizioni sopra citate, senza che tuttavia né il Parlamento, né i cittadini si siano mai espressi sul punto. Ciò fa comprendere (gli addetti ai lavori lo sanno da tempo) che la Corte costituzionale non è un giudice come tutti gli altri. Crea il diritto, non si limita a interpretarlo. Sarebbe pertanto opportuno che crescesse l’attenzione sociale e mediatica sulle sue decisioni, così come accade per le Corti supreme di altri paesi.</p>
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		<title>Riprendiamoci la vita</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/16/deluca-riprendiamoci-la-vita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jul 2021 07:52:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono. C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare&#8230;</p>
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<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono.</p>



<p>C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare festa, di comunicare. Un netto comando ha spento l’interruttore generale di quei segnali che tutti solevamo scambiarci: abbracci, baci, sorrisi, lo stare gli uni accanto agli altri con una prossimità che per noi è parlarsi più con il corpo che con le parole.</p>



<p>Luglio e agosto verranno a restituirci buona parte del patrimonio a noi caro, sia pure con quegli accorgimenti doverosi perché tutti sappiamo che il pericolo non è stato scongiurato del tutto.</p>



<p>Ma almeno tornano i volti, le bocche e i sorrisi. Tornano, prima ancora, le persone: padri e figli di quelle generazioni di ceppo calabrese che vivono altrove, e così avremo nonni restituiti agli occhi dei nipoti e nipoti che faranno la contentezza dei nonni.</p>



<p>In pratica, una vita più piena e più vera. Appunto quella di cui sentiamo tutti un gran bisogno perché è triste e avvilente una vita a metà. Questa estate andrà tutta sotto l’insegna del recupero, almeno ce lo auguriamo. Non dovesse esserci, saremmo costretti a dover registrare una grave perdita di umanità. Non si tratterebbe più di soldi, di ammanchi o di bocciature per i bilanci familiari o di impresa, ma di una vera e propria sterzata, una specie di deviazione del nostro essere più profondo e originale. Si può dire: una mutazione antropologica? Dovremmo chiedere il permesso agli studiosi. </p>



<p>Nel frattempo ciascuno di noi può parlare di sé stesso e, da un breve esame dei propri comportamenti, dedurre quanto e in che modo questa pandemia, con la sua dittatura precauzionale, ha limitato vita, abitudini, emozioni. I ragazzi sembrano più taciturni, gli anziani parlano poco e quelle poche parole obbligate le pronunciano urlando per effetto di quella mascherina che le fa ritornare in bocca come sassi odiosi.</p>



<p>Basta un virus e la nostra umanità è messa in forse, se non proprio in fuga. Desidereremmo dirci altro in questa estate come sempre ci siamo detto e ripetuto opinioni e confronti riguardo alla politica, al progredire del Sud, al suo trovarsi puntualmente indietro su tutto. L’estate è sempre stata per noi il tempo dell’approfondimento: le notizie apprese altrove durante tutto un anno richiedevano un esame dal vivo, fatto di mille e un “perché”: perché non funziona la burocrazia, perché non funziona la sanità, perché il mare è sporco e l’immondizia la trovi ovunque? </p>



<p>Questa estate metterebbe all’ordine del giorno una questione obbligatoria: per chi vota la Calabria o che tipo di governo vorrà darsi. E’ l’incertezza che regna sovrana, per cui temiamo che la domanda non troverà spazio neanche sotto l’ombrellone, tanta e profonda è la sua vacuità.</p>



<p>Non è qualunquismo, forse è timore per la marginalità della posta in gioco, se prevediamo che la questione appassionerà pochi. Non è tema cocente. Altri problemi scottano più della sabbia. Si tratta di ritrovare, per prima cosa, noi stessi. Un po’ dopo: che cosa vogliamo fare da grandi. E un po’ prima, se realmente vogliamo fare sul serio.</p>



<p>Per non perdere una buona occasione: facciamoci una bella estate per riprenderci noi stessi. A settembre faremo vendemmia.</p>
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		<title>Manes exite paterni. Filippo Bentivegna e il Castello incantato di Sciacca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jun 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non sapremo mai cosa passasse per la testa a Filippo Bentivegna da Sciacca (1888-1967), certo è che visitare il suo Castello incantato lascia attoniti. Né deve stupire l&#8217;interesse da parte di Jean Dubuffet per questo artista vernacolare e folle, inserito oggi a buon diritto nel catalogo internazionale dell&#8217;Art Brut tra i più grandi. Il suo teatro litico di teste scolpite, come un cimitero delle Fontanelle napoletano, come l&#8217;Antigone sofoclea, ha&#8230;</p>
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<p>Non sapremo mai cosa passasse per la testa a Filippo Bentivegna da Sciacca (1888-1967), certo è che visitare il suo <a href="https://www.fondoambiente.it/luoghi/castello-incantato?ldc" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Castello incantato</a> lascia attoniti. Né deve stupire l&#8217;interesse da parte di Jean Dubuffet per questo artista vernacolare e folle, inserito oggi a buon diritto nel catalogo internazionale dell&#8217;Art Brut tra i più grandi.</p>



<p><br>Il suo teatro litico di teste scolpite, come un cimitero delle Fontanelle napoletano, come l&#8217;Antigone sofoclea, ha il valore della testimonianza, dà forma visibile a uomini transitati anonimi nella loro vita senza più dignità né conforto e ora, per la sua paziente mano, eternamente presenti. Anche a Sciacca come a Napoli, a Sciacca come a Tebe, quelle anime del purgatorio richiedevano la cura dei vivi; però qui, a occuparsi amorevolmente dei circa tremila lemuri non sono altrettante giovani vergini prima del matrimonio, ma un uomo solo considerato pazzo dalla sua città retriva, isolato, solitario, incompreso.</p>



<p><br>Dalla vicenda di Bentivegna, come quella di Ligabue, si misura l&#8217;importanza epocale del Surrealismo, il valore nuovo e dirompente che esso dà alla follia sin dal suo esordio, nel Manifesto del 1924. Legittima maggiormente, se ce ne fosse bisogno, il pensiero e l&#8217;opera di Artaud, la deriva immaginifica di Jung in psicanalisi, fino al riconoscimento per legge della dignità sociale dei malati psichiatrici con Franco Basaglia (1978).<br>A Filippo Bentivegna dedica una splendida <a href="https://www.youtube.com/watch?v=wZ4yRrFMyVE&amp;t=16s&amp;ab_channel=StorieEnogastronomiche" target="_blank" rel="noreferrer noopener">canzone</a> il gruppo dei Virginiana Miller, che recita:</p>



<p><em>Ade segreto lasciami entrare<br>Con questa testa di cane bastonato<br>Voglio sentire le ombre respirare<br>Vedere i volti che hai cancellato.</em></p>



<p>Viene colto in tal modo lo spirito più autentico della missione in vita dello scultore sciacchitano, che è disceso idealmente agli inferi per un antro sibillino, un antro che egli stesso si scava ai piedi del monte Kronio per cavare e cavare e cavare le anime dal sottosuolo. E di levare in levare riporta alla luce il sembiante di migliaia di morti prima di lui. Ma il prezzo che Ade gli impone è la fissità degli sguardi che, una volta tornati alla luce, eternamente rimarranno tra noi.</p>



<p><br>Eppure, se ti fermi ad ascoltare tra loro, confuso nella folla calcarea che ti circonda, puoi sentire una flebile voce, qualcosa che ricorda l&#8217;epica escatologica di un Virgilio o di un Dante, qualcosa che riecheggia Spoon River. La curvatura del tempo subisce un forte rallentamento, gli effetti labirintici e solforosi del monte Kronio si fanno sentire. Se Dedalo ancora ti confonde, la missione di Filippo Bentivegna avrà raggiunto il suo scopo.</p>



<p>Encomiabile è l&#8217;opera di recupero e valorizzazione condotta dalla Regione Siciliana per restituire dignità e valore museale a un patrimonio diversamente destinato alla dispersione e all&#8217;oblio.<br>Qualche chilometro più a nord sorge il Cretto di Burri dove, solo un anno dopo la morte di Bentivegna, si consumava uno tra i drammi collettivi più gravi della nostra vita repubblicana: il sisma in Belìce. </p>



<p>Possiamo stabilire solo un nesso poetico tra le due esperienze, tra le due opere, ma è consigliabile sommare entrambe le visite in un unico itinerario, affinché, poeticamente parlando, si comprenda meglio la lingua sibilante dei morti e, con essa, il senso tragico della vita.</p>



<p>Castello incantato<br>Via Fondo Bentivegna 16, Sciacca (AG)<br>Info: <a href="http://www.sciaccamusei.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.sciaccamusei.it</a></p>
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		<title>La distanza del paese reale</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/05/07/deluca-la-distanza-del-paese-reale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 May 2021 10:46:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella stessa nostra Italia, Salvatore (chi sarà mai costui?) e il Presidente del Senato hanno necessità di spostarsi in sicurezza. Salvatore è ultranovantenne. Sua moglie Luisa è inferma. Riesce difficile l’assistenza in casa e pertanto si fa necessario il ricovero in una struttura. In quelle vicine non c’è posto. Occorre cercare altrove. Salvatore sarebbe disposto a sistemarsi accanto alla moglie, ma ha un problema serio: non riesce, in nessun caso,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella stessa nostra Italia, Salvatore (chi sarà mai costui?) e il Presidente del Senato hanno necessità di spostarsi in sicurezza. Salvatore è ultranovantenne. Sua moglie Luisa è inferma. Riesce difficile l’assistenza in casa e pertanto si fa necessario il ricovero in una struttura. In quelle vicine non c’è posto. Occorre cercare altrove. </p>



<p>Salvatore sarebbe disposto a sistemarsi accanto alla moglie, ma ha un problema serio: non riesce, in nessun caso, a trascorrere 24 ore di fila senza vedere il mare. L’ha sempre guardato ogni giorno da quando, tornato dalla prigionia, gli si è piantato dentro un grosso trauma. Liberato dal campo, con i suoi compagni ha percorso a piedi per 8 giorni un cammino infinito, convinto ancora di trovarsi all’inferno. Quando i suoi occhi vedono il mare (o il mare riempie i suoi occhi), Salvatore riacquista la vita. Per questa ragione il mare per lui equivale alla vita. </p>



<p>La moglie Luisa gli ha detto di non abbandonarla. Lui le ha promesso che non accadrà. Allora Salvatore si regola così: al mattino presto lascia la casetta vicina al mare, a piedi raggiunge la stazione e in treno arriva fin sotto il paese della residenza di sua moglie, raggiunge la superstrada e si piazza al bivio che porta in collina. Affida al buon cuore di qualche automobilista l’incombenza di recarlo in cima. Fa compagnia a sua moglie per qualche ora, dopo di che affronta il percorso di ritorno.</p>



<p>Sopraggiunto il Covid19 – e appena dopo 3-4 mesi di questa fatica – la moglie di Salvatore muore. Il mese a seguire Salvatore la raggiunge. Le peripezie di Salvatore le abbiamo raccolte noi. Quelle del Presidente del Senato le hanno scritte un paio di giornali.Pare che le cose stiano così: l’onorevole Elisabetta Alberti Casellati, perché presidente del Senato ha residenza a Roma e pertanto dispone di un appartamento a Palazzo Giustiniani, allo scopo di assicurarle costante presenza nella Capitale.</p>



<p>Da maggio 2020 ad oggi ha fatto ricorso ad una specie di auto blu, che però è un aereo, il potente “Falcon 900”, dell’Aeronautica Militare e per 97 volte ha volato sulla rotta Roma-Venezia per raggiungere Padova, sua città d’elezione. In agosto ha cambiato 6 volte rotta, privilegiando la Sardegna. In pratica, niente più che un tragitto casa-lavoro. Qualche deputato ha stimato la spesa per 1 milione di Euro.</p>



<p>Poteva regolarsi altrimenti il Presidente del Senato? Certamente, sì. Intanto poteva utilizzare un aereo di linea che, in quanto a garanzie e sicurezza per contagio non è da meno di un volo di Stato. Allora che cosa è accaduto? Forse un abuso? Nessuno abuso, solo una disposizione scritta a mestiere, una di quelle con l’uscita di sicurezza. </p>



<p>Eccola qui: Il Presidente del Senato, come le altre quattro cariche dello Stato, può utilizzare il volo di Stato senza dover chiedere alcuna autorizzazione in virtù dell’art. 3 del dl n. 98/2011 e di una direttiva del presidente del Consiglio che stabilisce: “ … il trasporto aereo di Stato è sempre disposto in relazione alle finalità di conferire certezze nei tempi e celerità nei trasferimenti per attendere più efficacemente allo svolgimento dei compiti istituzionali e per garantire il livello di sicurezza” (firmato Silvio Berlusconi). Come a voler significare: questo è il pagliaio, è certo che contiene un ago; se avete coraggio, cercatelo.</p>



<p>Noi che amiamo la preziosità del tempo e della vista non muoviamo nessun azzardo. Il Codacons ha promesso di chiedere spiegazioni. Non ci resta che attendere fiduciosi. Nel frattempo una domanda: quando si chiede il pagamento delle tasse necessarie al funzionamento della macchina repubblicana, si getta anche per caso un sguardo alla busta paga del fu cittadino pensionato Salvatore? E, se sì, con quale coraggio si preleva? </p>



<p>Dove immaginare collocato il paese legale che così si comporta? A quale distanza dal paese reale? Possibile che lo status del presidente del Senato possa avere tali e tante garanzie tutelate per legge?</p>



<p>Se ignorassimo, e soprattutto perché non esistessero storie come quelle di Salvatore, certe notizie come questa dell’aereo blu del presidente, farebbero conoscere solo spreco ed esagerazione. Ma quando conosci e poni la prima accanto alla seconda, tristemente sai di toccare l’assurdo.</p>
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		<title>Vaccini, che cosa significa saltare la fila</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/04/30/vaccini-che-cosa-significa-saltare-la-fila/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 20:35:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un linguaggio che fa parte del patrimonio dell’umanità. Lo adoperiamo poco, però, anche quando occorrerebbe per chiamare le cose per nome, noi che pure ci vantiamo di dire pane al pane e vino al vino. Proviamo a riportare qui in pagina quanto si può leggere in una Costituzione del Concilio Vaticano secondo. Si tratta di una citazione presa dagli antichi padri della Chiesa: “Dà da mangiare a colui che&#8230;</p>
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<p>Esiste un linguaggio che fa parte del patrimonio dell’umanità. Lo adoperiamo poco, però, anche quando occorrerebbe per chiamare le cose per nome, noi che pure ci vantiamo di dire pane al pane e vino al vino.</p>



<p>Proviamo a riportare qui in pagina quanto si può leggere in una Costituzione del Concilio Vaticano secondo. Si tratta di una citazione presa dagli antichi padri della Chiesa: “Dà da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso”.</p>



<p>Sembra questo argomentare una dimostrazione, per così dire, matematica, che prende per il bavaro della giacca l’ascoltatore più attento che si dia. La situazione che descrive è quella di un moribondo per fame. Il moribondo non è in grado di procurarsi da sé il cibo che gli occorre. Si dà l’impellenza che un altro si adoperi in sua vece. E se ciò non dovesse accadere? Presto detto: il moribondo muore.</p>



<p>Apparentemente ci troviamo dinanzi ad un’azione mancata, appunto un’omissione. Si poteva fare una buona azione e non è stata fatta. Il rischio è sempre quello di mancare il bersaglio. Ma qui c’è di più: non si trattava di una buona azione alla stregua di tante altre. Qui c’è un soccorso al morente, una vita da salvare. Il cibo offerto era per vivere e scongiurare la morte.</p>



<p>Per questa ragione è necessario interporre tra il cibo e la destinazione un’altra categoria imperante, appunto il tempo. Se presto arriva il cibo, la morte è messa in discussione e il pericolo allontanato. Tanto è vero che, qualora il cibo dovesse arrivare in ritardo, la morte avrebbe il sopravvento.<br>L’espressione evidenzia, però, con forza, come il soggetto che omette è lo stesso che produce la morte del moribondo. Non si tratta più del cibo che manca, ma di colui che agisce o non agisce.</p>



<p>Proviamo ad applicare adesso questo schemino al tempo nostro della pandemia. Sin dall’inizio è stato acclarato che la nostra salvezza sarebbe stata il vaccino. Il vaccino è stato inventato e la produzione è attivata. Con un postulato: vaccinare tutta la popolazione. Tutti e non una parte perché la salvezza sta nell’interezza.</p>



<p>Domanda: chi non si vaccina, manca a qualcosa (farsi vaccinare) o manca all’operazione in cui è impegnata tutta la popolazione per debellare il virus? Perché le assenze sono due: il soggetto senza vaccino, la popolazione senza un combattente.</p>



<p>Secondo dispositivo regolatore: il vaccino va somministrato primariamente alle persone fragili e vulnerabili. Domanda: e chi ha saltato la fila, che cosa ha combinato? Ha sottratto vaccino a chi ne aveva più urgente bisogno. L’ha pure esposto al rischio di morire?</p>



<p>Se dobbiamo rispondere la risposta è sì. Potessimo non rispondere e neanche farci la domanda sarebbe comodo e sbrigativo, ma ci fermeremmo solo ad osservare che, nel caso, si è trattato solo di un malvezzo italiano e portoghese, quello di saltare la fila, aver fatto una cosa che sempre si è fatta e continuata a fare.</p>



<p>Quei padri della Chiesa non la pensano come noi. Tentano ancora di invitarci a guardare un po’ più lontano, all’esito di quel che si fa e non si fa. Che senza conseguenze mai si consuma. Tante volte è questione di vita o di morte. Anche quando non è apparente.</p>
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		<title>Virtù civiche e morali: l’altro vaccino anti Covid</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/03/15/deluca-virtu-civiche-e-morali-altro-vaccino-anti-covid/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 16:24:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[Anziani]]></category>
		<category><![CDATA[Buio]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
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		<category><![CDATA[Morte]]></category>
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		<category><![CDATA[Umanità]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una lettera al Corriere della Sera del 3 marzo scorso, Margherita Vatielli, 16 anni studentessa, ha scritto: “Siamo nel periodo buio di questo ritaglio di umanità, e a me piace cercare di scorgere una luce alla fine del tunnel, nonostante questa mi sembri sempre più lontana”.Questo ritAratto non può che essere credibile. C’è realismo e c’è slancio di speranza. Due elementi che connotano la lettura propria dell’età adolescenziale. I&#8230;</p>
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<p>In una lettera al Corriere della Sera del 3 marzo scorso, Margherita Vatielli, 16 anni studentessa, ha scritto: “Siamo nel periodo buio di questo ritaglio di umanità, e a me piace cercare di scorgere una luce alla fine del tunnel, nonostante questa mi sembri sempre più lontana”.Questo ritAratto non può che essere credibile. C’è realismo e c’è slancio di speranza. Due elementi che connotano la lettura propria dell’età adolescenziale. I ragazzi vedono e descrivono (periodo buio) quello che stiamo attraversando (un tunnel); riescono, però, a intravedere con il loro lungo sguardo una luce che riapparirà, sia pure lontana, forse troppo lontana.</p>



<p>Perché è buio, questo periodo? Perché questa pandemia (ha) (e) sta spegnendo. La vita di migliaia di persone l’ha già spenta, all’improvviso. Poi ha messo mano a parecchi altri interruttori: lo sguardo, la voce, la vicinanza, i pensieri; l’eredità delle ultime parole; la pietà intesa come esercizio di accompagnamento; l’ultima carezza che faceva tornare bambini i padri, e i figli padri dei loro padri, perché solo se tanto avviene i padri possono rimpicciolirsi per entrare nel seno della morte.</p>



<p>All’inizio del suo imperversare, il virus ci ha divisi, poi ci ha uniti, poi ci ha diversificati, adesso ci sta mettendo in lotta, persino, non più contro ciò che accade, ma contro gli altri, per effetto di quel gran problema che si chiama sopravvivenza. Ci ha divisi perché alcuni pensavano che fosse uno scherzo, niente più di un’influenza stagionale con qualche variazione tematica. Persino qualche storico e qualche altro uomo pensante rimasero scandalizzati dinanzi ai divieti di assembramento, come se la storia, materia del loro trattare, fosse scappata via dai loro libri.</p>



<p>Ci volle la morte, fino a quasi mille persone al giorno, a farci rintanare in casa e da qui esprimere voglia di stringerci “a coorte”, urlare tutto il desiderio di vivere e sopravvivere. E poi autoconvincerci che con la pandemia avremmo dovuto convivere. Così venne fuori la maldestra trasmissione di falsi allarmi: negli ospedali non ci sono malati, il virus è morto, il caldo l’ha ucciso, fuori tutti da casa perché l’economia sta per crollare. Chi ci ha creduto ha finito per ribellarsi, trasgredire, godere della stagione calda per tornare alle abitudini di sempre.</p>



<p>Non è stato così, se non per una breve parentesi di illusione. Lo predicavano già le nostre nonne: ricadere è peggio di cadere.</p>



<p>Alla solidarietà – ahinoi! – vissuta in tutti i modi, è subentrata una lotta che si sta colorando di angoscia: litighiamo sui soldi, litighiamo, soprattutto, sui vaccini da quando abbiamo saputo che il loro arrivo ci avrebbe messo al riparo dall’attacco.</p>



<p>Questa altalena di stati d’animo, ma più ancora di maniera di intendere e rispondere all’insidia, sta spostando la mira della nostra lotta, quasi che non è più il Covid19 il nemico capitale, ma l’anziano che prima di me arriva a vaccinarsi.</p>



<p>Questa non è più una storia di pandemia. E non poteva esserlo. E’ storia di questa nostra umanità in tempo di pandemia. La luce in fondo al tunnel che la nostra amica sedicenne ci diceva di aspettare, non dovrà solo bruciare la causa del nostro soffrire, ovvero il Covid19. La luce dovrà lumeggiare sin negli anfratti più nascosti lo stato di salute della nostra umanità. Dovremo avere il coraggio di farci dire dalla luce che si attende che uomini e donne siamo, quale concerto di umanità siamo capaci di orchestrare, quanta stima e quanto amore vero nutriamo per la vita che è di tutti. E comunque una lezione è sin da ora evidente: usciamo solo insieme. Ad uno ad uno si può solo morire e finanche in triste solitudine.</p>



<p>Dicono che il Covid19 lascia tracce nel fisico. Ci auguriamo che non sia vero né domani né dopo. Ha prodotto danni (e ne sta producendo) nel corpo sociale. Riusciremo a volerli cercare, espellerli, curare e poi prevenirli? Sarà utile e doveroso poiché la vita che ci attende – anche quando alla pandemia ci sarà una fine – richiederà certe virtù civiche e morali di cui non si potrà fare a meno. Urge approntare quest’altro vaccino. Per esso non sono richiesti scienziati, ma uomini e donne pensanti nel vasto laboratorio del mondo.</p>
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		<title>Un&#8217;orazione laica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 08:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Anziani]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se i morti parlassero, nella giostra dello scientismo relativista e ignorante che schiamazza dalle tastiere, cosa direbbero? Ancorché ottuagenari, a modo loro, credetemi, avrebbero scelto di vivere anche un solo anno, un solo mese, un solo giorno di più. Poco importa se morti per una sana botta virale o per altre complicazioni. Pensate ai vostri padri, ai nonni, quelli che vi portavano al parco o alle giostrine, quelli che vi&#8230;</p>
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<p>Se i morti parlassero, nella giostra dello scientismo relativista e ignorante che schiamazza dalle tastiere, cosa direbbero? Ancorché ottuagenari, a modo loro, credetemi, avrebbero scelto di vivere anche un solo anno, un solo mese, un solo giorno di più. Poco importa se morti per una sana botta virale o per altre complicazioni.</p>



<p>Pensate ai vostri padri, ai nonni, quelli che vi portavano al parco o alle giostrine, quelli che vi portavano il pane a casa e, carezzevoli, vi istruivano alla vita. Se ancora sopravvivono, pensateli intensamente nel fiore dei loro ottant&#8217;anni, col nipotino in braccio e la pensione a disposizione di un&#8217;ampia cerchia familiare, di cui quasi certamente anche voi fate parte. Pensateli con più commozione, perché magari sono ancora vivi e continuano ad aiutarvi per sbarcare il lunario.</p>



<p>Poi, con un taglio repentino sul cuore, immaginate di trovarvi al caffè e di sentire dire che quell&#8217;uomo, quella donna che erano vostri, proprio loro, &#8220;il Covid non c&#8217;entra, erano comunque malati, ché non si ferma una nazione per questo motivo&#8221;.</p>



<p>A una tale immagine vagamente razzista (dico vagamente per non urtare la vostra indubbia sensibilità), alla rubiconda immagine di quel genitore che ora non c&#8217;è più, associate con la stessa leggerezza che vi portava a disquisire senza competenza alcuna di complicatissime patologie virali, di altrettanto complesse questioni socio-politiche; associate tutte le torture che il virus comporta fino all&#8217;asfissia. Avete presente l&#8217;asfissia, quella cosa che ti porta alla morte con il terrore negli occhi, come uno strangolamento? Proprio quella bella asfissia al collo dei vostri cari, vecchi ottuagenari che tanto la morte se li sarebbe portati via comunque. Non è un&#8217;immagine raccapricciante se applicata ai vostri genitori e nonni e non a quelli degli altri?</p>



<p>Dall&#8217;altra parte della barricata, mi torna negli occhi una notizia recente, un&#8217;immagine, un memento: la donna che a Milano muore &#8220;di complicazioni da Covid&#8221; il giorno dopo del suo compagno di tutta una vita, anch&#8217;egli morto della medesima sorte. Sorvolo sull&#8217;importanza dei coniugi e sulla gravità della loro perdita per la cultura italiana, perché vorrei che li percepiste per quello che in definitiva erano: due cittadini comuni.</p>



<p>Di complicazione in complicazione, mi monta dentro un profondo senso di pietà ed ammirazione per quell&#8217;amore senile e credo che lei abbia deciso di lasciarsi morire per raggiungere quanto prima l&#8217;uomo della sua vita. &#8220;Erano vecchi, non si ferma una nazione per due vecchi&#8221;, ripeteranno i surfisti dalla tastiera facile, mentre nell&#8217;aria morbosa di quest&#8217;italietta post liberal-capitalista si staglia la storia di due splendidi amanti, morti idealmente abbracciati per una complicazione, guarda un po&#8217;, sentimentale. Così è la vita.</p>
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		<title>Alla ricerca del tempo perduto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 08:40:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Anni lontani]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Proust]]></category>
		<category><![CDATA[Recherce]]></category>
		<category><![CDATA[Tazza]]></category>
		<category><![CDATA[Tè]]></category>
		<category><![CDATA[Teiera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In principio ci fu il ritrovamento della teiera. Oggi, altrettanto casualmente, quello dell’unica superstite tazza. Una sola tazza sopravvissuta ad un servizio da tè, dono di nozze, per sei. Ma che volete che fosse, in quegli anni lontani, la rottura di cinque tazze quando la giornata era accelerata da sei figli piccoli in rapida &#8211; ripida &#8211; scaletta, un lavoro, i parenti e gli amici, la casa? Certo che una&#8230;</p>
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<p>In principio ci fu il ritrovamento della teiera. Oggi, altrettanto casualmente, quello dell’unica superstite tazza. Una sola tazza sopravvissuta ad un servizio da tè, dono di nozze, per sei. Ma che volete che fosse, in quegli anni lontani, la rottura di cinque tazze quando la giornata era accelerata da sei figli piccoli in rapida &#8211; ripida &#8211; scaletta, un lavoro, i parenti e gli amici, la casa? Certo che una tazza ti cade dalle mani, non ne hai mica tre o quatto &#8211; intendo mani &#8211; per tenere contemporaneamente in braccio il più piccolo, dividere i due di mezzo che stanno per uccidersi, pettinare la primogenita che va da una amica, preparare un pranzo velocenutrienteaccattivante, spegnere la TV se no a Maurizio si fonde il cervello e dare un’occhiata alla ricerca sui dinosauri di Stano – d’accordo, lo so anche io che lì è questione di occhi e non di mani &#8211; ma intanto la tazza mi è caduta. Anzi, in poco tempo me ne sono cadute altre quattro.&nbsp;</p>



<p>Oggi insieme alla tazza ho proustianamente ritrovato un brandello di quegli anni passati e non (?) irrimediabilmente perduti. Proust nella sua&nbsp;Recherce&nbsp;dedica addirittura un libro intero, l’ultimo, al tempo ritrovato e ci insegna la strada da seguire non per ricordare, che è sempre mestiere dell’oblio, ma per rivivere la vita passata che torna a volte imprevedibilmente presente con tutto il suo corredo di persone eventi luoghi, attraverso un profumo, un sapore, un gesto, uno sguardo.</p>



<p>“Mi portai alle labbra un cucchiaino di tè nel quale avevo lasciato che si ammorbidisse un pezzetto di madeleine&nbsp;[…]&nbsp;e a un tratto il ricordo è apparso davanti a me […] così, ora, tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di casa Swann, e le ninfee dalla Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole abitazioni e la chiesa e tutta Combray e la campagna circostante, tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè.” (Dalla parte di Swann&nbsp;M. Proust).</p>



<p>Porto alle labbra anche io la mia tazza ritrovata, e a un tratto mi appare davanti una casa troppo piccola per due genitori e sei figli, una quantità indefinita di giocattoli, un puzzle di letti che magicamente compaiono di sera e spariscono di giorno, una cesta traboccante di vestitini, una tavola sempre pronta per essere apparecchiata o sparecchiata: il tutto dominato dal disordine. Un correre affannoso, una giornata troppo corta o troppo lunga a seconda se la misura è il da fare o la fatica. Un risuonare incessante di risate, di pianti, di canti, di gridi. Uno scambio di baci, di abbracci, di coccole, di via vai nel letto grande, di stringersi nel sedile di dietro della Simca. Una sequela di candeline da soffiare, di recite a cui presenziare, di favole da raccontare, di compiti da controllare. Un campionario di temperamenti, caratteri, tendenze, talenti da comprendere. Un fazzoletto pronto per le lacrime e una condivisione pronta per le gioie. Una serie&nbsp;sterminata di malattie infantili: la quinta, la sesta, la settima, oltre quelle regolamentari. Un pressante ricordare, stare attenti, dimenticare, rimediare. Un continuo essere presente, essere assente, essere contenta, sentirsi in colpa. Un misurato aiutare, indicare, avviare, incoraggiare,&nbsp;consolare. Un infinito occuparsi e preoccuparsi.&nbsp;Tutto questo è uscito da una vecchia tazza di tè.</p>



<p>Un tè di quegli anni passati, comprato al supermercato. Un tè veloce da rubare al giorno che corre, da bere in piedi, troppo caldo o troppo freddo. Un tè senza cerimonia del tè, un tè senza scelte perché è l’unico che c’è in casa. Un tè da dividere equamente fra la carica dei sei, con il cucchiaino. Uno a te, uno a te, aspetta che ora lo do anche a te, e tu non spingere. Troppo tardi!<br>La tazza è caduta.</p>



<p>Patologia : tendenza alla disattenzione e smemoratezza&nbsp;<br>Terapia: rafforzativo della memoria:&nbsp;&nbsp;Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust&nbsp;<br>Controindicazioni: farmaco non adatto a lettori allergici alla lunghezza</p>
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		<title>Il &#8220;nostro&#8221; giardino segreto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2020 08:51:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Armonia]]></category>
		<category><![CDATA[Bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Burnett]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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		<category><![CDATA[Tè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non ho fatto pane, non ho curato l&#8217;orto sul davanzale, non ho pulito la casa. La mia vita non è stata stravolta dal lockdown, si è, come dire, concentrata, riconosciuta, essenzializzata. E sottraendo qua e là,&#160; anche il&#160;giardino è stato abbandonato. Il nostro “Giardino segreto” ha subito altri abbandoni oltre quest’ultimo,&#160;il primo, storico,&#160;quando abbiamo detto addio a Nonna, alla casa che condividevamo con lei, all’infanzia. “Un giorno lord Craven sotterrò&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non ho fatto pane, non ho curato l&#8217;orto sul davanzale, non ho pulito la casa. La mia vita non è stata stravolta dal lockdown, si è, come dire, concentrata, riconosciuta, essenzializzata. E sottraendo qua e là,&nbsp; anche il&nbsp;giardino è stato abbandonato. Il nostro “Giardino segreto” ha subito altri abbandoni oltre quest’ultimo,&nbsp;il primo, storico,&nbsp;quando abbiamo detto addio a Nonna, alla casa che condividevamo con lei, all’infanzia.</p>



<p>“Un giorno lord Craven sotterrò la chiave di quel cancello così come aveva sotterrato la voglia di vivere e di amare perché chi avrebbe potuto trovare la toppa se n’era andata per sempre” (da Il giardino segreto di Burnett). Un giorno anche noi chiudemmo il cancello e semplicemente, senza sotterrare chiavi e tanto meno amore,  non lo aprimmo più. Fu necessario, nella storia di Burnett che arrivasse la giovane  Mary con un piccolo ordinario miracolo, o una magia per chi preferisce le favole, per far rifiorire le rose e la vita tra tanti sterpi, e nella nostra storia, la cocciuta determinazione, la pazienza e la  fatica di Emanuele,  per capire che “dal letame nascono i fior”.</p>



<p>E sì, perché il giardino aveva assunto l’aspetto di una discarica grazie all’originale concetto di “raccolta indifferenziata” di alcuni vicini, al vento di San Francesco che raccoglie e deposita di tutto dappertutto, al ricambio di foglie e erbe delle puntuali stagioni. “L’unica è chiamare un’impresa di giardinaggio” ci dicevamo guardando sconsolati quel disastro. Peccato che avevamo dato fondo a tutti i risparmi e i mutui possibili per la ristrutturazione della casa e non c’erano nemmeno gli spiccioli per il nostro piccolo pezzo di verde. Fu a quel punto che si mise all’opera Emanuele con &nbsp;infinito ottimismo e &nbsp;grande energia, &nbsp;e a poco a poco anche gli altri cinque fratelli e poi Enzo l’indiscusso detentore della chiave, e alla fine, ma proprio alla fine giusto per le migliorie, io.</p>



<p>E eccolo il nostro giardino, dove “nostro” significava a nostra immagine e somiglianza. Un giardino che ruota tutto intorno al grande limone. Con tanti colori sgargianti come piacciono a Francesca; con tante lumache e zanzare e lombrichi che vivono indisturbati secondo i diritti degli animali proclamati da Annalisa; con un salottino di ghisa,&nbsp;alzatine traboccanti di verde, candele e lampioni sparsi secondo il bon ton di Maria Elena; con piante grasse dappertutto in modo che ogni nostro percorso è una via crucis di spine secondo i ricordi di viaggi esotici di Stano; con un angolo attrezzatissimo di barbecue secondo l’appetito di Maurizio; con un ripostiglio di attrezzature buono per i giardini del Quirinale secondo la pericolosa teoria del fai da te di Enzo; con un certo odorino qua e là secondo gli improrogabili fisiologici bisogni di Akim; con un proclamato ma inutile tentativo di pianificazione. Con un vassoio con tazze fiorite, per restare in tema, pronte naturalmente per “un tè in giardino” ai vari gusti di fiori secondo i miei umori.</p>



<p>Il “Nostro giardino segreto” è sopravvissuto in questa veste ai cambiamenti e agli stravolgimenti della famiglia. Alle partenze e ai brevi e condensati ritorni, alla ordinaria solitudine a due e allo straordinario affollamento, al silenzio e al rinnovato chiasso, alle solite facce e a quelle nuove. Lo guardo adesso attraverso il cancello, di nuovo abbandonato, quasi una discarica. Che fare? A differenza di lord Craven non ho sotterrato la chiave e la toppa è a portata di mano. Questa volta non c’è la disponibilità di Emanuele né di tutto il corredo di energie familiari. Magari chiamerò quell’impresa di giardinaggio, tanto mutui da pagare e ristrutturazioni da fare non ce ne sono più.</p>



<p>La chiave gira facilmente nella toppa, il cancello aprendosi non cigola, nemmeno un po’ di ruggine. Un piccolo miracolo. L’impresa ne farà poi un ulteriore riportando bellezza e armonia. Gli andirivieni della vita ne faranno ancora un altro armonizzando i tempi per farci ritrovare ancora qualche volta insieme, tutta la famiglia. E fermiamoci qui, non possiamo pretendere altri miracoli. Staremo però attenti a cogliere tra le foglie del limone quel refolo che attraversa il tempo, le storie di una volta e quelle di oggi.</p>



<p>Patologia: tendenza a stati di abbandono<br>Terapia: tè Jardin bleu, da bere esclusivamente in un giardino e in tazze fiorite.<br>Libro: “Il giardino segreto” di Frances Burnett nella versione pop up, da guardare soltanto, e guardando inventarselo un personale giardino segreto.</p>
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		<title>Vite di scarto, morti rimosse: l&#8217;Europa rinasce se tutela la dignità di tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 18:16:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Dignità]]></category>
		<category><![CDATA[Etica]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Naufraghi]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Michele Bellini e Monica Nardi&#160; Vuoti a perdere, scarti. Sui 48 corpi senza vita recuperati ieri dalla Marina di Tunisi oggi solo un quotidiano nazionale ha aperto, il &#8220;Manifesto&#8221;. Altrove si parla di ripartenza, Stati generali, Juve-Milan, qualche polemica scontata sul calcetto. Abbiamo tutti voglia di vita: è chiaro, sano anche.  Ma la morte, nonostante la sua irruzione violenta nell&#8217;immaginario comune con la crisi Covid, continua ad essere rimossa&#8230;</p>
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<p>di Michele Bellini e Monica Nardi&nbsp;</p>



<p>Vuoti a perdere, scarti. Sui 48 corpi senza vita recuperati ieri dalla Marina di Tunisi oggi solo un quotidiano nazionale ha aperto, il &#8220;Manifesto&#8221;. Altrove si parla di ripartenza, Stati generali, Juve-Milan, qualche polemica scontata sul calcetto. Abbiamo tutti voglia di vita: è chiaro, sano anche. </p>



<p>Ma la morte, nonostante la sua irruzione violenta nell&#8217;immaginario comune con la crisi Covid, continua ad essere rimossa o sminuita. Un occhio al bollettino dei decessi, liberi tutti (forse), cessato allarme (per ora). </p>



<p>In molti hanno scritto che dopo decenni, in Europa, la pandemia ha riportato la morte entro una dimensione pubblica: un trauma collettivo in grado di smuovere le coscienze e obbligarle a un ripiegamento sull&#8217;essenza stessa del nostro vivere in comunità, sui vincoli di responsabilità che ci legano gli uni agli altri, sulle ragioni più profonde del vivere associato.</p>



<p>È sembrato vero per qualche mese. E dopotutto, specie nel confronto con la gestione della crisi in Usa o in Brasile, l&#8217;Europa nel suo complesso ha fatto una scelta inequivocabile e faticosa: la tutela della vita prima di tutto. Prima delle ragioni dell&#8217;economia e del lavoro. È stato un trade-off doloroso ma obbligato, che però non deve essere letto solo in chiave etica. </p>



<p>Perché scegliere altrimenti avrebbe significato disperdere, politicamente, quel poco di identità e di coscienza comune che ci rimaneva dopo anni di indifferenza dinanzi alle tragedie che si consumavano nel Mediterraneo. Perché i posti di lavoro si ricreano e le imprese si rilanciano, ma se si abdica a ciò che plasma la propria identità non c&#8217;è ripartenza che tenga, non c&#8217;è piano di ricostruzione che regga. </p>



<p>Con Covid l&#8217;Unione ha reagito richiamandosi ai propri valori non negoziabili, gli stessi, aggiornati, che hanno animato il progetto dei Padri fondatori. Ha dato un orizzonte politico nell&#8217;accezione più nobile a una domanda di senso che da anni attendeva un cambiamento, una risposta  pragmatica e non fastidiosamente retorica. </p>



<p>Questa risposta, con la svolta positiva impressa con l&#8217;azione congiunta di tutte le istituzioni europee, ora non va dispersa nel ritorno al &#8220;mondo di prima&#8221;. Perché c&#8217;è un filo che lega i feretri sui camion incolonnati a Bergamo e le bare allineate a Lampedusa: è la dignità dell&#8217;essere umano, da rispettare sempre. È il conto di fenomeni epocali della contemporaneità &#8211; le migrazioni, le pandemie, in prospettiva anche gli effetti dei cambiamenti climatici &#8211; che puntualmente è arrivato sul tavolo dei governanti europei.</p>



<p>È su questa direttrice che va declinata la riscrittura del paradigma Ue di sviluppo e di benessere. Un modello più  sostenibile e giusto, che ponga al centro dell&#8217;azione pubblica la persona e i suoi diritti. Decidere diversamente significa smarrire l&#8217;identità europea e spianare la strada a chi quei diritti li viola e a quelle morti volta le spalle, per indifferenza o calcolo politico. </p>
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