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	<title>E&#039; la somma che fa il totale Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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		<title>Fase 3: sanzionare i furbi ma distinguere tra errore e truffa per non deprimere ulteriormente l&#8217;economia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica Fantozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 16:03:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I trecento miliardi di euro stanziati dal governo per salvare il Sistema Italia dalla pandemia del Covid-19 che ha messo in ginocchio aziende, negozi, ristoranti, intere località turistiche, sono la posta intorno a cui si muovono legittime esigenze di sopravvivenza, gesti dettati dalla disperazione e appetiti ben più oscuri. Da un lato, da Nord a Sud, le Procure d’Italia sono in allarme per il timore non solo di truffe su&#8230;</p>
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<p>I trecento miliardi di euro stanziati dal governo per salvare il Sistema Italia dalla pandemia del Covid-19 che ha messo in ginocchio aziende, negozi, ristoranti, intere località turistiche, sono la posta intorno a cui si muovono legittime esigenze di sopravvivenza, gesti dettati dalla disperazione e appetiti ben più oscuri. Da un lato, da Nord a Sud, le Procure d’Italia sono in allarme per il timore non solo di truffe su piccola scala messe in piedi dai “furbetti del cornavirus” ma soprattutto dell’ingresso a gamba tesa della criminalità organizzata nella Fase 3 del virus. Dall’altro lato, avvocati e dottori commercialisti seri sono altrettanto preoccupati: il confronto degli imprenditori e del legislatore con una situazione senza precedenti impone un percorso “open” che sarà valutato necessariamente ex post dalla magistratura, nel caso in cui qualcosa andasse storto. In sostanza: il management di un’azienda oggi deve tutelarsi a trecentosessanta gradi, con un livello di prevenzione e vigilanza assai più alto del passato, per potersi discolpare domani. Da un range di potenziali accuse che spaziano dal falso ideologico alla truffa aggravata, con l’eventualità – se le cose prendessero una brutta piega &#8211; di tutti i reati concursuali fino al “mantello” delle operazioni dolose.</p>



<p>Ad aprile scorso i capi delle Procure di Milano e Napoli, Francesco Greco e Giovanni Melillo, avevano già denunciato in una lunga lettera a “Repubblica” i rischi che vedevano connessi a questa “gigantesca iniezione di liquidità pubblica” con la prospettiva che i soldi finissero nelle tasche di mafiosi, riciclatori ed evasori fiscali. Il clima politico, insomma, avrebbe portato ad accelerare le pratiche a scapito dei controlli, meno sistematici e rigorosi del normale. Nel mirino i finanziamenti garantiti dalla Sace, i mutui agevolati, ma anche il meccanismo dei crediti d’imposta, i subappalti a cooperative fittizie, l’utilizzo di “scatole cinesi” che acquistano beni senza pagarli e li rivendono al nero.</p>



<p>Da quel momento, l’allerta non è rientrata. Roberto Fontana, sostituto procuratore di Milano che fa parte del dipartimento crisi d’impresa, ha inquadrato il fenomeno proprio da quel punto di vista in un recente webinar. Sottolineando come esista uno spartiacque tra le le norme eccezionali previste per tutelare la continuità d’impresa durante l’epidemia di coronavirus e invece le aziende che si trovavano in preesistente stato di insolvenza, anche non dichiarata. “L’intervento legislativo avrebbe dovuto distinguere più chiaramente tra crisi dovute al Covid 19 e crisi preesistenti, ha spiegato il magistrato. Le prime andavano messe sotto una campana protettiva temporalmente più ampia, un blocco generale delle istanze di fallimento per tutto il 2020. Le seconde, invece, avrebbero ricevuto il messaggio forte di poter ricorrere solo ai normali strumenti previsti dalle norme concursuali. Non è stato così e abbiamo un quadro normativo meno netto”. Il magistrato avvisa: “Abbiamo già sentore di tentativi di accesso fraudolento alle risorse o di mascheramento del dissesto precedente. Il timore di un uso distorto delle regole non è astratto. Siamo consapevoli che c’è chi già opera in quella direzione”. Diversi i profili di reato: falso ideologico per dichiarazioni non veritiere, ad esempio sui dati aziendali, “ma in futuro se la situazione non si chiuderà in bonis e le risorse risulteranno servite a spostare gli equilibri tra creditori, potranno aprirsi altri scenari come la bancarotta semplice o quella preferenziale”.</p>



<p>Lo scenario di possibili distorsioni e rischi penali connessi ai decreti Cura Italia e Liquidità è chiaro anche ad avvocati e legali d’impresa. Che hanno salutato con favore il rinvio a settembre 2021 dell’entrata in vigore del nuovo codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza che avrebbe dovuto partire quest’estate. E stanno approfondendo i profili di rischio penale per amministratori, sindaci e banche deputate a concedere i prestiti agevolati. “E’ mutato radicalmente lo scenario – osserva Antonio Bana, penalista milanese &#8211; oggi non si può applicare un inquadramento dogmatico della continuità aziendale bensì bisogna parlare di recupero dell’equilibrio economico. Un significato dell’insolvenza e dello stato di crisi che chiama in causa ancora di più il ruolo degli organi amministrativi e di controllo”.&nbsp;</p>



<p>Come però? Per accedere legittimamente ai benefici economici bisogna poter provare il nesso tra conti in rosso ed epidemia. Un onere che spetta ai manager, per i quali la parola d’ordine del prossimo futuro sarà “tracciabilità”: ricorso alla cassa integrazione, sanificazioni, assicurazioni, distanziamento sociale. L’intero percorso dovrà essere trasparente. A prova di avviso di garanzia. Così come la giungla delle autocertificazioni – pur considerata insufficiente dai pm – non lascia dormire sonni tranquilli ai richiedenti. L’avvocato&nbsp;Martina Emilia Scalia, dello Studio Bana,&nbsp;ha tracciato una panoramica dei profili di responsabilità penale in capo agli imprenditori che chiedono finanziamenti agevolati&nbsp;e, specularmente, in capo agli esponenti degli istituti di credito che li concedono. Evidenziando un rapporto di proporzionalità inversa:&nbsp;“Il legislatore ha alleggerito gli oneri delle banche, tenute a un’istruttoria solo formale pur in assenza di un vero ‘scudo penale’, e appesantito quelli del richiedente, che deve fornire una mole di documenti e autocertificazioni”. Ma quale rilevanza penale ha la falsa attestazione dei requisiti?&nbsp; &#8220;Due, tendenzialmente, le possibili fattispecie di reato: falso ideologico di privato in atto pubblico e truffa aggravata ai danni dello Stato.&nbsp;Quanto al ceto bancario, al cospetto di una normativa che consente e incentiva l’erogazione di nuova liquidità senza una puntuale valutazione del merito creditizio, l’ipotesi di concorso nei reati di bancarotta semplice o di bancarotta fraudolenta per distrazione o per operazioni dolose andrà valutato con&nbsp;estrema cautela”.</p>



<p>Anche l’avvocato Giuseppe Fornari invita al binomio rigore più cautela nel valutare la situazione di questo particolare periodo: “Abbiamo una certezza: la crisi sanitaria lascerà in eredità un tessuto economico indebolito e, quindi, un terreno estremamente fertile per il fenomeno criminale. Farei però una netta distinzione tra due diverse tipologie di fenomeno criminale: da un lato, quella che sfrutta la situazione emergenziale; dall’altro lato, quella indotta dalla situazione emergenziale”. Nella prima categoria rientrano, secondo il penalista, “ad esempio, gli schemi fraudolenti ormai dilaganti in rete, la contraffazione dei prodotti sanitari, così come i cybercrimes ai danni delle imprese. La risposta a questi fenomeni deve essere la repressione da parte dello Stato, rigida e inequivocabile”.</p>



<p>Discorso diverso, invece per gli episodi potenzialmente criminali indotti proprio dall’emergenza: “Pensiamo a quanto sia facile commettere un errore in buona fede nella compilazione della autocertificazione necessaria a ottenere il finanziamento assistito da garanzia pubblica – avvisa Fornari &#8211; correndo così il rischio di vedersi contestati i reati di falso in atto pubblico o di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato. Oppure destinare parte del finanziamento a una finalità non esattamente coincidente con quella prevista ex lege, rendendo così contestabile il reato di malversazione. E lo stesso vale per la frequenza con cui il rappresentante legale dell’impresa può trovarsi in difficoltà nell’evadere i propri debiti tributari, integrando così i delitti di omesso versamento di IVA o ritenute”.</p>



<p>In conclusione, senza interventi normativi, l’avvocato auspica che venga preso in considerazione l’animus di chi commette il reato: “Serve una certa flessibilità operativa da parte della giurisprudenza e una grande attenzione nel vaglio dell’elemento psicologico del reato. In alcuni casi anche a costo di mutare alcuni, fino ad oggi solidi, orientamenti giurisprudenziali”. Vagliare in concreto, senza generalizzazioni. Sanzionare i furbi ma non rigirare la piaga nella drammaticità della Fase 3. Altrimenti, conclude Fornari, “l’esercizio della giustizia si risolverà in una ulteriore frustrazione del tessuto imprenditoriale, oltre quella della crisi in atto”.</p>
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		<title>Angela lo sa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2020 14:11:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[E' la somma che fa il totale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fra dieci o vent’anni qualcuno in Europa dovrà pur fare una statua ad Angela Merkel. Non è un buon periodo, si dirà, per erigere monumenti a personaggi controversi. Vero. Come pure è vero che oggi come oggi non stanno tranquille nemmeno le statue di Gandhi. Ma Angela Merkel sta facendo di tutto per passare alla storia, anzi fa di tutto per scriverla proprio la storia. Sua è infatti la regia&#8230;</p>
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<p>Fra dieci o vent’anni qualcuno in Europa dovrà pur fare una statua ad Angela Merkel. Non è un buon periodo, si dirà, per erigere monumenti a personaggi controversi. Vero. Come pure è vero che oggi come oggi non stanno tranquille nemmeno le statue di Gandhi. Ma Angela Merkel sta facendo di tutto per passare alla storia, anzi fa di tutto per scriverla proprio la storia. Sua è infatti la regia dell’operazione che, pur con molti mal di pancia, condurrà a luglio ad un primo sostanziale passo verso la condivisione del (futuro) debito europeo. I mal di pancia dei pochi riottosi saranno adeguatamente manifestati ma scarsamente pesati, perché nessuno di loro ha la stazza per contraddire il gigante teutonico.<br>Per carità, la cancelliera non fa niente che non convenga strettamente alla Germania, ma nel farlo ha colto ed imposto al dibattito politico del proprio Paese una visione del futuro. Per nostra fortuna è una visione in cui gli interessi tedeschi e quelli italiani (nonché quelli dei restanti Paesi europei) convergono. Sono due i motivi di questa convergenza. Il primo è che Merkel si è resa conto che le catene del valore delle industrie tedesche erano diventate troppo lunghe, ossia contavano troppo su manodopera distante dalle case madri. Le vicende pandemiche hanno cioè mostrato che appaltare a soggetti cinesi la produzione di componenti necessarie alle proprie industrie potrebbe essere in certe circostanze molto rischioso anche se economicamente conveniente nel breve periodo. La seconda ragione della convergenza è l’interconnessione delle economie intraeuropee. A proposito di componentistica, ad esempio, il gigante automobilistico tedesco dipende in gran parte dai produttori italiani. Lo sa bene la confindustria tedesca, che ha infatti chiesto a gran voce al proprio governo di impedire una contrazione dell’economia italiana che affosserebbe l’industria tedesca.<br>Non per amore, dunque, ma per lungimirante interesse. La storia si fa anche così, e Angela Merkel lo sa.</p>
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		<title>Ce lo chiede l&#8217;Europa? No, serve all&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2020 08:17:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[2 Giugno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Non siamo soli”, ma “adesso dipende anche da noi”. Utilizzo questi due passaggi del discorso del Presidente Mattarella in occasione della Festa della Repubblica, per sintetizzare il modo in cui guardare al nostro rapporto con l’Europa. Non siamo soli perché il Recovery Fund proposto dalla Commissione, per dimensione e impianto, ha reso innegabile la volontà di ripartire insieme senza lasciare indietro nessuno. Ciò, però, richiede che le spese dei singoli siano&#8230;</p>
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<p>“Non siamo soli”, ma “adesso dipende anche da noi”. Utilizzo questi due passaggi del discorso del Presidente Mattarella in occasione della Festa della Repubblica, per sintetizzare il modo in cui guardare al nostro rapporto con l’Europa.<br> <br>Non siamo soli perché il Recovery Fund proposto dalla Commissione, per dimensione e impianto, ha reso innegabile la volontà di ripartire insieme senza lasciare indietro nessuno. Ciò, però, richiede che le spese dei singoli siano coerenti con gli obiettivi dell’Unione: da qui la necessità per i paesi di presentare alla Commissione un piano di utilizzo delle risorse. È questa la famigerata condizionalità che, in realtà, è sempre stata presente per i fondi europei.<br> <br>D’altra parte, alla solidarietà derivante dall’appartenenza all’UE, si deve accompagnare la responsabilità necessaria a tenerla in vita. Nessuna comunità funziona senza un bilanciamento tra diritti e doveri: è una delle regole basilari della convivenza. Perché mai per l’UE non dovrebbe valere?<br> <br>Eppure, quando si parla di condizionalità, il dibattito italiano è impostato sull’idea che si possa avere la botte piena e la moglie ubriaca. Anziché rifiutare in assoluto la condizionalità, è più utile accettarne la necessità e vedere in che modo può diventare vantaggiosa per noi.<br> <br>Il “dipende anche da noi” di Mattarella, allora, va visto anche come una richiesta alle classi dirigenti – forze politiche e media anzitutto – di superare l’idea che vi sia una contrapposizione tra Italia ed Europa. Dopo decenni di de-responsabilizzazione dovuta al vincolo esterno, serve un’assunzione di responsabilità che capovolga la prospettiva: dal “ce lo chiede l’Europa” al “serve all’Italia.” Un cambio di mentalità necessario per trasformare in crescita economica le risorse che arriveranno.<br> <br>E che cosa serve all’Italia? Leggendo le raccomandazioni dell’UE troviamo, ad esempio, una giustizia più efficiente, una sanità più forte, una protezione sociale più adatta ai lavori atipici, un debito pubblico più sostenibile, investimenti in capitale umano, nel digitale e per un’economia verde. Si può essere in disaccordo? Difficile, se si ha a cuore il futuro del Paese.<br> <br>Sarà sulla destinazione delle risorse verso questi obiettivi che la Commissione valuterà il nostro piano di ripresa nell’ambito del Recovery Fund. La più grande chance di rinnovamento degli ultimi decenni richiederà tutte le migliori energie e competenze, presenti nelle classi dirigenti del Paese a livello trasversale. Su questo dobbiamo concentrarci; non perdere tempo alimentando un inutile antagonismo con l’Europa.   </p>
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		<title>Recovery Fund: contro l&#8217;ingiustizia dei dettagli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 17:21:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per prima cosa intendiamoci sui termini. La parola “prestito” si riferisce a denari che vanno restituiti, normalmente gravati da interessi, mentre la locuzione “fondo perduto” si riferisce invece a denari che non vanno restituiti, e sui quali non si calcola dunque interesse alcuno. Vista la creatività dei titolisti di alcuni quotidiani nostrani, la precisazione non appaia supponente. Ora passiamo ai fatti. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha&#8230;</p>
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<p>Per prima cosa intendiamoci sui termini. La parola “prestito” si riferisce a denari che vanno restituiti, normalmente gravati da interessi, mentre la locuzione “fondo perduto” si riferisce invece a denari che non vanno restituiti, e sui quali non si calcola dunque interesse alcuno. Vista la creatività dei titolisti di alcuni quotidiani nostrani, la precisazione non appaia supponente.</p>



<p>Ora passiamo ai fatti. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha avanzato la seguente proposta: per contrastare il tracollo economico al quale l’Europa si sta avviando a causa della pandemia, occorre stanziare 750 miliardi. Di euro. 500 di questi a fondo perduto, i restanti 250 sotto forma di prestito. Se questo è vero, e in tal senso parlano i fatti a meno di non volersi tesserare all’equivalente economico del club dei terrapiattisti, si tratta del più coraggioso tentativo di integrazione dei Paesi europei mai tentato finora. Per numerosissime ragioni tra le quali l’entità del finanziamento, la presenza di una quota di risorse (pari ai due terzi del totale) che non dovrà essere restituita, la rapidità della decisione e la già annunciata compattezza del blocco dei favorevoli – con varie gradazioni e distinguo si discostano soltanto Austria, Olanda, Svezia e Danimarca.</p>



<p>È chiaro che nulla di tutto questo avrebbe mai potuto nemmeno immaginarsi senza la Germania e cioè senza Angela Merkel, che ha imposto il segno della propria leadership sull’intera operazione. Di tale leadership avremo ancora bisogno, poiché la proposta tale è, per quanto straordinaria, e deve ancora passare dall’approvazione (a maggioranza) del Parlamento europeo e soprattutto (all’unanimità) dalle forche caudine del Consiglio europeo.</p>



<p>Su queste colonne torneremo ad occuparci della proposta: di come si articola, di quali sono i suoi vincoli e i suoi limiti, di ciò a cui si dovrebbe pensare quando si ciancia di condizionalità, di come si pensa di reperire questa enorme somma, di chi ci guadagna e del se qualcuno ci perda. Ci torneremo. Ma per il momento sarebbe ingiusto, entrando dei dettagli, oscurare l’atto di volontà con cui le leadership politiche europee hanno impresso una torsione alla deriva che i fatti stavano prendendo. Mai prima d’ora s’era osato tanto, mai prima d’ora era stato tanto necessario. Il traguardo non è scontato e il cammino non sarà agevole, certo è però che è finalmente iniziato.</p>
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		<title>Altro che frugali, sono euro ostruzionisti</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/05/26/bellini-sono-euro-ostruzionisti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2020 08:43:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Se tutti calcolano solo quanto pagano e ricevono, non ne usciremo più. Nel &#8217;57 avevano capito che a volte serve rinunciare a qualcosa oggi per ottenere di più domani. Dobbiamo pensare al futuro.” A parlare è Xavier Bettel, Primo Ministro Lussemburghese, dopo un estenuante e inconcludente Consiglio europeo, sul prossimo budget europeo. Era il 21 febbraio e mentre a Bruxelles si litigava sugli “zero virgola”, a Codogno si scopriva il paziente&#8230;</p>
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<p>“Se tutti calcolano solo quanto pagano e ricevono, non ne usciremo più. Nel &#8217;57 avevano capito che a volte serve rinunciare a qualcosa oggi per ottenere di più domani. Dobbiamo pensare al futuro.” A parlare è Xavier Bettel, Primo Ministro Lussemburghese, dopo un estenuante e inconcludente Consiglio europeo, sul prossimo budget europeo. Era il 21 febbraio e mentre a Bruxelles si litigava sugli “zero virgola”, a Codogno si scopriva il paziente uno.  </p>



<p>Le negoziazioni sul Recovery Fund si intrecciano con quelle sul budget, anche perché concessioni su uno saranno barattate con richieste sull’altro. Le parole di Bettel sono ancora più attuali perché alludono a una verità scomoda: non tutti condividono la visione di un’Unione sempre più stretta. Ciò è comunemente accettato nella pratica – vi sono già più geometrie variabili – ma non nella retorica ufficiale. Queste divergenze sono riemerse nelle negoziazioni sul budget, dove si sta decidendo come compensare l’uscita del Regno Unito. In Febbraio, i quattro frugali si erano opposti alla proposta della Commissione perché, come spiegava il Cancelliere austriaco, avrebbero finito per finanziare, insieme alla Germania, “il 75% dei contributi netti al budget UE.” </p>



<p>È innegabile, l’Unione per funzionare deve essere equilibrata. La mossa della Germania, però, smaschera il bluff dei frugali, perché mostra che durante un incendio, chi pensa al futuro è pronto ad assumersi un peso maggiore, se questo serve a spegnerlo. La definizione del proprio interesse, allora, rivela anche la propria visione sul futuro dell’Europa. E la grande novità dell’iniziativa franco-tedesca è stata concordare sulla necessità di un’UE più forte, attraverso una maggiore convergenza economica – visione tedesca – e una sovranità europea – visione francese – trovando così una sintesi alla dicotomia tra responsabilità e solidarietà.</p>



<p>Alla base della proposta dei frugali, invece, c’è una visione dell’integrazione meno profonda. Ciò non può essere omesso. Né le spiegazioni si possono limitare ad enunciare i rischi di azzardo morale &#8211; cioè opportunismo ex post &#8211; solo di alcuni. La verità è che tutti, se possono, approfittano delle incompletezze dell’UE. Che differenza c’è tra il nostro azzardo morale e il comportamento di alcuni paesi dell’Europa centro-orientale che ricevono fondi ingenti, ma non rispettano i valori europei? Un deficit eccessivo è forse peggiore di una competizione fiscale sleale o della sospensione senza scadenza di un parlamento?</p>



<p>Il nodo non è empirico, ma politico. Per completezza, andrebbe detto che è difficile ridurre i rischi di azzardo morale se ci si oppone ad una maggiore integrazione. Ciò non significa spostare l’attenzione dalle numerose responsabilità dell’Italia. Significa dire con chiarezza che è altrettanto grave continuare a nascondersi dietro percentuali e alibi, per quanto legittimi, per celare che la posizione dei frugali è anche frutto di un’idea diversa di integrazione. Chiamiamoli Euro-ostruzionisti, altro che frugali.</p>



<p>La pandemia è una tremenda cartina di tornasole anche in questo. Chi non vuol avanzare insieme lo dica: non sarebbe la prima né l&#8217;ultima volta in cui viene usato un opt-out. Al debito eccessivo, alle riforme necessarie e a tutti i mali italiani dobbiamo urgentemente porre rimedio. Non esiste, però, soluzione alla mancanza di volontà di progredire nell’integrazione europea. Non possiamo più rimandare questo confronto e la Conferenza sul Futuro dell&#8217;Europa offre l’opportunità di farlo insieme ai cittadini.</p>
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		<title>Recovery Fund, 4 C per un&#8217;Europa comunitaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2020 15:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>4 C: convergenza, crescita, condizionalità, comunità. Da esse dipende il futuro dell’Europa. Lo snodo di oggi, con il voto del Parlamento europeo sul nuovo budget e sul Recovery Fund, lo rende ancora più chiaro. Sin da subito era prevedibile che la pandemia non avrebbe avuto lo stesso impatto per tutti. All’UE, nonostante innegabili passi avanti fatti in queste settimane, mancano strumenti strutturali di riduzione delle disparità tra economie. Lo stesso Commissario&#8230;</p>
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<p>4 C: convergenza, crescita, condizionalità, comunità. Da esse dipende il futuro dell’Europa. Lo snodo di oggi, con il voto del Parlamento europeo sul nuovo budget e sul Recovery Fund, lo rende ancora più chiaro. Sin da subito era prevedibile che la pandemia non avrebbe avuto lo stesso impatto per tutti. All’UE, nonostante innegabili passi avanti fatti in queste settimane, mancano strumenti strutturali di riduzione delle disparità tra economie. Lo stesso Commissario Gentiloni ha lanciato l’allarme sui rischi di una ripresa senza convergenza. Purtroppo per noi, infatti, non solo la contrazione del PIL italiano sarà tra le più dure, ma saremo anche i più lenti a recuperare terreno.</p>



<p>Crescita e convergenza insieme, dunque, per ripartire in maniera coordinata ed evitare che eccessivi squilibri si traducano in interessi politici troppo distanti per restare insieme. È per questo che i dettagli del Recovery Fund sono essenziali. Ogni scelta su entità, metodo di raccolta dei fondi, tempistiche di attivazione, criteri di allocazione agli Stati, rapporto con il budget europeo e governance avrà implicazioni sulle chance di ripresa e convergenza. Riassumo tutto ciò nella terza C: condizionalità.</p>



<p>Esistono due approcci. Il primo, negativo, evidenzia la responsabilità individuale attraverso un legame debitorio, mettendo in luce il rischio che gli obiettivi non siano raggiunti. Il secondo, positivo, pone l’accento sulla responsabilità collettiva di stabilire criteri efficaci per raggiungere obiettivi comuni.<br>Prediligere il secondo significa passare dal taboo della mutualizzazione del debito alla mutualizzazione della spesa. Ciò è possibile perché i Trattati permettono all’UE di spendere direttamente le risorse per investimenti in beni pubblici europei. Sarebbe un cambio di mentalità storico, che vedrebbe nel Recovery Fund un primo embrione di tesoro comunitario.</p>



<p>Più si sposta l’attenzione dal debito individuale alla spesa collettiva, maggiore è la necessità di una gestione europea e non nazionale. In Italia anziché rifiutare il concetto di condizionalità tout court sarebbe più utile riflettere strategicamente sul tipo di condizionalità migliore. Quale? Senza dubbio quella che rende l’Europa una comunità dove nessuno resta indietro. Tradotto: gestione della Commissione e decisioni condivise con il Consiglio e il Parlamento. Una concezione d’Europa a cui, con la Risoluzione di oggi, il Parlamento ha detto sì. Ora la palla passa alla Commissione e, soprattutto, agli Stati membri.</p>
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		<title>BCE, braccio di ferro per la supremazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2020 10:13:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella recente sentenza della Corte costituzionale tedesca c’è un’espressione chiave: extra vires. Significa “è oltre i suoi poteri”, e si riferisce ad un’altra sentenza, quella del 2018, con cui la Corte di giustizia europea aveva difeso il Quantitative Easing approntato della Bce dopo il 2015. Quell’espressione è cruciale perché rivela un’opzione giuridica profonda e antica che viene ben prima, e pesa ben di più, di qualunque strategia di politica economica&#8230;</p>
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<p>Nella recente sentenza della Corte costituzionale tedesca c’è un’espressione chiave: extra vires. Significa “è oltre i suoi poteri”, e si riferisce ad un’altra sentenza, quella del 2018, con cui la Corte di giustizia europea aveva difeso il Quantitative Easing approntato della Bce dopo il 2015. Quell’espressione è cruciale perché rivela un’opzione giuridica profonda e antica che viene ben prima, e pesa ben di più, di qualunque strategia di politica economica il governo presieduto da Angela Merkel voglia adottare. È una strettoia culturale che è sempre stata lì, e dalla quale prima o poi avremmo dovuto passare, ma la Corte tedesca ha deciso che fosse questo il momento di dichiarare che certe scelte spettano soltanto a lei, e che sono quindi “oltre i poteri” di chiunque altro, Corte di giustizia compresa. </p>



<p>Il punto è che un pensiero radicato della cultura giuridica tedesca, interpretando forse quel che ritiene essere nello spirito del proprio popolo, nega che l’Unione europea costituisca un ordinamento giuridico a sé. Nega che esso possa essere indipendente e sovraordinato a quello dei singoli Stati. Per questa via l’Unione esisterebbe solo come prodotto intergovernativo, e come tale resisterebbe solo fino a che i singoli Stati continuino a volerlo: non vivrebbe di volontà propria. Lo Stato nazionale rimarrebbe così l’unica entità sovrana concepibile, nel senso etimologico di superiorem non recognoscens, che non riconosce nessuno che gli sia superiore. </p>



<p>Se così stanno le cose, ed ecco la sfida lanciata dalla Corte tedesca alla Bce, tutti i vertici del giudizio di costituzionalità, ossia tutte le Corti costituzionali di tutti i Paesi dell’Unione, possono in qualunque momento paralizzare qualunque decisione. La posta che questa sentenza ha messo in gioco è quindi niente meno che l’esistenza stessa dell’Unione Europea. Il campo di gioco è quello economico quasi incidentalmente, soltanto perché lì si concentrano oggi i maggiori interessi e perché risulta un perfetto casus belli, ma la posta è alta, culturale e politica. </p>



<p>È, tecnicamente, un caso di conflitto tra giurisdizioni senza regole o precedenti indiscussi che indichino chi e come debba dirimerlo. Nella sua versione più cruda è, quindi, un braccio di ferro per la supremazia. La Corte costituzionale tedesca ha impartito un ordine alla Bce. Dipenderà dalla Bce decidere se e in che misura rispondere, se e in che misura mediare e, dunque, abbozzare i primi contorni di uno scontro che inevitabilmente definirà le future forme del potere all’interno dell’Unione.</p>
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		<title>Accordo sul MES: condizioni light, basta alibi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2020 06:15:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’Eurogruppo ha precisato i dettagli per l’utilizzo del MES con finalità sanitarie. Letto insieme alla lettera di chiarimento della Commissione, l’accordo dovrebbe aver risolto i dubbi interpretativi su cui si sono scontrate le nostre forze politiche. Il nodo del contendere era la possibilità che, con l’attivazione, sarebbero scattate anche quelle condizioni ex post previste nel normale utilizzo del MES che tanto fanno paura. L’ambiguità originava dalla necessità, dovuta all’intensità della crisi&#8230;</p>
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<p>L’Eurogruppo ha precisato i dettagli per l’utilizzo del MES con finalità sanitarie. Letto insieme alla lettera di chiarimento della Commissione, l’accordo dovrebbe aver risolto i dubbi interpretativi su cui si sono scontrate le nostre forze politiche. Il nodo del contendere era la possibilità che, con l’attivazione, sarebbero scattate anche quelle condizioni ex post previste nel normale utilizzo del MES che tanto fanno paura. L’ambiguità originava dalla necessità, dovuta all’intensità della crisi e alla mancanza di strumenti fiscali comunitari, di riadattare nel minor tempo possibile l’esistente, per sbloccare risorse utilizzabili subito e a condizioni uguali per tutti. Ciò per mitigare, già nelle risposte immediate, i rischi di divergenza dovuti al minore spazio fiscale e i maggiori costi di finanziamento di alcuni paesi, Italia in primis.</p>



<p>Va letto in questa chiave l’adattamento del MES, che da metà maggio renderà disponibile, ai paesi che ne faranno richiesta, una linea di credito da 240 miliardi – per l’Italia fino a 36 – da usare, unica condizione, per spese sanitarie dirette e indirette. La ricalibratura delle finalità del MES ha reso necessario adeguarne anche i corollari più stringenti. Ciò si è tradotto in una decisione politica della Commissione che, interpretando il mandato del Consiglio europeo, ha specificato che non si avvarrà di quelle prerogative di controllo che il quadro normativo le riconosce in caso di attivazione del MES.</p>



<p>Vale la pena sottolineare la natura politica di tale scelta, non del tutto scontata in un sistema sovranazionale, quello europeo, strettamente disciplinato dal diritto. In tempi di crisi, solo il primato della politica permette di rispondere agli imprevisti in maniera efficace. Sebbene abbia uno spazio di manovra limitato, il ruolo centrale della Commissione è garanzia della tutela dell’interesse generale europeo.</p>



<p>Appurata l’assenza di “trappole” e la presenza di condizioni uguali per tutti – circa lo 0,1% annuo su un prestito a 10 anni – che riducono parzialmente il rischio del danno d’immagine legato al suo utilizzo, i paesi possono finalmente valutare più serenamente se usare il MES. Fondamentali nella scelta saranno anche dimensioni e tempistiche del Recovery Fund, da cui, dopo la sentenza della Corte Federale Tedesca, dipendono ancora di più le nostre chance di ripresa. E in una partita così cruciale, la Commissione avrebbe bisogno del Parlamento europeo: forza politica e legittimazione democratica.</p>
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		<title>Eppur si muove</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/24/spagano-eppur-si-muove/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 13:58:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Commissione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A giorni alterni l’Europa diventa, nell’opinione pubblica italiana, la causa di tutti i mali o la loro panacea. Se si guarda all’attualità politica da tifosi, del resto, difficilmente ci si può sottrarre alla commedia delle parti. Eppure. Eppure serve mettere le cose in prospettiva per poterne misurare la reale altezza. Ieri il Consiglio europeo, che raccoglie i capi di Stato e di governo dei ventisette più il presidente del Consiglio europeo&#8230;</p>
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<p>A giorni alterni l’Europa diventa, nell’opinione pubblica italiana, la causa di tutti i mali o la loro panacea. Se si guarda all’attualità politica da tifosi, del resto, difficilmente ci si può sottrarre alla commedia delle parti. Eppure. Eppure serve mettere le cose in prospettiva per poterne misurare la reale altezza. </p>



<p>Ieri il Consiglio europeo, che raccoglie i capi di Stato e di governo dei ventisette più il presidente del Consiglio europeo e quello della Commissione europea, ha compiuto un passo, un passo importante e soprattutto in una nuova direzione. Ha formalizzato quello che da giorni era ormai stato negoziato e deciso. Che cioè agli strumenti già presenti, Sure, Mes e Bei, si aggiungesse il ben più pingue Recovery Fund, il fondo per la ricostruzione sulle macerie economiche procurate dal blocco delle attività conseguente alla pandemia di Covid-19. </p>



<p>Fra la posizione di Paesi, Olanda in testa, che non avrebbero voluto concedere nulla a nessuno, e quella di altri, Italia in testa, che avrebbero accettato solo obbligazioni europee garantite mutualmente da tutti gli Stati, ha prevalso una soluzione intermedia, di buonsenso, e finalmente improntata a qualche indizio di solidarietà. Il fondo dovrebbe vantare una capienza di 2.000 miliardi di euro, e avrà per garanzia il bilancio della Commissione europea, che verrà per l’occasione accresciuto in maniera straordinaria. </p>



<p>Si continuerà a discutere, ovviamente. Soprattutto, diverrà oggetto di contesa se  il fondo potrà essere elargito anche in termini di sussidi, ossia senza obbligo di restituzione, oppure esclusivamente in termini di prestiti, con conseguente obbligo di restituzione. Ma è questione sulla quale difficilmente quattro settimane fa avremmo potuto sperare di confrontarci. </p>



<p>Dagli spalti già si contesta che il Consiglio non ha emanato alcun atto, ma solo formulato conclusioni. Il che è vero, perché il Consiglio non emana mai atti ma fa di più: decide la linea politica, che poi altri organi saranno tenuti ad adottare. La crisi del 2008 ha richiesto negoziati lunghi quattro anni per trovare un minimo di posizione comune. Questa volta sono bastate quattro settimane. Lontano dagli spalti, sul campo si fanno progressi.</p>
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		<title>Conte e la gente comune</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/21/susta-conte-e-la-gente-comune/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 08:15:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Conte]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul MES si sono spesi fiumi di inchiostro, reali e virtuali. Tutto è chiaro e poco opinabile. Oggettivo e semplice. Tutti hanno il diritto di ritenere utile farne uso oppure no. I non addetti ai lavori possono anche credere in buona fede alle bufale o diffonderle in malafede. Il Capo di Governo di un Paese UE no! Un Capo di Governo non può dire &#8220;il MES ha brutta fama, ricordiamoci&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sul MES si sono spesi fiumi di inchiostro, reali e virtuali. Tutto è chiaro e poco opinabile. Oggettivo e semplice. Tutti hanno il diritto di ritenere utile farne uso oppure no. I non addetti ai lavori possono anche credere in buona fede alle bufale o diffonderle in malafede. Il Capo di Governo di un Paese UE no! Un Capo di Governo non può dire &#8220;il MES ha brutta fama, ricordiamoci la Grecia&#8221;, perché, a differenza della gente comune, &#8220;non può non sapere&#8221; che la Grecia era arrivata ad un rapporto deficit/PIL del 15%, non riusciva più a pagare gli stipendi, aveva truccato i bilanci frodando gli altri Paesi dell&#8217;UE (Italia compresa, visto che siamo contribuenti netti come tutti i giorni ricordiamo alla &#8220;matrigna&#8221; UE), la gente andava agli sportelli per prelevare il denaro e non ce n&#8217;era più. Una concreta e tragica rappresentazione del noto episodio del film di Mary Poppins.</p>



<p>Chissà perché Conte non dice che il MES ha salvato il Portogallo, Cipro, l&#8217;Irlanda e la Spagna. E, guarda caso, il Ministro dell&#8217;economia del Portogallo (socialista) è lo stesso che oggi presiede l&#8217;Ecofin e che ha proposto la linea senza condizionalità del MES per le spese dirette e indirette in campo sanitario. Si poteva salvare la Grecia spendendo meno? Potremmo discutere all&#8217;infinito se la Grecia poteva continuare sulla strada del fallimento oppure se sia stata salvata. Forse Venezuelani o Argentini ci potrebbero spiegare che cosa significa avere o non avere meccanismi condivisi di &#8220;salvataggio&#8221; con altri Stati. O forse ce lo potrebbero spiegare quei 300.000 italiani che sottoscrissero bond islandesi e che mai furono ripagati. Certo, la famosa &#8220;troika&#8221; declinò una cura severa, almeno pari agli sprechi della gestione precedente, ma Tsipras salvò la Grecia e la destra &#8211; che aveva creato il casino con Karamanlis &#8211; è tornata al potere. Questi paradossi dimostrano ai neo fautori dei nuovi autocrati del mondo (cinesi e russi in testa) che cosa sia la democrazia! Ma Conte dimentica o, ahinoi, forse non sa.</p>



<p>D&#8217;altra parte cosa volete pretendere da questo &#8220;Fregoli&#8221; della politica, che sbeffeggia il suo Ministro dell&#8217;economia e riesce pure ad ottenere delle scuse da una delle poche ingenue che siano cresciute alla scuola della CDU tedesca, una a cui non hanno ancora spiegato che ci sono nel mondo dei &#8220;furbetti&#8221; che utilizzano strumentalmente anche comportamenti importanti e dignitosi come le scuse, per poi dire &#8220;l&#8217;Europa ci ha lasciato soli&#8221;. Lo dice lui, non noi, che dovrebbe sapere che le uniche decisioni vere che stanno tenendo in piedi l&#8217;Italia sono il maggior deficit concordato a Bruxelles (perché tutte le spese sin qui sostenute sono coperte dal maggior deficit) e gli acquisti di nostri titoli di Stato da parte della BCE. Se l&#8217;Italia di Conte dovesse andare sul &#8220;mercato&#8221; a vendere i suoi titoli senza l&#8217;ombrello della BCE, li pagheremmo &#8211; senza troika &#8211; peggio di quanto pagava la Grecia con la Troika! Questa è la verità! Che la politica sa, il Governo sa, le opposizioni sanno, ma non lo possono dire, perché da quasi 10 anni destra, sinistra e populisti pentastellati non dicono la verità agli Italiani.</p>



<p>A Conte non interessano le rassicurazioni degli altri Capi di governo o il parere di persone al cui cospetto uno come lui dovrebbe solo mostrare rispetto. Tacendo! Si fida solo quello che gli dicono Di Maio, Di Battista, la Taverna, Crimi, la Lezzi, questo complesso circense nelle cui mani siamo finiti &#8220;per fermare Salvini&#8221; (che avremmo fermato comunque, ma non voglio qui riaprire questo capitolo). E intanto continua questa scellerata gestione dell&#8217;emergenza in cui dal Premier, da due mesi, non viene alcuna idea che non sia &#8220;state a casa&#8221;, cosa che anche un bambino di prima elementare avrebbe saputo dire. E continua la danza dei provvedimenti contrastanti tra Stato e Regioni, con Presidenti di regione che fanno quello che vogliono e il Governo centrale che dimentica anche i fondamentali del diritto sanitario italiano in cui , anche senza modificare la Costituzione, i principi di &#8220;supremazia&#8221; del Governo centrale sono già scritti. Ma bisognerebbe conoscerli&#8230;</p>
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