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	<title>dpcm Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>dpcm Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Un Natale povero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Dec 2020 09:18:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un Natale povero, non misero o trascurato o raffazzonato. Un Natale povero non è per nulla semplice o sbrigativo. Richiede tempi lunghi di pensieri e scelte,  gioca a eliminare, e se ci pensiamo è molto più difficile togliere che aggiungere. Nell&#8217;abbondanza, di qualsiasi genere, si trova sempre qualcosa che ci va bene. Un vestito in un armadio zeppo, un cibo in un ricco buffet, un compagno in una classe, un&#8230;</p>
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<p>Un Natale povero, non misero o trascurato o raffazzonato. Un Natale povero non è per nulla semplice o sbrigativo. Richiede tempi lunghi di pensieri e scelte,  gioca a eliminare, e se ci pensiamo è molto più difficile togliere che aggiungere. Nell&#8217;abbondanza, di qualsiasi genere, si trova sempre qualcosa che ci va bene. Un vestito in un armadio zeppo, un cibo in un ricco buffet, un compagno in una classe, un film su Netflix, una poesia in una antologia, un quadro in una mostra, un paesaggio in un viaggio e mi fermo qui.</p>



<p>Un Natale povero è sobrio, semplice e intenso. Diverso,  secondo i dettami dell&#8217;imprevista e inimmaginabile pandemia, del Dpcm, dell&#8217;avvedutezza personale e collettiva. Dunque eliminare, ma cosa?</p>



<p>I primi tagli sono i più facili: la confusione, il chiasso, i distratti abbracci e baci, i regali obbligatori, i convitati insopportabili, l&#8217;affanno. A stretto giro segue lo sfarzo kitsch di luminarie a giorno da balconi e finestre, le tavolate dalle dubbie e sparigliate apparecchiature, il numero infinito di cibarie copiate dai video di stellati o sedicenti chef, la serie di sciarpe o portachiavi da destinare subito, mentalmente, ai prossimi ricicli. L&#8217; alternativa tra la Messa di mezzanotte e il più comico dei film di Natale, tanto a quell&#8217;ora e con gli alcolici che abbiamo bevuto, l&#8217;indomani non ricorderemo dove è caduta la scelta. </p>



<p>Eliminiamo la noia, la stanchezza, il peso,  e il prossimo anno alle Hawaii. Rottamiamo i finti sentimenti di bontà.  E per finire liberiamoci dalle lagne insulse, dal piagnucolio infantile, dall&#8217;incapacità di leggere i numeri, i dolori, le mancanze, le tragedie, gli eroismi della porta accanto di questo nostro tempo. Liberiamoci dal sentirci l&#8217;ombelico del mondo.  </p>



<p>E dopo le eliminazioni, salvare.</p>



<p>Salviamo gli affetti, siano conviventi, congiunti o distanti. Per fortuna l&#8217;andirivieni dell&#8217;amore non ha bisogno di aerei, treni, auto. Possiede corsie preferenziali dove si procede lentamente o velocemente, tanto si arriva sempre e c&#8217;è perfino un sentiero malinconicamente autunnale per quelli che non possiamo più vedere nemmeno in videochiamata.</p>



<p>Salviamo il presepe, l&#8217;albero, la ghirlanda, l&#8217;angioletto o quanto le nostre tradizioni o fantasie ci suggeriscono. Salviamo la processione, anche se di taglia xs, per portare il Bambinello e accettiamo che quest&#8217; anno non ne abbia 5 ma 50 anni chi avrà il privilegio di deporlo nella mangiatoia. E sulla tovaglia ricamata facciamo scorrere i piatti del nostro personalissimo ricettario natalizio, anche se l&#8217;effluvio del baccalà aleggerà per i giorni a venire. </p>



<p>Salviamo i doni, non regali, studiati, pensati in anticipo per non farci sorprendere da qualche ritardo di Amazon. Riscopriamo l&#8217;essenza profonda dei riti. Salviamo il silenzio con le sue voci, la musica che trasporta, i libri che ci mettono le ali.</p>



<p>Salviamo una preghiera, devozionale o laica a scelta, che ringrazi per la Luce che sempre e comunque torna dopo il buio. Salviamo i ricordi, il presente,  il futuro. </p>



<ol><li>E visto che abbiamo parlato di un Natale povero</li><li>Visto che abbiamo detto che povertà vuol dire eliminare</li><li>Visto che vogliamo portare come esempio Francesco che ha eliminato ad una ad una ogni veste ostentando il fulgore della nudità (subito coperta dai benpensanti che dell’autenticità della bellezza hanno spesso paura)</li><li>Visto che la povertà è nella sua accezione nobile, non in quella di bisogno, aspirazione alla libertà</li><li>Visto che se scelta, la povertà è rottura di schemi e proclamazione di un nuovo punto di vista </li><li>Visto che la povertà ha per unità di misura la bellezza (quella che salva il mondo) </li><li>Visto che impoverire alla fine significa arricchire</li><li>Visto tutti questi visto, <br>salvo il Natale povero di quest&#8217;anno e con lui la speranza. Ma non la speranza abusata di #andràtuttobene, di facili quanto labili buonismi, di promesse di marinaio, di castelli di carta, quella che vola sull&#8217;onda della paura e che si inabissa quando il pericolo personale scompare.<br>Salvo la speranza che questa nostra fragile e contraddittoria umanità saprà costruire insieme con l&#8217;impegno, la fatica, il coraggio, la generosità,  l&#8217;intelligenza del cuore. L&#8217;amore in una parola. <br>Quella che di un bambino in una mangiatoia ha fatto un dio.</li></ol>



<p><strong>Patologia:</strong> forme di infantile capricciosità</p>



<p><strong>Terapia: </strong>e se invece del tè una bella camomilla con valeriana che giova sia all&#8217;umore che a una probabile difficoltà di digestione? Non un libro, basta una sola poesia,  <em>Natale </em>di Giuseppe Ungaretti, da Allegria di naufragi.</p>
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		<title>Alberto Zangrillo: ok a lockdown mirati, che non creino ulteriore disagio. Per contenere la pandemia serve senso di responsabilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 19:24:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Contagio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A fine maggio c’era l’impressione che l’emergenza fosse finita, tanto che lei ha parlato di virus in ritirata. Invece è tornato prepotentemente. Che succede?Avevo anche detto, qualche tempo prima, che dovevamo imparare a conviverci, perché tutti i virus in qualche modo si comportano come il Covid. Vorrei chiarire che non si tratta di un fenomeno italiano. Noi ne parliamo come se fosse solo una questione interna ai nostri confini, mentre&#8230;</p>
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<p><strong>A fine maggio c’era l’impressione che l’emergenza fosse finita, tanto che lei ha parlato di virus in ritirata. Invece è tornato prepotentemente. Che succede?</strong><br>Avevo anche detto, qualche tempo prima, che dovevamo imparare a conviverci, perché tutti i virus in qualche modo si comportano come il Covid. Vorrei chiarire che non si tratta di un fenomeno italiano. Noi ne parliamo come se fosse solo una questione interna ai nostri confini, mentre dobbiamo essere un po’ più internazionali anche per condividere un problema che non appartiene soltanto a noi. Io il tre di maggio avevo affermato, guardando attentamente la clinica da ormai decine di giorni, che il virus stesse battendo in ritirata. A questa mia dichiarazione son seguite delle reazioni anche speculative, ma faccio mio un certo diritto di primogenitura perché avevo capito che tutti i proclami, sull’arrivo del vaccino e della terapia specifica, non appartenevano ad un pensiero razionale. Quello che sta avvenendo ce lo conferma. Il vaccino deve arrivare un po’ per tutti o comunque per una larga fetta della popolazione, altrimenti non serve. Inoltre, per essere efficace e sicuro, necessita di tempi che non possiamo eludere. La terapia specifica d’altro canto purtroppo non c’è, anche se abbiamo fatto notevolissimi progressi.</p>



<p><strong>L’impressione è che l’Italia si sia trovata abbastanza impreparata all’arrivo di questa seconda fase. Ci sono stati degli errori? Se sì, quali? E chi li ha commessi?</strong><br>La preparazione ad un fenomeno pandemico come questo viene divisa in due settori fondamentali. Il primo riguarda la capacità di organizzarsi e reagire, di predisporre un modello come quello che, al netto della tragedia, ci ha distinto rispetto agli altri Paesi. Ricordiamo che siamo stati il primo Paese occidentale colpito. Poi c’è un altro livello, che riguarda la capacità di avere un sistema sanitario strutturato. Il nostro sistema sanitario non è organizzato per dare risposte compiute. Non è assolutamente colpa di questo governo, come non lo è di quello che lo ha preceduto. È colpa della storia, della politica italiana degli ultimi trenta o quarant’anni, durante i quali abbiamo sempre cercato di dare sostegno economico a iniziative che poi non riuscivamo a controllare nel loro sviluppo. Di conseguenza si è sempre più prodotto un distanziamento, anche sociale, ma in questo caso di offerta sanitaria.</p>



<p><strong>C’è differenza tra regione e regione?</strong><br>Non bisogna nascondersi dietro un dito: l’offerta sanitaria del Nord è diversa da quella del Sud, lo dobbiamo dire con molto rispetto e molta consapevolezza. Così come la lotta al virus aumenta le distanze sociali, dobbiamo purtroppo dire che noi non siamo preparati. Quello che viene a mancare è soprattutto la strutturazione del sistema sanitario territoriale: quando la gente arriva in ospedale è perché non trova risposta nelle tappe precedenti. Per quale motivo? Perché non esistono, perché non sono sufficienti, perché non sono culturalmente al passo, perché c’è qualcuno che si tira indietro o non controlla? Tante cose. Dobbiamo intraprendere al più presto un piano strategico strutturato, pluriennale, per cercare di dare delle risposte progressive a tutte le nostre lacune.</p>



<p><strong>Ci spiega in modo semplice la differenza tra chi è positivo, chi è contagiato e chi è malato di Covid?</strong><br>È molto importante distinguere le tre categorie distinte. Possiamo definire positivo chi è venuto a contatto con il virus ed è risultato appunto positivo al tracciamento. Poi c’è la seconda categoria, che è quella dei positivi contagiati, che sono coloro che sviluppano una forma clinica, sintomatica, che può essere lieve, media o di grave entità. Infine c’è la categoria dei malati in fase conclamata. Io direi che la prima categoria, quella dei positivi non contagiati, e la seconda, limitatamente alla forma lieve, sono quelle che prevalgono dal punto di vista percentuale. Certo è difficile fare i conti con questa realtà, perché esiste ancora molta incertezza sul fatto che una persona che risulti soltanto positivo al test possa essere meno contagiante verso altri.</p>



<p><strong>Ripetiamo quali sono le raccomandazioni principali?</strong><br>Dobbiamo tenere in grande considerazione tutte le norme che ci sono state suggerite e in particolar modo quelle del buon senso. Noi insistiamo sulla necessità di indossare le mascherine e di lavarci continuamente le mani, ma non basta perché talvolta anche un uso non corretto della mascherine induce al contagio: possiamo toccarne involontariamente la superficie esterna, che magari è stata esposta al veicolo del contagio, poi magari ci tocchiamo gli occhi, il naso o la bocca, e cinque o sei giorni dopo abbiamo un inizio di sintomatologia. E magari ci domandiamo come possa essere possibile, avendo noi sempre indossato la mascherina.</p>



<p><strong>Quindi occorre cambiarla spesso?</strong><br>Sì, ma anche maneggiarla con molta cura. Poi ci sono dei controsensi. Per esempio un mio caro amico che fa il medico a Miami mi dice che in televisione da lui fanno vedere il paradosso italiano, secondo cui ci sono restrizioni e misure severe, ma poi inquadrano un pullman, dove la gente si accalca per salire, o le funivie di Cervinia o la metro di Roma e Milano. Alla fine ci vuole giudizio e buon senso. Oltre a rispettare le regole che ci vengono suggerite, noi riusciremo a dare una mano fondamentale a tutto il sistema se ci comporteremo con sacro e responsabile buon senso, cosa che purtroppo non accade.</p>



<p><strong>Lei ripete spesso che è fondamentale la diagnosi preventiva. È una buona idea quella di non fare i tamponi agli asintomatici, che sembra essere la strada intrapresa da molte regioni?</strong><br>Quello che noi tutti notiamo in questi giorni è che, purtroppo, la misura della certificazione di uno stato attraverso l’esecuzione di un tampone è interpretata come misura terapeutica. Faccio un esempio: io faccio un tampone perché voglio sapere se sono positivo o meno, magari perché ho qualche linea di febbre. Qui ci sono dei paradossi bestiali, perché per le persone normali fare il tampone equivale a volte a giorni di attesa: così si rischia che la malattia faccia il suo corso sintomatologico prima di essere riconosciuta. Il tampone fatto a casaccio, come tanti epidemiologi prima di me hanno dimostrato, può non avere un senso, e probabilmente non ce l’ha.</p>



<p><strong>A cosa serve e quando fa fatto un tampone?</strong><br>Il tampone serve per tracciare, per avere delle evidenze che siano utili a isolare determinati cluster, determinati nuclei sociali o familiari. Il tampone fatto per stare più tranquilli è un non senso. Io sono testimone di centinaia di casi di persone che, tamponate e risultate negative, dopo un paio di ore o di giorni non erano più in quella situazione, perché magari nel frattempo non si erano comportati con giudizio. Quindi il fare il tampone per stare tranquilli è una forma di allentamento delle misure di tutela verso se stessi ma soprattutto verso il prossimo. Come sempre richiamo al buon senso e ad un buon utilizzo delle strutture sanitarie, soprattutto perché, quando queste vengono a mancare, esponiamo coloro che veramente ne hanno bisogno al rischio di non poterne usufruire.</p>



<p><strong>Lei ha denunciato il “metodo della paura”. Di che si tratta?</strong><br>Ricevo una media di cento telefonate al giorno da conoscenti, colleghi e amici. O magari da persone che in qualche modo riescono a raggiungere i miei contatti. Anche se faccio molta fatica a rispondere non mi sottraggo, perché lo considero in questo momento un dovere sociale. Il mio primo obiettivo è quello di tranquillizzare queste persone, cercare di farle ragionare in un contesto di razionalità. C’è tanta disinformazione che nasce soprattutto, consentitemi di dirlo, da un desiderio inconfessato, ma in qualche modo plausibile, di vendere un prodotto. Il trenta o quaranta per cento del nostro mandato quotidiano, di qualunque medico, di qualunque addetto ai lavori, è quello di tranquillizzare, di razionalizzare. Vedo veramente tante persone che rischiano di ammalarsi di paura, che rischiano di ammalarsi di incertezza, che rischiano di ammalarsi per la totale sfiducia: si sentono abbandonate e frustrate.</p>



<p><strong>Prova a trasmettere tranquillità</strong>?<br>Si. Dopodiché c’è il passaggio successivo, che è quello di comprendere quando è necessario cercare di orientare una persona a rimanere al domicilio o suggerirle di andare in ospedale. Certo, io credo fermamente in quello che poi viene tradotto in termini troppo semplicistici in ottimismo: “Zangrillo l’ottimista”. Ma insomma, se tu hai un paziente con una malattia cronica neoplastica che segna la sua prognosi in termini che non possiamo preconizzare, che cosa fai a questa persona? Cerchi di curarla ma anche di darle sostegno psicologico, mentale, altrimenti si perde. Altrimenti anche la migliore delle medicine rischia di essere vana.</p>



<p><strong>Le proiezioni degli esperti dicono che tra qualche settimana le nostre terapie intensive potrebbero essere colme. Forse lo saranno anche per via della paura di cui lei parla. Come bisogna fare per guidare i medici di famiglia a tenere a casa chi può essere gestito a domicilio senza andare in ospedale?</strong><br>Il mio gruppo aveva postulato, lo avevo ideato io, il protocollo P.O.S.TE., acronimo di prudenza, osservazione, sorveglianza, tempestività. Per essere tempestivi occorre avere cognizione di quando e come intervenire. Nella prima fase il territorio poteva avere tutti gli alibi del mondo, ma in questa seconda fase ne ha molti di meno, perché c’è stato tutto il tempo per prepararsi sull’assistenza di tipo basico. Quello che noi vediamo, e che vi confermo, perché sono dati che ho estrapolato proprio questa mattina con l’aiuto dei miei collaboratori, è che il sessantacinque per cento di coloro che arrivano in un pronto soccorso come il nostro, che è un pronto soccorso di un’area metropolitana, viene mandato a casa entro nove ore.</p>



<p><strong>E le terapie intensive?</strong><br>Ci arrivo. Sia chiaro, io sono estremamente preoccupato, perché ricordo una volta per tutte e a tutti che sono stato tra i più colpiti nella prima fase, non sono andato a casa per due mesi. Non mi piace ritornare in quella situazione, però dobbiamo seguire rigorosamente una procedura di ricovero esatta, non possiamo cioè ricoverare in terapia intensiva chi non ha bisogno della terapia intensiva. È evidente che se in un caotico ospedale di una qualche zona d’Italia c’è un afflusso immediato ed emergenziale di pazienti e non sai più dove metterli ti inventi anche la terapia intensiva, ma in quel momento devi ricordare che sottrai questa straordinaria risorsa a chi ne ha realmente bisogno. Prima ho fatto il richiamo al buon senso, adesso devo fare richiamo al senso di responsabilità. Tutti noi, che abbiamo una fetta più o meno grande di risorse in mano, dobbiamo cercare di utilizzarla al meglio, con una visione di tipo sociale di quello che sta accadendo. Tutto quello che sta avvenendo dipende dall’evoluzione dell’epidemia, da quello che farà il virus, ma anche da come ci comportiamo nelle nostre scelte quotidiane.</p>



<p><strong>Questi ritardi, questa impreparazione del territorio, che evidentemente doveva essere realizzata nei mesi estivi, quando la pandemia sarà passata dovrà essere processata. Dove si è fermata la macchina?</strong><br>Si è bloccata su alcuni passaggi che non sono stati chiariti. Al netto di quello che abbiamo già detto, e cioè che manca un piano strategico, un programma nazionale, un’organizzazione razionale del sistema, penso che la signora Merkel, quando parla, sa di poter contare su un sistema organizzato. Il povero presidente del Consiglio nostro, chiunque sia, non può contare su un tessuto sociale e su un livello di organizzazione come quello tedesco. Per questo il presidente Conte ha davvero tutta la mia comprensione.</p>



<p><strong>E allora dove abbiamo fallito?</strong><br>Abbiamo fallito nel pensare, ad esempio, che fosse sufficiente fornire 1.300 ventilatori a un sistema come quello sanitario regionale italiano. È come dire: guarda, questo è un ventilatore, questo è il bottone, si usa in questo modo, si connette in quest’altro modo, lo puoi tenere anche nel tuo garage. Il problema è quello di un sistema organizzato che alla base deve avere la cultura e la consapevolezza di ciò che si sta facendo, che deve poter contare su un gruppo di lavoro. Io con i miei medici comunico con uno schiocco di ciglia; la caposala che gestisce gli infermieri delle mie terapie intensive non perde tempo a parlare perché conosce benissimo quali sono le priorità. Mettere a livello ottimale tutto il sistema richiede anni. Purtroppo un’estate non è bastata. Devo anche dire che dai prodromi di quello che è stato fatto quest’estate siamo partiti col piede sbagliato.</p>



<p><strong>Negli ultimi giorni abbiamo visto moltiplicarsi le manifestazioni dei cittadini nelle piazze. Si è rotto qualcosa rispetto alla solidarietà di marzo?</strong><br>È un commento che ho fatto con i miei collaboratori. A marzo eravamo come drogati, non avvertivamo la fatica, sentivamo un grande impulso, un grande stimolo a dare il massimo, eravamo colpiti da questa sfida che sentivamo nostra e dovevamo vincere. Ora siamo tutti più stanchi, un po’ demotivati. Il tempo che è passato, invece di caricarci ci ha un po’ demotivato. Il tempo che in qualche modo abbiamo perso durante il periodo estivo ci porta a considerare che noi siamo sempre qui, siamo gli stessi, con i nostri mezzi e forse c’è chi poteva fare qualcosa di più, di diverso, di più incisivo. Questo sicuramente è vero. Poi tutti sanno che il perdurare di situazioni di crisi quale questa aumentano le diseguaglianze. Ormai è stato dimostrato che Bill Gates è sempre più ricco e Mario Rossi è sempre più povero. Ho detto Bill Gates senza pensare ai vaccini quindi facciamo Jeff Bezos o chiunque altro. C’è tutta una categoria di persone che ha paura, che si sente poco assistita.</p>



<p><strong>C’è una categoria simbolo?</strong><br>Penso ai tassisti ad esempio come termometro del disagio sociale. Il tassista fermo, in coda per lunghe ore è la misura del fatto che la società è morta. Abbiamo sentito delle determinazioni importanti da parte del Governo, abbiamo assistito per la prima volta dei ministri garantire che sarà effettuato un accredito diretto sui conti bancari. Credo che ce ne sia bisogno ma bisogna fare molta attenzione, perché tutte queste misure, se non controllate opportunamente, rischiano di creare ancora maggiore distanziamento. Perché ci saranno coloro che ne beneficeranno e altri, magari solo perché meno informati, che ne saranno esclusi. Quindi al netto della grande determinazione nel voler condannare ogni forma di violenza verbale e fisica, è come se il cittadino in questo momento avesse esaurito l’apertura di credito verso coloro che hanno il compito di salvaguardarci.</p>



<p><strong>Alcuni comportamenti poco chiari emanati dal governo non sembrano andare nella direzione da lei auspicata. Ci aiuta a capire le finalità delle disposizioni contenute nell’ultimo DPCM? Qual è il senso delle chiusure alle 18 di molte attività?</strong><br>Penso che il disagio e ogni forma di insofferenza, di rifiuto delle misure intraprese, sia direttamente correlata alla razionalità che noi riusciamo a leggere in ogni forma di provvedimento. Anche in questo caso non posso fare a meno di fare un appello al buonsenso di tutti. Abbiamo parlato dei tassisti, ma pensiamo ai ristoratori. Certe misure evidentemente sono state prese contando sul fatto che gli italiani sono un popolo che invece di essere educato a volte merita di essere punito: “non ti sei comportato bene, il risultato è questo e adesso io ti chiudo”.</p>



<p><strong>Una punizione che in molti non meritano.</strong><br>Io sono sempre più certo che gli italiani, soprattutto i giovani, hanno una grande coscienza civile. I giovani sono il tessuto sociale di tutte le forme di volontariato, nelle sue varie declinazioni. Non siamo stati bravi a comunicare loro l’esigenza di difendere gli anziani, che poi sono i loro genitori e i loro nonni. Proteggerli vuol dire mettere a loro disposizione tutto quello che a loro serve senza esporli a rischi. Questo non è accaduto.</p>



<p><strong>Abbiamo davvero sbagliato la comunicazione nei confronti dei giovani.</strong><br>Si, totalmente. Gli abbiamo fatto credere che loro erano immuni. Gli abbiamo fatto credere che era colpa loro. Non sto parlando delle discoteche ma di tutte quelle forme di aggregazione in cui i giovani si muovono. Forse non vivono lo stesso problema nel modo in cui lo vivono gli adulti e gli anziani, ma i giovani sono molto sensibili, sono i primi a rispondere. È vero, noi abbiamo sbagliato la comunicazione nei confronti dei giovani. In Italia abbiamo il limite di fare sempre tutte le cose di fretta, trascurando quei passaggi ineludibili che poi sono quelli che portano all’educazione civica. Noi difettiamo di educazione civica.</p>



<p><strong>Il presidente del Consiglio dice che avremo il vaccino entro dicembre. È una previsione troppo ottimistica?</strong><br>Mi sembra di non aver mai ascoltato queste parole dal presidente Conte. Ci sono comunque dei criteri fissati da immunologi e virologi, che ne sanno più di me: serve un vaccino sicuro, che abbia passato tutte le fasi di controllo e che possa essere proposto in termini di efficacia da un punto di vista quantitativo. È un po’ come la app Immuni, se non la scarica nessuno non serve. Il vaccino, se rivolto a una fetta di popolazione insufficiente è improponibile, oltreché ingiusto. Quelli che ne sanno più di me mi consigliano di credere all’idea che ci voglia ancora molto tempo per cui questo vaccino potrebbe essere utile il prossimo autunno. Certo, per ragioni elettorali di oltreoceano c’è chi dice di avere il vaccino già in tasca prima del 3 novembre. Ma questa è un’altra storia.</p>



<p><strong>Secondo lei sono utili e si arriverà a fare dei lockdown locali per contenere la diffusione del virus in alcune zone del Paese?</strong><br>Devono essere dei lockdown mirati, misurati, che non creino ulteriore disagio. Creare dei lockdown mirati in una città come Milano è impossibile perché sono impossibili i controlli. Ormai abbiamo capito che questa è la misura. Io però voglio sperare che l’osservazione della curva epidemica in tutti i suoi parametri – la virulenza, i nuovi casi, la contagiosità, il tasso di letalità – raggiunga il plateau e poi, con l’aiuto di tutti, inizi una fase di discesa. Infine non dobbiamo commettere l’errore, compiuto qualche mese fa, di “sbracare” prima di Natale. Immaginiamo cosa possa voler dire andare in un grande centro commerciale per l’acquisto dei regali.</p>



<p><strong>Senso di responsabilità e collaborazione quindi.</strong><br>Tutti noi dobbiamo non illuderci e fare la nostra parte. Stiamo vivendo in un mondo diverso. Non è colpa nostra, non è colpa di nessuno, ma ognuno di noi deve fare la sua parte. Vivere in un mondo diverso vuol dire che dovremo aprire gli ipermercati tutta la notte? Che dovremo scaglionare gli accessi ai siti di maggiore afflusso di persone? Tante misure, tante manovre che devono essere studiate adesso per essere applicate tra venti o trenta giorni. Altrimenti il buio andrà oltre l’inverno e ci vedrà arrivare alla primavera senza aver vissuto l’inverno. Con tutti i danni che ne deriveranno.</p>
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		<title>Pippo, Ciccio e il MES</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2020 14:27:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A guidare un governo in tempo di bonaccia potrebbe riuscire pure Paperoga, specie se coadiuvato dalle altissime competenze di una burocrazia come quella italiana, che s’è mostrata capace di mitigare perfino qualche azzardo geografico dell’inquilino attuale della Farnesina. Durante una burrasca, però, già occorrerebbe chiamare a gran voce Gastone, o ancor meglio Topolino per chi fosse affezionato al raziocinio, per quanto fumettistico. Ma quando il mare è in tempesta servono&#8230;</p>
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<p>A guidare un governo in tempo di bonaccia potrebbe riuscire pure Paperoga, specie se coadiuvato dalle altissime competenze di una burocrazia come quella italiana, che s’è mostrata capace di mitigare perfino qualche azzardo geografico dell’inquilino attuale della Farnesina. Durante una burrasca, però, già occorrerebbe chiamare a gran voce Gastone, o ancor meglio Topolino per chi fosse affezionato al raziocinio, per quanto fumettistico. Ma quando il mare è in tempesta servono gli statisti. Gli statisti non servono per dire che cosa e quando e per quanto tempo chiudere, o che cos’altro lasciare aperto. A quello può badare qualche seconda o perfino terza fila. Gli statisti servono per decidere di salire al volo su quel particolare tipo di treno, che passa una volta soltanto, mentre gli altri ti gridano di non muoverti da là.</p>



<p>Nell’aprile di questo disgraziatissimo anno si discuteva animatamente della possibilità di accedere ad un prestito di 37 miliardi di euro, disponibili subito, ad interessi prossimi allo zero, all’unica condizione di spenderli, per intero, per necessità sanitarie riconducibili alla pandemia: (una parte de) il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità. Sono passati sei mesi e quei soldi sono ancora lì. L’Italia non li ha chiesti, e non li ha chiesti perché il primo partito in Parlamento, azionista di maggioranza del governo, non ha voluto. E perché non ha voluto? Perché tra gli slogan sbandierati per strappare facili consensi c’era quello del no al MES e a qualunque altro acronimo europeo, senza distinzioni.</p>



<p>Potremmo ricordare che quello slogan, ammesso che avesse un senso e non credo ne avesse di robusti, si riferiva comunque a ciò che per MES si intendeva in un’altra era geologica. Egualmente potremmo argomentare perché accedere a quei fondi ci sarebbe convenuto perfino di fronte ai mercati finanziari. Potremmo, ma sarebbe inutile, perché il problema ha a che fare con la percezione e non con la realtà dei fatti o con la logica. Il timore del gruppo dirigente del M5s era quello di essere tacciati, una volta accettato il MES, di collaborazionismo, di intelligenza col nemico. Avendo predicato per anni con toni apocalittici, il timore era che sarebbero stati trattati da apostati, da convertiti alle perversioni dell’alta finanza, a quelle della casta, o – non sia mai – di una élite. D’altro canto accettare il MES, o almeno pensarci, avrebbe implicato l’onere di spiegare, di persuadere gli elettori, che è poi quello che avrebbe fatto un politico decente. Al contrario, il no al MES è divenuto argomento di scontro interno su chi fosse più puro, riposi in pace Nenni.</p>



<p>Veniamo ai fumetti. Lo statista, mettiamo un capo di governo o un segretario di partito, in una situazione del genere avrebbe rischiato di andare a casa pur di prendere quei soldi. Perché i migliori scienziati italiani, più d’uno su queste pagine, avevano avvertito per tempo che il ritorno del Covid in autunno era cosa certa e quei soldi, subito disponibili, sarebbero serviti per mille cose. Sarebbero anzitutto serviti per non lasciare nulla d’intentato, ché quando si tratta di vite umane è imperativo categorico. Sarebbero serviti poi, più prosaicamente e politicamente, per non dovere, sei mesi dopo, mangiarsi le mani per non averli presi. Ecco che cosa fa uno statista. Vede e provvede per tempo, e il tempo si premura di dargli infine ragione, lo statista. A noi sono toccati Pippo e Ciccio di Nonna Papera. Bravi ragazzi, ma statisti no.</p>
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		<title>Lo sport dilettantistico italiano e la pandemia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonello Assogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2020 14:23:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo sport dilettantistico italiano, con il DPCM del 24/10/2020, si ferma. Un’attività che sta vivendo sul filo del rasoio dei continui provvedimenti di prevenzione sanitaria e che potrebbe pagare un pesante ridimensionamento alla fine di questo periodo difficile per tutto il Paese, alla pari di altri comparti fortemente impattati dalle decisioni restrittive delle Istituzioni. Nessuno può negare la pericolosità di questo virus e le conseguenze che sta lasciando e che&#8230;</p>
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<p>Lo sport dilettantistico italiano, con il DPCM del 24/10/2020, si ferma. Un’attività che sta vivendo sul filo del rasoio dei continui provvedimenti di prevenzione sanitaria e che potrebbe pagare un pesante ridimensionamento alla fine di questo periodo difficile per tutto il Paese, alla pari di altri comparti fortemente impattati dalle decisioni restrittive delle Istituzioni. Nessuno può negare la pericolosità di questo virus e le conseguenze che sta lasciando e che lascerà sul piano psicologico, sociale ed economico su tutto il territorio nazionale. Sarebbe utile però valutare lo sport per quello che è e che rappresenta, cioè un potente elemento di coesione e integrazione sociale, un’area fondamentale del welfare nazionale e non per quello che invece viene spesso considerato, un’attività della quale si può fare a meno, o comunque secondaria rispetto ad altre.</p>



<p>Le statistiche ISTAT presentano dati estremamente significativi a favore delle precedenti affermazioni: nel 2018 gli italiani che hanno praticato sport sono stati 20.738.000, dei quali il 25,7% in forma continuativa. Parliamo di numeri importanti, che confermano la centralità del sport come fenomeno socialmente diffuso.</p>



<p>Ha ragione il Ministro Speranza quando afferma che non è urgente tornare a riempire gli stadi, ma sarebbe fortemente sbagliato confondere questa affermazione e il mondo del professionismo con la vasta area rappresentata dalle migliaia di associazioni sportive dilettantistiche, che costituiscono l’asse portante dello sport italiano, assieme alle Federazioni Sportive Nazionali, gli Enti di Promozione Sportiva e le Discipline Sportive Associate.</p>



<p>La maggioranza di queste associazioni rappresentano un punto di riferimento per migliaia di giovani delle periferie urbane e del territorio; sono una rete di aggregazione ed un argine alle contraddizioni della nostra società rispetto all’assenza di proposte integrate (cultura e formazione professionale, impegno sociale, sport, animazione) rivolte alle giovani generazioni. A loro si aggiunge il ruolo insostituibile della macchina organizzativa di Federazioni, EPS e Discipline Sportive, senza la quale sarebbe impossibile la programmazione delle attività, dalle competizioni agonistiche alle attività promozionali.</p>



<p>Inoltre in questi mesi difficili di convivenza con gli effetti della pandemia, l’intera struttura dello sport dilettantistico si è dimostrata estremamente responsabile ed è riuscita a rendere compatibile la pratica sportiva con i dispositivi di prevenzione sanitaria emanati dalle autorità pubbliche. Non ci sono stati particolari focolai attribuibili allo sport dilettantistico, per questo sarebbe un errore agire restrittivamente oltremodo su questa filiera nella sua complessità.</p>



<p>In virtù dell’ultimo DPCM, bisognerà trovare invece le modalità per sostenere l’intero comparto oltre l’emergenza, da chi associa a chi organizza. Un settore sportivo dilettantistico vivo e non depauperato, sarà utile per l’auspicata ripartenza delle attività sociali post Covid, aiuterà la ripresa delle relazioni tra le persone e permetterà di combattere le forme di isolamento che si sono amplificate in questo periodo di chiusure e di limitazioni nei rapporti.</p>



<p>Anche il mondo dello sport dilettantistico dovrà mostrarsi all’altezza del ruolo che svolge nella società e superare inutili concorrenze, cercando di potenziare ulteriormente le competenze degli operatori attivi nelle varie realtà, sviluppando le qualità complessive espresse e precedentemente sottolineate, continuando a giocare il ruolo che gli compete in un mondo in oggettiva difficoltà.</p>
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		<title>Coronavirus: un Governo per l&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2020 16:02:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Anthony Fauci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I disordini che si sono registrati a Napoli, al grido “libertà”, contro le nuove ipotizzate misure restrittive, sono il segnale che troppo tempo è stato perduto e come Paese abbiamo dilapidato il vantaggio capitalizzato con il lockdown di marzo. Ecco arrivate le temute “tensioni sociali”, dietro le quali c’è di certo la regia della mafia, che possono ancora essere contenute con un cambio repentino e chiaro di strategia politica e&#8230;</p>
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<p>I disordini che si sono registrati a Napoli, al grido “libertà”, contro le nuove ipotizzate misure restrittive, sono il segnale che troppo tempo è stato perduto e come Paese abbiamo dilapidato il vantaggio capitalizzato con il lockdown di marzo. Ecco arrivate le temute “tensioni sociali”, dietro le quali c’è di certo la regia della mafia, che possono ancora essere contenute con un cambio repentino e chiaro di strategia politica e di comunicazione.</p>



<p>Diciamocelo chiaramente, questo esecutivo, il presidente del Consiglio e i partiti che lo sostengono, non meriterebbero più credito per il modo in cui non hanno governato. Proprio i fatti di Napoli però, insieme ai drammatici dati della seconda ondata, ogni giorno più allarmanti, devono indurre tutti ad ascoltare l’ennesimo richiamo all’unità e alla responsabilità lanciato da Sergio Mattarella, che già una volta quest’anno si è fatto carico di tenere unito il Paese intorno alla sua granitica figura.</p>



<p>Era tutto scritto. Il percorso che avrebbe seguito la pandemia era stato ampiamente previsto e annunciato dai più seri scienziati italiani, da Alberto Mantovani a Ranieri Guerra, che ilcaffeonline ha intervistato con la collaborazione della Fondazione Luigi Einaudi. Ha iniziato Walter Ricciardi, nel colloquio concesso al nostro giornale il 17 aprile, a mettere tutti in guardia sulla certezza di una seconda ondata già a fine estate.</p>



<p>Alberto Mantovani ci ha raccontato le incognite che si nascondono dietro il vaccino, anche tra quelli che sono in procinto di superare la fase tre, pronti quindi a essere prodotti e somministrati. Non sappiamo ancora se saranno efficaci su tutti allo stesso modo e se avranno bisogno di un richiamo, quanto durerà l’immunità. Ranieri Guerra ha convenuto che abbiamo sbagliato la comunicazione, soprattutto con i ragazzi, ai quali abbiamo fatto credere “che non si sarebbero ammalati, che avrebbero contratto il virus ma non avrebbero avuto bisogno di assistenza ospedaliera o comunque di una assistenza sanitaria particolarmente seria e articolata”.</p>



<p>Risulta insopportabile guardare nei telegiornali i servizi con i lavori, realizzati in affanno, di notte, per approntare i nuovi reparti covid negli ospedali italiani. Cosa è stato fatto a luglio e agosto, tranne far credere ai cittadini che il peggio era passato, che eravamo stati i più bravi del mondo, che il terzo trimestre avrebbe segnato una ripresa scioccante dell’economia e col quarto avremmo addirittura superato la recessione. Ma cosa. Su quali basi.</p>



<p>Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, nel corso di una intervista che ci ha rilasciato per la rubrica #ilcafFLEdelmercoledì, ha proposto una riflessione disarmante a proposito del liberi tutti che è stato incoraggiato ad agosto, col risultato di diffondere in modo capillare la pandemia su tutto il territorio nazionale: “i nostri genitori hanno passato una vita senza concedersi una vacanza. Per tutti noi sarebbe stato davvero un dramma se ci avessimo rinunciato per un anno?”. Quanta saggezza.</p>



<p>Il presidente Conte e il ministro Di Maio hanno da poco scoperto il concetto di resilienza. Sarebbe stato certamente meglio se avessero appreso la nozione di programmazione. Una responsabilità ancora più forte per il Partito Democratico, che ha una cultura di governo ben più consolidata di quella in dote al M5S. Fa un certo effetto sentir parlare il segretario Zingaretti come un leader d’opposizione a proposito del MES e dell’azione poco incisiva rimproverata all’esecutivo.</p>



<p>Non ci sono state risparmiate, per la seconda volta, neppure le conferenze stampa in diretta Facebook la domenica sera con la puntuale descrizione dei settimanali DPCM. Un rito già debole a marzo che oggi risulta ai più decisamente insopportabile e quanto mai inopportuno. Nulla, nulla, nulla è stato fatto per arrivare preparati a questa fase, prevista da tutti gli scienziati più seri. E nessuno ci venga a parlare della Francia o dell’Inghilterra. Nessun paese ha vissuto, nei tempi e nei modi, una prima fase come la nostra e nessuno aveva accumulato quel vantaggio che è stato dilapidato in un fiat.</p>



<p>È da irresponsabili dichiarare che a novembre avremo le prime dosi del vaccino. Anthony Fauci non perde occasione di ripetere, al pari dei nostri Mantovani e Guerra, che le prime dosi saranno somministrate a inizio del prossimo anno se non ci saranno intoppi e che, per soddisfare la domanda globale, servirà l’intero 2021. Soltanto la prossima estate, forse, se ci libereremo di Trump e i governi mondiali avranno atteggiamenti più responsabili del nostro, potremo tirare un sospiro di sollievo.</p>



<p>Era così difficile predisporre doppi turni nelle scuole, immaginando lezioni al mattino per scuole elementari e medie e di pomeriggio per le superiori? Un modo semplice anche per ridurre l’affollamento sui mezzi di trasporto pubblici, soprattutto quelli urbani e regionali. Come se non bastasse è partita la fase dello scaricabarile tra amministrazioni, in una babele di provvedimenti confusi e contraddittori, che hanno finito per esacerbare i sentimenti dei cittadini.</p>



<p>Abbiamo sprecato mesi a parlare dei banchi singoli che ancora sono in produzione e che i nostri ragazzi chissà quando utilizzeranno, considerato che stiamo arrivando progressivamente ad un nuovo lockdown. Intere settimane sono state impiegate a propagandare gli stati generali dell’economia, che non hanno lasciato alcuna traccia programmatica.</p>



<p>Il governo prenda in mano la situazione e faccia quello che deve, se ne è capace. Altrimenti, come è successo nel novembre del 2011 con Mario Monti, il Presidente della Repubblica prenda atto che il Paese ha bisogno di una guida che questo esecutivo ha dimostrato di non essere in grado di esprimere. Si formi un governo snello, di donne e uomini competenti, che riesca a portare l’Italia fuori dalla crisi coinvolgendo tutte le forze presenti in Parlamento.</p>



<p>Il Paese non è più unito come a marzo. Gli italiani sono confusi. Non sappiamo cosa ci verrà chiesto, da chi, in che tempi e con quali modalità. Presidente Mattarella, l’Italia è pronta a stringersi intorno alle Istituzioni, a condizione che queste dimostrino di meritare la fiducia richiesta.</p>
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		<title>Discoteche chiuse: decisione zero del Governo. Da oggi si fa sul serio. Finite le attenuanti restano le aggravanti</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/08/17/raco-discoteche-chiuse-decisione-zero-del-governo-da-domani-si-fa-sul-serio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2020 22:18:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Mantovani]]></category>
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		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Speranza]]></category>
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		<category><![CDATA[Walter Ricciardi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Facciamo così, per solidarietà nazionale: la decisione di chiudere le discoteche e l’obbligo di mascherina dalle 18 alle 6, “nei locali aperti al pubblico e nei luoghi in cui è più facile che si creino assembramenti”, le consideriamo la “decisione zero” del Governo per fronteggiare l’aumento dei casi di Covid-19 anche in Italia. Serve una strategia nazionale, anche perché oggi più che a febbraio la diffusione del virus è nazionale, a causa del movimento per le vacanze su tutto il territorio italiano e ai rientri da paesi al momento più colpiti del nostro. Se a febbraio era forse anche corretto ipotizzare chiusure differenziate, oggi sicuramente le decisioni devono coinvolgere tutte le regioni allo stesso modo e negli stessi tempi. Non è un’esercitazione. Non possiamo più permetterci decisioni zero, come quelle di oggi. Da domani si fa sul serio. E questa volta non ci sono attenuanti, ma aggravanti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/08/17/raco-discoteche-chiuse-decisione-zero-del-governo-da-domani-si-fa-sul-serio/">Discoteche chiuse: decisione zero del Governo. Da oggi si fa sul serio. Finite le attenuanti restano le aggravanti</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Facciamo così, per solidarietà nazionale: la decisione di chiudere le discoteche e l’obbligo di mascherina dalle 18 alle 6, “nei locali aperti al pubblico e nei luoghi in cui è più facile che si creino assembramenti”, le consideriamo la “decisione zero” del Governo per fronteggiare l’aumento dei casi di Covid-19 anche in Italia.</p>



<p>Al contrario della grottesca scelta pentastellata di superare il principio fondante dei due mandati introducendo il “mandato zero”, al Governo concediamo il beneficio della buona fede, nonostante le decisioni siano state assunte con modalità e tempi tali da evidenziare più di una perplessità.</p>



<p>Già il 17 aprile <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/17/raco-barone-ricciardi-a-ilcaffeonline-senza-vaccino-seconda-ondata-e-certa-dovremo-convivere-a-lungo-col-virus/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il prof. Walter Ricciardi</a>, consigliere del ministro Speranza, aveva previsto la possibilità di una seconda ondata prima dell’autunno: “fino a quando non avremo un vaccino – dichiarò al nostro giornale – ci saranno nuove ondate o, speriamo, tanti piccoli focolai epidemici che andranno contenuti. Quello autunnale e invernale, come nel caso dell’influenza, è il periodo in cui una combinazione di eventi climatici, comportamentali, immunologici fa si che il virus possa riemergere. Per questo è molto importante non accelerare le riaperture: in caso contrario la seconda ondata invece di averla più avanti rischiamo di subirla prima dell’estate”.</p>



<p>Solo lo scorso mercoledì, <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/08/12/raco-barone-mantovani-nessuna-evidenza-che-covid19-sia-diventato-piu-gentile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il prof. Alberto Mantovani</a>, direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas e tra i più influenti scienziati al mondo, dichiarava a ilcaffeonline: “Non c’è alcuna evidenza, che sia stata messa a disposizione della comunità scientifica attraverso le riviste scientifiche o in open access, che il virus stia diventando più gentile. Tutti vorremmo questo, io per primo: purtroppo non è successo”. E aggiungeva: “Il mio invito alle persone giovani è di comportarsi in modo responsabile a protezione dei più deboli. Sono atteggiamenti di responsabilità nei confronti degli altri. Si può andare in montagna o a divertirsi anche in modo responsabile”.</p>



<p>Nessuna sorpresa quindi, gli studiosi più seri avevano previsto tutto, nei modi e nei tempi: già in estate era da prevedersi la diffusione di focolai. L&#8217;allarme, ancora una volta, era stato lanciato dai tecnici: toccava al governo decidere cosa aprire e cosa chiudere. Il messaggio che è passato invece è stato quello del pericolo scampato. È stata diffusa l’idea di un ritorno alla normalità che invece non può tornare sino a quando non avremo a disposizione il vaccino. Addirittura più tipi di vaccino, ha spiegato Alberto Mantovani.</p>



<p>Una preziosa ricerca condotta dai professori Carlo Federico Perno e Fausto Baldanti (citata da Mantovani nell’intervista) ha accertato che in Lombardia si sono diffusi due focolai già a partire dal 20 gennaio almeno. La parziale pubblicazione dei verbali del Comitato tecnico scientifico, grazie alla Fondazione Luigi Einaudi che li ha chiesti e ottenuti dal Governo dopo una sentenza favorevole da parte del TAR, ha consentito di verificare che tra il 3 e il 7 marzo il governo ha ritardato in modo inspiegabile l’istituzione delle zone rosse in Lombardia, favorendo la diffusione del Covid-19. Insomma, lo studio del virus e dei documenti ci consente di dire che si poteva fare di più e meglio, già mentre si affrontava la prima ondata pandemica. Al presidente del Consiglio, ai ministri, ai presidenti di regione sono state però concesse le attenuanti generiche, considerato che l’Italia è stato il primo paese occidentale ad affrontare la peggiore crisi sanitaria degli ultimi cento anni.</p>



<p>Noi siamo del parere che è stata corretta anche la diffusione dei fondi a pioggia, perché bisognava dare un segnale di presenza rapido e concreto, anche se insufficiente. Il fatto che alcuni parlamentari, imprenditori o professionisti abbiano approfittato di qualche strumento non è una responsabilità che può essere addebitata all’esecutivo, che poteva scrivere meglio le norme ma che si è trovato ad affrontare una urgenza certamente più grande delle capacità, singole e collettive, di questo esecutivo. Fortunatamente la presenza discreta ma tangibile di quel gigante che è il presidente Mattarella ha consentito che il senso di protagonismo di alcuni non provocasse danni maggiori di quelli realizzati.</p>



<p>Nel momento in cui scriviamo un’agenzia Ansa rilancia: “Caos sui tamponi negli aeroporti al rientro: nessun controllo a Milano, Bergamo e Napoli. Lunghe code a Roma”. L’impressione è che il Paese stia andando a sbattere per la seconda volta in sei mesi. Procediamo in modo disordinato e caotico. La decisione di chiudere le discoteche è avvenuta un giorno dopo il ferragosto. Tanto basta per dare anche solo l’impressione che, come a febbraio, sia stato ritardato un intervento necessario e urgente per timore o indecisione. Per non parlare dell’obbligo di portare la mascherina all’aperto solo dalle 18 alle 6 del mattino e solo nei luoghi in cui è più facile che si creino assembramenti. Quali sono questi luoghi? Assomiglia tanto ai provvedimenti del passato inverno: col cane si e col bambino forse, camminare ma non correre, per non dimenticare il capolavoro dei congiunti e degli affini. </p>



<p>Sappiamo, per esperienza acquisita, che in questi giorni stiamo contando i contagi di due settimane fa: tra 15 giorni calcoleremo gli effetti dei comportamenti sbagliati di questo sbrindellato agosto, delle decisioni inadeguate, degli ennesimi colpevoli ritardi.</p>



<p>Insomma, ci risiamo. Serve una strategia nazionale, anche perché oggi più che a febbraio la diffusione del virus è nazionale, a causa del movimento per le vacanze su tutto il territorio italiano e dei rientri da paesi al momento più colpiti del nostro. Se a febbraio era forse anche corretto ipotizzare chiusure differenziate, oggi sicuramente le decisioni devono coinvolgere tutte le regioni allo stesso modo e negli stessi tempi. Non è un’esercitazione. Non possiamo più permetterci decisioni zero, come quelle su discoteche e mascherine da movida. Da oggi si fa sul serio. E questa volta non ci sono attenuanti, ma aggravanti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/08/17/raco-discoteche-chiuse-decisione-zero-del-governo-da-domani-si-fa-sul-serio/">Discoteche chiuse: decisione zero del Governo. Da oggi si fa sul serio. Finite le attenuanti restano le aggravanti</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Francesco Pizzetti: no alla geopartizzazione dei diritti fondamentali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2020 20:34:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco Pizzetti, ordinario di Diritto Costituzionale e presidente dell&#8217;Autorità Garante per la Privacy dal 2005 al 2012. Quali sono le ragioni che hanno spinto il Governo a tenere riservati i verbali del Comitato Tecnico Scientifico, pubblicati dalla Fondazione Luigi Einaudi?Alla lettura dei primi verbali pubblicati non appare immediatamente chiaro. Sono contenuti che ripetono cose che il Governo stesso aveva pubblicamente affermato in concomitanza con gli eventi a cui si riferiscono.&#8230;</p>
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<p><strong>Francesco Pizzetti, ordinario di Diritto Costituzionale e presidente dell&#8217;Autorità Garante per la Privacy dal 2005 al 2012. Quali sono le ragioni che hanno spinto il Governo a tenere riservati i verbali del Comitato Tecnico Scientifico, pubblicati dalla Fondazione Luigi Einaudi?</strong><br>Alla lettura dei primi verbali pubblicati non appare immediatamente chiaro. Sono contenuti che ripetono cose che il Governo stesso aveva pubblicamente affermato in concomitanza con gli eventi a cui si riferiscono.</p>



<p><strong>C’è molta polemica, anche tra gli esperti, per la decisione del Governo di limitare diritti costituzionali con provvedimenti amministrativi. Cosa ne pensa?</strong><br>Sono stato tra i primi a evidenziare un problema di fonti in un post pubblicato su Agenda Digitale alla fine del mese di marzo. Avevo sottolineato che la fonte utilizzata, il Dpcm, trovava il suo fondamento in una normativa di rango legislativo relativa alla Protezione civile. C’era quindi una base normativa che giustificava il ricorso a questi provvedimenti francamente un po’ particolari nell’uso che ne è stato fatto, tuttavia è evidente che la citata normativa mal si adattava alla situazione non perché non ci fosse una urgenza, imprevista nelle sue dimensioni, ma perché tutto faceva pensare che si trattasse di una emergenza di durata non breve e di una emergenza come fenomeno e non specifica come fatto.</p>



<p><strong>Ci faccia un esempio.</strong><br>La diga del Vajont che crolla, ad esempio, è un fatto che determina una emergenza, altra cosa è una pandemia, che determina una diffusione di stato emergenziale indefinibile sin dal principio. Poiché il contenuto di questi Dpcm incideva direttamente ed esplicitamente sull’esercizio dei diritti fondamentali, sulla libertà di circolazione, in parte anche sulla libertà di manifestazione del pensiero, ritengo che fosse ragionevole per non dire costituzionalmente necessario un intervento del Parlamento.</p>



<p><strong>Si tratta di un tema che dovrà essere affrontato al più presto dai costituzionalisti e dal Parlamento.</strong><br>Il problema c’è ed è sistemico, perché limitare dei diritti fondamentali senza toccare la forma di legge e neppure un atto normativo che richiede l’emanazione da parte del Presidente della Repubblica, non può che lasciare perplessi. Sarà bene tornare quanto prima sull’argomento.</p>



<p><strong>Per non parlare delle diverse ordinanze emanate dai presidenti delle regioni e dai sindaci.</strong><br>È un tema sul quale ho più volte espresso le mie perplessità. Considerato che in materia sanitaria sussiste anche la competenza delle regioni ed essendo l’emergenza che ha indotto il Governo a emanare questi Dpcm legata proprio alla situazione sanitaria, si è creata una concorrenza tra presidenti delle regioni e presidenza del Consiglio dei ministri sicuramente non utile sul piano pratico. Tra l’altro la legge sulla protezione civile, proprio per evitare questo, prevedeva che i Dpcm fossero sottoposti al confronto con i presidenti di regione laddove l’emergenza avesse un carattere regionalmente definito.</p>



<p><strong>Una concorrenza utile?</strong><br>Assolutamente no. La concorrenza tra Dpcm e ordinanze dei presidenti di regione ha portato a quella che mi sono permesso di definire geopartizzazione dei diritti fondamentali. Cosa che sicuramente è in contrasto col quadro costituzionale. Non possiamo accettare che un diritto fondamentale di un cittadino italiano cambi nella sua possibilità di tutela, di attuazione o di limitazione a seconda del territorio in cui si trova il cittadino nell’ambito del territorio nazionale. La cosa ha avuto dei riflessi anche importanti se consideriamo che in alcuni momenti sono stati bloccati gli sbarchi dei traghetti tra Reggio Calabria e Messina, avendo il presidente della regione Siciliana adottato un provvedimento che vietava tali sbarchi.</p>



<p><strong>Ricordiamo tutti la famosa notte dell’assalto ai treni da Milano per le regioni del Sud.</strong><br>Quello fu un problema di comunicazione. La sostanza giuridica è la geopartizzazione dei diritti. Non possiamo evitare di affrontare a fondo come e dove il punto di equilibrio tra provvedimenti di portata nazionale e provvedimenti di portata regionale, quando toccano i diritti fondamentali, si deve collocare. Noi abbiamo una norma costituzionale molto esplicita nel dire che la libertà di circolazione deve essere garantita e non può trovare nell’esistenza delle regioni una limitazione. Quando tutta questa vicenda sarà terminata bisognerà ritornare su questi temi. Da quello che so io, ma è una notizia non verificata, lo stesso ministro degli affari regionali ne è consapevole e ci sta pensando.</p>



<p><strong>Pare che la regione Lombardia abbia chiesto di poter utilizzare dati conservati dalle compagnie telefoniche. Quali problemi può creare il tracciamento digitale dei cittadini?</strong><br>Su questo tema ci sono illazioni basate su dichiarazioni forse anche non a fondo ragionate dell’assessore alla sanità della regione Lombardia, che disse anche che erano stati utilizzati meccanismi di localizzazione delle chiamate per individuare i posti dove potevano risiedere o essere passate persone poi risultate malate di coronavirus. Certo è che l’accesso ai tracciamenti delle telefonate, conservate normalmente dalle compagnie telefoniche per un certo periodo di tempo in modo del tutto legittimo, in Italia può essere acquisito solo dall’autorità giudiziaria. Certamente non sarebbe facile comprendere su quale fondamento giuridico, ancorché legato all’emergenza, questi dati siano stati richiesti e soprattutto messi a disposizione dei richiedenti. La cosiddetta ‘data retention’ è uno dei tormentoni della protezione dei dati europea. C’è stata una lunga vicenda che ha condotto anche a una specifica direttiva dell’UE alla quale gli stati si sono adeguati e che è stata oggetto di una sentenza della Corte tedesca che ha criticato l’eccessiva lunghezza del tempo di conservazione di questi dati. Non abbiamo elementi sufficienti per dare una più precisa e stringente valutazione.</p>



<p><strong>Molti italiani hanno deciso di non scaricare l’app Immuni per ragioni di privacy. Può  rassicurare i cittadini garantendo che sia sicura?</strong><br>Sicura è una parola che andrebbe specificata. Sicura rispetto a cosa? Sicura rispetto al suo funzionamento, cioè alle finalità di tracciamento? Sicura nel senso che eventuali avvisi a persone che risultino essere state in un’area spaziale di contatto con malati di coronavirus sia recapitata secondo modalità sufficientemente tutelate e con una rapidità adeguata? Sono tanti i concetti di sicurezza. Quello che posso dire è che sono state adottate misure costruite sull’opinion, il parere dato dall’European data protection board, la conferenza dei presidenti delle autorità garanti europee che ha lo scopo di orientare e assicurare conformità di interpretazione del GDPR, il Regolamento generale sulla protezione dei dati nei diversi paesi europei. Il fatto che il Garante italiano abbia fornito parere favorevole, conoscendo la competenza del dipartimento informatico di quell’ufficio, mi fa ritenere che sia una applicazione che possa garantire affidabilità.</p>



<p><strong>Non c’è nessun problema allora?</strong><br>Il problema riguarda, sul piano dell’efficacia, non tanto l’app in quanto tale e le tecnologie adottate quanto la rapidità con la quale il servizio sanitario può assicurare il tamponamento e la rilevazione in concreto dello stato di salute della persona che è stata avvisata. È evidente che ricevere un avviso da Immuni non può che ingenerare una serie di doveri di autotutela, con obbligo di auto quarantena che a loro volta diventano un limite alla libertà personale: il cittadino che riceve un avviso ha l’obbligo di fare il tampone e in attesa dei risultati di procedere a una auto quarantena. È allora chiaro che una app di questo genere richiede un servizio sanitario molto efficiente, capace di dare una risposta in tempi molto rapidi alla persona che si presenta presso una struttura pubblica dichiarando di aver ricevuto un avviso di allerta.</p>



<p><strong>Lo stato di emergenza in vigore, prorogato sino al 15 ottobre, in che modo incide sul diritto alla privacy degli italiani?</strong><br>Il Regolamento generale sulla protezione dei dati dice che il diritto alla privacy cede in presenza di una serie di situazioni ed eventi fra i quali la sfera della salute. Da questo punto di vista non ci sono particolari problemi. Il tema non è tanto se la protezione dati può essere compressa dall’esigenza della tutela della salute: la risposta è si e il Presidente della Repubblica lo ha ricordato con chiarezza. È chiaro che prevale la tutela della salute collettiva sulla privacy individuale. Il problema è come e con quali regole, dettate da chi. Da questo punto di vista il DPGR prevede interventi normativi, che sia la legge a individuare quale sia il punto di equilibrio corretto tra la compressione di questo diritto fondamentale e la sua tutela. Nel caso di specie, non per causa imputabile all’ordinamento italiano, le autorità garanti si sono un po’ sostituite ai legislatori e quindi il punto di equilibrio tra la tutela della protezione dei dati personali e la tutela della salute collettiva è stato definito dall’opinion citato al quale il garante italiano si è puntualmente attenuto così come ha fatto chi ha elaborato l’app Immuni. È sulla base di quel parere che si è affermato il principio che l’applicazione non può essere imposta ma deve essere una scelta libera delle persone: la decisione di sottoporsi a una limitazione della propria privacy per tutela della salute pubblica attraverso un’applicazione è stata rimessa alla libertà delle persone secondo la regola in base alla quale col mio consenso i miei dati personali possono sempre essere utilizzati.</p>



<p><strong>Lei è un professore ordinario di Diritto Costituzionale. Cosa pensa della legge che taglia il numero dei parlamentari e del referendum costituzionale che si svolgerà a settembre?</strong><br>Da costituzionalista posso dire che si tratta di una riforma importante, rispetto alla quale non credo che abbia significato fondamentale il supposto risparmio derivante dal minor numero di persone a cui vanno le retribuzioni proprie dei parlamentari. Richiamerei l’attenzione sul problema della rappresentanza. È chiaro che la riduzione del numero dei parlamentari fa si che cresca il numero degli italiani rappresentati da ciascun singolo parlamentare. Questo ha effetti concreti perché possono esserci porzioni di territorio, anche molto ampie, che avranno diritto a un solo seggio: così la rappresentanza si allunga e la possibilità di contatto dei cittadini col proprio rappresentante si rende meno facile. Questo è il tema essenziale. Abbiamo così forte la convinzione che il numero dei parlamentari sia eccessivo da ritenere utile che sia meno facile incontrare i propri parlamentari o invece pensiamo, come ritennero i costituenti, che essendo un Paese relativamente grande come territorio e come popolazione 630 deputati e 315 senatori sia un numero corretto per garantire una catena di rappresentanza più corta? Il tema da tenere in particolare attenzione per un costituzionalista è il rapporto di rappresentanza. Quanto grande deve essere un territorio per esprimere un eletto? La metà della popolazione italiana risiede nelle città metropolitane, il che vuol dire che le città metropolitane hanno più o meno una rappresentanza pari al resto del Paese. Più riduco il numero degli eletti più è lunga la catena di rappresentanza. Questo è l’interrogativo di fronte al quale gli italiani sono chiamati a dare una risposta. Ognuno farà le sue valutazioni.</p>
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		<title>Sabino Cassese: a Palazzo Chigi inusitato accentramento. Voto prossimo allo zero</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/06/02/provinciali-cassese-a-palazzo-chigi-voto-prossimo-allo-zero/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 05:21:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I conflitti tra regioni e Stato in questi ultimi mesi sono stati rilevanti. Come giudica lo squilibrio ormai consolidato tra il governo nazionale e i vertici regionali?Lo squilibrio prodottosi durante la pandemia ha due fonti. La prima è congiunturale, e dipende dalla errata interpretazione governativa iniziale della materia su cui si interveniva. Si trattava e si tratta di profilassi internazionale, spettante interamente allo Stato. Questo non vuole dire che i&#8230;</p>
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<p><strong>I conflitti tra regioni e Stato in questi ultimi mesi sono stati rilevanti. Come giudica lo squilibrio ormai consolidato tra il governo nazionale e i vertici regionali?</strong><br>Lo squilibrio prodottosi durante la pandemia ha due fonti. La prima è congiunturale, e dipende dalla errata interpretazione governativa iniziale della materia su cui si interveniva. Si trattava e si tratta di profilassi internazionale, spettante interamente allo Stato. Questo non vuole dire che i terminali operativi non fossero le aziende regionali sanitarie, ma che queste dovevano agire in funzione di direttive nazionali. La seconda fonte dello squilibrio è strutturale e sta nella diversa investitura dei vertici regionali rispetto a quello nazionale. I primi sono eletti direttamente e sono dotati di poteri di tipo “presidenzialistico”. Il secondo è quello proprio di un regime parlamentare puro, quindi debole. Debolezza accentuata dal carattere della coalizione governativa, episodica e casuale, e dalla inesperienza di molti membri del governo e dei loro staff.</p>



<p><strong>A chi tocca l’istituzione delle famigerate “zone rosse” in caso di emergenza sanitaria? Si assiste a un imbarazzante scarico di responsabilità. Cosa non ha funzionato?</strong><br>La scelta iniziale di dimenticare che si tratta di profilassi internazionale, che spetta in esclusiva allo Stato. Ciò non vuol dire che lo Stato non potesse consultare le regioni. A che serve altrimenti la Conferenza stato &#8211; regioni?</p>



<p><strong>Dal 23 febbraio ad oggi sono stati prodotti numerosi Decreti legge e DPCM. Quale voto darebbe ai tempi, alle modalità e alle risposte dello Stato all’epoca del Covid19?</strong><br>Innanzitutto, a chi dare il voto? Direi a Palazzo Chigi, visto che c’è stato un inusitato accentramento: lì si sono prodotti i provvedimenti da cui siamo stati deliziati. Il voto è prossimo allo zero. Le norme e gli atti amministrativi sono stati scritti da persone che sono apparse digiune di conoscenze dell’italiano, del diritto, della logica, del buon senso. In molti casi, chi redigeva si limitava a metter insieme richieste, proposte, progetti di altri, incollandoli. </p>



<p><strong>Quello di limitare l’esercizio di culto da parte della presidenza del Consiglio per DPCM è stato un eccesso di potere?</strong><br>Chiaramente un atto che viola la Costituzione, violazione della cui gravità a Palazzo Chigi non ci si è neppure resi conto. Leggo che la violazione avrà un seguito giudiziario, come i giuristi attenti potevano prevedere.</p>



<p><strong>Si è sottovalutata forse la proroga dello stato di emergenza per ulteriori sei mesi. Quali possono essere le conseguenze di lungo periodo per le Istituzioni delle scelte operate nel periodo di emergenza?</strong><br>Il tema della proroga dello stato di emergenza è ancora aperto. Sarebbe bene che con l’inizio di agosto si abrogassero tutte le norme di emergenza, salvo alcuni interventi economici. Il protrarsi di queste emergenze è pericoloso, come dimostrato dalla legge fatta adottare dalla sua maggioranza parlamentare da Orbán.</p>



<p><strong>I politici provano a comunicare direttamente con i cittadini, creando una nuova piazza virtuale. Cosa pensa di questa nuova modalità di “fare politica”?</strong><br>La pandemia e l’allarme sociale prodotto ha fornito un “teatro”, e chi governa, a tutti i livelli, si è subito sporto sul proscenio. Le conseguenze si pagano, però, perché i prim’attori sono anche diventati parafulmini. Il Parlamento e i Consigli regionali non hanno valutato le conseguenze del vuoto che hanno lasciato con la loro inattività. La politica, quindi, non potendosi svolgere nei luoghi deputati, si è svolta in un dialogo vertici-base, introducendo elementi propri del presidenzialismo in tutto il sistema, con conseguenze che per ora non sono visibili quanto alla loro gravità.</p>



<p><strong>Il maggior tempo che i giovani trascorrono sul web li può rendere più esposti alle fake news? Come fare per combattere questa disinformazione organizzata e rivolta soprattutto ai cittadini più deboli?</strong><br>La disinformazione non si combatte né con cesure, né con filtri, ma diffondendo notizie corrette. Ad esempio, se si svuole smentire l’opinione diffusa secondo la quale gli immigrati in Italia sarebbero tre volte il numero corretto, occorre che l’Istat si svegli e faccia circolare più di frequente dati corretti.</p>



<p><strong>Se è vero che la pandemia non ha fatto distinzioni sociali e culturali nell’attaccare le persone, ha senza dubbio distinto i poveri dai ricchi nell’affrontare le conseguenze del lockdown. Le disuguaglianze sociali e culturali sono aumentante</strong>?<br>Più che il divario ricchi-poveri, direi che è rilevante il divario tra chi aveva uno stipendio e/o una pensione assicurata e chi dipendeva dal lavoro quotidiano o mensile per ottenere un’entrata: l’artigiano, il tassista, ad esempio. Purtroppo, l’intervento risarcitorio dei due decreti legge economici ha distribuito a pioggia finanziamenti, che vanno anche a chi era nell’area protetta, creando ulteriori disparità. Vi è stata inoltre la diseguaglianza tra gli “smart worker”, molti dei quali hanno lavorato duramente, mentre alcuni hanno solo contato sui rinvii (nel settore pubblico si sono verificati i casi peggiori).</p>



<p><strong>Spesso si attacca la “burocrazia”, additandola come responsabile di tutti i mali del Paese. Ma a chi risponde la burocrazia?</strong><br>Questa diffusa lamentale relativa alla burocrazia, in realtà va “spacchettata”. Una grande parte di responsabilità di ciò che si lamenta risale al Parlamento-legislatore, per il modo in cui deborda legiferando e amministrando nello stesso tempo, per il modo in cui configura i processi di decisione, per la quantità di controlli inutili ma frenanti che introduce, per le sanzioni spropositate che mette sulle spalle degli amministratori. Poi, vi sono le responsabilità della burocrazia stessa. Ma anche qui bisogna distinguere. Da una parte, vi sono gli staff dei ministri che sono troppo spesso digiuni di qualità manageriali, con “expertise” esclusivamente giuridica. Dall’altra, vi sono i burocrati del “surtout pas trop de zèle”, del rinvio, del “meglio non fare”. In mezzo, ci sono anche molti bravi e volenterosi servitori dello Stato, frustrati, avvinghiati da controllori invadenti, scoraggiati.&nbsp;</p>



<p><strong>È sufficiente riformare il codice degli appalti per far ripartire e soprattutto concludere le grandi opere in Italia?</strong><br>Punto di partenza, si dovrebbero dotare gli uffici pubblici di tecnici in grado di progettare, collaudare, seguire l’esecuzione delle opere. Due terzi del personale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti è composto di personale amministrativo. Non dovrebbe essere il contrario? Quanto al codice, basterebbe importare in Italia la direttiva europea, di cui il codice è l’attuazione. Solo che nell’attuare la direttiva si sono aggiunte molte norme impeditive, specialmente a causa dell’Anac, che alla corruzione non pone rimedio, ma blocca invece le amministrazioni, richiedendo adempimenti inutilmente defatiganti.</p>



<p><strong>Nel 1970 in pochi mesi sono state approvate la legge che disciplina il referendum, quella per l’attuazione delle regioni a statuto ordinario, lo statuto dei lavoratori e l’istituto del divorzio. Cosa portò a quell’accelerazione normativa?</strong><br>In quell’anno venne a maturazione il “disgelo costituzionale”, arrivò a una fase di maturazione l’accordo, che aveva allargato le basi dello Stato, tra DC e PSI. Questo spiega l’accelerazione.</p>



<p><strong>Dopo l’esito del referendum del 2016, quando pensa che si potrà riproporre una nuova riforma della Costituzione? Ritiene necessaria la convocazione di una nuova Assemblea Costituente o è sufficiente procedere con l’art. 138?</strong><br>Dopo più di un trentennio di tentativi, è meglio rinunciarci, e dedicarsi ai “rami bassi”, alla riforma amministrativa.</p>



<p><strong>Quest’anno gli italiani saranno chiamati a votare un referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Cosa pensa della riforma e ritiene corretto accorpare, come sembra essere nelle intenzioni del governo, un referendum costituzionale con le elezioni amministrative?</strong><br>Il taglio è motivato con il risparmio, che è infinitesimo (credo che Cottarelli abbia calcolato che riguarda lo 0,07 del bilancio dello Stato). Di fatto, è un attacco alla democrazia rappresentativa. L’accorpamento delle votazioni, temuto dai contrari alla riduzione, potrebbe risolversi in un vantaggio, perché più persone andranno a votare e tra questi vi potrebbero essere schiere di votanti che ritengono la riduzione dannosa per una adeguata rappresentanza della società.</p>



<p><strong>La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che il compito della formula elettorale è di assicurare rappresentatività e governabilità. Ritiene che la formula migliore, anche per le politiche, sia quella delle regioni?</strong><br>Le ultime vicende mi hanno fatto ripensare alla opportunità di introdurre elementi presidenzialistici nel sistema a livello nazionale. Un sistema parlamentare rafforzato, alla tedesca, forse, è la soluzione migliore. Le istanze verticistiche, il protagonismo, il leaderismo conducono facilmente al bonapartismo e al cesarismo.</p>



<p><strong>Sta emergendo un clima preoccupante all’interno della magistratura italiana. Si può arrivare allo scioglimento del CSM? Come ritiene che vada riformata la magistratura? È il momento di procedere con la separazione delle carriere?</strong><br>La separazione è diventata una necessità, imposta dalla stessa magistratura, nel sacrificio che si è autoimposto (quello che si sta disvelando sul modo in cui si agiva dietro le quinte è opera della magistratura stessa, che si sta di fatto auto incolpando, mettendo in piazza i suoi difetti). La diagnosi e la prognosi sono state fatte. Occorre che la giustizia sia rapida. Occorre che le procure cessino di essere attori politici. Occorre che il CSM sia composto da persone che rappresentano davvero la magistratura, non da maneggioni.</p>



<p><strong>Oggi 2 giugno è festa della Repubblica. La forma repubblicana non è oggetto di revisione costituzionale, chiosa la Carta. Se non è un fatto solo nominalistico, quali sono i nostri valori immutabili?</strong><br>Salva la forma repubblicana, noi non abbiamo “clausole eterne”, quindi non emendabili. La legge fondamentale tedesca ha invece molte norme che sono dichiarate “eterne”. Tuttavia, alcune sentenze della Corte costituzionale italiana hanno affermato che i primi 12 articoli della Costituzione, che contengono i “principi fondamentali” sono immodificabili. Ad esempio come si potrebbe tollerare una violazione del principio di eguaglianza.</p>
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		<title>Tutti contro tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Romana Ranucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2020 12:01:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Alzi la mano chi ha capito qualcosa. La parte sanitaria la lasciamo a chi in sanità ci lavora, compreso chi fa ricerca, per il resto siamo in balìa dell’ informazione schizofrenica. Partendo dal lontano gennaio quando tutti eravamo ancora tranquilli perché “tanto il virus dalla Cina non arriva” dicevano, poi è arrivato “ma è una banale influenza” e sappiamo come sono andate le cose. Oggi ci dicono “tranquilli il virus&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Alzi la mano chi ha capito qualcosa. La parte sanitaria la lasciamo a chi in sanità ci lavora, compreso chi fa ricerca, per il resto siamo in balìa dell’ informazione schizofrenica. Partendo dal lontano gennaio quando tutti eravamo ancora tranquilli perché “tanto il virus dalla Cina non arriva” dicevano, poi è arrivato “ma è una banale influenza” e sappiamo come sono andate le cose. Oggi ci dicono “tranquilli il virus sta perdendo forza” a no “a giugno, massimo ottobre, arriva la seconda ondata, e sarà tremenda”. </p>



<p>Da due mesi siamo bombardati da informazioni, e più sono più ci confondono. Virologi che si smentiscono tra di loro, governo che sforna Dpcm che poi saranno stracciati dalle regioni, comuni che litigano con le regioni. Ognuno vuole fare come gli pare. E noi cittadini che dobbiamo fare? Mettetevi le mascherine quando uscite, no per strada non servono, però forse si è meglio, così se incrociate qualcuno non dovete buttarvi in mezzo alla strada per cambiare marciapiede. Ma non si è detto che per infettarsi bisogno interagire almeno per 15 minuti? E i guanti? Fondamentali usateli, ma no sono poco igienici, meglio un gel e lavarsi spesso le mani. Le distanze? Un metro per parlare con gli altri, però se mentre parla gli scappa uno starnuto scappate e restate a due metri di distanza. Facciamo un metro e mezzo e non se ne parla più? </p>



<p>Che bello con la fase 2 posso finalmente fare una passeggiata, e no se esci è per fare attività motoria, quindi corri non passeggiare, o per andare a fare la spesa, e andare a trovare i congiunti. Ciao zia Iside, ti voglio tanto bene, ma la zia di ottavo grado non apre la porta. Allora porto i bambini al parco, e ma le aree giochi sono chiuse, e non puoi giocare a palla nel prato, le attività  ludiche sono vietate. Quindi esci, corri dando i calci al pallone e arrivi al parco, ma non ti fermare, continua a correre con la palla, quando sei stanco torni a casa. Prima di tornare fermati a prendere un caffè, sempre di corsa e con la palla però, il barista te lo lancia come se fossi in piena maratona, non puoi sostare fuori dal negozio. A se volete tagliarvi i capelli andate in Trentino Alto Adige, là i parrucchieri aprono l’11.</p>
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		<title>Ceccanti: Salvini parla a chi non gradisce l&#8217;attuale pontificato. Si può battere con un nuovo europeismo</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/28/ceccanti-salvini-parla-a-chi-non-gradisce-lattuale-pontificato-si-puo-battere-con-un-nuovo-europeismo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 08:31:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Maurizio Cuzzocrea e Salvo Spagano Con l’annuncio delle misure che daranno il via alla cosiddetta Fase 2, abbiamo assistito a un inedito scontro a colpi di comunicati tra la CEI e il Governo. È stato un difetto di comunicazione o nella scelta dei provvedimenti è stato sottovalutato l’impatto che la restrizione alla partecipazione ai sacramenti sta avendo sulla Chiesa italiana?La libertà religiosa e di culto è altamente protetta dalla&#8230;</p>
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<p>di Maurizio Cuzzocrea e Salvo Spagano</p>



<p><strong>Con l’annuncio delle misure che daranno il via alla cosiddetta Fase 2, abbiamo assistito a un inedito scontro a colpi di comunicati tra la CEI e il Governo. È stato un difetto di comunicazione o nella scelta dei provvedimenti è stato sottovalutato l’impatto che la restrizione alla partecipazione ai sacramenti sta avendo sulla Chiesa italiana?</strong><br>La libertà religiosa e di culto è altamente protetta dalla Costituzione. In una fase di grave emergenza sono state opportune forti limitazioni. Però se si annuncia una nuova fase è legittimo attendersi attenuazioni. Se esse non sono ancora pronte, perché evidentemente c&#8217;è una necessaria complessità da affrontare e c&#8217;è l&#8217;urgenza di emanare un dpcm, basta inserire nello stesso una norma procedurale che rinvia l&#8217;apertura a quando sarà pronto un protocollo. Se invece si dà la sensazione che su quell&#8217;aspetto resta tutto uguale si crea un conflitto perché appare una contraddizione con l&#8217;annuncio di una fase nuova.&nbsp;</p>



<p><strong>Lei ha annunciato un emendamento al decreto 19, ipotizzando l’adozione di un protocollo tra Stato e confessioni religiose per la tutela della salute dei partecipanti alle funzioni. Ce lo spiega nei dettagli? Non c’è il rischio di ridurre le confessioni religiose a mere parti sociali?</strong><br>Siccome quella scelta non si è fatta nel dpcm, a meno che nel frattempo la questione non venga risolta in qualche altro provvedimento, abbiamo a nostra disposizione una legge di conversione di un decreto legge destinato a riordinare il sistema delle fonti e quindi si può tranquillamente inserire lì. Le confessioni religiose, secondo gli articoli 7 e 8 della Costituzione, Concordato e Intese, sono già abituate alla logica pattizia, non sarebbe affatto una novità. Loro sono interessate a ridurre i limiti e lo Stato a tutelare la salute: è giusto trovare soluzioni condivise.</p>



<p><strong>Il governo ha annunciato che “si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”. C’è il rischio di incentivare la clandestinità delle funzioni religiose? I cristiani torneranno nelle catacombe in attesa di un nuovo editto?</strong><br>Il protocollo è necessario per le ragioni che ho detto. Non è materia di decisioni unilaterali. Eviterei inutili drammatizzazioni. Il Governo vuole tutelare la salute, non persegue una politica ideologicamente ostile. La Chiesa non si sente affatto oppressa, ma solo limitata. Rimettiamo le cose nella loro giusta dimensione.</p>



<p><strong>Secondo lei, i cristiani che “prendono parte a tutti gli obblighi come cittadini, ma tutto sopportano come stranieri” arriveranno al punto di affermare, con Don Milani, che l’obbedienza non è più una virtù?</strong><br>Non c&#8217;è materia di scontro, non c&#8217;è alcuna necessità di arrivare a forme di disobbedienza civile perché gli obiettivi del Governo e della Chiesa, pur partendo legittimamente da esigenze diverse, non sono contraddittori. La Chiesa non vuole mettere a rischio la vita dei fedeli e il Governo non vuole mantenere limiti irragionevoli. Ci vuole tempo per conciliare esigenze non opposte.</p>



<p><strong>Da più parti giungono perplessità sull’eventuale incostituzionalità dei DPCM con cui il governo sta gestendo l’emergenza. Qual è il suo punto di vista? Ci sono state delle forzature o condivide le scelte normative adottate?</strong><br>Proporrei anche qui di evitare le polemiche retrospettive e di pensare in positivo per il futuro. Ho pensato ad un secondo emendamento su quella legge di conversione proprio su questo tema.<br>I dpcm sono una fonte che nel corso dell’emergenza ha finito per avere un rilievo sconosciuto in precedenza. Entrando in una nuova fase appare opportuno regolarli in modo diverso: ferma la responsabilità piena del Governo sulla sua emanazione, appare però opportuno introdurre un parere preventivo del Parlamento, obbligatorio anche se non vincolante, con un tempo certo di una settimana. In tal modo alcune criticità potrebbero essere prevenute dal Parlamento, senza che esso debba essere costretto ad intervenire ex post su altre fonti. Una tecnica che in questo periodo ha consentito di risolvere alcune questioni, ma che ha finito fatalmente per rendere molto più complesso e difficilmente comprensibile il sistema delle fonti. Il decreto 19, che era nato appunto per riportare ordine nel sistema, darebbe così anche una soluzione stabile e ragionevole.</p>



<p><strong>In questo periodo si è insistito molto sulla libertà di accesso a quelli che sono stati individuati come beni di necessità materiali. Possono essere sufficienti per il pieno dispiegamento della persona umana? Il prossimo accesso al lotto e a giochi simili vale più di un ordinato accesso a una funzione religiosa, al di là della religione di appartenenza?</strong><br>Man mano che usciamo dalla stretta emergenza dobbiamo aprirci ad esigenze diverse da quelle solo materiali, anche se le cose sono sempre intrecciate e il rischio di una contrazione delle risorse personali e familiari va di pari passo anche con forme di disagio diverso. Dobbiamo trovare un equilibrio con saggezza. Stiamo attenti a non opporre troppo facilmente essere e avere perché per essere occorre anche avere risorse. In questo, certo, non credo sia bene mettere tra le priorità il gioco d&#8217;azzardo.</p>



<p><strong>Pensa che la sensazione, che hanno alcuni, del passaggio da uno Stato di diritto a uno Stato di polizia sia esagerata?</strong><br>Sono sempre stato estraneo a un certo costituzionalismo ansiogeno che partendo da problemi reali tende poi a costruire concetti onnicomprensivi, derive autoritarie, stati di polizia, democrature e così via, come se l&#8217;Italia fosse il Cile degli anni &#8217;70 o la Polonia e l&#8217;Ungheria di oggi. Inviterei a leggere su Facebook il parere pacato del professor Paolo Ridola, un maestro di equilibrio oltre che di diritti.</p>



<p><strong>Col senno di poi, alla luce di ciò che l&#8217;emergenza ci ha insegnato, non ritiene un errore la riforma del titolo V della Costituzione con la conseguente devoluzione della materia sanitaria alle regioni?</strong><br>Il problema del Titolo quinto non è quello che c&#8217;è, il tentativo di superamento di un assetto troppo centralizzato che di per sé non garantisce uguali prestazioni effettive. È quello che non c&#8217;è: una sede formale di cooperazione prevista in Costituzione (non abbiamo una seconda Camera così concepita e la Stato-Regioni è solo su base legislativa) e una clausola di supremazia che consenta senza dubbi di legittimità di esercitare una regia unica che possa modulare, a seconda delle fasi e delle aree di policy, uniformità e differenziazione.</p>



<p><strong>Prima di diventare senatore e poi deputato del PD, lei è stato presidente nazionale della Fuci, protagonista di un forte impegno per i referendum per il sistema maggioritario e tra i promotori del movimento dei Cristiano Sociali. Come vede il ruolo dei laici cristiani nella politica italiana ed europea? Quali sono i suoi riferimenti nella tradizione dell’impegno politico dei cattolici?</strong><br>Alla radice c&#8217;è la precisa collocazione europea del personalismo che propone Emmanuel Mounier: per Mounier lo spazio del personalismo che deve unificare credenti e non credenti è lo spazio della sinistra non comunista, del centrosinistra come diremmo noi nel nostro contesto. Non quindi generici centrismi o confusi massimalismi. Filone che nei vari Paesi europei ha prodotto ad esempio la seconda sinistra di Delors e Rocard in Francia; la Terza via inglese attraverso il Christian Socialist Movement; in Portogallo le premiership di Pintasilgo e Guterres, attuale segretario generale dell&#8217;Onu; in Spagna dopo le esperienze pilota di Peces Barba ed altri nella fondazione del Psoe; l&#8217;attuale gruppo dei Cristianos Socialistas, sempre nel Psoe, con Carlos Garcia de Andoin. Sono per alcuni di noi anche delle reti amicali e generazionali, dei movimenti specializzati di Azione Cattolica negli anni &#8217;80, che sono rimaste e si sono anche fortificate. Per la politica italiana l&#8217;esperienza che mi ha più segnato è stata senza dubbio negli anni giovanili la partecipazione alla Lega Democratica di Scoppola, Ardigò e Giuntella. In particolare Scoppola sosteneva che il cattolicesimo democratico andava visto come la somma delle due caratteristiche positive dei diversi filoni precedenti, depurate dei loro aspetti negativi: l&#8217;apertura agli ultimi del cattolicesimo sociale depurato dal suo integralismo e intransigentismo originario, l&#8217;attenzione alle istituzioni e alla modernizzazione del cattolicesimo liberale depurato dal suo moderatismo sociale.&nbsp;</p>



<p><strong>Il ruolo della Chiesa italiana, e in particolare del clero, è stato per lungo tempo determinante per gli esiti elettorali. È ancora attuale questa lettura? Pensa che l’insorgenza sulla scena politica di atei devoti abbia favorito, nella prima fase della seconda repubblica, una maggiore influenza del clero o possiamo dire che con il ridimensionamento del centrodestra, come l’abbiamo conosciuto tra il 1994 e il 2013, sia possibile un rapporto più laico tra politica e Chiesa italiana?</strong><br>Ho sempre pensato che quello che la Chiesa riceve è molto di più di quello che la Chiesa dà alla vita politica. C&#8217;è un gioco di influenze reciproche in cui la prima direzione è prevalente. Come la Dc di De Gasperi ha su molti aspetti anticipato il Concilio, quando ci sono stati momenti alti di offerta politica anche la Chiesa è stata sollecitata in senso positivo. Più che lamentarci di questa o quella chiusura che si è vista in alcune fasi nella Chiesa, dobbiamo piuttosto sentirci responsabili di facilitare questa evoluzione, sentendoci responsabili delle eventuali incomprensioni e lavorando per rimuoverle.</p>



<p><strong>Pierluigi Castagnetti, in una recente intervista al nostro giornale, ha definito simonia l’uso dei simboli religiosi fatto da Salvini. È d’accordo? A chi parla Salvini quando sventola il Rosario alla stregua di un manifesto?</strong><br>Parla evidentemente ai settori che non gradiscono l&#8217;attuale pontificato, anche in sintonia con quei settori politici che a partire dagli Stati Uniti si muovono sulla stessa lunghezza d&#8217;onda. Questo cortocircuito si può battere soprattutto con un nuovo europeismo in cui, come per i Padri fondatori, l&#8217;ispirazione religiosa gioca, insieme ad altre, nel segno dell&#8217;apertura e del superamento dei pregiudizi reciproci.</p>



<p><strong>È appena trascorso il 25 aprile e ancora molti non la considerano una festa fondativa e di tutti, lo abbiamo visto anche in Parlamento. Perché a 75 anni dalla Liberazione non si riesce ad avere ancora una lettura condivisa di un evento che sta indiscutibilmente alle radici della nostra democrazia?</strong><br>Per noi che ci crediamo è un programma di lavoro contrario alla faziosità: comportarci per creare consenso, ossia ribadire che il 25 aprile non è sinistra contro destra, ma liberazione contro oppressione, pluralismo contro omogeneità forzosa.&nbsp;</p>



<p><strong>Che cosa manca a questo governo per diventare qualcosa di diverso dall’argine, che attualmente è, alla destra salviniana?</strong><br>Io non so se il Governo come tale, l&#8217;arco di forze che lo sostiene, possa diventare più dell&#8217;argine alla destra salviniana. Credo però che si dovrebbe sentire più risoluta la voce del Partito Democratico secondo l&#8217;impostazione ampia ed aperta della fase originaria del 2007. Se Il Pd riscopre quell&#8217;ambizione maggioritaria può fare da calamita anche per altre forze di maggioranza.</p>
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